Camera dei deputati - XV Legislatura - Dossier di documentazione (Versione per stampa)
Autore: Servizio Studi - Dipartimento bilancio
Titolo: Finanziaria 2007 - A.C. 1746-bis-A - Lavori preparatori alla Camera - Esame in Assemblea - Parte VI (sedute dal 7 al 12 novembre)
Riferimenti:
AC n. 1746/XV   AC n. 1746-bis-A/XV
Serie: Progetti di legge    Numero: 56    Progressivo: 2
Data: 14/11/2006
Descrittori:
LEGGE FINANZIARIA     
Organi della Camera: V-Bilancio, Tesoro e programmazione


Camera dei deputati

XV LEGISLATURA

 

 

 

 

 

SERVIZIO STUDI

Progetti di legge

 

 

 

 

 

 

Finanziaria 2007

A.C. 1746-bis-A

Lavori preparatori alla Camera

Esame in Assemblea

(sedute dal 7 al 12 novembre)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

n. 56/2

Parte VI

 

14 novembre 2006


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dipartimento Bilancio e politica economica

 

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File: BI0063f.doc

 


 

INDICE

 

 

Volume VI

Esame in Assemblea (sedute dal 7 al 12 novembre)

§      Seduta del 7 novembre 2006. 3

§      Seduta dell’8 novembre 2006. 131

§      Seduta del 9 novembre 2006. 207

§      Seduta del 10 novembre 2006. 331

§      Seduta dell’11 novembre 2006. 517

§      Seduta del 12 novembre 2006. 585

 


Esame in Assemblea
(sedute dal 7 al 12 novembre)


 

 

RESOCONTO

SOMMARIO E STENOGRAFICO

 


______________   ______________


 

64.

 

Seduta di MARTEDì 7 novembre 2006

 

presidenza del vicepresidente  GIORGIA MELONI

indi

DEI VICEPRESIDENTI  CARLO LEONI,
 PIERLUIGI CASTAGNETTI  E GIULIO TREMONTI

 

 


Discussione congiunta dei disegni di legge: Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2007) (A.C. 1746-bis); Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2007 e bilancio pluriennale per il triennio 2007-2009 (A.C. 1747).

 

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione congiunta dei disegni di legge: Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2007); Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2007 e bilancio pluriennale per il triennio 2007-2009.

Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi riservati alla discussione congiunta sulle linee generali è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (vedi calendario).

 

(Discussione congiunta sulle linee generali - A.C. 1746-bis e A.C. 1747)

 

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione congiunta sulle linee generali.

Avverto che il presidente del gruppo parlamentare di Forza Italia ne ha chiesto l'ampliamento senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare, ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del regolamento.

Avverto altresì che la V Commissione (Bilancio) si intende autorizzata a riferire oralmente.

Il relatore sul disegno di legge n. 1746-bis, onorevole Ventura, ha facoltà di svolgere la relazione.


MICHELE VENTURA, Relatore sul disegno di legge n. 1746-bis. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la manovra di finanza pubblica per il 2007 propone una vera e propria svolta, che è caratterizzata da alcune direttrici: il risanamento dei conti pubblici, che sarà strutturale, crescente nel tempo e definitivo; una riqualificazione della spesa pubblica, che ora mantiene apparati amministrativi pesanti e che, poi, finanzierà programmi di sviluppo; una redistribuzione più equa del reddito e della pressione fiscale complessiva, attraverso modifiche al sistema fiscale e parafiscale, con l'avvio di un processo che definirà un minor carico sulle imprese e sui redditi più bassi; l'avvio di riforme profonde sul terreno del federalismo fiscale, della sanità, della previdenza, della pubblica amministrazione e dello Stato sociale.

Per capire il disegno complessivo della manovra, bisogna partire dalle posizioni di coda, che ormai da un decennio l'Italia occupa nell'ambito della media europea sia in relazione alla crescita, sia in relazione alla competitività. L'urgenza è stata quindi quella di organizzare una manovra che coniugasse il rigore con il reperimento di risorse da indirizzare alla crescita.

Per quel che attiene al rigore, bisogna ricordare che la situazione dei conti pubblici lasciata dal centrodestra è molto complessa. Infatti, accanto ai disavanzi dei saldi, sono emersi altri elementi più subdoli, ma più problematici, che hanno indicato come l'attività dell'esecutivo di centrodestra abbia portato alla desertificazione di terreni essenziali della spesa pubblica ed abbia inciso pesantemente su una parte discrezionale della spesa pubblica. Per tali motivazioni, questa manovra di bilancio di 34,7 miliardi di euro si configura per necessità come una delle più ambiziose degli ultimi 15 anni.

La situazione ereditata è così caratterizzata: il Governo ha trovato un deficit tendenziale per il 2007 a pari al 4,3 per cento del PIL, che ha raggiunto il 4,6 per effetto della sentenza della Corte di giustizia europea sul rimborso dell'IVA per le auto aziendali. Il Governo, dunque, è dovuto intervenire a giugno, appena insediato, con una prima manovra correttiva, che ha ridotto questo deficit tendenziale dello 0,5 per cento, e in ottobre, con disposizioni correttive sull'IVA relative alle auto aziendali per un altro 0,3 per cento del PIL. Resta un residuo del 3,8 per cento. Per ridurlo la manovra di bilancio ha destinato 15,2 miliardi di euro. L'indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni scenderà pertanto al 2,8 per cento.

In conclusione, il totale delle misure correttive del disavanzo adottate dal Governo attuale per il 2007 è dell'1,8 per cento del PIL, ossia più del doppio rispetto allo 0,8 ipotizzato dal Governo Berlusconi per l'anno 2007.

L'avanzo al netto degli interessi sul debito, che era stato praticamente azzerato dal precedente Governo, salirà al 2 per cento e di conseguenza il rapporto debito-PIL interromperà la crescita di questi due ultimi anni.

Uno degli aspetti più importanti della manovra consiste nel suo carattere strutturale di correzione del deficit. L'impatto crescente delle riduzioni di spesa previste nella legge finanziaria dovrebbe permettere di ridurre il prelievo fiscale fin dal 2008 e, al contempo, consentire all'indebitamento netto di collocarsi stabilmente al di sotto del 3 per cento anche in assenza di ulteriori interventi. Al riguardo, il recente declassamento di rating ad opera di due agenzie sembra essere più un giudizio finale di un processo di verifica avviato dalle due agenzie nel 2005, che tra l'altro coincide con i risultati delle relazioni sullo stato dei conti pubblici, divulgato del Governo Prodi nel giugno scorso, che hanno costretto a mettere mano alla manovra economica correttiva. A sostegno di tale affermazione segnalo che la terza agenzia di rating, la Morgan Stanley, ha recentemente dichiarato che le agenzie potrebbero essere costrette a rialzare il loro giudizio prima del previsto, osservando che il potenziale di crescita dell'Italia migliora e che il deficit pubblico si riduce.

Gli effetti della manovra sui saldi sono notevoli. Il rapporto deficit-PIL è previsto in discesa al 2,8 per cento nel 2007, dopo essere costantemente cresciuto ed essersi mantenuto sempre sopra il tetto del 3 per cento, fissato dal trattato di Maastricht dal 2001 al 2006. Si stima che il rapporto debito-PIL tornerà a diminuire nel 2007, dopo essere aumentato sia nel 2005 che nel 2006. L'avanzo primario salirà al 2 per cento nel 2007, dal -0,3 per cento di quest'anno e dal -0,4 per cento del 2005. Si prevede che la spesa sanitaria complessiva sarà in diminuzione nel 2007 rispetto a quest'anno, da oltre 102 a 101,7 miliardi, dopo essere cresciuta ad un tasso medio annuo del 5,7 per cento nel periodo 2000-2005.

A coloro che hanno accusato questa legge finanziaria di essere poco incisiva sul fronte dei tagli, specie nei confronti della spesa della pubbliche amministrazioni, è possibile opporre quelli previsti dall'articolo 53 che tante polemiche hanno suscitato, a dimostrazione che risparmiare sulla spesa pubblica non è mai un'operazione agevole. In esso si stabilisce, infatti, che sia accantonata e resa indisponibile in maniera proporzionale una quota pari a 4.572 milioni di euro nel 2007, a 5.031 nel 2008, a 4.922 nel 2009 delle dotazioni delle unità previsionali di base iscritte nel bilancio dello Stato a legislazione vigente, relativamente ad alcune categorie di spesa. In questa sede, vorrei segnalare che il dibattito in Commissione bilancio si è rivelato stupefacente, riferendomi al momento in cui alcuni colleghi del centrodestra, dopo la lettura dell'articolo 53, hanno scoperto la previsione dei tagli di spesa in determinati settori. Fin dalla presentazione del DPEF e della legge finanziaria abbiamo annunciato tali tagli e, pertanto, non credo che possa trattarsi della scoperta dell'ultimo momento.

Molti Ministeri semplificheranno le loro strutture e nel campo della scuola vi è l'avvio del processo di avvicinamento del rapporto alunni-insegnanti alla media europea. Nel campo del pubblico impiego e delle diverse strutture ministeriali sono previsti numerosi cambiamenti. È presente la modifica della struttura del bilancio dello Stato, con una riduzione del numero dei capitoli di spesa che consente una maggiore flessibilità di gestione e quindi maggiori economie.

La riorganizzazione e razionalizzazione della pubblica amministrazione ha prodotto risparmi per 3,9 miliardi di euro: ci vorranno determinazione e tempo, ma il processo è avviato.

Vorrei, ora, seppur brevemente, dare conto dei lavori della Commissione bilancio. Questi hanno consentito di esaminare solo 11 articoli su 217, mentre 38 sono state le modifiche apportate al testo. Si è affermato, non senza qualche ragione, che alcune delle cause della scarsa produttività del lavoro della Commissione bilancio siano da far risalire ai ritardi, ai ripensamenti, all'inefficacia del filtro dell'Esecutivo nei confronti delle numerose sollecitazioni tipiche della sessione di bilancio.

Il testo della finanziaria di quest'anno è particolarmente corposo, con ben 217 articoli. Rilevo però che quando si presentano settemila emendamenti, di cui quattromila della opposizione e tremila da parte dei gruppi della maggioranza, è ben difficile poi ottenere un iter ordinato e minimamente approfondito delle proposte di modifica. Anche il numero degli emendamenti segnalati per l'esame in Commissione dai vari gruppi ha raggiunto la cifra di ben novecento proposte emendative. Con questi numeri, mai raggiunti in precedenza, i difetti delle regole che governano la sessione di bilancio - rilevate da più parti negli anni scorsi - si sono trasformati in patologie.

Faccio rilevare come negli anni scorsi il Governo presentava emendamenti marginali in Commissione per poi riscrivere quasi daccapo la legge finanziaria con i maxiemendamenti in Assemblea. Ora, dobbiamo dare atto al Governo di aver già depositato in Commissione emendamenti importanti e significativi, come quelli relativi all'articolo 53 sui tagli delle spese dei Ministeri, sul TFR, sull'IRPEF, sul patto di stabilità interno, sui contratti del pubblico impiego.

Più che rimpallarsi le responsabilità, che pure ci sono, tra Governo e Parlamento, tra opposizione e maggioranza, servirebbe un impegno comune per avviare da gennaio in poi - e con una certa urgenza -, una modifica condivisa della sessione di bilancio. So bene che i tentativi, anche nel recente passato, non sono mancati. Segnalo soltanto che abbiamo raggiunto un punto critico di non ritorno che rischia di vanificare nei fatti una corretta dialettica su questo terreno tra Esecutivo e Parlamento. Non è un caso che il Governo di centrodestra, nella scorsa legislatura, pur godendo di una confortevole maggioranza, sia ricorso alla fiducia per approvare le ultime leggi finanziarie relative al 2004, 2005 e 2006.

Una delle questioni affrontate in Commissione riguarda gli enti territoriali. Nella disciplina per il patto di stabilità interno delle regioni, la legge finanziaria prevede ancora per il 2007 un'evoluzione controllata della spesa. I vincoli alla spesa corrente in conto capitale, disposti nella precedente legislatura, saranno quindi progressivamente superati per giungere all'individuazione dell'obiettivo per il patto di stabilità definito in termini di disavanzo.

Per il patto di stabilità interno degli enti locali sono state introdotte modifiche all'articolo 74 che raccolgono significative istanze degli stessi, riducendo il peso della manovra a loro carico. A proposito dei rapporti tra Esecutivo ed enti locali, si apre un capitolo molto complesso ed una sorta di commedia degli equivoci: dichiarazioni che continuano a susseguirsi e difficoltà a capire dove sia il punto reale dell'intesa. Mi auguro che l'evolversi del confronto anche parlamentare del dibattito porti ad un chiarimento definitivo, perché è del tutto evidente che un accordo pieno con il sistema degli enti locali si presenta - anche per lo sforzo che questa legga finanziaria prevede - quanto mai essenziale.

La Commissione ha poi approvato significative misure di intervento a sostegno dei piccoli comuni.

Come ho già sottolineato, la crescita è l'obiettivo centrale della manovra di bilancio. Le misure per lo sviluppo si basano, oltre che sul taglio del cuneo fiscale - la misura, a regime, comporta una riduzione di 3 punti percentuali del costo del lavoro - e sul piano Bersani, anche sul credito di imposta per spese di investimento e per spese di ricerca e sviluppo. Ripartono gli investimenti infrastrutturali. Nel quinquennio 2001-2005 la quota della spesa in conto capitale è stata mediamente del 4 per cento per il 2007. Il disegno di legge finanziaria destina agli investimenti risorse in misura tale che la quota della spesa pubblica in conto capitale raggiunga il 4,6 per cento del PIL. Risorse per 7 miliardi per il 2007, e per 19 miliardi di euro nel triennio, sono destinate al fondo per la competitività e lo sviluppo, al fondo per le aree sottoutilizzate (FAS), al fondo per la ricerca industriale e di base, ad infrastrutture, alle reti ferroviarie e stradali e al Mezzogiorno. Misure specifiche sono previste per il turismo, la cultura, l'agricoltura, l'ambiente, i fondi per l'occupazione e le politiche sociali, la famiglia (asili nido e anziani), le donne, le politiche abitative, il diritto allo studio e la cooperazione internazionale. Noi veniamo da un lustro sconfortante, in questo senso. Infatti, le risorse per investimenti, infrastrutture, innovazione e ricerca, servizi essenziali quali strade e ferrovie, per la cultura, l'ambiente e la difesa del suolo, il turismo e tanti altri comparti non hanno fatto altro che ridursi costantemente, sino a livelli insostenibili con la manovra per il 2006.

Nel disegno di legge finanziaria è confluito anche il contenuto del cosiddetto «progetto industria 2015» per il rilancio del settore industriale italiano e per il recupero di competitività nei confronti dei partner europei ed internazionali. Tre le direttrici degli interventi: per la competitività, per la crisi d'impresa e in materia di brevetti.

Inoltre, si istituisce il fondo per la finanza d'impresa, con un finanziamento iniziale di 600 milioni di euro, per facilitare l'accesso al credito e la partecipazione al capitale di rischio da parte delle piccole e medie imprese.

Le modifiche intervenute in Commissione bilancio hanno introdotto interventi in favore del made in Italy. Una ulteriore attenzione, nel corso dell'esame parlamentare del disegno di legge finanziaria, dovrà essere rivolta al mondo dell'artigianato. Su tale argomento, il confronto con il Governo e le associazioni di categoria è aperto.

Il Mezzogiorno è al centro di una nuova iniziativa di rilancio degli investimenti e dell'occupazione. Già si è detto della differenziazione territoriale nella riduzione del cosiddetto cuneo fiscale. Un ulteriore incentivo è previsto, sempre in deduzione dalla base imponibile IRAP, per l'assunzione di lavoratrici, dal momento che il Mezzogiorno presenta tassi di occupazione femminile tra i più bassi d'Europa. Inoltre, si reintroduce un credito di imposta automatico per gli investimenti. Il fondo aree sottoutilizzate è incrementato di 63 miliardi di euro, tra il 2007 e il 2015, per la realizzazione di interventi di politica regionale per il periodo di programmazione 2007-2013. Ciò consente di incrementare la percentuale di risorse destinate allo sviluppo del Mezzogiorno, sul totale destinato all'intero territorio nazionale, dal 38,6 per cento - la media del periodo 2000-2005 - al 42 per cento per il periodo 2007-2011. Tra gli interventi più significativi per il Mezzogiorno occorre segnalare il fondo per le zone franche urbane, per il recupero urbano di aree e quartieri degradati nelle città del meridione. Credo che le immagini di queste ultime giornate, le cronache crude alle quali assistiamo in grandi metropoli del sud, dovrebbero convincere tutti della priorità e dell'esigenza di uno sforzo straordinario in questa direzione.

L'investimento sul capitale umano nel nostro paese rappresenta uno dei capitoli sui quali si comincia a percepire un'inversione di tendenza rispetto al recente passato.

Per la ricerca nel suo complesso sono previsti 2 miliardi di euro nel triennio. Oltre al credito di imposta per le imprese, il disegno di legge finanziaria prevede la nascita del fondo per gli investimenti in ricerca scientifica e tecnologica che riunisce in un fondo unico i precedenti quattro fondi esistenti presso il Ministero e per il quale sono previsti fondi aggiuntivi pari a 960 milioni di euro nel triennio. A queste somme si aggiungono i fondi CIPE e i fondi precedenti pari a 200 milioni di euro per il 2007. Sono stanziati 140 milioni di euro per un piano straordinario triennale di assunzione dei ricercatori stimato in 2 mila unità. Altre risorse sono previste per stabilizzare i ricercatori precari degli enti di ricerca.

Per la scuola è prevista un'assunzione dei lavoratori precari, di cui 150 mila nuovi docenti e 20 mila ATA (amministrativi, tecnici e ausiliari) in tre anni, dal 2007 al 2009.

 

PRESIDENTE. Onorevole Ventura, le ricordo che anche i tempi riservati ai relatori per la discussione congiunta sulle linee generali sono contingentati...

 

MICHELE VENTURA, Relatore sul disegno di legge n. 1746-bis. Allora, mi avvio a concludere molto rapidamente e chiedo fin d'ora alla Presidenza di autorizzare la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo integrale della mia ampia relazione.

L'obbligo scolastico a decorrere dall'anno scolastico 2007 verrà elevato a 16 anni con l'istituzione di un biennio unitario.

Vi sono, poi, misure che riguardano le infrastrutture. Vi è una parte molto ampia, descritta nella relazione, per quanto riguarda la riforma dell'IRPEF.

Se me lo consente, signor Presidente, vorrei dire che, rispetto alla complessità di questa manovra finanziaria, tutti i partiti di maggioranza e di opposizione, nonché le rappresentanze delle forze produttive e sociali, sono chiamati a dare al nostro paese risposte al di sopra dei particolarismi e corporativismi esasperati. C'è bisogno di tornare a ragionare in termini di interesse generale. Nel disegno di legge finanziaria che ci accingiamo a discutere non vi è soltanto il grande e difficile sforzo compiuto ai fini del risanamento; vi è una strategia di lungo periodo. È una strategia aperta, che non pretende di dare tutte le risposte. Vi è la disponibilità ad un confronto e ad un dibattito ampio anche con chi pensa che diverse soluzioni potrebbero essere date rispetto a quelle da noi proposte. È qualcosa, però, che era necessario fare ed a cui non eravamo più avvezzi da qualche anno; ma contempla la parte più alta della politica. Si insegue, spesso, un consenso immediato, altrettanto spesso a scapito degli interessi del paese e del suo futuro. La dignità di una classe politica risiede nella sua lungimiranza e nella sua capacità di compiere scelte improrogabili per la salvaguardia del paese in nome di frutti futuri (Applausi dei deputati dei gruppi L'Ulivo e Rifondazione Comunista-Sinistra Europea - Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Ventura. La Presidenza autorizza sulla base dei criteri costantemente seguiti, la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo integrale della relazione.

(omissis)

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

 

VINCENZO VISCO, Viceministro dell'economia e delle finanze. Signor Presidente, mi riservo di intervenire in sede di replica.

 

PRESIDENTE. Sta bene.

È iscritto a parlare è l'onorevole Berruti. Ne ha facoltà.

 

MASSIMO MARIA BERRUTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la manovra finanziaria per il 2007 è stata, come risaputo, frazionata in quattro provvedimenti: il decreto-legge Visco-Bersani, approvato la scorsa estate, il decreto-legge n. 262 del 2006, approvato il mese scorso, il disegno di legge in esame e quello sul riordino del sistema tributario, che ha appena iniziato il suo cammino parlamentare.

Si potrebbe pensare che questa suddivisione sia stata determinata da esigenze sistematiche, ma crediamo che non sia così, perché gli stessi temi si trovano disseminati nei vari provvedimenti senza una ragione, almeno apparente. Allora, dovremmo ritenere che l'adozione di due decreti-legge sia stata imposta dall'urgenza di mettere in ordine i conti pubblici, ma anche questa ipotesi è infondata, perché l'ISTAT ha fatto sapere che il deficit pubblico è sceso al 2,9 per cento nel primo semestre di quest'anno. Non ci resta che constatare, quindi, che vi è stata una scelta tecnica, fosse diversiva, per impedire un'esatta ricostruzione dello scenario che attende i cittadini nel prossimo anno e negli anni successivi. Ma con pazienza, il mosaico, in qualche maniera, è stato ricostruito e, quindi, nel commentare il disegno di legge in esame, credo sia necessario rifarsi a pezzi di norme disseminate qua e là, artatamente - non abbiatevene a male -, in varie direzioni.

Giorni addietro, e solo da fonti giornalistiche, apprendevamo che l'ammontare della manovra era in continua variazione nell'ordine di milioni, se non di miliardi, di euro, secondo l'interlocutore del momento. Oggi, l'ultimo riscontro ci parla addirittura di 40 e più miliardi di euro. Ciò impone di spostare l'attenzione soprattutto su quelle parti della manovra di finanza pubblica che riguardano le entrate, poiché non si comprende la ragione per cui venga richiesto un sacrificio tanto grave ai cittadini italiani.

A mio parere, inoltre, vi è un secondo motivo per soffermarsi su tale aspetto, costituito dall'irrazionalità di alcune norme, poiché esse fanno ritenere che siano state gettate le basi per futuri aumenti della pressione fiscale; si tratterebbe, peraltro, di inasprimenti tributari sottratti al controllo parlamentare. Se ciò fosse dimostrato, sarebbe un fatto gravissimo.

In quest'ottica, appare quasi irrilevante soffermarsi analiticamente sugli aspetti relativi alle modifiche delle «curve» delle aliquote tributarie, del sistema delle detrazioni e delle deduzioni e via dicendo. Credo, infatti - e tutti, oggi, lo hanno ben chiaro -, che non vi sia angolo del paese in cui il problema non sia stato discusso e la manovra finanziaria sia stata coralmente disapprovata, a causa dell'aumento della pressione fiscale anche nei confronti di categorie che sicuramente non beneficiano di redditi significativi, nonché della irrazionalità della distribuzione del maggior carico fiscale.

È stato affermato da più parti, anche autorevoli, che la filosofia alla base del provvedimento mira interamente alla redistribuzione dei redditi. Diverse simulazioni hanno consentito di dimostrare che l'effetto redistributivo penalizza i lavoratori autonomi e le famiglie senza figli e favorisce, invece, i lavoratori dipendenti e le famiglie con figli a carico. Tutto ciò avviene in dimensioni assai modeste, perché, nelle ipotesi migliori (che sono, tuttavia, anche le più rare) il beneficio resta confinato all'1 per cento del reddito prodotto.

In conclusione, l'incremento della pressione fiscale, anche sui redditi modesti, non giustifica il tanto decantato effetto redistributivo, il quale, nella migliore delle ipotesi, porterà nelle tasche dei cittadini più poveri una decina di euro in più al mese: è di questo che stiamo parlando!

Detto ciò sugli aspetti della manovra economico-finanziaria che hanno avuto maggiore risonanza, a causa della loro evidenza, è utile passare all'esame di quella parte della manovra che riteniamo più insidiosa, perché produce, a nostro parere, effetti non immediatamente percepibili dai contribuenti.

Emblematica, secondo noi, risulta essere la modifica della disciplina relativa agli studi di settore. Vedete, colleghi, con l'articolo 5 del disegno di legge finanziaria per il 2007 si «debutta» riducendo i termini di revisione degli studi di settore da quattro a tre anni. In tale articolo, inoltre, sono recate indicazioni volte a tener conto, nella fase di revisione, non solo di dati e di statistiche ufficiali, ma, ahimè, anche di indicatori di coerenza.

La domanda che ci poniamo, tuttavia, è la seguente: da chi dovranno essere elaborati tali indicatori di coerenza e sulla base di quali criteri? Onorevoli colleghi, non ho rinvenuto tale aspetto nella normativa; è possibile che abbia sbagliato, ma vorrei che qualcuno me lo dicesse.

Il processo di insinuazione della massima discrezionalità dell'Esecutivo - a nostro avviso, per aumentare il reddito imponibile a proprio piacimento - si delinea ancora di più grazie alla previsione di utilizzare indicatori di normalità economica fino alla elaborazione ed alla revisione degli studi di settore. Si tratta di indicatori che sono approvati - chiedo la vostra attenzione, colleghi! - escludendo espressamente il parere della commissione di esperti, la quale, contemplando la presenza delle categorie interessate, concorre, per legge, alla validazione delle proposte di nuovi studi, nonché delle modifiche di quelli esistenti, presentati dall'amministrazione finanziaria.

Insomma, se non fosse ancora chiaro, onorevoli colleghi, vorrei evidenziare che, in questo modo, si è apprestato uno strumento giuridico volto ad aumentare il gettito tributario a carico sia dei lavoratori autonomi, sia delle piccole e medie imprese lontano da occhi indiscreti e, soprattutto, senza che sia previsto alcun controllo democratico!

La trasformazione degli studi di settore in uno strumento di mero arbitrio ha origini anteriori al disegno di legge finanziaria in esame: per l'esattezza, risale al cosiddetto decreto Visco-Bersani. Ma come è possibile dimenticare che gli studi di settore furono concepiti quale ausilio orientativo dell'attività di accertamento degli uffici finanziari?

L'introduzione del sistema degli studi di settore era stata originata, infatti, dal concepimento di un sistema che doveva essere ausiliario ed orientativo dell'attività di accertamento degli organi dell'amministrazione finanziaria.

Questo significato era ben precisato nei commi 2 e 3 dell'articolo 10 della legge 8 maggio 1998, n. 146, che prevedeva la possibilità di effettuare accertamenti nei confronti di quei contribuenti in contabilità ordinaria che fossero risultati incongrui in due periodi di imposta su tre ed anche in contabilità ordinaria per opzione, in presenza di gravi irregolarità delle scritture contabili. Il fatto è che i suddetti commi sono stati abrogati ed ora è stata prevista la procedura di accertamento per effetto della incongruità anche per un solo periodo di imposta.

Queste modifiche, a nostro parere, hanno un significato ben preciso. Gli studi di settore perdono la funzione di strumento indiziario, per assumere invece la funzione ed il ruolo di presunzione legale. Spetterà così purtroppo al contribuente dimostrare l'inapplicabilità degli studi di settore al proprio caso, e voi immaginate con quali difficoltà di prova. Tuttavia, l'aspetto più preoccupante è che, medio tempore, per gli studi in essere e poi per gli studi che verranno successivamente, i risultati saranno influenzati da quelle elaborazioni prodotte dall'ammini­strazione finanziaria, senza alcun contraddittorio.

 

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE CARLO LEONI (ore 10)

 

MASSIMO MARIA BERRUTI. Si determina insomma una situazione molto grave, perché la pressione fiscale su alcune categorie diventerà una variabile indipendente, che sarà esclusivamente nelle mani dell'Esecutivo. È facile allora immaginare che si voglia giustificare tutto ciò con la lotta all'evasione fiscale e che vi sia la tentazione di respingere le critiche, tacciandole come tesi provenienti dai difensori dei peccatori, che saremmo noi, secondo una recente tesi di un nuovo - ma forse non autorizzato! - interprete delle leggi divine. Queste argomentazioni, se sostenute, andrebbero respinte come un maldestro tentativo per eludere un aspetto molto delicato. Con questi provvedimenti sono stati inaspriti gli obblighi contabili, le capacità di intrusione nell'anagrafe tributaria, dai conti bancari alle consistenze patrimoniali, gli oneri di comunicazione di dati e informazioni. Sono stati rafforzati anche gli obblighi relativi alle ricevute e agli scontrini fiscali.

Credo sia arrivato allora il momento di fare chiarezza sui criteri che l'amministrazione finanziaria intende seguire per orientare la propria azione di controllo, se cioè punti sugli accertamenti analitici ovvero su quelli presuntivi. I contribuenti hanno diritto di acquisire certezza sui controlli che devono legittimamente subire, perché non possono essere compressi da oneri di adempimento, la cosiddetta compliance, che possono poi risultare addirittura inutili, perché secondo inveterate abitudini tutti sappiamo che il fisco privilegia comunque il metodo che dà il risultato più alto.

È evidente quindi che tutta la manovra su questo argomento si poggia a nostro parere su una contraddizione. Infatti, se si rafforzano gli strumenti per l'accertamento analitico, non ha senso inasprire il regime delle presunzioni. Per essere ancora più espliciti, è razionale oggi mantenere i misuratori fiscali, se poi i ricavi vengono controllati con gli studi di settore? Al limite, allora, si potrebbe perfino dire che i misuratori fiscali potrebbero far prova contro l'amministrazione finanziaria?

Dunque, un eventuale appello alla lotta all'evasione fiscale, per ignorare le tematiche che sono state segnalate, risulta un'operazione di mera disinformazione, per dissimulare forse finalità assolutamente inquietanti! D'altra parte, non sfugge ad alcuno che la razionalizzazione del sistema significa anche porre con forza il tema della sua economicità, considerato che l'elaborazione degli studi di settore è molto complessa e che i relativi costi non sono assolutamente noti.

Gli studi di settore sono nati per affrontare quella realtà economica ove, in assenza di conflitto di interesse fra gli attori delle attività, le scritture contabili abbiano un'attendibilità ridotta.

Nessuno ha mai pensato che i soggetti di notevoli dimensioni, le grandi aziende, le grandi industrie...

 

PRESIDENTE. La invito a concludere.

 

MASSIMO MARIA BERRUTI. Ho tredici minuti a disposizione, signor Presidente.

 

PRESIDENTE. Infatti, siamo già al tredicesimo.

 

MASSIMO MARIA BERRUTI. Dicevo che nessuno ha mai pensato che le grandi aziende possano permettersi di utilizzare gli artifici ai quali possono ricorrere, invece, i contribuenti di minori dimensioni.

Concludo con un riferimento alla possibilità di procedere a nuove privatizzazioni (mi riferisco all'ANAS) con i criteri già utilizzati in passato. Per favore, basta!

Colleghi, provate ad indicare un solo motivo per sostenere - come fate voi della maggioranza, insieme al Presidente del Consiglio - che il provvedimento in esame è un provvedimento giusto. Provateci, ma il vostro sforzo sarà inutile, come noi riteniamo sia il disegno di legge finanziaria per il 2007. Grazie.

 

PRESIDENTE. Grazie a lei.

È iscritto a parlare il deputato Gioacchino Alfano. Ne ha facoltà.

 

GIOACCHINO ALFANO. Signor Presidente, il collega Berruti è riuscito ad evidenziare, in modo brillante, non soltanto il controsenso del disegno di legge finanziaria in esame, nel metodo e nel merito, ma anche la stessa incomprensibilità del merito stesso.

Stiamo ripetendo da giorni che i 217 articoli del disegno di legge hanno prodotto, da un lato, la presentazione di più di settemila emendamenti e, dall'altro, numerose manifestazioni, programmate, in questi giorni, anche in regioni che non sono sicuramente di centrodestra (ad esempio, in Umbria ed in Toscana).

Paradossalmente, nonostante il provvedimento sia tanto corposo, le proteste riguardano ciò che in esso manca. Nei pochi minuti di cui dispongo, cercherò di rimarcare un rischio che è stato già posto in risalto. Questo strumento di intervento dello Stato italiano sta diventando inefficace: contiene troppe misure, non risolve alcun problema e fa nascere nei cittadini aspettative che è impossibile realizzare. Alla fine, i disegni di legge finanziaria contengono soltanto norme restrittive e creano sfiducia in chi deve fare i conti con le limitazioni che da essi derivano. Si pensi ai precari, al settore della sicurezza, all'università, alla sanità, al trasporto locale, alla scuola: in ogni settore, senza un criterio logico e comprensibile, il disegno di legge finanziaria interviene addirittura disciplinando dettagli che dovrebbero essere oggetto di disposizioni specifiche (si va dalla tenuta dei registri matricola e paga al procedimento di rilascio del documento unico di regolarità contributiva, alle graduatorie permanenti nella scuola; il collega Berruti ha fatto riferimento ai misuratori fiscali ed agli scontrini fiscali). Con ciò voglio dire che la valutazione del disegno di legge finanziaria è critica perché esso crea troppa sfiducia in chi deve applicarne le disposizioni.

Cosa avremmo voluto leggere nel disegno di legge finanziaria? Ad esempio, nulla si dice a proposito di un tema fondamentale: il completamento delle opere pubbliche (tema che le precedenti finanziarie, invece, hanno affrontato). Alcune opere pubbliche, indispensabili per l'economia del nostro paese e per la vivibilità, si trovano all'ultimo stadio di realizzazione: per consentirne la fruizione da parte dei cittadini manca, in qualche caso, uno stanziamento di pochi milioni di euro. Ve n'è una, in particolare, nata, nel 1968, come opera viaria per l'emergenza Vesuvio: amministrazioni locali come quelle di Sant'Antonio Abate, Scafati ed Angri protestano da tempo perché l'ultimo tratto, fondamentale per l'emergenza Vesuvio, non viene ultimato per mancanza di risorse. L'esempio corrobora quanto ho già detto in apertura del mio intervento: ci lamentiamo per quello che manca. Non riusciamo a giustificare, davanti ai sindaci di quei territori, come mai in un disegno di legge finanziaria così eterogeneo (ed incongruente) manchi il finanziamento per l'ultimazione di un'opera quasi completata!

La precedente valutazione dà l'idea delle motivazioni che sono alla base della nostra posizione e che ci hanno indotto a presentare moltissimi emendamenti. Al riguardo, io sostengo che il numero degli emendamenti è proporzionale alle materie trattate con 217 articoli ed è quindi normale. Anzi, giustifico anche l'atteggiamento della maggioranza, la quale ha cercato di dare il suo contributo (non dimentichiamo, infatti, che il Parlamento interviene sui documenti presentati dal Governo).

Ho sentito più volte una critica riferita alle leggi finanziarie del precedente Governo. A tale proposito, ricordo ai colleghi che il presidente della Casa delle libertà, nella precedente legislatura, aveva già lanciato un monito in occasione dell'approvazione del disegno di legge finanziaria del 2004: egli invitava il Governo a tenere conto dei principi del disegno di legge finanziaria. Ancora prima, le Commissioni bilancio della Camera e del Senato avevano approvato, il 4 giugno 2002, due risoluzioni che ponevano in risalto il rischio già segnalato.

Il Governo precedente cioè aveva dichiarato la sua preoccupazione per quello che stava diventando, in termini peggiorativi, l'utilizzo dello strumento della finanziaria. Perché faccio questo riferimento? Perché voi, che state predisponendo questa finanziaria, avete fatto riferimento all'ultima finanziaria approvata dal Governo di centrodestra; così, intendete giustificare l'eventuale ricorso alla posizione della questione di fiducia sia ricordandoci che anche noi ponemmo in quell'occasione la fiducia sia perché le materie e le questioni da trattare sono tante. Tuttavia, voi non dovete confondere la prima finanziaria approvata da un Governo appena in carica con l'ultima o le ultime finanziarie approvate dallo stesso esecutivo. A mio avviso, è opportuno distinguere il periodo iniziale di Governo, momento in cui si ha maggior coraggio nel proporre politiche anche di rigore, rispetto a periodi, per così dire, elettorali.

Un altro elemento che sfugge a molti colleghi è quello di valutare il disegno di legge finanziaria oltre che per il suo contenuto anche per la fase in cui esso viene esaminato, cioè se l'esame si svolge in prima o in seconda o in terza lettura. Difatti, come sappiamo, una cosa è l'esame del disegno di legge finanziaria in prima lettura, dove evidentemente c'è maggiore spazio per apportare modifiche, altra cosa è l'esame in seconda lettura per le ovvie difficoltà, una volta modificato il provvedimento, a rimandarlo all'altro ramo del Parlamento. Pertanto, dobbiamo fare il paragone fra questa finanziaria, in prima lettura alla Camera, e la prima finanziaria del Governo di centrodestra che la esaminò in questa sede in seconda lettura e, conseguentemente, con maggiori difficoltà nell'approvarla. In quel caso, lo ricordo, nonostante il disegno di legge finanziaria fosse esaminato in seconda lettura, non fu posta la questione di fiducia. La preoccupazione nasce, a sua volta, da una dichiarazione contenente una preoccupazione, fatta in quel periodo. Noi siamo d'accordo nel dire che non bisogna svegliarsi all'improvviso e pensare che voi avete sbagliato un iter che fino allo scorso anno era perfetto, ma quella preoccupazione, manifestata in quel periodo, ha condotto ad una situazione odierna gravissima che va ben oltre quella preoccupazione.

Desidero ora fare riferimento ad un tema che si interseca in maniera indiretta con l'esame del disegno di legge finanziaria. Faccio riferimento alla riforma elettorale. Voi avete fatto predisporre il documento più importante del Governo, cioè la finanziaria, ad un ministro non politico, ma tecnico. È un ministro tecnico che, però, fa valutazioni politiche, tant'è che ha sostenuto che i guasti delle leggi finanziarie che hanno condizionato i conti dello Stato sono iniziati dall'ultima finanziaria approvata dal Governo di centrodestra. Da qui emerge, a mio avviso, un controsenso. Nel momento in cui si chiede ai parlamentari un rapporto diretto con il territorio, magari attraverso un sistema elettorale diverso, probabilmente basato su preferenze, poi, nello strumento più importante elaborato dal Governo, la legge finanziaria, con il quale si cerca di risolvere i problemi dei territori, i parlamentari si trovano di fronte ad un provvedimento complesso, in parte blindato, che va contro le esigenze manifestate dai territori stessi. Conseguentemente, comprendo i numerosi emendamenti presentati anche dai colleghi del centrosinistra. Di fronte ad uno strumento che dovrebbe tendere a migliorare i conti dello Stato, e che contiene tutta una serie di norme non aventi però una logica oggettiva, i sindaci e gli amministratori locali si sentono autorizzati a chiedere perché alcune norme da loro ritenute importanti non sono contenute nella legge finanziaria.

Ebbene, nei confronti della finanziaria non solo abbiamo assunto una posizione critica per ciò che essa prevede e per gli effetti che con essa si vogliono ottenere, ma incontriamo anche difficoltà a giustificare agli amministratori locali perché in questo provvedimento essi non trovano le risposte che considerano indispensabili.

Il relatore al disegno di legge finanziaria ha svolto un lavoro egregio in Commissione. Apprezzo le valutazioni che sono state fin qui espresse in termini generali, però non bisogna dimenticare le finalità che tendono a perseguire i pochi emendamenti approvati in Commissione. Noi non dobbiamo considerare questa discussione come un dibattito su questioni macro-economiche e sulla tenuta del bilancio dello Stato. Questa mattina, ad esempio, leggevo l'articolo 36 del provvedimento che reca come titolo: misure per la realizzazione del centro polifunzionale della Polizia di Stato di Napoli. Si prevede poi una proroga del termine in materia di realizzazione di immobili per l'edilizia universitaria da parte degli enti previdenziali.

La prima modifica che incontrate sul testo licenziato dalla Commissione e all'esame dell'Assemblea, è lo stralcio di una questione attualissima, che sono convinto verrà inserita nel maxiemendamento. Comprendo la difficoltà e condivido in parte le valutazioni svolte dal relatore, ma devo evidenziare il metodo utilizzato che mette in imbarazzo tutti coloro che devono rendere conto ai territori di ciò che si intende fare.

Se è vero - e concludo, Presidente - che Bruxelles ha dato un parere favorevole alla manovra, stabilendo il principio del rigore, è anche vero che in Europa abbiamo letto una classifica dei ministri europei. Io - devo dire la verità - non sono d'accordo nel dire che il nostro ministro sia il peggiore d'Europa. Anzi, da questo punto di vista, ho qualche dubbio: non posso dire che sia il peggiore ministro d'Europa, ma sicuramente è tra i peggiori d'Italia.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Miglioli. Ne ha facoltà.

 

IVANO MIGLIOLI. Presidente, rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, nel documento di programmazione economico-finanziaria, approvato nel luglio scorso, gli obiettivi strategici per il paese erano tre: risanamento dei conti pubblici, ripresa economica, equità sociale.

Per quanto riguarda il risanamento, non possiamo evidentemente prescindere dalla pesantissima eredità lasciata al paese dal Governo Berlusconi-Tremonti: un rapporto deficit-PIL ormai prossimo al 5 per cento; una drammatica mancanza di risorse per le grandi opere infrastrutturali, di cui il paese ha bisogno come il pane, a partire dai collegamenti stradali e ferroviari; una situazione finanziaria complessiva disastrosa con un buco di bilancio, questo sì, vero. Insomma, tanta polvere nascosta sotto il tappeto che oggi noi abbiamo il dovere di spazzare via! Per questo - e non c'è da stupirsene - la manovra per il prossimo anno è di dimensioni elevate: ammonta a quasi 35 miliardi, pari al 2,3 per cento del PIL ed opera una correzione strutturale dei conti pubblici. L'indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni va sotto il 3 per cento nel 2007; l'avanzo primario, diventato disavanzo nel 2006, torna positivo; il volume globale del debito ricomincia a scendere fino al di sotto del 100 per cento nel 2011. Non vi è dunque da stupirsi se la comunità internazionale approva la manovra. Ma il risanamento avviato dal Governo già con la «manovrina» di luglio non risponde solo all'esigenza di rispettare i parametri europei e di riportare il deficit sotto il 3 per cento. Il risanamento ha già in sé i requisiti della ripresa, costituisce la condizione necessaria per il rilancio dell'economia, in coerenza con quanto dichiarato a più riprese dal Presidente del Consiglio: no alla politica dei due tempi, risanamento e sviluppo devono procedere assieme. E qui veniamo al secondo obiettivo strategico della manovra, quello dello sviluppo.

Il paese esce da cinque anni di stagnazione con un incremento del prodotto interno lordo prossimo allo zero, che non si spiega solo con l'andamento generale dell'economia mondiale, perché comunque l'Italia è stata il paese che in questi cinque anni di Governo di centrodestra ha avuto le peggiori performance in Europa.

Il 2006 segna un'inversione di tendenza nell'economia del paese: si tratta dunque di sostenere la ripresa con provvedimenti non occasionali, ma strutturali, di lunga lena, che facciano sentire i loro effetti anche negli anni a venire; la misura di maggior rilievo da questo punto di vista è l'immediata e forte riduzione del cuneo fiscale contributivo sul lavoro. Possiamo dire, senza timore di essere smentiti, che le aziende italiane non hanno mai avuto così tanto: 5 punti in meno in un breve lasso di tempo, tre a favore delle imprese, due a favore dei lavoratori, pari a oltre 6 miliardi di euro. Si tratta oltretutto di una misura selettiva perché riguarda solo i rapporti di lavoro a tempo determinato e contribuisce a combattere la precarietà, rendendo meno conveniente i rapporti di lavoro instabili.

Passiamo al terzo punto, non meno importante, quello dell'equità: un obiettivo perseguito attraverso la rimodulazione delle aliquote fiscali e di altri interventi in campo sociale a favore delle fasce più deboli della popolazione, in particolare pensionati, lavoratori a reddito medio-basso, famiglie con figli.

Mi preme sottolineare a questo proposito come i dati sulla povertà, tratti dall'ultima indagine ISTAT confermino che in Italia nel 2005 le famiglie in condizioni di povertà relativa sono 2 milioni 580 mila, quasi 7 milioni e mezzo di persone.

Dunque, vi è davvero bisogno di non fare parti troppo uguali fra diseguali, per parafrasare una celebre formula di Ermanno Gorrieri in materia di fisco.

Con la proposta di riforma dell'imposta sui redditi e gli assegni familiari, il disegno di legge finanziaria realizza, con effetti ovviamente differenziati a seconda delle tipologie delle famiglie, un moderato, ma importante effetto redistributivo: circa 16 milioni di famiglie beneficeranno dei provvedimenti. Rientrano a pieno titolo nell'azione del Governo per una maggiore equità sociale le misure volte a combattere l'evasione e l'elusione fiscale.

Terminata la stagione dei condoni è ora di trasmettere al paese un messaggio tanto semplice quanto efficace: se tutti pagano le tasse tutti pagheranno meno tasse, perché l'obiettivo del Governo non è quello di far piangere i ricchi, ma di creare le condizioni perché tutti gli italiani possano, non dico fare salti di gioia, ma almeno guardare al futuro con più fiducia (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo)!

 

PRESIDENTE. Constato l'assenza del deputato Leo, iscritto a parlare: s'intende che vi abbia rinunziato.

È iscritto a parlare il deputato Ricci. Ne ha facoltà.

 

ANDREA RICCI. Signor Presidente, la manovra 2007 per dimensioni e complessità ha pochi precedenti nella storia del nostro paese. Ciò è sicuramente il frutto di un'eredità disastrosa che ci ha lasciato il Governo Berlusconi; è un'eredità che si è fondata su un peggioramento strutturale dei saldi di finanza pubblica che ha portato il rapporto deficit-PIL nel nostro paese a sforare il tetto del 3 per cento per quattro anni consecutivi e che, nel 2006, ha prodotto, per la prima volta da un decennio, un aumento anche del debito pubblico.

In secondo luogo, questa eredità è stata aggravata da un blocco pressoché completo delle risorse destinate agli investimenti pubblici che ha condizionato in maniera fortemente negativa lo sviluppo economico del paese.

Il terzo aspetto di questa eredità disastrosa è rappresentato dall'accentu­azione degli aspetti socialmente regressivi della politica di bilancio del precedente Governo sia sul fronte delle entrate, attraverso una politica di continui e reiterati condoni fiscali che hanno premiato l'evasione e attraverso anche una riforma del sistema fiscale che ha ridimensionato fortemente il carattere di progressività, sia sul fronte delle spese, grazie ad un attacco continuo alle strutture portanti dello Stato sociale del nostro paese.

Da qui è nata la necessità di intervenire sin da subito ed in modo simultaneo da parte del nuovo Governo e della nuova maggioranza sui tre fronti del risanamento, dell'equità e dello sviluppo che costituiscono il cardine del programma dell'Unione.

Come è noto, sul primo dei tre fronti, quello del risanamento finanziario, Rifondazione Comunista aveva proposto una strategia di rientro più graduale e sostenibile per minimizzare gli effetti recessivi dell'operazione di rientro. Questa proposta, tuttavia, è stata scartata dal Governo, in nome di un'adesione, che noi giudichiamo acritica, ai vincoli imposti dal trattato di Maastricht e dal patto di stabilità e crescita europeo.

A quel punto, è diventato, per noi forza di maggioranza, determinante, ai fini della espressione di un nostro convinto sostegno al complesso della manovra, l'aspetto dell'equità nella composizione della manovra che si annunciava così pesante. In questo senso, noi riteniamo che la finanziaria che è oggetto della nostra discussione a partire da oggi abbia corretto significativamente l'impostazione contenuta nel documento di programmazione economico-finanziaria che il Governo ha varato nel mese di luglio e che aveva suscitato da parte nostra perplessità e critiche.

Infatti, l'enfasi rispetto a quel documento si è spostata dalla riduzione della spesa pubblica, che avrebbe inevitabilmente comportato un ulteriore indebolimento del sistema di welfare e di protezione sociale nel nostro paese, alla ricerca di nuove fonti di entrata. Infatti, l'anomalia italiana rispetto al resto dell'Unione europea non è quella di avere un alto livello di spesa pubblica - in particolare nel settore della spesa sociale -, ma, al contrario, quella di avere un ridotto livello di entrate fiscali in rapporto al prodotto interno lordo rispetto a quanto accade negli altri principali paesi europei. Allora, di fronte a questa situazione, era necessario ed inevitabile che le maggiori entrate dovessero essere reperite laddove in tutti questi anni si sono nascosti privilegi e distorsioni, in modo da riequilibrare una distribuzione del carico fiscale che, fino ad oggi, ha penalizzato il lavoro e la produzione. Da questo punto di vista, le misure fiscali contenute nella manovra finanziaria - sia nella legge finanziaria, sia nel decreto-legge già approvato da quest'Assemblea sia nella legge delega collegata alla finanziaria - vanno in questa direzione.

In primo luogo, apprezziamo un intervento per la prima volta serio e significativo sul fronte della lotta all'evasione e all'elusione fiscale, che segue ad interventi già compiuti e realizzati con il decreto-legge cosiddetto Bersani-Visco approvato nello scorso mese di luglio. Lo scandalo dell'evasione e dell'elusione fiscale nel nostro paese ha proporzioni gigantesche. Questi sono soltanto primi e parziali interventi all'interno di un'operazione strategica che dovrà proseguire lungo l'intero corso della legislatura per far ritornare il nostro paese ad avere livelli di civiltà fiscale paragonabili a quelli dei paesi più evoluti.

In secondo luogo, apprezziamo l'aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, derivanti dal possesso di titoli e di azioni e dai guadagni di Borsa, contenuto nella legge delega presentata dal Governo in questo Parlamento. Tuttavia, chiediamo al Governo di continuare a considerare la legge delega sulla tassazione delle rendite finanziarie come una parte integrante e costitutiva della manovra finanziaria per il 2007 e avvertiamo che consideriamo politicamente decisivo questo aspetto per un giudizio integrale sul complesso della manovra varata.

In terzo luogo, viene reintrodotta l'imposta di successione, una forma, per quanto parziale e limitata, di tassazione dei grandi patrimoni, che consente di reintrodurre, sia pure marginalmente, una forma di redistribuzione della ricchezza accumulata. Infine, la manovra sull'IRPEF ha indubbiamente prodotto un'accentuazione degli elementi di progressività dell'imposizione personale sul reddito così gravemente deteriorato dalla politica fiscale del precedente Governo. A questo proposito, riteniamo che l'emendamento presentato dal Governo in Commissione bilancio sia positivo e ascriviamo anche alla nostra azione questo risultato. Infatti, tale emendamento consente di chiarire definitivamente che, al di sotto di una soglia collocabile intorno ai 40 mila euro di reddito lordo annuo di un lavoratore dipendente, la riforma dell'IRPEF produrrà benefici non soltanto per coloro che hanno una famiglia numerosa, ma anche per quei lavoratori e quelle lavoratrici dipendenti che vivono da soli e non hanno carichi familiari.

Infine, un'altra componente non fiscale delle entrate è costituita dall'operazione sul TFR. Noi riteniamo che questa operazione sia sensata, perché costituisce l'eliminazione di un ingiustificato vantaggio per le imprese, goduto nel corso di tanti decenni. Inoltre, la forma attraverso cui viene utilizzato il TFR allude, sia pure in misura limitata, ad una socializzazione dell'investimento, perché quelle risorse, che appartengono ai lavoratori, vengono utilizzate non per finanziare investimenti privati, ma per finanziare investimenti pubblici. Dico ai colleghi del centrodestra di non spaventarsi, perché non si tratta di Marx, ma di Keynes e delle prospettive economiche dei nostri nipoti.

Il nostro giudizio sulla parte fiscale e di reperimento delle risorse contenuta nella manovra è, quindi, complessivamente positivo, anche se essa dovrà trovare ulteriori modifiche nel corso del dibattito parlamentare.

Più articolato, invece, è il giudizio sul fronte degli interventi sulla spesa e sull'impiego delle risorse. Infatti, riteniamo che, accanto ad elementi indubbiamente positivi sul piano della protezione sociale - mi riferisco all'istituzione, per la prima volta, di un fondo per i non autosufficienti, all'aumento delle risorse destinate agli asili nido e all'istituzione, culturalmente importante, di un fondo per l'inclusione sociale degli immigrati -, permangano, tuttavia, alcuni punti di criticità e di perplessità da parte nostra, sui quali chiediamo che il Parlamento effettui una modificazione del testo presentato dal Governo.

In primo luogo, c'è il grande problema della precarietà del lavoro. Noi pensiamo che occorra cogliere, con spirito positivo e costruttivo, il messaggio della grande manifestazione dei lavoratori precari che si è svolta sabato scorso.

Da questo punto di vista, trovo curiosa e rivelatrice, tuttavia, la concezione della democrazia che viene espressa dalle forze del centrodestra e, per la verità, anche da parte di alcune componenti della maggioranza. Infatti, quando manifestano poche centinaia di liberi professionisti o di imprenditori, emerge un coro di grande attenzione, che inonda le prime pagine dei giornali e della grande stampa. Se, invece, sfilano 250 mila lavoratori precari, che costituiscono anch'essi l'ossatura del sistema economico e produttivo del nostro paese, si grida allo scandalo e alla strumentalizzazione politica e si rifiuta di cogliere il messaggio di giustizia sociale e di tutela dei diritti del lavoro che da questa parte della società proviene.

 

MASSIMO MARIA BERRUTI. Infatti, li mandate tutti a casa!

 

ANDREA RICCI. Noi crediamo che già nella finanziaria occorra inserire provvedimenti tesi all'estensione dei diritti dei lavoratori precari, in particolare in materia di diritto alla malattia, alla maternità e all'accesso ad alcuni ammortizzatori sociali indispensabili per dare tranquillità di vita a questa parte del mondo del lavoro, nonché modificazioni tese ad incrementare i progetti di stabilizzazione del lavoro precario nella scuola e nella pubblica amministrazione, che pure già sono contenuti in maniera significativa nella legge finanziaria.

Un secondo fronte sul quale riteniamo importante che il Parlamento intervenga rispetto al testo presentato dal Governo, è quello relativo alla sanità. Sulla sanità, è stata realizzata un'operazione importante, incrementan­do il finanziamento statale al sistema sanitario delle regioni e invertendo, quindi, la tendenza verso i tagli pesanti che il precedente Governo ha imposto al sistema regionale.

Tuttavia, rimane un elemento negativo che deve essere affrontato e modificato: l'introduzione dei ticket sia per il pronto soccorso che per la diagnostica. Il meccanismo dei ticket è un odioso strumento di selezione delle prestazioni sanitarie offerte dal servizio pubblico, perché scarica sul più debole, sul cittadino malato nel momento del bisogno, l'inefficienza complessiva del sistema sanitario, che non è in grado di selezionare con la dovuta cura l'appropriatezza delle prestazioni erogate.

Un terzo fronte sul quale sicuramente è necessario un intervento è quello relativo alla scuola, all'università e alla ricerca. Nel programma dell'Unione si fa dell'investimento nella formazione e nel sapere l'asse prioritario per un nuovo modello di sviluppo. Allora, da questo punto di vista, occorre esonerare dai tagli questa parte della spesa pubblica.

Signor Presidente, concludo affermando che su questi temi si deve concentrare il lavoro del Parlamento nei prossimi giorni. Questa è la prima legge finanziaria del Governo dell'Unione. Ad aprile, la vittoria elettorale aveva suscitato grandi aspettative e forti speranze di cambiamento, soprattutto in quelle parti della società che più di altre hanno sofferto del neoliberismo praticato negli ultimi quindici anni.

 

PRESIDENTE. Deputato Ricci, la prego di concludere.

 

ANDREA RICCI. Pertanto, è questa parte della società, che sabato scorso ha manifestato e che rappresenta il perno attivo e militante di questa coalizione, che deve essere al centro delle nostre attenzioni (Applausi dei deputati del gruppo Rifondazione Comunista-Sinistra Europea).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Bodega. Ne ha facoltà.

 

LORENZO BODEGA. Signor Presidente, colleghi, più volte abbiamo sentito ribadire gli obiettivi che si intendono perseguire con la manovra finanziaria all'esame. Si tratta di obiettivi quali il risanamento, lo sviluppo e l'equità, che sono largamente condivisibili, ma che in realtà non sono concretamente realizzabili attraverso le misure predisposte.

Ho ascoltato con attenzione il relatore che, giustamente dal suo punto di vista, ha elencato gli aspetti positivi e quindi i numeri, le cifre ed i risultati che la programmazione economica e finanziaria dovrebbe permettere di raggiungere per il rilancio economico e sociale del Paese. Il lavoro svolto nelle Commissioni competenti è stato enorme e complesso, anche se sicuramente non esaustivo e senza che siano state accolte le proposte emendative (con l'eccezione dell'emendamento presentato dalla Lega Nord, a firma Grimaldi, in merito all'istituzione della provincia di Monza-Brianza) che avevano lo scopo di migliorare il provvedimento presentato.

Anche in questo caso, nell'ambito della maggioranza si è verificata carenza di collegialità nella preparazione degli interventi e addirittura si è potuto a volte osservare dissenso rispetto alle linee proposte dal ministro Padoa Schioppa e dal viceministro Visco.

In queste ultime settimane si è tanto parlato della legge finanziaria che tale provvedimento fondamentale, chiamato a dettare le scelte per il governo del Paese, si è trasformato in un fatto mediatico. E pare quasi che l'approdo alla Camera sia solo l'epilogo formale del dibattito e non invece il fulcro, come dovrebbe essere in una democrazia parlamentare e in un contesto non formale, ma sostanziale. La verità è che la legge finanziaria ha sollecitato una tale concentrazione di proteste e di contestazioni da poter dire fin d'ora che, anche se otterrà i voti necessari per la sua approvazione, essa avrà la forza dei numeri, ma non certo quella della ragione e del buon senso.

Il fronte del «no» è stato tale da poter affermare, senza enfasi né gusto iperbolico, che la legge finanziaria è stata già bocciata nel Paese e dal Paese.

Passi per le vicende che l'hanno preceduta, come le liberalizzazioni, le quali hanno messo in agitazioni intere categorie di lavoratori: dopo la lezione dei tassisti, occorreva almeno l'umiltà di costruire una legge finanziaria più condivisa e non capace, invece, di compiere l'impresa di scontentare sia il sud sia il nord, gli imprenditori ed i lavoratori, gli artigiani, i commercianti ed i precari, il mondo dell'università e della ricerca, così come gli statali. Insomma, è un capolavoro alla rovescia che certamente si è guadagnato un posto di rilievo nella recente storia della seconda Repubblica. Stupisce anche come questa maggioranza non disdegni i toni trionfalistici, pur sapendo che al Senato devono fare i voti e accendere i ceri, perché l'influenza cosiddetta americana, intesa come virus, arriva a Natale, e rischia di mettere a letto la legge finanziaria ed i suoi protagonisti.

Sono certo che molti colleghi della maggioranza sono imbarazzati nel votarla e che solo lo spirito di lealtà verso il Governo li convincerà a votarla, ammesso che non intervenga il voto di fiducia. Vi è un metodo che il Governo ha adottato e che non può essere condivisibile. Esso tende a rimediare con negoziati dell'ultima ora (vedi gli statali). Si tratta di impostazioni sbagliate e cervellotiche. Non è possibile questa visione elastica dei conti, tirati da una parte e dall'altra, a seconda di chi più alza la voce. Sono numeri di un balletto che ricorda più il passo del gambero invece di quello di un puledro di razza, capace di trascinare il paese fuori dai conflitti sociali e dagli antagonismi presenti all'interno della maggioranza. Tali numeri riproducono dinamiche fortemente presenti nella popolazione.

Credo che alla base ci sia anche un equivoco di fondo: a parole tutti si dichiarano federalisti, nonostante la bocciatura del referendum, ma nei fatti ogni azione sembra mirata a svalutare le autonomie locali, quei principi di sussidiarietà e di autogoverno dei quali ci si riempie la bocca per poi deviare su una deriva centralista che non fa certo onore ad un paese che non può stare unito solo per gli appelli del Presidente della Repubblica. Esso deve rimanere legato insieme valorizzando le differenze e non dimenticando il popolo del nord, che dell'Italia è la locomotiva e dal cui sviluppo economico e sociale è anche il meridione a trarre giovamento.

Non si possono mortificare i comuni. Io vivo ancora le acrobazie, le contraddizioni e gli affanni di chi è sindaco e amministratore locale ed è chiamato a risolvere un'equazione sempre più impossibile: da una parte compiti che si moltiplicano ed una domanda sociale che si è fatta assai più complessa ed articolata; dall'altra, la mancanza di risorse. Quest'ultima risulta fortemente penalizzante per la vita stessa dei cittadini, soprattutto degli anziani, in una società nella quale l'aspettativa di vita si è fortemente dilatata e perciò richiede politiche e interventi che ne salvaguardino la qualità e non solo la sopravvivenza. Ciò vuol dire servizi efficienti, cura della persona: e ciò senza dover magnificare il popolo delle badanti, che sta diventando una sorta di istituzione necessaria, specie nel nord del paese.

Io ho svolto due mandati come sindaco di Lecco, una città laboriosa, industriosa, tutto sommato fortunata: mi hanno insegnato che non è possibile vivere ogni anno con apprensione le scelte della legge finanziaria per conoscere il destino della propria amministrazione e, con essa, dei propri cittadini. Non è un caso che il presidente dell'ANCI, Leonardo Domenici, sindaco di Firenze - piuttosto che i primi cittadini di Venezia o di Bologna -, siano stati tra i primi a manifestare il proprio netto dissenso rispetto ad un'impostazione alla quale si è poi tentato - invano - di porre una toppa.

Onorevoli colleghi, non si possono tagliare i trasferimenti ai comuni e poi chiedere loro di arrangiarsi con le leve fiscali. Con continui aumenti e diminuzioni dell'ICI non si governa un comune e, soprattutto, non si fa giustizia sociale. La verità è che questo disegno di legge finanziaria - è una mia opinione - non ha un'anima, non è coraggioso, non indica la strada e, tanto meno, l'approdo. Soprattutto, è figlio di troppi compromessi, di troppe differenze ideologiche e sociali. Insomma, è una mediazione verso il basso, che ha registrato, come suo atto simbolico, la questua dei vari ministri che hanno bussato alla porta perché fosse risparmiato il loro dicastero. Neppure si può invocare sempre il problema del debito pubblico, perché è una eredità che viene da lontano, un fardello pesantissimo, e nessun Governo, di centrodestra o di centrosinistra, potrà mai sanarlo. Ritengo ozioso e dispersivo addossarsene reciprocamente la responsabilità e «sparare» ogni giorno una cifra diversa per attaccare l'avversario. L'ammontare dello stesso debito, infatti, è di tali proporzioni da far diventare tutti coloro che vi mettono mano modesti guaritori mentre sarebbero necessari, non maghi televisivi, ma luminari con capacità extraterrene.

Perciò, è bene che il dibattito si svolga su temi concreti, che sia il meno ideologico possibile e che sia tale da far capire al paese chi vuole le infrastrutture e chi non le vuole.

 

PRESIDENTE. Deputato Bodega...

 

LORENZO BODEGA. La Lega Nord Padania non ha atteggiamenti preconcetti. Si impegna ed ha proposto emendamenti distribuiti su più versanti, pur sapendo che, magari, non troveranno ascolto perché l'idea madre del Governo è quella di rafforzare il centro. Al contrario, noi intendiamo valorizzare la periferia e, soprattutto, quel nord d'Italia ai cui destini è legato il futuro dell'intero paese.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Iacomino. Ne ha facoltà.

 

SALVATORE IACOMINO. Signor Presidente, chiedo che la Presidenza autorizzi la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo integrale del mio intervento.

 

PRESIDENTE. La Presidenza lo consente, sulla base dei criteri costantemente seguiti.

È iscritto a parlare il deputato Nicco. Ne ha facoltà.

 

ROBERTO ROLANDO NICCO. Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, signor rappresentante del Governo, quale neofita vorrei svolgere una prima osservazione sullo strumento in sé, su questo volume, di centinaia di pagine, con annessi e connessi, che costituisce il disegno di legge finanziaria. Sono tra coloro che si ostinano a credere che le leggi dovrebbero essere poche, costanti nel tempo, semplici e chiare nei contenuti nonché comprensibili per tutti cittadini. Tutta la nostra legislazione è nella direzione opposta. Questo disegno di legge finanziaria, nella sua complessità ed articolazione, per usare due eufemismi, non fa che seguire un corso ormai consolidato. Senza uno stuolo di ferrati consulenti giuridici al seguito, non so chi sia in grado di effettuarne una compiuta e convincente interpretazione. Rischia di diventare un oggetto riservato a pochi addetti ai lavori; non dovrebbe essere questo lo scopo di una legge. Si tratta di una questione che, prima o poi, ci dovremo porre, tutti assieme. Tra l'altro, proprio a causa di questa sua struttura onnicomprensiva, ognuno, categoria o singolo cittadino, finisce per cercare, nel testo, l'articolo o il comma che lo riguardi direttamente, esprimendo, su quella base, un giudizio generale, positivo e negativo, e perdendo il senso complessivo della manovra, cioè quell'interesse generale al quale si riferiva, poc'anzi, il relatore.

Quanto al merito del disegno di legge, rilevo come gli elementi strutturali di debolezza del nostro sistema economico siano riportati, a chiare lettere, nel rapporto ISTAT 2005. Si tratta della eredità onerosa di cinque anni di vane promesse miracolistiche che non hanno bisogno di commento. In particolare, il fardello del debito pubblico - frutto, peraltro, di un lungo periodo e non del solo ultimo quinquennio - costringe ad impiegare risorse ingenti nel pagamento degli interessi anziché in essenziali interventi sociali ed infrastrutturali. Tale fardello lo abbiamo ingenerosamente caricato sulle spalle delle future generazioni.

Ed allora è pienamente condivisibile la necessità inderogabile di invertire la rotta, di risanare la finanza pubblica sulla scorta della raccomandazione dell'Ecofin del luglio 2005 e, nel contempo, di cominciare a mandare qualche segnale di equità al paese; un paese in cui troppe ancora sono le differenze di reddito. Vi sono troppe differenze, talvolta abissali e perciò inaccettabili, tra chi percepisce una pensione mensile di 500 euro e chi (è noto il recente caso del direttore generale dell'Agenzia per le acque e i rifiuti della Sicilia) può contare su uno stipendio giornaliero record di 1.553 euro; fra quel metalmeccanico che si ritrova, a fine mese, con meno di mille euro in busta paga ed i vari «re» delle buonuscite di Stato: dagli 11 milioni di euro versati dall'ENI ai recenti 7 milioni versati dalle Ferrovie dello Stato. Eppure, sono tutti cittadini di questo stesso Stato: gli uni e gli altri con le medesime esigenze di base.

Non serve Robin Hood, bensì una seria ed organica politica di equità, che tagli le unghie ai tanti furbetti di quartiere e non, a partire da misure per ricondurre almeno a limiti fisiologici l'elusione e l'evasione fiscale, condizione perché vi possa essere per tutti una riduzione della pressione fiscale.

Gli studi di settore, pur con tutti i loro limiti, fotografano nel complesso una situazione preoccupante sia per categorie sia per aree territoriali. Un esempio per tutti: i 10 mila euro dei geometri della Calabria contro i 47 mila della provincia di Bolzano. Sarà un percorso lungo, certo, di ordine culturale. Ed ha fatto bene il ministro dell'economia e delle finanze a ricordare recentemente che, per un cittadino che non paga il dovuto, c'è chi paga due volte.

Ma vi è anche evidentemente l'urgenza di adottare misure specifiche, che non devono necessariamente essere poliziesche o vessatorie e devono far considerare lo Stato non come un occhiuto gendarme, ma come un garante per tutti: questo certamente sì.

Sin dalla discussione del documento di programmazione economico-finanziaria abbiamo posto con forza una questione di metodo: quella del confronto con le parti sociali e con il sistema delle autonomie, in primo luogo le regioni, che sono per noi elementi costitutivi della Repubblica.

Riconosciamo che, dopo un avvio difficile, sono stati compiuti passi importanti. L'accordo sul TFR sta lì a dimostrarlo, come già in precedenza il nuovo patto per la salute, condiviso dalla Conferenza delle regioni e delle province autonome.

Su questa strada auspichiamo che, sulla base del memorandum d'intesa, si definisca anche la revisione del sistema previdenziale.

In questo disegno di legge finanziaria non vediamo alcuna macelleria sociale, da taluni evocata; troviamo, invece, positivi interventi in vari settori: da quelli sul cuneo fiscale a quelli su sviluppo e ricerca; dalla tutela dell'occupazione alla riduzione del precariato; dal tentativo di razionalizzare la elefantiaca macchina burocratica dello Stato alle iniziative di contenimento della spesa, a partire da quel taglio del trattamento economico dei ministri che non consideriamo affatto propagandistico, ma un utile e concreto esempio.

Avremmo voluto ritrovare, accanto all'istituzione di altri importanti fondi, anche quel fondo perequativo che facesse fronte ai sovracosti strutturali permanenti dei territori montani espressamente previsto nel programma di Governo. Ci auguriamo che trovi adeguata collocazione all'interno della nuova legge sulla montagna.

Per quanto concerne, in particolare, le regioni a statuto speciale, valutiamo positivamente la definizione del nuovo patto di stabilità interno, così come si è andato configurando nella discussione di questi giorni. Già l'articolo 73 del disegno di legge finanziaria presenta innovazioni importanti: l'assunzione quale base di riferimento per il patto del saldo finanziario e la possibilità di concorrere al riequilibrio della finanza pubblica, anche mediante l'assunzione dell'esercizio di funzioni statali.

Con l'emendamento presentato dalle minoranze linguistiche, approvato giovedì dalla Commissione bilancio della Camera, si compie un altro decisivo passo per una condivisa partecipazione al necessario sforzo di risanamento della finanza del paese. L'emendamento recepisce una delle richieste fondamentali delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e di Bolzano, stabilendo che il coordinamento tra le misure di finanza pubblica previste dalle leggi costituenti la manovra finanziaria dello Stato e l'ordinamento della finanza regionale definito da ciascuno statuto speciale, sia assicurato in via permanente tramite norme di attuazione. In questo caso non di discussione sulle riforme si tratta, ma di una riforma reale e sostanziale.

Il Governo conosce bene anche le specifiche questioni relative alla regione autonoma Valle d'Aosta, che in quest'aula rappresento, questioni indicate dall'accordo sottoscritto dai parlamentari valdostani con Romano Prodi per il sostegno a questa maggioranza. Reti infrastrutturali moderne ed efficienti sono condizione indispensabile per ogni politica di sviluppo. Proprio per tale motivo, uno dei punti centrali di quell'accordo è il potenziamento del collegamento ferroviario tra la regione Valle d'Aosta e il sistema nazionale ed internazionale, collegamento che deve diventare, a tutti gli effetti, per qualità ed efficienza, un segmento di quel sistema. Non meno importante è la rete stradale europea, di cui i trafori alpini sono un punto particolarmente delicato e nevralgico e su cui occorre eseguire i necessari interventi ai fini della sicurezza, operando, in particolare, sulle criticità cui oggi è soggetto il traforo del Gran San Bernardo. Si tratta di punti sui quali già il relatore sul disegno di legge finanziaria, Michele Ventura, si è detto d'accordo nel voler recepire gli emendamenti da noi presentati, e di ciò lo ringraziamo, auspicando che gli stessi possano proseguire nel loro iter approvativo.

Altre questioni abbiamo posto a margine della finanziaria, dall'edilizia universitaria con il trasferimento al demanio della regione della caserma Testa Fochi - ampiamente inutilizzata a fini propri -, da troppo tempo ormai in discussione, al fattivo utilizzo della ricostituita commissione paritetica, strumento di raccordo sempre più essenziale tra Stato e regione nell'ottica, in precedenza richiamata, del nuovo patto di stabilità, con la pronta approvazione da parte del Consiglio dei ministri delle norme di attuazione in materia di trasferimento della motorizzazione civile, già da tempo varate ed inspiegabilmente ferme sulla soglia di Palazzo Chigi. Confidiamo, signor sottosegretario, che anche su questi punti arrivino quelle risposte che la comunità valdostana attende.

Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, il paese ha bisogno di recuperare piena affidabilità internazionale sul piano economico e finanziario, come la sta positivamente ritrovando in politica estera. È con la dimensione europea che dobbiamo saperci confrontare. Le minoranze linguistiche, per la loro stessa collocazione geografica, avvertono particolarmente quest'esigenza e vogliono pienamente contribuirvi, sulla base di quel necessario, continuo ed irrinunciabile confronto su base paritaria che è fondamento di una rinnovata e condivisa unità del paese.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Aurisicchio. Ne ha facoltà.

 

RAFFAELE AURISICCHIO. Signor Presidente, il mio, ovviamente, è un intervento a sostegno del disegno di legge finanziaria. Non si tratta di condivisione dettata dalla disciplina che deriva dall'essere parte della maggioranza che sostiene il Governo. Si tratta, invece, di un sostegno che deriva dalla condivisione della filosofia che ispira questa finanziaria e l'intera manovra economica che, a partire dal DPEF e dal provvedimento del luglio scorso, il Governo e la maggioranza sono impegnati a condurre in porto.

Non dico che la finanziaria proposta non debba e non possa essere migliorata: ci siamo impegnati, come maggioranza, in tal senso nei lavori della Commissione bilancio, ma in tale sede ci siamo dovuti scontrare con un atteggiamento ostruzionistico dell'opposizione. Mi auguro che i lavori dell'aula possano contribuire a realizzare un clima più positivo, utile al miglioramento della legge finanziaria. Sono condivisibili e meritevoli di pieno sostegno gli obiettivi che si vogliono conseguire: risanamento, equità e sviluppo. Si tratta di obiettivi che non sono inventati, non nascono da cervellotiche e fantasiose impostazioni di politica economica, ma corrispondono ad oggettive necessità del paese, per come esso si presenta dopo anni di governo della destra. Negli anni scorsi si sono prodotti gravi danni cui è necessario ora porre rimedio, in termini di una netta inversione di rotta. Riportare i conti sotto controllo non risponde soltanto all'obbligo di sottostare ai parametri definiti in sede europea, ma è la precondizione di ogni politica redistributiva delle risorse e di ogni politica per lo sviluppo. Il DPEF aveva evidenziato come la situazione finanziaria ereditata fosse partico­larmente pesante. Tutti gli indicatori economici ci hanno rappresentato un'Italia sostanzialmente in condizioni di stagnazione economica, con una crescita del PIL poco sopra lo zero, con un forte calo di produttività, che si è tradotto in un calo di competitività della nostra economia in Europa e nel mondo.

Le statistiche ci hanno posto di fronte, negli anni scorsi, ad una perdita consistente di posti di lavoro, all'estensione smisurata ed insostenibile dell'area del precariato, alla crescita della fascia al di sotto della soglia di povertà, ed al peggioramento delle condizioni di vita dello stesso ceto medio. Questa è l'Italia che la nuova maggioranza ha ricevuto in eredità dalla destra: un paese in declino senza speranza e senza prospettive di futuro. La strada del risanamento, dell'equità e dello sviluppo è, perciò, obbligata soprattutto se si vuole evitare, come la maggioranza ed il Governo hanno deciso di fare, di seguire la via dei due tempi: prima il risanamento e poi l'equità sociale e le politiche per lo sviluppo.

Deriva da questa necessità la dimensione consistente della manovra: 33,4 miliardi, di cui quasi 15 vanno al risanamento ed oltre 18 vanno allo sviluppo e all'equità. Si tratta di uno sforzo importante che va colto e considerato. In particolare, vanno sottolineate le misure previste per lo sviluppo e l'attenzione riposta alle condizioni in cui si trova oggi il Mezzogiorno.

Nella finanziaria si delinea lo schema di una nuova politica industriale - che in questo paese mancava da tempo - con l'istituzione presso il Ministero dello sviluppo economico di due nuovi fondi, strumenti per intervenire in concreto rispetto alle situazione di difficoltà che attraversa il nostro comparto produttivo. Il primo, quello per la competitività e lo sviluppo, interverrà per finanziare i progetti di innovazione industriale individuati nell'ambito delle aree tecnologiche dell'efficienza energetica, della mobilità sostenibile, delle nuove tecnologie della vita, delle nuove tecnologie del made in Italy e delle tecnologie innovative per il patrimonio culturale. Il secondo, il fondo per la finanza d'impresa, dovrà intervenire per fornire garanzie sui finanziamenti e realizzare partecipazione a capitale di rischio delle imprese. Tale impostazione si completa con la dotazione consistente - 63 miliardi per i prossimi sette anni (2007-2013) - del fondo per le aree sottoutilizzate, che è la sponda necessaria ed imprescindibile per l'utilizzo efficace e produttivo nel Mezzogiorno dei fondi europei.

Nel Mezzogiorno si è sempre auspicato che i fondi europei dovessero essere non sostitutivi dell'intervento ordinario dello Stato, ma aggiuntivi a detto intervento. Finalmente tale auspicio, tale rivendicazione diventa realtà: si tratta della condizione necessaria per lanciare una nuova politica di sviluppo e di crescita del Mezzogiorno, senza la quale non vi può essere ripresa dell'economia sul piano nazionale e rilancio del sistema paese.

Nel Mezzogiorno viene ripristinato, inoltre, il credito d'imposta con un meccanismo automatico e diretto alle imprese e viene sperimentato l'avvio di zone franche urbane che debbono servire ad intervenire in quelle realtà di degrado sociale nelle periferie urbane del Mezzogiorno che presentano proprio in questi giorni gravi emergenze.

Nel Mezzogiorno il cuneo fiscale ha una dimensione doppia rispetto al resto del paese e l'intervento agevolativo è previsto nel meridione a sostegno dell'occupazione femminile.

 

PRESIDENTE. Onorevole Aurisicchio...

 

RAFFAELE AURISICCHIO. Concludo, signor Presidente.

Dopo anni di abbandono il Mezzogiorno torna, così, al centro dell'agenda dell'attività del Governo: è la condizione necessaria per far fronte alle esigenze di sviluppo che si vanno determinando, per migliorare le infrastrutture di cui c'è bisogno, ma anche per fare fronte alla grave emergenza che vive larga parte del territorio meridionale (penso a Napoli in questi giorni)...

 

PRESIDENTE. Deve concludere...

 

RAFFAELE AURISICCHIO. ...e che vive nel Mezzogiorno la democrazia.

Con la finanziaria si realizza questa svolta, ma credo che essa dovrà continuare con le misure necessarie che seguiranno. La via imboccata ci fa essere fiduciosi...

 

PRESIDENTE. La invito nuovamente a concludere.

 

RAFFAELE AURISICCHIO. Credo, quindi, che possiamo essere fiduciosi.

 

PRESIDENTE. Constato l'assenza del deputato La Malfa, iscritto a parlare: si intende che vi abbia rinunziato.

È iscritto a parlare il deputato D'Elpidio. Ne ha facoltà.

 

DANTE D'ELPIDIO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei aprire il mio intervento sul disegno di legge finanziaria per il 2007 ricordando a tutti noi le parole sagge ed equilibrate che il Presidente Napolitano ha pronunciato, la settimana scorsa, in occasione dell'inaugurazione del nuovo anno accademico dell'Università Bocconi di Milano. In particolare, il Presidente ha sottolineato l'importanza che ha per l'Italia la partecipazione all'Unione europea, esortando tutto il paese e la classe politica, in primo luogo, a dar prova di europeismo, anche assumendo le difficili decisioni richieste dal rispetto della disciplina comunitaria in materia di conti pubblici e dall'attivazione delle riforme sollecitate dalle direttive europee.

È da qui che dobbiamo muovere per capire ed analizzare l'indirizzo politico che l'attuale Governo intende imprimere a questa legislatura, a cominciare proprio della manovra finanziaria del 2007. Non possiamo nasconderci. Questa è indubbia verità. Il Governo Berlusconi ci ha lasciato in eredità un paese con i conti pubblici in dissesto, un enorme debito pubblico, con un rapporto debito-PIL in crescita, per la prima volta, dal 1994, un avanzo primario praticamente azzerato, nonostante gli ottimi risultati conseguiti nella legislatura precedente, spesa pubblica e deficit in aumento. Tutto questo, senza alcuna contropartita positiva: non un programma in grado di rilanciare la crescita, non un provvedimento serio a favore delle imprese, nessun abbattimento del cuneo fiscale, nulla a favore delle scuole, delle università e della ricerca.

Dobbiamo avere la capacità di spiegare agli italiani il contenuto e il senso di questa manovra e riuscire a trasmettere al paese questo messaggio fondamentale: una finanziaria di queste dimensioni si è resa necessaria e, oserei dire, inevitabile per riportare i conti pubblici all'interno dei parametri europei, condizione imprescindibile per ridare fiducia ai mercati e nuovo impulso alla crescita economica.

Ci conforta, in questa azione, che è stata criticata ed osteggiata, l'ultimo articolo che compare sulla stampa quotidiana, nel quale si dà conto della promozione dell'Italia da parte dell'Unione europea, una promozione conquistata sul campo, con i numeri, non con la politica, non con la demagogia, non con i proclami, ma con una seria azione che, secondo le stime della Commissione, riconduce il rapporto deficit-PIL dell'Italia, nel 2007, al 2,9 per cento (la finanziaria prevede il 2,8); il disavanzo tornerà così sotto il 3 per cento, dopo cinque anni, attestandosi sui livelli del 2002. Sempre il prossimo anno il debito calerà al 105,9 per cento, più di quanto previsto dalla manovra di bilancio in discussione in Parlamento.

Ecco, l'ottimismo dell'Unione europea per il 2007 è accompagnato, come sappiamo, da alcune riflessioni che dobbiamo e vogliamo fare su alcuni comparti importanti che determinano la crescita della spesa. Mi riferisco al comparto sanitario e agli enti locali, altri settori nei quali riteniamo sia importante, improrogabile e giusto intervenire subito.

Il 2006, secondo le stime di Bruxelles si chiuderà con un disavanzo al 4,7 e un debito 107,2. L'Unione europea rivede al rialzo le stime del PIL: la crescita sarà dell'1,7, nel 2006, e dell'1,4, nel 2007.

Queste stime sono più ottimistiche di quelle che abbiamo introdotto nel disegno di legge finanziaria, che avevamo stimato per il 2006 e per il 2007 e che prevedevano, rispettivamente, una crescita dell'1,6 e dell'1,3 per cento.

Dunque, non siamo noi a darci un giudizio, un voto, ma è l'Unione europea che, con i fatti ed analizzando i primi effetti della manovra che promuoviamo e proponiamo, sostiene che siamo sulla strada giusta.

Il disegno di legge finanziaria per il 2007 mira proprio ad assicurare la stabilità finanziaria al nostro paese come prerequisito dello sviluppo. Infatti, come ha giustamente osservato, nei giorni scorsi, il Governatore Draghi, la migliore risposta alle valutazioni delle agenzie di rating sta in un paese che cresce.

È questa la direzione verso cui noi, popolari-Udeur, ci impegniamo a procedere, senza dimenticare l'obiettivo di accrescere la concorrenza e l'efficienza in ogni snodo del sistema produttivo.

Per tali ragioni, questo disegno di legge finanziaria contiene numerosi interventi a favore dello sviluppo e dell'apparato produttivo e non penalizza affatto le imprese, né tanto meno il ceto medio, come dai banchi dell'opposizione si vorrebbe, invece, sostenere, ma, anzi, intende rafforzare l'azione iniziata già nei mesi scorsi dall'attuale Governo, diretta a superare i vincoli strutturali che da noi frenano uno sviluppo sostenuto.

A tale riguardo, vorrei sottoporre rapidamente all'attenzione del Parlamento alcuni dei provvedimenti che sono stati adottati. Si tratta di una semplice elencazione delle misure che, a nostro avviso, assicurano rigore, equità e sviluppo.

Stiamo compiendo alcune scelte riguardanti le famiglie, i giovani e la salute. Si prevedono detrazioni fiscali per le rette degli asili nido; spese per lo sport dei ragazzi fino a 18 anni; affitti per gli studenti fuori sede; ristrutturazioni delle case; estensione delle agevolazioni per i libri di testo anche al primo biennio delle scuole superiori, perché, essendo stato elevato a 16 anni l'obbligo scolastico, anche per questi studenti sono previsti testi scolastici gratuiti.

Le scuole resteranno aperte nel pomeriggio per attività extradidattiche; si metteranno in sicurezza gli edifici pubblici; si prevedono 100 milioni l'anno per costruire nuovi asili nido ed è previsto un nuovo fondo per assistere a casa gli anziani non autosufficienti. Sono previste altre misure nel comparto sanitario quali investimenti per apparecchiature ed ospedali, in particolare nel Mezzogiorno, per recuperare il ritardo esistente. Sono state adottate misure per il lavoro e per combattere il precariato, per sostenere i lavoratori in mobilità e le aziende in crisi.

È prevista, altresì, la riduzione del cuneo fiscale a vantaggio degli stipendi dei lavoratori. Finalmente, diritti per i lavoratori atipici e precari! I lavoratori precari avranno diritto al trattamento di malattia e le madri precarie avranno diritto a tre mesi di astensione dal lavoro per assistere i figli.

Inoltre, scelte per le imprese e per il Mezzogiorno; esclusione del prelievo del TFR per le piccole aziende; nuovi fondi per la competitività e l'innovazione e crediti di imposta a favore di quelle aziende che investono in ricerca scientifica e in ricerca tecnologica; riduzione del cuneo fiscale per le imprese con ulteriori incentivi per il Mezzogiorno. Chi assumerà una donna dopo questo disegno di legge finanziaria conseguirà considerevoli risparmi mensili che vanno da 150 a 170 euro al mese.

Sono previsti fondi per le infrastrutture nel Mezzogiorno; in particolare, i fondi previsti per il ponte sullo stretto di Messina saranno utilizzati per strade, ferrovie, porti e altre infrastrutture in Sicilia e in Calabria. E ancora, scelte per la scuola, per l'università e per la ricerca. Tornano nelle classi gli insegnanti di sostegno.

Sono previsti altri fondi per la sicurezza nelle scuole, nonché investimenti tecnologici e detrazioni fiscali, pari a mille euro all'anno, per gli insegnanti che acquistano un computer. Vengono stanziati, inoltre, 2 miliardi di euro l'anno per la ricerca, nonché altre risorse finanziarie per le ferrovie, per l'alta velocità, per acquistare nuovi treni e nuovi autobus per i pendolari. Sono contemplati, altresì, finanziamenti per completare le opere avviate, in particolare l'autostrada Salerno-Reggio Calabria.

È previsto un nuovo piano per la sicurezza stradale; vi sono fondi e detrazioni fiscali anche per gli interventi di risparmio energetico nelle ristrutturazioni edilizie e nella costruzione di nuovi edifici. Il disegno di legge finanziaria, inoltre, contempla il sostegno ai giovani agricoltori, attraverso l'innalzamento delle esenzioni dall'IVA.

Vi sono scelte di cambiamento nella pubblica amministrazione e risparmi di spesa deriveranno dalla sua riorganizzazione, dalla eliminazione di sprechi e dalla soppressione di enti inutili. Sono previste, altresì, la riduzione dei costi della politica, l'autonomia fiscale dei comuni e risorse finanziarie per garantire l'erogazione dei servizi essenziali ai cittadini; inoltre, saranno assunti più poliziotti nel 2007 e sono contemplate risorse per l'amministrazione della giustizia e della difesa, pur nelle difficoltà esistenti e tenendo conto dell'esigenza del contenimento della spesa da parte di ogni ministero.

È stato assunto un impegno sul versante del prelievo fiscale, rispetto al quale non si deve mai dimenticare che, come è scritto nella nostra Costituzione, si deve chiedere un po' di più a chi ha di più ed un po' di meno a chi possiede di meno; abbiamo previsto, altresì, l'introduzione dell'imposta di successione solamente sui grandi patrimoni miliardari. Non vi sarà, infine, nessun condono per reperire ulteriori risorse finanziarie.

Soprattutto, dobbiamo saper spiegare agli italiani, oltre a questo elenco, che con il disegno di legge finanziaria in esame non chiediamo loro solo sacrifici: al contrario, noi deputati appartenenti al gruppo Popolari-Udeur abbiamo particolarmente a cuore gli interventi a sostegno della famiglia e, più in generale, le politiche sociali e di solidarietà a favore degli anziani e dei disabili. Per tale motivo, riteniamo importanti le novità introdotte in tema di detrazioni IRPEF e di assegni familiari. Esse, nel complesso, mirano a correggere il cosiddetto secondo modulo della riforma fiscale, varato dal centrodestra nella passata legislatura, redistribuendo le risorse ivi impegnate e riducendo il peso complessivo dell'imposizione diretta sui redditi delle famiglie.

Vorrei segnalare, in particolare, che viene aumentato il reddito esente da tassazione; le aliquote e gli scaglioni di reddito, inoltre, vengono ridefiniti in modo da ottenere una riduzione dell'imposta per i redditi medi e bassi. Vengono altresì incrementate le detrazioni per carichi familiari, mentre gli assegni familiari sono aumentati e riformati in modo da eliminare gli attuali scaglioni, i quali oggi determinano drastiche riduzioni degli stessi assegni anche in seguito ad un modesto aumento della retribuzione.

In relazione a queste ultime due misure, ricordo che il gruppo Popolari-Udeur ha proposto sia una rimodulazione delle detrazioni per familiari a carico in favore dei nuclei a reddito medio-basso con figli, sia un aumento delle risorse stanziate per la corresponsione degli assegni familiari. A favore delle famiglie vanno, inoltre, le detrazioni previste per l'iscrizione e l'abbonamento a piscine, palestre ed altri impianti destinati alla pratica sportiva dilettantistica dei ragazzi tra i 5 ed i 18 anni, nonché le detrazioni d'imposta per gli affitti pagati dagli studenti universitari fuorisede.

Tralasciando l'aspetto più strettamente fiscale, vorrei segnalare che le famiglie italiane avvertono, da tempo, la necessità di procedere ad una seria riforma del sistema scolastico. Esso, infatti, deve essere in grado di offrire ai loro figli concrete ed effettive possibilità di inserimento nel mondo del lavoro, attraverso un percorso formativo completo ed adeguato agli standard europei.

Il disegno di legge finanziaria in esame non è, e non poteva essere, lo strumento più idoneo per operare una riforma organica della scuola italiana, tuttavia vorrei rilevare che la manovra per il 2007 getta certamente basi importanti anche in tale settore. Innanzitutto, si passerà dall'oscuro diritto-dovere previsto dal Governo Berlusconi al definitivo innalzamento dell'obbligo scolastico fino a 16 anni, con un biennio obbligatorio di scuola superiore comune a tutti gli indirizzi; conseguentemente, l'età per il primo ingresso nel mondo del lavoro passerà da 15 a 16 anni. Tale elevazione della scolarizzazione (che risulta quasi obbligatoria, dopo le risultanze dell'ultimo rapporto pubblicato dall'OCSE) consentirà all'Italia, così, di allinearsi agli altri paesi europei, aumentandone la competitività.

Al fine di limitare i costi sempre più pesanti delle spese scolastiche, di cui le famiglie si fanno carico, le scuole, le reti di scuole e le associazioni dei genitori potranno noleggiare i libri di testo agli studenti; si potrà usufruire, inoltre, delle agevolazioni per l'acquisto dei testi scolastici, le quali vengono estese anche nel biennio delle superiori.

Un altro importante sostegno ai nuclei familiari, nel settore scolastico, viene offerto attraverso la previsione di classi di scuola dell'infanzia appositamente dedicate ai bambini di due o tre anni, seguite da insegnanti adeguatamente formati, considerate le crescenti necessità delle famiglie italiane e le carenze di posti negli asili nidi, nonché l'importanza fondamentale che la cosiddetta istruzione preprimaria riveste nella lotta contro la dispersione scolastica.

Noi Popolari-Udeur vorremmo ulteriormente incrementare le misure previste da questa finanziaria per il sostegno alle famiglie, proponendo ad esempio nuovi interventi a sostegno della maternità e della paternità e per i genitori che assistono un figlio maggiorenne portatore di handicap, nonché l'istituzione di un fondo per il progetto «Un anno in famiglia», destinato all'erogazione di un contributo integrativo per padri e madri che usufruiscono di congedo parentale dopo la nascita e fino ad un anno di vita del bambino.

Il sostegno e l'assistenza alle persone più deboli è un altro dei punti cardine della politica che i Popolari-Udeur intendono perseguire, in collaborazione con gli altri partiti dell'attuale maggioranza di Governo: il nuovo fondo per le non autosufficienze, istituito con questa finanziaria, ne è una prova. Tra gli emendamenti da noi proposti, vi è anche quello mirante ad un aumento delle risorse stanziate per tale fondo, oltre all'istituzione di un ulteriore fondo per la mobilità delle persone disabili, finalizzato alla realizzazione di mezzi da adibire al trasporto di disabili in Italia e all'estero.

Nel rappresentare questa serie di iniziative, ma anche per fare chiarezza e per dare una corretta informazione - perché forse su questo disegno di legge finanziaria si è fatta molta disinformazione, si è parlato di contrasti, si è parlato di una manovra finanziaria che mette tutti contro tutti -, io dico che questo forse è il primo disegno di legge finanziaria che, da qualche tempo a questa parte, viene discusso, viene presentato in Commissione con un testo che è lo stesso sul quale si continua poi a lavorare anche in Assemblea.

Forse negli anni passati eravamo abituati ad una finanziaria che era uno specchietto per le allodole, sulla quale si proponeva un lavoro spesse volte lungo, faticoso ed inutile, per poi arrivare in Assemblea con un maxiemendamento, che di quella finanziaria stravolgeva tutti i connotati, che non faceva discutere e che consentiva al Governo che ci ha preceduto, con tre fiducie consecutive negli ultimi anni, di approvare un testo totalmente diverso da quello al quale le forze parlamentari avevano dato il loro contributo.

In tema di contributi, vorrei ricordare che spesse volte all'opposizione non era riservato alcuno spazio di manovra, per apportare il proprio suggerimento e i propri miglioramenti; cosa che invece noi ci siamo impegnati a fare, pur nella difficoltà dei lavori, che in Commissione si sono spesso arenati su questioni inutili e futili. Si è privilegiato, da parte dell'opposizione, l'aspetto politico e la demagogia, rispetto al contenuto e all'interesse di poter e dover dare un contributo per migliorare tutto ciò che si poteva migliorare. La nostra manovra era aperta e resta aperta. Non è uno specchietto per le allodole, è bensì una manovra che tiene conto di alcuni problemi che abbiamo e che devono essere risolti. L'enorme deficit, del quale ho parlato all'inizio, è un problema che ci siamo posti, e molti interventi previsti in questo disegno di legge finanziaria e molte delle risorse che abbiamo dovuto reperire vanno nella direzione giusta, come è stato riconosciuto dall'Unione europea, di ridurre quel deficit, di ritornare nei parametri che l'Europa ci chiede di rispettare e che finalmente, dopo cinque anni, siamo nelle condizioni di rispettare.

Ma la politica non si ferma di fronte ai numeri, che dimostrano il contrario di quello che ascoltiamo ogni giorno dai banchi dell'opposizione. Infatti qui si continua a parlare di spallate e si continua a parlare di un qualcosa che deve essere cambiato contro la volontà dei cittadini. A proposito di spallate, mi vengono in mente quegli attori comici che si preparano con forza a dare la spallata, ma la porta è aperta e così precipitano giù dalla finestra. La porta è aperta, perché questa maggioranza non si è chiusa. La porta è aperta, perché questa maggioranza vuole discutere e vuole dialogare.

Le spallate servono solo per cercare di ridare fiato e speranza a qualcuno che pensa di dover recitare un ruolo da protagonista e che vede che il tempo è sempre più tiranno, perché non gli dà ragione e lo condanna a passare alla storia, tra poco, come un ex, definitivamente ex. Quindi, ci si rassegni e si prenda atto delle valutazioni positive che anche oggi compaiono negli articoli pubblicati dalla stampa.

Rendiamoci conto di una cosa: se vogliamo contenere i costi della politica, abbiamo proposto seriamente che si parta innanzitutto da noi, dall'esempio che noi dovremmo dare nei ministeri e nelle strutture in cui siamo chiamati ad operare.

Allora, io che faccio parte della Commissione bilancio ho sorriso quando i colleghi dell'opposizione hanno obiettato che gli accantonamenti da noi previsti sono, in realtà, tagli. Sono anni che diciamo che ci deve essere un taglio...

 

PRESIDENTE. La invito a concludere.

 

DANTE D'ELPIDIO. ...delle spese e che dobbiamo migliorare i nostri conti. Ebbene, quando facciamo qualcosa di concreto, efficace ed efficiente per riportare i conti sotto controllo, nemmeno va bene! Continueremo su questa strada, dando a questa manovra il nostro sostegno e la fiducia dei deputati del gruppo Popolari-Udeur. Grazie.

 

PRESIDENTE. Grazie a lei.

È iscritto a parlare il deputato Zorzato. Ne ha facoltà.

 

MARINO ZORZATO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, finalmente ci siamo: il Parlamento torna sovrano!

Il programma elettorale della maggioranza trova riscontro nel disegno di legge finanziaria al nostro esame. Scusate: dovrebbe trovare riscontro... Esaurita la fase mediatica, in cui si poteva dire tutto ed il contrario di tutto, ora valgono i documenti al nostro esame. Già l'esame del Documento di programmazione economico-finanziaria aveva mostrato, nel confronto tra maggioranza ed opposizione, le rispettive e diverse linee di politica economica e sociale. Soprattutto, esso aveva fatto emergere con veemenza, sia nelle aule di Commissione, nelle quali si dovrebbe discutere di tali argomenti, sia nei nuovi luoghi della politica (giornali, TV e salotti), le contraddizioni esistenti all'interno della maggioranza. Tutti ricorderanno la generalità e l'indeterminatezza del DPEF, elementi certamente utili a mascherare le diversità di proposte politiche presenti all'interno della maggioranza di centrosinistra.

Ritengo utile ricordare, in questa sede, alcune osservazioni che il ministro ha svolto, con onestà intellettuale, in sede di esame del provvedimento in Commissione. Il ministro ha affermato esplicitamente che l'ultima legge finanziaria di Tremonti era buona (l'ha definita un utile punto di partenza per il lavoro successivo). Con quella che ritengo di poter considerare, come ho già detto, onestà intellettuale, il ministro ha anche riconosciuto: che, negli anni del Governo Berlusconi (e tutti ricordiamo la congiuntura economica italiana in quel periodo), la spesa sociale è passata dal 22 al 23,7 per cento; che la spesa sanitaria è passata, nello stesso periodo, dal 5,8 al 6,7 per cento del PIL; che il modello di riferimento per la sanità è quello delle regioni virtuose (ha citato, in particolare, Veneto e Lombardia, e sappiamo chi le governa); che la spesa per l'istruzione e l'università (è sempre il ministro che lo dice e lo scrive) è stata, negli anni del nostro Governo, nella media di quella europea e che il problema stava nella qualità (se è così, non riesco a capire perché la riforma Moratti venga in qualche modo bloccata); che il rapporto tra addetti al comparto della sicurezza e cittadini è stato, negli anni del nostro Governo, il più alto d'Europa; che gli investimenti veri al sud sono costantemente aumentati negli ultimi cinque anni; che nella ricerca (ricordate le polemiche?) gli investimenti sono (è sempre il ministro che lo dice) nella media di quelli degli altri paesi europei.

Ecco, allora, che, nel Documento di programmazione economico-finanziaria, il ministro sintetizza la volontà di questo Governo in tre parole: crescita, risanamento, equità. Non ci vuole un osservatore particolarmente attento per vedere che avete quanto meno sbagliato le dosi e confuso gli ingredienti: il risultato è indigesto per tutti gli italiani!

Nel merito, quanto alla crescita, dai documenti di bilancio da voi predisposti e votati si evince che la stretta fiscale produrrà una contrazione della crescita nei prossimi anni: l'avete scritto voi! L'avete votato voi! Per cortesia, non cerchiamo giri di parole!

Riguardo al risanamento, la proposta consisteva, preliminarmente, in un intervento massiccio in quattro settori: pubblica amministrazione e pubblico impiego, sistema pensionistico, servizio sanitario nazionale, enti locali.

Con riferimento al pubblico impiego, la polemica sulla copertura del rinnovo dei contratti la dice tutta: proponete nuovi contratti senza coprirli finanziariamente!

Sistema pensionistico: rinvio con polemiche a data da destinarsi. Ne riparleremo. Servizio sanitario nazionale: l'unica cosa che notiamo è l'introduzione di ticket. Enti locali: tagli ed obbligo, di fatto, di introdurre addizionali. Se questo si può definire risanamento! Equità: sembra uno slogan, ma è la realtà, più tasse per tutti!

Come possiamo sintetizzare il vostro lavoro? Con l'aumento delle tasse? Con l'aumento della burocrazia? Con l'aumento della centralizzazione? Con l'abolizione delle nostre riforme, in particolare di quella Moratti e di quella del lavoro? Con il ritorno a trattare il sud come area assistita e non come risorsa per il sistema paese? Con la classificazione degli italiani, in particolare i lavoratori autonomi, come evasori fiscali da colpire o, come direbbe Totò, a prescindere? Con la reintroduzione della lotta di classe cancellata dalla storia che voi volete reintrodurre per legge? Con la introduzione del voto se non di scambio, in cambio? Con la cancellazione del ruolo del Parlamento espropriandolo delle funzioni?

Ricordo a me stesso e, soprattutto, perché resti agli atti, l'autostruzionismo in Commissione da parte della coalizione di Governo che, non pronta a votare, si è impegnata con estenuanti riunioni di maggioranza, vanificando così, di fatto, il ruolo della Commissione. Allora, qualcosa non va!

I vostri primi atti sono in totale dispregio delle vostre promesse elettorali, almeno di quelle esternate, salvo indurci il dubbio che invece stiate pagando pegno a coloro che hanno finanziato le vostre primarie. Mi riferisco alla grande finanza, alle cooperative, ai banchieri, agli imprenditori assistiti. Certo, la traccia del vostro DNA politico si legge, o almeno si legge evidente quello della vostra componente estrema massimalista, in particolare per la voglia di colpire le classi medie. L'aumento della pressione fiscale di due punti percentuali, che nel vostro intento doveva colpire solo professionisti, artigiani, commercianti e quant'altro, in realtà, è stato, alla fine, mal gestito perché colpisce il 90 per cento degli italiani. Sembra quasi che voi vogliate colpevolizzare artigiani, professionisti e commercianti del luogo comune per il quale sono politicamente più vicini a noi, cioè più vicini al centrodestra. Chi ha letto la sequenza dei vostri provvedimenti economici, quali il decreto Visco-Bersani, il decreto fiscale e il disegno di legge finanziaria, questo odio e questa voglia di vendetta li percepisce.

Faccio notare, a me stesso e a tutti noi, come in questo caso i numeri abbiano ballato in modo caotico e controverso, con un impatto nefasto sulla psicologia degli italiani ma, quel che è peggio, sui mercati e, quindi, sul tessuto socio-produttivo del nostro paese. Mi riferisco al balletto delle cifre, alle incertezze del Governo, alle liti dei ministri, ai distinguo della maggioranza e al disordine che regna sovrano.

Tutto questo ha certamente influito sullo stato d'animo degli italiani, come risulta evidente dai sondaggi, ormai accettati da tutti, che mostrano una totale sfiducia in questi governanti e una diffusa voglia di cambiare. Il voto di ieri in Molise ritengo ne rappresenti la prima vera cartina di tornasole.

Gli italiani hanno capito che questa manovra economica, immotivata nella dimensione, confusa nella proposta ed imperniata sui soli aumenti, toglie all'Italia che produce l'ossigeno necessario allo sviluppo non intervenendo con i tagli necessari agli sprechi di questo Stato burocratico e faraonico, ma aumentando la pressione fiscale e disperdendo in mille rivoli, che nessuno controlla, le risorse che ricava da questa massiccia tassazione. Non c'è rilancio, non c'è crescita, non ci sono tagli, c'è solo centralizzazione. Il vostro federalismo è aumento delle tasse locali. I soldi sottratti senza motivazione a tutti i cittadini sono dispersi in mille rivoli per assecondare le richieste di singoli ministri, secondo il peggior rituale della prima Repubblica. I timidi segnali di ripresa del sistema Italia vengono repressi sul nascere. Non si tratta di una percezione per cattiva comunicazione, ma è la realtà. Quello che traspare sono solo nuove tasse. Vi ricordate le promesse elettorali? Il motivo ricorrente era: non vi aumenteremo le tasse. Non metteremo le mani nelle vostre tasche. Ecco la risposta: aumento delle tasse ipotecarie, delle imposte di registro, degli estimi catastali, dell'ICI, della tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, delle tariffe autostradali, reintroduzione della tassa di successione e di donazione, tassa sugli immobili per l'assicurazione obbligatoria sulla prima casa; aumento dell'Ires, dell'IRPEF (per tutti), della tassa di circolazione per gli autoveicoli, della tassazione sulle piccole imprese, delle tassazioni in agricoltura.

Tralascio gli interventi del decreto e del disegno di legge finanziaria che non c'entrano nulla ma che rispondono solo alle pressioni di singoli ministri, perché la lista sarebbe troppo lunga! Essi mostrano come la concertazione per voi sia un fatto interno ai vostri salotti della politica.

Certo, il caso Pallaro mostra cosa sia per voi la politica: «Mettimi questa posta di bilancio o non te lo voto» Qual è la risposta? «Meglio il tuo voto che rischiare»! E allora non importa il contenuto, ma il voto, che prima chiamavo «in cambio», perché non vorrei chiamarlo «di scambio».

Colleghi, cari colleghi di maggioranza, vi invito ad una riflessione. Sono scesi in piazza migliaia di professionisti, che mai avevano manifestato in questo modo; nel corso delle audizioni svolte, tutti gli auditi hanno pesantemente contestato i vostri provvedimenti di bilancio; le categorie sono in agitazione; gli enti locali, salvo i tre sindaci che sono i vostri ventriloqui, minacciano di portare le chiavi dei municipi qui...

 

PRESIDENTE. La prego di concludere!

 

MARINO ZORZATO. Ancora due minuti, Presidente, e concludo.

 

PRESIDENTE. No, non li ha due minuti, sono rimasti pochi secondi.

 

MARINO ZORZATO. Riscrivete la finanziaria...!

 

ANTONIO GIUSEPPE MARIA VERRO. Quanti minuti abbiamo?

 

PRESIDENTE. Dieci minuti complessivamente.

 

MARINO ZORZATO. Ancora un minuto! Fatelo per i cittadini, non per i ministri: dite ad Epifani che non spetta a lui la dettatura! 7 mila emendamenti, di cui la metà sono della maggioranza, 200 emendamenti tra relatore e Governo, 50 voti in quindici giorni e solo alcune ore di Commissione in attesa che si concludessero estenuanti e improduttive riunioni di maggioranza: la maratona notturna da noi provocata per non subire il primo voto parlamentare è stato un atto per dimostrare cosa sia il voto di scambio.

Abbiate l'onestà di ammettere che non siete in grado di governate e traetene le opportune conseguenze! Governare è un dovere per la maggioranza, governare contro la maggioranza degli italiani è un atto contro la democrazia (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia)!

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Camillo Piazza. Ne ha facoltà.

 

CAMILLO PIAZZA. Credo sia giusto - seppure con alcune difficoltà e seppure chiaramente lavoreremo in questi giorni in aula per costruire una legge finanziaria più attenta a talune questioni ambientali - dare un giudizio positivo sul disegno di legge finanziaria in esame.

Vorrei ringraziare anche per il lavoro svolto in Commissione bilancio in questi giorni, fermo restando che non do la colpa alla minoranza per l'ostruzionismo, anche se la questione Pallaro è ormai troppo strumentalizzata. Mi dicono che la richiesta di 12 milioni di euro è stata fatta da tutti i deputati eletti dagli italiani all'estero, non soltanto da Pallaro. Non solo, ma tale proposta aumenta di 2 milioni di euro ciò che era già inserito nella vecchia precedente legge finanziaria.

Il nostro obiettivo è quello di migliorare ed è compito del Parlamento introdurre talune questioni in materia ambientale, che già peraltro sono inserite nel disegno di legge finanziaria.

Ritengo che il lavoro principale sia da svolgersi su diversi binari. Da una parte, dall'articolo 21 in poi, vi è la questione delle bioenergie che, a differenza delle vecchie leggi finanziarie, sono state inserite in maniera particolare. Dirò di più: ritengo che questi articoli consentiranno finalmente di far partire il mercato delle produzioni ambientali. Come sapete, l'Italia è il fanalino di coda rispetto al fotovoltaico. La Turchia produce circa il 25 per cento di calore con i pannelli fotovoltaici, l'Italia neanche il 2 per cento. Il fatto poi che a partire dall'articolo 23 vengano favorite tali produzioni, fa dire che, finalmente, il mercato della produzione energetica, attraverso l'utilizzazione dei pannelli, potrà aprirsi.

Molto importante è inoltre l'articolo 26, che riguarda i biocarburanti. In tutto il mondo si sta sperimentando (vedi il Brasile) il bioetanolo, mentre purtroppo soltanto in Italia alcune produzioni di biocarburanti sono state molto rallentate. Su tale argomento la legge finanziaria all'esame dà un forte, concreto e importante indirizzo.

Vi è un aspetto che ritengo giusto sollevare anche in questa sede - vedremo poi durante il percorso in aula come si concluderà la discussione - con riferimento all'articolo 25, dove sono previsti 100 milioni di euro per mitigazione ambientale a chi interviene a livello comunale per creare strutture energetiche. Ritengo sia in parte sbagliato, lo dico in maniera chiara e forte, visto che la maggior parte di queste strutture le costruisce l'Enel.

L'Enel, insieme ad altri enti, l'anno scorso ha attinto alle nostre tasche per quanto riguarda il contributo di due miliardi previsto relativamente all'accordo di Kyoto. Pertanto, credo sia in parte sbagliato prevedere altri 100 milioni con riferimento a questi impianti, posto che le suddette imprese registrano un utile di esercizio di parecchi miliardi all'anno. Detto ciò, è ovvio che la discussione prenderà corpo dalle modalità di conduzione dei lavori in Assemblea.

Oggi ha inizio la discussione sulla manovra finanziaria; poiché nessuno vuole arrivare alla posizione della questione di fiducia, stiamo cercando di individuare delle soluzioni concrete anche per rispettare i tempi relativi all'esame della stessa e per giungere ad una discussione serena: in particolare, dovremmo ascoltare in modo vero e concreto anche le richieste di apportare determinati miglioramenti, provenienti dalle minoranze.

Grazie al lavoro svolto in questi giorni dai sottosegretari e dal relatore, abbiamo ottenuto - si tratta di un aspetto importante e fondamentale - un certo risultato relativamente al demanio marittimo. Finalmente, in Italia vi è l'indicazione che chi gestisce una parte del demanio non può sentirsi padrone all'infinito dello stesso (in Commissione è stata avanzata una proposta in questo senso), perché chiunque ha il diritto di utilizzare e di usufruire di spazi pubblici.

Per noi, inoltre, è fondamentale inserire nell'articolo 210, relativamente alla cooperazione internazionale, la questione dell'acqua; l'acqua sta diventando in tutto il mondo l'argomento principale non solo per il benessere, ma per la vita umana. Purtroppo, il mercato del petrolio sta passando in secondo piano, anche con riferimento alle guerre che stanno scoppiando nel mondo. L'acqua rappresenta e rappresenterà sempre di più un aspetto fondamentale nella vita quotidiana.

Noi chiediamo - spero che la nostra richiesta venga recepita dal Governo - che le aziende che operano nel settore delle risorse idriche ne destinino una piccola percentuale alla cooperazione internazionale, in modo tale che l'Italia, che in questi anni ha ridotto sempre di più i fondi necessari per la cooperazione, possa veramente dimostrare che, in ordine a tale aspetto, intende trovare delle soluzioni concrete per chi sta realmente morendo di sete nel mondo. Da un'analisi dell'ONU si è constatato che, soltanto nel 2005, circa 20 milioni di persone, tra bambini e anziani, sono morti per mancanza di acqua.

Il nostro emendamento all'articolo 210 va in questo senso: vogliamo che si dia il segnale concreto che l'Italia, come ha fatto la Francia nella scorsa manovra finanziaria, si adopererà con un piccolo, ma importante contributo per dare dell'acqua da bere alle popolazioni che in questo momento stanno soffrendo e morendo di sete.

Vorrei, inoltre, segnalare la questione relativa alla rottamazione, che potremo discutere in quest'aula. Sono convinto che in Italia uno dei fattori principali di crisi sia rappresentato dall'inquinamento atmosferico. Ogni anno in Italia i costi della mobilità urbana si aggirano intorno a 200 mila milioni di euro. È una cifra esorbitante! Penso che il Governo ed il Parlamento debbano porre alla base della loro azione l'obiettivo del risanamento dell'inquinamento atmosferico. Occorre trovare il modo per favorire questi interventi, anche dando la possibilità a chi non vuole comprarsi una macchina nuova di convertirla a metano o a GPL o, meglio ancora, utilizzando un motore ibrido elettrico; credo che questa sia una delle cose più importanti da chiedere per quanto riguarda il risanamento dell'aria e lo sviluppo economico del nostro paese.

Concludo, dicendo che i verdi apprezzano molto gli argomenti inseriti all'interno del disegno di legge finanziaria e l'impegno di lavorare in questi giorni per migliorarlo, per dargli un senso rispetto alle tematiche ambientali.

Spero che il Parlamento recepisca le nostre problematiche: chiediamo al Governo di procedere in questa direzione, come si è fatto in questi giorni in Commissione bilancio, perché credo sia veramente fondamentale cambiare registro rispetto al passato.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Verro. Ne ha facoltà.

 

ANTONIO GIUSEPPE MARIA VERRO. Signor Presidente, non era mai successo che la Commissione bilancio non riuscisse a svolgere l'esame della legge finanziaria. Certo, altre volte si è verificato che la discussione non sia stata completata, ma non era mai successo prima d'ora che la Commissione si fermasse ad una valutazione di 25 emendamenti su 7 mila presentati dal Parlamento intero; d'altronde, presentare una finanziaria con 217 articoli significa proprio andarsi a cercare guai. È infatti evidente che, più sono gli articoli, tanto più sono estesi gli interessi toccati, ed allora è inevitabile e prevedibile che la gestione del provvedimento in Parlamento sia complessa. Se poi è il Governo a promuovere fino all'ultimo ritocchi e ripensamenti, la situazione si fa incandescente: ma la soluzione è già pronta, era già pronta fin dall'inizio ed è la fiducia. Il Governo così potrà confezionare e far approvare una finanziaria modificata a suo piacimento, senza correre il rischio di spaccare la sua maggioranza. Questa è una fiducia annunciata, è una gestione scientificamente programmata sin dall'inizio per sottrarre l'esame del testo alla stessa maggioranza, evitando così di evidenziare le spaccature esistenti.

Così le promesse di armonia che Prodi ha chiesto all'Unione nello spirito di Villa Pamphili sembrano completamente svanite, mentre la finanziaria galleggia tra ultimatum e veleni. Persino D'Alema è costretto a criticare i troppi tagli alla Farnesina. Non solo, ma al corteo dei Cobas e dei precari dell'altro giorno hanno sfilato dieci sottosegretari di lotta e di Governo, al punto che Gentiloni ha dichiarato testualmente: che accadrebbe se ognuno si mettesse a marciare con i propri referenti sociali? Non c'è un diritto al dissenso governativo. Inoltre, ha aggiunto: penso che Rifondazione faccia i conti con la contraddizione non risolta tra lo stare al Governo e voler rappresentare i movimenti e le lotte alternative al sistema: si decidano.

D'Alema e Prodi, invece, fanno finta di pensare e dichiarano che la manifestazione del 4 novembre è stata a favore e non contro il Governo. Si vede però che al ministro Damiano i consensi non piacciono perché ha espresso la sua giustificata amarezza per i cartelli che dicevano: «Damiano, servo dei padroni, vattene». Intanto, il ministro Ferrero se la prende con il ministro Damiano, imputandogli di aver fatto poco o nulla per i precari.

Cerchiamo di non essere ipocriti: attribuire un carattere neutrale ed imparziale ad un corteo, gremito da rappresentanti di Governo, che bocciava il Governo è falso ed ipocrita. Sullo stesso punto Padellaro su l'Unità ha detto: cosa accadrà il giorno dopo nelle stanze del Ministero del lavoro e in quello dell'economia tra sottosegretari protestanti e ministri protestati? Questo è il problema a cui non è facile sfuggire.

Intanto la legge finanziaria continua la sua inesorabile marcia a tappe forzate contro il Parlamento, i ceti produttivi e il paese. Basare una legge finanziaria sulle tasse piuttosto che sui tagli delle spese e degli sprechi non è solo doloroso per i contribuenti, ma anche un azzardo che potrebbe risultare devastante per i conti del paese. Con il complesso dei provvedimenti di questa manovra il Governo dimostra ancora una volta di percepire lo Stato in termini di sovrano esattore, a fronte di cittadini sudditi. Lo abbiamo sempre detto, con Prodi avremmo avuto il più lucido e temibile avversario di chi pensa che prima viene l'individuo e, poi, lo Stato. L'altro giorno in un bellissimo articolo su Il Corriere della sera Nicola Rossi, giustamente preoccupato, diceva: il fisco non è uno strumento di punizione sociale, è un patto che è o dovrebbe essere tra uguali, che in particolare dovrebbe vedere cittadini e Stato sullo stesso piano, non più sudditi i primi, non più sovrano il secondo. Giustissimo, ma lasciatemi dire innanzitutto che è davvero sconsolante che all'alba del XXI secolo persone serie come Nicola Rossi siano costrette ad invocare - come obiettivo ancora da raggiungere e, per la verità, lontano - principi elementari, affermati almeno con la rivoluzione borghese, quali quello del superamento della sudditanza nel rapporto tra Stato e cittadini. Allora, caro onorevole Rossi, intervenga subito perché questa manovra non è come lei auspica e come tutti noi la vorremmo.

In questo provvedimento il fisco punisce il ceto medio, i piccoli e medi imprenditori, e non mette i cittadini e lo Stato sullo stesso piano. Mettete e fate mettere dagli enti locali le mani nelle tasche dei contribuenti, aumentate pesantemente le tasse agli italiani e fate finta di dare parte di queste risorse agli italiani all'estero, mentre in realtà le utilizzate, in modo vergognoso, per tentare di assicurarvi il voto di fiducia al Senato.

Collega Piazza, non è soltanto il caso Pallaro, che non è isolato. È notizia di oggi che è scattato il «soccorso rosso» con una «leggina» che riapre i termini per la richiesta di rimborso elettorale per due senatori del centrosinistra. È una sanatoria, una legge ad personam che ha soltanto l'obiettivo di consolidare il vostro risicato vantaggio al Senato.

Come da diversi giorni mi sto sforzando di dimostrare, sono nettamente contrario alla filosofia ispiratrice di questa manovra finanziaria. Sono particolarmente convinto che, in assenza di una significativa crescita, sia sbagliato, completamente sbagliato, utilizzare la pressione fiscale per la redistribuzione del reddito.

Ciò nonostante, voglio credere alla buona fede delle ripetute affermazioni di Prodi e della sua maggioranza circa il fatto che con questa manovra piangeranno solo i ricchi, mentre il 92 per cento dei contribuenti avrà un vantaggio. Allora, sottosegretario, l'ho già detto in Commissione bilancio: votate il mio emendamento. Ho presentato un emendamento che è un contributo alla coerenza rispetto alle dichiarazioni di Prodi, poiché invoca la clausola di salvaguardia esattamente per il 92 per cento dei contribuenti, ossia per i redditi fino a 55 mila euro, dando loro la possibilità di scegliere il regime fiscale precedente se più favorevole. Temo, però, che la mia speranza e, soprattutto, quella del 92 per cento degli italiani andrà delusa.

Continuate e vi ostinate ad equiparare la ricchezza individuale con l'evasione fiscale e ciò è devastante per l'immagine del Governo e del paese intero. Da combattere non è la ricchezza, ma l'evasione fiscale.

Voi ora mettete nel «cervellone» anche i dati bancari riservati, a causa della legge Prodi-Visco, che forse è incostituzionale, perché trasforma l'anagrafe tributaria in un «grande fratello» fiscale. Proibite l'uso della moneta, imponendo l'utilizzo di assegni e di carte di credito per i pagamenti oltre i cento euro.

Il fatto è che più si legge questa manovra, più si rimane sconcertati. Anche l'operazione del cuneo fiscale, in fondo, è una mistificazione. La strada scelta, infatti, è quella di ridurre l'incidenza del costo del lavoro sulla massa imponibile su cui si applica l'IRAP. Insomma, la detrazione fiscale aumenterà il reddito delle imprese, ma non ridurrà i prezzi dei prodotti e, quindi, non inciderà affatto sulla competitività.

Tra l'altro, questa scelta non favorisce in egual modo tutte le imprese. Per il gioco delle deduzioni, l'operazione cuneo fiscale e il modo in cui viene applicata favoriscono sostanzialmente la grande impresa. Allora, si capisce bene perché Confindustria e i tre sindacati confederali abbiano detto «sì» a questa operazione, giacché i vantaggi sono solo per le grandi imprese, notoriamente più sindacalizzate delle altre.

Per fortuna, come al solito, la gente ha capito prima dei politici. Il consenso, che vi ha consentito, per un pugno di voti, di andare al potere, è già sensibilmente diminuito. Di questo, oltre che della nostra opposizione, non potete non tenere conto. Il conteggio alla rovescia per questo Governo è già iniziato. Speriamo, per il bene della nostra economia e per il bene del nostro paese, di voltare pagina il più presto possibile (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia)!

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Marchi. Ne ha facoltà.

 

MAINO MARCHI. Signor Presidente, la legge finanziaria per il 2007 è certamente ambiziosa per la sua dimensione e per gli obiettivi che si pone. È una finanziaria necessaria per raccogliere le sfide che il paese ha di fronte e che noi dobbiamo affrontare contemporaneamente. Non è infatti possibile una strategia in tempi diversi rispetto alle grandi questioni che sono l'eredità pesantissima che ci ha lasciato il centrodestra.

Questa finanziaria è così non per divertimento, ma per rispondere ai problemi dello stato dell'economia e della finanza pubblica e della condizione sociale del paese.

L'Italia conosce la più bassa crescita tra i paesi europei. Nel periodo 2003-2005 abbiamo avuto una crescita zero. Tale problema non è stato risolto con il miglior andamento del 2006. Se si arriverà all'1,7 o anche al 2 per cento, si resterà sotto il livello di crescita media dell'Europa, e bassa crescita significa perdita di quote del commercio mondiale e di competitività.

Esiste un problema strutturale di scarsa produttività totale dei fattori del nostro sistema produttivo. Il paese è pieno di inefficienze su cui occorre intervenire con liberalizzazioni, minori costi, investimenti sulle infrastrutture materiali ed immateriali, sulla ricerca e sul sapere. È ciò che stiamo facendo.

Lo stato della finanza pubblica ci pone continuamente sotto l'osservazione dell'Unione europea, che ieri ha promosso la manovra. Il miglioramento delle entrate nel 2006 non è tale da inficiare i giudizi espressi a giugno sulla drammaticità della situazione. Restano l'espansione in questi anni della spesa pubblica di 2,6 punti di PIL, l'avanzo primario pressoché azzerato, la crescita del rapporto debito-PIL ovvero il dato più negativo per il livello di debito che ha l'Italia, pari ad un quarto di quello dei paesi europei. Resta il dato di capitoli di spesa vuoti a metà anno, con gli stanziamenti della finanziaria 2006 per i cantieri ANAS e Ferrovie dello Stato, o quelli per il fondo sociale quasi azzerato e continuamente ridimensionato. Resta l'alto livello di deficit nel 2006 per effetto della sentenza sull'IVA, ereditata anch'essa dal centrodestra, per cui è incredibile ciò che si è sentito in quest'aula in merito al provvedimento che cerca di porvi rimedio.

Resta un'evasione fiscale a livelli non conosciuti in altri paesi europei. Constato che in Commissione bilancio i parlamentari del centrodestra sostengono la necessità di politiche fiscali basate sul contrasto di interessi. Non può essere l'unica strada, perché occorre un'articolazione di interventi messi in campo con il cosiddetto decreto Bersani, il decreto fiscale collegato alla legge finanziaria e la finanziaria stessa. Tuttavia, ai tempi del primo Governo di centrosinistra sono state adottate, e lo sono anche ora, alcune misure volte al contrasto di interessi. Nei cinque anni di Governo del centrodestra, invece, non ve ne è stata neppure una, ma ora, un giorno sì e l'altro pure, dite che bisogna scegliere quella strada. Ma perché voi non l'avete fatto?

Vi è un problema di equità. L'Italia ha visto l'aumento delle diseguaglianze, bassa mobilità sociale, rafforzamento delle corporazioni, aumento forte della precarietà. È a questi problemi che la finanziaria vuole rispondere ed è per questo che raggiunge i 35 miliardi. Vi è contraddittorietà nei ragionamenti sulla dimensione della manovra che ho sentito da parte del centrodestra. Si dice che sarebbe bastata una manovra da 15 miliardi per restare nei parametri europei. Tuttavia, 15 miliardi non sono una sciocchezza, perché corrispondono a quasi 30 mila miliardi di vecchie lire; già questa è un'ammissione, perché vuol dire che non siamo con i conti in ordine.

Inoltre, si dice che mancano le misure per la crescita. Invece non è così; infatti, se la finanziaria è di 35 miliardi, è proprio perché, se 15 sono destinati al risanamento, 19,5 riguardano misure rivolte alla crescita duratura nei prossimi anni e all'equità. È così perché siamo profondamente convinti dell'intreccio tra crescita, risanamento ed equità. Non vi è crescita senza risanamento ed equità. Se non si riduce il debito pubblico, mancano le risorse per gli investimenti a favore della crescita e si perde competitività rispetto agli altri paesi. Con bassa mobilità sociale e forte precarietà il paese non investe sulle persone, che sono l'elemento fondamentale per lo sviluppo e la crescita.

Ma è anche vero che non vi è risanamento duraturo senza crescita ed equità. Se non aumenta il PIL, il contenimento non basterà nel tempo a consolidare il risanamento. Se tutti non fanno la propria parte, a partire dal pagamento delle imposte, sarà più difficile uno sforzo comune del paese per il risanamento. Ed è altresì vero che non vi è equità senza crescita e risanamento. Per redistribuire ricchezza occorre innanzitutto produrla. Uno Stato pieno di debiti redistribuisce debiti.

Ecco perché una seria politica economica deve affrontare queste tre questioni insieme, come fa la legge finanziaria del Governo Prodi. Questa legge finanziaria avvia una stagione di riforme per la sanità, il federalismo fiscale, la previdenza ed il pubblico impiego.

Vorrei soffermarmi sul federalismo fiscale e gli enti locali. Vi è la volontà politica di dare attuazione all'articolo 119 della Costituzione, mentre tra il 2001 e il 2006 lo si è messo in un cassetto. Si è fatto un gran parlare di devolution, ma poi è stata realizzata una politica di neocentralismo. Non vi è soltanto la volontà politica. Nella legge finanziaria vi sono i primi passi in quella direzione. Mi riferisco all'accordo sulla sanità, che responsabilizza le regioni; alla scelta del saldo finanziario per il patto di stabilità interno degli enti locali già dal 2007, abbandonando il criterio dei tetti di spesa; alla volontà di riscrivere il testo unico sugli enti locali in attuazione dell'articolo 117 della Costituzione ed ad alcune anticipazioni nella legge finanziaria.

Questi capisaldi sono rimasti punti fermi all'interno di un testo che, per iniziativa sia del Governo che del Parlamento, ha visto diverse modifiche. Auspico che di altri se ne introducano, come per quanto concerne il personale dei comuni sotto i cinquemila abitanti, le province e più complessivamente, per arrivare ad un accordo pieno, con le associazioni delle autonomie locali. Già ora, però, si può dire che questa legge finanziaria consegue un risultato: assicura più flessibilità alla gestione degli enti locali; mette a disposizione più strumenti per il reperimento delle risorse; dà l'avvio alla compartecipazione dinamica dell'IRPEF; introduce le tasse di scopo; sostiene finanziariamente i piccoli comuni e ne incentiva l'associazionismo.

In sostanza, chiede agli enti locali di contribuire al risanamento della finanza pubblica, ma responsabilizza gli amministratori, sia sul fronte delle spese, sia su quello delle entrate. Non s'impongono tagli dal centro per far tornare solo formalmente i conti, ma si propone un protagonismo nuovo per un risanamento duraturo. È un passo importante nella direzione giusta, dentro una legge finanziaria che riapre la speranza per il futuro del paese (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Frassinetti. Ne ha facoltà.

 

PAOLA FRASSINETTI. Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, il principale errore che questa maggioranza ha compiuto nel predisporre la manovra finanziaria è aver cercato di far credere ai cittadini che essa fosse ispirata alla filosofia della redistribuzione dei redditi, tassando i ricchi e dando ai ceti più deboli.

In realtà, non è così: i ceti più deboli verranno comunque dissanguati dalle maggiori imposte locali che, essendo prive di progressività, si abbatteranno su tutti i livelli di reddito. Così, questa legge finanziaria, che avrebbe dovuto essere redistributiva, diventa invece una legge finanziaria giustiziera. Considerando il nodo politico, il vero fallimento è quello dell'ala riformista dello schieramento del Governo che ha dovuto soccombere alla filosofia della sinistra radicale, contravvenendo così alle linee tracciate nel programma elettorale.

D'altronde, riuscire in così poco tempo a scontentare tutti è stato un vero record: hanno protestato i rappresentanti degli enti locali, e basti pensare a molti sindaci, anche del centrosinistra; hanno manifestato i precari, nei giorni scorsi; si sono dichiarati scontenti i rappresentanti del mondo della scuola, dell'università e della ricerca. A questo riguardo va evidenziato come, in modo del tutto irrituale, attraverso lo strumento della legge finanziaria sia stata in gran parte abrogata la riforma della scuola: ed eravamo noi quelli che, nella scorsa legislatura, venivamo accusati di aver soffocato il dibattito parlamentare sulla riforma educativa!

È stato perciò scelto di aggirare qualsiasi confronto, volendo abrogare alcune parti della legge di riforma, trasformando il Parlamento in un semplice organo di ratifica dei faticosi accordi elettorali dell'Unione. Ritengo che questo, quando si parla di scuola e di educazione, sia veramente molto grave.

Tuttavia, il lato più debole di questa manovra va sicuramente ricercato nella mentalità centralista ancorata a vecchi schemi che si rifanno ad un classismo ormai desueto e all'antica polarità capitale-lavoro. Questo è lo spirito che ha formato la manovra e che preoccupa - e ha preoccupato - la grande maggioranza degli italiani. Lo schema ideologico è sempre il solito: quello sul quale si muove l'alleanza che tiene insieme le sinistre italiane con una parte del centro moderato, vale a dire la difesa dei ceti popolari, dei lavoratori dipendenti, insieme ad un'intesa con i grandi gruppi economici e finanziari e con i principali centri di produzione intellettuale.

Rimangono fuori i ceti medi, i lavoratori autonomi, i professionisti, i piccoli e medi imprenditori, tutti coloro che cercano di superare il precariato mettendosi in proprio. Queste sono le categorie elevate a nemico principale e sociale. A mio avviso, però, il centrosinistra pagherà - al di là delle contingenze - il suo proverbiale immobilismo, la mancanza di analisi che l'ha portato ad ignorare che l'Italia è profondamente cambiata e che avanzano nuove figure professionali e lavorative (ciò soprattutto nelle zone del nord). Queste sono figure che, anche se non trovano ancora una piena rappresentanza, diventeranno sempre di più la vera forza lavoro sulla quale si baserà il nostro sviluppo. Questa legge finanziaria, con l'intento di punire il ceto medio, ha invece punito tutti gli italiani. L'errore è stato quello di non capire che anche il ceto medio si è ormai dilatato fino ad assorbire quasi tutte le fasce sociali, comprese le classi operaie tanto care alla sinistra.

Oltre a questo allargamento della categoria del ceto medio, esiste altresì una nuova mobilità sociale, positiva ed emergente. La controprova della veridicità di tutto questo, d'altronde, proviene da quanto sta accadendo nella nazione. Mai si ricordano proteste così articolate e diversificate, a riprova del fatto che coloro i quali pensavano di aver penalizzato soltanto le classi più agiate hanno colpito e scontentato, invece, tutti gli italiani.

In questi giorni, dovremo svolgere un dibattito e speriamo ci sia l'opportunità di modificare in Parlamento - noi, come opposizione, insieme alla maggioranza - questo disegno di legge finanziaria. Il pessimismo è d'obbligo, in considerazione dell'ormai troppo frequente ricorso alla questione di fiducia in questa Assemblea, tanto da diventare una consuetudine. Se sarà così, penso veramente che per la maggioranza sarà troppo tardi per correggere questo disegno di legge finanziaria.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Bordo. Ne ha facoltà.

 

MICHELE BORDO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo nel corso della discussione sulle linee generali del disegno di legge finanziaria con l'intento di rendere espliciti gli obiettivi il cui raggiungimento sarà consentito al nostro paese da questa manovra economica.

Questo disegno di legge finanziaria è rigoroso ed è stato predisposto con grande serietà. Coniuga bene l'obiettivo del risanamento economico con quelli, altrettanto importanti, dell'equità e dello sviluppo. Con ciò intendo affermare che questa manovra economica è cosa assolutamente diversa dagli esercizi di fantasia contabile e dai trucchi di bilancio ai quali il Governo Berlusconi aveva abituato il paese negli ultimi cinque anni.

Devo dire però che, qualche giorno fa, ho ascoltato in questa Assemblea, con grande interesse, l'intervento per dichiarazione di voto sul cosiddetto decreto fiscale dell'ex ministro dell'economia, l'onorevole Giulio Tremonti. È stato un intervento simpatico, il suo, quasi divertente. Ha provato a fare una lezione, ha cercato di spiegare la maniera attraverso la quale un Governo deve reperire le risorse economiche, il modo in cui un Governo deve agire per far pagare le tasse ai contribuenti. È sembrato un professore, l'onorevole Tremonti, in quella circostanza. Ha tessuto le lodi della sua politica economica e fiscale ed ha parlato come se la politica del Governo nel quale egli è stato ministro dell'economia e delle finanze fosse stata promossa a pieni voti.

La verità è un'altra, come tutti gli italiani sanno. L'onorevole Tremonti è stato non soltanto bocciato dagli italiani in occasione delle ultime elezioni politiche, ed insieme a lui tutto il Governo Berlusconi, ma è stato costretto alle dimissioni dalla carica di ministro dai suoi stessi alleati di Governo, che lo accusavano di «truccare» i conti. Allora, prima di provare a fare il professore in questa Assemblea, mediti su tutti gli sfasci che ha prodotto nel paese.

Il punto è questo: il peso dell'attuale manovra finanziaria è interamente da addebitare al Governo che ha preceduto l'attuale e spero che questa sia davvero l'ultima tassa che gli italiani pagano per i cinque anni di Governo della Casa delle libertà. Le cifre, purtroppo, sono tanto chiare quanto spietate: 17 miliardi, circa la metà della manovra economica, serviranno a tappare i «buchi» lasciati da Tremonti, a far ripartire i cantieri di ANAS e Trenitalia, ad onorare il contratto dei pubblici dipendenti e a pagare i fornitori del Ministero della difesa. Cari colleghi del centrodestra, avete lasciato un paese che registrava una crescita pari a zero, un rapporto tra deficit e PIL pari al 4,7 per cento e l'avanzo primario azzerato. Insomma, un paese ormai fuori dall'Europa. Invece, con questa legge finanziaria, noi abbiamo l'ambizione di riportare a pieno titolo l'Italia in Europa, di far ripartire l'economia, di riportare sotto al 3 per cento il rapporto tra deficit e PIL e di puntare allo sviluppo. Lo faremo attraverso una legge finanziaria rigorosa che, al tempo stesso, conterrà interventi di grande rilievo sotto il profilo economico e sociale, a partire dalla rimodulazione dell'IRPEF, che consentirà all'80 per cento delle famiglie italiane di avere importanti benefici economici e di guadagnare fino a 700 o 800 euro in più all'anno. Tutto ciò grazie a questo disegno di legge finanziaria.

Consentitemi, in questa parte del mio intervento, di concentrarmi su alcune misure, contenute nel provvedimento, destinate a ridurre l'accresciuto divario fra il nord e il sud del paese.

Anche in questo caso, le premesse non sono ottimali. Nel 2005 il prodotto interno lordo delle regioni meridionali è diminuito dello 0,3 per cento, mentre nel triennio 2002-2005 al sud sono stati persi circa 70 mila posti di lavoro. L'economia del sud ha, dunque, bisogno di tornare a crescere. Come? Offrendo alle imprese strumenti finanziari adeguati per favorire gli investimenti nell'innovazione e misure fiscali che incentivino le assunzioni in particolari regioni.

Si muovono in questa direzione il cuneo fiscale differenziato, che abbatterà il costo del lavoro restituendo risorse tanto alle imprese quanto ai lavoratori; il credito d'imposta per le nuove assunzioni, finalizzato anche al contrasto della diffusione del precariato; gli incentivi all'assunzione di donne, il cui ingresso nel mondo del lavoro è ulteriormente favorito dalla costruzione di nuovi asili nido. Poi, vi è la progettazione di zone franche urbane, innovativi strumenti di progettazione strategica destinati a contrastare il fenomeno della marginalità territoriale attraverso incentivi alle piccole e piccolissime imprese e all'occupazione stabile.

Inoltre, vi saranno nuovi treni e nuovi autobus per i pendolari, nuovi o più funzionali strade, ferrovie, porti e interporti per le imprese e i cittadini. Per la gente del sud sono a disposizione 3 miliardi di euro destinati a finanziare l'acquisto di apparecchiature sanitarie e la costruzione di nuove strutture con cui cercare di riequilibrare un'offerta sanitaria oggi tragicamente penalizzante per il Mezzogiorno.

Misure fiscali ed incentivi economici, infine, sono e saranno sempre più inseriti in un contesto di migliore e maggiore integrazione tra le politiche di sviluppo dello Stato e quelle dell'Unione europea, per incrementare l'efficacia degli interventi progettati e realizzati con i fondi (120 miliardi) di cui il sud beneficerà nei sei anni tra il 2007 e il 2013.

Insomma, a me pare che emerga con evidenza come il disegno di legge finanziaria per il 2007 ponga le basi per la ripresa del paese e la rinascita del sud dell'Italia, ancor più mettendo in atto le misure di contrasto dell'evasione fiscale.

Berlusconi e Tremonti hanno provocato un grave danno all'Italia, operando per l'affermazione del principio della irresponsabilità civica dei comportamenti individuali, perché altro non è stato l'avere condonato tutto ciò che c'era da condonare, l'aver moralmente assolto gli evasori fiscali, l'aver deciso di scendere a patti con il peggior corporativismo.

Questo dato culturale, invece, deve essere ribaltato. Ciascuno di noi ha il dovere di impegnarsi per affermare il principio dell'equità fiscale, che garantirà a ciascuno di noi la possibilità di pagare meno tasse a patto che le paghino tutti.

Il 2007 - e concludo - sarà, in questo senso, un anno decisivo, così come lo sarà per l'affermazione dello spirito riformista del Governo e della coalizione. È nostro dovere governare...

 

PRESIDENTE. La prego di concludere.

 

MICHELE BORDO. ...assumere decisioni responsabili e finalizzate al progresso dell'Italia e al benessere degli italiani. È il mandato ricevuto dagli elettori che dobbiamo onorare con impegno e serietà (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Misiti. Ne ha facoltà.

 

AURELIO SALVATORE MISITI. Signor Presidente, colleghi, l'attuale situazione economica dell'Italia è certamente di sofferenza. Da 15 anni il PIL non cresce in media più dell'1 per cento. Siamo fuori dai parametri di Maastricht con un rapporto deficit-PIL di poco inferiore al 5 per cento. La produzione industriale è stagnante, e negli ultimi anni le esportazioni si sono ridimensionate, portando in grave deficit la bilancia commerciale e quella dei pagamenti.

Fortunatamente, dall'inizio di quest'anno vi è una certa ripresa dovuta soprattutto alle maggiori importazioni dei grandi paesi asiatici. Certo, il bilancio è condizionato dalla nostra situazione energetica che determina gran parte del deficit commerciale.

Questo quadro è quello trovato dal Governo Prodi formatosi in seguito alla ristretta vittoria elettorale. La maggioranza ed il Governo non potevano affrontare il problema con «pannicelli caldi», ma dovevano farlo con un'azione molto determinata, per mettere a posto i conti del paese. Ne sono scaturiti un disegno di legge finanziaria e provvedimenti collegati che comportano sacrifici per tutti e benefici per la parte meno fortunata dei cittadini. Questa azione, tendente all'equità, richiede sacrifici proporzionati alle entrate in importanti settori dell'attività imprenditoriale, interessando anche i singoli lavoratori autonomi ed i professionisti. Senza queste azioni, è impensabile prevedere lo sviluppo economico e sociale per i prossimi anni. Allo sviluppo devono contribuire tutti. I risultati di queste azioni si vedono già con l'aumento del gettito fiscale verificatosi nell'anno 2006. Tale aumento deve costituire per il futuro la vera, nuova tassa del governo Prodi. Le altre dovranno ridursi gradualmente, in modo tale da consentire l'incentivo agli investimenti da parte dei piccoli imprenditori e delle piccole imprese. In questa direzione va anche la lotta agli sprechi, in particolare agli alti costi della politica e dell'amministrazione. Questa linea, voluta dal governo Prodi e contenuta in parte nel disegno di legge finanziaria, ha trovato già alcune risposte positive in alcune regioni amministrate da ambedue gli schieramenti, che hanno ridotto in questi giorni le indennità dei consiglieri e degli assessori.

Il complesso di norme che va sotto il nome di finanziaria si poteva varare solo all'inizio di una legislatura. Per gli anni successivi vanno previsti solo aggiustamenti e manovre di modesta entità, finalizzati al mantenimento dei parametri europei. L'Europa ci ha incoraggiato a proseguire, approvando l'attuale testo del disegno di legge finanziaria, raccomandando però l'avvio delle riforme strutturali e di non stravolgere in Parlamento il testo analizzato. Nonostante i perfezionamenti possibili, non si può non concordare con le raccomandazioni del commissario Almunia e pertanto sarebbe auspicabile che in quest'aula maggioranza e opposizione si facessero interpreti delle necessità del paese e superassero le pregiudiziali reciproche, per consentire un dibattito ampio e propositivo, senza la necessità, per il Governo, di chiedere la fiducia.

Come Italia dei Valori, siamo convinti che ciò sia possibile, in quanto non è la prima volta che il Parlamento collabora alla rinascita del paese ed oggi il paese deve rinascere, deve conquistare la competitività perduta. Quindi, se cambiamenti vi dovranno essere al disegno di legge finanziaria essi siano finalizzati a creare le basi per un nuovo e più avanzato sviluppo. Investiamo, allora, sulla conoscenza, sulla scuola, sull'università e sulla ricerca scientifica, accogliamo insieme emendamenti su tale grande comparto e rinunciamo ad altre possibili spese, meno urgenti e spesso di carattere corrente.

Per il sud, che - non dimentichiamolo - è il maggior contribuente allo sviluppo in termini di produzione di ossigeno, permettendo all'Italia di partecipare senza sfigurare alla Conferenza sul clima in corso a Nairobi, oltre alle misure previste, è necessario un grande sforzo, anche economico, per contrastare l'illegalità. Raddoppiamo o triplichiamo gli sforzi per dare ai magistrati e alle forze dell'ordine uomini e mezzi per stroncare sul nascere la criminalità organizzata. È questo l'investimento prioritario, senza il quale nessun imprenditore, piccolo o grande, è portato ad investire in tali regioni, nonostante alcune facilitazioni di legge...

 

PRESIDENTE. Deve concludere, onorevole Misiti...

 

AURELIO SALVATORE MISITI. Concludo, signor Presidente. Su questi temi ci aspettiamo il sincero appoggio di una larga parte del Parlamento. Ciò non vuol dire che i parlamentari non possano proporre anche emendamenti alternativi alle linee del disegno di legge finanziaria. Quelli non alternativi, tuttavia, andrebbero accolti, da qualunque parte provengano. Usciremmo, in tal modo, tutti più forti e sarebbe più forte anche l'Italia nel contesto internazionale (Applausi dei deputati dei gruppi Italia dei Valori e L'Ulivo).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Fitto. Ne ha facoltà.

 

RAFFAELE FITTO. Signor Presidente, i punti che vorrei affrontare nel mio intervento rispetto alla discussione del disegno di legge finanziaria, sostanzialmente sono tre.

Il primo è la grande anomalia che sta contraddistinguendo il dibattito interno alla maggioranza ed anche al paese, cioè la grande differenza che vi è tra i punti indicati all'interno del DPEF e ciò che successivamente è stato scritto nel disegno di legge finanziaria.

Vorrei esplicitare tale anomalia evidenziando i comportamenti che danno una giustificazione al tutto: non è un caso che il ministro di Rifondazione Comunista, Ferrero, nel Consiglio dei ministri non abbia votato il DPEF ed abbia, invece, votato il disegno di legge finanziaria. Penso che questa sia una prima risposta: gli obiettivi strutturali indicati all'interno del DPEF (la sanità, la finanza territoriale, il pubblico impiego, la previdenza) sono stati oggetto di un rinvio senza data poiché costituiscono il vero nodo che la maggioranza non è in grado di affrontare.

Ho ascoltato i colleghi, ho letto i giornali e ho ascoltato alcuni telegiornali: ho constatato che vengono espresse in forma eccessivamente enfatica le considerazioni rispetto alla valutazione dell'Europa sul disegno di legge finanziaria. Non è vero che ieri c'è stata una promozione: l'Europa ieri ha indicato alcuni punti coerenti con la grande anomalia che caratterizza il centrosinistra. L'Europa, ieri, non solo ha indicato alcuni punti di incertezza sulle entrate, collegati in modo particolare all'evasione, ma ha indicato in modo molto chiaro che la vera carenza di questa manovra è la totale mancanza di riforme strutturali. Quindi, torniamo al punto di origine che caratterizzerà, a nostro avviso in negativo, anche l'azione che dovrà essere portata avanti.

Il secondo punto è strettamente collegato alla suddetta anomalia politica. Questo disegno di legge finanziaria contiene un elenco di tasse che fanno emergere il vero volto della sinistra estrema e la vera impostazione di questo Governo, che nel nostro paese sono più che recepiti dall'opinione pubblica. Mi dispiace che molti colleghi, che questa mattina ho ascoltato con attenzione, vogliano mettere da parte il fatto che il paese è in subbuglio: vorrebbe dire non comprendere quanto sta accadendo nel paese.

Nel mio intervento non vorrei indicare l'elenco delle circa settanta nuove tasse che si abbatteranno sugli italiani, ma vorrei fare alcuni rapidi esempi collegati anche al terzo punto che affronterò, relativo al Mezzogiorno, dissentendo anche da considerazioni che ho poc'anzi ascoltato. Tale elenco di tasse muove i suoi passi, ad esempio, dalla riduzione del trasferimento agli enti locali con la facoltà - io direi l'obbligo, come capisce chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la realtà delle amministrazioni comunali - di aumentare l'addizionale comunale IRPEF dallo 0,5 allo 0,8 per cento. E penso sia altrettanto importante ricordare una serie di altre tasse che caratterizzano un punto fondamentale, in contrasto con la grande favola raccontata dell'equità sociale in riferimento alla rimodulazione dell'IRPEF per i redditi al di sotto dei 40 mila euro (con una mano si dà, ma con l'altra si toglie abbondantemente quello che viene dato): mi riferisco all'IRPEF, ma anche a tutti gli altri balzelli previsti, che vanno dalla rivalutazione degli estimi catastali, alla tassa sui rifiuti, alla tassa di soggiorno, al bollo auto rivisitato in tutte le versioni, che tocca la maggior parte dei cittadini, fino all'incredibile ticket.

Ho ascoltato toni entusiastici sulle scelte in materia di sanità. In cinque anni, con il Governo Berlusconi, abbiamo aumentato di oltre 30 miliardi di euro il fondo sanitario assegnato alle regioni; oggi, ascoltiamo che la legge finanziaria avvia una seria riforma in materia di sanità. Basta parlare del ticket: si prevedono 18 euro per il codice bianco, 23 euro per il codice verde ed un aumento da 36 a 46 euro per la specialistica. Ciò vuol dire che un cittadino deve sapere preventivamente per quale motivo sta andando al pronto soccorso: se dovesse commettere l'errore di andare al pronto soccorso mentre fortunatamente sta bene, dovrebbe comunque pagare tale sciagurata tassa che si abbatte in una forma illogica e senza precedenti a livello nazionale ed europeo.

Il suddetto elenco di tasse è troppo lungo da esaminare nel suo complesso, ma è stato oggetto di diversi approfondimenti da parte delle categorie, dei ceti produttivi, dei professionisti e dei singoli cittadini che sentono il peso gravissimo di questa legge realmente iniqua perché mette le mani nelle tasche degli italiani. Questo elenco si abbatte in modo specifico anche sul Mezzogiorno, ed in questo caso dobbiamo sfatare un'altra favola che viene raccontata.

Il Mezzogiorno, da questa legge finanziaria, è penalizzato in modo chiaro e dobbiamo avere il coraggio di dirlo, dopo che, per cinque anni, abbiamo ascoltato l'equazione che il Mezzogiorno era penalizzato perché, all'interno del Governo, c'era la Lega e, su questo, si è creata una falsa strumentalizzazione.

I due elementi concreti che di questa legge finanziaria danno la dimensione della non attenzione nei confronti del Mezzogiorno sono: innanzitutto l'articolo 8 del decreto-legge, che blocca i contratti di programma decisi entro marzo del 2005, per un'ipotesi di riprogrammazione (non capiamo cosa ci sia dietro questa scelta); il secondo elemento è quello collegato al fondo per le aree sottoutilizzate. Non si può fare confusione sulle risorse ingenti che giungeranno alle regioni del sud con la programmazione 2007-2013, perché qui è in atto un bluff, quello di mettere insieme, all'interno di un fondo, delle risorse, la cui differenza, negli anni, faceva un totale diverso da quello che, attualmente, esiste in legge finanziaria. Basta andare a leggere la Tabella F di questo provvedimento, per rendersi conto che, nel 2006, il Governo precedente aveva predisposto uno stanziamento per il fondo delle aree sottoutilizzate di 8 miliardi e 500 milioni di euro, che, nel 2007, vi è una previsione di 6 miliardi e 880 milioni di euro e che, realmente, in finanziaria, ci sono 5 miliardi 147 milioni di euro. Quindi, c'è una riduzione di un miliardo e 700 milioni di euro da assegnare alle aree sottoutilizzate del Mezzogiorno. Anche per quanto riguarda il 2008, a fronte di una previsione pari a 6 miliardi 130 milioni di euro, vi è una riduzione di 980 milioni di euro. Sto citando le cifre presenti nelle tabelle allegate alla legge finanziaria. Non possiamo, quindi, raccontare che vi sia un'attenzione verso il Mezzogiorno.

La verità è che il Mezzogiorno, da questa legge finanziaria, è fortemente penalizzato, anche perché vi è un'altra scelta grave, che è quella che non consentirà più alle regioni del sud che, fino alla precedente legge finanziaria, avevano le risorse disponibili per una programmazione autonoma a fronte di un importo loro assegnato, a causa della riduzione delle risorse e della previsione del fondo unico, di scegliere in proprio e autonomamente gli interventi da realizzare sul territorio. Andremo a verificarlo da qui ai prossimi mesi, quando le regioni non assumeranno più provvedimenti analoghi a quelli degli anni precedenti.

Questa è la dimensione della legge finanziaria e non possiamo, in alcun modo, accettare una logica, una scelta e una finalizzazione differenti da quelle cui si è fatto riferimento, eludendo gli elettori durante le campagne elettorali. Il malessere complessivo emerge in modo sempre maggiore. In questa direzione, penso che sia altrettanto importante, non fare riferimento ai dati preoccupanti che il Mezzogiorno d'Italia ha vissuto, negli anni precedenti, in una congiuntura economica sfavorevole, a livello nazionale ed internazionale - non poteva che essere così - ma fare riferimento al fatto che, in un momento come questo, nel quale è quanto mai necessario ridurre la pressione fiscale, spingere i consumi, favorire la ripresa economica, ed immaginare e finalizzare risorse destinate, in modo specifico, alle aree maggiormente bisognose. Ma cosa fa questo Governo? Esattamente il contrario: aumenta la pressione fiscale, crea le condizioni per contrarre la crescita del nostro paese e, soprattutto, riduce le risorse a quelle aree svantaggiate che, mai come in questo momento, hanno bisogno di interventi strutturali e finalizzati, che possano andare nella giusta direzione.

Penso sia importante fare una considerazione finale rispetto a questa legge finanziaria. Certamente, da qui a qualche giorno, assisteremo alla giustificazione del voto di fiducia per il numero degli emendamenti presentati. Ma il voto di fiducia sarà motivato, non solo dalla loro quantità, ma soprattutto dalla qualità delle proposte emendative che verranno presentate da numerosissimi parlamentari e partiti del centrosinistra. Questo strozzerà, ancora una volta, il merito della legge finanziaria e, di certo, metterà in piazza la difficoltà di questo Governo, portando inevitabilmente ad una forte protesta e ad una crescita del dissenso sul territorio, che non dobbiamo responsabilmente cavalcare, come ci viene indicato, ma che cerchiamo di intercettare, avendo la consapevolezza piena che, in questo momento, esiste un grande disagio, nel nostro paese. Si tratta di un disagio che, ormai, attraversa, in forma trasversale, non solamente quelle fasce di elettorato o quelle realtà sociali strutturalmente e storicamente legate elettoralmente al centrodestra ma si tratta anche di un dissenso che accompagna e affianca, in modo chiaro e netto...

 

PRESIDENTE. La invito a concludere.

 

RAFFAELE FITTO. ...una valutazione complessiva, che va ben oltre i confini elettorali storicamente a noi vicini.

Svolgo un ultima considerazione, signor Presidente. Le parole d'ordine sono: risanamento, equità e sviluppo. La verità è che, con la scusa del risanamento, si racconta la favola dell'equità, promettendo una grande bugia che è quella dello sviluppo.

È un dato che emerge ormai in forma sempre più chiara e che anche gli esponenti responsabili di questa maggioranza cominciano, in modo chiaro, ad evidenziare all'esterno (Applausi dei deputati dei gruppi Forza Italia e Alleanza nazionale).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Quartiani. Ne ha facoltà.

 

ERMINIO ANGELO QUARTIANI. Signor Presidente, a premessa del mio intervento, vorrei ricordare che, da troppo tempo, ad ogni inizio di discussione sulla manovra di bilancio, viene prospettata l'esigenza di riformarne le procedure, salvo poi lasciare che, ogni anno, si ripeta un rito sempre meno in grado di rispondere alle esigenze di un'economia moderna e di un bilancio pubblico che hanno, invece, bisogno di certezze e di rapidità di decisione.

La nostra sessione di bilancio dura, nei due rami del Parlamento, più di tre mesi, circa tre volte più di una normale sessione di bilancio in altre democrazie europee e del mondo. È una sessione di bilancio sempre esposta alle pressioni di lobby, di interessi economici, sociali e culturali che tuttavia, pur legittimamente, concentrano sul disegno di legge finanziaria richieste, proposte, sollecitazioni che dovrebbero avere risposta nella ordinaria modalità di funzionamento del Parlamento, nell'ambito della propria funzione legislativa.

Con queste modalità di funzionamento, rischiamo di perdere di vista, dunque, gli obiettivi fondamentali ai quali penso di fare riferimento con il mio intervento, richiamandoli per quanto attiene gli obiettivi fondamentali della manovra nella loro essenza, una manovra che intende risanare la finanza pubblica, ma che ha l'ambizione, insieme al mantenimento degli obblighi contratti, tramite il patto di stabilità, con l'Unione europea, di produrre crescita economica e maggiore equità sociale.

Una manovra di questa entità ha un obiettivo principale molto ambizioso, ossia riportare il paese sulla via della crescita duratura per molti anni e con un tasso sostenuto di crescita intorno al 2 per cento annuo. Con questa manovra e con le leggi ad essa collegate, che sono parte integrante della manovra finanziaria, vi sono le condizioni per innalzare il tasso di produttività complessivo del paese, ad esempio, tramite corposi interventi tesi a dotare di infrastrutture un paese che ne è sottodotato (penso ad un fondo di 3 miliardi per le infrastrutture) o tramite la scelta di aprire ulteriormente i mercati ancora troppo chiusi (penso ai mercati dell'energia e del credito, ai servizi di pubblica utilità, al sistema pensionistico, alle professioni).

Per accompagnare il paese nella sua crescita, per fare in modo che la crescita del 2006 e quella prevista per il 2007 non siano un fuoco di paglia, si è scelto, dunque, di fissare gran parte della disponibilità finanziaria dello Stato su un impegno atteso sia dalle aziende sia dai lavoratori: la riduzione del costo del lavoro, il cosiddetto cuneo fiscale. Si tratta, a regime, di oltre 8 miliardi di euro, di cui 5 miliardi vanno alle imprese, che così recupereranno in termini di competitività di prezzo dei prodotti sul mercato.

Questo è un intervento duraturo, che vale nel tempo, per tutti gli anni - e non per uno solo - e ha lo stesso effetto che, un tempo, era dato dalle cosiddette svalutazioni competitive della moneta che producevano effetti positivi solo nel mercato per le aziende e non per i lavoratori dipendenti e le famiglie. Invece, con quest'intervento sul cosiddetto cuneo fiscale, le imprese avranno ridotto il costo di impresa del 2-3 per cento, ma ci sarà anche un effetto importante sulle buste paga dei lavoratori dipendenti, spingendo in tal modo la domanda interna e aumentando il potere di acquisto, cosa che con le svalutazioni competitive non si aveva, perché esse producevano inflazione e, dunque, diminuivano il potere d'acquisto.

Credo che si tratti di una grande questione, la quale viene finalmente affrontata con il disegno di legge finanziaria in esame. Tale scelta, a mio avviso, deve essere pienamente valorizzata e la sua importanza deve essere compresa sia dalle imprese, sia dalle famiglie, sia dai lavoratori italiani.

A proposito di critiche improprie riguardo all'assenza di misure relative al precariato nel mondo del lavoro, signor Presidente e colleghi, vorrei altresì ricordare che l'intervento finalizzato alla riduzione del cuneo fiscale valorizza il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, poiché risultano premiate solamente le imprese che assumono lavoratori a tempo indeterminato, dunque non precari. Sappiamo bene, inoltre, che l'abbattimento del cosiddetto cuneo fiscale agisce premiando il lavoro femminile e consente, più o meno direttamente, anche il miglioramento delle condizioni del lavoro giovanile.

Dunque, man mano che si rende sempre più esplicito e chiaro il profilo della manovra economica e finanziaria del centrosinistra, saranno evidenti anche i disegni di riforma che l'accompagnano e la accompagneranno nella sua attuazione, a partire dalle modifiche individuate sia nel Documento di programmazione economico-finanziaria, sia nella risoluzione parlamentare che lo ha approvato. Si tratta dei quattro grandi comparti che hanno bisogno di ammodernamenti: la previdenza, la sanità, la pubblica amministrazione e gli enti locali.

Vorrei rilevare che la manovra di finanza pubblica, oltre a ciò, contiene importanti passaggi e numerose risorse destinate a settori dimenticati, o poco considerati, negli scorsi cinque anni di Governo del centrodestra. Mi riferisco alla ricerca, alla formazione...

 

PRESIDENTE. La prego di concludere...!

 

ERMINIO ANGELO QUARTIANI. ... all'ambiente, all'energia, all'interesse manifestato dallo stesso disegno di legge finanziaria sia per il settentrione, sia per il meridione d'Italia ed alle iniziative poste in essere a beneficio delle aree montane. Penso, infine, ad una serie di iniziative che riguardano, in maniera più stringente, la redistribuzione della ricchezza a favore dei redditi medio-bassi, delle famiglie, degli anziani e dei giovani.

Penso, signor Presidente - e concludo -, che, nel corso dell'esame parlamentare, la manovra potrà essere migliorata; tuttavia, ritengo che, anche nella sua versione attuale, essa rappresenti il più importante tentativo, compiuto negli ultimi dieci anni, per far tornare a crescere il nostro paese in maniera stabile e duratura (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Caparini. Ne ha facoltà.

 

DAVIDE CAPARINI. Signori del Governo e della maggioranza, i primi sei mesi della vostra politica economica, oltre a certificare la volontà punitiva e la voglia di vendetta nei confronti dei ceti produttivi, dei lavoratori, degli artigiani, dei liberi professionisti, dei commercianti e degli imprenditori, consentono di tracciare un primo, fallimentare bilancio della vostra azione.

Si tratta di un bilancio fallimentare perché la vostra prima manovra finanziaria è conformista ed europeista. Essa rende omaggio ai parametri dei «ragionieri di Maastricht», vale a dire coloro che pensano sia sufficiente l'intenzione di controllare i conti, anziché la pratica di rendere competitivo un prodotto per salvare l'azienda! Ciò perché, onorevoli colleghi, il dato reale è che l'Italia, così com'è, non cresce, non crescerà e non sarà sicuramente in grado di fronteggiare le sfide poste dal mercato globale.

Le sinistre, purtroppo, non si preoccupano e non si sono occupate di questo problema. Esse, infatti, hanno rinviato le riforme strutturali che si rendono imprescindibili e necessarie per rilanciare sia i nostri prodotti, sia la nostra capacità di vincere non solo la competizione sul mercato dei beni e dei servizi, ma anche la sfida per garantire la qualità della vita e la giustizia sociale.

Infatti non ci potrà essere una giustizia sociale, senza crescita. Dal Presidente Napolitano al Governatore della Banca d'Italia - che ha bocciato questa manovra finanziaria non vedendone gli interventi strutturali -, si sprecano gli allarmi sulla nostra situazione economica. Purtroppo però nessuno ha il coraggio di dire - solo noi continuiamo a farlo, unici in questo Parlamento - quali sono le vere ragioni della crisi del nostro sistema paese. L'assistenzialismo, primo fra tutti. Le pensioni non coperte da versamenti di contributi sociali: 7 su 10 in Sicilia, che costano qualcosa come 500 milioni di euro l'anno. Ad esse si aggiungono quelle della Puglia e della Calabria, per una cifra di 1,4 miliardi, spesi ogni anno in puro assistenzialismo e parassitismo. Per questo non ci sono i soldi per le infrastrutture, né per la ricerca, né per la competitività del nostro paese!

È per questo che servirebbe una riforma strutturale, come quella delle pensioni. Ma non ciò che avete in mente voi, non quella che volete fare ancora una volta ai danni dei lavoratori, quelli veri, quelli che versano i contributi! No! Qui servirebbe una riforma diversa, che finalmente intacchi i privilegi, le baby pensioni e tutta quella forma di clientelismo ed assistenzialismo, che si è stratificata nel corso degli anni. Serve una riforma delle pensioni, che finalmente incida su quel cancro che sono le pensioni di invalidità false. Insomma, serve una riforma strutturale, che finalmente non privilegi i pochi ai danni dei molti.

Inoltre, serve un intervento strutturale sul piano della qualità dei servizi. Voi avete fatto le privatizzazioni senza mercato, che ci hanno consegnato degli oligopoli, che scaricano le loro inefficienze su tutti noi: servizi scarsi, tariffe esorbitanti. Nella bolletta della luce, del gas, così come nel costo della benzina, c'è lo Stato, che puntualmente incassa fior fiore di oneri sociali. Dietro i costi esorbitanti delle nostre banche - le più inefficienti in Europa -, ci sono le cartolarizzazioni volute dalle una tantum di destra e di sinistra.

Insomma, nessuno ha ancora avuto il coraggio di intervenire laddove è necessario. Servirebbero delle vere liberalizzazioni, che voi non siete in grado di fare. Avete gettato fumo negli occhi del paese e dei cittadini con il recente decreto cosiddetto Visco-Bersani, assolutamente un «pannicello caldo», che non ha risolto e non risolverà i problemi del nostro paese.

Sicuramente poi, a proposito di lobby, la sinistra può insegnare molto, in quanto la più forte, la più influente, la più importante - anche dal punto di vista elettorale - è quella che voi state garantendo anche in questa finanziaria e cioè quella del settore pubblico, perché oltre ad essere i primi al mondo per assistenzialismo ed inefficienza dei servizi, lo siamo anche per quanto riguarda la capacità del controllo dello Stato all'interno della vita di tutti noi, tanto è vero che c'è una triste classifica, che ci vede di poco superati da Polonia ed Ungheria, per quanto riguarda la presenza dello Stato all'interno dell'attività delle imprese e più in generale della vita quotidiana di tutti noi.

Questo è dovuto proprio alla presenza di un vero e proprio esercito di dipendenti pubblici, un esercito che costa. Al riguardo, nessuno dei Governi di centrodestra e di centrosinistra è riuscito a dare l'unica risposta possibile: quella della qualità e della meritocrazia, della costruzione di un sistema che, finalmente, rompa con il passato - una volta per tutte - e guardi al futuro, al modello offerto dagli Stati che hanno avuto il coraggio di avviare riforme strutturali, di chiudere i conti con il passato e di affacciarsi alle sfide che il nuovo millennio propone, dotati di una struttura moderna, congrua ed efficiente. È quanto proponiamo, ormai da troppi anni, all'interno delle aule parlamentari: il federalismo. Un federalismo istituzionale e fiscale farebbe finalmente entrare, nel dizionario e nella pratica della politica, due parole che, purtroppo, sono a voi sconosciute: libertà e responsabilità. Grazie.

 

PRESIDENTE. Grazie a lei.

È iscritto a parlare il deputato Giovanelli. Ne ha facoltà.

 

ORIANO GIOVANELLI. Signor Presidente, credo che, di fronte ad un provvedimento importante come quello in esame, dobbiamo valutare non soltanto come esso affronti la realtà contingente, ma anche se e come esso apra scenari evolutivi nuovi ed importanti per il paese.

Non c'è dubbio: il disegno di legge finanziaria in esame fa i conti con una realtà difficile, effettivamente dura, profondamente segnata non soltanto dal dissesto dei conti ereditato dal Governo che ci ha preceduti, ma anche dal fallimento della filosofia con la quale si è cercato di affrontare i temi del rilancio dello sviluppo e della crescita del nostro paese.

Il provvedimento in esame non si piega all'emergenza, non cerca soltanto di fronteggiare, di mettere una «pezza» ad una situazione difficile; oggettivamente, mi sembra che esso cerchi di dare ordine ad un potenziale sviluppo di linee di azione nel quinquennio che abbiamo davanti. È vero: come ricordava il collega Fitto nel suo intervento, si avverte un disagio, nella società italiana, nelle diverse categorie sociali, nel mondo degli enti locali. Saremmo sordi se non lo ascoltassimo!

Tuttavia, ci va dato atto, con onestà, che il disagio non ha trovato orecchie disattente: il dialogo non si è fermato con la presentazione del disegno di legge finanziaria, ma è proseguito. Proprio in questi giorni, in queste settimane, sono stati conclusi accordi importanti, come quello relativo alle risorse necessarie agli enti locali per affrontare la fase difficile della redazione dei bilanci dopo cinque anni di continui tagli da parte dei Governi di centro destra (colgo l'occasione per obiettare al collega della Lega Nord che il disegno di legge finanziaria in esame è molto più federalista di quelli scritti negli anni precedenti dal ministro Tremonti). Sono stati conclusi accordi con le imprese relativamente al delicato tema del TFR accantonato. Inoltre, è stato concluso con i sindacati un accordo concernente il contratto del pubblico impiego, un nodo assolutamente decisivo per i prossimi anni. Le nostre orecchie non sono state disattente; e ciò ha già prodotto risultati già importanti.

La prosecuzione di questo continuo dialogo con la società italiana porrà, a mio avviso, la premessa per l'avvio di una stagione riformatrice alla quale il disegno di legge finanziaria potrà fare da solido piedistallo.

Non si possono approntare riforme serie se non si risanano i conti, se non si dà tranquillità sociale al paese e se non si avviano politiche innovative nel campo dello sviluppo, degli investimenti e della crescita. Tali riforme si intravedono nel disegno di legge finanziaria in esame, bisogna, però, svilupparle coerentemente. Il presupposto è portare in fondo lo sforzo intrapreso con la definizione della finanziaria. Faccio un esempio. L'aver riconsegnato autonomia agli enti locali e aver, quindi, superato la logica dei tetti dei cosiddetti decreti taglia-spese, significa aver aperto una porta decisiva verso una riforma strutturale del rapporto fra Stato centrale ed autonomie locali. In altre parole, si tratta del federalismo fiscale, che è presente nel disegno di legge finanziaria in esame. È necessario, lo ripeto, sviluppare quello che già si intravede in tale provvedimento. Occorre, in particolare, accantonare definitivamente l'illusione di grandi riforme con le quali ci siamo baloccati nei cinque anni precedenti e procedere all'attuazione del Titolo V della Costituzione. Ciò significa affrontare il tema del nuovo codice delle autonomie, quello della innovazione nella pubblica amministrazione e quello delle liberalizzazioni dei servizi pubblici locali. È necessario dare al paese una base di regole certe e ferme su cui fondare la propria modernizzazione.


PRESIDENTE. Deputato Giovanelli, concluda.

 

ORIANO GIOVANELLI. Concludo, Presidente. Ritengo che il disegno di legge finanziaria in esame sia ancora perfettibile; a questo proposito, alcuni colleghi hanno già segnalato alcuni aspetti che possono essere migliorati ulteriormente. Non c'è dubbio, comunque, che tale provvedimento può rappresentare fin da ora, per come è e per come è stato modificato dal Parlamento su spinte provenienti anche dal dialogo sociale, un punto di riferimento assolutamente solido su cui fondare la modernizzazione e la competitività del paese in un quadro di solidarietà e di attenzione ai più deboli.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Zacchera. Ne ha facoltà.

 

MARCO ZACCHERA. Signor Presidente, faccio notare al collega appena intervenuto che a sinistra non tutti la pensano alla stessa maniera. A tale proposito, ricordo che Michele Serra, venerdì scorso, su la Repubblica scriveva: «Passerà alla storia come la manovra di Governo peggio comunicata e peggio gestita di tutti i tempi, con il comico accavallarsi, sulle pagine dei giornali e nei TG, di tabelle che ritoccano quotidianamente cilindrate, bolli, kilowattora, tasse di successione, e riportano emendamenti, patteggiamenti, ritocchi e codicilli quanti ne bastano per non capirci più un'acca.» - concludendo - «La maggioranza, comunque, quanto ad autorevolezza e a riservatezza ne esce con le ossa rotte. Per sapere quali ossa, e rotte come, bisogna però aspettare il prossimo comunicato che rivedrà sicuramente il numero delle ossa e delle fratture». Questo non lo sostiene un esponente di Alleanza Nazionale, ma, come detto, Michele Serra, noto giornalista-compagno su la Repubblica.

Colleghi, la realtà è che, a mio avviso, nella confusione generale ci si è dimenticati che il Governo Prodi aveva promesso che ci avrebbe dato la felicità - alla faccia della felicita! - e, soprattutto, che non avrebbe aumentato le tasse. Però, come sappiamo, sono sessantasette le nuove tasse inserite in questa finanziaria. Trascorrerò il tempo a mia disposizione - cinque minuti - elencandole. Tassa n. 1: l'IRPEF è più cara, a che livello però non lo sappiamo. Tassa n. 2: detrazioni anziché deduzioni; i contribuenti potranno, ad esempio, detrarre dall'IRPEF il coniuge a carico soltanto al 50 per cento. Tassa n. 3: in tema di pensioni è previsto un contributo di solidarietà, pari al 3 per cento, sulle quote e i trattamenti oltre i 5 mila euro mensili. Tassa n. 4: le addizionali comunali; i comuni possono aumentare l'addizionale IRPEF (il Governo di centrodestra, lo ricordo, l'aveva bloccata). Tassa n. 5: l'imposta di scopo; i comuni possono istituire da gennaio 2007 un nuovo tributo e con il ricavato effettuare investimenti sul territorio comunale. Tassa n. 6: le successioni; dopo molti cambiamenti, in questo momento è prevista una tassa minima del 4 per cento per immobili di valore superiore al milione di euro. Tassa n. 7: sulle donazioni (segue i parametri delle successioni). Tassa n. 8: si opera una stretta sulle detrazioni per spese mediche. Tassa n. 9: da gennaio 2007 per le prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale viene istituita una quota pari a 10 euro. Tassa n. 10: viene istituito un ticket per le prestazioni erogate dal pronto soccorso pari a 23 euro se trattasi di interventi di codice verde, e di 41 euro nel caso in cui siano necessari degli esami. Tassa n. 11: sugli esami clinici se essi non sono ritirati per tempo. Tassa n. 12: sull'intrattenimento; si pensa di introitare 48 milioni di euro sui giochi. Tassa n. 13: sui voli prevedendo un incremento delle tasse di 50 centesimi di euro per ogni passeggero che vola su aeroporti nazionali. Tassa n. 14: passaporti più cari; viene elevato a 75 euro il visto di transito. Tassa n. 15: stangata sul risparmio, si sale al 20 per cento sulle ritenute dei rendimenti. Tassa n. 16: dividendi più salati sui pronti contro termine. Tassa n. 17: cento milioni di euro sull'aumento delle tasse dei tabacchi e delle sigarette. Tassa n. 18 sulla casa: più tasse sulla vendita delle case e quindi aumento anche dell'imposta sostitutiva per le plusvalenze. Tassa n. 19: riportare nell'ICI tutti i nuovi dati che vi arrivano e non vengono detti, altro costo per fare la dichiarazione. Tassa n. 20: nuovo catasto con rivalutazione dei terreni. Tassa n. 21: cambiano le rendite per ricoveri, collegi e caserme con l'aumento del 40 per cento. Tassa n. 22: tasse ipotecarie, modificate le aliquote sulle imposte ipotecarie catastali. Tassa n. 23: gli immobili in leasing, il credito IVA sarà inferiore. Tassa n. 24: le imposte e il catasto, per il riutilizzamento a fini commerciali e i dati ipotecari bisogna aver pagato prima i contributi all'Agenzia delle entrate. Tassa n. 25: calamità, allargamento dell'obbligo di assicurazione per la copertura dei rischi di calamità naturali (in provincia di Alessandria sono felici perché stanno ancora aspettando i contributi del '94 per i bi-alluvionati. Tassa n. 26: il condono marittimo, per il suo recupero degli utilizzi pregressi degli ultimi cinque anni. Tassa n. 27: bollo auto più caro, e su questo si apre una tragicomica commedia su quanto occorra pagare. Tassa n. 28: bollo auto sempre più caro perché le regioni che sfiorano il patto di stabilità possono ulteriormente aumentarlo. Tassa n. 29: il bollo nuovo da applicare sulle moto «euro 0» che viene portato a 26 euro. Tassa n. 30: stangata sull'auto aziendale - e andrò più veloce perché il tempo del mio intervento sta per finire. Tassa n. 31: vengono tassate anche le auto dei disabili. Tassa n. 32: la benzina è più cara dello 0,0258 con efficacia dal 15 luglio. Tassa n. 33: gasolio più caro, aumenta l'accisa sul gasolio. Tassa n. 34: eliminata l'esenzione dell'accisa per il biodiesel. Tassa n. 35: nuove tariffe...

 

PRESIDENTE. La prego di concludere!

 

MARCO ZACCHERA. Siamo solo alla 35! Peccato che devo arrivare alla 67! ...Prego?

 

ROBERTO GIACHETTI. Ne avevi saltata una!

 

MARCO ZACCHERA. No, siamo arrivati solo a 35, mentre era di 67, collega, il numero delle tasse da leggere.

 

ROBERTO GIACHETTI. Tra la tassa n. 20 e quella n. 22, la 21 non l'hai citata!

 

MARCO ZACCHERA. Chiedo scusa Presidente, ma il richiamo del collega... La tassa n. 21 riguardava il cambiamento delle rendite per le attività commerciali di immobili in categoria B.

 

PRESIDENTE. Può consegnare il testo, onorevole... Deve concludere!

 

MARCO ZACCHERA. Concludo, Presidente. Penso che occorra lavorare seriamente per mandare a casa il più presto possibile il Governo Prodi. Mi sembra che in Molise abbiano già cominciato a farlo!

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Maria Leddi Maiola. Ne ha facoltà.

 

MARIA LEDDI MAIOLA. Presidente, onorevoli colleghi, ho ascoltato con molta attenzione gli interventi che si sono svolti fino a questo momento, ascoltandoli con spirito laico, così come con tale spirito ho cercato di cogliere - come dice San Paolo nella lettera ai Tessalonicesi, «esaminate ogni cosa e tenete ciò che è buono» -, ponendo molta attenzione, e forse più negli interventi dell'opposizione che non della maggioranza, per tenere ciò che vi è di buono.

Ho ascoltato cose interessanti, ma anche cose che, francamente, mi lasciano estremamente stupita, in particolare gli ultimi due interventi. Il collega onorevole Zacchera ha elencato le tassazioni e, nel lungo elenco che ha fatto, ha aggiunto anche alcune cose di estremo interesse, ad esempio facendo di ogni erba un fascio e indicando le tassazioni che sono state portate ad uniformità. Allora deve spiegarmi se trova poi così incoerente un aumento oggettivo di tassazione laddove le rendite finanziarie vengono equiparate alla tassazione della rendita da lavoro e perché in questo paese, e negli ultimi cinque anni c'eravate voi al Governo di questo paese, non è stato un gran problema non rendersi conto che vi era una profonda sperequazione tra la tassazione sul reddito da lavoro, e quindi sul reddito che dà lavoro, e la rendita finanziaria che, oggettivamente, è pura transazione, che non dà ricchezza, che anzi immobilizza risorse e le tiene semplicemente ad alimentare i rentier.

Cinque anni di legislatura sono trascorsi da poco: credo vi fossero tutti gli estremi per trovare una soluzione ai problemi degli alluvionati e bi-alluvionati di Alessandria e Asti, senza chiedere di risolvere i problemi a chi è arrivato da pochi mesi. Pertanto, di fronte a problemi concreti si dovrebbe seguire un diverso approccio, se si vuole davvero tentare di risolverli.

Credo che tutto ci aiuti a capire un dato di fatto oggettivo. Oggi giunge al nostro esame una finanziaria dura che solleva molte discussioni, perché si tratta di una manovra assai pesante. Vorrei però sottolineare - quanto ho riassunto prima lo testimonia - un aspetto: una manovra di questa pesantezza, predisposta oggi, anno del Signore 2006, per il 2007, è anche il frutto di un periodo di cinque anni in cui non si sono assunte decisioni. Non dico che in questi cinque anni non siano state predisposte determinate misure. Dico che negli ultimi cinque anni sono state adottate alcune politiche di governo della spesa pubblica che, evidentemente (i cinque anni sono un lasso di tempo sufficiente per tirare le somme e per fare opportune valutazioni), non sono riuscite né a risanare l'economia del paese - vero è che siamo sostanzialmente a crescita zero - né a risanare le casse dello Stato (vero è che non c'è avanzo primario, quindi manca il polmone necessario per muovere l'economia del paese).

Pertanto, oggi dobbiamo adottare alcune misure anche fortemente impopolari, ma necessarie, perché il primo obbligo di un Governo è quello di risanare i conti per fare ripartire l'economia; d'altra parte, nel ventunesimo secolo - credo sia cosa nota e condivisa -, solo i bilanci sani ed il rigore della spesa rappresentano il motore dello sviluppo (sono le regole per far ripartire il paese).

Oggi ci troviamo ad affrontare una manovra di questa pesantezza, perché il Governo si è posto l'obiettivo di far fronte all'ineludibile necessità di risistemare i conti del paese; è ciò che farebbe, con un comune buonsenso, nella gestione di una qualunque azienda o nella gestione del più banale dei bilanci familiari, chi ha interesse a mantenere sana la propria famiglia, la propria azienda e, noi, il nostro paese.

Occorre rimettere in ordine i conti e ciò significa fare due cose: una manovra sulla spesa e una manovra per favorire il rilancio ed il rifinanziamento delle infrastrutture.

Per quanto riguarda la manovra sulla spesa, la finanziaria rappresenta un passaggio. Non è ciò che risolve tutti i problemi; certo, è un indicatore importante, ma alla stessa dovranno seguire altri provvedimenti che credo e mi auguro saranno più incisivi in questo senso.

Bisognerà provvedere al riordino della spesa, per ottenere ulteriori risparmi, ma ancor più bisognerà arrivare ad una spesa che garantisca l'efficienza del sistema, in particolare, della pubblica amministrazione che è un altro presupposto indispensabile, perché il paese riprenda a funzionare adeguatamente e perché il settore produttivo abbia alle spalle un sistema paese che lo aiuti. Ciò è un presupposto fondamentale per rincorrere una ripresa di cui al momento siamo a debita distanza.

Vorrei ricordare, inoltre, la necessità - che rappresenta uno degli elementi di durezza della manovra - di reperire risorse per le infrastrutture. Purtroppo, negli ultimi anni, è aumentata la spesa corrente e si sono svuotate le spese per gli investimenti. Senza infrastrutture, il paese non funziona; non possiamo affidarci sempre alla buona stella e alla buona volontà di chi nel paese opera positivamente.

Infine, sono certa che nella legge finanziaria, che sarà approvata con le dovute modificazioni che il Parlamento dovrà e potrà apportare, ci sia un'attenzione ai ceti produttivi che in questo momento si sono sentiti non adeguatamente valorizzati.

 

PRESIDENTE. La prego di concludere.

 

MARIA LEDDI MAIOLA. In questo senso auspico - e ci sarà l'impegno di tutti - la ripresa del dialogo con una parte indispensabile all'economia del paese (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo).

 

ROBERTO GIACHETTI. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ROBERTO GIACHETTI. Signor Presidente, vorrei porre una questione a fine seduta: non è necessaria adesso una risposta, ma, eventualmente, nell'ambito delle valutazioni che la Presidenza riterrà di fare, per il pomeriggio o, comunque, per il prosieguo della nostra seduta. Questa mattina la seduta è iniziata con gli interventi dei relatori. C'è stato un piccolo problema di comprensione e un equivoco rispetto ai tempi che erano stati assegnati al primo relatore, l'onorevole Ventura, il quale ha parlato una decina di minuti in meno rispetto alla sua possibilità di intervenire. Allora, nell'economia dei tempi dati, delle esigenze che debbono essere rispettate dalla Presidenza e dei nostri lavori, volevo chiederle semplicemente se i dieci minuti - o per il medesimo relatore, in un eventuale calcolo dei tempi di replica, ovvero nell'economia del dibattito e, quindi, con la possibilità di ricavare ulteriore spazio - possano essere riconsiderati nel tempo che ci rimane tra questo pomeriggio e domani mattina nell'ambito del dibattito. Ripeto, è una questione che si può analizzare anche nel pomeriggio o domani mattina, la pongo semplicemente adesso proprio per evidenziarla prima del prosieguo dei nostri lavori.

 

PRESIDENTE. La Presidenza terrà conto di questa sua richiesta e darà una risposta successivamente.

Constato l'assenza del deputato Calgaro, iscritto a parlare; si intende che vi abbia rinunziato.

Sono così esauriti gli interventi previsti per l'odierna mattinata.

Il seguito della discussione congiunta è pertanto rinviato al prosieguo della seduta che riprenderà alle 14 con l'informativa urgente del Governo.

Sospendo quindi la seduta.

 

La seduta, sospesa alle 15,02, è ripresa alle 15,12.

 

Si riprende la discussione.

 

(Ripresa discussione congiunta
sulle linee generali - A.C.
1746-bis e A.C. 1747)

 

PRESIDENTE. Riprendiamo la discussione congiunta sulle linee generali dei disegni di legge nn. 1746-bis e 1747.

È iscritto a parlare il deputato Baldelli. Ne ha facoltà.

 

SIMONE BALDELLI. Presidente, siamo in sede di discussione sulle linee generali del disegno di legge finanziaria, una legge che ha un peccato originale molto importante.

Le elezioni dello scorso aprile hanno consegnato al paese un Parlamento con una maggioranza di centrosinistra, ma sostanzialmente si è trattato di un risultato che ha diviso a metà l'elettorato. A fronte di questo dato l'elemento curioso è stato quello per cui non vi è stata una volontà di procedere in modo consequenziale a questo risultato politico. Vi è stata una maggioranza parlamentare, la metà del paese, che ha preteso sin dall'inizio, sin dalle prime nomine dei vertici istituzionali, di procedere in un determinato modo, a nostro avviso sbagliato, non tenendo conto dell'altra metà del paese.

Con questo peccato originale e con questo vizio di origine nasce la presente legislatura, nascono i provvedimenti che l'hanno contraddistinta; nasce anche questa legge finanziaria con in più un'aggravante che viene a sommarsi ai tanti elementi negativi, e cioè il fatto che questa maggioranza ha deciso di svolgere al proprio interno il dibattito sulla finanziaria, così come in precedenza lo ha svolto sul provvedimento conosciuto come Visco-Bersani, e su tutti gli altri provvedimenti e azioni politiche poste in essere dall'inizio della legislatura ad oggi, come se tutto fosse un problema interno al centrosinistra, interno all'Unione e magari lo strumento per risolvere le proprie beghe interne, per appiattire le proprie contraddizioni, cosa che in realtà non è riuscita perché quelle proprie contraddizioni si sono invece esasperate.

Ecco perché non si è aperto un confronto sulle priorità del paese, sull'esigenza di riforme strutturali che pure l'Europa ci impone; non si è aperto un confronto sul quadro generale, che pure alcuni volenterosi avrebbero voluto mettere in campo, al di là delle esigenze e del rispetto giusto e corretto del bipolarismo. Ciò è stato il frutto di una precisa volontà politica imposta dal centrosinistra, e in particolare all'interno del centrosinistra dalla sinistra del centrosinistra che ha prevalso.

Abbiamo quindi non solo una metà che pretende di governare l'Italia per tutti, ma una metà di questa metà che impone la propria visione; e quindi paradossalmente abbiamo un quarto della rappresentanza politica, cioè quella della sinistra massimalista, comunista, verde, che dà una impostazione alla legge finanziaria. Non è un caso che il ministro Ferrero dica: mi trovo più d'accordo oggi con Padoa Schioppa che non con Sergio Cofferati. Lo dice perché questo asse c'è, e perché questa finanziaria è improntata ad una linea politica dettata chiaramente dalla sinistra del centrosinistra, che penalizza fortemente tutto il resto della rappresentanza politica che in questa linea non si riconosce.

Non è un caso che - e lo ringrazio per la sua presenza - isolato, seppure presente in aula, vi è il viceministro Cento, perché degnamente rappresenta l'ispirazione di questa legge finanziaria che noi non condividiamo legittimamente, alla quale ci opponiamo, altrettanto legittimamente, non solo per quel vizio iniziale e per quel peccato originale, ma anche per ragioni di metodo. Anche il metodo utilizzato infatti è di fronte agli occhi di tutti. È un disegno di legge finanziaria che è stato consegnato in ritardo in Parlamento, oltre i termini previsti dalla legge, cioè del 30 settembre: arriva in Parlamento il 1o ottobre, e oggi, a novembre ormai inoltrato, non è dato sapere quale sia il testo definitivo di questo disegno di legge di spesa pubblica e di questa manovra.

È evidente che c'è qualcosa che non va. Il Governo ha già fatto cassa, imponendo nuove gabelle con il decreto fiscale. Ed ha ragione chi parla di esproprio del Parlamento perché la Commissione bilancio non può non votare gli emendamenti. Ogni giorno c'è un tavolo parallelo al Parlamento in cui il Governo tratta con i sindacati o con le parti sociali, oppure la maggioranza discute al proprio interno - attraverso continue riunioni e crisi che si aprono e si richiudono tra palazzo Chigi e le aule dei gruppi parlamentari - e continua a portare avanti le proprie trattative, con nuovi emendamenti e nuove versioni dei testi. Esiste, sostanzialmente, un'incompatibilità negli oltre 170 emendamenti che sono stati presentati tra il Governo e il relatore sulla legge finanziaria; in più ci sono tutti gli altri emendamenti della maggioranza (sembra che sia stato dato l'ordine di scuderia di provare a ritirarli perché torna ad aleggiare l'incubo della questione di fiducia).

Sono state già poste otto questioni di fiducia e ci attendiamo che ne vengano poste ancora con la solita scusa, con la solita sceneggiata di qualche ministro o di qualche capogruppo di maggioranza che, quando il provvedimento arriva in aula, comincia a dire che ci sono troppi emendamenti, che non si vorrebbe porre la fiducia ma, ove si continuasse in tal modo, vi si sarebbe costretti: è la solita storia, è la solita scena, la conosciamo molto bene. Allora, ad oggi non conosciamo il testo, non conosciamo l'orientamento effettivo e definitivo del Governo sul disegno di legge finanziaria, non abbiamo certezza di quello che discuteremo se non per linee generali. Forse si può affrontare la discussione perché per linee generali abbiamo capito che le idee del Governo sono poche e molto confuse, ma abbiamo intuito le direttrici. Quando avremo un contenuto più serio, entreremo anche nel merito del provvedimento. È chiaro che i cittadini italiani possono avere ancora qualche tempo prima di sapere se verranno tassati i SUV o, magari, verranno esentati i veicoli euro 4. Ci importa poco, quello che ci interessa e ci preoccupa è che ogni giorno c'è una novità, ma le tasse non diminuiscono, bensì aumentano. L'impostazione generale è quella che ha evidenziato l'Europa, è quella per cui le agenzie di rating internazionali hanno declassato l'Italia: in questa legge finanziaria non ci sono riforme strutturali, la fase 2 non c'è qui e non ci sarà domani perché questa maggioranza non ha la forza di concludere la fase 1, figuriamoci la fase 2, dove si deve ampliare un ragionamento di riforme strutturali più importante e di lungo periodo. Forse si è deciso di rinviare a dopo gennaio la riforma delle pensioni - che, peraltro, è già stata fatta dal Governo Berlusconi - perché non c'era la forza politica né la coesione necessaria nella coalizione di governo: non c'era la coesione sul lavoro, vi manifestate contro tra di voi, figuriamoci se riuscite a mettere le mani sulle pensioni!

Permettetemi una considerazione sul lavoro, anche approfittando del fatto che l'esponente del Governo credibilmente era in piazza l'altro giorno a manifestare contro la propria maggioranza, e forse sarebbe stato il caso che i lavori della legge finanziaria li avesse seguiti e li seguisse anche il ministro Damiano. Una grossa parte della maggioranza parlamentare pensa legittimamente - noi non lo condividiamo - che questo paese sia in balìa del precariato. In questo preciso istante in Commissione lavoro si svolge l'audizione del presidente dell'Istituto nazionale di statistica, Luigi Biggeri, che sta spiegando come, in realtà, i contratti a termine in questo paese corrispondano soltanto al 9,5 per cento dell'intera forza lavoro. Quindi, non c'è un'emergenza precariato, ma legittimamente una parte di questa maggioranza è convinta che il Governo stia facendo poco o nulla per risolvere il problema del precariato. E questo è un punto politico su cui quella parte della maggioranza - l'estrema sinistra, la sinistra massimalista, i Verdi, i Comunisti italiani, Rifondazione Comunista - ha fatto una campagna elettorale forte, ha preso il voto degli elettori, ha chiesto il consenso al suo elettorato con un programma preciso: quello di abolire la legge Biagi. Noi, che ci consideriamo e ci ispiriamo ad un'anima riformista, quella legge la vogliamo difendere.

Qualcuno, sparuto, isolato, forse Capezzone, forse qualcun altro all'interno della vostra maggioranza, la pensa come noi, ossia che la legge Biagi sia una buona legge, che va completata, ma c'è questa frattura.

Allora, prendete una decisione, fate una scelta. Il Governo ha il dovere di fare questa scelta. Il ministro Damiano ha il dovere di adeguarsi, non può rappresentare un ibrido politico tra coloro che vogliono abolire la legge e quelli che vogliono mantenerla, dicendo che la vuole superare.

 

PRESIDENTE. La prego...

 

SIMONE BALDELLI. I dati parlano chiaramente: le elezioni in Molise hanno costituito un risultato eccezionale per il centrodestra e, in questo momento, dovrebbero costituire un segnale politico molto forte per la maggioranza parlamentare di centrosinistra.

I cittadini italiani hanno piene le tasche di questo teatrino. Il centrodestra scenderà in piazza, legittimamente e democraticamente, ma la cosa paradossale è che, oltre al centrodestra, è già sceso in piazza il centrosinistra

 

PRESIDENTE. Deve concludere...

 

SIMONE BALDELLI. Concludo, Presidente.

Gli elettori, non solo i nostri, ci chiedono quando metterete fine a questa commedia dell'assurdo in cui la finanziaria si va consumando. È un teatrino su cui bisogna riuscire a far cadere il sipario. Speriamo che cada presto su questo Governo, per il bene del paese, per le nuove generazioni e per tutti quelli che hanno davvero a cuore l'interesse dell'Italia (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Francescato. Ne ha facoltà.

 

GRAZIA FRANCESCATO. Signor Presidente, colleghi, per sintetizzare l'opinione dei Verdi e degli ambientalisti su questa finanziaria potrei fare ricorso al vetusto slogan, ma sempre attuale, del maggio francese: «ce n'est qu'un début, continuons le combat!».

Non è ancora certa la finanziaria che voteremo. Magari avessimo potuto dettare la linea, caro Baldelli: una finanziaria capace di coniugare, in maniera sistematica ed efficace, le dimensioni economiche e le politiche ambientali, per fare quel matrimonio tra ecologia ed economia che, per parafrasare il Manzoni alla rovescia, s'ha da fare e subito, se vogliamo consegnare ai nostri figli un pianeta vivente e non una terra desolata.

Vi rimando al rapporto agghiacciante del WWF internazionale, «Living planet», che ha avuto una vasta eco sulla stampa. Ricordo che l'Italia è al ventinovesimo posto tra le nazioni dissipatrici, con un'impronta ecologica pari a 4,2 ettari per abitante.

Per decenni noi Verdi e noi ambientalisti siamo stati la vox clamantis in deserto, tacciati di catastrofismo e di cieca opposizione allo sviluppo. Non è vero. Noi ci opponiamo allo sviluppo cieco, che è tutt'altra cosa. Noi puntiamo allo sviluppo sostenibile, che rischia ormai di diventare un mantra, spesso evocato, ma raramente tradotto in azioni concrete.

Questa finanziaria era un'occasione, in parte perduta, per fare davvero una scelta verso la qualità dello sviluppo, per segnare quel cambiamento di rotta, che non i Verdi, non gli ambientalisti, ma il precipitare degli eventi richiede con la massima urgenza. Ci siamo riusciti solo in parte. Appunto, è solo l'inizio.

Certo, rispetto al Governo precedente, c'è stato un salto di qualità. Pensiamo ai maggiori stanziamenti per le aree protette, per la difesa del suolo, per la tutela del mare. Pensiamo al fondo Kyoto, dotato di 200 milioni di euro l'anno. Ma non basta, si deve fare di più!

Proprio ieri - lo sapete - si è aperto a Nairobi il vertice mondiale ONU sul riscaldamento globale per preparare la fase due del protocollo di Kyoto. Bisognerà puntare ad un drastico taglio. Gli scienziati chiedono almeno il 50-60 per cento di riduzione dei gas serra, se vogliamo evitare un disastro non solo ambientale, ma anche economico.

Tutti avete in mente i dati del recentissimo «Rapporto Stern», in cui un economista ipertradizionale, non un Verde catastrofista, ex capo dell'ufficio studi della Banca mondiale, Stern, dice che, se non cerchiamo di mitigare la febbre del pianeta, investendo almeno l'1 per cento del PIL globale subito, corriamo il rischio di perdere fino al 20 per cento del prodotto lordo globale. Ci sono dati ancora più raggelanti provenienti da economisti di rango, come Geoffrey Sachs, direttore del Earth Institute della Columbia University.

Ecco perché noi Verdi diciamo che in finanziaria bisognava fare interventi molto più incisivi su questo versante. Ecco perché abbiamo proposto, per esempio, nell'ottica del cambiamento del sistema energetico, che deve basarsi sempre più su efficienza e risparmi rinnovabili (l'Europa pone il traguardo del 30 per cento entro il 2020, noi siamo solo all'8,7 per cento), un emendamento per modificare il testo unico in materia di urbanistica, che renda obbligatoria nei regolamenti comunali l'installazione di pannelli fotovoltaici per le nuove abitazioni. Ecco perché riteniamo una scelta strategica quella di puntare ad una rivoluzione nel settore dei trasporti, che pesa sulle emissioni di CO2 per il 13,5 per cento a livello planetario e oltre il 26 per cento nel nostro paese. Ecco perché abbiamo chiesto l'istituzione di un fondo importante, sostanzioso, non solo simbolico, per la mobilità sostenibile dei trasporti pubblici nelle aree urbane. Altrimenti, come faremo a tagliare le emissioni del 50-60 per cento richiesto dalla fase due di Kyoto?

E ancora, chiediamo la tutela della biodiversità, altro capitolo chiave.

Siamo felici che siano stati aumentati i fondi per le aree protette, vergognosamente decurtati dal Governo precedente. Siamo inoltre soddisfatti che la Commissione bilancio abbia approvato l'emendamento, da noi tanto caldeggiato, per sbloccare la cassa, ridando fiato agli enti parco. Ma non basta, perché bisogna completare l'opera con un emendamento che porti ad un ulteriore incremento di 10 milioni di euro l'anno, per tre anni, ed assicurare un effettivo rilancio del nostro sistema di aree protette, che tutela il 10 per cento del territorio italiano.

E non dimentichiamo un'altra battaglia cruciale dei nostri tempi, quella per garantire all'acqua lo status di bene comune, obiettivo che è stato fermamente ribadito anche nel programma dell'Unione. È in questa direzione che va l'emendamento da noi proposto, che destina una quota (lo 0,01 per cento della tariffa) ad un fondo di interventi tesi a favorire l'accesso all'acqua e alla corretta gestione delle risorse idriche nei paesi in via di sviluppo.

Last but not least, non ultimo di certo, almeno per noi Verdi (ma siamo sicuri che ormai la sensibilità verso il benessere degli animali è assai diffusa in Parlamento ed anche fuori di qui), se pur ultimo in ordine di tempo, è l'emendamento per contrastare il randagismo, fenomeno che coinvolge ormai più di 800 mila animali (650 mila cani abbandonati e 200 mila gatti) inselvatichiti, problema che concerne non solo la tutela dei nostri amici a quattro zampe, ma anche l'igiene e l'incolumità pubblica.

L'elenco sarebbe lungo, ma mi sono limitata a segnalare alcuni elementi perché sui punti che rivestono maggior carattere sociale ed economico interverrà in seguito il collega Cassola. Aggiungo che noi Verdi lavoreremo con grande determinazione e daremo battaglia in quest'aula per ottenere una finanziaria sempre più «verde» (obiettivo di lungo termine che ci poniamo), coinvolgendo tutti ed ascoltando tutti. Infatti, riteniamo che una finanziaria davvero «verde» non debba restare un obiettivo soltanto di Verdi ed ambientalisti, ma diventare via via un obiettivo strategico di tutta l'Unione, di tutto il Parlamento e di tutto il Paese (Applausi dei deputati del gruppo Verdi).

 

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Armani. Ne ha facoltà.

 

PIETRO ARMANI. Signor Presi­ente, sono reduce insieme ai colleghi di maggioranza e di opposizione dalla lunga ma tormentata discussione in sede di Commissione bilancio sulla legge finanziaria. Devo dare atto al presidente Duilio di essere stato molto equilibrato e paziente nel gestire tale discussione. Devo inoltre ammettere che, pur avendo dieci anni di finanziarie alle spalle, questa è stata la più convulsa e disorganica tra tutte quelle da me vissute fino ad adesso.

Per dimostrarlo bastano alcuni dati. Gli articoli della legge finanziaria sono 217; sono stati presentati quasi 180 emendamenti, tra quelli del Governo e quelli della maggioranza, quasi riscrivendo lo stesso provvedimento ab imis. Inoltre, in cinque giorni di discussione, si è proceduto a poco più di 25 votazioni. Si tratta davvero di un modo di procedere assurdo ed inconcepibile. Ormai è maturo porsi il problema di riformare la sessione di bilancio e, soprattutto, di rovesciare il lavoro parlamentare. Per carità, l'Assemblea è sovrana, tuttavia il vero lavoro si svolge in Commissione e avremmo dovuto avere molto più tempo a disposizione per poter discutere, tanto è vero che l'Assemblea ora deve esaminare una marea di emendamenti che non so come potremo gestire.

Fatte queste premesse, il discorso sul disegno di legge finanziaria è già stato anticipato in occasione del decreto fiscale ed è molto semplice. L'intervento assomma a 40 miliardi di euro, circa ottanta mila miliardi di vecchie lire. Nonostante le affermazioni del Presidente del Consiglio Prodi, tale finanziaria non rilancia il paese perché, nel migliore dei casi, la crescita del PIL è prevista intorno all'1,7 per cento nel 2006 e - ahimè - all'1,4 nel 2007, proprio per effetto della manovra fiscale. Il rapporto deficit/PIL, secondo le affermazioni della Commissione europea, si ridurrebbe intorno al 2,9 per cento tra il 2006 e il 2007, senza tuttavia risolvere il problema. Infatti, bisogna chiedersi quanto possa durare tale riduzione del rapporto in assenza di interventi strutturali sulla spesa pubblica corrente e a fronte di probabili nuovi balzelli, di nuove imposte e di aumento di quelle esistenti per contrastare l'incapacità di intervenire sulle uscite correnti.

Per quanto riguarda la lotta all'evasione, come avevamo detto già all'epoca della discussione sul decreto fiscale, non siamo con la linea seguita dal ministro Visco di aumento degli adempimenti e delle forme di rigido controllo per cercare di contrastare l'evasione, anche attraverso gli strumenti informatici. Noi siamo piuttosto per l'introduzione di un contrasto di interessi tra chi fornisce i servizi alla persona e quest'ultima che riceve i servizi medesimi. Questo è uno strumento che in parte già esiste nella struttura del sistema fiscale italiano che, con un riassetto - che speriamo sia efficace - dell'anagrafe tributaria (che il ministro ha annunciato sarà trasformata da anagrafe sull'imposta ad anagrafe sul contribuente), potrebbe essere realizzata perfettamente con poco sforzo, vista la struttura dei flussi di dati che affluiscono all'anagrafe tributaria.

Per quanto riguarda l'IRPEF, si è di fatto realizzata una doppia progressività perché, da un lato, si sono aumentate le percentuali sugli scaglioni esistenti e sono stati aumentati gli scaglioni medesimi (erano quattro e sono diventati cinque) mentre poi, contemporaneamente, è stata creata una progressività sulle detrazioni in quanto, via via che aumenta il reddito, le detrazioni si riducono.

Sappiamo che questa doppia progressività peserà notevolmente sui bilanci delle famiglie, al di là di quei limiti di reddito (40 o 70 mila miliardi di euro, come si dice). In realtà, la doppia pressione degli scaglioni crescenti di IRPEF e delle detrazioni decrescenti, man mano che cresce il reddito, porrà un problema di progressività crescente. Pertanto, vista la struttura del nostro sistema reddituale dei contribuenti e vista la storia del nostro paese (il passato e ciò che determinò la riforma Vanoni e, successivamente, la riforma Visentini), a mio avviso, di fatto porterà ad un aumento - piuttosto che ad una riduzione - dell'evasione e dell'elusione fiscale e, soprattutto, alla fuga dei capitali.

Come dimostra anche il decreto-legge che è stato discusso ieri sulla detraibilità dell'IVA, vi è il superamento dello statuto del contribuente il quale, a quanto pare, è stato digerito male dall'amministrazione finanziaria che quando può bypassarlo è davvero felice. Inoltre, quando una sentenza dell'Unione europea impone dei rimborsi, immediatamente con una mano si rimborsa e, con l'altra, si preleva.

Questo sistema, evidentemente, non educa ad un rapporto regolare tra contribuente e fisco e, anche da questo lato, non ci può che essere una sfiducia del contribuente ed una tendenza a trovare forme quantomeno di elusione, se non di evasione fiscale.

Naturalmente, l'imposta di successione è stata reintrodotta con il cosiddetto decreto fiscale. Sappiamo che essa costituirà un altro motivo di fuga dei capitali e, soprattutto, sarà all'origine di problematiche difficili relativamente ai passaggi generazionali delle imprese poiché, come è stato ricordato dal collega Tremonti in questa Assemblea, non ci si pone il problema del passaggio da un fratello ad un altro. Infatti, si pensa di eliminare l'imposta di successione nel passaggio diretto da genitore a figlio, ma non nel passaggio tra fratelli. Questo, nel caso delle imprese, è un fatto importante. Evidentemente, ci possono essere problemi di rapporti, anche di rapporti familiari, e di strategie diverse nella gestione dell'impresa e questo elemento, questa penalizzazione della successione tra fratelli, nel caso di piccole e medie imprese potrebbe portare, di fatto, a liquidazioni, a fallimenti e, successivamente, all'ingresso di altri controllori, o di capitalisti, nella loro gestione.

PRESIDENTE Onorevole Armani...

 

PIETRO ARMANI. Concludo, signor Presidente.

Per quanto riguarda la riduzione dei trasferimenti agli enti locali, con il contemporaneo aumento delle imposte, ricordo che il cosiddetto decreto fiscale è intervenuto sull'imposta di soggiorno e che, con il provvedimento all'esame, si introduce l'imposta di scopo. Quest'ultima, per come è configurata, è una vera e propria addizionale ICI. Infatti, si finanzia il 30 per cento delle opere pubbliche di interesse comunale utilizzando l'ICI. Tra l'altro, come ho affermato in sede di Commissione...


PRESIDENTE. Deve concludere, onorevole Armani.

 

PIETRO ARMANI. Ho finito, signor Presidente.

Come stavo dicendo, questo produrrà fenomeni negativi perché, evidentemente, si determina un aggravamento dell'ICI anche per immobili che nulla hanno a che vedere con l'opera pubblica da realizzare.

Infine, sottolineo come il TFR sia un debito dello Stato senza emissione di titoli. La Commissione europea ha posto una serie di paletti e, sia pure...

 

PRESIDENTE. Onorevole Armani, lei è molto oltre il tempo a sua disposizione. Mi dispiace, deve proprio concludere.

 

PIETRO ARMANI. Sta bene, signor Presidente.

Concludo, ricordando che una sentenza della Corte di giustizia ci ha imposto il rimborso dell'IVA. Per questo, la Commissione europea è stata, per così dire, di manica larga per quanto riguarda il TFR e, tuttavia, ha imposto alcuni precisi paletti sulle caratteristiche non delle entrate ma delle spese.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Marantelli. Ne ha facoltà.

 

DANIELE MARANTELLI. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, l'obiettivo centrale del disegno di legge finanziaria è chiaro: rimettere in moto le migliori energie del mondo del lavoro e dell'impresa, per far ripartire la crescita economica. Questa è la vera sfida che sta davanti all'Italia. Senza nuova ricchezza e benessere, anche politiche sociali condotte nel segno dell'equità rischiano di avere il fiato corto. Dal confronto convulso di queste ultime settimane, non sempre emerge con sufficiente consapevolezza la domanda di fondo che tutte le élite del paese dovrebbero porsi: quali scelte strategiche per l'Italia? Eppure, mai come in questi anni il mondo ha conosciuto trasformazioni tanto profonde, almeno dai tempi delle grandi scoperte geografiche. L'Italia deve essere all'altezza di questi mutamenti con scelte di politica estera ed economica conseguenti e coraggiose. Risanamento, rilancio dello sviluppo e giustizia sociale: questo è l'asse sul quale è costruita la legge di bilancio.

Desidero concentrare la mia breve riflessione su un punto: come può la regione più ricca, la Lombardia, contribuire al rilancio del paese? Intanto, dobbiamo assolutamente accrescere la mobilità sociale e stroncare le resistenze corporative. È molto probabile che il figlio di un notaio intraprenda, a sua volta, la professione notarile ma è molto più difficile che il figlio di un povero rompa la sua gabbia sociale. Se il figlio di un povero che ha talento non ha nuove opportunità, la società non soltanto commette una evidente ingiustizia ma si priva di talenti e di energie preziose per la comunità.

Si è detto da più parti che il Governo sottovaluta le questioni del nord. Fuori da ogni schermaglia propagandistica, è difficile negare che legioni di parlamentari e plotoni di ministri di centrodestra nella scorsa legislatura abbiano realizzato risultati non certo esaltanti per la Lombardia.

Con buona pace di Berlusconi, Tremonti e Calderoli, la Lombardia nel 2001-2006 ha realizzato un triplo zero: zero crescita, zero liberalizzazioni, zero chilometri di strade e ferrovie. Per essere precisi fino in fondo, in realtà il PIL è cresciuto dello 0,2 per cento.

Come può un paese permettersi di sprecare enormi potenzialità in quelle aree, se vuole rilanciare la crescita? Se vogliamo portare l'Italia nel gruppo dei paesi più dinamici, abbiamo bisogno di chiamare il nord al ruolo che nella storia recente ha già saputo svolgere due volte nel secolo scorso: prima, con il grande processo di industrializzazione, poi, con la grande politica dei distretti industriali. La Lombardia produce oltre il 20 per cento del PIL e concorre per oltre il 23 per cento del gettito IRPEF.

Gli impieghi bancari per abitante sono pari a 41.700 euro, a fronte di una media nazionale di 19.700. Vi è, inoltre, una consolidata propensione al rischio, all'innovazione ed una forte propensione, comune al resto del paese, al risparmio. Vi è una radicata cultura della solidarietà. È bene ricordare che ogni cittadino della mia regione contribuisce alla spesa sociale nazionale per 92 euro all'anno e dovrà ottenere in cambio qualcosa. Sanità, scuola, università debbono essere considerati non puri comparti di spesa sociale, ma potenti strumenti di modernizzazione del paese, con una pubblica amministrazione all'altezza delle domande di una società esigente.

Se le imprese pagano i costi elettrici più alti d'Europa (nell'ultimo anno la bolletta è cresciuta del 10,5 per cento), non devono essere costrette a far viaggiare le merci sulle strade, che sono le stesse da trent'anni a questa parte. Tanto più che le merci trasportate in Lombardia sono pari a 22.900 tonnellate per chilometro, contro le 7.100 della media nazionale.

Ma qui sta il «buco nero» su cui il centrodestra ha miseramente fallito. Lo voglio dire ai colleghi estrosi ed ironici del centrodestra: la Lombardia non dispone nemmeno di un interporto; la mitica Lombardia governata pure da 16 anni da Formigoni!

Su questi temi, invece, occorre concentrare gli sforzi, come si sta facendo. Non esiste il nord, esistono «i nord». Nella stessa Lombardia la circoscrizione «due», la più popolosa d'Italia, con i suoi oltre 4 milioni di abitanti, comprende sei province: Varese, Como, Lecco, Sondrio, Bergamo e Brescia. Bene, negli ultimi due anni in queste province il saldo fra export e import supera costantemente i 10 miliardi di euro, cioè 10 mila milioni: una risorsa preziosa per il paese.

Ma su questo apparato produttivo pesa il collasso della mobilità. Si viaggia ad una velocità media di 30 chilometri all'ora: autentico piombo nelle ali, con un danno per la competitività delle imprese stimato in aumenti di costo finale del prodotto tra il 15 e il 20 per cento e danni per i consumatori, i lavoratori, oltre che per la stessa qualità della vita.

Allora, una nuova e moderna organizzazione della mobilità deve realizzare - e mi avvio a concludere, signor Presidente - collegamenti ferroviari e stradali efficienti, ed un efficiente sistema aeroportuale. Ecco perché serve la pedemontana: è una priorità. Serve sulla base di risorse effettivamente disponibili selezionare rigorosamente le priorità: questo fa un buon Governo. Serve dialogo e collaborazione con le istituzioni. È positivo l'accordo del ministro Di Pietro con le istituzioni lombarde e il confronto con tutte le regioni italiane. Noi lo incoraggiamo a proseguire su questa strada con realismo, perché sulle infrastrutture...

 

PRESIDENTE. La prego di concludere.

 

DANIELE MARANTELLI. Mi avvio alla conclusione, signor Presidente. Sulle infrastrutture non vi è spazio per improbabili miracoli, ma occorre compiere passi nella direzione giusta. In questo disegno di legge finanziaria si pongono le basi per compiere un primo passo coerente e concreto (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Martinello. Ne ha facoltà.

 

LEONARDO MARTINELLO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il ministro De Castro nel suo intervento lo scorso ottobre in Commissione agricoltura sosteneva che il disegno di legge finanziaria per l'anno 2007 contiene - cito testualmente - un complesso di interventi articolati che riguardano il settore agroalimentare, che avrebbero dovuto contribuire in modo efficace alla crescita del settore; non escludendo, comunque, che con l'esame di questo Parlamento si sarebbero potute migliorare ed integrare le disposizioni del settore.

Ma non basta migliorare ed integrare: occorre rivedere tutta la materia. Questo è ciò che si sarebbe dovuto fare. Non è assolutamente vero che l'intento di questo Governo sia quello di rilanciare il comparto agroalimentare; ma è quello di metterlo ancora di più ai margini della politica economica del nostro paese. In un primo momento, leggendo il documento di programmazione economico-finanziaria, avevamo pensato che l'azione svolta dal precedente Governo di centrodestra, tesa allo sviluppo della competitività dell'agricoltura italiana e al superamento della crisi del mercato, trovasse significativi elementi di continuità puntualmente disattesi da questo testo di legge.

La manovra economica avrebbe dovuto privilegiare le politiche volte al sostegno della attività di impresa, all'internazionalizzazione del sistema agroalimentare e al rafforzamento della politica di filiera. Questo Governo di centrosinistra, invece, non ha tenuto conto, nel disegno di legge finanziaria, dei problemi dell'agricoltura e, per questo, sarà responsabile del mancato rilancio di tale comparto. Se l'intento era di coniugare sviluppo con risanamento ed equità, si dovevano prendere misure puntuali e significative per rimettere in moto l'apparato produttivo agricolo, sfruttando i segnali di ripresa che hanno iniziato ad intravedersi nel corso del mandato del precedente Governo. Ma questo poteva avvenire solo attraverso salti mirati, in grado di dare una spinta propulsiva, supportata da adeguate risposte, aspetti che in questa finanziaria non ci sono. Si sarebbe dovuta sostenere in modo più cospicuo l'imprenditoria giovanile, attraverso incentivi che riavvicinassero i giovani al mondo agricolo e creassero le condizioni per poter esprimere al meglio le loro potenzialità. Gli agricoltori, poi, i cui redditi hanno subito un drastico taglio, dovevano trovare in questa finanziaria strumenti validi ed innovativi, che riducessero i gravi costi produttivi e previdenziali che incidono pesantemente sull'operatività. Debbo ancora esprimere una forte preoccupazione per una totale mancanza, in questa finanziaria, di misure di sostegno alla pesca e all'acquacoltura. Questo Governo non ha pensato di estendere alla pesca alcuni provvedimenti incisivi proposti, per il momento, solo per l'agricoltura: il credito di imposta, ad esempio, per i nuovi investimenti nelle aree svantaggiate. Ciò poteva rappresentare un'importante prospettiva di sviluppo per tali imprese, concentrate soprattutto nel meridione. Si poteva prevedere, inoltre, l'inserimento della filiera della pesca all'interno di alcune misure ideate per il comparto agroalimentare.

Un capitolo a parte riguarda lo sviluppo delle energie, dalle biomasse alle rinnovabili. Non è certamente con la legge finanziaria che si doveva trattare un aspetto così importante per l'agricoltura italiana (ed aggiungo, per lo sviluppo economico del nostro paese). L'intervento previsto dal Governo, in questo provvedimento, trascura aspetti importanti delle bioenergie e non prende in considerazione, ad esempio, i consorzi dei produttori, anziché il riferimento alla filiera nazionale ed all'autoproduzione. Il risultato, purtroppo, sarà un nulla di fatto, perché se vogliamo dare impulso al comparto delle bioenergie si dovrà prevedere un provvedimento ad hoc, che tenga conto di tutti questi aspetti.

Il disegno di legge finanziaria per l'anno 2007, signor Presidente, proposto dal Governo, è tutto qui. Non un intervento serio sulla riforma della previdenza agricola, sulla promozione della qualità delle nostre produzioni tipiche tradizionali, sulla modernizzazione delle infrastrutture della logistica e per l'agroalimentare, sull'urgenza di dotare di risorse idonee i piani nazionali per l'ortofrutta, per l'agricoltura biologica, sull'opportunità di rafforzare gli interventi per l'irrigazione ed il risparmio idrico. A tal proposito, desidero ricordare le dichiarazioni che il ministro De Castro ha pronunciato nel corso dell'assemblea dell'associazione nazionale bieticoltura italiana, lo scorso luglio, annunziando un pacchetto di risorse per fronteggiare l'emergenza, anche dell'acqua. Tutti ricorderanno che in quel periodo il Po era sceso ai livelli più bassi dagli ultimi dieci anni e l'emergenza era scattata non solo per il comparto agricolo, ma anche per quello industriale. Cito testualmente quel che disse il ministro: siamo sulla strada per annunciare lo sblocco di 1,6 miliardi di euro nel triennio 2006-2008 e per il piano irriguo nazionale. Con l'approvazione di quel piano si apre la possibilità di inserire già nella prossima finanziaria - ossia quella in corso - il piano 2009-2013. Di ciò non si è fatto nulla; probabilmente, il ministro ha sbagliato strada, considerata tutta la mancanza di provvedimenti seri in tal senso. Ed allora, siamo alla politica delle illusioni, delle promesse mancate, una politica che è giunta al capolinea. Non si può commentare altrimenti la valenza per l'agroalimentare della prima finanziaria del governo Prodi, che conferma come, a fronte di annunziati interventi articolati, da parte del ministro dell'agricoltura, faccia seguito una realtà ben diversa: tagli e tasse; questa è l'unica strada che sapete ancora percorrere!

Ciò per quanto riguarda il mondo dell'agricoltura, ma altri articoli possiamo prendere a riferimento: l'articolo 76, le disposizioni in materia di organi di governo e sugli enti locali, con la riduzione degli amministratori, la riduzione dei costi della politica, ma intesa come penalizzazione degli amministratori stessi e riduzione dei tempi necessari per lo svolgimento delle proprie mansioni.

Per non parlare, poi, della tassa di scopo - un mio collega prima diceva una nuova ICI - e della tassa sul turismo e di soggiorno, che penalizza chiaramente il settore del turismo in generale perché fa sì che i turisti cambino paese e non vengano più in Italia: questa è una grave penalizzazione.

Molte altre cose sarebbero da dire. In ogni caso, ritengo che questa finanziaria sia da rivedere o, meglio, da respingere.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Belisario. Ne ha facoltà.

 

FELICE BELISARIO. Signor Presidente, signor sottosegretario, colleghi, nel 1978, con la legge n. 468, il legislatore introdusse una grande novità stravolgendo il sistema preesistente ed affiancando alla legge annuale di bilancio previsionale quella sul bilancio pluriennale che doveva consentire alla contabilità pubblica e, quindi, ai Governi di guardare con largo respiro alle politiche di settore ed alle riforme. Infatti, i cicli economici non si esaurivano nel volgere di un solo esercizio finanziario, ma avevano bisogno di una programmazione da tre a cinque anni. Ebbene, ancora non è stata superata la legge finanziaria intesa come legge di emergenza sia per le contingenze, sia perché rincorsi da un'inflazione galoppante, fino agli anni Novanta, e da un'escalation del debito pubblico e poi, per arrivare ai nostri giorni, da una crisi del sistema economico globalizzato.

Oggi ci troviamo di fronte ad una finanziaria difficile. Lo so che si entra più direttamente in video se, come ha fatto un collega questa mattina, si fa il rosario delle tasse o presunte tali che vengono introdotte dalla legge finanziaria. Fa più spettacolo la protesta del centrodestra e qualche manifestazione, che francamente non ho condiviso, anche di esponenti del centrosinistra. Però, andiamo a guardare se l'Unione si appresta a presentare e ad approvare una legge finanziaria che vuole correggere qualche stortura. Siamo partiti dalla necessità di riequilibrare i conti e ci sono tagli alla spesa pubblica. Abbiamo voluto pensare ad una finanziaria di sviluppo e ci sono misure che vanno in questa direzione.

Vorrei dire ai colleghi dell'opposizione, che peraltro fanno bene il loro mestiere, che non possiamo sentire il giudizio dell'Unione europea e della Commissione europea a giorni alterni: quando ci conviene, siamo bacchettati dall'Unione europea, quando non ci conviene, l'Unione europea non la ascoltiamo. Ebbene, questa manovra trova il consenso di Bruxelles ed anche dei mercati, come vedremo tra giorni. Lo vedremo, perché è una manovra complessa e forte che va nella direzione giusta e, probabilmente, dovrà essere ancora corretta ed adattata. Non è soltanto un problema di comunicazione. Probabilmente, l'ansia dei partiti dell'Unione di comunicare in fretta il cambiamento di passo ha portato anche ad un disordine nella comunicazione. Oggi dobbiamo fare una reductio ad unum, dobbiamo fare sintesi e dobbiamo cercare di trovare le soluzioni.

Vi sono due settori su cui ci osserva l'Unione europea: la sanità, in cui siamo costretti ad introdurre un ticket, che mi auguro sia soltanto transitorio, e gli enti locali, la cui spesa è andata al di là. Non si tratta di penalizzare le amministrazioni, ma il Parlamento si deve rendere conto che il paese non è più in grado di sopportare la proliferazione di enti, di società, di organismi che discendono dagli enti locali - Presidente, mi avvio a concludere - ma figliano consigli di amministrazione che, sulla stregua di quanto avviene nei grossi enti di Stato...

 

PRESIDENTE. Purtroppo, deve proprio concludere.

 

FELICE BELISARIO. Concludo. Dobbiamo tagliare i costi e reintrodurre l'originaria stesura degli articoli dal 76 all'80. L'Italia dei Valori ci tiene perché è un segnale: non solo le imprese, non solo i cittadini, ma anche e innanzitutto la politica deve dare un taglio a quei costi che oggi i cittadini considerano davvero insopportabili (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Ascierto. Ne ha facoltà.

 

FILIPPO ASCIERTO. Signor Presidente, ovviamente mi soffermerò sulle questioni ce riguardano la sicurezza e che in questa finanziaria, in modo sorprendente, non vengono prese nella giusta considerazione. Ciò mi fa ulteriormente meravigliare perché ho ancora vivo il ricordo delle proteste durante l'ultima finanziaria provenienti dai banchi dei DS. Autorevoli colleghi - oggi Minniti è viceministro - sollevavano il problema della maggiore attenzione nei confronti delle forze dell'ordine perché dovevano essere messe in condizione di svolgere al meglio il loro lavoro. Certo, noi ne eravamo estremamente convinti ed anche noi dovevamo confrontarci con una finanziaria che doveva essere nei limiti e nei parametri previsti dall'Europa. Però, ciononostante, avevamo stanziato fondi per i contratti: vorrei ricordare che il Governo Berlusconi ha stanziato 4.500 miliardi tra contratti e riparametrazione, con un incremento di 380 euro mensili in questi anni. Avevamo trasformato tutti gli ausiliari in effettivi, tranne quest'ultima coda che ancora permane, in numeri molto sostanziali: 11 mila unità. Insomma, avevamo affrontato la sicurezza partendo dal rispetto dell'uomo in divisa.

Non pensavamo che questo Governo - che, come abbiamo visto dall'inizio della legislatura, non è certo vicino alle esigenze delle forze dell'ordine e non è certo in linea con principi e concetti di legalità - avrebbe inciso in modo talmente negativo sulla sicurezza da mettere addirittura in discussione le fondamenta della protezione del cittadino, della difesa degli interessi e della libertà stessa del cittadino.

In questa finanziaria ci sarà un taglio di 60 milioni di euro per l'Arma dei carabinieri sulla funzionalità, nonostante la bella asserzione «aiutiamo le forze dell'ordine a svolgere il loro lavoro». Con un taglio ulteriore di 60 milioni di euro chiuderanno le stazioni dell'Arma dei carabinieri, l'elemento più vicino al cittadino e capillare nella sicurezza quotidiana. Vi saranno 100 milioni di tagli alla Polizia di Stato: e poi veniteci a dire che dobbiamo dare più benzina alle macchine della Polizia di Stato! Non so dove volete darla la benzina alle macchine della Polizia di Stato. Si era parlato di più uomini sul territorio. È vergognoso quello che è previsto all'interno di questa finanziaria: mille uomini per tutte e cinque le forze di polizia. Non so se si tratta di una presa in giro nei confronti della sicurezza dei cittadini; e poi parlate di emergenza a Napoli! E poi assicurate maggiore sicurezza in ogni altra parte d'Italia!

In realtà, sapete perfettamente che il turn over nelle forze di polizia, insieme alle vacanze organiche, è di 2.500 unità per ogni forza di polizia e che attraverso un decreto, recentemente convertito in quest'aula, 1.316 poliziotti precari - è una parola che vi sta particolarmente a cuore - sono stati trattenuti fino al 31 dicembre di quest'anno. Gli facciamo festeggiare Capodanno con un licenziamento complessivo?

Come potete notare, mille unità costituiscono un'entità minore rispetto a 1.316, e se a questo aggiungiamo gli ufficiali dell'Arma dei carabinieri in ferma prefissata che occorre trattenere, con i numeri proprio non ci siamo.

Se veramente ci si vuole impegnare in situazioni di emergenza, che si registrano tanto al sud quanto al nord, sono necessari almeno 4.500 uomini per il prossimo anno. Allora, se volete stanziare i fondi per la sicurezza, lo dovete fare in modo molto chiaro, altrimenti annunciate altri provvedimenti.

Abbiamo sentito che nel maxiemendamento saranno previsti fondi per la sicurezza. Vogliamo vedere quanti fondi stanzierete! I contratti per le forze dell'ordine devono essere rispettati, non è possibile che un contratto sia solo dell'1,5 per cento rispetto all'inflazione programmata; occorre prevedere altri 300 milioni di euro con riferimento ai contratti delle forze dell'ordine e al riordino delle carriere.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Cassola. Ne ha facoltà.

 

ARNOLD CASSOLA. Signor Presidente, signor sottosegretario, colleghe e colleghi, le leggi finanziarie dei vari paesi sono generalmente una spia dell'anima dei Governi che le presentano e del loro DNA.

Negli ultimi cinque anni siamo stati abituati ad una legge finanziaria caratterizzata da una filosofia ben precisa: chi più guadagnava più veniva agevolato, chi meno guadagnava meno aiuti riceveva, chi evadeva sistematicamente le tasse veniva premiato con i condoni e chi invece pagava regolarmente le tasse continuava a sponsorizzare chi le evadeva. Di tutto ciò non c'era da stupirsi, in quanto il DNA del Governo Berlusconi non poteva che riprodurre questa specie di filosofia tradotta in legge finanziaria. Quindi, agevolazioni per chi più aveva, compreso magari qualche amico.

La finanziaria al nostro esame si contraddistingue per il capovolgimento della filosofia bislacca del Governo Berlusconi. Al centro della manovra vi è infatti il concetto di equità fiscale e di giustizia sociale; pertanto, si cerca di aiutare chi più ne ha bisogno e poi anche chi ne ha bisogno un po' di meno, ma strettamente in questo ordine cronologico.

Noi Verdi - come già affermato dalla collega Francescato - siamo fieri di far parte di un Governo che sa bene quali sono le vere priorità del paese, ponendo in primo piano le esigenze dei più bisognosi. Ben venga dunque la lotta all'evasione fiscale, ben vengano la diminuzione della ritenuta dal 27 per cento al 20 per cento sui conti in banca e l'aumento dal 12 per cento al 20 per cento per i BOT e i CCT futuri. Questo avevamo promesso in campagna elettorale e la gente apprezza chi mantiene le promesse!

Avevamo promesso di proporre incentivazioni per l'investimento in fonti di energia rinnovabile e questa promessa viene mantenuta. Finora l'Italia ha gravemente peccato in questo campo. Proprio il mese scorso, il 12 ottobre, l'Unione europea ha avviato le procedure di infrazione contro l'Italia per la mancata attuazione del piano per combattere le emissioni di CO2 fino al 2012. Con quasi 80 procedimenti di infrazione aperti dall'Unione europea nei confronti del nostro Governo, nel 2005, l'Italia berlusconiana risulta essere la prima in Europa per scempi ambientali.

L'investimento nelle tecnologie che privilegiano l'energia solare e le altre fonti rinnovabili non solo eviterà agli italiani il pagamento di salatissime multe all'Unione europea, ma servirà anche alla creazione di migliaia di nuovi posti di lavoro.

Il Governo deve quindi incentivare la ricerca e l'innovazione e deve offrire a quegli industriali italiani che vogliono investire in progetti ecocompatibili la possibilità di esportare il loro know how in materia ambientale in grandi paesi, come la Cina e l'India, che fino ad ora hanno trascurato del tutto l'aspetto ambientale e che adesso hanno un grande bisogno di tecnologia pulita.

A lunga scadenza, l'investimento nel campo delle energie alternative si tradurrà in molteplici benefici: in primo luogo, si migliorerà la qualità dell'aria respirata dagli italiani; in secondo luogo, diminuirà considerevolmente la spesa legata alla cura delle malattie respiratorie ed al restauro di monumenti e di edifici imbevuti di smog; in terzo luogo, diminuiranno le multe pagate a Bruxelles; in quarto luogo, si creeranno nuovi posti di lavoro, in linea con gli obiettivi del piano di crescita e di stabilità dell'Unione europea; in quinto luogo, l'industria italiana avrà l'opportunità di esportare la sua tecnologia ecocompatibile nei nuovi grandi mercati dell'India e della Cina.

Detto ciò, abbiamo fatto bene a correggere quei difetti emersi nel nostro disegno di legge finanziaria. Non si poteva aumentare il contributo fiscale per chi guadagnava tra i 15 mila e i 27 mila euro lordi; non si dovrebbero cancellare le graduatorie permanenti nelle scuole, ma eventualmente bloccarle fino al loro esaurimento naturale.

Bisognerebbe riconoscere valore a chi ha conseguito specializzazioni a livello accademico, sia in Italia sia all'estero. Poi si dovrebbe incentivare la ricerca nelle università e negli istituti di ricerca italiani per dare maggiore possibilità ai giovani di contribuire all'innovamento delle strutture industriali ed amministrative del loro paese senza essere costretti ad andare all'estero. E, parlando di università, sarebbe un atto di giustizia equiparare le accademie e i conservatori di musica alle università, pur conservando ciascuno la propria denominazione. Naturalmente, è inoltre molto importante che chi ha parenti disabili a carico possa godere di detrazioni fiscali congrue.

In conclusione, in quanto italiano eletto all'estero, non posso non soffermarmi su alcune tematiche che stanno a cuore ai connazionali nel mondo.

Intanto, occorre fornire l'aiuto e i contributi giusti agli operatori della stampa italiana all'estero, magari concedendo loro anche la possibilità di collaborare alla realizzazione di programmi per la nuova RAI International.

Inoltre, bisogna assicurarsi che migliaia di contrattisti italiani all'estero presso consolati ed istituti di cultura non siano discriminati e possano invece usufruire di detrazioni per figli a carico in misura pari ad ogni altro cittadino residente in Italia. Dobbiamo agevolare il lavoro di coloro che nel futuro immediato saranno indispensabili per la riorganizzazione più effettiva e funzionale dei consolati e dei corsi di lingua e cultura all'estero.

La finanziaria in esame dovrebbe prevedere già da ora la possibilità di far rilasciare o ricevere la carta d'identità presso il proprio consolato all'estero. È veramente assurdo che nell'era telematica ed informatica si debba partire da Stoccolma o Caracas per andare a Canicattì o a Bisceglie a ricevere di persona la carta d'identità italiana.

Infine, se è giusto che chi inquina paga, non è giusto che chi non inquina paghi lo stesso. Pertanto, si dovrebbe riconoscere alle regioni la possibilità di ridurre la TARSU a chi risiede all'estero e usa poco l'abitazione in Italia e magari ai comuni la possibilità di diminuire l'ICI per gli italiani all'estero.

A seguito della correzione dei difetti emersi in questa finanziaria, chiunque abbia a cuore il concetto di giustizia sociale, di equità fiscale e di equa ripartizione delle risorse fra gli italiani non può che esprimere un voto favorevole su questa manovra finanziaria.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Ceroni. Ne ha facoltà.

 

REMIGIO CERONI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, le disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - la legge finanziaria 2007 - e il bilancio di previsione dello Stato per l'anno 2007, nonché il bilancio pluriennale per il triennio 2007-2009, insieme al DPEF sono tra i provvedimenti più importanti che, nel corso dell'anno, l'Assemblea della Camera è chiamata a discutere e a votare.

Negli ultimi anni, non vi è dubbio che i documenti di programmazione hanno assunto sempre più un ruolo chiave nella definizione delle linee guida di politica economica del paese. I documenti programmatici di quest'anno presentano una valenza particolare, oserei dire fondamentale, perché sono il programma vero del Governo che si è insediato da pochi mesi. Un conto sono i programmi elettorali, un altro i documenti di programmazione, che devono fare i conti con la realtà effettiva del paese. L'occasione è molto propizia per fare il punto sull'operato di questo Esecutivo a distanza di sette mesi dalle elezioni. Se vogliamo esprimere un giudizio sintetico, dobbiamo dire che questo Esecutivo vive una situazione davvero difficile, oserei dire drammatica, che molto probabilmente non riuscirà a superare.

Questo Governo vive una situazione di grande difficoltà innanzitutto perché ogni giorno che passa perde consenso elettorale. Le rilevazioni effettuate da tutte le maggiori case di sondaggi evidenziano che il Governo è in caduta libera di consensi. Anche le elezioni svoltesi in Molise hanno dato luogo ad un risultato eclatante se si considera che solo pochi mesi fa i due poli nel Molise erano praticamente pari come nel resto d'Italia, mentre ieri vi è stata la conferma del governatore uscente con otto punti di vantaggio rispetto allo sfidante (54 per cento alla Casa delle libertà e 46 per cento al centrosinistra). Si tratta di un risultato che trova conferma anche nel resto del paese.

Il nostro paese, inoltre, sta perdendo affidabilità anche a livello internazionale. Le più importanti agenzie di rating internazionale, Standard and Poor's e Fitch, hanno retrocesso l'Italia nella classifica, stilata annualmente, che certifica la capacità dei vari paesi di pagare il proprio debito pubblico. Con l'ultimo ribasso del rating, deciso da Standard and Poor's, l'Italia va ad affiancare Botswana e Corea del sud, ritrovandosi sola al penultimo posto nell'area euro, posizione che fino a ieri condivideva con il Portogallo, che ha la classe AA-.

Analizzando i giudizi sul debito di lungo termine di Standard and Poor's si scopre che l'Italia ora vanta lo stesso giudizio di Botswana, Israele, Corea del sud, Kuwait, Malesia, Qatar, Arabia Saudita, Sudafrica, Trinidad e Tobago. In Europa guardiamo dall'alto solo la Grecia e la Polonia, ma siamo dietro a paesi come il Portogallo, la Slovenia e l'Islanda, senza contare che nel resto del mondo anche Cile, Giappone e Taiwan sono più avanti di noi.

Non è certo una bella situazione. Nonostante il prodigarsi dei vari esponenti del vostro raggruppamento elettorale nell'addebitare le responsabilità al precedente Governo, anche i bambini di questo paese hanno capito che l'operato del Governo Prodi fa diminuire la credibilità del nostro paese agli occhi dell'opinione pubblica internazionale. È evidente che non basta vincere il campionato mondiale di calcio, per la cui vittoria non avete certamente alcun merito, per aumentare la credibilità dell'Italia a livello internazionale.

Molteplici sono le cause che hanno determinato questa situazione. Il calo dei consensi elettorali trova ampia giustificazione nelle scelte che il Governo ha fatto dal suo insediamento ad oggi, tradendo tutti gli impegni elettorali fin dall'inizio. Ne voglio ricordare qualcuna. L'aumento del numero dei ministri e dei sottosegretari, fino a 103 poltrone, per formare il Governo più numeroso e più costoso della storia della Repubblica. Il decreto Bersani, che ha un sapore ideologico e punitivo verso quelle categorie che invece rappresentano il motore dello sviluppo e della crescita della nostra nazione. L'invio del contingente italiano in Libano, alla barba dei tanti militanti che hanno dovuto riporre le loro bandiere della pace nel cassetto, come se improvvisamente il mondo sia stato pervaso dalla pace. E poi tutta una serie di provvedimenti fiscali mirati a rastrellare una quantità di risorse impressionanti, come mai aveva fatto un Governo nella storia del nostro paese. Ricordo: la legge n. 234 del 7 luglio 2006, 9,5 miliardi di euro, la cosiddetta «manovrina»; la legge n. 248 del 4 agosto 2006, 4 miliardi di euro; il decreto-legge n. 262, approvato la settimana scorsa, 4,5 miliardi di euro; il decreto-legge, che dovremo votare forse domattina, in materia di detraibilità IVA sulle auto aziendali, altri 5,3 miliardi di euro; lo stesso disegno di legge finanziaria che stiamo discutendo, 40 miliardi di euro.

In pochi mesi avete propinato agli italiani interventi per oltre 50-60 miliardi di euro - 100-120 mila miliardi di vecchie lire - perché alla fine la cifra vera risulterà questa. Tutto ciò senza adottare alcun provvedimento né a favore delle imprese né a favore delle famiglie, fatta salva qualche impresa che ha messo a disposizione i propri mezzi di comunicazione nella campagna elettorale.

Va sottolineato anche il problema delle famiglie che non arrivano a fine mese: fra un po', anche per effetto dei ticket sanitari e degli altri provvedimenti contenuti nella finanziaria, non arriveranno neanche a metà mese!

Vi è poi il discorso dei pensionati. Nella scorsa legislatura avete sorriso nei confronti dell'aumento ad un milione di euro delle pensioni minime, ma voi non date neanche un centesimo alle pensioni minime! Ai pensionati con oltre 75 anni avete riservato un taglio delle imposte minimo. Chi percepisce 1250 euro al mese pagherà 200 euro di IRPEF in meno, ma gli altri tre milioni di pensionati che non prendono neanche la metà di queste risorse quale beneficio avranno da questa finanziaria?

Il declassamento che spudoratamente volete addebitare come eredità ricevuta dal precedente Governo - con la perdita di credibilità sul piano internazionale che ne deriva - è cosa assolutamente non vera, perché il paese sta tornando a crescere, come ha detto ieri anche il direttore generale della Banca d'Italia, Fabrizio Saccomanni. Il 2006 segna il ritorno dell'economia italiana a tassi di crescita vicini al 2 per cento, non certo per merito vostro perché finora non avete saputo produrre alcun provvedimento per raggiungere questo obiettivo. È significativo anche l'incremento delle entrate fiscali di oltre 15 miliardi di euro, perché dimostra che il paese gira.

Credo che questo declassamento derivi dal tradimento degli obiettivi individuati dal Documento di programmazione economico-finanziaria, dove venivano indicati alcuni settori - sistema pensionistico, servizi sanitari, amministrazione pubblica e finanza degli enti decentrati - come punti su cui intervenire per contenere la spesa pubblica. Il Governo non è stato in grado di produrre alcun provvedimento ed è in uno stato confusionale.

Cito solo l'esempio delle pensioni. Ieri l'INPS ha comunicato che nei primi nove mesi del 2006 sono giunte 182.952 domande di pensione di anzianità, con un aumento del 10,5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2005. È quanto emerge dai dati del processo produttivo dell'istituto, secondo il quale sono in aumento anche le uscite dal lavoro per vecchiaia, con 247.574 richieste, con un incremento rispetto ai primi nove mesi del 2005 del 12,5 per cento.

Rispetto a questo problema il ministro Damiano dice una cosa, il sottosegretario Ferrero ne dice un'altra. Siamo arrivati anche alla farsa di vedere esponenti del Governo scioperare in piazza contro il Governo stesso. Penso che questo sia davvero incredibile. Pregherei il Presidente Prodi di smettere di prendere in giro gli italiani, perché non si porta avanti questo paese attraverso le bugie.

Per tali ragioni, il nostro voto non può che essere contrario ad entrambi i provvedimenti.

 

PRESIDENTE. Constato l'assenza del deputato Pertoldi, iscritto a parlare; si intende che vi abbia rinunziato.

È iscritto a parlare il deputato Borghesi. Ne ha facoltà.

 

ANTONIO BORGHESI. Signor Presidente, colleghe e colleghi, si sta concludendo l'iter del disegno di legge finanziaria iniziato nel mese di settembre, circa un mese fa, e nel corso del medesimo qualche forza politica, anche tra i nostri alleati, ha quasi disconosciuto la paternità di questo provvedimento. Noi dell'Italia dei Valori ci sentiamo pienamente genitori del disegno di legge per il suo impianto e perché, naturalmente, a nostro avviso, questa legge finanziaria non rappresenta un intervento a sé stante, rientrando in un quadro più complessivo tratteggiato nel programma dell'Unione per i prossimi cinque anni.

Siamo convinti che il disegno di legge in esame presenti dei difetti ma, in generale, anche alcuni pregi di fondo che consentiranno al nostro paese di riprendere la strada dello sviluppo e, quindi, di affrontare più facilmente negli anni futuri alcune problematiche, come ad esempio quelle relative alle prossime leggi finanziarie, permettendo di recuperare anche quel lieve maggior carico fiscale previsto dalla manovra finanziaria al nostro esame.

Con l'approvazione di questa legge, ci ritroveremo di nuovo a generare quasi un 3 per cento di avanzo primario; avanzo che il Governo precedente aveva totalmente «mangiato», facendo di nuovo aumentare il debito pubblico e, con esso, gli oneri finanziari che paghiamo, inibendo la possibilità di imprimere uno sviluppo al nostro paese.

Il nostro paese si sviluppa se è virtuoso e per essere tale deve, come ogni buona famiglia che vuole pagare i suoi debiti, spendere meno di quanto incassa. Questo è il primo merito di cui avvertiremo gli effetti positivi anche sul piano della credibilità internazionale nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

Per l'Italia dei Valori è importante riprendere la lotta all'evasione fiscale, dopo cinque anni di collusione con gli evasori fiscali, perché i provvedimenti che il Governo precedente ha varato in tema di condoni, continui e reiterati, sono stati di fatto interventi collusivi con l'evasione fiscale, con gli evasori fiscali e con quella «non imprenditoria», come io la definisco, che vive nel lavoro nero, nell'economia sommersa e nell'economia nascosta.

La lotta all'evasione fiscale non ha nulla a che fare con il regime poliziesco di cui Berlusconi in quest'aula ha parlato, perché allora dovrebbe egli per primo accusare gli Stati Uniti, da sempre considerati suoi amici, di essere un regime poliziesco. Da trent'anni gli Stati Uniti usano l'informatica e la telematica come strumento per tracciare i redditi, gli incassi delle attività imprenditoriali, per poi colpire duramente alla fine dell'anno: in quel paese, infatti, per evasione fiscale si va in galera, ci si resta e si espia la pena completamente.

Stiamo, pertanto, solo cercando di prendere da quel paese quello che c'è di buono, ad esempio in tema di lotta all'evasione fiscale. Quindi, si tratta di un altro dei pilastri che convince il gruppo dell'Italia dei Valori.

Vi è un terzo pilastro molto importante che adesso, con alcuni emendamenti, sta per essere messo in forse. Per questo, noi chiediamo con forza al Governo di ripensarci, perché alcuni emendamenti, approvati in Commissione, non impediscono l'avvio di quell'azione volta alla riduzione dei costi della politica che noi consideriamo sia un dovere nei confronti dei nostri elettori e che rientra pienamente nel programma di Governo dell'Unione.

Concludo dicendo che a questa finanziaria dovranno seguire immediatamente, a mio giudizio, gli interventi sulle pensioni, sulle liberalizzazioni, ma in modo più sicuro e più forte di quanto non sia avvenuto con il decreto del ministro Bersani.

Preannunzio, pertanto, l'espressione del voto favorevole da parte del gruppo dell'Italia dei Valori sui disegni di legge finanziaria e di bilancio.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Pegolo. Ne ha facoltà.

 

GIAN LUIGI PEGOLO. Signor Presidente, il disegno di legge finanziaria che ci accingiamo ad esaminare costituisce certamente un evento eccezionale. Lo è per le sue dimensioni, ma anche per la congiuntura politica in cui esso viene a collocarsi; una congiuntura caratterizzata da una situazione finanziaria del paese molto critica, della quale il centrodestra ha grandi responsabilità, ma anche da una situazione economica precaria rispetto alla quale la ripresa economica in atto non fuga le preoccupazioni e, infine, da una situazione sociale che permane difficile.

Nel dibattito in corso non si è posta adeguata attenzione nei confronti di quest'ultimo aspetto, ma ritengo si dovrebbe partire da questo punto nel momento in cui si affronta il disegno di politica economica.

Le cifre nella loro crudezza dipingono per il nostro paese uno scenario che resta preoccupante, fatto di nuove povertà, di crescente insicurezza e di palesi iniquità. Nel corso degli ultimi anni, le differenze di reddito sono cresciute esponenzialmente. Il livello di disoccupazione rimane significativo nelle regioni del Mezzogiorno e la precarietà del lavoro è ormai un fenomeno di massa.

Al di là delle ricorrenti polemiche sulla spesa previdenziale, le pensioni percepite da milioni di cittadini nel nostro paese restano molto al di sotto delle necessità. Vi è nel paese, infine, un evidente squilibrio in termini di quantità e qualità dei servizi offerti. Queste contraddizioni sono il riflesso di una serie di limiti che il paese ha conosciuto nel suo sviluppo, ma anche l'effetto dei nuovi processi legati alla competizione globalizzata.

Per queste ragioni di fondo, considero importanti nella finanziaria quelle misure che sono state concepite per promuovere un processo redistributivo a favore delle fasce a reddito medio-basso e per consolidare lo Stato sociale. Mi riferisco alla revisione delle aliquote IRPEF, alle misure di rafforzamento degli assegni familiari, agli interventi in campo sociale.

Da questo punto di vista, le proposte del Governo, tese a correggere ulteriormente l'impostazione iniziale, rafforzando l'effetto redistributivo sotto i 40 mila euro, non possono che essere apprezzate. Peraltro, dovrebbe essere ovvio che il sostegno al reddito di queste fasce costituisce una misura decisiva se si vuole accrescere la propensione interna al consumo, elemento fondamentale per la stessa crescita economica.

Se ho delle perplessità, invece, queste risiedono semmai nella enorme distanza che continua a permanere fra questi interventi, in sé positivi, e la condizione materiale di milioni di nostri cittadini. Penso alla grande fascia dell'incapienza, concentrata prevalentemente al sud, al problema drammatico della precarietà che l'importante manifestazione di sabato ha riportato all'onore delle cronache o, come dicevo prima, alla condizione miserevole in cui versano milioni di pensionati.

Su questi aspetti decisivi gli interventi previsti nel disegno di legge finanziaria sono ancora carenti e io mi auguro che in questa fase di discussione sia possibile apportare delle modifiche.

Dare coerenza piena ad un disegno redistributivo implica anche la necessità di potenziare e valorizzare al meglio le funzioni dello Stato sociale. Dai banchi dell'opposizione è venuta una critica alla mancanza di rigore, al carattere assistenzialistico di alcuni provvedimenti. Noi sappiamo dove vanno a parare simili critiche: mirano a comprimere la spesa previdenziale, a tagliare le spese per la sanità, a privatizzare i servizi pubblici locali.

Si tratta della solita vulgata liberista che ci propongono ad ogni piè sospinto i rappresentanti di Confindustria: penso che il Governo debba saper resistere al canto di certe sirene. Per questo è stato positivo l'aver stralciato dalla finanziaria il provvedimento sulla previdenza e mi auguro che dall'esito del confronto fra le parti sociali possano giungere soluzioni socialmente non penalizzanti.

Tuttavia, credo anche che altre correzioni vadano apportate alla finanziaria: mi riferisco alle scelte sui ticket o al contenimento della spesa per gli enti locali o alla riduzione delle risorse per l'università. Si tratta di scelte che, a mio avviso, restano discutibili perché in parte contraddicono la stessa decisione di avviare un processo redistributivo, ma anche perché muovono da alcuni assunti di carattere ideologico che dovrebbero essere rimessi in discussione. Penso, in particolare, al provvedimento - considerato allegato alla finanziaria - sulla liberalizzazione dei servizi pubblici, che in nome di una razionalizzazione, peraltro necessaria, finisce tuttavia con l'introdurre il criterio illogico dell'obbligatorietà della messa a gara di tutti i servizi a rilevanza economica.

La manovra economica ha incontrato molte riserve da parte degli imprenditori, che solo dopo la sottoscrizione dell'accordo sull'utilizzo del TFR - quello recente - sembra si siano acquietati. La cosa ha del paradossale, se si considerano i grandi benefici che con questa finanziaria, attraverso il taglio al cuneo fiscale, otterranno le imprese. A tale riguardo, credo che nel ragionare sulla manovra che è stata messa in atto - o che ci si propone di mettere in atto - dovremo porre una certa attenzione, poiché non necessariamente essa sarà destinata ad alimentare un ciclo virtuoso. È probabile, infatti, che in presenza di un sostegno così generalizzato al sistema delle imprese vi sia il rischio che lo stesso si adagi nella solita strategia competitiva, puntando tutto sulla riduzione del costo del lavoro e rinunciando, di fatto - come è stato nel corso di questi anni -, a promuovere un deciso intervento sull'innovazione.

Un'ultima considerazione vorrei riservarla alla partita finanziaria, perché essa costituisce la cornice entro la quale si disegna la manovra. Come è noto, fin dal DPEF, il Governo ha assunto fra i suoi obbiettivi quello del rigore. A tale proposito, noi di Rifondazione Comunista abbiamo espresso le nostre riserve, poiché abbiamo considerato questa impostazione eccessivamente appiattita su un orizzonte monetarista. Ci pare, infatti, un'impostazione che rischia di impedire il conseguimento degli altri due obbiettivi dichiarati, quello dell'equità e quello dello sviluppo. Come è noto abbiamo anche proposto soluzioni alternative, ma la nostra impostazione non è stata accettata. Sappiamo bene che a questo punto non è possibile rimettere in discussione la materia, tuttavia in conclusione vorrei esprimere due osservazioni.

La prima riguarda la scelta del contenimento del debito. Mi pare evidente che se dopo la finanziaria si volesse proseguire con questi ritmi alla compressione del debito, ben difficilmente si potrebbe pensare di affrontare i grandi problemi sociali tuttora irrisolti.

La seconda considerazione riguarda la struttura della spesa. L'attuale manovra è così ampia non solo perché gravata dall'esigenza di comprimere il deficit al 2,8 per cento, ma perché essa interviene anche ad ampio raggio, distribuendo cioè su un numero consistente di soggetti sociali oneri e benefici. In prospettiva, quindi, credo si ponga la necessità di una maggiore selettività nella manovra finanziaria, ma il problema è che la selettività significa, prima ancora che contenimento della spesa, individuazione di ben determinati referenti sociali.

Qui veniamo al punto, poiché nel corso di queste settimane anche importanti settori della maggioranza hanno invocato un chiarimento sui futuri orientamenti del Governo, richiamando tuttavia una svolta rigorista. Si è parlato di riforme strutturali, liberalizzazioni e quant'altro; echi di questa impostazione ho avuto l'occasione di sentirli anche oggi in quest'aula. Ritengo che se di una «fase 2» questo Governo ha bisogno, questa debba andare in una direzione diversa; essa deve muovere dalla positiva assunzione del tema della redistribuzione del reddito per garantire l'effettivo intervento sugli squilibri sociali esistenti nel nostro paese. In ogni caso, per conseguire questo obbiettivo generale, che peraltro risponde ad una domanda sociale in cui il popolo dell'Unione ha dimostrato di riconoscersi, occorre ridurre la compressione del debito, proseguire nella lotta virtuosa all'evasione per l'equità fiscale e promuovere una politica per lo sviluppo ispirata a logiche più selettive, premiando nell'imprenditoria i soggetti virtuosi.

L'augurio che mi faccio è che questa spinta riformatrice sappia vincere le incrostazioni anche culturali rappresentate dal lascito di un pensiero neoliberista che ha egemonizzato in questi anni il dibattito socioeconomico. La riscoperta di una vocazione alternativa al centrodestra credo parta da questo punto, da cui inoltre deve muovere un recupero di consensi nel paese (Applausi dei deputati del gruppo Rifondazione Comunista-Sinistra Europea).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Cicu. Ne ha facoltà.

 

SALVATORE CICU. Signor Presidente, rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, in questi giorni abbiamo vissuto in maniera intensa i lavori della Commissione bilancio, che - dobbiamo ricordarlo - ha licenziato un testo in cui sono stati esaminati solo 12 articoli sui 217 della legge finanziaria.

Qualcuno della maggioranza, in maniera sprovveduta, anche per giustificare ciò che sicuramente avverrà in queste ore, ha parlato di emendamenti ostruzionistici del centrodestra, addirittura individuandone migliaia. Tutti sappiamo che la realtà, invece, è che vi sono forse solo un centinaio di emendamenti concordati e segnalati presentati in Commissione bilancio, sui quali non è stato possibile trovare nemmeno un momento per un dialogo, un'apertura, un approfondimento. Vi è stato solamente un continuo stravolgimento non per cercare di dare risposte al sistema paese, ma per raggiungere, ancora una volta, un minimo di accordo tra sinistra massimalista e sinistra riformista.

Si cercano soluzioni non per categorie produttive del paese, per i pensionati, le casalinghe, le famiglie, ma solo ed esclusivamente per i deputati - prossimamente per i senatori - che hanno solo la necessità di indicare inizialmente la quota di valore di mercato. Tale quota, peraltro, è stata trasferita dall'estero in Italia; infatti, abbiamo vissuto la sceneggiata, la commedia - purtroppo stavolta non solo italiana, ma anche estera - che vede una somma non indifferente non certo utile alla risoluzione dei problemi, ma al solo problema di un voto in più in Senato. Quindi, il senatore Pallaro può definirsi ottimista perché il Governo ha immediatamente accolto le sue istanze e non quelle dei professionisti di questo paese, della piccola e media impresa, degli artigiani, degli allevatori, dei piccoli produttori, di tutti coloro cioè che in questo paese lavorano. Al contrario, è arrivato un solo riferimento istituzionale per accogliere l'emendamento: in ogni caso, è successo qualcos'altro.

In maniera anormale ci eravamo abituati a vivere la piazza come momento di legittimità rispetto allo sfogo, alla necessità di trasferire un messaggio che potesse essere raccolto dalle nostre istituzioni. Signor Presidente, stavolta la normalità è stata abbondantemente superata, poiché abbiamo assistito a cortei in cui i riferimenti delle istituzioni, che fanno parte di questa maggioranza - compresi sottosegretari per l'economia, che oggi siedono ai banchi del Governo - hanno manifestato contro i loro stessi ministri per denunciare i vizi, le carenze, le penalizzazioni che le norme di questa finanziaria porteranno alle categorie del paese.

Credo che sia necessario mettere ordine in un contesto in cui, dopo soli cinque mesi, si parla non solo di far cadere l'Esecutivo da parte degli stessi componenti del Governo, ma anche di mandare a casa i ministri, che rappresentano settori delicati come quello del Ministero del lavoro, dove gli striscioni abbondavano e dove, ripeto, gli stessi colleghi rappresentanti di Governo inneggiavano alla sua caduta.

Certamente, l'orgoglio maggiore può essere trasferito nel contesto europeo dove, come sappiamo dalla lettura dei quotidiani, nel prossimo gennaio la Francia e la Germania usciranno dalle procedure di infrazione per il disavanzo eccessivo. L'Italia invece - ricordo coloro che parlavano di paese normale, di credibilità e di fiducia, di possibilità di superare tutte le situazioni che il Governo Berlusconi aveva realizzato -, guarda caso, si proietta con un deficit tendenziale che salirà al 3,1 per cento nel 2008, mentre il debito raggiungerà quest'anno, grazie anche a questa legge finanziaria, il livello record in Europa del 107,2 per cento, superando addirittura la Grecia.

Ecco, quindi, in che modo ci collochiamo nel 2007 rispetto al PIL dell'Unione europea, che crescerà del 2,4 per cento, un punto percentuale in più rispetto all'1,4 per cento previsto per la nostra nazione. Ecco la ricetta di questo Governo per risanare i conti del nostro paese, che sicuramente crescerà a livello di credibilità e di autorevolezza nel contesto europeo! Dovevano essere i salvatori della patria, quelli che avrebbero messo le cose a posto dopo le dissipazioni e le follie degli anni di Berlusconi, quelli del paese normale, della credibilità, quelli che, dopo cinque mesi, gridano di andare a casa! Questa finanziaria è contro le loro classi nemiche, contro il ceto medio, gli artigiani, le piccole e medie imprese, i commercianti, i risparmiatori, ed è studiata apposta per penalizzare chi, dopo una vita di sacrifici, decide di lasciare qualcosa in eredità ai propri figli o decide di mettere da parte un po' di soldi che verranno falcidiati dal sistema delle tassazioni che il Governo ci propone. Questa enorme quantità di persone sarà soggetta ad una pressione fiscale che lieviterà intorno ai 20 miliardi di euro.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, io, che porto con me la mia «sardità», ho anche e soprattutto la necessità di denunciare un fatto gravissimo contenuto nella finanziaria, che è stato tradotto con una norma all'articolo 102, relativo alla definizione dei rapporti finanziari con la regione Sardegna. Peraltro, ho visto che la sinistra massimalista prosegue nel messaggio che il governatore Soru ha portato in Sardegna in questi due anni e mezzo, quello di tassare i ricchi per distribuire il reddito ai poveri, solo che anche lui fa un po' come questo Governo: tassa i poveri e basta, non prende nulla ai ricchi e in più «uccide» l'economia. Infatti, si tassano i porti, il sistema portuale, turistico e agroindustriale, ed oggi la Sardegna ha la più alta percentuale in Italia di disoccupati; la responsabilità di ciò è da attribuire in pieno al governo Soru. Devo anche far rilevare che nell'articolo 102 si modifica l'articolo 8 della legge regionale a statuto speciale, dove si parla di sanità e di trasporto locale: credo che qualche insigne professore di diritto costituzionale potrebbe inorridire per il fatto che si modifichi un articolo di uno statuto speciale, che è equiparato ad una legge costituzionale, con una disposizione contenuta nella legge finanziaria.

Il governo e il popolo sardo, dopo 25 anni di giuste e legittime pretese di ottenere quanto è loro dovuto, vedranno l'applicazione delle disposizioni dell'articolo 102 solo nel 2010 quando il Governo Soru non ci sarà più, per fortuna dei sardi, e quando il Governo Prodi non ci sarà più, per fortuna degli italiani. Allora, credo che il ragionamento vada fatto oggi, non certamente fra quattro anni, rimandando responsabilità storiche per non risolvere ancora una volta i problemi di un popolo che meriterebbe ben altra attenzione e non solo, ancora una volta, un «piatto di lenticchie»!

 

PRESIDENTE. La prego di concludere.

 

SALVATORE CICU. Noi deputati della Casa delle libertà e di Forza Italia abbiamo presentato una ventina di emendamenti che vanno nella direzione di dare riequilibrio e giustizia, per restituire quello che è stato tolto in tutti questi anni. Denunciamo ancora una volta che questo Governo non si preoccupa minimamente delle regioni che sono sempre più lontane dall'Italia e, certamente, dal modo di pensare del Governo Prodi (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia).


PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Garnero Santanchè. Ne ha facoltà.

 

DANIELA GARNERO SANTANCHÈ. Signor Presidente, vorrei cambiare l'approccio degli interventi sulla legge finanziaria, partendo da un dato importante. La legge finanziaria dovrebbe essere l'atto politico ed economico più importante del ministro dell'economia. Bene, vorrei sapere dov'è il ministro dell'economia mentre stiamo discutendo sulla legge finanziaria. Certamente è stato mandato ai vari convegni in Europa, ma mi viene il sospetto abbastanza lecito che, forse, sia stato mandato altrove perché poco si interessasse della legge finanziaria.

Dico questo anche perché in Commissione bilancio, dopo che avevamo studiato e guardato con grande attenzione al Documento di programmazione economico-finanziaria, il ministro Padoa Schioppa ci aveva fatto pensare che, magari, poteva esserci una finanziaria positiva perché grandi erano gli annunci nel DPEF. Infatti, ci aveva parlato di riforme previdenziali, di riforma della pubblica amministrazione e, soprattutto, del contenimento del taglio alla spesa pubblica; ma, ahimè, ci troviamo davanti ad una finanziaria che smentisce il Documento di programmazione economico-finanziaria ed anche lo stesso ministro dell'economia.

Non vorrei tediarvi con quello che è successo nella Commissione bilancio e sono contenta della presenza del sottosegretario Sartor perché ha dimostrato di essere lo specchio del ministro Padoa Schioppa: un sottosegretario che non rispondeva alle domande, che non illustrava gli emendamenti, che spesso era occupato al telefono a parlare. Lo dico perché non vorrei che si incolpasse dell'insuccesso e di questo caos il relatore per la maggioranza, l'onorevole Ventura, o il presidente della Commissione bilancio, che credo non abbiano colpe in tal senso. La colpa è tutta di questo Governo. Ripeto, mi dispiace molto che il ministro dell'economia non si materializzi, che non si veda, e che, invece, faccia grandi dichiarazioni quando va in Europa o si presenta ai convegni.

La legge finanziaria è la prova di quanto sia facile predicare bene e, soprattutto, fare le campagne elettorali stigmatizzando l'operato del Governo precedente. Sono passati cinque anni e ricordo che l'allora opposizione, oggi maggioranza di questo Parlamento, diceva che mai avrebbe abusato, come ne avremmo abusato noi secondo voi, dell'istituto della fiducia.

Da quanto tempo governate? Quante sono le questioni di fiducia che il Parlamento ha già votato? Sono certa - ma mi auguro di essere smentita - che anche questa finanziaria sarà approvata con un voto di fiducia.

Poche attenzioni sono state rivolte al Parlamento e alle prerogative dei parlamentari. Lo ha dimostrato il lavoro della Commissione bilancio: a poche ore dal termine previsto per la votazione del mandato al relatore, il Governo e il relatore hanno presentato numerosi nuovi emendamenti, che cambiano completamente questa legge, mostrando non soltanto l'assoluta assenza di unità e di coesione della maggioranza, ma - lo ripeto - anche calpestando le prerogative del Parlamento. Credo che non vi sia mai stata una finanziaria di 217 articoli. È ovvio, quindi, che la Commissione bilancio non ha potuto esaminare tutti gli articoli e, purtroppo, pochi sono stati votati.

Vi è stato anche un altro dato sorprendente. Ogni giorno un ministro faceva a gara per annunciare agli organi di stampa cosa sarebbe stato contenuto nella finanziaria, ma non abbiamo potuto trovarne riscontro nell'attività parlamentare. Faccio soltanto due esempi: quanti esponenti di questo Governo hanno detto che c'era stato uno sbaglio e che sarebbe stato reintrodotto il 5 per mille? Ad oggi, non soltanto non sussiste alcun elemento che ci faccia pensare alla sua reintroduzione, ma in base all'articolo 53 saranno usati i fondi del 5 per mille dell'anno scorso per gli accantonamenti; il secondo esempio riguarda la rideterminazione delle aliquote dell'IRPEF, sulla quale non risulta che vi sia alcuna novità.

Quando questo Governo è stato formato, sono stati scelti grandi professori per dirigere i vari ministeri, ricorrendo anche ad esterni. Ricordo la Commissione Faini, quando è stata fatta la due diligence sui conti pubblici attraverso un organo esterno al Parlamento. Quella previsione catastrofica, che prevedeva conti peggiori anche rispetto al 1992, non si è verificata, grazie a Dio! Abbiamo registrato, anzi, un gettito delle entrate fiscali superiore di 9 miliardi di euro rispetto alle previsioni.

Oggi e ieri abbiamo letto sui giornali quale sia la contentezza del Governo e della maggioranza per l'approvazione dell'Unione europea di questa finanziaria. Ma non so se sono io che non capisco o se questo Governo fa finta di non capire: l'approvazione di questa legge finanziaria da parte dell'Unione europea, riguarda soltanto l'entità della manovra (40 miliardi di euro). Poco importa la composizione della legge finanziaria! Oggi ha detto bene il presidente del mio partito: poco importa se tassano anche le paghette dei bambini! Quindi, l'approvazione dell'Unione europea è soltanto sull'entità della manovra!

Anche qui, siamo di fronte ad un Governo e ad una maggioranza che usano due pesi e due misure. Quando, poco tempo fa, le agenzie di rating hanno declassato il nostro paese, non era certamente colpa di questo Governo! Era colpa del precedente Governo Berlusconi!

Per fortuna, le italiane e gli italiani, dopo l'approvazione di questa finanziaria, potranno decidere. Abbiamo visto ieri, nelle elezioni in Molise, che gli italiani già manifestano con il loro voto che questo Governo è arrivato al capolinea. Lo giudicheranno in modo ancora peggiore quando questa finanziaria diventerà legge dello Stato, sicuramente non ci sarà saldo positivo per nessuna famiglia italiana!

Quando ho visto l'emendamento relativo al fondo destinato alle famiglie del ministro Bindi, l'ho letto con attenzione e devo dire che sono rimasta profondamente delusa, come saranno deluse le famiglie quando vedranno che quei 215 milioni di euro, stanziati per il 2007, 2008 e 2009, serviranno non alle famiglie italiane, ma a creare il portafoglio del Ministero per la famiglia, che sappiamo bene com'è nato, ossia per spartizioni politiche. Non avendo dotazioni finanziarie, il ministro Bindi ha usato questa finanziaria - lo ripeto: 215 milioni di euro per il 2007, il 2008 e il 2009 - per finanziare il proprio ministero! Abbiamo visto le finalizzazioni: sono indagini conoscitive, osservatori e consulenze.

La grande delusione è dovuta anche all'attenzione di questa manovra finanziaria al Mezzogiorno.

 

PRESIDENTE. La prego...

 

DANIELA GARNERO SANTANCHÈ. A parole, tutti gli esponenti del Governo in questi giorni, dopo i fatti di Napoli, alzavano il tono della voce per dire che c'era un'emergenza Sud, rispetto non soltanto alla sicurezza, ma anche all'occupazione! Bene, questa finanziaria dimostra che sono state diminuite le risorse di circa 1.500 milioni di euro per l'occupazione.

Allora - concludo, Presidente - questa finanziaria, che gli italiani aspettavano, credendo fosse una finanziaria che intercettava la ripresa economica della zona dell'euro...

 

PRESIDENTE. Deve concludere...

 

DANIELA GARNERO SANTANCHÈ...., invece, penalizzerà le famiglie e i soggetti più deboli (Applausi dei deputati dei gruppi Alleanza Nazionale e UDC (Unione dei Democratici di Sinistra e dei Democratici di Centro)).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Rugghia. Ne ha facoltà.

 

ANTONIO RUGGHIA. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, vale per il bilancio della difesa, di cui mi occuperò nel mio intervento, ciò che più volte abbiamo affermato discutendo della legge finanziaria per il 2007.

La prima manovra di bilancio di finanza pubblica del Governo Prodi non può naturalmente non basarsi sui risultati della gestione del Governo precedente. Quindi, con questa legge finanziaria, non stiamo facendo tutto ciò che avremmo voluto fare, bensì ciò che possiamo fare, tenendo conto della pesante eredità del centrodestra che, dopo cinque anni, ci consegna una situazione del nostro paese caratterizzata dall'emergenza finanziaria, sociale ed economica.

Tuttavia, anche in questo contesto, segnato dall'impegno del Governo di operare per il risanamento strutturale della finanza pubblica e per fermare l'indebitamento della pubblica amministrazione, che sono condizioni necessarie per far ripartire l'Italia, è apprezzabile ed è evidente lo sforzo di dotare la funzione difesa delle risorse necessarie al raggiungimento degli obiettivi fissati prima con il DPEF e poi con la finanziaria.

Il Governo, per il Ministero della difesa, ha individuato le seguenti priorità: la riorganizzazione e la razionalizzazione della difesa, da realizzare, tra l'altro, mediante l'accorpamento e la ridefinizione in chiave interforze delle strutture e dei comandi; la professionalizzazione delle Forze armate, da attuare sostanzialmente procedendo alla realizzazione del modello a 190 mila uomini previsto dalla legge n. 331 del 2000, nonché migliorando la gestione delle infrastrutture e dei beni immobili; l'ammodernamento dello strumento militare, da realizzare mediante la predisposizione con mezzi e sistemi in grado di assicurare elevata capacità di schieramento, mobilità e proiezione delle forze anche fuori area, nonché attraverso il potenziamento della ricerca tecnologica e il sostegno allo sviluppo dell'Agenzia europea della difesa; il funzionamento dello strumento militare, da attuare assicurando l'efficienza dei materiali, dei mezzi, dei sistemi e delle infrastrutture, per garantire la piena operatività, in condizioni di sicurezza, e per sviluppare la capacità di operare in contesti internazionali.

Al fine di realizzare tali obiettivi, la spesa complessiva è pari a 18 mila 134,5 milioni di euro, con un incremento di 352 milioni di euro circa rispetto al bilancio 2006. Quindi, si tratta del 2 per cento in più. Tali risorse sono destinate allo svolgimento delle funzioni di difesa e sicurezza pubbliche.

Per ciò che attiene esclusivamente alla funzione difesa, nel 2007 sono state stanziate risorse per circa 12 mila 438 milioni di euro, con un incremento, rispetto al 2006, di 330,6 milioni di euro, ossia circa il 2,7 per cento in più rispetto allo scorso anno.

Insomma, è evidente lo sforzo che è stato profuso per sostenere l'operatività dello strumento militare attraverso la formazione, l'addestramento, la manutenzione e la sicurezza del personale e per garantire, con spese per investimenti, impegni già assunti in ambito internazionale con programmi e con contratti già formalizzati.

È bene sottolineare che il precedente Governo negli ultimi anni ha progressivamente operato una notevole riduzione sia della spesa per l'esercizio sia della spesa per l'investimento, che risultano quindi del tutto squilibrate ed insufficienti rispetto alle risorse destinate a sostenere gli oneri del personale. Si tratta quindi di una prima, significativa, positiva inversione di tendenza.

Per la prima volta, con l'articolo 113 viene istituito un fondo pluriennale di investimenti (1.700 milioni di euro per il 2007, 1.550 milioni di euro per il 2008, 1.200 milioni di euro per il 2009) per la realizzazione di programmi per esigenze di difesa nazionale derivanti anche da accordi internazionali. Il fondo pluriennale garantisce una continuità programmatica ed offre maggiori certezze al settore dell'industria nazionale ad elevato contenuto tecnologico che opera per la difesa. I finanziamenti previsti sono consistenti ed incidono fortemente sulla spesa pubblica. In Commissione difesa è stata manifestata l'esigenza di una riflessione sui programmi e sugli accordi internazionali sottoscritti dal nostro paese. Credo che questa riflessione dovrebbe essere funzionale all'obiettivo di realizzare una sempre maggiore integrazione della politica di difesa europea, nel cui contesto occorre operare le scelte necessarie sugli assetti dello strumento militare e sui programmi da sostenere e condividere con gli altri paesi.

Insomma sui programmi di investimento per la difesa, che gravano non poco sulla collettività, credo che, fatte salve le prerogative proprie dei diversi stati maggiori, in particolare dello stato maggiore della difesa, la politica debba esercitare la sua irrinunciabile funzione di indirizzo, programmazione e controllo. Il Governo con l'articolo 57 opera una scelta particolarmente significativa, quella di assumere 1.000 unità nei corpi di Polizia per il 2007. La Commissione difesa si è espressa per incrementare da 1.000 a 3.000 le unità da mettere a disposizione delle forze di polizia. Il Governo sembra orientato ad accogliere questa richiesta e con ciò dimostrerebbe una grande attenzione al tema della sicurezza nazionale, operando una scelta importante per il contrasto della criminalità ed il controllo del territorio. Ogni giorno con angoscia assistiamo, a Napoli, nel sud, e purtroppo in tutto il paese, a fatti di cronaca che colpiscono il senso di sicurezza dei cittadini e delle comunità. Perciò l'assunzione di un numero adeguato di agenti nei corpi di polizia rappresenterebbe una risposta particolarmente apprezzabile. L'incremento dei corpi di polizia permetterà anche di fornire uno sbocco occupazionale, qualificato e stabile, ai volontari in ferma breve e quadriennale delle Forze armate, agli ufficiali dei carabinieri in ferma prefissata, che sono stati prorogati fino al 31 dicembre, con un intervento legislativo in Parlamento, e ai cittadini vincitori di concorso nelle forze di polizia dello Stato, ma non ancora reclutati.

Con la manovra di bilancio per la difesa il Governo manifesta la volontà, all'articolo 17, di mettere a disposizione il patrimonio immobiliare della difesa, consegnandolo all'Agenzia del demanio, con una previsione di entrate pari a 2 miliardi di euro per l'anno 2007 e a 2 miliardi di euro per il 2008. Viene invertita la procedura di individuazione dei beni immobili in uso all'amministrazione della difesa non più utili ai fini istituzionali. Tale attività compete ora direttamente al Ministero della difesa, che vi provvede con decreti da emanarsi d'intesa con l'Agenzia del demanio, e non più a quest'ultima, di concerto con la direzione generale dei lavori e del demanio del Ministero della difesa stesso. Inoltre tali beni non sono più inseriti in programmi di dismissione per le esigenze organizzative e finanziarie connesse alla ristrutturazione delle Forze armate, ma sono consegnati alla medesima Agenzia del demanio, ai fini dell'inclusione in programmi di dismissione e valorizzazione previsti dalla legislazione vigente.

Per cogliere gli apprezzabili obiettivi che ci si prefigge con questa norma, è evidente che è necessario determinare il coinvolgimento degli enti locali, per ottenere, attraverso la destinazione d'uso, la valorizzazione degli immobili. Sono necessari accordi di programma con i comuni, con le province e con le regioni, per operare la dismissione dei beni non più utili alla difesa attraverso una semplificazione del procedimento e riconoscendo alle autonomie locali cointeressate alla valorizzazione del patrimonio immobiliare una quota delle dismissioni, anche con permute da realizzare con il Ministero della difesa.

In conclusione, signor Presidente, signor sottosegretario, questa prima manovra finanziaria del Governo Prodi, per quanto attiene alla difesa compie scelte importanti, pur basandosi sulla fallimentare eredità del precedente Governo. Da qui bisogna partire per una nuova politica della difesa nazionale e per concorrere, con convinzione, ad una comune politica di difesa europea. A sei anni dall'approvazione della legge n. 331 del 2001, che ha fissato il modello a 190.000 uomini, i tempi sono ormai maturi per una riflessione in Parlamento che ci consenta di comprendere quale strumento militare sia oggi necessario al paese, per consentirci di coltivare le nostre ambizioni e per assumerci le nostre responsabilità su scala internazionale, e quale strumento militare sia compatibile con i nostri mezzi e con le nostre possibilità (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato D'Agrò. Ne ha facoltà.

 

LUIGI D'AGRÒ. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, faccio parte di un partito che non ha nessuna voglia di creare problemi esterni a quest'aula relativamente a questo disegno di legge finanziaria, nel senso che ritiene che questo sia il luogo nel quale documentare nei confronti dei cittadini l'entità della manovra, la sua qualità e le risposte per il futuro del paese. Devo però dire con grande amarezza che, proprio partendo da questo dato, il metodo con cui il provvedimento arriva in Assemblea è assolutamente carente e deficitario. In sostanza, è per la prima volta, dopo tanto tempo, che un provvedimento così importante come il disegno di legge finanziaria approda in Assemblea senza il visto della Commissione di merito. Quel tema tanto caro alla sinistra, cioè la possibilità di dibattere, discutere e relazionarsi fra le parti, è quindi venuto meno, e non credo sia esclusivamente per la quantità di emendamenti presentati. Credo che forse ciò sia determinato maggiormente dalla confusione con la quale il Governo e la maggioranza sono arrivati a questo provvedimento.

Vede, signor sottosegretario, il problema è il seguente. Gli emendamenti presentati dalle opposizioni sono normali, mentre gli emendamenti presentati dai singoli ministri, senza il vaglio dell'Esecutivo nel suo insieme, sono un'anormalità. Sono segno e frutto del fatto che in qualche modo è venuta meno - al primo grande e importante provvedimento arrivato in quest'aula - quella collegialità, quel sistema unitario che in qualche modo determina la tenuta della maggioranza e sulla base del quale il ministro dell'economia e delle finanze aveva definito il suo intervento con il DPEF, che rappresentava i saldi della manovra che poi sarebbe arrivata a settembre in Parlamento.

Pertanto, che tipo di ragionamento possiamo fare di fronte ad una manovra di questo genere? Ricordo che quando sono intervenuto in occasione dell'esame del DPEF, ho criticato quella che è divenuta ormai la «liturgia» di questi avvenimenti, come probabilmente è facile criticare la «liturgia» della finanziaria. Ho sentito esponenti della maggioranza dire che è finito il tempo della finanziaria tradizionale e che dobbiamo metterci nella logica di fare una finanziaria di tipo anglosassone. Lo dicevamo anche noi l'anno scorso, ma siamo stati criticati, perché ci si accusava di volerci svincolare dal confronto. Oggi lo dite voi. Noi non diciamo assolutamente niente, ma se le parti si mettono d'accordo e il Parlamento decide che la legge finanziaria, così come viene portata in Parlamento, è un rito ormai consumato in maniera mediocre e che tutto ciò è ormai obsoleto, per carità, visto che c'è la necessità di fare talmente tanta innovazione all'interno di quest'aula (nei regolamenti e nella capacità di rispondere al paese), allora anche il tema della rivisitazione della finanziaria mi va assolutamente bene.

Ma in questo caso credo che la questione riguardi non solo il metodo, ma anche la sostanza, perché gli emendamenti non sono stati frutto soltanto di un episodio contingente, ma vanno a cambiare i saldi complessivi di questo disegno di legge finanziaria: anche questo è un metodo completamente sbagliato, perché siamo partiti da 30 miliardi, poi siamo arrivati a 35 miliardi ed oggi siamo a 40,2 miliardi!

Anche da questo punto di vista, in corso d'opera sono cambiati profondamente non solo i saldi, ma la filosofia stessa del disegno di legge finanziaria. Sono state messe molte pezze qua e là, senza trovare sempre una copertura adeguata. Sono convinto che le pezze introitate con gli emendamenti ai 217 articoli rischiano di far fallire complessivamente il dato di bilancio e che molte poste siano effettivamente fuori controllo dal lato della spesa e soprattutto carenti di copertura.

Un problema balza immediatamente agli occhi. Questa sarebbe dovuta essere una manovra finanziaria ambiziosa. Fin dall'inizio è stato detto che dentro di sé avrebbe dovuto avere tre componenti: il risanamento, lo sviluppo e l'equità. Concordo perfettamente con quanti affermano che sia difficile fare una legge finanziaria. Il Presidente del Consiglio Prodi ha affermato che questo disegno di legge finanziaria è equo proprio perché scontenta tutti. Tuttavia, quando esso scontenta i suoi ministri, immediatamente si provvede a presentare un emendamento, mentre quando scontenta il Paese e noi provvediamo a presentare proposte emendative, queste ultime vengono bocciate. Pertanto, la mia sensazione è che di equità vi sia soltanto il dosaggio nelle forze e nei rapporti all'interno della maggioranza.

Il problema di capire se si sia riusciti a mettere insieme questi tre grandi obiettivi si pone immediatamente nei saldi. Non credo che sia possibile ottenere il risanamento e allo stesso tempo lo sviluppo. È un obiettivo molto difficile se non vi è una strategia forte che comporti un cambio strutturale nella spesa. Tale cambio non è avvenuto. Il tema drammatico che questa finanziaria pone agli occhi di noi parlamentari e alle coscienze del sistema Italia è proprio questo. È una manovra contabile, di prelievo, che non intacca assolutamente i centri di spesa del domani. In sostanza, oggi si fa un'operazione contabile; tuttavia, cosa succederà domani con la legge finanziaria del prossimo anno? Saremo ancora nelle condizioni di rimanere nei parametri contenuti oggi nel DPEF, ovvero nel piano triennale? Credo assolutamente di no, perché il provvedimento portato all'attenzione di quest'aula è non selettivo, bensì esclusivamente di natura contabile. Vi sono tante uscite e tante entrate, in un processo che purtroppo porta a prelevare piuttosto che a tagliare.

Allora, il tema dell'equità di cui si parlava va subito messo in evidenza. Infatti, se per equità si intende il ragionamento sulle aliquote IRPEF, credo che ne sia stata fatta ben poca. Si è tolto un quid a chi è ritenuto ricco, senza arrivare al criterio essenziale di spostare davvero grandi risorse finanziarie a favore di chi versa in stato di povertà in questo paese. Si è preferito seguire un criterio ideologico nel cosiddetto riequilibrio dell'equità, senza perseguire quella sostanziale. Inoltre, si è voluto coniugare equità e sviluppo, tanto per essere precisi, magari collegandoli alla misura del cuneo fiscale. Tuttavia, dobbiamo considerare quale impatto ha la manovra sull'artigianato e quindi su una parte importante dello sviluppo. Sul cuneo fiscale so che sono stati fatti aggiornamenti in corso d'opera. Tuttavia, è noto che le imprese nel nostro Paese per il 93 per cento hanno meno di dieci dipendenti. Nella prima stesura questo provvedimento non interveniva assolutamente a favore di tali realtà produttive. Secondo uno studio Isfol, l'impatto della manovra, tra revisione di studi di settore ed aumento dei contributi per lavoratori autonomi ed apprendisti (misura per fortuna modificata, anche se non nella misura conveniente), arriva ad un prelievo in questo settore di oltre 1,5 miliardi di euro. Quindi, anche per questo aspetto si tratta di una manovra finanziaria assolutamente improvvida. Se da una parte «dà», dall'altra, per un concetto di equità, «toglie», operando ancora una volta una manovra di carattere esclusivamente contabile.

E pensare che si tratta della vostra prima manovra finanziaria. Si sa perfettamente che la prima manovra dovrebbe avere una forte caratterizzazione e dare l'impronta per incidere nei prossimi cinque anni nel processo politico della maggioranza. Se questa è l'impronta, probabilmente i cittadini italiani hanno sbagliato a darvi in mano il Governo.

Signor sottosegretario, noi non discutiamo, come alcuni di voi hanno fatto in precedenza, se vi siano stati buchi o su cosa è successo. Purtroppo è un meccanismo infantile, perché quando si governa, si governa per quello che c'è, assumendosi le responsabilità per quello che si trova. Non si può pensare di governare dando sempre la colpa a chi è venuto prima. Altrimenti, l'alternanza altro non sarebbe che dare la colpa di quanto successo al Governo precedente, invece di costituire un sistema democratico e di valori da dove impostare una politica del futuro. Purtroppo l'Italia in questo è maestra. Lo vediamo in merito alle riforme fatte dal centrodestra ed alle capacità riformiste del centrosinistra, che sono soltanto quelle di cancellare quanto fatto dal centrodestra senza proporre qualcosa di alternativo.

Siamo d'accordo sul risanamento, così come lo siamo sul tema della lotta all'evasione fiscale. Ne abbiamo fatto non una battaglia, ma un principio di equità per il Paese, sapendo perfettamente che anche le aziende sane corrono il rischio di essere colpite da questo fenomeno iniquo che imperversa in Italia.

Tuttavia, anche in questo caso la risposta da voi data dà la sensazione di essere esclusivamente a carattere poliziesco, senza essere strutturale. Magari si argomenterà sulla necessità di assumere migliaia e migliaia di funzionari della guardia di finanza per controllare in giro, mentre occorre trovare un sistema che in un contrasto intelligente di interessi faccia chiedere ai cittadini la ricevuta fiscale o la fattura in virtù di un vantaggio da trarne. Bisogna studiare questo e non dire soltanto che va colpita l'evasione fiscale. Lo si dice da cinquant'anni e lo sappiamo perfettamente; tuttavia, non si riesce a trovare un modo intelligente per introdurre un vantaggio per chi svolge attività in Italia. Ancora una volta non lo avete fatto e proprio tale circostanza ci preoccupa e ci mette ansia per il futuro del nostro Paese.

In materia di tassazione, ricordo perfettamente quanto dicevate in precedenza, quando abbiamo tagliato alcuni trasferimenti agli enti locali. In quell'occasione avete affermato che avremmo iniziato ad aumentare la tassazione locale. Quindi, ci accusavate di usare un metro falso nel proclamare la diminuzione della pressione fiscale. Ma se noi dicevamo bugie, voi oggi quali bugie dite? Siamo d'accordo sulla necessità di diminuire i soldi laddove vi sono sprechi. Ad esempio, la spesa per il personale tra il 1995 e il 2005 è aumentata per le amministrazioni centrali del 45,3 per cento, mentre per quelle locali del 56,5 per cento. Vi è un dato di sperequazione e quindi sono assolutamente convinto che bisogna intervenire.

Vi sono anche altre distorsioni, come per esempio l'incremento degli acquisti di servizi tra il 1995 ed il 2005: per le amministrazioni pubbliche tale dato è pari a 46,5 per cento, mentre per i comuni e le province è pari a 68,7 per cento, vale a dire 22,2 punti in più.

Bisogna intervenire anche in termini di equilibrio e di equità. In che modo? Tagliando a tutti indiscriminatamente oppure operando un riequilibrio delle risorse trasferite? Ad esempio, favorendo quelle realtà locali che in questi anni hanno continuato a tirare la cinghia e che si sono mantenute sempre all'interno del patto di stabilità. Perché occorre tagliare risorse anche a queste ultime e non a quelle che, ormai da decenni, in virtù di un passaggio storico, vedono le fatture pagate a piè di lista e in tal modo - è il caso di molte amministrazioni «rosse» di questo paese - ottengono il rimborso del costo dei servizi ancora in base alla spesa storica e non alla spesa pro capite? Perché non si interviene in questi meccanismi di distorsione per trovare equità? Sono questi i temi sui quali ragionare ed approfondire la materia della finanza pubblica. In caso contrario, signor sottosegretario, il rischio è che, rimanendo inalterati questi rapporti, il prossimo anno avremo ancora un momento indefinito della spesa periferica con tutte quante le remore che il paese avrà in funzione del risanamento.

Tornando al problema delle tasse, devo dire che voi avete messo delle tasse «dormienti». Infatti, quando parlate di addizionale comunale, della possibilità di aumentare l'ICI, l'imposta di soggiorno, la tassa di scopo, questo potenziale aumento di tasse locali ammonta a circa 6 miliardi di euro ed ha un'incidenza sul PIL dello 0,4 per cento. Che cosa eravamo noi all'epoca in cui governavamo? Sbagliavamo noi o sbagliate voi adesso? Se avete detto che noi abbiamo sbagliato, ma perché continuate a sbagliare anche voi in questo modo e con peggiore costanza, addirittura con più accanimento e con minore equità e più tassazione? Queste tasse locali, purtroppo, vanno a pesare molto sui cosiddetti ceti medio-bassi che volete proteggere con le cosiddette trasformazioni delle aliquote IRPEF.

Vi sono poi degli aspetti buffi in questa legge finanziaria. Domando agli amici del centrosinistra se ricordano quando ci hanno fatto una «testa quadrata» - io ricordo Benvenuto, tanto per intenderci - sul fatto di inserire nella legge finanziaria una disposizione che ripagasse i cittadini che hanno investito in bond argentini per l'iniquità da loro subita. Perché non destiniamo l'importo per la copertura del famoso «emendamento Pallaro» a questa finalità? Considerato che bisogna dare al senatore Pallaro un importo di circa 14 milioni di euro per le imprese nel mondo argentino (e sappiamo perfettamente che cosa hanno patito gli investitori italiani in Argentina), non si comprende perché non si effettui uno scambio di questo genere. Sarà una provocazione, però questa proveniva dai banchi dell'allora opposizione; oggi - mi permetterete - avanzo tale provocazione io che sono in un'analoga condizione, ricordando cosa diceva l'opposizione di allora.

Per quanto concerne poi alcuni aspetti relativi alle modalità, questa legge finanziaria, con i suoi 217 articoli, rischia di avere tra le pieghe delle norme abbastanza strane. È difficile anche capire alcuni settori dove, invece dell'interesse generale del paese, si persegue l'interesse particolare di qualcuno. Per esempio, mi riferisco a quanto è accaduto in tema di energia o, meglio, di liberalizzazione del sistema energetico del nostro paese. Di fronte a un emendamento al disegno di legge finanziaria ipotizzato quindici o venti giorni fa, il ministro Bersani ebbe a rispondere immediatamente, con una nota ufficiale, sul fatto che non si sarebbe toccato assolutamente nulla nella finanziaria in relazione al processo di liberalizzazione. Quest'ultimo, peraltro, è presente in un disegno di legge collegato in discussione oggi al Senato. Fatto molto strano, all'ultimo secondo queste modifiche sono arrivate, contrastando abbondantemente con le rassicurazioni di Bersani. Pertanto, noi ci troviamo con un emendamento che prevede il riassetto del settore energetico mediante l'accorpamento della cassa-conguaglio per il settore energetico al gestore del sistema elettrico nazionale. Non credo che Bersani sia una persona che non rispetta gli impegni assunti: vorrei capire se questo emendamento è passato collegialmente al vaglio del Governo - visto che ne ha l'imprimatur - ovvero se rischia di essere qualcosa che sfugge alle logiche del controllo della politica ed è più legato ad un interesse di qualche direttore generale.

Un altro aspetto, signor sottosegretario, riguarda il tema dell'università e della ricerca. Nel decreto fiscale è avvenuta una cosa vergognosa: è stato fatto in sostanza uno spoils system decapitando i vertici ed i consigli di amministrazione di alcuni settori importanti della vita della ricerca del nostro paese: mi riferisco, ad esempio, all'ENEA. A me non è mai capitato di vedere che si cambino gli amministratori per decreto, ma voi siete riusciti a farlo. Lo fate in un settore che - ce lo avete sempre detto - è strategico per il paese e funzionale per il riassetto degli equilibri del nostro paese per il futuro. Ricerca e innovazione sono elementi che ci avete sempre detto essere funzionali - e noi siamo d'accordo - per cambiare le ragioni sociali dello sviluppo del nostro paese. C'è voluto il richiamo del vostro ministro Mussi, ma anche quello del Presidente Napolitano, per aggiornare in qualche modo o, comunque, tentare di incrementare le poste che avevate messo in bilancio - leggermente, mi pare - perché altrimenti avreste tagliato anche in questo settore, pur di giocare una partita «spalmata» in mille rivoli che effettivamente non dà il quadro vero della prospettiva della legge finanziaria.

In particolare, quando nella scorsa legislatura abbiamo tagliato risorse destinate all'università, voi avete gridato allo scandalo. Oggi, tagliate all'università la bellezza di oltre il 20 per cento delle risorse! La stranezza è che i rettori, la volta scorsa, si sono addirittura ammutinati mentre oggi non ho ancora compreso dove siano andati a finire. Tanto per intenderci, in questa legge finanziaria di fatto vi sono ben sei articoli che riguardano la pubblica istruzione. Nel contempo, questo significa uno stravolgimento abbondante di quella che è stata la riforma Moratti. Ma come è possibile fare una revisione di una riforma importante come quella della scuola in maniera surrettizia, attraverso la legge finanziaria? Come mai quel mondo della scuola che era sempre pronto a scendere in piazza, questa volta è così silenzioso? Forse è sotto il controllo del sindacato? Questo è un tema che, in qualche modo, dovrebbe emergere alla luce del sole. Infatti, in caso contrario, rischiamo che questa legge finanziaria sia vista solo ed esclusivamente per le poste messe in bilancio. Si trascurerebbe, invece, l'impopolarità sotterranea da essa generata per aver utilizzato strumenti assolutamente non consoni al fine di produrre cambi che avrebbero dovuto trovare, in questo Parlamento, ben altra discussione e ben altra voce di contrasto.

Voi, probabilmente - e credo che sarà esattamente così - presenterete il vostro maxiemendamento che ricompatterà tutto ciò che serve nella vostra maggioranza; presenterete su questo la fiducia ma, nel contempo, cambierete nella sostanza anche parti della cosiddetta contrattazione nella società civile: scuola, energia, ricerca. Farete questo attraverso un provvedimento che avrebbe dovuto essere discusso e formare altresì oggetto di confronto attraverso disegni di legge collegati. State «sgonfiando» fino in fondo anche questi ultimi e, pertanto, non comprendo affatto che ruolo abbiamo noi dell'opposizione in questa legge finanziaria (Applausi dei deputati del gruppo UDC (Unione dei Democratici Cristiani e dei Democratici di Centro) - Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato D'Ulizia. Ne ha facoltà.

 

LUCIANO D'ULIZIA. Signor Presidente, colleghi, gli obiettivi della finanziaria, come sappiamo, consistono dei seguenti punti: abbassare il disavanzo sotto il 3 per cento (con stime intorno al 2,9-2,8); puntare ad una crescita il cui tasso, almeno dal Presidente del Consiglio dei ministri, è stato valutato intorno al 2 per cento; creare maggiore equità attraverso la redistribuzione. Quindi, tre obiettivi: risanamento, sviluppo, equità; tale è la filosofia ispiratrice della legge finanziaria per il 2007 e del programma di politica economica per il futuro. Come si perseguono tali obiettivi, è noto: 15 miliardi di euro di riduzione dei costi consentirebbero di mantenere il disavanzo al di sotto del 3 per cento mentre circa 20 miliardi, signor sottosegretario Sartor, verrebbero destinati allo sviluppo ed all'equità.

A tale riguardo, per la verità, esistono talune variabili; ad esempio, come abbiamo appreso, il decreto-legge sulla detraibilità dell'IVA, già in discussione ieri, se pienamente eseguito in conformità alla sentenza europea, costerebbe ben 17 miliardi di euro. Analogamente, il fondo che verrà costituito presso l'INPS per il conferimento del TFR rappresenta obiettivamente una partita di giro. Anche il decreto fiscale collegato alla finanziaria, già approvato in prima lettura in questo ramo del Parlamento, determina inoltre una necessità di cassa e, quindi, un ulteriore indebitamento finanziato attraverso il collocamento di BOT, CCT e di quant'altro. Se questa è la manovra, siamo certi, amici e colleghi del centrosinistra, signor sottosegretario, signor Presidente, di raggiungere gli obiettivi fissati? Vedo continuamente, in questa Assemblea, una divisione tra i sostenitori, i quali usano termini abbastanza simili, e gli avversari od oppositori i quali usano tutti i termini possibili ed immaginabili per demonizzare e demolire questa finanziaria. Invece, il ruolo che dovremmo esercitare - tutti, deputati della maggioranza e dell'opposizione - dovrebbe consistere, a mio avviso, nel recare un contributo serio e significativo a che la finanziaria raggiunga gli obiettivi che si è prefissa.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE PIERLUIGI CASTAGNETTI (ore 17,36)

 

LUCIANO D'ULIZIA. Personal­mente, ho, per così dire, elaborato tre 'controfinanziarie' durante il Governo Berlusconi e tutte le volte le mie previsioni sono risultate corrette; sarebbe perciò la prima volta che sbaglierei una previsione sulla finanziaria. Ebbene, secondo i miei modestissimi calcoli, il primo obiettivo, ovvero il contenimento del disavanzo al di sotto del 3 per cento, è raggiungibile solo se la crescita si mantiene ad un livello almeno superiore al 2 per cento. Quindi, si tratta di fattori concatenati, e non di elementi separati e distinti; a tal fine, occorre stabilizzare i costi in relazione alla crescita.

Dunque, non basta, signor Presidente Castagnetti, annunciare una riduzione della spesa di 15 miliardi di euro ma occorre che tale riduzione delle spese abbia una propria logicità rispetto allo sviluppo; quindi, ribadisco che i costi vanno stabilizzati in relazione alla crescita. Una crescita che, come osservavo, non può assolutamente essere inferiore al 2 per cento; altrimenti, non avremmo tale effetto concatenato e virtuoso.

 

PRESIDENTE. Ha esaurito il suo tempo ...


LUCIANO D'ULIZIA. Quanto all'equità, essa è stata raggiunta solo per le fasce basse...

 

PRESIDENTE. Grazie, onorevole D'Ulizia. Il tempo a sua disposizione è esaurito; mi dispiace, ma mi corre l'obbligo di interromperla.

È iscritto a parlare il deputato Fugatti. Ne ha facoltà.

 

MAURIZIO FUGATTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, anzitutto dobbiamo manifestare il disappunto ed il rincrescimento della Lega Nord per come questa finanziaria è giunta all'esame dell'Assemblea. Come sappiamo, in sede di esame in Commissione non è stata minimamente discussa nel merito, pervenendo così all'esame dell'Assemblea, per la gran parte degli articoli, nello stesso testo iniziale approvato dal Consiglio dei ministri; quindi, nel medesimo testo che aveva sollevato tante critiche in gran parte del paese. Si è dunque trattato di una Commissione che, esautorata dei suoi poteri, non ha potuto seguire neanche quelle modalità costruttive con le quali l'opposizione, compresa la Lega Nord Padania, aveva affrontato inizialmente la discussione. Una Commissione che, quindi, è stata completamente esautorata dei suoi poteri. Qualcuno, al riguardo, ha addirittura sostenuto che si è trattato di un grave vulnus istituzionale nel senso che mai era accaduto, negli ultimi decenni, che la Commissione bilancio, nell'esame della manovra finanziaria, non esaminasse seriamente la gran parte dei capitoli; stavolta, invece, ha lavorato su parti minimali della manovra. Non si tratta, peraltro, di una nostra conclusione; come sapete, ciò è stato osservato anche da parte della maggioranza.

Dobbiamo censurare tale aspetto perché si giunge all'esame dell'Assemblea senza aver potuto lavorare seriamente e con il giusto criterio sui tanti interventi importanti di questa finanziaria sugli interessi presenti nel paese. Ciò è dovuto alla mancanza di accordo all'interno della maggioranza che, nelle ultime tre o quattro ore dei lavori della sede referente, ha praticamente riempito i tavoli della Commissione di innumerevoli proposte emendative di maggioranza; proposte che hanno praticamente ingolfato i lavori della Commissione sicché la stessa non ha più potuto lavorare. Abbiamo già denunciato tale circostanza ma credo si debba farlo nuovamente in questa sede.

Una finanziaria che ormai ha scontentato tutti o quasi tutti; da quando questo Governo si è insediato, sono scese in piazza praticamente tutte le categorie produttive. All'inizio, con il cosiddetto decreto Visco-Bersani, sono scesi in piazza, in giacca e cravatta, gli avvocati ed i commercialisti (peraltro, hanno manifestato anche poco tempo fa); sono scesi in piazza i farmacisti ed i tassisti. In questi giorni, vediamo che gli artigiani ormai si riuniscono in tutta Italia per denunciare la gravità di questa finanziaria; le piccole e medie imprese la criticano come anche i commercianti e gli addetti al turismo. La criticano tutti; i precari, che sono scesi in piazza; la criticano addirittura i sottosegretari. Lei, sottosegretario, non è sceso in piazza e ciò ci fa piacere; però, addirittura, taluni sottosegretari hanno manifestato contro la finanziaria. È perciò criticata da tutti, tranne che dalla triplice sindacale; infatti, i sindacati, che per cinque anni sono scesi in piazza - un giorno sì ...e l'altro pure! - e che comunque minacciavano continuamente di scendere in piazza, questa volta, invece, rimangono in silenzio. Ciò, perché sono stati 'pagati' da questo Governo con la promessa di una destinazione della spesa pubblica al rifinanziamento dei contratti dei pubblici dipendenti. Hanno puntato la pistola - in termini politici; consentitemi la metafora - alla tempia del Governo: o ci rifinanziate i contratti dei dipendenti pubblici oppure scioperiamo anche noi! Quindi, avrebbe scioperato tutto il paese; solo i sindacati non lo hanno fatto perché il Governo, come si dice dalle nostre parti, ha letteralmente «calato le brache» dinanzi alle richieste dei sindacati. Da una parte, i precari in piazza, quelli senza lavoro o che hanno il lavoro a rischio; dall'altro, il Governo, che invece finanzia chi precario non è perché sappiamo che i dipendenti pubblici mai sono stati licenziati e non verranno licenziati. Questa è la giustizia sociale, l'equità sociale di questa finanziaria!

Si tratta di un disegno di legge finanziaria da 35 miliardi. Come abbiamo detto varie volte, è una cura da cavallo, corrisponde ad una manovra da 70 mila miliardi di lire. È dal 1992, quando c'è stata la crisi dei conti pubblici, che non si presentava un disegno di legge finanziaria di questo genere. È stato giustificato dalla maggioranza - molte volte è stato fatto, negli ultimi mesi e anche oggi - dicendo bugie, sostenendo che il Governo Berlusconi avrebbe lasciato un «buco» nei conti pubblici. Ormai, tutti sanno che per sistemare i conti pubblici e per portare sotto il 3 per cento il famoso rapporto tra deficit e PIL basta una legge finanziaria da 15 o 20 miliardi di euro. Il resto è costituito da tasse, da spesa pubblica e dalla volontà di questo Governo, il quale non può dire di essersi sbagliato quando, quattro mesi fa, ha gridato che Berlusconi ha lasciato un «buco» nei conti pubblici ed ha affermato di essere stato costretto a realizzare una manovra economica così ampia e criticata, proprio per la sua ampiezza, anche dalla stessa maggioranza. Infatti, anche i rappresentanti della maggioranza sanno che non è necessaria una manovra economica di questa entità, con i sacrifici che comporta per tutto il paese, per sistemare i conti pubblici.

Questo disegno di legge finanziaria è stato giustificato in quanto pone fine alla spesa pubblica. Il ministro Padoa Schioppa, in una recente intervista, ha affermato che sono finiti i tempi in cui la spesa pubblica aumenta, sono finiti i tempi in cui lo Stato e il Governo spendono a destra e a sinistra denaro pubblico. Però noi abbiamo potuto assistere ad una valanga di emendamenti, presentati in Commissione, con i quali questa maggioranza e questo Governo richiedono una ulteriore spesa pubblica. Ne cito alcuni, perché stanno a cuore a noi della Lega Nord Padania. Il nord, infatti, è stato dimenticato e messo all'angolo da questo disegno di legge, non soltanto per il suo disegno complessivo ma anche in virtù degli emendamenti presentati dal Governo in Commissione. Sono state avanzate ancora richieste di finanziamenti per il terremoto del Belice e per il terremoto dell'Irpinia ed altre richieste di finanziamenti per le infrastrutture siciliane, quando sappiamo quanto tempo occorre per percorrere il tratto tra Milano e Bergamo, alle 5 di sera.

C'è, poi, la richiesta del senatore Pallaro: 14 milioni per comperare il voto di un senatore e per finanziare il capitolo del made in Italy! Ci si preoccupa di finanziare le imprese all'estero - questo non è made in Italy - e si bocciano le nostre proposte emendative a favore dei settori calzaturiero, tessile e delle rubinetterie che certamente sono in crisi a causa della concorrenza internazionale. Questo è il made in Italy da tutelare! Invece, noi tuteliamo il made in Italy del senatore Pallaro, perché questo Governo deve restare in carica, deve sopravvivere e, se mancasse quel voto, potrebbe cadere.

Oltre a tutto ciò, abbiamo assistito al cosiddetto assalto alla diligenza. Stando alle agenzie di stampa, oggi Visco ha affermato di non sapere se ci siano o meno le coperture per tutti gli emendamenti che il Governo vuole approvare. Mentre voi state discutendo in qualche aula di questo palazzo, arrivano emendamenti da destra e da sinistra e Visco afferma di non sapere se ci sia o meno la copertura. È tornato l'assalto alla diligenza, è tornata la spesa pubblica con questo Governo che tassa il nord e le imprese.

Ci riferiamo al nord perché siamo convinti che questa manovra economica sia contraria ai suoi interessi e con la definizione di nord intendiamo riferirci alle categorie produttive. Sappiamo che il mondo delle partite IVA, in termini percentuali, è in Padania. Vorrei elencare una serie di gabelle che questo Governo ha introdotto nel tempo, da quando si è insediato, ai danni delle varie categorie produttive. Si tratta di una serie di vincoli e i termini utilizzati sono stati tantissimi.

Non entriamo singolarmente nel merito, ma semplicemente diciamo che questo disegno di legge finanziaria è contrario al nord ed alle categorie produttive. L'ultimo tassello dell'accanimento contro il mondo delle partite IVA è rappresentato da un emendamento presentato in Commissione, secondo il quale un'impresa, per poter compensare le imposte, prima deve chiedere all'Agenzia delle entrate se sia in regola. In altri termini, prima si deve dimostrare di non essere evasori, poi si può ottenere la compensazione: il principio inserito nel provvedimento è una presunzione di evasione fiscale poiché, prima di chiedere la compensazione, si deve chiedere allo Stato se lo si possa fare! Non è lo Stato a dover trovare chi abbia evaso e compensato in maniera sbagliata, ma si parte dal concetto che esiste non più il presupposto dell'innocenza, bensì il presupposto della delinquenza, delle irregolarità. Questo tassello va insieme ad un altro, che abbiamo criticato varie volte, quello dello scontrino fiscale.

Sintetizzo il mio intervento poiché successivamente altri colleghi della Lega Nord Padania approfondiranno ulteriori aspetti.

Questo disegno di legge finanziaria prevede soltanto tasse. Non lo abbiamo detto noi, lo ha detto la Corte dei conti, lo ha detto la Banca d'Italia e lo hanno detto illustri economisti, anche vicini al mondo della sinistra.

 

PRESIDENTE. Onorevole Fugatti...

 

MAURIZIO FUGATTI. Concludo, signor Presidente, e mi scuso.

Ricordiamo anche le misure relative al TFR, un esproprio proletario; ricordiamo l'aumento dei contributi pensionistici per artigiani, commercianti e lavoratori parasubordinati; ricordiamo l'aumento della ritenuta sulle rendite finanziarie.

Questo disegno di legge finanziaria è spacciato per un intervento di giustizia sociale. A nostro modo di vedere, non è giustizia sociale parlare di redistribuzione del reddito e, al contempo, tassare le auto «euro 0» ed «euro 1», che sono di proprietà dei poveri, non certo dei ricchi.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Milana. Ne ha facoltà.

 

RICCARDO MILANA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, dopo un mese di dibattito e di commenti più o meno interessati e più o meno di parte, la discussione sul disegno di legge finanziaria per il 2007 si è avviata nell'Assemblea di Montecitorio. Si tratta di un provvedimento, a mio giudizio, ambizioso oltreché per i numeri - oltre 34 miliardi di euro - anche, e soprattutto, per gli obiettivi che si propone. Il Governo e la coalizione che lo sostiene si erano prefissi di coniugare, con questa manovra economica, risanamento, equità e sviluppo. L'insieme del provvedimento - che non credo sia necessario ricordare in questa Assemblea - nasce da una proposta del Governo ma vive di un iter di lavoro parlamentare. Le modifiche apportate dalla Commissione, quelle già proposte dal Governo e le altre che sono emerse nel dibattito disegnano un quadro che va in tale direzione. Credo che al termine di questo iter parlamentare ci accorgeremo che avremo saputo raggiungere quegli obiettivi, appunto, di risanamento, equità e sviluppo. È di queste ore la notizia dell'approvazione della manovra economica da parte degli organi di controllo della Comunità europea. Ciò dimostra che le misure previste da questo disegno di legge finanziaria erano necessarie per chiudere quel «buco» di bilancio ereditato dal Governo di centrodestra e dimostra, soprattutto, che questi provvedimenti sono appropriati e non rinviabili.

Anche oggi ho ascoltato battute sull'entità della manovra economica. Qualcuno affermava in precedenza che noi abbiamo formulato accuse relative al «buco» di bilancio. Ero già componente di questa Assemblea e ricordo che il ministro Tremonti intervenne in un telegiornale della sera, nell'agosto di cinque anni fa. A quei colleghi voglio ricordare che è passato appena un anno - ma chi ha memoria corta sembra essersene dimenticato - da quando il ministro Siniscalco fu cacciato e, al suo posto, fu richiamato il ministro Tremonti. È bene ricordare che quest'ultimo, precedentemente, era stato allontanato con l'accusa - almeno così riportarono gli organi di stampa le televisioni - dell'allora Vicepresidente del Consiglio, onorevole Fini, di avere «truccato» i conti. Credo che dobbiamo mantenere viva la memoria di quanto è accaduto e della situazione che ci troviamo ad amministrare. Mi sembra che fosse la legge finanziaria di un anno fa a rimandare i problemi della chiusura del debito, dei conti sballati con l'Europa e del superamento dei limiti di Maastricht ai governi che sarebbero subentrati. Quella era l'ultima finanziaria del Governo Berlusconi-Tremonti, quella era la finanziaria che in questi mesi di Governo ci siamo trovati ad amministrare e a dover correggere.

È bene ricordare che quasi la metà della nostra manovra, che voi criticate aspramente, serve a correggere le errate previsioni del vostro Governo in merito alle entrate, allo sviluppo, al rispetto dei limiti di Maastricht. L'altra metà destina risorse all'equità e allo sviluppo. Si restituisce una parte del potere d'acquisto ai ceti più deboli, alle famiglie, quel potere d'acquisto compromesso in questi anni di Governo in maniera drammatica; si intensifica finalmente nel nostro paese la lotta all'evasione fiscale, che è presupposto per l'equità fiscale, con un'azione decisa contro quello che è un crimine nei confronti del nostro paese e di tutti i suoi abitanti; si sostiene lo sviluppo con misure di finanziamento delle opere stradali e ferroviarie, annunciate tante volte, inaugurate altrettante volte, ma mai finanziate dal Governo Berlusconi; si dà una spinta al sistema produttivo con il taglio del cuneo fiscale, che rende disponibili risorse per le imprese e per i lavoratori.

La finanziaria, infine, si occupa di temi centrali nel settore della scuola, correggendo alcune storture precedentemente introdotte, affrontando - poi qualcuno si domanda perché non sono in piazza i lavoratori della scuola! - finalmente e portando sulla strada della risoluzione quel problema di precariato che affligge da anni il nostro sistema scolastico.

Ho sentito parlare del contratto del pubblico impiego, come se in campagna elettorale fossimo andati noi a firmare questo contratto; non ce li ricordiamo i ministri che un giorno sì e un giorno no annunciavano la firma imminente del contratto sul pubblico impiego? Qualcuno si è dimenticato del ministro della funzione pubblica, che battibeccava con i suoi colleghi poco prima della campagna elettorale, quando i voti del pubblico impiego facevano comodo alla coalizione di centrodestra? Oggi, con i provvedimenti presi dal Governo, anche questo problema si avvia alla soluzione, si mette da parte, creandosi le condizioni per ripartire.

È una finanziaria che introduce e contiene misure a favore dei pensionati, dei giovani, di quelli che decidono di praticare una attività sportiva, delle famiglie, con l'introduzione del fondo per gli asili nido. È una finanziaria - mi preme sottolinearlo con piacere mentre mi avvio alla conclusione, per l'esaurimento del mio tempo - che ha voluto difendere in Commissione bilancio il ruolo che in questo paese hanno gli enti locali e quello che devono avere i sindaci, i consiglieri comunali, gli amministratori, che sono coloro che curano l'amministrazione delle città, il loro decoro, il loro funzionamento, ruolo spesso svolto, in tante aree del paese, a rischio della loro incolumità. Essi vanno difesi da qualunque Governo e dal Parlamento democraticamente eletto, nel loro ruolo e nelle loro prerogative.

Concludo, signor Presidente, dicendo che, come spesso accade nel nostro paese, molti di quelli che fino a ieri hanno governato oggi sono prodighi di consigli, possiedono tutte le ricette necessarie per risolvere i problemi italiani; sorge allora spontanea una domanda: ma perché queste ricette miracolistiche non le avete applicate quando governavate?

Noi vogliamo rispondere alla domanda di sviluppo e di equità che sale dal nostro paese; lo faremo governando per gli anni del mandato conferitoci dagli elettori e siamo sicuri che alla fine restituiremo al loro giudizio un paese migliore di quello che voi ci avete lasciato in eredità (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Zinzi. Ne ha facoltà.

 

DOMENICO ZINZI. Signor Presidente, signor sottosegretario, onorevoli colleghi, la legge finanziaria rappresenta l'atto che più di ogni altro caratterizza il Governo di un paese, segnando il momento essenziale per l'attuazione delle linee programmatiche con le quali la maggioranza si è presentata agli elettori. Oggi ci troviamo di fronte ad un documento che avrebbe dovuto rappresentare, in linea teorica, l'applicazione concreta delle proposte contenute nelle circa 300 pagine che l'Unione aveva indicato come programma di Governo.

Dobbiamo purtroppo rilevare che quelli che erano stati i formali impegni presi dal leader dell'Unione in campagna elettorale sono stati disattesi in gran parte, se si tralascia la pasticciata politica redistributiva del reddito che ha ispirato la ridefinizione della curva IRPEF. In particolare, è venuta meno la promessa che le imposte e le tasse non sarebbero state aumentate.

Sul Documento di programmazione economico-finanziaria del luglio scorso si affermava che la manovra di correzione degli squilibri di finanza pubblica si sarebbe basata fondamentalmente sulla riduzione della spesa pubblica, con tagli ai quattro principali capitoli di spesa corrente (sanità, enti locali, pubblico impiego e previdenza).

Oggi ci troviamo di fronte ad una finanziaria che, complessivamente, considerando anche il decreto fiscale collegato e la delega sui redditi da capitale, si aggira sui 40 miliardi, dei quali solo 11 sono riconducibili a tagli e risparmi di spesa e ad un imprecisato, ma sicuramente corposo, numero di nuove tasse. Una manovra che ha sollevato dubbi e critiche anche da parte di esperti ed economisti di area governativa, che cozzano con i peana che si erano sollevati in campagna elettorale.

Ma quello che troviamo stupefacente è la perdita di credibilità, tra gli stessi elettori, dopo solo cinque mesi di Governo. Un elettorato deluso che ha creduto nella bontà delle ragioni e delle parole dei leader dell'Unione, deluso soprattutto da quell'area moderata dell'Unione, alla quale il ceto medio, gli artigiani, i dipendenti pubblici e privati, i commercianti e i professionisti imputano le maggiori responsabilità di una finanziaria che li vede immolati alle ragioni della sinistra massimalista e radicale.

L'insoddisfazione dell'opinione pubblica nei confronti del Governo non è il rituale, normale e trascurabile atteggiamento di dissenso verso coloro che gestiscono il potere. Nelle strade, negli uffici, negli ambienti di lavoro, sono riscontrabili una consistente preoccupazione ed un forte timore degli operatori economici, delle classi professionali ed artigiane, dei dipendenti e dei commercianti, su cui già pesano i primi effetti delle iniziative legislative poste in essere da questa maggioranza.

È una finanziaria con il bollino rosso, condizionata dalle ali estreme della coalizione, e a farne le spese è stato proprio il ministro Padoa Schioppa, scivolato all'ultimo posto della classifica dei ministri delle finanze europei del Financial Times (vera Bibbia quando si trattava di dare addosso al Governo Berlusconi, ed ora relegato a foglietto di malelingue). Avrebbe tradito le imprese, si legge nell'articolo, e come non dargli torto!

Dopo anni di congiuntura sfavorevole, molte piccole e medie imprese hanno visto finalmente lievitare gli ordini, la produzione e le esportazioni. Si sarebbero aspettate, quindi, una manovra leggera, aiutata anche dal boom delle entrate, e invece si sono viste subito portare via il TFR accumulato dai lavoratori e non indirizzato ai fondi pensione, misura mitigata poi solo in parte dall'esenzione delle aziende con meno di 50 dipendenti, con il rischio di condannare di fatto le imprese al nanismo o alla frammentazione.

L'operazione TFR da una parte danneggerà, forse irrimediabilmente, il decollo della previdenza complementare e, dall'altra, metterà a rischio anche quella che da cinquant'anni è la formula di credito più usata dai lavoratori; mi riferisco alla cessione del quinto dello stipendio, in quanto dimezzando il TFR accantonato verranno meno le garanzie adeguate per la concessione del credito ai lavoratori che ne faranno richiesta.

Quello che emerge, qui come in tutta la struttura del disegno di legge finanziaria, è una impostazione ideologica dirigista, fortemente penalizzante per le piccole aziende, i piccoli imprenditori, fino a comprendere quello che, più in generale, viene chiamato ceto medio.

Le liberalizzazioni del decreto Bersani sono «pannicelli caldi», rispetto ad un mercato ingessato che ha bisogno di una drastica liberalizzazione nel settore dei servizi, per consentire alle imprese di essere competitive ed ai cittadini di ottenere vantaggi veri e non transitori. Questo è tanto più vero se rapportato all'economia meridionale, che rappresenta una opportunità di sviluppo del nostro paese, ma che sconta, rispetto al centro-nord e all'Europa, un gap infrastrutturale che neanche questa finanziaria sembra tenere in conto.

In questo contesto dovrebbe risultare evidente il ruolo delle piccole e medie imprese, strozzate dai vincoli di una competitività che tarda a crescere, a causa di ritardi nell'impiego di nuove tecnologie, al maggior costo del denaro e ad un quadro di legalità minato dalla presenza della criminalità organizzata.

Abbiamo sperato che, governando sei regioni meridionali su sette, il Governo avrebbe posto una particolare attenzione a questa area attraverso una politica fiscale che aiutasse la localizzazione di nuove imprese, che indirizzasse una quota superiore degli investimenti in opere pubbliche al sud, ma purtroppo le nostre attese - e parlo da meridionale - sono state vane.

E come possiamo giustificare la miopia di questo Governo che, nella sua zelante azione fiscale, punisce quella che è una delle più importanti leve per lo sviluppo economico del Mezzogiorno, cioè il turismo?

Riesumando la tassa di soggiorno soppressa nel 1989, il Governo sembra non comprendere che in questo modo si minerà ulteriormente la competitività delle strutture ricettive del nostro paese, sia internamente sia esternamente. Le imprese turistiche europee, infatti, che già godono di un regime IVA agevolato e di numerosi contributi statali, potranno godere di un nuovo appeal rispetto a quelle italiane ed è facile prevedere uno spostamento dei flussi turistici, degli intermediari del settore, verso quelle mete che a parità di benefici praticheranno costi inferiori. E questo accade proprio nel momento in cui le note turbolenze che affliggono le aree del Medio Oriente stanno cedendo all'Europa una consistente quota del mercato turistico mondiale, a favore proprio dell'Italia, della Francia e della Spagna.

Crediamo che il settore turistico abbia bisogno di misure, anche fiscali, che lo rivitalizzino, soprattutto in funzione delle stabili e consistenti ricadute occupazionali che ne deriverebbero.

Abbiamo detto che l'imprimatur vero di questa manovra è sostanzialmente riconducibile all'ala radicale della coalizione, ma il punto è che non si può ricercare ad ogni costo una giustizia sociale sacrificando la crescita, perché in tal modo si innesca un circolo vizioso perdente, in cui tutti sono forse più uguali, ma sicuramente più poveri.

La nuova curva fiscale, ritoccata più volte, non sortirà gli effetti sperati. Non solo, la trasformazione delle deduzioni in detrazioni, abbinata al via libera alle addizionali comunali e regionali ed all'aumento degli estimi catastali, finirà per produrre nuove tasse e nuovi costi per le famiglie indistintamente, senza progressività.

Ci troveremo a commentare il fatto che l'operazione è riuscita, ma il paziente è morto: la rimodulazione delle fasce di reddito ai fini impositivi non è l'arma con cui combattere la povertà, anzi rischia di creare nuove iniquità perché così facendo si attua una redistribuzione, che può anche favorire chi non ha diritto a quei benefici e sfavorire chi non può accedere al regime delle detrazioni introdotto con la nuova disciplina.

Infine, una parola su università e ricerca. La manovra risulta penalizzante e priva di una strategia non solo per la mancanza di risorse adeguate per finanziare gli atenei e gli enti di ricerca, da tempo in grave difficoltà, ma anche per l'introduzione di misure che intervengono su aspetti organizzativi delicati, estranei al contesto della legge finanziaria; mi riferisco alle deleghe in bianco per i concorsi universitari...

 

PRESIDENTE. Onorevole Zinzi, ha terminato il tempo a sua disposizione.

 

DOMENICO ZINZI. Signor Presidente, chiedo allora che la Presidenza autorizzi la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo integrale del mio intervento.

 

PRESIDENTE. Onorevole Zinzi, la Presidenza lo consente, sulla base dei criteri costantemente seguiti.

È iscritto a parlare l'onorevole Gianfranco Conte. Ne ha facoltà.

 

GIANFRANCO CONTE. Signor Presidente, mi trovo in grande imbarazzo, in quanto mi piacerebbe parlare del disegno di legge finanziaria, ma non so se stiamo discutendo del disegno di legge finanziaria presentato in Parlamento o di quello risultante dalla somma di tutte le richieste, pie e meno pie, pervenute dal relatore e dal Governo e volte ad emendare il testo dal quale siamo partiti. Quindi, parlare oggi di finanziaria mi sembra una cosa astratta; dovremmo forse aspettare il working in progress che stanno sollecitando il sottosegretario Sartor e tutti i gruppi politici che compongono in maniera molto variegata l'attuale maggioranza.

Tuttavia, dalla lettura del testo e di tutta la massa emendativa che abbiamo visto giungere in Commissione in questi giorni, mi colpiscono alcuni aspetti fondamentali. Mi colpisce soprattutto l'assoluta indifferenza da parte del ministro dell'economia e delle finanze sulla questione centrale di questa finanziaria, vale a dire i saldi.

Il Governo si è sempre affrettato, anche in un'ultima apparizione - peraltro molto fugace - del ministro dell'economia, ad affermare che i saldi saranno salvaguardati, ma qui sta il problema. Quando si imposta una manovra finanziaria sostenendo che si sarebbero ottenuti 7,5 miliardi di euro dall'evasione fiscale e poi ci si dimentica di dire che dietro ciò vi è un retropensiero che riguarda la competenza e la cassa, ritengo si debba tener ben presenti quali sono gli obiettivi e quali possono essere i risultati. Infatti, dalle prime mosse di questo Governo per quanto concerne l'aspetto fiscale, si vede bene che l'obiettivo è quello di inondare il paese di cartelle esattoriali, che faranno sicuramente competenza per l'anno in corso, ma che sotto il profilo degli incassi reali poco avranno da aggiungere, considerando che non basta inviare le cartelle esattoriali ai contribuenti per poi incassarne il netto ricavato.

Se fosse solo questa la questione, non avremmo nemmeno visto di cosa stiamo parlando anche nella composizione complessiva della finanziaria. Una finanziaria che, come affermato da molti colleghi dell'opposizione, è composta per lo più di nuove tasse e che doveva affrontare questioni centrali per il paese, vale a dire la sanità e il pubblico impiego. Mi pare che per la sanità, al di là di nuovi balzelli e al di là della revisione di alcune politiche di poca rilevanza, non vi sia stato un grande sforzo né una grande attenzione da parte del relatore e del Governo.

Per quanto riguarda il pubblico impiego, invece, la questione è molto più complessa. Il Governo si è presentato con una serie di emendamenti collegati tra loro - ricordo il 58.44 - che sostanzialmente dovevano venire incontro all'istanza proveniente dai sindacati sulla necessità di accelerare le procedure per il pubblico impiego. In tutto ciò, tuttavia, vi è un problema di fondo: non avete spiegato ai sindacati come sia articolato l'emendamento che, d'altra parte, è già stato modificato una prima volta, ottenendo l'assenso della Ragioneria dello Stato, per poi essere ripresentato una seconda volta; e non so se in questa seconda stesura fornirà le garanzie richieste dai sindacati. Qui si ragiona sull'immediata eseguibilità del contratto del pubblico impiego; ma le risorse dove sono?

Infatti, se sono state appostate risorse molto basse per il 2007 e un po' più alte per il 2008, l'immediata esecutività dei contratti significherebbe anticipare di qualche miliardo di euro gli effetti al 2007. Avete i soldi per farlo? Naturalmente vi sono alcune ipotesi di scuola. Qualcuno di voi è andato a vedere le disponibilità finanziarie - ad esempio di Sviluppo Italia - e ha pensato bene che quelli erano soldi buoni da utilizzare magari per la copertura degli emendamenti. Ma di emendamenti da coprire ne avete tanti!

Basterebbe guardare l'articolo 1 di questo disegno di legge finanziaria: un singolare emendamento del Governo a questo articolo riconosce improvvisamente che ha sbagliato i conti. L'operazione che si è palesata subito dopo la sentenza della Corte di giustizia riguardante la detraibilità dell'IVA ha portato ad una valutazione complessiva di circa 17 miliardi di euro. Ebbene, il Governo se ne esce affermando che 17 miliardi sono stati raccolti anche con le nuove entrate fiscali garantite dal precedente Governo. Sono entrate buone, per carità! Dopodiché vi è stato un esercizio abbastanza singolare in cui si è detto che questi soldi verranno pagati in tre anni: 3 miliardi di euro per ogni anno. Il problema è che tutto questo non raggiunge la cifra che si era stabilita e improvvisamente il Governo, in una resipiscenza, accorgendosi che manca un miliardo afferma che tale somma sarà trovata in qualche modo e, successivamente, verrà aggiunta al resto della manovra finanziaria.

Questa specie di legge finanziaria è piena di errori del genere. Vogliamo parlare di un altro errore? I tagli alla spesa pubblica. Si tratta di un tema centrale del quale avevate scritto pagine e pagine nella finanziaria originaria, cioè nel fascicoletto stretto, quello che dovrebbe essere il documento di partenza. In quella sede avevate detto: faremo grandi tagli e interverremo sui costi della politica, salvo poi, quando si è trattato di affrontare il tema degli enti locali, tornare precipitosamente indietro rispetto all'argomento del costo della politica e dei tagli necessari negli enti locali.

Quindi che fare? Intervenite con un'operazione che solleva dubbi fortissimi di costituzionalità, compiendo una sorta di taglio orizzontale su tutta la spesa pubblica e, in particolare, sulla spesa dei ministeri. La cosa divertente, caro Presidente e caro sottosegretario, è che questo taglio è stato compiuto da solerti funzionari che, nell'elencazione di tutte le leggi a cui fanno riferimento tutti i ministeri, ne hanno, come dire, dimenticato qualcuna. Ci siamo trovati di fronte ad un elenco straordinario in cui, naturalmente, i ministri che hanno potuto avere peso sulle scelte (come il ministro Fioroni, che si è subito attivato per ridurre il taglio a soli 40 milioni di euro per anno nel triennio) si sono accorti improvvisamente - è nota la polemica del ministro D'Alema - che vi erano dei tagli operati su capitoli non si capiva bene come individuati. Così, di esclusione in esclusione, si è arrivati al confezionamento di un articolato, peraltro molto singolare, in cui si tagliano e si accantonano risorse per lo sviluppo economico. Ma lo sviluppo economico non era un tema centrale per questa maggioranza? Che fine hanno fatto le buone intenzioni, visto che vi apprestate a tagliare quasi 500 milioni di euro per lo sviluppo economico? Dove sono andati a finire tutti i vostri buoni propositi? Scopriamo poi che, nel taglio orizzontale che doveva colpire per il 12 o il 13 per cento, ma non si è capito bene, tutta una serie di capitoli, alcuni trasferimenti riguardanti la composizione di commissioni specifiche o spese relative ad un capitolo rispetto ad un altro sono improvvisamente scomparsi dall'elenco. Vi è in questo un atteggiamento quasi truffaldino - far vedere e non far vedere - che rappresenta in fondo la sostanza di questo disegno di legge finanziaria.

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Ottone. Ne ha facoltà.

 

ROSELLA OTTONE. Signor Presidente, rappresentante del Governo, colleghi, l'esame del disegno di legge finanziaria approda in questa aula dopo una discussione ed un confronto iniziati subito dopo la sua presentazione lo scorso 29 settembre. Tuttavia, a noi tutti pare un'eternità. La manovra è consistente per la sua entità, paragonabile a quella operata dal Governo Amato nel 1992. È dura per le scelte che la caratterizzano, ma è anche equa, perché ogni soggetto è chiamato a fare la sua parte, nessuno escluso.

Non poteva che essere così: un segnale forte di inversione di rotta rispetto al Governo precedente di centrodestra. Emerge la necessità di riportare l'Italia ad essere un paese normale rispetto ad una bolla mediatica che faceva apparire tutto facile, tutto legittimo, tutto possibile, coprendo nel clamore la reale situazione economica e finanziaria del nostro paese. Non abbiamo detto bugie quando denunciammo il disastro dei conti pubblici, a partire dall'azzeramento dell'avanzo primario, dal disavanzo fuori controllo, dalla spesa pubblica corrente cresciuta di oltre il 2 per cento, dall'indebitamento del nostro paese che è tornato a crescere per effetto della politica fantasiosa praticata negli ultimi cinque anni, per ottenere facilmente un consenso e sfuggendo alle responsabilità di una classe dirigente che deve sempre mettere al centro della propria azione l'interesse generale.

Ci sono altre realtà in Europa. Il Belgio, ad esempio, che aveva una situazione simile alla nostra, con un rapporto deficit-PIL preoccupante e analogo indebitamento, nello stesso arco temporale, attraverso una politica accorta, ha invertito la tendenza, ha messo al sicuro i conti pubblici ed è tornato a crescere. La crescita è il vero motore dello sviluppo.

Solo da pochi giorni le agenzie di rating internazionali hanno declassato l'Italia per il debito pubblico. Questo vuol dire che avevamo fatto bene a denunciare lo stato di allarme dei conti pubblici, ma non ci consola aver ragione, perché il segnale poteva ragionevolmente essere lanciato dalle stesse autorevoli fonti prima che i buoi scappassero dalla stalla. Ma non serve fermarci al perché, ora è il momento di affrontare la realtà!

Con il disegno di legge finanziaria diciamo come risanare i conti pubblici rimettendoli a posto, riportando il deficit entro i limiti stabiliti dall'Unione europea, entro il 2,8 per cento nel prossimo anno, dal 4,6 per cento in cui ci troviamo, ricostruendo quindi l'avanzo primario e mantenendo fede ad un impegno che il Governo precedente si era assunto ben sapendo di non potervi far fronte. Noi, invece, siamo qui presenti. Su questo impegno del nostro Governo la Commissione europea proprio ieri ha espresso un giudizio positivo, spronandoci a proseguire con le riforme. È un invito che accogliamo convintamente.

Ci siamo dati un compito difficile. Nel rispetto degli impegni assunti con gli elettori siamo consapevoli che non abbiamo raggiunto appieno tutti gli obiettivi, ma siamo convinti di aver fatto le scelte giuste che dovranno trovare compiutezza nel corso della legislatura. Ma così come succede per ogni finanziaria, le critiche non mancano, anzi sono molto pressanti e, in questa occasione, molto diffuse; flebili ed impercettibili gli interventi a favore. Eppure, l'introduzione del cuneo fiscale, che abbatte in misura considerevole il costo del lavoro per le imprese, soprattutto per le più grandi, improvvisamente perde il suo appeal. Confindustria ha scelto di scagliarsi contro la scelta di trasferire parte del TFR in maturazione ad un fondo INPS per far ripartire le opere pubbliche non finanziate, i cui cantieri dovrebbero chiudere se questa proposta non dovesse passare. L'accordo, tuttavia, è stato raggiunto ed il Governo ha dimostrato con i fatti la disponibilità a trattare.

L'esclusione delle imprese con meno di 50 dipendenti mette al riparo la stragrande maggioranza delle imprese italiane, quale è la realtà delle piccole imprese, beneficiate in misura più modesta dall'introduzione del cuneo fiscale.

Quindi il Governo, in questo tempo che pare un'eternità, ha dimostrato di avere la volontà di trattare e di ricostituire quel metodo di confronto vero e non fittizio fra le parti sociali.

Anche questa mattina il relatore, l'onorevole Ventura, ha sottolineato la volontà del Governo di continuare il confronto con le categorie, soprattutto dell'artigianato e del commercio, per trovare un'intesa sui temi ancora sul tappeto, come ad esempio l'apprendistato che, per decenni, ha rappresentato per molti giovani la chiave d'accesso ad un lavoro qualificato e stabile.

La vicenda del TFR segnala comunque il grave ritardo nell'attuazione dei fondi integrativi di cui il Governo di centrodestra non si è occupato. Lo dobbiamo fare noi per garantire i nostri giovani nel loro futuro, ma segnalo, soprattutto, che i lavoratori, lasciando il proprio TFR in azienda, hanno sostenuto in anni difficili la vita stessa delle imprese nel nostro paese.

Ora è coerente che ciascuno faccia la sua parte nel dare come nell'avere, diversamente dal centrodestra, che ha fatto dell'Italia uno dei paesi europei con la più alta percentuale di disuguaglianza fra i redditi, cresciuta grazie al massiccio spostamento di ricchezze dai ceti medi alle fasce medio-alte.

Questa finanziaria riporta al centro l'equità, concetto guida della nostra azione. Le fasce di popolazione che hanno pagato duramente la politica del facile consenso (si è raggiunta la cifra ormai superiore a due milioni e mezzo di famiglie povere) potranno avere una prima risposta. Siamo consapevoli dei limiti, ma abbiamo cambiato rotta ed avviato una grande operazione di redistribuzione del reddito a loro favore (rappresentano il 90 per cento dei contribuenti italiani). Anche l'assegnazione di due punti del cuneo fiscale ai lavoratori tiene conto del loro contributo alla tenuta del sistema economico ed è un incentivo per riportare il livello dei consumi più in linea con le esigenze delle famiglie. Non ci sono i tempi per ricordare tutti gli interventi a favore delle famiglie - a partire dall'infanzia fino agli anziani - contenuti nella manovra, e ricordo al riguardo l'intervento molto preciso svolto dal nostro capogruppo Franceschini dieci giorni fa.

Però non dimentichiamo che metà della manovra è dedicata ad investimenti per la crescita. Il cuneo fiscale da solo rappresenta 5 miliardi e mezzo, di cui 3 miliardi e 300 a favore delle imprese piccole ed il resto a favore dei lavoratori, con l'impegno di raggiungere un beneficio pari a 9 miliardi entro due anni.

I fondi per la competitività e l'innovazione, il fondo per l'industria, interventi per stabilizzare il lavoro precario, il credito di imposta sono tutte misure virtuose. Non dimentico l'impegno per favorire l'occupazione femminile, soprattutto al sud, con risparmi concreti per le imprese.

Vorrei fare un ultimo cenno all'evasione, tema colossale. Sono grata al ministro Padoa Schioppa per avere finalmente dato la definizione corretta degli evasori: «responsabili di mettere le mani nelle tasche degli italiani» che, correttamente e con fatica, continuano a fare il loro dovere di cittadini.

Quando il 30 per cento del PIL è prodotto al di fuori della legalità, favorito anche da una politica deleteria di condoni prima annunciati e poi attuati, mi auguro che le norme annunciate di assoluto rigore siano affiancate da misure che rendano anche, lo dico fra virgolette, conveniente l'emersione.

È un obiettivo da perseguire con saggezza e costanza, nella consapevolezza che un fenomeno così ampio e persistente da troppo tempo, profondamente radicato, richiede un impegno a lungo termine ed anche un consenso per essere raggiunto (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Contento. Ne ha facoltà.

 

MANLIO CONTENTO. Signor Presidente, credo che le linee di indirizzo di politica economica dei provvedimenti che il Governo ci ha sottoposto ci inducano a ritenere che siamo di fronte ad una riedizione del passato. Il Governo di centrosinistra nella metà degli anni Novanta puntò buona parte dei suoi argomenti politici sulla lotta all'evasione e tradusse, sotto il profilo normativo, quei propositi in una serie di adempimenti tributari che, onestamente, vessarono i contribuenti.

Quale fu il risultato di quel tipo di operazione politico-normativa? Lo abbiamo sotto gli occhi di tutti e, paradossalmente, è l'argomento con cui si attacca il centrodestra, quello relativo alle operazioni effettuate sui condoni tributari che, come forse a pochi è noto, riguardò, per oltre l'80 per cento, gli anni in cui governava il centrosinistra. Il che ci permette politicamente di arrivare ad una prima conclusione: le scelte di politica fiscale di questo Governo sono esattamente le stesse che improntarono l'azione politica del Governo di centrosinistra del 1996. Quel tipo di operazione portò effettivamente ad un aumento dell'evasione fiscale, come dimostrano i condoni che sono stati richiamati in quest'aula.

La lezione al centrosinistra non è servita e oggi, tra l'altro, signor Presidente, vi è uno spaccato divertente, perché il ministro Visco, intervenendo su Il Sole 24 Ore, il più importante quotidiano economico, tenta di dire che, sostanzialmente, la sua è una lotta all'evasione. Allora, spogliandomi dell'ideologia che, purtroppo, dai banchi soprattutto della maggioranza o di certa parte della maggioranza condiziona le scelte di indirizzo politico, mi permetto di chiedere se la lotta all'evasione possa essere portata avanti con gli strumenti individuati dalla maggioranza nei provvedimenti legislativi al nostro esame.

È lotta all'evasione scegliere una platea di contribuenti già esistenti e prevedere, attraverso alcuni meccanismi quali gli studi di settore, un aumento necessario per recuperare gettito, a fronte del quale si dice al contribuente che, se non ci si adegua, è comminata una sanzione, rappresentata naturalmente da un accertamento sotto il profilo tributario? È lotta all'evasione, nei confronti, ad esempio, degli evasori totali, che non rispondono alla amministrazione finanziaria, quella di chi, con sistemi poco eleganti, aumenta la cosiddetta base contributiva?

In relazione alla crescita economica per i prossimi anni, voi ritenete davvero che siano centrabili gli obiettivi a cui qualcuno dei vostri rappresentanti ha fatto riferimento quando si colpiscono al cuore le categorie produttive che hanno consentito in questi anni - checché se ne dica - l'aumento dell'occupazione, che si è andata invece perdendo, per chi non lo ricordasse, nella grande industria? Anche attraverso strumenti contrattuali che il Governo di centrodestra ha previsto ed innovato, vi è stata la possibilità di uno sviluppo nel tentativo di raggiungere determinati obiettivi.

Ciò è comprovato da un dato inequivocabile. Quando Visco tenta di dire, facendo anche un po' pena sotto il profilo politico, che l'aumento delle imposte nel corso del 2006 è relativo alla sua politica o alle strategie di questa maggioranza in termini di lotta all'evasione fiscale, forse dovrebbe rendersi conto che, in realtà, quella gran parte del gettito deriva da due aspetti: il primo è relativo all'aumento dei contributi sotto il profilo fiscale proveniente dai lavori dipendenti, perché si è aumentata la platea di coloro che hanno trovato occupazione, mentre il secondo attiene al fatto che la ripresa economica è relativa, sicuramente fin dai primi mesi del 2006, alle iniziative che il Governo che oggi non c'è più ha posto in essere.

Togliete l'ideologia da questi argomenti e chiedetevi piuttosto se quel condizionamento cui facevo riferimento vi consentirà di centrare quegli obiettivi di crescita economica, perché la sfida è tutta qui.

Vi dirò di più: le pagelline (altro che Unione europea!) le vedremo molto presto, tra pochi mesi, quando dovrete fare una manovra correttiva per quanto riguarda le spese, e alla fine del prossimo anno, quando andremo a misurare la crescita economica. Siccome quest'ultima sarà inferiore a quella di quest'anno, traete fin da ora le vostre conclusioni sotto il profilo politico (Applausi dei deputati del gruppo Alleanza Nazionale).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Silvia Velo. Ne ha facoltà.

 

SILVIA VELO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la discussione che abbiamo avviato oggi in quest'aula parlamentare rappresenta l'atto più importante dell'azione di Governo. La mia affermazione non è solo un'ovvia considerazione di rito, ma si basa sulla convinzione che attraverso la legge finanziaria si possa imprimere quel cambiamento di rotta nella politica economica degli ultimi anni di cui il paese sente fortemente il bisogno.

Questa legge finanziaria rappresenta, infatti, la risposta agli impegni assunti dal Governo nel DPEF, e cioè: rilanciare la ripresa economica che da troppo tempo è per l'Italia vicina allo zero e, comunque, al di sotto della media europea; risanare i conti pubblici che i cinque anni di governo precedente hanno compromesso, vanificando l'opera di risanamento in cui il paese si è impegnato dal 1992 al 2001; ridurre le disuguaglianze sociali nel paese. Tale è la missione per la quale questa maggioranza è stata scelta dagli italiani. Questo è il filo conduttore che ha guidato la stesura della legge di bilancio.

Discontinuità, quindi, verso i cinque anni precedenti non solo e non tanto per ovvi motivi di diversa impostazione politica, ma soprattutto discontinuità a tutela dell'interesse nazionale: sviluppo economico, invece di crescita zero; finanza pubblica in ordine, invece dell'allontanamento dai parametri di Maastricht; equità sociale, invece della crescita delle disuguaglianze. Mi chiedo, in tutta franchezza, chi possa dissentire da questi obbiettivi generali, e mi auguro che su questi temi il Parlamento dia vita, finalmente, ad una discussione seria e costruttiva.

Sono molti i provvedimenti contenuti nella finanziaria che si potrebbero citare per rendere evidente il perseguimento degli obbiettivi preposti. Mi preme, però, in questo breve intervento, soffermarmi su quelli che riguardano il settore che seguo più da vicino, e cioè la portualità.

È opinione comune che in questi anni la portualità italiana sia giunta ad una fase delicata, soprattutto perché è mancata una visione ed una politica della logistica. Al di là di alcuni interventi episodici e di facciata, infatti, non si è investito in modo organico nel potenziamento delle reti e dei nodi, nell'ammodernamento dei servizi ferroviari e nel sistema della logistica in generale. Tutto questo in una fase in cui i nostri competitori europei e mediterranei hanno invece realizzato azioni ed investimenti di grande portata. Basti guardare alla Spagna. In Italia, invece, oltre a non investire in un progetto organico di sviluppo, si è dato vita a provvedimenti che hanno contemporaneamente limitato la capacità delle autorità portuali di svolgere il loro ruolo: tagli alle spese e tetto agli investimenti, compresi quelli già coperti dal finanziamento, con risorse proprie, delle stesse autorità portuali.

Questa finanziaria opera, finalmente, una decisa inversione di rotta in questo settore, nella convinzione - il Presidente Prodi lo ha detto più volte - che lo sviluppo della portualità possa rappresentare un importante volano per lo sviluppo del paese. In questo senso, segnalo l'articolo 136 della legge finanziaria, che rappresenta la novità più importante per il settore. Esso riguarda, infatti, l'attribuzione di autonomia di spesa alle autorità portuali che, a tal fine, potranno utilizzare le entrate proprie ed il superamento del tetto di spesa previsto dalla finanziarie precedenti.

L'articolo 135 prevede risorse per la realizzazione di opere strategiche d'interesse nazionale, oltre alle risorse già previste sia nella manovra di luglio sia in questa legge finanziaria per ANAS e Ferrovie.

A seguire, l'articolo 137 prevede 100 milioni di euro per lo sviluppo di hub di interesse nazionale, con particolare attenzione al porto di Gioia Tauro.

Infine, cito l'articolo 118, che prevede risorse pari a 5 milioni di euro l'anno per la predisposizione di un piano generale della mobilità che possa realizzare un quadro programmatico di ampio respiro, anche attraverso il confronto con i soggetti operanti nel settore che hanno dimostrato di apprezzare fortemente questa impostazione. Con queste misure si potrà avviare l'effettivo salto di qualità tanto atteso per la portualità italiana.

Queste misure sono un esempio di quella discontinuità e della politica di sviluppo che questa finanziaria si propone di perseguire. Su queste misure e su altre, naturalmente, credo vi siano le condizioni per avviare una discussione, non ideologica ma di merito, e per realizzare un'ampia convergenza, sempre nell'interesse del paese (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo).

 

PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Razzi, iscritto a parlare; si intende che vi abbia rinunziato.

È iscritto a parlare il deputato Filippi. Ne ha facoltà.

 

ALBERTO FILIPPI. Signor Presidente, ho circa dieci minuti di tempo a disposizione per parlare di questa finanziaria. Dopo aver trascorso dei giorni in Commissione, compresa una seduta notturna che ha visto i rappresentanti della Lega Nord impegnati - come gli altri - a portare il loro positivo e collaborativo contributo al fine di migliorare il testo del provvedimento in oggetto, mi ritrovo a dover discutere di nuovo. Ma di che cosa? Di quale finanziaria? Stiamo parlando del testo che ci hanno consegnato in Commissione o di quello che verrà votato tra qualche giorno in aula utilizzando lo strumento della fiducia?

In questo modo, ancora una volta, avrete tolto la possibilità ad entrambe le Camere di operare nei modi previsti dalla Carta costituzionale. Del resto, si tratta di un atteggiamento che viene riproposto da circa sei mesi. Agite abusando dei decreti, facendo passare tutto attraverso la minaccia della fiducia. Ormai, colleghi, dovete mettere la fiducia - la mia è una battuta sintomatica - per decidere il menu da scegliere alla buvette, ammesso che qualcuno di voi mangi assieme. Inoltre, prevedete, come già recita l'articolo 53, un'estromissione del Parlamento e della Commissione bilancio dalle poste di bilancio interessate all'accantonamento previsto dal Governo.

Mi soffermerò per qualche minuto su questo articolo 53. Abbiamo capito, anche grazie all'illustrazione di questa mattina del relatore, che si tratta di tagli e non di accantonamenti. Quindi, la prima domanda sorge spontanea: perché, allora, li chiamate accantonamenti? E se sono tagli, perché prevedere la possibilità per il Governo di gestire le risorse accantonate anche potendo cambiare la loro destinazione? Perché tutto ciò può essere fatto senza il placet della Commissione bilancio o del Parlamento?

Il presidente Duilio, nella sala del Mappamondo, ad una Commissione preoccupata da quanto previsto dall'articolo 53, ha preannunciato la presentazione di un emendamento, probabilmente dal Governo, e che la norma di cui sopra, almeno per ciò che concerne il comma 3, verrà cassata. Per la cronaca, non è andata in questi termini; anzi, abbiamo avuto una tabella che riassume - desidero che le mie parole rimangano agli atti - gli stanziamenti in strutture scolastiche previsti per il nostro paese.

In Commissione eravamo in tre a rappresentare la Lega e vi giuro - non so come ciò sia potuto succedere - che siamo riusciti a stento a trattenere l'ira, la collera, la rabbia che tale tabella ci ha fatto provare; quindi, al riguardo, vi leggerò alcuni dati, per poi specificarli meglio.

Per gli stanziamenti di strutture scolastiche nel 2007 la Lombardia avrà 43.950.260 euro, il mio Veneto 31.291.332 euro, la Liguria 9.244.939 euro, la Campania, invece, 184.467.813 euro, la Puglia 99 milioni e 800 mila euro, la Calabria 51 milioni e 600 mila euro.

Quindi, nel 2007, la Lombardia, pro capite avrà 4,83 euro, la Liguria 5,78 euro, il mio Veneto 6,80 euro; invece, l'Abruzzo 23,35 euro, la Puglia 24,96 euro, la Basilicata 18,74 euro, la Calabria 25,80 euro e la Campania - prima! - 32,36 euro: questi numeri parlano più di tante parole.

In Campania, pro capite, vengono stanziati più di 30 euro e in Calabria più di 25 euro, mentre in Lombardia meno di 5 euro, in Liguria meno di 6 euro e nel mio Veneto 6,80 euro. La Carta costituzionale non parla forse di diritto all'istruzione per tutti in Italia in modo uguale? A qualcuno sembra corretto imbrogliare il nord, queste regioni, le famiglie che hanno figli da mandare a scuola e che hanno lo stesso diritto di istruirsi in strutture simili a quelle che hanno le altre regioni italiane (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania)?

I colleghi della maggioranza eletti proprio in queste regioni, che hanno subìto una discriminazione, fra qualche giorno dovranno votare la questione di fiducia alla legge finanziaria e, mentre lo faranno, voteranno anche per questa tabella, che, purtroppo, è uno solo dei tanti esempi di ingiustizia e di sprechi presenti in questo provvedimento. Comunque, da domani dovranno spiegare - e noi agiremo da pungolo in questa direzione - alle famiglie della Lombardia, del Veneto, della Liguria, del Friuli, come anche dell'Emilia-Romagna o della Toscana perché i loro figli non hanno uguali diritti rispetto a chi vive in Campania, in Calabria, in Puglia o in Abruzzo. Con molta ingenuità, mi chiedo se questi dati non siano così equi perché in passato la situazione era invertita, cioè in Lombardia e in Veneto si spendeva per infrastrutture scolastiche oltre 30 euro pro capite e in Campania, invece, 4 o 5 euro. Lascio a voi la risposta, non perché noi non l'abbiamo, ma perché, per un veneto orgoglioso come me, avere mille certezze su quanto sia grande l'ingiustizia nei confronti della mia terra provoca troppa rabbia.

A dimostrazione di quanto sia grande la malafede di chi ha creato la legge finanziaria, del Governo e della maggioranza che andrà a votare, comunque, per questo provvedimento, avete poi previsto in questa stessa tabella alcune modifiche per il 2009, per effetto delle quali la Lombardia cresce e la Campania cala. Poiché tali modifiche interverranno solo fra tre anni, viene comunque da chiedersi perché queste modifiche ci saranno, appunto, solo fra tre anni e se non si sarebbe potuto fare, al limite, una media. Forse perché qualcuno magari cerca di rimanere in carica solo per due anni, sei mesi ed un giorno, data che richiamerebbe la maturazione della pensione di parlamentare, e poi succeda quel che succeda, tanto per i soldi assegnati chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto? Inoltre, in tre anni, comunque vada, le cose non potranno cambiare perché questa tabella verrà cestinata e qualcuno potrà modificare i numeri. In ogni caso, chi doveva capire che il nord è ancora una volta discriminato oggi ha comunque capito. Con puntiglio ho operato una media su tre anni rispetto alla tabella, in modo che nei prossimi giorni non si possa dire che si è rettificato dopo nel 2009. Allora, la Lombardia avrà circa 61 milioni e 100 mila euro, con 9 milioni e 100 mila abitanti; la Campania 135,5 milioni di euro, con una popolazione di 5 milioni e 700 mila abitanti, circa meno dei due terzi della popolazione della Lombardia; invece, il mio Veneto, che conta circa 4 milioni e 600 mila abitanti, avrà in media nei tre anni uno stanziamento di 31 milioni e 400 mila euro, meno di un quarto di quello stanziato in media per la Campania (Applausi dei deputati dei gruppi Lega Nord Padania e Forza Italia)!

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Porfidia. Ne ha facoltà.

 

AMERICO PORFIDIA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, in questa finanziaria effettivamente ci sono dei punti molto controversi da parte di tutte le forze politiche, ma nel complesso, con tale manovra, in relazione anche alla difficile situazione economica in cui ormai versa la nostra nazione, era necessario, da un lato, richiedere dei sacrifici a tutti i nostri connazionali e, dall'altro, agire in modo forte contro le speculazioni, i costi della politica - diciamo noi dell'Italia dei Valori - e, soprattutto, contro l'evasione fiscale. Mi vorrei soffermare su un punto in particolare, anche come rappresentante del sud e della Campania. Durante la predisposizione della manovra finanziaria, ma anche nel corso dei dibattiti parlamentari, si è evidenziata la necessità di mettere in campo interventi specifici per sostenere lo sviluppo del Mezzogiorno. Credo che tutto il paese e il Meridione farebbero a meno di questa necessità, ma, purtroppo, dobbiamo prendere atto che, rispetto ad altre zone del paese, il Meridione versa ancora in una situazione di grande difficoltà economica e industriale.

La questione meridionale rappresenta ancora di più un'emergenza, anzi, più passano gli anni, più la situazione diventa insostenibile, come evidenziano gli ultimi fatti di cronaca. Infatti, sappiamo benissimo che al ritardo economico ed industriale di un paese si aggiungono anche effetti sociali molto drammatici, quali quelli che stanno avvenendo nel sud. Devo ammettere che con questa finanziaria il Governo è intervenuto con misure specifiche a favore dello sviluppo del Meridione, misure che spero siano condivisibili da tutti i colleghi del Parlamento.

È fondamentale che tali interventi si accompagnino ad una definitiva quanto necessaria rivoluzione culturale. A mio avviso, occorre pensare che quello del sud non è soltanto un problema del nostro paese, ma questa zona degradata dell'Italia deve essere ritenuta come un luogo che da un problema può far nascere, invece, uno sviluppo economico ed una ricchezza per il nostro paese. Abbiamo degli esempi anche a livello europeo, come il caso dell'Irlanda. Tale paese ha dimostrato come una realtà in difficoltà economica e industriale possa diventare in brevissimo tempo un'area di grandissimo sviluppo economico, anche grazie alle sue peculiari capacità di attirare gli investimenti, come potrebbe accadere nel sud, addirittura dall'estero. Tuttavia, su questo argomento dobbiamo riflettere. Purtroppo, il nostro Meridione è stato per lungo tempo anche il centro di speculazioni.

Quando questi investimenti sono stati utilizzati, purtroppo, se da una parte ciò è stato fatto in modo utile e per lungo tempo, dall'altra parte sono stati oggetto di speculazioni e di interessi di pochi privati. Su questo aspetto voglio invitarvi a riflettere. È necessario monitorare tali incentivi, tenendo alta la soglia di controllo. In diversi casi, infatti, come dicevo, abbiamo dovuto registrare che tali incentivi sono stati semplicemente uno strumento di facile arricchimento per pochi.

L'attivazione di incentivi economici per l'industrializzazione del Meridione o di una qualsiasi zona disagiata del nostro paese, soprattutto del sud, deve essere accompagnata da una politica di controllo - questo è ciò che chiedo e su cui vorrei far riflettere tutto il Parlamento -, per monitorare il modo in cui tali incentivi vengono utilizzati.

Non può essere consentito a pochi di beneficiare di tali misure senza creare lo sviluppo che l'area si attende, uno sviluppo concreto e, soprattutto, di tipo duraturo. Quindi, è necessaria un'attenta politica di controllo, anche per contribuire a rinsaldare il senso di equità sociale e di legalità.

Se si vuole che effettivamente questi strumenti di incentivazione dell'impresa portino a risultati concreti, con la creazione di un tessuto industriale solido e ramificato, è evidente che essi debbono essere monitorati, per evitare strumentalizzazioni. Gli incentivi alla industrializzazione del Meridione e delle aree disagiate restano, secondo me, uno strumento importante, per diversi aspetti decisivo. Però, bisogna assolutamente evitare che essi vengano sprecati e, quindi, è necessario monitorarne il corretto uso.

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Germontani. Ne ha facoltà.

 

MARIA IDA GERMONTANI. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, la finanziaria 2007 fino ad oggi ha conseguito un risultato, in termini di popolarità, che rappresenta davvero un record. Tutti gli italiani, lungo tutto lo stivale, dalle Alpi alla Sicilia, di qualsiasi categoria sociale ed economica, l'hanno bocciata senza possibilità di appello. È davvero un grande record negativo: 3 italiani su 4, circa il 70,6 per cento, la bocciano perché la ritengono iniqua, specie gli elettori dell'attuale maggioranza di centrosinistra, che la bocciano perché non la considerano ispirata ai principi di equità e di giustizia sociale che hanno rappresentato il messaggio davvero demagogico di Romano Prodi e dell'Unione.

Non sono solo personali considerazioni mie o del mio partito, Alleanza Nazionale, ma lo hanno detto anche esponenti dell'attuale maggioranza; faccio un esempio: il presidente della Commissione attività produttive, Daniele Capezzone. Ma ciò emerge anche da sondaggi quale, non ultimo, quello della Confcommercio, che è stato effettuato sulla base di interviste, ripartite tra commercianti, piccoli imprenditori, lavoratori autonomi e cittadini rappresentativi della popolazione italiana nel suo complesso. In base a tale sondaggio, la prospettiva di innalzamento delle tasse sui redditi è giudicata negativamente da chi ha redditi superiori a 40 mila euro, ma anche da chi si attesta nella fascia dei 30 mila euro.

Negative sono anche le valutazioni sulla riforma del trattamento di fine rapporto. Per far fronte alla maggiore spesa, commercianti e piccole imprese cercheranno di usare le risorse disponibili, ma non escludono il ricorso, difficilissimo, ai fidi bancari per tamponare situazioni spesso drammatiche, aggravate da una pressione fiscale inaccettabile.

Non sono mancate, inoltre, critiche anche rispetto al cuneo fiscale. È chiaro fin d'ora che almeno il 60 per cento delle piccole imprese non avrà un gran vantaggio. E pensare che il ministro Padoa Schioppa aveva dichiarato sulla stampa specializzata che si sarebbe varata una finanziaria di riforme!

In realtà, se verifichiamo i contenuti della finanziaria e del provvedimento ad essa collegato, vediamo che né i tagli, né le riforme, ma solo le tasse costituiscono il motivo conduttore della manovra. Quindi, di tasse dobbiamo parlare, di incremento di tasse sulle famiglie e sulle imprese, di reintroduzione delle imposte di successione e di tasse sulle pensioni, senza contare l'appesantimento della tassazione sulle auto aziendali.

C'è poi un disagio diffuso nella immensa ed eterogenea categoria degli automobilisti, che contestano l'aumento del bollo auto. Per gli automobilisti italiani quella delle tasse è una storia tormentata, a cominciare dal superbollo per le autovetture a gasolio, introdotto nel 1976; nel 1997 la svolta; a partire dal 1998 viene infine cambiato il criterio di imposizione fiscale, passando alla potenza effettiva, con l'introduzione del principio «chi più inquina, più paga». Nella finanziaria del 1999, infine, a partire dal 2005, è stato introdotto il superbollo diesel per le vetture più vecchie.

Dunque, la manovra è inadeguata e ha prodotto l'isolamento politico del Presidente del Consiglio Prodi. Il dissenso, in termini politici, economici ed anche sindacali, è ormai diventato un coro a più voci, a partire dall'autorevole analisi critica dello stesso Governatore della Banca d'Italia Draghi. Il dissenso è cresciuto in queste settimane, al punto che anche Sergio Cofferati, sindaco di Bologna, ha attaccato Prodi e la finanziaria, entrando in rotta di collisione anche con il viceministro Visco. Cofferati è emblematico quando dice che la finanziaria non è stato un atto collettivo: «Da Padoa Schioppa ci aspettavamo risposte, che non sono arrivate. È stata fatta una scelta sbagliata». Tale delusione è condivisa e coincide con il giudizio negativo del Financial Times, già ricordato in quest'aula, che ha classificato il nostro ministro dell'economia all'ultimo posto come il peggiore tra i ministri europei.

La finanziaria, purtroppo, ha già prodotto effetti fortemente negativi nella pubblica opinione e nella fiducia degli italiani. L'economia è ferma e così anche il turismo, che dovrebbe essere il settore trainante del nostro paese e che volete penalizzare con la famigerata tassa di soggiorno.

È una finanziaria che produce infelicità nei cittadini, che non era mai stata misurata con un sondaggio. Ma ciò è quanto emerge da un'indagine condotta da una società presieduta dal sociologo Enrico Finzi. La crisi di fiducia dei cittadini dopo la finanziaria è totale. Dopo essere salito per più di 12 mesi di fila, l'indice che misura l'ottimismo degli italiani ha subito un brusco calo in coincidenza con il varo della finanziaria 2007. La percentuale di italiani che si dichiarano ottimisti sul proprio futuro nell'anno successivo è scesa dal 53 per cento di luglio al 44 per cento di settembre. Il sondaggio conferma alcune tendenze di medio periodo, che possono essere così sintetizzate: fine del tradizionale ottimismo degli italiani, convinzione collettiva che il passato sia migliore del futuro, incertezze sul presente e sul futuro.

Quello che emerge, infine, è la palese contraddittorietà del Governo sull'entità della manovra stessa. Abbiamo appreso un giorno che la manovra era di 33 miliardi di euro, poi di 40, per scendere a 25 e poi risalire ancora. Come se non bastasse, il Governo continua ad emendare il suo testo, al quale, evidentemente, non crede più.

Abbiamo assistito al balletto degli emendamenti, in Commissione bilancio e in sede di Commissioni riunite bilancio e finanze, quando è stato discusso il decreto collegato, sul quale il Governo ha dovuto porre la fiducia proprio per le grandi e palesi difficoltà e diatribe all'interno della maggioranza stessa.

Più volte, in ogni occasione, in Commissione, in sede di audizione del ministro Padoa Schioppa e del viceministro Visco, abbiamo espresso la nostra forte preoccupazione per una finanziaria che ci fa assistere ad un notevole passo indietro anche per quanto riguarda le politiche della famiglia. Si è preferito lo strumento delle detrazioni a quello delle deduzioni, una scelta tecnica che non condividiamo assolutamente, perché il reddito imponibile non si abbatte come si dovrebbe fare. Le detrazioni per i familiari a carico e per i figli sono diminuite di un terzo, se confrontiamo le cifre di questa finanziaria con quella del 2006 del Governo di centrodestra.

Ho sentito magnificare il fatto che questa finanziaria affronterebbe il tema strutturale degli asili nido. Ebbene, in realtà, se leggiamo attentamente la finanziaria, fino al 2013 (anno per il quale l'agenda di Lisbona prevedeva la crescita della copertura sino al 33 per cento dei bambini al di sotto dei tre anni) sarebbero necessari 9 miliardi di euro. In questa finanziaria vengono impegnati 100 milioni di euro per ciascun anno del triennio, per un totale di 300 milioni di euro, con la speranza - si dice - che la situazione migliori.

Per concludere, come ha anticipato oggi il presidente del mio partito, Gianfranco Fini, noi di Alleanza Nazionale abbiamo individuato una decina di argomenti e una quarantina di emendamenti davvero qualificanti su temi che ci stanno realmente a cuore, come la sicurezza, la famiglia e la solidarietà.

Rispetto a questi emendamenti presentati, se non ci sarà la disponibilità ad un confronto democratico per accoglierli, la maggioranza si dovrà assumere la totale responsabilità. Si dovrà insomma assumere la totale responsabilità dell'adozione di una strategia economico-finanziaria che interrompe il cammino di ripresa economica dell'Italia avviato dal Governo di centrodestra.

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Deiana. Ne ha facoltà.

 

ELETTRA DEIANA. Con questo intervento voglio segnalare un punto, che il mio gruppo ritiene particolarmente critico, del disegno di legge finanziaria in esame: quello relativo alle spese militari, in particolare il fondo destinato a finanziare i programmi di armamenti. Noi siamo contrari a questa scelta, in considerazione di quello che riteniamo dovrebbe essere un diverso equilibrio tra tagli e incrementi di spesa, sia per ragioni relative alle politiche di difesa che sottendono determinate scelte in materia di armamenti.

Nel rapporto 2006 del Sipri, il più prestigioso istituto di ricerca sul disarmo nel mondo, ci viene consegnato un dato allarmante sulle spese militari a livello internazionale; tali spese sono caratterizzate da un incremento significativo nel 2005: 1.120 miliardi di dollari, ben 83 in più rispetto al 2004; il che costituisce il 2,5 per cento del PIL mondiale.

Gli USA sono ovviamente in testa alla classifica, ma anche l'Italia non scherza, signor sottosegretario. A dispetto dei molti discorsi che vengono fatti da diverse parti sulla pochezza dell'impegno finanziario per la difesa, l'Italia dopo la Germania si trova al settimo posto tra i paesi che spendono in armi, rientrando pienamente nel club dei G7 delle spese militari. Ovviamente, per avere un'idea precisa della quantità di fondi destinati a questo settore bisogna andare oltre il bilancio ordinario della difesa, conteggiando in finanziaria i vari fondi destinati alle missioni militari e quelli a copertura di spese di armamenti, come avviene in questa finanziaria, che prevede l'istituzione di un assai sostanzioso fondo destinato a finanziare, appunto, i programmi di produzione militare.

Questo particolare capitolo di spesa, tra l'altro - qui mi rivolgo con particolare urgenza al Governo -, richiede, o dovrebbe richiedere, una specifica ed approfondita discussione, che non è mai avvenuta in passato e che mi auguro invece il Governo dell'Unione voglia predisporre: una discussione non solo sulla valenza sociale della destinazione di così cospicue risorse pubbliche agli armamenti - quando la tendenza storica in atto, in parte confermata da questa finanziaria, è quella di tagliare su voci fondamentali di welfare -, ma anche e soprattutto, dal punto di vista militare, sul significato politico e strategico di tali scelte. A quale strategia di difesa, a quale strategia delle alleanze, a quale ruolo geopolitico dell'Italia sono utili e funzionali tutti quei sistemi di arma elencati doviziosamente nella nota aggiuntiva allo stato di previsione per la difesa per l'anno 2007 (quelli finanziati appunto dal fondo di cui parlavo sopra)?

E ancora: qual è la convenienza economica, in termini di politiche industriali, di questi finanziamenti? Voglio limitarmi, per evidenti ragioni di tempo, ad un solo esempio, quello del Joint Strike Fighter. L'Italia nel 2001, con il Governo Berlusconi, si impegnò ad investire 1.192 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo negli USA dal 2002 al 2012. Tale decisione si basava su diverse considerazioni, che possono essere ricondotte sinteticamente a due. La prima riguardava l'orientamento della marina e dell'aeronautica militare di sostituire i loro velivoli di attacco al suolo, che stanno invecchiando (i famosi AMX e parte della flotta dei Tornado). L'argomento invocato era, di conseguenza, che entro il 2012 le Forze armate italiane avrebbero avuto bisogno di un nuovo aereo tattico d'attacco al suolo, complementare all'Eurofighter, che è un velivolo aria-aria da superiorità strategica.

Il secondo argomento riguardava l'industria bellica, cioè le convenienze che sarebbero derivate al nostro paese dal coinvolgimento nel progetto statunitense GSF come un'occasione unica per l'industria italiana aerospaziale e di difesa, in termini di subappalti e di ricerca tecnologica. Questa scelta - al riguardo richiamo l'attenzione del sottosegretario - è avvenuta al buio, senza nessuna adeguata discussione e trasparenza sui problemi di fondo, come per esempio l'impatto sulla dottrina militare e sulle implicazioni strategiche che la scelta del Joint Strike Fighter comporta.

Questi sono soltanto alcuni dei problemi connessi al programma. Per stessa ammissione dell'areonautica militare, le esigenze di difesa aerea del nostro paese sarebbero già coperte dall'impegno nel progetto di acquisto di una grossa quota di esemplari del caccia europeo di nuova generazione EF-2000 Typhoon, e quindi il progetto GSF, sempre per ammissione delle gerarchie militari dell'aeronautica, potrebbe rivelarsi indirizzato soprattutto ad un aumento di potenza offensiva.

Quindi la scelta è avvenuta - mentre negli ambienti militari si fanno queste considerazioni - espropriando completamente il Parlamento di chiarezza e trasparenza sulle potenzialità strategiche dell'argomento in discussione. Di conseguenza, ci dobbiamo chiedere - lo chiedo a lei, signor sottosegretario - che cosa l'Italia avesse allora in mente (ed abbia oggi in mente, nel momento in cui si reitera il finanziamento al GSF) quando ha compiuto e quando compie tale scelta di armamento. In altre più esplicite parole, quali missioni di bombardamento offensivo - è stata questa una tematica sollevata anche dall'ex capo di Stato maggiore dell'esercito, il generale Fraticelli - l'Italia pensa che sarà chiamata a compiere nelle future guerre? Contro quale tipo di nemico? E soprattutto, chi chiederà all'Italia di compiere tali missioni?

Il Governo Berlusconi - che su questo ha avuto il grande merito della chiarezza più esplicita - non ha mai nascosto la sua condivisione in ordine alle strategie di guerra, o comunque di invasive operazioni militari, dell'amministrazione Bush. Un programma come il GSF è funzionale a tali strategie. Questo è il punto relativo alle strategie, su cui non c'è trasparenza. Non si capisce a cosa serva questo programma così costoso.

Il Governo Prodi, quindi il nostro Governo, condivide? Che cosa dice sull'aspetto dei costi elevatissimi? Vorrei sapere che cosa dice il Governo sulla valenza strategica e che cosa dice sull'aspetto dei costi elevatissimi. Costi tali che a livello internazionale sono stati sollevati dubbi e perplessità circa la stessa realizzabilità del progetto da un punto di vista della contabilità. Cito i dubbi dell'organo di controllo delle spese del Congresso statunitense, che ha sollevato appunto molte perplessità sull'eccesso, che si incrementa sempre di più, delle spese per il GSF, e cito i dubbi della Corte dei conti olandese, che afferma come la partecipazione allo sviluppo del programma esponga i Paesi Bassi a rischi finanziari. E molte Corti dei conti di altri paesi europei, impegnati come l'Italia nel programma, sono orientate a relazioni di questo tipo.

In conclusione, il nostro gruppo, ed io personalmente, crediamo che il capitolo sulle spese militari destinate alle armi e agli armamenti debba essere radicalmente rivisto, sottratto al cono d'ombra nel quale da troppo tempo è confinato, praticamente delegato agli ambienti militari e all'industria militare, e quindi restituito al controllo e alla decisionalità del Parlamento.

Ciò deve avvenire in stretto collegamento con le nostre scelte di politica estera e nel rispetto del troppo dimenticato articolo 11 della Costituzione. E dunque per l'Italia vi è la necessità di ripensare il concetto di difesa, connesso al tentativo di rilancio dell'ONU al quale sta cercando di contribuire. Insomma, già a partire da questa legge finanziaria, si devono rivedere gli impegni di spesa per armamenti, così incautamente assunti dal Governo e presentati nel provvedimento in esame.

 

PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Crosetto, iscritto a parlare: si intende che vi abbia rinunziato.

È iscritto a parlare l'onorevole Salerno. Ne ha facoltà.

 

ROBERTO SALERNO. Signor Presidente, innanzitutto affermo di approvare, sostenere e sottoscrivere gli interventi dei colleghi di Alleanza Nazionale. Con il mio intervento voglio aggiungere l'estrema preoccupazione dell'intera minoranza per il fatto che, con la vittoria del centrosinistra alle recenti elezioni politiche, si è purtroppo arrestato e fondamentalmente bloccato il processo di modernizzazione della nazione. Nel 2001 il centrodestra aveva avviato tale processo, che dovremmo definire di normalizzazione piuttosto che di modernizzazione. Nel 2001 la fotografia del nostro paese presentava una nazione ferma agli anni Sessanta per quanto riguarda le infrastrutture. Le reti ferroviarie avevano treni che raggiungevano in media una velocità di circa 70-80 chilometri all'ora. Vi erano autostrade vecchie, strette, non più utili al traffico veloce di una nazione moderna. Gli aeroporti non avevano standard internazionali ed il sistema fiscale era labirintico e punitivo. Vi erano un mercato del lavoro ingessato ed altri problemi.

Dal 2001 abbiamo iniziato il processo di modernizzazione, aprendo i cantieri delle grandi opere. Oggi l'alta velocità è una realtà; non si tratta soltanto di parole, ma di fatti. Il primo tratto del percorso Torino-Milano è stato già inaugurato per almeno 100 chilometri. Quindi, il treno ad alta velocità è diventato una realtà con una sua ferrovia, un suo tracciato ed una locomotiva che sfreccia a 300 chilometri all'ora, come in Francia accade da anni, ma anche in Germania, in Spagna e nei grandi paesi con cui dobbiamo confrontarci.

Questo processo si è fatalmente arrestato. Avete bloccato i cantieri delle grandi opere e non volete saperne di alta capacità o di alta velocità. La vostra volontà è quella di passarvi la palla per nascondervi dietro ad un dito, ma è fin troppo chiaro che volete arrestare il processo delle grandi opere di modernizzazione della nostra nazione.

Nel disegno di legge finanziaria dobbiamo quasi riconoscere un filo conduttore, che inizia con i primi provvedimenti quali il decreto Visco-Bersani e la legge sull'indulto. Tale filo conduttore porta alla vostra incapacità di governare e di capire quello che il sistema paese chiede al Governo. In qualche modo avete riportato indietro le lancette dell'orologio, agli anni precedenti al 2001.

Venendo alle grandi misure previste nel disegno di legge finanziaria di cui tanto si parla, con il cuneo fiscale date «uno» e allo stesso tempo prendete «due», sottraendo liquidità con la misura relativa al TFR. È un provvedimento che va in senso esattamente contrario a quello di fornire incentivi per l'investimento delle imprese. Nel sistema fiscale avete reintrodotto sistemi di punizione e controllo degni di un paese comunista degli anni Sessanta, che costituiscono anche una lesione alla libertà individuale e non solo a quella di impresa.

Avete criminalizzato anche gli omessi versamenti dell'IVA, non legati all'evasione ma ad una semplice crisi di liquidità dell'azienda. Molto spesso anche una grande azienda può accusare un problema di liquidità. Ebbene, il mancato versamento periodico dell'IVA può essere dovuto proprio a tale carenza. Tuttavia, con i vostri provvedimenti in materia di economia, come il decreto Visco e il disegno di legge finanziaria, l'omesso versamento è diventato reato, invece di costituire una violazione amministrativa, pur non essendoci evasione o occultamento di fatturato e quindi di componenti positivi di reddito o di IVA. Esso è diventato un elemento di criminalizzazione non solo inspiegabile, ma anche ingiusto e quasi incostituzionale.

La minoranza è estremamente preoccupata del fatto che con la vittoria del centrosinistra alle recenti elezioni politiche si sia definitivamente arenato questo processo di modernizzazione. Ovviamente non ci arrendiamo, ma oltre a questo avete commesso qualcosa di ancora più grave, reintroducendo un elemento inquietante di disagio sociale. Infatti, avete pagato dazio ai veterocomunisti della vostra coalizione e avete reintrodotto il confronto tra ricchi e poveri, in una sorta di scontro sociale che sappiamo quanto possa essere foriero di vendette e di risentimento in una nazione che, bene o male, aveva superato i momenti più tristi e congiunturali degli anni Settanta e Ottanta, quando vi era stagnazione economica. Bene o male, l'Italia è un paese che sta garantendo, se vogliamo in misura anche eccessiva, molto a tanti. E allora il confronto tra ricchi e poveri eravamo riusciti in qualche modo a scordarlo e a lasciarcelo giustamente alle spalle. Invece, esso ritorna prepotente in questa lotta di classe, elemento di un'ideologia tipicamente comunista, anzi veterocomunista. Lo ritroviamo nel 2006, ovvero nel terzo millennio, che dovrebbe essere quello del progresso, delle grandi partite e dei grandi orizzonti.

In conclusione, tengo ad affermare che avvertiamo la gravità della situazione perché ascoltiamo la protesta nelle piazze. Tuttavia, non ripetiamo quanto accaduto dal 2001 al 2006, quando l'allora minoranza (oggi maggioranza) ha sempre criminalizzato il centrodestra allora al governo. Nella nostra opinione siete totalmente incapaci di governare; tuttavia non abbiamo detto una sola parola che metta in dubbio la vostra legittimità a farlo, al contrario di quanto voi avete fatto per cinque anni, riempiendo la vita politica di polemiche strumentali, di attacchi personali, di scandali pilotati e di inchieste della magistratura politicizzata, quasi in un attacco che delegittimasse e sovvertisse il verdetto democratico delle elezioni e delle urne. Da parte della minoranza non si è levata una sola parola sulla vostra legittimità a governare. Di questo ci sentiamo orgogliosi e in credito verso la vostra maggioranza.

Concludo ribadendo la secca bocciatura della manovra, che blocca ogni processo di modernizzazione dell'Italia, che produce un arretramento sociale e culturale della nazione, che colpisce il sistema produttivo, le piccole e medie imprese, i piccoli imprenditori e quelli individuali, i grandi professionisti ma anche i piccoli, come i tassisti e i panettieri. Essa insomma colpisce tutti e la minoranza è estremamente preoccupata per i danni che potreste ancora fare se governerete a lungo la nazione. Pertanto, spero vivamente che presto si ritorni al voto o quantomeno si arrivi a formare una nuova maggioranza di Governo, in modo che evitiate alla nostra amata Italia un calvario immeritato ed ingiusto.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Tabacci. Ne ha facoltà.

 

BRUNO TABACCI. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, vorrei esprimere solo due considerazioni per poi consegnare il testo dell'intervento, che lascio agli atti per ragioni di correttezza istituzionale.

Debbo francamente dire che il dibattito mi sembra molto stanco e deludente. Tale è la fase che ci ha accompagnato nel corso di queste settimane. Vi è una preoccupazione di fondo sulla vita politica del paese che mi pervade e mi fa dire che preferirei che in quest'aula vi fosse un contrasto forte tra una maggioranza e un'opposizione sui destini del nostro paese; un dibattito in grado di trascinare l'attenzione della pubblica opinione. Invece, non mi resta che registrare la stanchezza di un confronto tra di noi che rischia di essere troppo rituale.

Mi scuso per questo e mi limito a consegnare il testo del mio intervento, chiedendo alla Presidenza di autorizzarne la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna.

 

PRESIDENTE. Onorevole Tabacci, la Presidenza lo consente, sulla base dei criteri costantemente seguiti.

È iscritto a parlare l'onorevole Bellotti. Ne ha facoltà.

 

LUCA BELLOTTI. Signor Presidente, chiedo che la Presidenza autorizzi la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo integrale del mio intervento.

 

PRESIDENTE. Onorevole Bellotti, la Presidenza lo consente, sulla base dei criteri costantemente seguiti.

È iscritto a parlare l'onorevole Tomaselli. Ne ha facoltà.

 

SALVATORE TOMASELLI. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, nelle scorse settimane una voce autorevole si è levata nel dibattito politico per incitare le classi dirigenti del nostro paese a ritrovare il senso della missione. Era la voce di Carlo Azeglio Ciampi: ma manca la missione!

Questo è il vero problema dell'Italia di oggi: ciò che conta è che oggi non si vede un grande obiettivo, generale e condiviso, che il paese possa comprendere e che dia un senso a tutto ciò che si sta facendo. Una incitazione a ritrovare il gusto dell'ambizione di un progetto importante, che segni una fase storica nelle cose che facciamo, oltre il mero contingente.

Penso che il passaggio delicato dell'approvazione della legge finanziaria 2007 vada collocato dentro questa ambizione. La complessità della proposta di legge finanziaria che il Governo ha presentato è figlia della volontà del centrosinistra di ridare una prospettiva al nostro paese. Allora, l'obiettivo per noi è chiaro: la modernizzazione dell'Italia, da conquistare innanzitutto rimettendo a posto i conti dell'azienda Italia e riprendendo il filo del risanamento interrotto con il Governo Berlusconi-Tremonti. Quest'ultimo ha pressoché annullato l'avanzo di bilancio prodotto negli anni di Governo di centrosinistra, ha ridato spazio alla crescita della spesa pubblica e non ha creato nè riforme strutturali, né crescita per il paese, ma solo una redistribuzione della ricchezza a favore dei ceti più abbienti.

Gli anni passati hanno annullato gli sforzi di risanamento precedenti: il debito pubblico ha azzerato l'avanzo primario e ha ripreso a correre. Gli interessi pari a 67 miliardi annui non sono solo una tassa sull'oggi, ma una grave ipoteca sul futuro e sulle prossime generazioni, sulla capacità del paese di onorare impegni e di sostenere le spese sociali, la scuola, la sanità, la sicurezza. Il risanamento dei conti è per noi la premessa di una rinnovata politica di crescita e di sviluppo ed è lo strumento, non certo il fine, della nostra politica; una politica che ha scelto, ad esempio, di fare delle liberalizzazioni una sfida per il paese intero, un'occasione di superamento dei tanti egoismi e delle tante corporazioni da cui questo nostro paese spesso è attraversato, ma anche il chiavistello per aprire il mercato delle professioni, delle imprese, dei servizi a nuovi soggetti che oggi fanno più fatica di altri o ne sono addirittura esclusi.

Insomma, vorremmo uno Stato meno gestore e più regolatore, dentro cui il cittadino-consumatore veda affermata la sua centralità, e cittadini consumatori lo siamo tutti. Vorrei che non sfuggisse a nessuno come, accanto ed oltre a questa legge finanziaria, il Governo e la maggioranza che lo sostiene siano stati impegnati in queste settimane - e lo saranno ancora subito dopo l'approvazione della legge di bilancio - a discutere ed approvare testi importanti concernenti la liberalizzazione dei servizi pubblici, la tutela dei consumatori, la semplificazione della pubblica amministrazione, l'energia, la riforma del sistema radiotelevisivo e così via. Un corposo ed ambizioso programma di modernizzazione, quindi, nel cui quadro vanno inserite le scelte della manovra finanziaria che rilanceranno la crescita e lo sviluppo del paese.

Nel corso del confronto di queste settimane si sono apportate significative innovazioni rispetto al testo originario, frutto del dialogo con il paese, a cominciare da enti locali e forze sociali. Mi sembra di poter dire che appaiono ormai lontane le strumentalizzazioni in termini di una sorta di volontà punitiva di questo provvedimento nei confronti del cosiddetto ceto medio o verso le piccole imprese. Sono state costruite con il confronto e con il consenso modifiche sostanziali: penso al TFR che esclude le piccole e medie imprese fino a 50 addetti o all'apprendistato per le imprese artigiane. Tali disposizioni confermano, oltre ogni dubbio, come grande sia l'attenzione del centrosinistra verso il ruolo e la funzione che svolgono le piccole e medie imprese nel paese.

In tale direzione, si è in presenza peraltro, già in questo disegno di legge finanziaria, di una parte dei provvedimenti previsti dal disegno di legge Industria 2015, predisposto dal ministro Bersani, con cui torna in Italia, finalmente, la politica industriale, dopo anni di perdita di competitività del sistema produttivo nazionale che ha fatto parlare tanti osservatori di vero e proprio declino. Provvedimenti che sono orientati - e concludo, Presidente - proprio alla ripresa di competitività del sistema produttivo. Ricordo qui i progetti di innovazione industriale, il fondo per la competitività e il fondo per la finanza d'impresa. Di nuove politiche industriali ha bisogno il nostro paese, così come il Mezzogiorno. Abbiamo in mente l'idea di un paese più giusto, più solidale, più coeso, ma anche più competitivo e dinamico nella sfida del mondo globale. Un paese che torni a valorizzare le sue risorse più importanti, a cominciare dai giovani, ai quali offrire opportunità e non solo più precarietà.

Signor Presidente, in conclusione chiedo che la Presidenza autorizzi la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna di considerazioni integrative del mio intervento.

 

PRESIDENTE. Onorevole Tomaselli, la Presidenza lo consente, sulla base dei criteri costantemente seguiti.

È iscritta a parlare l'onorevole Mungo. Ne ha facoltà.

 

DONATELLA MUNGO. Signor Presidente, il disegno di legge finanziaria in discussione in questi giorni in aula e nei giorni scorsi nella Commissione bilancio ci ha accompagnato per mesi e settimane sugli organi di stampa, purtroppo più in termini polemici che di informazione per i cittadini. Questo ci dispiace e crediamo debba dispiacere a tutti, maggioranza e opposizione. Infatti, la legge finanziaria, soprattutto all'inizio di un percorso come quello che questa maggioranza e questo Governo cercano di affrontare - tra moltissime difficoltà su cui tornerò dopo - avrebbe avuto bisogno di una capacità di comunicare ai propri cittadini, vale a dire ai destinatari della legge finanziaria stessa (forze sociali e soggetti economici) quali fossero gli obiettivi reali che la manovra intende perseguire.

Non mi riferisco chiaramente al dettaglio, sul quale nemmeno io posso adesso soffermarmi in soli dieci minuti, bensì al senso della manovra, composta dal disegno di legge finanziaria in esame ma anche dal decreto fiscale e da altri provvedimenti collegati, che esamineremo nel prosieguo della nostra discussione. Avremmo auspicato che la discussione nel paese si soffermasse maggiormente sui temi veri. Da questo punto di vista mi dispiace non aver ascoltato in aula l'intervento dell'onorevole Tabacci, che però leggerò sicuramente in un secondo momento. Si tratta, certamente, di un altro punto di vista - diverso dal mio - che pone tuttavia un tema importante, quello del futuro di questo paese e della elevazione di una discussione che, per l'appunto, si sofferma su questioni che molto spesso appaiono più macchiettistiche che reali.

Entro nello specifico di uno dei punti forse tra i più controversi di questa manovra, qual è appunto l'utilizzo della leva fiscale. Infatti, come mi è capitato di dire anche in occasione del decreto Visco-Bersani, sicuramente non è facile parlare di imposte, in particolare in questo paese. Non ritengo che le misure previste dal decreto-legge precedente, e dalla manovra finanziaria in genere, siano in sé risolutive di un problema come quello dell'evasione fiscale che, in questo paese, ha proporzioni gigantesche.

È evidente che bisogna creare una cultura differente; in tal senso, più che di una manovra politica «comunista» - che pure la mia parte politica potrebbe auspicare -, mi accontenterei di una manovra «calvinista»: dovremmo, cioè, renderci conto tutti che il paese non può non avere entrate sufficienti per garantire i servizi ed i servizi di qualità.

Ritengo che questa manovra, dal lato delle entrate, agisca in maniera efficace; vedremo naturalmente i risultati e giudicheremo successivamente, ma l'approccio mi sembra quello corretto. È difficile, in questa fase, far fronte ai tagli, da più parti chiesti, sul versante della spesa, a fronte della circostanza che molti tagli sono stati già operati ed in maniera anche indiscriminata dal Governo che ci ha preceduto, entrando, per così dire, nella carne viva del paese. È difficile «tagliare» in questa fase senza condizionare direttamente la qualità dei servizi; ritengo che al riguardo questo Parlamento e questo paese dovrebbero condurre una riflessione collettiva non sulla quantità, ma sulla qualità della spesa. Dobbiamo chiederci cosa noi offriamo ai nostri cittadini in cambio delle tasse che chiediamo loro; ritengo che sarebbe più facile - intervenendo gradualmente nel tempo; si tratta infatti di operazioni che non si possono compiere in pochi mesi - chiedere ai cittadini la compartecipazione che la nostra Costituzione prevede a fronte della prestazione di servizi di qualità. Credo che, invece, in questi ultimi anni vi siano stati un degrado della qualità dei servizi offerti dallo Stato ed una difficoltà, per enti locali e regioni, di far fronte ai nuovi bisogni ed alle esigenze che una popolazione che cambia, sia come composizione sia anagraficamente, obbliga a dovere considerare. Ritengo che, per l'appunto, dovremmo preoccuparci, nei prossimi anni, più che di come ridurre le tasse, di come spendere meglio le risorse che lo Stato riscuote attraverso la leva fiscale.

Ciò premesso, è evidente che attraverso la leva fiscale questa finanziaria si prefigge anche lo scopo di agire sul versante dell'equità. Da un lato si punta al recupero dell'evasione fiscale; dall'altro, si mira a realizzare una reale progressività dell'imposizione con maggiore adesione, quindi, al dettato costituzionale, di modo che le fasce più deboli e meno abbienti possano contribuire meno, considerato che guadagnano meno rispetto alle fasce più alte.

A tale riguardo, mi soffermo appena sul profilo dei rapporti tra poveri e ricchi. Vorrei, infatti, mi si consentisse al riguardo di osservare solamente, anche per rispondere a taluni interventi precedenti, che non ne facciamo una questione di lotta di classe (questione che pure la mia forza politica potrebbe porre); piuttosto, si tratta di una presa d'atto di una forbice che si allarga, di una quantità di persone, di famiglie, di giovani e di anziani che in questo paese hanno minore potere di acquisto e minore capacità di far fronte ai propri bisogni. Al contrario, esiste una fascia piccola, che si è ampliata nel tempo, di ricchi e super ricchi i quali hanno continuato a godere, negli anni scorsi, di privilegi e di aiuti consistenti riconducibili all'azione del Governo precedente.

Ci auguriamo che questa finanziaria dia un segnale importante; auspichiamo infatti - e mi rivolgo ai colleghi dell'opposizione - di poter lavorare per cinque anni e di avere, quindi, il tempo per compiere quegli interventi che non possono essere realizzati con una sola finanziaria, specie se varata a legislatura appena iniziata, ereditando, quindi, situazioni che non sono state generate dal Governo in carica.

Esprimo tale osservazione solo per ricordare a me stessa la questione del risanamento dei conti pubblici, che ha richiesto un intervento che si attesta intorno ai 14 miliardi. Certamente senza tale intervento la manovra sarebbe stata, da un lato, più leggera e, dall'altro, maggiormente ispirata agli altri due obiettivi, lo sviluppo e l'equità. Peraltro, ci auguriamo che ciò possa già avvenire dal prossimo anno; ricordo, solo a scopi informativi, che naturalmente la mia forza politica avrebbe voluto distribuire diversamente il peso del risanamento dei conti pubblici, proprio per evitare che sul prossimo anno, per così dire, si abbattesse, ed in tale entità, una così pesante scure. Ma ciò non è stato possibile; ci siamo, quindi, adoperati - noi come le altre forze della maggioranza - per far sì che, comunque, non venissero misconosciuti gli altri due obiettivi, appunto sviluppo ed equità.

Prima di concludere il mio intervento, svolgerò ancora un'ultima considerazione. Ritengo che maggiore attenzione debba essere posta al rapporto tra Stato ed enti locali. Lo asserisco non soltanto in conseguenza delle lamentele dei sindaci, che pure vi sono state e, in alcuni casi, sono anche giustificate. I cittadini, infatti, percepiscono molto il rapporto con il proprio ente locale ed è difficile, per chi amministra, essere posto di fronte alla scelta drammatica di tagliare un servizio o di aumentare l'imposizione. Ritengo che da tale punto di vista vada avviato in maniera più approfondita il dialogo con gli enti locali; ci auguriamo che a tale riguardo, in occasione del varo della prossima finanziaria, si arrivi più pronti, avviando prima il confronto con gli enti locali per evitare che vi possa essere una sovrapposizione di imposizione locale e di imposizione nazionale che, sì, potrebbe davvero danneggiare le fasce più deboli, quelle che noi vogliamo, per l'appunto, tutelare maggiormente.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Raisi. Ne ha facoltà.

 

ENZO RAISI. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi, questa è una finanziaria partita male, con promesse demagogiche, già sentite in campagna elettorale. Essendo da campagna elettorale, ci aspettavamo che tali argomentazioni, davanti alle gravi responsabilità che aveva dinanzi questo Governo, fossero in qualche modo accantonate e, piuttosto, si intraprendesse, con senso di responsabilità, la scelta decisionista che questo paese attende sulla via delle riforme.

Avete invece continuato a parlare del «buco»; ma, tale buco, non si è capito dove fosse e quale ne fosse l'entità. Avete quindi dichiarato che l'Italia, rispetto all'avanzamento mondiale dell'economia, accusava gravi ritardi, non tenendo conto del fatto che, in realtà, l'economia mondiale, in questi anni, ha, sì, conosciuto risultati estremamente positivi, ma solo con riferimento ai mercati americani e del far east; l'Europa, invece, ha segnato il passo. In Europa hanno segnato il passo soprattutto quei paesi, come Italia, Francia e Germania, che hanno gravi problemi strutturali; verifichiamo dunque tali problemi strutturali del nostro paese, che indubbiamente hanno destato preoccupazione in questi ultimi anni. Deficit strutturali che derivano dall'incapacità di comprendere cosa significhi la globalizzazione per le nostre imprese; deficit strutturali nel campo energetico e in quello delle infrastrutture (con conseguente incapacità di essere competitivi sul versante dei trasporti); deficit anche per quanto concerne i conti pubblici.

Dunque, ci attendevamo altro da questa finanziaria, che Prodi definirebbe «importante» ma noi soltanto imponente per i numeri: 34 miliardi di euro; se si aggiungono, poi, i 6 miliardi del decreto Visco-Bersani, la manovra finanziaria nel suo complesso raggiunge i 40 miliardi di euro. Di questi, solo 14 miliardi sono destinati al raggiungimento dell'obiettivo, da voi considerato importante e fondamentale, del famoso 3 per cento del rapporto deficit-PIL; percentuale che, peraltro, le ultime statistiche ci dicono sia già stata raggiunta nel primo semestre di quest'anno.

Dunque, quando i numeri sono questi - 14 miliardi solo per il taglio alle spese, ed il resto, in realtà, per un presunto impegno per lo sviluppo -, i dati, chiari ed evidenti, mostrano cosa significa questa manovra finanziaria.

Ma vediamo in termini costruttivi cosa avete fatto rispetto a quei deficit strutturali sui quali ritengo che qualsiasi persona di buon senso, che conosca l'economia del nostro paese, concordi.

Dopo gli impegni importanti assunti dai precedenti Governi, anche grazie alla legge obiettivo, avete sospeso ogni possibilità di rilancio delle grandi infrastrutture di questo paese e addirittura alcune, come il ponte sullo stretto di Messina, le avete cancellate.

Poco o nulla è previsto nel campo dell'energia, ahimé, e lo sottolineo perché fui relatore, nella scorsa legislatura, di un provvedimento in materia. Avete cancellato l'impegno - fra l'altro, bipartisan - assunto da questo Parlamento con la legge sulla internazionalizzazione per investire nel settore degli sportelli unici internazionali e nell'aiuto e accompagnamento delle nostre imprese all'estero. Cito, come elemento vergognoso, il fatto che l'unico finanziamento che siete riusciti a ricavare attiene all'articolo 128-bis; mi riferisco ai famosi 14 milioni di euro che avete regalato ad un senatore eletto all'estero per finanziare, immagino, qualche giornalino o qualche manifestazione culturale. Avete comprato questo senatore con 14 milioni di euro!

Nessun seguito avete dato al significativo impegno che avevamo assunto nella scorsa legislatura in materia di commercio estero...

 

PRESIDENTE. Onorevole Raisi...

 

ENZO RAISI. Questo disegno di legge finanziaria non presta la minima attenzione allo sviluppo delle nostre imprese e non rivela alcuna intenzione di proseguire sulla via maestra del superamento del deficit infrastrutturale che abbiamo e che sicuramente penalizza le nostre imprese. Avete riciclato vecchi leit-motive come quello dei contributi per la rottamazione dei frigoriferi. Mi domando per quale motivo...

 

PRESIDENTE. Onorevole Raisi, la domanda se la ponga nel corso di un altro intervento, per favore!

 

ENZO RAISI. ... tra tutti gli elettrodomestici che ci sono in una casa solamente il frigorifero benefici dei contributi per la rottamazione. Basta verificare chi produce i frigoriferi in Italia!

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Rao. Ne ha facoltà.

 

PIETRO RAO. Signor Presidente, contrariamente all'onorevole Tabacci - di cui comprendo la delusione, per così dire, nell'osservare un Parlamento quasi disinteressato alla discussione di un provvedimento tanto importante quale è il disegno di legge finanziaria - considererò virtualmente presenti sia il ministro competente sia il Presidente del Consiglio dei ministri.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, il neonato Movimento per l'Autonomia, che rappresento e che per la prima volta, per ovvi motivi, è presente come componente del gruppo Misto in Parlamento, nel contesto di un dibattito sul disegno di legge finanziaria non può assolutamente esimersi dall'esprimere la propria posizione ed il proprio giudizio critico sulle misure che stanno per essere approvate.

Ciò che maggiormente ci ha colpito in queste ultime settimane è stato il turbinoso valzer di cifre che il ministro dell'economia ha tentato di porre all'attenzione di tutte le forze politiche. Inoltre, è apparso in maniera chiara e inequivocabile come proprio sui numeri lo stesso ministro dell'economia «scivoli», per le enormi difficoltà che incontra sia nel definire le cifre della manovra economica per l'anno 2007 sia nel riferirle correttamente in Parlamento.

Tanto per cominciare, si era ipotizzata una manovra da 35 miliardi di euro. Tuttavia, i dati relativi alla forte crescita delle entrate avevano convinto i tecnici, su sollecitazione degli alleati più riottosi, a ridurre in misura sostanziale la stangata, portando la manovra economica a 30 miliardi di euro. Successivamente, è stata portata a 33,5 miliardi di euro e, quindi, ulteriormente aumentata per dare maggiore impulso alle dinamiche economiche. In queste ultime ore, con una scansione temporale quasi cronometrica, assistiamo ad altri ritocchi.

In tali condizioni, restiamo esterrefatti e privi di orientamento, in quanto è difficile individuare punti di riferimento e motivi di critica politica. Signor ministro, a questo punto ci viene spontaneo chiederle, tutto considerato, se non sia il caso di mettersi d'accordo, oltre che con se stesso, anche con gli altri rappresentanti di Governo e con tutti i partiti che compongono questa maggioranza, nonché con tutti i suoi tecnici, e se non sia il caso di farsi spiegare come mai i conti non tornino, prima di presentarsi ad un appuntamento non certo di secondaria importanza, come quello di una manovra finanziaria.

Appare chiaro che il modo in cui è confezionato questo disegno di legge finanziaria, fatto di bozze diramate e poi smentite dopo che tutti i settori interessati hanno alzato barricate, trovando, spesso, una sponda in qualche partito di maggioranza, non può non essere considerato al limite dell'irrazionale. Appare chiaro, inoltre, quanto confuse e poco chiare siano le idee all'interno di questa maggioranza. Dal disegno di legge finanziaria di questo Governo, o dal suo cilindro magico, esce ogni giorno una sorpresa. Prima, l'imposta di successione sparisce, travestita da tassa di registro; poi, ricompare come d'incanto. Avevate proposto a tutte le imprese, piccole, medie e grandi, di trasferire il TFR all'INPS. Invece, secondo le ultime notizie ne sono esentate tutte le imprese il cui numero di dipendenti arrivi a 50 unità. Compaiono l'aumento dell'imposta di bollo sui SUV e l'esenzione dal bollo per le autovetture euro 4 che, poi, scompare. Ci informate di massicce assunzioni nel mondo della scuola ma, secondo le ultime notizie, saranno «tagliati» 50 mila posti per tutti i precari. Ci pare che regnino veramente molta confusione e poca capacità di gestione di questa manovra economica.

Non si può certamente governare all'insegna dell'improvvisazione. Ci rendiamo perfettamente conto dei tira-e-molla che esistono tra tutti i partiti dell'Unione e di come non sia facile conciliare posizioni contrapposte, specie quando nell'aria aleggiano minacce di non supportare il provvedimento con il voto. Ne abbiamo avuta esperienza in sede di Commissione bilancio, in cui un modesto dibattito si è svolto sull'emendamento a favore del senatore Pallaro, quello concernente i 14 milioni di euro: questa ne è la più palese testimonianza.

Nella storia della Repubblica non avevamo mai assistito alla discesa in piazza di tutte le categorie professionali che manifestavano la propria protesta. A tale proposito, per una forma di rispetto e di sensibilità, noi invitiamo il Presidente del Consiglio dei ministri a chiedere scusa a tutti gli italiani per aver dichiarato di non tenere in debita considerazione le proteste di piazza da parte di tutte le categorie poiché, con queste dichiarazioni, ha mancato di rispetto nei confronti di chi lavora e produce nel nostro paese. Le categorie professionali, con la manifestazione del 12 ottobre scorso, hanno esternato tutto il loro dissenso, sottolineando anche come questo Governo abbia abrogato, di fatto, se non di diritto, lo statuto del contribuente, continuamente violato e calpestato quando si tenta di introdurre il concetto della retroattività delle norme in materia fiscale, cosa mai accaduta prima. Chiediamo, in virtù di ciò, che si abbia maggiore rispetto per famiglie, imprese e professioni, sempre che questi principi rientrino nelle logiche di una sinistra radicale.

Mi faccio portavoce di queste categorie per esprimere tutte le preoccupazioni del caso perché il decreto Bersani-Visco, prima, e il disegno di legge finanziaria, oggi, offrono forti motivi di apprensione. In particolare, riteniamo doveroso intervenire nel merito dei tanti provvedimenti normativi che, direttamente o indirettamente, recano danno a tutti i lavoratori autonomi, fingendo di perseguire obiettivi di liberalizzazione e di sviluppo del paese. Non si può legiferare senza ascoltare le parti sociali, senza aprire un tavolo di concertazione e aumentando e imponendo d'autorità, e nella assoluta mancanza di rispetto, le incombenze burocratiche (si vedano l'articolo 35, comma 2, della legge n. 223 del 2006, il decreto Bersani-Visco, l'obbligo di allegare l'elenco clienti e fornitori, l'obbligo di apertura di un conto corrente e così via). Con questo dibattito parlamentare cercheremo di porre rimedio alle tante vessazioni che si vogliono imporre con un autoritarismo e uno statalismo di basso livello.

Ancora brutte sorprese per le piccole e medie imprese, per le quali il tanto decantato cuneo fiscale non sortirà effetto alcuno. Come se non bastasse, a loro carico volete imporre l'innalzamento dei contributi previdenziali, l'aggravio di dieci punti percentuali per gli apprendisti e il mancato sgravio delle aliquote INAIL per l'artigianato.

Oltre al danno, la beffa! A nostro avviso, questa legge finanziaria è assolutamente sbilanciata sul lato delle entrate, con un aumento notevole della pressione fiscale, e poco incisiva sul versante della spesa. In ultima analisi, è una manovra iniqua e fortemente punitiva per tutte le categorie sociali.

Ci sembra opportuno darle un consiglio: non vesta i panni di Robin Hood, che toglie ai ricchi per dare ai poveri, perché, molto sinceramente, è un ruolo che non recita molto bene e che non le si addice.

Il malumore serpeggia in tutte le categorie e rischia di creare un insieme di situazioni che possono innescare forti conflitti sociali, di mettere una contro l'altra le varie categorie produttive del paese quando vengono accusate da questo Governo di essere tutte composte da evasori fiscali. Altro che unire il paese!

Pur condividendo le buone intenzioni di questo Governo di combattere l'evasione fiscale, certamente non possiamo condividere gli strumenti, che sono a dir poco fortemente repressivi, al limite della limitazione della libertà dei cittadini, se così li possiamo ancora chiamare dopo questa manovra.

Questi provvedimenti rischiano di provocare effetti disastrosi sulla capacità di spesa e sui consumi delle famiglie italiane e, quindi, sulle attività del comparto. La manovra andrà ad incidere ancora nei bilanci delle famiglie a causa degli aumenti che vengono introdotti su molti fronti di spesa dei cittadini.

Auspichiamo una inversione di tendenza, con significative modifiche di quella linea politica del Governo, linea che pensavamo fosse ormai definitivamente tramontata. Anche in questo senso ...

 

PRESIDENTE. La ringrazio....

 

PIETRO RAO. Mi perdoni, Presidente, ma abbiamo 19 minuti a disposizione!

 

PRESIDENTE. Sì, ma il suo gruppo ha deciso che lei poteva utilizzare solo 9 minuti e 30 secondi.

 

PIETRO RAO. No, si era detto di utilizzarli tutti, se mi permette.

 

PRESIDENTE. Mi dispiace, ma il suo gruppo ha iscritto anche altri colleghi.

 

PIETRO RAO. Ne avevamo 19 a disposizione!

 

PRESIDENTE. Mi dispiace per lei, ma qui ho scritto 9 minuti e 30 secondi. Il suo tempo è esaurito.

 

PIETRO RAO. Presidente, mi pare che questa fiscalità sia eccessiva, se mi consente.

 

PRESIDENTE. Non è una questione di fiscalità: lei ha ampiamente superato il tempo che le è stato assegnato.

 

PIETRO RAO. Noi avevamo 19 minuti assegnati! Mi perdoni se insisto.

 

PRESIDENTE. Mi permetta di insistere nel precisarle che domani mattina è iscritto un altro collega della componente del suo gruppo, l'onorevole Reina, per i minuti restanti.

 

PIETRO RAO. Allora, Presidente, chiedo l'autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto stenografico della seduta odierna del testo integrale del mio intervento.

 

PRESIDENTE. La Presidenza lo consente, sulla base dei criteri costantemente seguiti.

È iscritto a parlare l'onorevole Galletti. Ne ha facoltà.

 

GIAN LUCA GALLETTI. Signor Presidente, utilizzerò i miei dieci minuti per svolgere una considerazione sui numeri generali di questa manovra finanziaria e per affrontare due temi specifici: TFR ed enti locali. Scelgo questi due temi perché penso che al riguardo il Parlamento debba fare uno sforzo per migliorare la bozza di legge attuale. Ritengo infatti che, così come è stato predisposto, il provvedimento sia del tutto insoddisfacente.

Questa manovra è di 33, 4 miliardi di euro, di cui solo 14,8 servono per riportare il deficit tendenziale del 2007 sotto il 3 per cento; per intenderci, per rispettare il famoso patto che abbiamo sottoscritto con l'Europa. Gli altri 18,6 miliardi di euro sono una scelta autonoma di questo Governo, che ha deciso di intervenire in vari settori.

Mi permetto di sottolineare che 14,8 miliardi di euro rappresentano per questo paese una manovra normale, non una manovra straordinaria; se questo Governo avesse scelto solo di rientrare nei parametri di Maastricht, senza fare altri interventi, sarebbe dovuto intervenire, per questa cifra - circa 15 miliardi di euro -, con una manovra rientrante nella media di tutte le manovre finanziarie realizzate negli ultimi dieci anni. Quindi, essa non avrebbe avuto un grande impatto per i cittadini italiani. Tengo a dire questo perché non è vero quanto si afferma sui giornali e nelle trasmissioni televisive, cioè che si è stati costretti a predisporre una manovra così imponente per l'eredità lasciata dal precedente Governo.

Quello che non torna, in questi numeri, è il confronto tra il DPEF e la legge finanziaria. Per la verità, tornano i numeri, ma non tornano i contenuti. Se noi andiamo a vedere il DPEF, che questo Parlamento ha votato alla fine di luglio, le idee della maggioranza erano molto chiare; si sosteneva che per reperire i 35 miliardi che servono per gli interventi strutturali e per il rientro nei parametri del patto di Maastricht si doveva intervenire in maniera forte su quattro settori della spesa pubblica: il sistema pensionistico, il servizio sanitario, l'amministrazione pubblica e gli enti locali (questo perché l'80 per cento della spesa pubblica è concentrata proprio in questi comparti).

Davanti a questo discorso così chiaro della maggioranza, fatto a luglio in sede di discussione del DPEF, noi avemmo dei dubbi su come votare, perché lo consideravamo molto logico. Mi ricordo che il discorso che mi convinse di più fu proprio quello dell'onorevole Tabacci, che disse che tale ragionamento, però, era così generico che avrebbe lasciato al Governo le mani libere per stravolgere i contenuti del DPEF al momento della presentazione del disegno di legge finanziaria. E così è avvenuto!

Quando andiamo ad esaminare la finanziaria, vediamo che non c'è più alcun collegamento con il DPEF. E guardate che il DPEF è proprio l'anticamera della legge finanziaria, ne indica le linee programmatiche! Tra quei quattro, ci si è dimenticati di due settori fondamentali: il sistema pensionistico e l'amministrazione pubblica. Non intervenendo su quei due settori, chiaramente non si è agito sulla spesa, ma si è dovuto agire sul lato delle entrate. Se andiamo ad esaminare la manovra nel suo complesso, constatiamo che i 35 miliardi sono composti per l'81 per cento da nuove imposte e da nuove entrate e solo per il 19 per cento da tagli alla spesa. Se ai tempi del DPEF avessimo saputo che la ripartizione nella ricerca dei fondi sarebbe stata questa, saremmo stati i primi a sostenere che la manovra andava ridotta nel suo complesso.

La manovra di 35 miliardi aveva un senso se si operava sulla spesa; non ha più senso nel momento in cui si punta sulle nuove entrate. Non ci vuole un economista di rilievo per capire che in un momento di espansione economica, come quello che stanno vivendo l'Europa e l'Italia in questo periodo, va evitata assolutamente una manovra volta ad aumentare le imposte ai cittadini ed alle imprese, perché così non si fa altro che ridurre i consumi delle famiglie e ridurre la produzione di beni e servizi da parte delle imprese, portando il paese in una nuova recessione.

Se noi avessimo saputo che l'idea era questa, probabilmente vi avremmo chiesto di contenere la manovra nei 15 miliardi e di lasciare perdere quelle manovre, che voi chiamate per lo sviluppo, di 20 miliardi. Quelle manovre, che pur ci sono - il cuneo fiscale è una di queste, per l'amor di Dio! - , sono compensate da maggiori imposte che gravano sulle imprese e sulle famiglie. Praticamente, togliamo da una parte per dare dall'altra, solo che creiamo squilibri sociali molto forti.

Ho scelto di parlare del TFR perché penso che la soluzione individuata nell'accordo raggiunto fra Governo, sindacati e Confindustria sia peggiore della soluzione che era stata ipotizzata nella prima bozza della finanziaria, che parlava di un trasferimento forzoso del TFR inoptato rispetto ai fondi integrativi, nella misura del 50 per cento, dalle imprese all'INPS, che lo avrebbe utilizzato per interventi infrastrutturali. Secondo l'accordo raggiunto con i sindacati e Confindustria, sono escluse le aziende che hanno meno di 50 dipendenti, mentre quelle che hanno più di 50 dipendenti devono trasferire il 100 per cento del TFR.

Così noi procuriamo un doppio danno; il primo al sistema economico, perché stiamo dicendo alle imprese piccole, quelle che hanno meno di 50 dipendenti, che conviene loro rimanere piccole, mentre se c'è un problema che questo paese ha dal punto di vista industriale è proprio quello della dimensione troppo piccola delle imprese che devono stare sul mercato globalizzato.

Queste aziende hanno bisogno di crescere, perché nella crescita trovano la competitività con le altre imprese. È chiaro che, così facendo, a nessun imprenditore che ha 40-45 dipendenti scatterà quella molla imprenditoriale per crescere ulteriormente. Condanniamo, come è stato detto più volte, al nanismo imprenditoriale il nostro sistema economico.

Operiamo anche una grande discriminazione fra i lavoratori. Mi dite perché il lavoratore di un'azienda con 48 dipendenti può beneficiare del suo TFR, lasciandolo all'imprenditore, con una sicurezza molto forte e, invece, il lavoratore che svolge la propria attività in un'azienda con 51 dipendenti si vede trasferire interamente il suo TFR all'INPS? Per il lavoratore non è la stessa cosa!

Non voglio fare del terrorismo, ma se esiste un credito tutelato è proprio quello del dipendente verso l'impresa a causa del TFR. In questo caso, in primo luogo vi è la solidità dell'impresa a garanzia del lavoratore, ma in mancanza, nel caso di fallimento dell'impresa, il TFR è un credito privilegiato rispetto a tutti gli altri crediti. Se ciò non bastasse, esiste un fondo di garanzia dello Stato che interviene a favore del dipendente perché rientri in possesso del suo TFR. Nella mia breve carriera professionale non ho mai visto un lavoratore di un'impresa fallita non rientrare in possesso del suo TFR. Invece, quando questo fondo andrà all'INPS, il TFR del dipendente sarà soggetto alle decisioni politiche dei Governi che si succederanno da qui a 35 anni; quindi, si tratterà di un credito poco tutelato. Ritengo che su tale tema il Parlamento debba intervenire ulteriormente, al fine di evitare l'attuazione di una discriminazione così forte.

Per quanto riguarda gli enti locali, tale problematica è rimasta ancora sul tavolo; non lo dico solo io, ma anche sindaci di centrodestra e di centrosinistra. L'accordo raggiunto con gli enti locali è falso. Vi è una diminuzione di tagli pari a 600 milioni di euro che viene compensata escludendo dal patto di stabilità le grandi opere del CIPE. Occorre che il Parlamento intervenga, in quanto gli enti locali non possono sopportare un taglio pari a 2,2 miliardi di euro, altrimenti dovranno agire aumentando le tasse locali; mi riferisco in particolare all'IRPEF, all'ICI, alla tassa di soggiorno e a quella di scopo.

L'addizionale IRPEF è un'imposta odiosa, in quanto colpisce sia i redditi bassi sia quelli alti, senza alcuna distinzione. In tal modo, si viola l'articolo 53 della Costituzione. L'ICI colpisce la prima casa anche di coloro che hanno acceso un mutuo per poterci rimanere dentro. Ritengo che, con riguardo agli enti locali, si debba procedere ad un miglioramento dell'accordo raggiunto, nell'interesse dei cittadini, degli enti locali stessi e dei sindaci.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Fiano. Ne ha facoltà.

 

EMANUELE FIANO. Signor Presidente, prendo spunto dall'intervento dell'onorevole Galletti, per il quale nutro profonda stima. Sarebbe augurabile che tutte le critiche alla finanziaria fossero formulate con questa razionalità e con questa calma. Se c'è una cosa che emerge dal ragionamento che stiamo svolgendo sulla legge finanziaria, è che il ruolo del Parlamento dovrebbe essere non quello di battagliare per mero schieramento, ma di contribuire insieme ad un miglioramento.

Avendo a disposizione pochi minuti, imposterò il mio ragionamento relativamente a due questioni: la prima riguarda il merito della finanziaria, che difendo; la seconda concerne il metodo con il quale giungere al disegno conclusivo della finanziaria, sul quale forse alcune critiche sono anche plausibili.

Con riferimento a questo secondo punto, posso solo affermare che la centralità del Parlamento e del dibattito dovrebbe essere sempre salvaguardata.

Per quanto riguarda invece il merito, partiamo da un ragionamento, presente già nel DPEF, che si concentrava in tre slogan: rigore, equità, sviluppo. Su questi tre slogan la finanziaria mantiene le promesse.

Ci siamo trovati nell'esigenza forte di attuare una politica di rigore, cioè di risanamento. Infatti, questa maggioranza, al momento del suo insediamento, ha dovuto risanare un rapporto deficit-PIL pari al 4,6 per cento; ricordo che la manovra stanzia per il risanamento 15,2 miliardi di euro per riportarlo nel corso dell'anno prossimo al 2,8 per cento, vale a dire al di sotto di quel 3 per cento che per cinque anni non è mai stato raggiunto da chi ci ha preceduto. La manovra di risanamento è in totale pari all'1,8 per cento del nostro prodotto interno lordo, cioè più del doppio di quanto previsto dal Governo Berlusconi. Noi, con questa manovra di risanamento, riporteremo l'avanzo primario al 2 per cento.

Sono dati poco percepibili dai cittadini che ci ascoltano, ma riguardano la salute o la malattia dei conti complessivi di un paese. Aver trovato l'avanzo primario a zero e riportarlo al 2 per cento significa aver pensato al futuro, a medio e lungo termine, di questo paese e non soltanto al confronto politico sui numeri di questa finanziaria.

Siamo convinti che la manovra incida sulla struttura dei conti e, per tale motivo, ci aspettiamo di poter ridurre il peso fiscale sul contribuente a partire dal 2008.

Una critica ricorrente è che il peso obbligatorio di questa manovra avrebbe potuto essere solo di 15 miliardi di euro, comprendendo soltanto i soldi necessari a risanare il buco. Ma se avessimo pensato solo a quella parte della manovra, con un intervento pari a 15-16 miliardi, sarebbe stata esclusa qualsiasi politica di investimenti pubblici. Invece, abbiamo avvertito la necessità di finanziare opere pubbliche, di far riaprire i cantieri autostradali e di finanziarie le ferrovie.

Le entrate in questa manovra crescono di circa 23 miliardi di euro, ma ciò non vuol dire che la manovra sia di 23 miliardi di peso fiscale sui contribuenti. Infatti, da questi 23 miliardi vanno sottratti i 6 miliardi del TFR, 7 miliardi sono imputabili al recupero dell'evasione fiscale e solo alcuni miliardi sono imputabili all'aumento del peso fiscale.

Quindi, con questa manovra si mantiene quanto sostenuto già nel DPEF, vale a dire una politica di rigore, equità e sviluppo. In ciò crediamo e difenderemo in Parlamento questa finanziaria (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole De Corato. Ne ha facoltà.

 

RICCARDO DE CORATO. Signor Presidente, rappresentante del Governo, credo che questa finanziaria - lo ha detto poco fa l'onorevole Galletti - abbia fatto pagare un conto molto pesante agli enti locali.

Ricorderò in quest'Aula non quanto sostenuto dal sindaco di Milano, ma quello che hanno detto i sindaci di grandi città, dal sindaco di Bologna, Cofferati, al sindaco di Venezia, Cacciari, che addirittura è sceso in piazza. Quest'ultimo, credo, sia l'unico sindaco, ad oggi, ad essere sceso in piazza insieme ad una categoria come quella degli artigiani. Inoltre, le dichiarazioni del presidente dell'ANCI, il sindaco di Firenze Domenici, testimoniano che il taglio operato nei confronti degli enti locali è duro e ve ne accorgerete tra qualche mese, quando - qualcuno lo sta già facendo - gli enti locali dovranno presentare i bilanci: saranno durissime notizie per gli italiani!

Dove governiamo, come a Milano, spiegheremo che le mani nelle tasche dei milanesi le ha messe Prodi, che i tagli che vi saranno agli stanziamenti per gli anziani, ai disabili, ai servizi sono dovuti al suo operato, perché, quando in una città come Milano si opera un taglio di 100 milioni di euro, è chiaro che si interviene sulla parte corrente e, quindi, sulla spesa sociale, soprattutto quella destinata alle categorie più bisognose. Questa è l'operazione che avete fatto con la legge finanziaria. Costringete i comuni a fare da gabellieri. Dove governiamo noi, cercheremo di non fare da gabellieri, come ci costringete a fare. A Milano, per esempio, cercheremo di non aumentare l'ICI, come voi ci inducete a fare avendo aumentato l'aliquota e, anzi, tenteremo addirittura di ridurla per fasce dirette; né, peraltro, intendiamo introdurre tasse di scopo, come voi invece ci autorizzate a fare.

Questa è una legge finanziaria soprattutto contro il nord e contro Milano, nonostante qualche mese fa abbiate dato dei segnali diversi, ma era solo fumo. È bastata la presentazione della finanziaria e quello che era il «tavolo per Milano», inaugurato dal Presidente del Consiglio e dal sottosegretario Letta, si è rivelato, almeno per il momento, soltanto un tavolo di fumo. Per Milano e per gli enti locali - ad eccezione di Roma, che è stata largamente premiata, ma non è una novità che venga premiata a scapito non solo di Milano ma anche di tutti gli altri grandi comuni - non vi è stato alcun occhio di riguardo, nonostante siano state attivate diverse «falegnamerie» istituzionali. È stato istituito un tavolo, ma il Governo di centrosinistra, appena presentata la finanziaria, ha dimenticato Milano e la Lombardia, in particolare il suo ruolo di traino dell'economia nazionale, perché Milano non è un comune assimilabile agli altri proprio perché, appunto, fa da traino all'intero paese.

La manovra ha dimenticato le infrastrutture; ad eccezione della Pedemontana, di tutto il resto, delle opere pubbliche di cui hanno bisogno Milano e la Lombardia non si parla più. Ciò che è peggio è che per Milano, essendo uno dei pochi grandi comuni italiani considerato virtuoso in quanto è rimasto nei parametri del patto di stabilità interno, la buona amministrazione diventa addirittura un handicap, perché la finanziaria toglie ai comuni virtuosi la possibilità di grandi recuperi lavorando sulla macchina comunale.

Vorrei concludere riferendomi brevemente alla sicurezza...

 

PRESIDENTE. Ha già abbondantemente superato il tempo a sua disposizione. Affronterà questo tema nel suo prossimo intervento.

Constato l'assenza dell'onorevole Ferrari, iscritto a parlare; si intende che vi abbia rinunziato.

È iscritto a parlare l'onorevole Antonio Pepe. Ne ha facoltà.

 

ANTONIO PEPE. Signor Presidente, rappresentante del Governo, colleghi, la legge finanziaria è lo strumento attraverso il quale il Governo, nel rispetto delle linee guida del DPEF, deve disegnare una strategia economica e definire gli strumenti operativi di finanza locale.

Questa legge finanziaria 2007 è fortemente lacunosa sia nella definizione di una strategia economica sia nella individuazione di strumenti per attuarla. Essa si caratterizza per una produzione normativa senza precedenti, che agisce e interferisce in tutti i settori strategici senza rendere il sistema Italia più equo, più efficace e più efficiente.

Non interviene significativamente sulla spesa pubblica e, letta insieme al decreto Visco-Bersani del luglio scorso ed al decreto-legge collegato, ora all'esame del Senato, crea un freno allo sviluppo del paese. Essa, a causa di misure incomprensibili, per certi versi punitive dei ceti sociali produttivi, rischia di non far cogliere al nostro sistema economico le opportunità di crescita che il contesto internazionale offre.

La manovra Padoa Schioppa è piena di tasse, locali e nazionali, di addizionali e di adempimenti punitivi a carico del contribuente. A causa di questa manovra l'Italia diventa, tra i paesi dell'Unione europea, quello con la più alta pressione fiscale.

Contrariamente a quanto promesso in campagna elettorale, il Governo mette le mani nelle tasche degli italiani. Oltre i due terzi della manovra, infatti, si basano su aumenti di imposte. Tale approccio al sistema di tassazione è il risultato di una concezione punitiva del fisco, un sistema che fonda il suo programma sull'auspicio che «anche i ricchi piangano» e che fa dell'invidia sociale un metodo di aggregazione politica. Un vero sistema fiscale di approccio liberale dovrebbe invece essere il meno invasivo possibile e garantire l'equità sociale senza accanimenti verso il frutto del lavoro e della ricchezza.

Quello che ancora di più stupisce nel provvedimento è che il Governo considera ricchi coloro che dichiarano 40 mila euro di reddito lordo l'anno. Si evidenzia la volontà di rivalersi verso il ceto medio, che è storicamente lo zoccolo duro del voto moderato di centrodestra.

Sul fronte del contenimento della spesa pubblica, la manovra è del tutto inefficace ed è quasi esclusivamente basata su nuove entrate, mentre il sistema di assistenza sociale viene minato alla base a causa dei cospicui tagli agli enti locali.

Gli interventi su scuole ed università non sono legati a veri meccanismi di meritocrazia ed anche per la ricerca si è fatto poco o nulla, se è vero che, addirittura, era stato dimenticato di inserire nel provvedimento anche il riferimento al 5 per mille.

La perseguita equità sociale è un obiettivo solo annunciato che non si coglie nella manovra di bilancio. Una equità autentica non si ottiene con una semplice rimodulazione degli scaglioni fiscali: l'equità si ottiene rendendo servizi essenziali - penso alla sanità, alla scuola, ai servizi sociali - disponibili a tutti ed a costi accessibili. La manovra, invece, sacrifica alla rimodulazione della progressività delle imposte sulle persone fisiche una vera e giusta equità fondata sulla capacità di rispondere alle richieste dei cittadini a livello locale. Per di più, il sistema ideato è basato sulle detrazioni e non sarà efficace verso tutti i contribuenti con redditi inferiori ai 40 mila euro. Molti pagheranno di più e, per evitare questo, sarebbe stata necessaria una clausola di salvaguardia - noi avevamo presentato un emendamento in tal senso - che garantisse quantomeno il trattamento di maggior favore tra i due sistemi fiscali.

La vera solidarietà e sussidiarietà si sarebbe dovuta realizzare attraverso politiche volte ad aiutare gli incapienti, dando a coloro che sono ai margini del sistema produttivo un'occasione per essere reinseriti nel sistema lavorativo con incentivi ed aiuti mirati. Occorreva, inoltre, una vera rivisitazione della politica fiscale a favore della famiglia, aiutando concretamente - e non solo a parole, come si fa in questa finanziaria - le famiglie numerose, e quelle con anziani e handicappati. Ha ragione quel lettore de l'Unità che su Internet ha scritto che grazie a questa finanziaria potrà finalmente comprare un frigorifero nuovo, ma che avrà difficoltà a poterlo riempire. Questa legge finanziaria preoccupa il cittadino comune, soprattutto quello a reddito medio basso o senza reddito, perché, a fronte di una limitata riduzione di pochi euro di IRPEF, si troverà a dover fronteggiare incrementi di imposte locali, addizionali varie e ticket per servizi anche sanitari.

Gli investimenti per lo sviluppo sono finanziati con un artificio contabile basato sulla iscrizione nelle entrate del prelievo del TFR dalle aziende, che invece rimane pur sempre un debito verso i lavoratori.

L'iscrizione nelle voci attive di questa posta di bilancio è del tutto pretestuosa e tecnicamente errata e non potrà essere fonte di finanziamento di opere pubbliche.

Un discorso più approfondito meritano gli enti locali. Per tali istituzioni è improponibile il taglio previsto. I comuni, in particolare, sono il terminale di quella giustizia sociale e di quella sussidiarietà verso i cittadini meno abbienti; cittadini che non possono e non devono rimanere soli, senza una rete di protezione sociale. Ma ancora più grave è il fatto che gli enti locali, per far fronte alle spese incomprimibili, saranno autorizzati e di fatto invogliati ad inserire un livello di tassazione locale ancora più invasivo e dannoso. Penso alla tassa di soggiorno, che è in palese contraddizione rispetto a quelle politiche di «marketing territoriale» che tutti i territori pongono in essere per attrarre turisti. Paradossalmente, da un lato incentiviamo le visite alle nostre città e, dall'altro, tassiamo i turisti ed i visitatori.

Lo stesso dicasi per le tasse di scopo, introdotte in questo disegno di legge finanziaria, che rischiano di divenire la fonte di finanziamento di opere pubbliche che, invece, dovrebbero essere a carico dello Stato.

Questa manovra, anche nella parte della riduzione del cuneo fiscale, si rivela inefficace. Il taglio previdenziale si traduce in una partita di giro per le aziende ed il beneficio per il lavoratore non appare sufficiente. In più, viene sottratto alle aziende uno strumento di autofinanziamento vitale per fare fronte ad investimenti in beni a fecondità ripetuta.

Le imprese saranno costrette ad indebitarsi verso il sistema bancario, dovendo quindi far fronte anche al costo del denaro che, ultimamente, tende a crescere a causa di un indebito innalzamento dei tassi di interesse.

Non meno gravi sono gli effetti degli adempimenti fiscali in genere, che si traducono in un maggior costo di gestione delle attività commerciali ed imprenditoriali.

Già molti adempimenti fiscali sono stati introdotti con il decreto Bersani-Visco. Altri sono stati introdotti con il decreto-legge attualmente all'esame del Senato e che questa Camera ha approvato poco tempo fa. In particolare, con il decreto Bersani-Visco si è tornati indietro di anni, nel momento in cui si è pensato di eliminare per alcune fattispecie la valutazione catastale.

Inoltre, il Governo, sulla base di un suo emendamento, ha previsto di non poter più procedere all'utilizzo automatico dei crediti nel modello F24 per i pagamenti delle imposte e tasse. Una previsione sicuramente punitiva; è, infatti, grave che il Governo abbia proposto una misura che prevede che per l'utilizzo di crediti vantati dal contribuente si debba preventivamente chiedere l'autorizzazione all'Agenzia delle entrate tramite comunicazione telematica.

Tutto ciò è un'involuzione culturale che individua nel contribuente il nuovo suddito che, anche per far valere i propri diritti, deve essere autorizzato preventivamente. Si spezza definitivamente il rapporto di collaborazione tra fisco e contribuente a danno dell'intero sistema.

Qualche anno fa il Parlamento ha approvato lo statuto del contribuente. Si era detto che si trattava di una norma civile che avrebbe fatto fare un passo in avanti al nostro paese in campo fiscale. Purtroppo, in sei mesi di Governo Prodi abbiamo visto che lo statuto del contribuente è stato continuamente e ripetutamente dimenticato e calpestato.

Tutto ciò non è sicuramente giusto! L'intera legge finanziaria, quindi, non ci piace. Fa tornare indietro il paese di anni e pone le premesse, contrariamente a quanto affermato dal Governo, per un aumento dell'evasione e del contenzioso tributario. Tutto questo - ripeto - ci fa tornare indietro di anni (Applausi dei deputati del gruppo Alleanza Nazionale)!

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Fabbri. Ne ha facoltà.

 

LUIGI FABBRI. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi, vorrei svolgere una riflessione sui tre slogan che vengono ripetuti frequentemente anche in quest'aula: mi riferisco al risanamento, allo sviluppo ed all'equità. Li abbiamo sentiti anche in sede di esame del DPEF e, quindi, ho l'impressione che siano veramente degli slogan, perché al Governo, come ho già detto qualche collega, bastavano 14,8 miliardi per riportare il deficit tendenziale nel 2007 dal 4 al 2,8 per cento e ciò serviva per rispettare gli impegni con l'Unione europea.

La manovra però è molto più consistente. È passata dai 34 miliardi ai 40 con gli interventi che si sono resi necessari per compensare la sentenza sull'IVA per l'auto aziendale. Quindi 18,6 miliardi di euro servono per finanziare scelte discrezionali di politica economica.

Queste misure vengono definite pomposamente politiche a sostegno dello «sviluppo» - è la prima delle tre parole magiche - e fra queste rientrano sia il taglio del cuneo fiscale, legato dirigisticamente ai contratti a tempo determinato, sia semplici iniziative di spesa, come il rifinanziamento dei cantieri delle ferrovie, il rinnovo contrattuale del pubblico impiego, appena compiuto, nuovi finanziamenti alle poste, la missione in Libano, compresi fondi vari a disposizione dei singoli ministeri, il più delle volte insufficienti. Penso al fondo infrastrutture (è insufficiente), a quello per la famiglia, per i portatori di handicap e per l'occupazione (sono del tutto insufficienti). È stata utilizzata anche un po' di finanza creativa (di cui è stato sempre rimproverato al ministro Tremonti). Faccio un esempio per tutti: il trasferimento all'INPS del TFR, invece, di dirottarlo alla previdenza integrativa che così, grazie a voi, non decollerà.

 

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE GIORGIA MELONI (ore 20,30)

 

LUIGI FABBRI. La manovra prevede più di 7 miliardi di entrate tra misure antievasione e antielusione che, per loro natura, sono difficili da quantificare.

Di sicuro, nella finanziaria vi è uno sbilanciamento a favore delle entrate che tutti noi dell'opposizione abbiano sottolineato.

Il Governo parla di «risanamento» dei conti - è la seconda parola magica, il secondo slogan - ma in questa finanziaria non fa quasi nulla per riprendere il controllo della spesa pubblica. Lo dico perché non è possibile quantificare le entrate con precisione, dato che una parte di queste o dei risparmi non dipende dal Governo, ma da come gli enti locali utilizzeranno l'autonomia impositiva che viene loro concessa.

Nel caso in cui gli enti locali rispettassero i vincoli imposti dal patto di stabilità e dall'accordo sul contenimento della spesa sanitaria - il che significa più tasse e più ticket per tutti! -, le entrate contribuirebbero alla manovra per ben 24 miliardi di euro, di cui 7 dovrebbero arrivare dagli studi di settore e dagli inasprimenti dei controlli fiscali.

I tagli alla spesa sono pari a solo 9 miliardi. Le entrate, quindi, rappresenterebbero il 70 per cento della manovra; per la precisione, il calcolo è da un minimo del 64 per cento ad un massimo dell'84 per cento. I cinque sesti della manovra sono rappresentati da tasse, da entrate. Il che vuol dire più tasse per tutti ed è per questo che tutte le categorie hanno contestato questa finanziaria.

Solo il Presidente del Consiglio ha affermato che se la finanziaria ha reso molti scontenti, probabilmente, è stata fatta una cosa giusta. Questo è il concetto di «equità» - terzo slogan - che il Governo si propone!

Signor Presidente, i Governi di solito scrivono dei DPEF molto belli, con tante buone intenzioni che vengono poi smentite nella finanziaria ed il Parlamento, il più delle volte, offre un forte contributo per un ulteriore peggioramento.

Questa volta il Governo ha fatto tutto da solo. Non so se abbia fatto un calcolo politico, ponendo in essere una finanziaria difficilmente peggiorabile. Al Senato, peraltro, non ci sono i numeri per ragionare su cosa serva al paese per migliorarlo.

Un paese immobile da anni come il nostro per vari motivi non dovrebbe porsi come priorità né l'assunzione in ruolo di tanti precari né questa sorta di giostra, di girotondo che vorrebbe redistribuire la torta, chiamandola equità.

La legge finanziaria esiste dal 1968; era l'epoca della solidarietà nazionale, ma mai nessun Governo da allora aveva tentato di usarla per ridistribuire il reddito a favore di classi colpite in precedenza.

Lo sviluppo e la crescita di un paese non dipendono da nessuno di questi interventi. Il nostro dovrebbe essere un paese attraente per gli investimenti altrui, perché si cresce anche con i soldi degli altri.

Sono necessari innovazione, capitale umano, competizione, concorrenza, ma, purtroppo, non è questa l'anima della finanziaria! L'anima della finanziaria è tutta volta a voler cambiare il passato. Nel DPEF si dice di voler ridurre la spesa pubblica e non lo si fa.

 

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE GIULIO TREMONTI (ore 20,32)

 

LUIGI FABBRI. La riduzione va operata nell'interesse del paese e non solo perché dall'anno scorso abbiamo aperta a Bruxelles una procedura per deficit eccessivo. Quando i nodi vengono al pettine ci si deve assumere la responsabilità di scelte lungimiranti anche se impopolari nell'immediato. Parlando di equità, mi viene in mente che il primo Governo di Tony Blair chiuse 42 scuole pubbliche scadenti per motivi di equità, perché le scuole scadenti fanno male ai figli dei meno abbienti che non possono permettersi altro. Da noi, invece, si vogliono assumere 150 mila precari della scuola, senza concorso. Auguri!

Equità non è cercare di ridistribuire il reddito, facendolo per legge o privilegiando, magari, alcune categorie o, in modo particolare, gli iscritti al sindacato.

Faccio presente che il comparto pubblico ed i pensionati sono lo zoccolo duro degli iscritti al sindacato.

Ho il sospetto che anche i 40 mila euro, che rappresentano il limite al di sopra del quale la finanziaria e, soprattutto, il fisco cominciano a mordere, siano il tetto relativo allo stipendio medio di un dipendente pubblico.

Equità non significa operare un condono previdenziale: faccio riferimento all'articolo 178, per il quale si dovrebbe gridare «vergogna». Attraverso di esso, peraltro, si certifica che CGIL, CISL e UIL rappresentano i co.co.pro dei call center, anche laddove non vi sono i sindacati. In quei due articoli si estinguono anche i reati. Signor Presidente, è stato il sindacato a dettare questa finanziaria! Uno di questi articoli sana anche il profilo penale degli imprenditori che non hanno rispettato la legge Biagi: è questa l'equità? Riferendomi all'articolo 176, è equità la rottamazione dei lavoratori che hanno meno di cinquant'anni? Ditemelo voi!

In relazione a Don Camillo, si ragiona come Peppone, per cui certi contratti sono cattivi, quindi il cuneo viene ridotto solo considerando quelli a tempo indeterminato. I lavoratori autonomi sotto tutti cattivi ed evasori, quindi si minaccia di chiudere un esercizio per un'omissione. Le scuole private sono cattive, quindi niente detraibilità delle rette dei nidi privati. Credo che non si faccia equità con misure grezze come questa o come quella attraverso cui si tassano i redditi da lavoro. Ritengo che il mondo, Presidente Tremonti, non si fermi all'IRPEF. Si produce sviluppo con la rottamazione dei frigoriferi o aiutando la FIAT a rottamare i lavoratori con meno di cinquant'anni in barba al concetto che si deve rimanere di più al lavoro (mi riferisco all'articolo 176)?

Tra il 1979 e il 1989 Margaret Thatcher rivoluzionò l'economia inglese riducendo la spesa dal 45 per cento al 39 per cento del PIL. Oggi in Italia, paese in cui non si fa quello che fece la Thatcher - cioè tagliare le spese, privatizzare, liberalizzare - la spesa pubblica è al 39 per centro, mentre negli Stati Uniti non arriva al 28 per cento.

Signor Presidente, concludo il mio intervento affermando che questa finanziaria fallisce l'obbiettivo principale, che è quello di favorire lo sviluppo dal quale dipendono l'occupazione, la ricchezza, il benessere di un paese. Essa punisce la gran parte dei cittadini, tassandola ulteriormente e reprimendone i consumi: questa non è equità! La finanziaria disattende il DPEF non operando i necessari tagli, poiché si debbono accontentare le categorie e i gruppi organizzati vicini ai partiti della maggioranza.

Signor Presidente, risanamento, sviluppo ed equità sono davvero soltanto slogan di questo Governo (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia)!

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Patarino. Ne ha facoltà.

 

CARMINE SANTO PATARINO. Signor Presidente, non sono passati neanche sei mesi dal suo insediamento e il Governo Prodi, assieme alla sua maggioranza, ha già battuto tutti i record negativi, tanto da conquistarsi larghissimi spazi di critiche e di scherni da parte dei mass media. Mi riferisco, tra l'altro, non solo agli italiani di destra, ma anche a quelli di sinistra, loro grandi e dichiarati sostenitori durante la campagna elettorale, e a quelli di destra e di sinistra di quasi tutto il mondo.

L'ultimo velo era caduto con il decreto Bersani che, spacciato come il provvedimento delle cosiddette liberalizzazioni, rappresentava, invece, un grave abuso, una sorta di spedizione punitiva, mirata ed a freddo, nei confronti di talune categorie di lavoratori autonomi ree di non essere catalogabili tra quelle di riferimento dei veri poteri forti di questo paese, ai quali soltanto spetta, per diritto di autoinvestitura, concedere e garantire perpetui privilegi. Rimaneva solo la maschera, ma ora il Governo e la sua maggioranza hanno tolto anche quella ed hanno finalmente portato allo scoperto il volto e le intenzioni, tenuti prudentemente nascosti durante la campagna elettorale. Con questa finanziaria, infatti, essi sono passati immediatamente alle vie di fatto rendendosi responsabili di due delitti. Il primo, commesso direttamente, finalizzato a tartassare a sangue gli italiani e il secondo, affidato per commissione, ad obbligare i sindaci e gli amministratori degli enti locali a dare il colpo di grazia ai propri concittadini.

In entrambi i delitti appare, in tutta la sua evidenza, la vera vocazione manifestatasi sempre nella storia della sinistra: mi riferisco all'accanimento indiscriminato contro tutti, con la sola eccezione di alcuni privilegiati. Per giustificare questo assurdo salasso, la sinistra ha fatto ciò che l'ha sempre contraddistinta - in questo paese ed altrove -, cioè ricorrere alla menzogna. Le schiere dei ministri e dei sottosegretari, appena entrate nelle stanze dei bottoni, si sono affrettate a recitare la formula di rito: «I conti pubblici sono un disastro: la colpa è del centrodestra, quindi bisogna correre ai ripari». Non potendo stampare più soldi, come si faceva un tempo, si sono stampate pagine di articoli e commi per inventare balzelli di ogni genere. Altro che finanza creativa di tremontiana memoria, demonizzata e messa per cinque anni alla berlina! Essa non solo stava riuscendo a risollevare l'economia nazionale e a ridare fiducia e speranza agli italiani, ma veniva e viene ancora presa a modello in molti altri paesi europei.

Adesso con questo Governo e con questa maggioranza siamo passati alla tassazione fantasiosa che, garantendo solo a pochissimi i grandi privilegi e combattendo astiosamente contro la ricchezza, assicurerà miseria e povertà per tutti.

È stato il presidente di Confindustria - quel Montezemolo che negli anni scorsi ha alacremente lavorato per preparare l'avvento di questo Governo - a dichiarare, stizzito e sfiduciato, che ormai vi è una tassa al giorno, riprendendo i temi di un'unanime disapprovazione che ha già accomunato tanta gente: il Governatore della Banca d'Italia, la Corte dei conti, le agenzie internazionali di rating e gran parte della stampa straniera. Contro questa tremenda «spedizione punitiva», che sottrae immediatamente dalle tasche degli italiani 40 miliardi di euro - laddove bastava un equilibrio di meno di 15 per onorare pienamente i nostri impegni comunitari -, sono scesi già in campo liberi professionisti ed artigiani, commercianti e pensionati, accademici e ricercatori, governatori e sindaci, al di là e al di sopra delle stesse appartenenze politiche.

I nostri governanti, guidati dalla ideologia della criminalizzazione dell'agiatezza e della distribuzione forzata della miseria di massa, hanno cercato di contrabbandarci questa rapina scientifica come una nobile operazione di redistribuzione delle risorse tra ricchi e poveri.

In conclusione, chiedo che la Presidenza autorizzi la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo integrale del mio intervento.

 

PRESIDENTE. La Presidenza lo consente, sulla base dei criteri costantemente seguiti.

È iscritto a parlare l'onorevole Fasolino. Ne ha facoltà.

 

GAETANO FASOLINO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, chi vi parla non si illude minimamente sull'esito scontato di questo dibattito. Nessun suggerimento di Forza Italia e degli altri gruppi dell'opposizione verrà accolto e alla fine l'ennesimo voto di fiducia suggellerà malinconicamente la fine di inutili giorni di discussione. Per carità, nessuna meraviglia, poiché si tratta di un film già visto in questo squallido e antidemocratico inizio di legislatura.

È più forte di me, ma il pensiero corre spontaneo ai proclami preelettorali della sinistra, alla sicumera moralistica, alla promessa di partecipazione miseramente crollata, a Prodi che diceva: «Vincerò nel nome della sinistra, ma poi governerò nel nome di tutti gli italiani». Egli fece un'ulteriore promessa: «Non una tassa in più rispetto al passato». Invece, a volerli contare, almeno settanta balzelli aggiuntivi sono stati appioppati sul groppone di tutti coloro che lavorano e producono. Dalla tassa di successione al bollo auto, Padoa Schioppa e Visco si sono cimentati in una vera e propria caccia al tesoro - si fa per dire - privato degli italiani. Soltanto di lorsignori, come titolano la Repubblica e l'Unità: niente affatto! Di tutti gli italiani, soprattutto della povera gente che non sa più a quale santo votarsi, sballottolata com'è tra i ticket per il pronto soccorso, l'aumento del costo delle medicine e le altre punitive invenzioni dei titolari del Ministero dell'economia.

Sul fronte dell'impegno militare internazionale è doveroso rivolgere una domanda al Presidente Bertinotti, al suo compagno di comunismo, onorevole Diliberto, e al ministro Pecoraro Scanio; con loro, a tutto lo zoccolo della sinistra e ai «teneri» della Margherita che si sono lasciati rimorchiare su un tema così delicato.

Nel corso di quest'anno le spese militari sono notevolmente aumentate; ciò nonostante non si ha il piacere di vedere in giro alcuna fiaccolata per la pace. Eppure, l'intervento in Libano è di quelli pesanti - basta farsi i conti - e poi qualche militare di tanto in tanto, purtroppo, muore ancora o rimane ferito in terra di Afghanistan. Come durante la guerra in Kosovo - l'unica vera guerra combattuta dall'Italia repubblicana con bombardamenti tricolori e un impegno militare di stampo «amerikano» - non si vedeva in giro nessun corteo per le vie del bel paese e personaggi illustri come il premio Nobel Dario Fo sembravano spariti dalla circolazione, anche oggi non si vede alcuna fiaccolata per le vie di Roma e di Milano. Evidentemente, sono tutti troppo impegnati a spartirsi la torta della finanziaria e, poi, hanno pur bisogno di riposarsi dopo gli anni defatiganti della mobilitazione continua contro il Governo Berlusconi.

Dario Fo merita una menzione a parte e mi dovete scusare se ve la propongo. All'incirca verso mezzanotte di qualche domenica fa si è esibito in una performance su RAI 3 in cui, complice la TV di Stato, ha sciorinato un ignobile repertorio niente meno che nei confronti di Papa Benedetto XVI.

Ho pensato che se lo potesse permettere perché personalmente non corre alcun pericolo, come, ahimè, corrono altri; anzi, i cattolici italiani continueranno a pagare il canone per un canale che li offende ed una televisione spazzatura. Come mai il Mezzogiorno, Presidente Prodi, è letteralmente sparito dall'agenda del Governo e da questa legge finanziaria? Grandi opere bloccate, niente ponte sullo stretto di Messina, come se l'asse Berlino-Palermo non debba più essere considerato il corridoio europeo n. 1 e la necessità di accorciare le distanze dalla sponda africana sia questione che riguarda una coalizione partitica e non piuttosto il Mezzogiorno, l'Italia e l'Europa intera. Sia chiaro, lo sviluppo delle regioni meridionali passa attraverso la realizzazione delle infrastrutture strategiche, oltre che per la via della parificazione del credito alle condizioni vigenti nelle altre aree del paese.

Mi preme ricordare il tentativo operato, quando era in carica il precedente Governo, dal ministro Tremonti per l'istituzione della banca del sud. Nessuno di questi obiettivi è perseguito nella strategia del Governo e tanto meno in questa finanziaria, che si configura sempre più come un'ulteriore grande occasione mancata, soprattutto perché bastava continuare sulla strada virtuosa intrapresa dal Governo Berlusconi e completarne il cammino. Invece, per il Mezzogiorno solo proclami e disinganni. Abbiamo tutti davanti agli occhi - noi meridionali e campani - la pantomima a reti unificate di Prodi, Bassolino e Rosa Russo Jervolino nella Napoli di questi giorni, sull'altro grande tema della questione campana e meridionale: l'ordine pubblico e la criminalità organizzata.

Di fronte ad una catena di quasi settanta morti ammazzati dall'inizio dell'anno, allo spadroneggiare della camorra, ad una disoccupazione sempre più drammatica - mentre giovani e ragazzi arruolati dai clan per lo spaccio di droga ricevono stipendi mensili superiori ai 2 mila euro -, di fronte al dolore delle madri e delle famiglie, cosa hanno detto se non parole vuote, mentre le uniche che napoletani e campani si attendevano sono rimaste cucite sulle loro labbra? Parlo di Bassolino, della Jervolino e di Romano Prodi. La gente non si aspettava programmi siderali, ma almeno un impegno a mantenere le strade pulite, i cassonetti vuoti, ad organizzare un ciclo completo di smaltimento dei rifiuti solidi urbani nelle cinque province campane, la raccolta differenziata, un'assistenza sanitaria degna di un paese civile, con poli di eccellenza ed eliminazione del turismo sanitario. La gente si attendeva l'impegno a chiudere i reparti inutili, a nominare i dirigenti primari ospedalieri attraverso una graduatoria di merito e non più per motivi di bassissima politica clientelare. Poi si aspettava un'altra frase magica, cioè che si sarebbero revocate tutte le convenzioni milionarie in euro elargite a man bassa dall'ineffabile e impunito Bassolino a professionisti di comodo, e si sarebbero chiusi i battenti di tutte le società miste inutili (una di esse paga profumatamente venticinque amministratori per un solo dipendente, il tutto senza una minima attenzione da parte della magistratura penale e contabile).

I cittadini della Campania dovrebbero credere ad una vera volontà di lotta contro la camorra quando il malaffare è palesemente anche dentro il «palazzo» e se i poliziotti andranno nelle strade, ci sarà qualcuno che andrà a rovistare nelle stanze del potere napoletano? Questo è l'esempio offerto ai giovani disoccupati e alle loro famiglie, che si rompono il capo alla ricerca di un lavoro dignitoso, quando invece per trovarne uno basta rivolgersi ai clan o frequentare assiduamente una sezione politica oppure prestare assistenza ad un assessore comunale.

Presidente Prodi, perché non ha colto questa grande opportunità e perché, invece, con i suoi balbettii ha lasciato Napoli e la Campania ancora più disorientate e perplesse?

 

PRESIDENTE. La prego di concludere.

 

GAETANO FASOLINO. Ora tutti sanno che nulla cambierà, ma in compenso su la Repubblica, L'Unità e Il Mattino continuerà ad essere sbandierata la vecchia favola di una città neorinascimentale, che però ha bisogno di un esercito di poliziotti in assetto di guerra per consentire ad un tabaccaio di tornare a casa dopo una giornata di onesto lavoro senza correre il rischio di venire ammazzato. Inoltre, ai giovani sa offrire soltanto due prospettive: oltre alla disoccupazione a vita, l'impiego al soldo dei clan e/o la vendita dell'anima al potente di turno, che naturalmente è di centrosinistra.

 

PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Rampelli, iscritto a parlare; si intende che vi abbia rinunziato.

È iscritto a parlare l'onorevole Della Vedova. Ne ha facoltà.

 

BENEDETTO DELLA VEDOVA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei svolgere qualche considerazione a conclusione di questa lunga giornata. Parto da una osservazione sulla legge finanziaria in generale e mi collego a quanto detto questa mattina dal relatore Ventura. Credo che nessuno di noi ne possa più della legge finanziaria in generale e che sia davvero il tempo - non lo sarà, ma lo dico esortativamente - di considerare una drastica revisione del procedimento di bilancio in questo paese. Ritengo che sarebbe bene ispirarsi al modello inglese. Saremmo tutti più contenti di vedere il ministro arrivare con la sua valigetta e presentare al Parlamento un bilancio molto più snello, non la finanziaria in cui, di fatto, può entrare tutto e il contrario di tutto. Il Governo ci avrebbe lavorato, come in questo caso, mesi prima, lo avrebbe presentato al Parlamento, quest'ultimo ne avrebbe discusso e, poi, si sarebbe espresso in modo contrario o favorevole.

Forse sarebbe la fine degli «assalti alla diligenza», forse per tanti deputati e per molti di noi non ci sarebbe più modo di togliersi qualche soddisfazione localistica, ma credo che sarebbe un segno di modernità, di trasparenza e anche di serietà.

Stiamo discutendo di una finanziaria che non sappiamo come finirà non solo al Senato, ma anche alla Camera. Non sappiamo quale sarà il contenuto finale vero della finanziaria che voteremo o meno. Credo che il bilancio sia l'atto fondamentale di un Governo, che il voto sul bilancio sia in se stesso un voto di fiducia e che dovrebbe esserlo senza la sceneggiata cui evidentemente, indipendentemente dalla nostra volontà, siamo condannati.

Vorrei esprimere, invece, qualche considerazione su questa finanziaria. Colleghi, voi siete partiti, senza saper invertire la marcia, con la retorica dell'eredità e del baratro lasciati dal centrodestra. Registriamo tutti - lo registrano gli analisti - che questa eredità non è un baratro, sia in termini di crescita, sia in termini di bilancio pubblico.

L'aumento del gettito - guardavo prima i dati - è consistente e, probabilmente, oltre ogni previsione. Voi non avete voluto tenere conto di quello che succedeva: il paese cominciava a crescere e il gettito fiscale è aumentato. Avete comunque voluto intervenire in modo pesante, come se nulla fosse successo, con un riflesso pavloviano, tassando e, in questo modo, pregiudicando anche i livelli della crescita futura, come del resto già l'Unione europea ha previsto. Lo avete fatto con lo slogan della redistribuzione.

Invito i colleghi del centrosinistra a guardare cosa succede negli altri Parlamenti europei, dove il centrosinistra governa, per vedere se c'è ancora qualcuno nel 2006, non nel 1976, che affronta il bilancio dello Stato con lo slogan delle spade sguainate nel nome della redistribuzione, una categoria che in Europa nemmeno a sinistra viene più considerata.

I temi sono altri: quelli dei servizi pubblici, della scuola, della sanità, cosa fare, come investire, se privatizzare oppure no. Questo interessa ai cittadini, non una presunta redistribuzione, che si risolve in qualche manciata di euro al mese.

Solo in Italia, in nessun altro paese europeo, nemmeno in quelli guidati dal centrosinistra, in una legge di bilancio si prevede l'aumento della tassa sui redditi, seppure semplicemente con una variazione degli scaglioni. Che la logica sottesa sia quella punitiva lo dimostra il fatto che qualcuno in questo Parlamento - parlo di persone autorevoli nel centrosinistra - abbia semplicemente ipotizzato di aumentare l'aliquota sul reddito delle persone fisiche dal 43 per cento, che già è troppo alto, al 45 o al 47 per cento. Questa è la politica che Ernesto Rossi avrebbe definito «politica della carestia», la spartizione della miseria. Non c'è nessuna visione di fiducia. Non c'è nessuna visione su quanto il paese possa fare. Ci si accontenta di tentare di spartirsi le spoglie di quello che c'è.

Sulla crescita, oggi sul Financial Times abbiamo letto l'intervista di Romano Prodi, che afferma: «L'Italia deve alzare la crescita alla media europea o sarà perduta». Io temo che l'Italia, se Prodi durerà con questa impostazione della politica economica e fiscale, sarà necessariamente perduta.

Qualcuno forse scommetterebbe un euro - non dico di più - sul fatto che questa finanziaria davvero possa aiutare la crescita, non quella del 2006 che, per fortuna, grazie a ciò che è successo prima, ha viaggiato, seppur di poco, al di sopra delle aspettative? Qualcuno scommetterebbe un euro sul fatto che la crescita per il 2007 sarà aiutata dai provvedimenti che sono stati proposti, con il presupposto che i conti erano peggiori rispetto al 1992? È una cosa falsa in modo talmente lampante che, forse, sarebbe stato bene rifletterci per qualche secondo e cambiare impostazione.

La stessa Unione europea stima la crescita per il 2007, in considerazione e in conseguenza della finanziaria che stiamo discutendo, all'1,4 per cento nel 2007, contro l'1,7 per cento del 2006. C'è anche chi si spinge a previsioni più ottimistiche per il 2006, mentre c'è chi prevede per il 2007 solo una crescita dell'1 per cento. Credo che la crescita non si fermerà all'1 per cento, ma grazie non alla finanziaria, quanto agli imprenditori e ai lavoratori italiani.

Ci hanno detto che l'Unione europea ha promosso la manovra. Se si andasse a leggere i documenti, come sarebbe sempre bene fare in tali casi, si scoprirebbe che è vero che l'Unione europea e, in particolare, il commissario Almunia hanno riconosciuto che l'aggiustamento previsto più o meno è corrispondente alle raccomandazioni dell'Ecofin. Al tempo stesso, Almunia afferma che le misure, tuttavia, non hanno incluso un pacchetto di riforme strutturali a medio termine e, finora, ci si è basati sul fronte delle entrate solo su questo, con effetti di medio termine.

Ci sono considerazioni molto preoccupate anche per quanto riguarda la lotta all'evasione e al trasferimento del TFR. I due punti cardine di questa manovra (lotta all'evasione e trasferimento del TFR) sono dati molto aleatori.

Visto che il tempo è poco e l'ora è tarda, passo subito a parlare del TFR. Credo sia semplicemente una follia la previsione del trasferimento del TFR inoptato all'INPS. Non solo è una follia in generale, ma è anche un artificio contabile, perchè lo Stato accende nei confronti dei lavoratori un debito che si trasforma in una entrata. Sono volate accuse pesantissime sulla contabilità creativa negli anni precedenti, ma, poiché questa contabilità creativa clamorosa viene fatta dal centrosinistra, poco o nulla succede.

Ma è una follia anche introdurre questa assurda soglia dei 50 dipendenti! Sfido chiunque dell'opposizione, anche gli onorevoli deputati presenti, a spiegare a qualcuno, non dico in Italia, ma all'estero, che voglia investire in questo paese, il fatto che è stata prevista una nuova soglia, tra le tante che ci sono (vedi l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori), ossia quella dei 50 dipendenti; oppure a spiegare cosa succederà all'imprenditore che ha 51 dipendenti e che, magari, è sufficiente che rinunci ad uno per non avere l'onere di ricorrere al mercato bancario per quella parte di finanziamento che gli deriverebbe dal mantenere il TFR inoptato in azienda; o a spiegare cosa succederà a quell'imprenditore che, avendo 49 dipendenti, sa che il giorno dopo l'assunzione del cinquantesimo dovrà trasferire all'INPS il flusso del TFR inoptato e chiedere alle banche il denaro, pagando nuovi interessi bancari.

È una follia, eppure questo è uno dei punti qualificanti. Il Governo ci ha pensato a lungo, ha modificato radicalmente la propria posizione, ma a questo è giunto.

 

PRESIDENTE. La invito a concludere, onorevole Della Vedova.

 

BENEDETTO DELLA VEDOVA. Chiudo proprio sulla questione del TFR. Vedete, colleghi, io sono favorevolissimo ai fondi pensione. Penso, anzi, che bisognerebbe ragionare in termini tali da prevedere i fondi pensione, quindi la previdenza privata a capitalizzazione, seppur entro la cornice di regole, come base del sistema previdenziale italiano.

Noi però rischiamo di illudere gli italiani, in particolare i lavoratori più giovani, inducendoli a ritenere che la mossa di trasferire il TFR ai fondi pensione rappresenti la soluzione del loro problema, quello in prospettiva, quello della pensione. Ricordiamoci di spiegare ai giovani lavoratori che noi stiamo semplicemente chiedendogli, incentivandoli, obbligandoli, a sostituire uno strumento previdenziale, per quanto anomalo, quello della liquidazione ...

PRESIDENTE. Dovrebbe proprio concludere, onorevole Della Vedova.

 

BENEDETTO DELLA VEDOVA. ...con un altro strumento, quello dei fondi pensione. Si rinuncia alla liquidazione e si investe nei fondi pensione, contando sul fatto che renderanno di più. Qualcosa di più renderanno, ma in cambio i lavoratori giovani non avranno la liquidazione e, quindi, la loro vita comunque non cambierà. Questo, fintanto che non si avrà il coraggio di affrontare il vero nodo, quello della previdenza obbligatoria e quello dell'aliquota al 33 per cento. Sul punto rivolgo un invito alla maggioranza: non aprite il dossier pensioni! Sapete come andrebbe a finire? Andrebbe a finire come è andata a finire con le tasse: si avrebbe solo l'effetto di peggiorare la situazione italiana.

Se siamo responsabili, teniamoci lo «scalone»! È una misura che è stata votata dal Governo precedente, che ha qualche elemento di «rozzezza», ma almeno è una misura precisa e certa, che va nella direzione giusta.

 

PRESIDENTE. Sono così esauriti gli interventi previsti per la giornata odierna.

Il seguito della discussione congiunta è rinviato alla seduta di domani.

 


 


 

 

RESOCONTO

SOMMARIO E STENOGRAFICO

 


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65.

 

Seduta di Mercoledì 8 novembre 2006

 

presidenza del vicepresidente  GIORGIA MELONI

indi

DEI VICEPRESIDENTI  CARLO LEONI,
 PIERLUIGI CASTAGNETTI  E GIULIO TREMONTI

 

 


Seguito della discussione congiunta dei disegni di legge: Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2007) (A.C. 1746-bis ); Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2007 e bilancio pluriennale per il triennio 2007-2009 (A.C. 1747).

 

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione congiunta dei disegni di legge: Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2007); Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2007 e bilancio pluriennale per il triennio 2007-2009.

Ricordo che nella seduta di ieri è iniziata la discussione congiunta sulle linee generali.

 

(Ripresa discussione congiunta sulle linee generali - A.C. 1746-bis e A.C. 1747)

 

PRESIDENTE. Riprendiamo, quindi, la discussione congiunta sulle linee generali.

È iscritto a parlare il deputato Tenaglia. Ne ha facoltà.

 

LANFRANCO TENAGLIA. Signor Presidente, rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, gli effetti di una legge finanziaria si giudicano nel lungo periodo, guardando al futuro. Tuttavia, le ragioni di alcune delle scelte operate in questo disegno di legge finanziaria, la necessità ed i tempi di queste scelte e di questi interventi vanno cercati nelle azioni passate. Di questo non occorre perdere memoria in quest'aula e occorre ricordarlo anche ai cittadini che possono aver dimenticato queste azioni passate.

La necessità dell'imponente, stringente - e concentrata in un solo anno - opera di risanamento della finanza pubblica e di contenimento della spesa pubblica che questo disegno di legge finanziaria persegue e che non ha pari nei precedenti della storia repubblicana, se non nel 1992 e negli anni precedenti all'entrata dell'Italia nel sistema della moneta unica, deriva non solo dalla situazione di sforamento del rapporto deficit-PIL imposto dai parametri di Maastricht, non solo dall'essere la pesa pubblica, negli ultimi cinque anni, aumentata e divenuta fuori controllo - tutte questioni ereditate dalle gestioni finanziarie degli ultimi cinque anni -, ma anche dalla circostanza che tale opera era necessaria già nei due anni passati ed era stata rinviata, scaricandone la responsabilità e l'onere su coloro che avrebbero vinto le elezioni politiche.

Non ci tiriamo indietro in questo compito e lo porteremo ancora a compimento, come è stato fatto nel passato, affinché il paese sappia distinguere i meriti di oggi dalle responsabilità di ieri di coloro che, con la loro opera di Governo, hanno creato questa situazione di sfascio. Così come opereremo per una lotta all'evasione fiscale, che ha raggiunto intollerabili livelli per un paese evoluto e civile, e per una vera equità fiscale, dove tutti siano chiamati a contribuire alla spesa pubblica con criteri di equità e giustizia, aumentando, sì, i livelli di controllo, ma anche favorendo la crescita del senso civico e la consapevolezza di ricevere servizi efficienti, chiarendo che non vi sono premi per coloro che non adempiono all'obbligo e al dovere di pagare le imposte e le tasse.

Ieri, in alcuni interventi ho sentito parlare di condoni come di misure necessitate da un sistema fiscale ereditato, fatto di troppi controlli. I condoni non sono l'effetto di un sistema fiscale vessatorio, bensì una delle concause dell'evasione, perché ingenerano la convinzione della convenienza ad evadere rispetto all'adempimento legittimo e tempestivo del proprio dovere fiscale. Questo deve essere chiaro. Non ci devono essere dubbi su questo fronte!

I cittadini onesti vanno premiati con servizi efficienti e con la creazione di un sistema fiscale equo. Sul piano dello sviluppo del paese, non ripeterò le cose che, su altri settori, sono state già dette in quest'aula, ma voglio incentrare l'attenzione sulle misure riguardanti il settore della giustizia.

È ormai acquisito che il corretto e celere funzionamento della macchina giudiziaria, la durata ragionevole dei processi, sono uno degli elementi che concorrono alla realizzazione di un sistema paese competitivo. È una consapevolezza che, nel passato, è mancata e che è aumentata non solo tra gli operatori della giustizia, magistrati ed avvocati, ma anche in chi, come noi, è chiamato a compiere alcune scelte per far sì che la competitività e l'efficienza del sistema giustizia aumentino.

Negli ultimi cinque anni, solo apparentemente sono aumentate le dotazioni a favore del settore della giustizia. È mera apparenza, perché il precedente Governo ha aumentato solo le spese fisse, ossia quelle per gli stipendi, mentre sono diminuite le spese variabili, in primis i fondi destinati ai servizi della giustizia, che in cinque anni sono diminuiti del 52 per cento, arrivando ad una situazione per la quale negli uffici giudiziari, a giugno di ogni anno, queste risorse erano esaurite, il che ha comportato spesso il ricorso a risorse esterne (per esempio, quelle delle forze di polizia) o addirittura a risorse personali degli operatori di giustizia, magistrati e personale giudiziario, che in molti casi hanno anticipato i soldi di tasca propria.

Una tale politica non ha minimamente inciso sulla durata dei processi e sul numero delle sentenze e non ha migliorato la produttività del sistema, ma l'ha addirittura peggiorata, se è possibile in una situazione di questo genere. Quindi, occorre voltare pagina in materia di giustizia. Anche in questo settore, la finanziaria opera una scelta e pone degli obiettivi strategici: la riduzione dei tempi e dei costi dei processi (sembra un ossimoro, ma non lo è). L'efficienza del sistema giustizia è possibile attraverso questi obiettivi: la riorganizzazione delle articolazioni territoriali, gli investimenti in materia di edilizia giudiziaria, penitenziaria e minorile (che vengono aumentati), lo sviluppo della professionalità e del rendimento di tutto il personale (è una delle sfide che ci vedrà impegnati in questa legislatura: creare un sistema di valutazione della professionalità del personale amministrativo e della magistratura), l'innovazione ed il potenziamento tecnologico dei servizi, il rafforzamento dell'opera di cooperazione giudiziaria, che è uno dei punti nevralgici e delle spine dorsali del sistema europeo di giustizia e sicurezza interna.

Per raggiungere tali obiettivi e in considerazione della loro funzione strategica, la dotazione del Ministero della giustizia risulta tra le meno colpite da questa finanziaria, pur nella considerazione di un'opera generale ed imponente di risanamento che, come ho già detto, ha pochi precedenti nella storia repubblicana.

La sottolineatura che è stata fatta, sia in Commissione sia in quest'aula, sulla diminuzione dello stato di previsione per il 2007 del Ministero della giustizia, in realtà, non risponde al vero, perché il decremento, pari ad una quota quasi assorbente del 3,8 per cento, deriva dalla normativa contenuta nel decreto Bersani relativa al blocco delle anticipazioni delle spese di giustizia da parte di Poste Italiane, allo scopo legittimo, prioritario ed indispensabile di individuare meglio gli andamenti delle singole poste di bilancio. I fondi non vengono diminuiti; viene solo mutata la loro fonte di pagamento.

Nello specifico delle misure, oltre all'aumento del fondo di dotazione per l'edilizia giudiziaria e penitenziaria, della quale ho già detto, occorre evidenziare una novità assoluta, ossia il fondo di dotazione di 200 milioni di euro l'anno, finalizzato alle esigenze correnti dell'acquisizione di beni e servizi, che consentirà di evitare la paralisi che si è verificata nel passato per l'esaurimento nel corso dell'anno delle dotazioni dei servizi giudiziari. Quindi, sotto questo profilo la gestione degli uffici avrà un beneficio notevole; soprattutto ne avranno un beneficio quei servizi strettamente connessi all'esercizio della giurisdizione, ossia alla fruizione, da parte del cittadino, di un processo celere, equo e nel quale siano in equilibrio garanzie ed efficienza.

Un'altra scelta strategica che viene supportata è quella riguardante l'informatizzazione dei servizi; nell'ottica della politica di ragionevole durata dei processi, viene perseguita con significativo aumento dell'importo del bilancio, che raggiunge 84 milioni di euro.

Certo, è un primo passo, poiché tali fondi non sono ancora sufficienti, soprattutto per realizzare la piena informatizzazione del processo civile; tuttavia, essi costituiscono, rispetto al passato, un progresso notevole.

Debbo altresì evidenziare con favore, rispetto alla stesura originaria dell'articolo 64 del disegno di legge finanziaria, l'emendamento, annunciato dal Governo, concernente gli adeguamenti automatici dei trattamenti stipendiali del personale...

 

PRESIDENTE. La prego di concludere...

 

LANFRANCO TENAGLIA. ...non contrattualizzato della pubblica amministrazione.

Concludo, Presidente. Con tale proposta emendativa, verranno salvaguardati soprattutto i giovani professionisti che operano all'interno della pubblica amministrazione (vale a dire, coloro che guadagnano meno di 53 mila euro) e si conseguiranno maggiori risparmi nella spesa dello Stato.

Si tratta dei primi passi di un cammino che, in cinque anni, deve portarci a costruire una giustizia efficiente, giusta e dalla durata ragionevole...

 

PRESIDENTE. Deve proprio concludere, onorevole!

 

LANFRANCO TENAGLIA. Sono i primi passi per giungere ad offrire ai cittadini un paese migliore rispetto a quello che abbiamo ereditato (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Giudice. Ne ha facoltà.

 

GASPARE GIUDICE. Signor Presidente, le problematiche della coalizione di Governo e la confusione della sua politica si riflettono decisamente non solo nel testo del disegno di legge finanziaria in esame, ma, ancora di più, nel desolante spettacolo a cui abbiamo assistito durante la trattazione di detto provvedimento in sede di Commissione bilancio.

Che da alcuni anni, signor Presidente, vi sia una vera e propria crisi nel rapporto tra Esecutivo e Parlamento ritengo sia sotto gli occhi di tutti, ma che si potesse giungere ad un livello così basso non lo avrei mai creduto!

Mi preme, in via preliminare, esprimere la mia piena solidarietà all'onorevole Ventura, relatore sul disegno di legge finanziaria, che ho avuto modo, in questi anni, di apprezzare per la sua straordinaria correttezza intellettuale, nonché per il suo corretto approccio alle regole, nel profondo rispetto delle istituzioni. In questi giorni, ho visto l'onorevole Ventura aggredito da una maggioranza che mira a portare a casa, egoisticamente, qualcosa per sé più che dare al paese una legge finanziaria seria, breve e correttamente presentabile agli organi europei, i quali attentamente osservano quale manovra di finanza pubblica il Parlamento sarà in grado di licenziare.

Fa quasi impressione chi fa finta di non capire che oggetto del giudizio delle agenzie internazionali di rating è proprio questa manovra di bilancio. Le agenzie guardano più agli aspetti qualitativi che a quelli meramente quantitativi di tale manovra. Si tratta infatti, per una parte, di alcuni interventi variegati nelle più diverse direzioni, i quali non corrispondono ad alcuna strategia o linea, ma soddisfano le diverse anime e finalità di questo Governo e di questa maggioranza, che appaiono al paese assolutamente discutibili. Per il resto, siamo in presenza di un ammasso di norme secondarie e frammentarie che, in un paese serio, non dovrebbero trovare ospitalità all'interno del disegno di legge finanziaria.

Le agenzie internazionali che hanno declassato il nostro paese sanzionano non solo la qualità troppo bassa dei provvedimenti di bilancio, ma anche la manifesta insufficienza della complessiva politica legislativa del Governo in carica. Ricordo che, da poco, abbiamo superato il primo semestre della legislatura, tuttavia il Parlamento ha approvato, in tutto, tredici leggi, otto delle quali di conversione di decreti. Credo si tratti di un triste primato, aggravato dal fatto che i provvedimenti d'urgenza concernono, in massima parte, interventi eterogenei e frammentari, associati a questioni di primaria rilevanza politica. Vorrei portare un semplice esempio: il decreto-legge che abbiamo licenziato, il quale al momento si trova al Senato, che concorre alla realizzazione della manovra di finanza pubblica oggi al nostro esame. Tale provvedimento investe, al contempo, sia temi di notevole rilevanza economica e sociale, sia normative del tutto secondarie ed occasionali.

Ai colleghi che ieri mi chiedevano (sapendo che, in questi giorni, ho operato presso la Commissione bilancio) alcune informazioni sui contenuti del disegno di legge finanziaria, non ho avuto possibilità o modo di rispondere. Infatti, la velocità con la quale si avvicendavano proposte emendative presentate dal relatore e dal Governo è stata tale che difficilmente la stessa Commissione è riuscita ad avere un quadro compiuto e chiaro riguardo alla strategia di bilancio di questo Esecutivo.

Ciò che impressiona, tuttavia, è il divario esistente tra gli annunci del Governo e del ministro dell'economia e delle finanze ed il contenuto del provvedimento al nostro esame. Ricordo che l'onorevole Ventura ha svolto una relazione, all'inizio di questo dibattito, affermando, riferendosi al Mezzogiorno, che finalmente, dopo anni di latitanza, riappare una politica per la crescita del Meridione. Ebbene, vorrei segnalare che non ho riscontrato ciò.

 

ANTONIO LEONE. Era un'altra finanziaria!

 

GASPARE GIUDICE. Al fine di ricostruire un quadro complessivo delle risorse finanziarie disponibili per gli interventi a favore delle aree sottoutilizzate, come risulta dal disegno di legge finanziaria in esame, bisogna tenere conto di tre voci fondamentali. La prima di esse è costituita dalle autorizzazioni pluriennali di spesa indicate nel settore 4 della Tabella F; la seconda sono le ulteriori disposizioni contenute negli articoli del disegno di legge finanziaria, in particolare negli articoli 105 e 121, i quali prevedono risorse aggiuntive per il fondo delle aree sottoutilizzate; la terza voce, infine, è rappresentata dalle risorse nazionali destinate al cofinanziamento degli interventi dell'Unione europea nelle aree sottoutilizzate, allocate nel fondo di rotazione per le politiche comunitarie.

Ebbene, sommando le risorse finanziarie di queste tre voci, le disponibilità complessive per gli interventi nelle aree sottoutilizzate risultano per il 2007 pari a 9.461 milioni di euro, per il 2008 pari a 10.960 milioni di euro, per il 2009 pari a 15.009 milioni di euro, mentre per l'anno 2010 e per i seguenti si appostano 70.899,5 milioni di euro. Il totale risulta essere pari a 106 milioni di euro, di cui 70 o 71 per gli anni che verranno.

Ponendo seriamente a raffronto gli importi relativi al primo anno della manovra di finanza pubblica con quelli autorizzati dalla scorsa legge finanziaria, si può evidenziare come il disegno di legge finanziaria per il 2007 determina, rispetto al primo anno della manovra per l'esercizio finanziario 2006, una riduzione di 867 milioni di euro delle risorse complessivamente destinate alle aree sottoutilizzate.

Non comprendo, allora, dove sia la svolta operata da questo Governo in materia di politiche a favore del Mezzogiorno! A quale finanziaria faceva riferimento il relatore?

Vorrei ora passare brevemente, signor Presidente - anche perché vorrei evidenziare che non ve ne è stata l'occasione durante l'esame del provvedimento in sede di Commissione -, ad alcune misure riguardanti, in particolare, la Sicilia, nei confronti della quale questo Governo ha avuto un occhio di riguardo «in negativo». Ciò sembra denotare un atteggiamento quasi punitivo, magari perché quella regione è governata dal centrodestra.

Mi riferisco, in modo particolare, ad alcune disposizioni recate dal disegno di legge finanziaria. L'articolo 190, infatti, sopprime in due righe le risorse finanziarie assegnate, in passato, alla fondazione per la ricerca nel campo delle biotecnologie. Si tratta di una decisione del Governo che non solo mortifica la Sicilia, ma farà fare all'intero paese una cattiva figura nei confronti degli organi internazionali, magari per il risentimento di qualche professore di Pittsburgh stranamente approdato alla politica!

Vede, signor Presidente, credo che alcuni principi debbano essere rispettati; tra questi, vi sono le norme statutarie della regione siciliana, che questo Esecutivo ha ritenuto di mettere sotto i piedi: mi riferisco, in particolare, all'articolo 101 del disegno di legge finanziaria. Tale articolo, infatti, dispone il completo trasferimento della spesa sanitaria alla regione siciliana, con l'elevazione, nel triennio 2007-2009, dell'attuale aliquota regionale di compartecipazione dal 42,5 al 45 per cento, innalzandola successivamente al 47,5 per giungere, infine, al 50 per cento.

Ciò ignorando, per un verso, che in realtà la partecipazione alla spesa da parte della regione è considerevolmente superiore a tali aliquote. Vorrei precisare, infatti, che la Sicilia destina al servizio sanitario il 90 per cento del gettito IRAP, l'intero gettito dell'addizionale IRPEF ed i ricavi propri delle aziende sanitarie. Si può affermare che, nel 2005, la spesa sanitaria di questa regione rimasta a carico dello Stato è stata pari al 28 per cento.

Va ricordato, peraltro, che, quando lo Stato stabilì che, a partire dal 1994, le regioni a statuto speciale, tra cui la Sicilia, concorressero al finanziamento del servizio sanitario, fu previsto che tale concorso avvenisse in attesa delle norme di attuazione, mediante le quali si sarebbe dovuto procedere, ai sensi del comma 7 del citato articolo 12, al completamento del trasferimento delle competenze previste dagli statuti di autonomia delle medesime regioni.

Per concludere, signor Presidente, quelli che ho indicato e tanti altri sono gli aspetti che ci deludono. Speriamo che il Governo voglia recuperare aprendo in aula quel dibattito che in Commissione è mancato. Speriamo che si voglia discutere in maniera seria, in quest'aula parlamentare, di un provvedimento che ha colpito veramente l'intero territorio nazionale. Grazie (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia).

 

PRESIDENTE. Grazie a lei.

È iscritto a parlare il deputato Barani. Ne ha facoltà.

 

LUCIO BARANI. Signor Presidente, venendo in rilievo il disegno di legge finanziaria, sorge d'obbligo la domanda: ma di quale finanziaria stiamo parlando? Di quella presentata il 29 settembre o di quella con gli oltre 250 emendamenti che vari ministri hanno mano a mano annunciato o presentato? Di quella con 3 mila emendamenti provenienti dalla maggioranza o di quella con 20 mila emendamenti, che ci chiede il paese tutto unito? La finanziaria, di fatto, non esiste: quella che è stata scritta a settembre è carta straccia da buttare via che nessuno ha capito, che nessuno condivide.

Eppure, il disegno di legge finanziaria continua ad essere presentato come un gigantesco tentativo di redistribuire la ricchezza, mentre, in realtà, il saldo finale della manovra sull'IRPEF risulta positivo per il fisco anche al netto degli annunciati aumenti degli assegni familiari e dei vantaggi per le fasce di reddito più basse, ritenuti minimi, se non addirittura inesistenti. In un dibattito televisivo, il Vicepresidente del Consiglio D'Alema ha affermato che, il 27 gennaio 2007, aprendo le buste paga, i lavoratori si renderanno conto dell'importanza di questa manovra economica, della legge finanziaria. Io dico al ministro D'Alema che, se quelle buste paga avessero le mani, gli farebbero la faccia gonfia!

Non si possono continuare a dire bugie ai lavoratori, alle fasce più deboli, a coloro i quali, tutte le mattine, si rimboccano le maniche per mandare avanti questo paese! La verità è che questo Governo ha la mentalità «fischiana» del viceministro Visco, di fatto ministro dell'economia, il quale ha l'idea preconcetta secondo la quale tutti gli italiani sono evasori e mascalzoni (idea che dovrebbe essere rispedita al mittente). Questa pressione fiscale è tipica dei paesi dittatoriali!

Contemporaneamente, la reintroduzione delle detrazioni opera un inasprimento dell'incidenza della tassazione decentrata sui contributi, valutabile, secondo le stime del Governo stesso (contenute nella relazione tecnica), nell'ordine di oltre 400 milioni di euro, a causa di maggiori addizionali regionali e comunali.

Uno dei capisaldi economici della manovra, il trasferimento forzoso all'INPS del TFR dei lavoratori, oltre a rappresentare un'operazione di dubbia legittimità sul piano contabile, costituisce un vero e proprio attentato all'improcrastinabile decollo della previdenza complementare.

La dimensione economica della finanziaria è, peraltro, del tutto ingiustificata se si considera l'andamento dei conti pubblici, che, in base agli indicatori disponibili, risulta in netto miglioramento, e comunque in linea con le richieste di Bruxelles. L'ISTAT ha appena comunicato che, nei primi sei mesi del 2006, il rapporto deficit-PIL è sceso sotto il 3 per cento (quindi, in linea con i parametri europei). Inoltre, risultano tutti di segno positivo gli altri dati di bilancio: saldo primario, entrate correnti, imposte dirette ed imposte indirette. L'Italia stava andando bene ma, tutto ad un tratto, con il provvedimento in esame, la si è voluta affossare!

Il disegno di legge contiene anche elementi di autentica vessazione fiscale nei confronti di categorie deboli e, comunque, non rilevanti ai fini della lotta all'evasione fiscale. Vengono penalizzati persino i portatori di handicap, a favore dei quali, nella prima stesura, erano stati vergognosamente previsti appena 50 milioni di euro di stanziamento. Al contrario, per fare un solo esempio (tra i meno evidenziati), in un crescendo rossiniano di nuovi balzelli e ticket, l'aggio sulla riscossione delle cartelle esattoriali è stato quintuplicato e trasferito a carico dei contribuenti!

La manovra risulta estremamente deludente per le stesse attese di lavoratori dipendenti e pensionati, che stanno facendo sciopero giustamente (a differenza di quanto è avvenuto sabato, quando uomini di Governo sono andati a protestare contro se stessi: unico esempio al mondo, che ci fa capire a che punto siamo arrivati!): non solo non recuperano il fiscal drag, ma non traggono alcun beneficio, nonostante le promesse, dalla riduzione del cuneo fiscale. Restano senza risposta anche le istanze di molti lavoratori precari che operano in alcuni comparti della pubblica amministrazione quali enti locali e ricerca, che è e che continua ad essere il fanalino di coda (ha ragione Mussi: si dovrebbe dimettere!), l'università e la sanità.

A proposito, che vergogna, nella sanità, i ticket di pronto soccorso! Quando uno si sentirà male, dovrà portarsi anche portafoglio e libretto degli assegni perché, se per caso non ha nulla (come tutti noi spereremmo), deve pagare 41 euro di ticket e, per ogni ricetta, 10 euro di ticket in più! Andava sicuramente meglio quando andava peggio (come si suole dire): nella prima Repubblica, queste cose non sarebbero mai successe, perché c'erano parlamentari e, soprattutto, uomini di Governo validi, capaci e con un grande senso dello Stato (d'altronde, quello Stato l'avevano fondato e mai osteggiato, come fanno, invece, quelli che sono al Governo adesso).

Appaiono insufficienti le risorse destinate al rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici e, per certi versi, comici i tentativi di affrontare le problematiche del mondo della scuola aumentando del 10 per cento le aspettative di promozione degli alunni. Non sappiamo come risolvere il problema della scuola? Diciamo che li promuoveremo di più!

E la sforbiciata ai trasferimenti agli enti locali? Io faccio il sindaco da sedici anni, ma la vergogna che ho provato quando ho letto il testo del provvedimento in esame non l'ho mai provata! Lo Stato sociale è rappresentato dai comuni! Stamattina, alle 11, saremo tutti dal Presidente Bertinotti per protestare contro il disegno di legge finanziaria, ma vediamo che ancora non si dà soluzione al problema: vengono tartassati i comuni e lo Stato sociale! Si vuole cancellare il comune, in Italia, il che significa che si vuole cancellare il 50 per cento delle opere pubbliche, che, come tutti sanno, viene realizzato dai comuni. Eppure, questo Stato continua a reggersi proprio grazie alle amministrazioni comunali. Speriamo che stamani, alle 11, si riesca a trovare qualche soluzione tutti insieme, anche se c'è da dubitarne. D'altro canto, i nuovi limiti all'indebitamento si riflettono inevitabilmente sugli investimenti.

Il finanziamento del fondo per la non autosufficienza, ammontante, come ho già detto, a 50 milioni di euro, sarà aumentato, forse, a 170, per effetto dell'approvazione di qualche emendamento. In maniera analoga, alcune risorse saranno mobilitate per abbassare l'aliquota IVA sulle bevande distribuite nei convegni e nei congressi. È veramente una vergogna!

Anche la cosiddetta responsabilizzazione degli enti locali, attuata mediante la facoltà di aumentare le tariffe e la tassazione locale, rappresenta una sciagurata attuazione del federalismo fiscale, senza neppure la previsione di adeguate forme di compensazione per l'inevitabile perdita di risorse che si registrerà nelle regioni del Mezzogiorno.

Da notare, altresì, che la revisione degli estimi catastali ed il passaggio dalla tassazione del reddito a quella patrimoniale disegnano un consistente inasprimento della pressione fiscale sulla casa, che rappresenta, statisticamente, un bene diffuso posseduto, se Dio vuole, dall'80 per cento degli italiani.

Tra i pochi elementi positivi rilevabili nel provvedimento, vi sono il recupero di una decente tassazione sulle rendite finanziare ed il tentativo di recuperare, attraverso una diversa gradualità delle fasce di reddito, il principio costituzionale della progressività dell'imposizione fiscale e la selettività, in favore della stabilizzazione dell'occupazione (specialmente per le donne rientranti nella definizione di lavoratore svantaggiato), nella distribuzione alle aziende degli incentivi derivanti dalla riduzione del cuneo fiscale. Si vede che qualche riformista all'interno del Governo c'è: ogni tanto, qualche sussulto lo ha e si vede! Speriamo che questi riformisti prevalgano sui massimalisti cattivi. Tuttavia i giudizi negativi sono di gran lunga prevalenti rispetto ai pochi aspetti condivisibili perché la legge, oltre a contenere forti elementi di ingiustizia sociale sui quali ovviamente ho cercato di soffermarmi, dopo lunghi anni di magra sembrava essere alla portata del nostro paese.

Va del resto sottolineato che altre fasce sono prese di mira e l'impostazione culturale e politica contro le piccole imprese, contro tutte le professioni consiste nell'aumento delle imposte con il preannunciato utilizzo preconcetto della revisione degli studi di settore; un pesante aumento della pressione contributiva sul lavoratore autonomo viene a minare quello che nel paese è la grande risorsa dei liberi professionisti e delle piccole imprese che sono il cuore, il motore, le cellule del nostro paese.

Io non vorrei aggiungere nient'altro se non che questa è una tangente che il Governo ha dovuto pagare a chi lo ha aiutato a vincere le elezioni: la CGIL e le cooperative rosse. Ormai questo sindacato, che non è più il sindacato dei lavoratori, che è diventato qualcosa di diverso, cioè una cellula di partito - chi vi parla fa parte di quel socialismo riformista che lo ha creato cinquant'anni fa, il 1o di ottobre a Milano -, ha ovviamente sciupato, buttato via tutte quelle che erano le aspettative che il paese aveva nei confronti di un'organizzazione sindacale che era seria, autonoma e faceva veramente l'interesse dei lavoratori. Adesso, in cambio della regolarizzazione degli extracomunitari che gli porta grosse risorse, anche la CGIL è diventata una associazione capitalistica che cerca di fare economia, di fare gli interessi economici dei propri dirigenti, che sono tantissimi. Così le cooperative rosse, che ormai hanno preso in mano la grande distribuzione, la grande impresa, le grandi banche, hanno chiesto a questo Governo, che è il finanziatore sicuramente dell'Unione e dell'Ulivo, di recuperare quello che hanno investito in questi anni; quindi, con questa finanziaria si è pensato solamente a piccole fasce e non certamente all'interesse dell'Italia e degli italiani.

Noi siamo una piccola voce con un garofano rosso riformista, ma vi saremo sempre addosso, con il fiato sul collo, perché non possiamo permettervi di sciupare un paese che abbiamo creato con sacrifici e che abbiamo portato all'onore del mondo. Un paese che era invidiato da molte nazioni che adesso ci stanno superando tutte, perché ci manca una classe dirigente, soprattutto governativa, all'altezza, che non si può improvvisare.

L'Italia stava andando economicamente bene, anche grazie alla finanza creativa di Giulio Tremonti, ma qualcuno ha voluto buttare via il bambino dopo averlo lavato, e si è sbagliato perché doveva buttare via l'acqua sporca e non il bambino (Applausi dei deputati del gruppo Democrazia Cristiana-Partito Socialista).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Alba Sasso. Ne ha facoltà.

 

ALBA SASSO. Signor Presidente, gli interventi che la legge finanziaria prevede per il sistema scolastico, l'università, la ricerca, la cultura, lo sport intendono rappresentare un piano di misure destinato a rimettere in moto una politica di risanamento e di sviluppo di tali settori, cioè quelli della filiera della conoscenza.

Come già sottolineato nel dibattito in Commissione però, termini come società della conoscenza, internazionalizzazione del sapere e della cultura, per non rimanere slogan e gusci vuoti hanno bisogno di scelte politiche, di strategie lungimiranti e, soprattutto, hanno bisogno di politiche di equità se non vogliamo che l'accresciuto bisogno di sapere, di conoscenza, di fruizione del bene cultura non diventino un ulteriore elemento di discriminazione tra chi sa e chi non sa, tra chi accede alla conoscenza e chi ne rimane escluso perché tutto ciò rischia di sommarsi alle già profonde differenze sociali che ancora esistono nel nostro paese.

L'Italia ha le risorse per volare alto, ha la creatività, ha le professionalità, ha tanti giovani appassionati allo studio e alla ricerca che sono il nostro futuro; perciò, ha bisogno di profonda discontinuità rispetto al Governo precedente, di una nuova leadership dell'impresa della conoscenza, dell'impresa culturale, dell'impresa del bello, cioè di un sistema paese basato sulla partecipazione, sull'innovazione, sulla ricerca, sulla valorizzazione dei talenti. Se questa sfida non sapremo giocarla resterà indietro la parte più innovativa e più ricca dell'Italia.

Sicuramente la finanziaria del 2007 rappresenta una manovra assai significativa, ma dobbiamo anche dire che non sempre è presente un giusto equilibrio tra rigore e investimenti di lungo respiro. È vero, abbiamo ricevuto l'eredità pesante del deficit pubblico e il pareggio del conti costa 15 miliardi di euro, ma nella finanziaria ci sono ben 19 miliardi di euro per lo sviluppo.

Nella nostra discussione in Commissione abbiamo sottolineato con preoccupazione come di questa somma poco vada all'istruzione e, assai poco, alla ricerca pubblica e all'università, nel cui settore le risorse aggiuntive sono compensate dai tagli. Siamo anche convinti che non ci possa essere vero sviluppo se manca l'investimento nel sapere, nella ricerca, nell'istruzione.

Riprendo brevemente i punti del nostro dibattito sui singoli temi, rappresentando anche i nostri emendamenti e gli emendamenti dei relatori in Commissione bilancio riguardo alla ricerca e all'università. È indubbio che i tagli ai ministeri rappresentano un'ulteriore riduzione di risorse per l'università, esclusa per quanto riguarda le spese per il fondo ordinario e, soprattutto, per gli enti di ricerca, come dall'emendamento approvato in Commissione bilancio. Così come il reintegro delle spese per il fondo di funzionamento ordinario - emendamento del relatore - recupera solo in parte il taglio dei consumi intermedi. Sicuramente mi auguro che sarà migliorata e modificata la norma sul blocco degli scatti di anzianità, mentre rimane esiguo lo stanziamento per l'edilizia universitaria.

È evidente che tutto questo, pur nella consapevolezza della necessità di raggiungere gli obiettivi fissati dal Governo di contenimento della spesa e del risanamento del bilancio pubblico, crea allarme e preoccupazione nella CRUI, negli atenei, tra docenti e studenti e rischia di oscurare anche le novità contenute nella finanziaria e nel decreto fiscale che ci sono e non sono di poco conto: un piano triennale per riaprire le porte ai giovani ricercatori finanziato con 140 milioni di euro nel triennio, un forte impulso ai bandi di ricerca, l'istituzione e il finanziamento del fondo per la ricerca scientifica e tecnologica, l'istituzione dell'agenzia della valutazione, un programma ambizioso Industria 2015 per il decollo della ricerca applicata.

Per quanto riguarda la pubblica istruzione, nel dibattito in Commissione abbiamo lavorato per valorizzare i punti di novità e qualità della finanziaria, discutendo a fondo anche sui punti più delicati e controversi della manovra, cioè quelli che stanno creando più preoccupazione nel mondo della scuola e che rischiano appunto di oscurare i punti di forza della manovra: quegli interventi di modifica, di indirizzo e finanziari del quadro legislativo definito nel corso della precedente legislatura, che sarà oggetto di una profonda revisione nei prossimi anni, in attuazione del programma di Governo. Faccio alcuni esempi: l'espansione della scolarità, le norme sull'istruzione degli adulti, sulla formazione tecnica superiore integrata, sull'elevamento dell'obbligo di istruzione su cui c'è una discussione e una battaglia politica da riprendere e continuare; il conseguente elevamento dell'età di accesso al lavoro, il riordino degli enti di servizio del ministero, le norme sui libri di testo, i fondi per l'edilizia scolastica e per la messa a norma degli edifici e per l'innovazione tecnologica.

Vediamo con favore che viene proposto dal Governo un emendamento che elimina la clausola di salvaguardia di cui all'articolo 67 lettera b); quindi, è opportuno che sia il Ministero della pubblica istruzione a monitorare i risparmi realizzati in stretto collegamento con il Parlamento anche per poter reinvestire gli stessi per migliorare e qualificare il sistema. Per quanto concerne l'assunzione dei docenti precari (150 mila in tre anni), che è una grande novità, un'importante scelta del Governo e del ministro, già nel parere inviato alla Commissione bilancio sollecitavamo il Governo ad attivare un percorso di costante monitoraggio sull'attuazione del piano e di avviare con successive disposizioni un riordino dell'intera disciplina della formazione e del reclutamento al fine di dare una adeguata risoluzione al problema del precariato e di evitarne la ricostituzione. In questa direzione è stato presentato un emendamento in Commissione bilancio, firmato da tutta l'Unione, che prevede che non vengano eliminate le graduatorie permanenti e sul quale continueremo ad impegnarci nel confronto in aula.

Certo, bisogna ripensare all'intera disciplina della formazione e del reclutamento, a un efficace sistema di valutazione della scuola, capace di orientare le scelte di politica scolastica, ma tutto questo non può essere fatto creando paure ed incertezze, rimettendo in discussione diritti acquisiti o non considerando le legittime aspirazioni di tanti.

Per quanto riguarda l'editoria, il confronto che c'è stato in Commissione, in occasione della discussione del disegno di legge finanziaria, è direttamente collegato a quanto si è detto in occasione dell'esame parlamentare del decreto fiscale. In questa circostanza, il Parlamento, in accordo con il Governo, con largo consenso di forze politiche anche dell'opposizione, ha corretto l'impostazione originaria del decreto, che prevedeva l'abolizione del diritto soggettivo ai contributi diretti, che avrebbe determinato una condizione di instabilità dell'intero settore, causando la crisi di importanti giornali cooperativi di partito. Un esito, perciò, inammissibile. Si è convenuto di stabilire la certezza dei contributi ed avviare un percorso di riforma, teso ad individuare quelle posizioni di abuso che, pure in questo settore, sono presenti. Si è scelto di delegare al Governo il compito di sviluppare questa iniziativa, riservando al Parlamento l'occasione di verifica e di confronto sugli orientamenti in materia. Ora, però, è necessario integrare il fondo, come già sollecitava un ordine del giorno approvato nel luglio scorso, anche per evitare che la Presidenza del Consiglio debba essere costretta a fare i salti mortali per onorare gli impegni assunti nella legge, in presenza di una copertura inadeguata.

Per quanto riguarda il settore dei beni e delle attività culturali, assistiamo ad un significativo cambio di passo rispetto alla precedente gestione di Governo, che aveva penalizzato sia l'attività dello spettacolo sia l'attività del personale di musei e sovrintendenze. Perciò è importante che già si siano aumentati, nel decreto Bersani, i fondi per il fondo unico dello spettacolo. Pur nella ristrettezza delle risorse, ci sono, dunque, segnali positivi e significativi: il significativo rifinanziamento del FUS, i 31 milioni per interventi di tutela e valorizzazione dei beni culturali del paesaggio, il contributo al fondo dell'articolo 12 del decreto legislativo del 2004 (la legge sul cinema), così come il fondo di cofinanziamento di progetti tra Stato, regioni ed enti locali, nelle materie di pertinenza del ministero, che è una scelta di decentramento, di costruzione di sinergie sui territori e di potenziamento delle autonomie locali; ancora, nuovi criteri di ripartizione del FUS, che intendono superare un intervento totalmente automatico, organizzato in percentuali rigide sempre uguali nel tempo, prevedendo uno zoccolo fisso in ragione di criteri quantitativi e oggettivi ed una quota variabile legata alla qualità. C'è la necessità, per troppi anni, dimenticata ed elusa, di garantire ai giovani esperienze di qualità, che fanno fatica ad emergere. In questa chiave è da leggere l'agevolazione in favore delle piccole e medie imprese di produzione musicale, alle quali viene riconosciuto un credito di imposta per le spese di produzione, sviluppo, digitalizzazione di opere di artisti emergenti. Così come si sta lavorando per coniugare il cinema di qualità con l'industria culturale. È da segnalare, infine, la possibilità per i comuni di canalizzare quota parte della tassa di scopo al recupero e alla valorizzazione del patrimonio storico e culturale.

Mi auguro, quindi, a conclusione dell'intervento, che il confronto in aula serva a superare i punti di criticità di questa manovra complessa, ma che intende, davvero, rappresentare l'avvio di una nuova fase di crescita e di sviluppo del paese. Signor Presidente, chiedo infine che sia autorizzata la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo integrale del mio intervento (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo).

 

PRESIDENTE. La Presidenza lo consente, sulla base dei criteri costantemente seguiti.

È iscritto a parlare il deputato Garavaglia. Ne ha facoltà.

 

MASSIMO GARAVAGLIA. Per il gruppo della Lega Lord, discutere di questa finanziaria è anche abbastanza semplice, alla luce di quelli che sono i pilastri dichiarati dal Governo di centrosinistra, pilastri che, in realtà, non stanno in piedi. Si è detto che è una manovra che deve servire allo sviluppo ed una manovra improntata all'equità e al rigore. Ebbene, in questa manovra non c'è rigore, non c'è equità e non ci sarà, purtroppo, sviluppo. Che non ci sia rigore, l'abbiamo già capito tutti subito, così come è stato attestato dagli enti di certificazione internazionale, che hanno prontamente declassato il nostro debito pubblico. La motivazione, molto semplice, è che non c'è rigore, non ci sono tagli strutturali, si procede, semplicemente, aumentando le tasse. È evidente che è facile far quadrare i conti aumentando le tasse, ma non è così che si risolvono i problemi di questo strano paese. Infatti, dei 34 e rotti miliardi di manovra, ben 30 sono di entrate (poi si può discutere se non saranno 30 ma 28: la sostanza chiaramente non cambia, in quanto sono quasi tutte entrate). Qual è il problema di una manovra fatta di tutte entrate? Voi, cari colleghi della maggioranza, l'avete vissuto sulla vostra pelle: se la manovra è fatta tutta di entrate, necessariamente, ogni tentativo di modifica si scontra con la necessità di coprire un taglio di entrata con una differente entrata. L'abbiamo visto, ad esempio, in maniera molto chiara, con il decreto fiscale n. 262, collegato alla manovra, sull'operazione della tassa di successione. Nella versione iniziale, la tassa di successione prevedeva di tassare i patrimoni del defunto a partire da un valore molto basso, di 250 mila euro. Giustamente, ci si è resi conto che questa era una follia (addirittura, era di 100 mila euro per le imprese) e la soglia tassabile è stata, quindi, alzata ad un miliardo di euro. Bene, questo ha comportato un buco nell'entrata di 140 milioni di euro. Come è stato coperto questo buco di entrata di 140 milioni di euro? Semplicissimo, aumentando il bollo degli autocarri e dei motorini vecchi. Questo è il problema di fondo di una manovra fatta di sole entrate, ovvero che, quando si modifica, si modifica andando a reperire altre entrate. In questo caso specifico, poi, lascio a voi giudicare se l'entrata è congrua e coerente e, soprattutto, se, in questo modo, si va ad aiutare le fasce deboli. Secondo noi, chiaramente no.

Sul fatto che non ci fosse rigore e che non si andasse verso i tagli, bensì ancora verso una politica di entrate, con il Governo Prodi, l'abbiamo capito fin dall'inizio. Il primo provvedimento portato in questa aula è stato il cosiddetto «spacchettamento», un bel termine per nascondere la sostanza delle cose, ovvero la creazione di ben cinque nuovi ministeri, arrivando poi ad infoltire il Governo con un numero - che ha sorpassato il Governo di Giulio Andreotti - di ben 103 tra sottosegretari, viceministri e compagnia. È ovvio che il messaggio chiaro non è di rigore o di taglio della spesa, ma di impossibilità di andare a tagliare la spesa, anzi di necessità di aumentarla.

Veniamo, poi, a quelli che sono i tagli che sono stati inseriti in questa manovra, perché c'è una piccola componente di tagli. Il primo e più importante è il taglio agli enti locali: oltre 4 miliardi di tagli agli enti locali. Anzitutto bisogna disquisire sul fatto se siano o meno tagli; secondo noi, sono tagli a livello di Stato centrale, che si traducono in maggiore tassazione a livello locale. Quindi, in realtà, sono tasse mascherate. Oltre a questo, non si è neanche riusciti a fare bene questa operazione. Prendiamo, ad esempio, il caso dei piccoli comuni, che oggi protestano contro il Governo, quasi tutti, peraltro, amministrati da giunte di sinistra. Qualche settimana fa, è stato fatto, addirittura, un accordo fra Governo e associazione dei comuni, in cui si è detto: guardate, ci si è resi conto che questi tagli sono eccessivi e li riduciamo da 2,8 miliardi a 2,2 miliardi, dando un sostegno ai piccoli comuni. Bene, neanche questo accordo è stato rispettato. Non siete neanche riusciti a mantenere la vostra parola, tant'è che l'ANCI, che è non la Co.Nord, associazione dei comuni del Nord, ma quella dei comuni d'Italia, ha dichiarato testualmente che il taglio di 600 milioni (da 2,8 a 2,2 miliardi) è puramente nominale, dal momento che sono stati ridotti esattamente di 600 milioni i trasferimenti. Quindi, li avete presi per i fondelli.

Ma la cosa peggiore è l'operazione che è stata fatta per i piccoli comuni, ai quali era stato dichiarato che sarebbero stati destinati 250 milioni di euro. Bene, con un emendamento (uno dei pochi, ad onor del vero, discussi in Commissione bilancio) sono stati attribuiti ai piccoli comuni 200 milioni di euro, quindi 50 in meno. Ma non sono questi 50 milioni di euro in meno che fanno venire il nervoso a tutti. È, anche stavolta, il modo in cui sono stati reperiti i fondi: 200 milioni «pescati» dal fondo delle aree sottoutilizzate, cioè - tradotto - le aree, soprattutto del meridione, in cui si trova la stragrande maggioranza dei piccoli comuni. Quindi, avete tolto da una parte e preso dall'altra, ossia non avete cambiato nulla.

Altra fonte di tagli, pari a 3 miliardi e 100 milioni, è la sanità. Anche in questo caso, però, saranno tagli a livello centrale, che si traducono automaticamente in maggiori oneri per i contribuenti a livello locale. «Automaticamente» lo avete scritto voi, nel momento in cui dite che se una regione non rispetta il patto «automaticamente», così è scritto in finanziaria, viene aumentata l'IRAP per quella regione; il taglio è posto quindi a carico delle imprese delle regioni che «sforano». Noi avevamo presentato in proposito un bell'emendamento che ripresenteremo in Assemblea, perché questo ragionamento è sbagliato concettualmente. In quel caso la colpa di chi è? Se una regione «sfora» la colpa di chi è? Non è certamente del cittadino, che poi dovrà pagare il ticket. Non è certamente dell'impresa, che poi dovrà pagare l'IRAP. È degli amministratori. Noi abbiamo previsto un emendamento molto semplice, diretto a tagliare le indennità dei consiglieri regionali della regione che «sfora» il budget sanitario. Questo è il modo di agire, questo è il federalismo fiscale! Altro che aumentare le tasse a livello locale! Tra l'altro, per inciso, ma è importante che rimanga agli atti, la Corte dei conti ha certificato che la stragrande maggioranza del «buco» della spesa pubblica è riconducibile a giunte ed amministrazioni di sinistra. Altro che «modello emiliano», «modello umbro», eccetera, eccetera! Andate a leggere quella relazione e constaterete che le sorprese saranno belle ed interessanti per tutti!

Passiamo, poi, al cosiddetto decreto «tagliaspese». Un'altra fonte di taglio delle spese è rappresentata dall'articolo 53. L'articolo 53 dispone una cosa molto semplice: si va a tagliare «a tappeto», del 13 per cento, tutta una serie di capitoli di spesa. Su ciò la Lega Nord non può che essere favorevole: tagliare la spesa pubblica è chiaramente un'operazione giusta, intelligente e sacrosanta. Purtroppo, anche questa siete riusciti a farla male, per due ordini di motivi.

Anzitutto, si va scegliere discrezionalmente su quali leggi vigenti andare a tagliare. Faccio un esempio per tutti, perché è un fatto che al sottoscritto è rimasto sullo stomaco. Andate a tagliare del 13 per cento i fondi stanziati dall'articolo 78 della finanziaria dell'anno scorso; tale articolo finanziava tante piccole opere del nord, tra cui la strada della Valcamonica, la pedemontana, eccetera, eccetera, eccetera. Quindi, taglio discrezionale e punitivo contro il nord. Queste cose, chiaramente, poi non vi verranno perdonate.

Vi è, poi, un altro aspetto, di sostanza: chiunque abbia un minimo di esperienza di amministrazione pubblica sa che tagliare «a tappeto» vuol dire non tagliare un bel niente. Tagliare il 13 per cento su tutti i capitoli, compresi disabili, assistenza ai detenuti, interno, cooperazione internazionale, è evidentemente un'operazione infattibile. Cito, in merito, alcuni semplici esempi: lo sa il ministro Ferrero che gli tagliate 185 - dico 185! - milioni di euro nei suoi capitoli? Nel momento in cui, in finanziaria, voi gli date due fondi, quello per la non autosufficienza, pari a 50 milioni di euro, e quello per la inclusione degli extracomunitari, pari a 150 mila euro, vuol dire che da una parte gli concedete 200 milioni e dall'altra gliene sottraete 190, anzi 185, per la precisione. Quindi, gli date 15 milioni di euro. Il ministro Ferrero, mi chiedo, lo sa? Sì o no? Dove vive? Idem per quanto riguarda il ministro Amato. È proprio uno strano paese: ci accorgiamo che a Napoli ci sono problemi ora. Vi deve essere una fila di morti ammazzati per accorgersi che ci sono problemi? Lo sa Amato che gli vengono tolti 220 milioni di euro, quindi non bruscoletti...

 

PRESIDENTE. Onorevole Garavaglia...

 

MASSIMO GARAVAGLIA. Mi scusi, signor Presidente, utilizzo anche il tempo assegnato al collega Grimoldi.

 

PRESIDENTE. Sta bene, onorevole Garavaglia, prosegua pure.

 

MASSIMO GARAVAGLIA. Stavo dicendo: lo sa Amato che gli tolgono 220 milioni di euro? E, quindi, che senso ha andare a chiedere fondi aggiuntivi per Napoli da una parte, e magari gli si danno 1 o 2 milioni di euro per fare una operazione di pura facciata, quando, dall'altra, si sottraggono 220 milioni di euro, che sono tanti e sono necessari in uno Stato che ha gravissimi problemi di ordine pubblico, soprattutto in virtù dell'indulto che sciaguratamente il Parlamento ha varato? Siamo di fronte proprio alla schizofrenia più pura.

Tornando ancora sul tema del rigore, vi è un'altra questione aperta in questa finanziaria: 3 miliardi di euro in tre anni per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego. Ora, la Lega Nord non è che ce l'abbia con il pubblico impiego, però non bisogna nemmeno esagerare. Qui non solo si va a dare un miliardo e 100 milioni, subito, nel 2007, ma viene addirittura tutto anticipato di un anno e non si dice come venga coperta questa operazione. È chiaro che se una cosa che va realizzata in tre anni viene fatta in due, lo capisce anche un bambino dell'asilo, vi saranno costi aggiuntivi, tant'è che la Commissione bilancio attende ancora dal Governo un chiarimento definitivo sulla questione, ossia su quali siano i costi aggiuntivi sul 2007. Non lo sappiamo, quindi come verrà ottemperato questo accordo fatto dal Governo è tutto da capire. La questione è più ampia, ma la ristrettezza dei tempi non ci consente di approfondirla ulteriormente.

Faccio solo alcuni incisi, alcuni esempi su come poi, in generale, il rigore non vi sia. Vi è addirittura un emendamento a firma del relatore che fa venire i brividi: vengono attribuiti ancora 760 milioni di euro per il terremoto del Belice. Non me ne vogliano gli onorevoli colleghi, ma il 15 gennaio 1968 il sottoscritto, come molti tra i nuovi deputati, non era nemmeno nato. Che servano ancora oggi, nel 2006, 760 milioni di euro per il Belice ci sembra oggettivamente un'esagerazione. Per non parlare di un miliardo e 50 milioni (si tratta sempre di un emendamento a firma del relatore) per la viabilità secondaria della regione Sicilia. Anche qui, non me ne vogliano gli amici siciliani, ma un miliardo di euro per la viabilità secondaria...! In Lombardia con quei soldi facciamo strade e PIL per 3 miliardi di euro! È questo che non capisce il nostro strano paese!

Parliamo di sviluppo. L'altro pilastro di questa manovra finanziaria è lo sviluppo. La riduzione del cuneo fiscale, lo sappiamo tutti, è la bandiera, la cartina tornasole, lo slogan che caratterizza questa finanziaria. Peccato che la riduzione del cuneo fiscale la vogliano, in realtà, solo le grandi aziende! Peccato che un quarto del beneficio della riduzione del cuneo fiscale vada solo a 700 grandi aziende! Peccato che alla marea di piccole e medie imprese della riduzione del cuneo fiscale non gliene frega niente! Ma perché non importa alle piccole e medie imprese della riduzione del cuneo fiscale? Semplicemente perché dare 30 euro a dipendente è talmente poco che non incide in maniera sostanziale sui bilanci. Facciamo un «conto della serva»: un'azienda di 100 dipendenti, 3 mila euro di beneficio al mese; ma cosa gliene importa? Non gli cambia mica nulla questo! Non la fa diventare competitiva nella globalizza­zione internazionale. Figuriamoci un'azienda con 10 dipendenti, 300 euro di beneficio al mese!

È evidente che è una misura che non ha alcun impatto, ma a maggior ragione non lo ha perché le aziende, soprattutto le medio-piccole del nostro paese, ormai non ragionano più in termini di settori tradizionali a intensità di lavoro. Le aziende che lavorano in settori ad intensità di lavoro (penso al tessile) hanno ormai già delocalizzato o, se non lo hanno fatto, stanno chiudendo. Le aziende in Italia oggi lavorano sulla qualità del lavoro, non sulla quantità, per cui una operazione come quella del cuneo fiscale, che poteva essere intelligente dieci anni fa, oggi non serve a nulla.

Sentite cosa dicono i presidenti delle associazioni di categoria: gli stessi soldi messi a pura detassazione degli utili investiti in tecnologia e in investimenti avrebbero una resa venti volte maggiore. Purtroppo, però, avete ormai imboccato questa via e su questa state continuando.

Per non parlare del costo del lavoro. In realtà, tenendo conto del cuneo fiscale e dell'incremento dei contributi dei parasubordinati, dei commercianti, degli artigiani, e altri ancora, emerge un dato pazzesco, e cioè che il costo del lavoro per le aziende fino a 10 dipendenti aumenta di un punto: comunicatelo questo ai vostri cittadini nei giornali e nei telegiornali! Fino a 50 dipendenti comunque il costo del lavoro aumenta e poi, sopra i 50 dipendenti, non aumenta più per le nuove tasse che avete imposto, ma vi è lo scippo del TFR, e qui siamo veramente al paradosso. Andate a togliere l'unica fonte di finanziamento e di sviluppo delle attività del nostro sistema imprenditoriale, fatto di piccole imprese, per darla all'INPS! È evidente che un principio cardine dell'economia, quello dell'allocazione ottima del capitale, in questo caso non solo viene sconfessato, ma addirittura stravolto.

Vi pongo una domanda semplice: secondo voi, investe meglio i soldi un imprenditore o l'INPS? Rendono maggiormente i soldi utilizzati da un imprenditore per sviluppare la propria azienda o quelli dell'INPS che magari realizza le strade e la viabilità secondaria della Sicilia? Lascio a voi la risposta.

Infine, sempre sul TFR una osservazione molto importante è che l'operazione è folle anche dal punto di vista del bilancio dello Stato. Anche questo, infatti, l'ha detto Draghi, non io né la Lega: emettere BOT costa meno che pagare la rivalutazione del TFR. Quindi, fate una bella cosa: lasciate il TFR dove è!

Passiamo all'ultimo pilastro della manovra finanziaria, quello dell'equità. Voi dite che è una manovra di equità. Anche a tale riguardo farò una semplice citazione. L'ex moglie di Padoa Schioppa, grande economista, forse anche più grande dell'ex marito, ha detto una cosa molto semplice riguardo a questa manovra: vi sono 40 miliardi di euro di redistribuzione ma non si comprende a chi vadano. È tutto qui il problema!

Guardate la manovra dell'IRPEF: a parte che bisognerebbe capire quale sia la manovra definitiva, perché abbiamo visto tante tabelle ma stiamo continuando a ragionare sempre e solo su quelle originarie, dove i single risultano beneficiati rispetto alle famiglie, l'unico dato certo è che entreranno 400 milioni di euro in più, ma non si sa ancora chi ne beneficerà. Dipenderà dalla nuova versione, che non avete ancora deciso, perché se l'aveste decisa sarebbe arrivata in Commissione bilancio! Il problema è che voi non avete alcuna maggioranza: come ha detto il mio collega Filippi ieri, dovete mettere la fiducia anche per andare alla buvette, perché non sapete mettervi d'accordo sul menù!

In conclusione, perché il tempo del mio intervento è finito, non vi è equità in una manovra che va ad aumentare l'ICI, l'addizionale comunale, i ticket sanitari, i bolli auto: tutti esempi di tassazione regressiva, che punisce cioè maggiormente i redditi più bassi.

È per questo motivo che non avete più la fiducia nel paese: ormai Prodi non ce l'ha più di certo! Magari questa settimana l'avrà ancora sulla manovra finanziaria, ma nel paese non ce l'ha più di certo.

Parlate spesso di errori di comunicazione. La comunicazione delle vostre manovre il settore produttivo l'ha già avuta ad agosto quando gli artigiani, i commercianti e le piccole imprese hanno pagato l'F24 e si sono resi conto dell'errore che ha commesso chi ha votato il centrosinistra, mentre chi non l'ha votato si è reso conto della gravità delle azioni di questo Governo. Con l'F24 di agosto le imprese e gli autonomi hanno compreso l'impatto forte e pesante del decreto Visco-Bersani. In primavera i cittadini avranno modo di saggiare la pesantezza di questa manovra finanziaria di centrosinistra e allora davvero per voi saranno guai seri (Applausi dei deputati dei gruppi Lega Nord Padania e Forza Italia)!

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Narducci. Ne ha facoltà.

 

FRANCO ADDOLORATO GIACINTO NARDUCCI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la legge finanziaria è importante per tutti i cittadini italiani, quelli in patria e quelli che vivono fuori dai confini nazionali, e dunque gli strumenti di programmazione ne devono tenere conto allorché si dispone il quadro finanziario annuale, che contempla stanziamenti vitali per le comunità italiane residenti all'estero. Investire di più nelle comunità italiane all'estero - un concetto emerso con forza anche nella recentissima convention mondiale delle camere di commercio italiane all'estero, tenutasi a Lecco - significa aumentare la competitività del sistema Italia. Significa anche dare qualità e intensità alle relazioni tra il nostro paese e la vasta comunità di cittadini italiani che vive all'estero, relazioni da cui dipendono aspetti fondamentali per la bilancia commerciale e dei pagamenti, come il turismo di ritorno, le rimesse dirette e gli investimenti, il mercato diretto e indiretto di beni e servizi italiani all'estero, l'emigrazione tecnologica.

La manovra di bilancio per il 2007 ha posto come obiettivi centrali il risanamento dei conti pubblici, il sostegno all'economia e allo sviluppo e gli interventi nell'area dell'equità sociale.

Per riconquistare credibilità sui mercati finanziari, per rassicurare le agenzie di rating, occorre evidentemente affrontare i nodi strutturali del nostro paese, ma in pari tempo si deve ridare forza al nostro sistema economico, perché il buon andamento dell'economia si coniuga di pari passo con l'aumento delle entrate sul versante delle imposte e dunque con la possibilità di agire con decisione sul risanamento del debito pubblico italiano, un debito pubblico che non ha eguali nei paesi industrializzati. Con la legge finanziaria 2007 la maggioranza di Governo ha scelto la via del rigore per avviare il risanamento dei conti pubblici del nostro paese e per il rilancio dell'economia, nel rispetto dell'impegno assunto con gli elettori e al cospetto degli obblighi contratti dal precedente Governo con i nostri partner europei, per riportare i conti italiani entro i limiti fissati dal Patto di stabilità.

Ma i buoni progetti da soli non bastano, soprattutto in presenza di un'evasione fiscale e di una erosione della base imponibile che in questi ultimi anni hanno raggiunto livelli intollerabili, pregiudicando di fatto politiche di alleggerimento del prelievo e una sua più equa ripartizione.

L'equilibrio di una nazione e la sua maturità politica si giudicano anche dalla capacità del ceto politico di convergere sulle scelte fondamentali, naturalmente dopo uno scontro dialettico acceso, ma che in ogni caso deve essere finalizzato agli interessi dei cittadini e alla crescita del paese. Sulla legge finanziaria si è invece aperta una campagna propagandistica senza precedenti contro il Governo, con un uso strumentale di qualsiasi argomento.

Se i deficit si susseguono e il debito si accumula, può nascere un circolo vizioso, che nel lungo periodo potrebbe rendere impossibili gli sforzi di stabilizzazione, e le quotazioni dell'Italia potrebbero crollare improvvisamente come i tulipani nell'Olanda del Seicento. La stabilità è dunque fondamentale perché indica se il paese è in grado di reagire efficacemente ad eventuali errori o ad una crisi finanziaria internazionale.

È comprensibile allora come l'aggiornamento dei voti dati dalle agenzie di rating scateni puntualmente polemiche tra le forze politiche dei paesi «bocciati» e sia invece fonte di prestigio per i governi dei paesi «promossi». L'Italia è stata recentemente declassata: un evento annunciato, visto il pesante fardello del debito pubblico lasciato in eredità dal precedente Governo.

Signor presidente, l'opposizione ha accusato il Governo finanche di comprare il voto di qualche parlamentare eletto all'estero, strumentalizzando una intervista rilasciata dal senatore Pallaro. Le accuse di «ignobile voto di scambio» dimostrano una incredibile disconoscenza dell'effettivo stato dell'arte e delle comunicazioni date dal Governo il 4 e il 6 ottobre scorso nel plenum del Consiglio generale degli italiani all'estero, per illustrare la manovra finanziaria riguardante i capitoli di bilancio per le politiche dirette alle collettività italiane all'estero. Si tratta di un dato che risulta dai documenti riportati anche sul sito del Ministero degli affari esteri. L'emendamento del Governo, che ha fatto parlare di comportamento immorale e disdicevole, è volto unicamente a finalizzare a specifici capitoli di spesa riguardanti le comunità italiane emigrate i 14 milioni di euro allocati nella tabella A del Ministero dell'economia e delle finanze.

In conclusione, desidero ricollegarmi a quanto affermato ieri mattina dall'onorevole Ventura, il quale ha rimarcato con preoccupazione le enormi difficoltà che hanno frenato il lavoro della Commissione bilancio.

 

PRESIDENTE. Deputato Narducci, concluda.

 

FRANCO ADDOLORATO GIACINTO NARDUCCI. Concludo, Presidente. Un aspetto, questo, che dovrebbe richiamarci responsabilmente ad una valutazione delle procedure per l'approvazione della legge di bilancio; procedure che non trovano riscontro nei paesi ad economia avanzata dell'Unione europea.

Occorre assolutamente rimettere mano al sistema di imposizione fiscale per semplificarlo e renderlo trasparente agli occhi dei cittadini; una riforma che non può prescindere dal federalismo fiscale, possibilmente molto aderente ai modelli europei più qualificati, che partono dall'istituzione più bassa, il comune.

Infine, signor Presidente, chiedo che la Presidenza autorizzi la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo integrale del mio intervento.

 

PRESIDENTE. Deputato Narducci, la Presidenza lo consente, sulla base dei criteri costantemente seguiti.

È iscritto a parlare il deputato Marinello. Ne ha facoltà.

 

GIUSEPPE FRANCESCO MARIA MARINELLO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, come ogni anno ci ritroviamo all'appuntamento con la finanziaria, rispetto alla quale diversi sono i ruoli che competono alla maggioranza e all'opposizione. Maggioranza e Governo hanno predisposto il disegno di legge finanziaria, l'opposizione e il paese, invece, lo hanno studiato cercando di comprenderne la ratio, cioè le direttrici, i percorsi e le finalità. Il ruolo del Parlamento nel suo complesso è essenzialmente quello di registrare le esigenze del paese e cercare di tradurle in proposte emendative che, alla fine, possano contribuire sensibilmente a migliorarne il testo.

Cercherò di descrivere il vostro disegno di legge finanziaria anche nella logica dei numeri. Il provvedimento si compone di 217 articoli aventi un contenuto assolutamente generico e talvolta contraddittorio. In taluni casi, inoltre, si rinviene una maniacale ricerca del particolare, generata essenzialmente dal prevalere di quel dirigismo tanto caro alla vostra sovrastruttura ideologica.

Nelle passate settimane tutti abbiamo visto quello che è successo: in Commissione bilancio sono state presentate oltre settemila proposte emendative; di queste, ben il 45 per cento da parte della maggioranza. Durante i lavori della Commissione si è registrata un'ulteriore proliferazione di proposte emendative presentate sia dal Governo sia dal relatore (oltre 200 emendamenti) le quali, a loro volta, hanno generato ulteriori e prevedibili subemendamenti. Con il passaggio del provvedimento all'esame dell'Assemblea rimangono ancora in piedi circa quattromila proposte emendative. Tutti questi numeri, lo faccio notare, non derivano da un impazzimento dei membri del Parlamento, ma dall'oggettiva necessità di rimediare alla vostra politica economica.

Le vostre contraddizioni, inoltre, hanno determinato un'assoluta stagnazione dei lavori della Commissione: poche decine di proposte emendative esaminate ed approvate. Di esse, soltanto diciotto erano di iniziativa parlamentare (nel dettaglio, undici provenivano dalle Commissioni, soltanto le rimanenti sette si possono conseguentemente considerare veramente di iniziativa parlamentare). Si è trattato di una sorta di pantomima durata un'intera settimana, caratterizzata da una incerta e lenta conduzione dei lavori a causa di numerose interruzioni. Il relatore e, soprattutto, il presidente della Commissione annaspavano in una sorta di stato confusionale che mi ha preoccupato sia come uomo sia come medico.

Tutto ciò perché è avvenuto? Sostanzialmente per nascondere le vostre divisioni interne e le contraddizioni esistenti e, di conseguenza, la vostra assoluta incapacità di governare il paese. A dire la verità ciò noi l'avevamo compreso da tempo, così come lo hanno compreso gli italiani. Questo era evidente fin da questa estate con l'approvazione del cosiddetto decreto Visco-Bersani e, successivamente, con quella del decreto fiscale ed oggi, a maggior ragione, con la finanziaria.

La verità è che la vostra politica economica denota un'abnorme impostazione classista, punitiva nei confronti del ceto medio e dannosa per tutto il paese. Qual era il vostro obiettivo dichiarato? Era la riduzione del rapporto deficit-PIL al 2,8-2,9 per cento, cioè sotto il 3 per cento, al fine di conformarsi a quanto previsto dai parametri europei? Allora, a mio avviso, sarebbero bastati 14-15 mila miliardi di euro. Il sovrappiù della vostra manovra è dettato soltanto dal vostro istinto dirigista e rapace, talvolta francamente sanguinario, nei confronti dei nostri cittadini. La vostra manovra economica è caratterizzata da 14 miliardi di euro di inasprimento fiscale, da 15 miliardi di euro di tagli indiscriminati della spesa (mascherata come contenimento e razionalizzazione della stessa) e da ben 6 miliardi di euro determinati dall'avocazione da parte del Ministero dell'economia e delle finanze del 50 per cento del TFR (un vero e proprio prestito forzoso che ha il sapore di un esproprio proletario).

Va inoltre posto in rilievo che i cosiddetti tagli servono a falcidiare pesantemente i bilanci delle regioni, degli enti locali e di settori assolutamente essenziali quali, ad esempio, la sanità. Tutto ciò si tradurrà in un maggiore esborso per i cittadini. Esborso che né noi né soprattutto voi siamo in grado di calcolare, in quanto è assolutamente imprevedibile quello che potrà accadere a causa dei tagli operati agli enti locali e alla spesa sociale.

Colleghi, vi invito, inoltre, a non invocare le conseguenze derivanti dalla sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee in materia di detraibilità dell'IVA sulla manovra perché, come sappiamo tutti, i 5 miliardi e 280 milioni di euro di riduzione del gettito IVA saranno abbondantemente assorbiti dai 5 miliardi e 364 milioni di euro delle previste maggiori entrate per effetto delle modifiche restrittive apportate alla detraibilità in materia di IRPEF, IRES e IRAP.

Dati questi numeri, risulta chiaro che tale abnorme manovra che, a vostro dire, è giustificata dalla necessità di ridurre il rapporto deficit-PIL in realtà nasconde altre finalità. Faccio riferimento, in particolare, all'aumento delle spese dello Stato che andrà a danno delle tasche dei cittadini, con conseguenze disastrose anche per l'economia italiana. In un momento come questo, caratterizzato da una ripresa economica in Europa e da una lieve ripresa del sistema Italia (si registra un aumento delle esportazioni e degli investimenti), riducendo la disponibilità economica delle singole famiglie italiane, voi create le premesse per una riduzione dei consumi interni e, conseguentemente, per una successiva stagnazione economica.

Ci dispiace per il professor Padoa Schioppa. Probabilmente, se il ministro avesse chiesto lumi ad uno studente al secondo anno del corso di laurea in scienze economiche su come affrontare la situazione economica italiana, questi glieli avrebbe forniti con estrema semplicità. Non è, quindi, assolutamente un caso che il ministro Padoa Schioppa sia etichettato come uno dei peggiori ministri economici dell'Unione europea.

Desidero evidenziare le vostre contraddizioni anche su altri aspetti. Ad esempio, per finanziare i 5 miliardi e mezzo di euro di tagli del cosiddetto cuneo fiscale voi ricorrete al prelievo forzoso sul TFR. Ciò, al di là delle valutazioni sull'opportunità di effettuare questo genere di manovra, creerà in prospettiva un aggravio delle condizioni del bilancio dell'INPS. Inoltre, voi non avete ben valutato la portata di una tale disposizione. Infatti, nel caso in cui i lavoratori dovessero aderire in massa ai fondi pensione, si creerebbe un'ulteriore voragine nei conti pubblici. Non ci convincono, altresì, le dubbie coperture, da voi rassegnate durante i lavori della Commissione bilancio, come, ad esempio, quelle necessarie per il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici. Probabilmente, anche in questo caso, allignano e si nascondono ulteriori disavanzi della spesa pubblica.

Non ci convince nemmeno quella parte della manovra dedicata allo sviluppo. Scarsa, infatti, è l'attenzione nei confronti di quelle infrastrutture considerate fondamentali per il nostro paese, già avviate dal Governo Berlusconi e che oggi restano vittime dei vostri pregiudizi, dei veti della sinistra estrema che si rivela, alla lunga, l'azionista di riferimento della maggioranza che vi sostiene.

Poco o nulla è previsto per le piccole e medie imprese, da sempre ritenute volano dell'economia sana del nostro sistema produttivo. Non avete avuto nemmeno il pudore di rifiutare 10 milioni di euro - un nulla per una manovra economica di questa portata - per i processi di internazionalizzazione delle imprese artigiane e dei consorzi delle stesse. E questo lo avete fatto quasi contestualmente all'approvazione di quell'emendamento, così fondamentale e necessario, che vi era stato richiesto il giorno prima a mezzo stampa da un importante membro del Senato. Una richiesta, evidentemente, che doveva essere soddisfatta e che ha quasi il sapore e il valore di un voto di scambio. Torniamo alle piccole e medie imprese che, unitamente agli autonomi, ai commercianti, ai liberi professionisti, agli artigiani, sono da voi considerate una sorta di zona grigia, meritevoli soltanto di vessatoria considerazione.

Per quanto riguarda altre specifiche materie - ne voglio parlare prima di avviarmi alla conclusione - ad esempio quelle di cui mi occupo in Commissione, relative al sistema agricolo e della pesca nel nostro paese, non vi è assolutamente nulla di nuovo.

Intanto, gravate il sistema di maggiori esborsi. Infatti, aumentando gli estimi catastali, modificando la classificazione dei fabbricati rurali, chiedete al comparto agricolo un contributo enorme, che di scende prevalentemente dal decreto-legge in materia fiscale n. 262 del 2006, superiore al miliardo di euro.

Ma anche per quanto riguarda le agevolazioni fiscali relative ai tributi in scadenza al 31 dicembre 2006, avete disposto una semplice proroga, interrompendo quel percorso virtuoso già identificato dal Governo Berlusconi, allorquando andò a stabilizzare, ad esempio, il regime IVA. Né avete confermato quel regime IVA che avevamo individuato con aliquote compensative anche per il sistema della pesca: e, guarda caso, preceduto da grandi dichiarazioni, il ministro De Castro ha comunicato che si recherà in visita presso la guardia costiera, proprio per sottolineare l'importanza del settore.

Signor Presidente, avrei tante altre cose da dire, ma mi avvio alla conclusione. La verità è che questa manovra riassume le vostre contraddizioni e la vostra assoluta incapacità di governare il nostro paese. Ma questo gli italiani già lo hanno capito e ve lo hanno dimostrato in Molise. Noi lo dichiareremo in quest'aula, durante l'esame del disegno di legge finanziaria, e il paese lo dichiarerà il 2 dicembre: a voi spetta trarre le debite conclusioni (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia)!

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Bono. Ne ha facoltà.

 

NICOLA BONO. Signor Presidente, il Presidente del Consiglio è un uomo notoriamente versatile e, a seconda delle circostanze, interpreta svariati ruoli. Quello del profeta: il 4 giugno, al conclave di San Martino in Campo, dichiarò: «Dobbiamo avere il coraggio di osare, di stupire, di realizzare qualcosa di difficile entro Natale». Detto, fatto: complimenti! Quello di Pinocchio: tutti ricordano quante volte, durante la campagna elettorale, aveva dichiarato: «Non vi metteremo le mani in tasca, non aumenteremo le tasse, vi assicuro che è la verità». Sa perfino fare i miracoli! Ecco perché D'Alema, il 2 ottobre 2006, dichiarò, estasiato: «Finanziaria miracolosa, ma è un primo passo». E, appunto, dopo il miracolo di avere scontentato tutti, D'Alema non ha più parlato fino al corteo del 4 novembre, giorno in cui la testa più lucida della sinistra (si può dedurre da ciò cosa siano le altre!), nel grottesco tentativo di difendere il Governo, ha parlato di un corteo contro il precariato e non contro il Governo, non rendendosi conto del paradosso. Infatti, chi è più precario del Governo Prodi? È una vicenda kafkiana: un corteo di protesta contro ignoti, con alla testa nove sottosegretari! Una cosa ridicola, che dimostra l'assoluta incapacità concettuale della sinistra di governare, perché non ha alcun rispetto delle istituzioni: mi riferisco a tutta la sinistra, e non solo agli esaltati della parte più radicale. Ma, quando l'onorevole D'Alema parla di paese normale, ha come concetto quello di un paese in cui gli esponenti del Governo guidano le manifestazioni di piazza? Il paese normale dell'onorevole D'Alema è, forse, la Repubblica delle banane?

È, quindi, una manovra che non piace a nessuno. Ecco il motivo della presentazione dei 7 mila emendamenti, di cui 3 mila della maggioranza e 300 dei ministri. È un fatto mai successo! È la finanziaria, quindi, delle contraddizioni e della marcia indietro. Salutata all'inizio con enfasi, doveva essere la marcia trionfale del risanamento, dello sviluppo e dell'equità. Poi sono sorti i dubbi. Il ministro Padoa Schioppa ha parlato di falle nella concertazione. Poi, le prime marce indietro: riduzione dei tagli agli enti locali, revisione delle norme sul TFR, modificazione dell'imposta di successione, il balletto osceno del bollo auto. Insomma, una Caporetto, con ritirata annunciata su tutti i fronti!

Ma qual è il male oscuro di questo provvedimento? Il fatto di essere stato pensato e imposto dal sindacato e dall'ala più radicale dello schieramento. Perfino Cofferati si è dissociato dichiarando: questa finanziaria colpisce i deboli e i ceti medi, non farò lo sceriffo di Nottingham per Prodi. È una finanziaria, quindi, devastante: altro che ricchi! Oggi piangono soprattutto i ceti medio-piccoli, cioè la quasi totalità degli italiani, mentre i poveri non hanno alcun vantaggio.

È una manovra finanziaria gestita con iattanza e velleitarismo dal ministro Padoa Schioppa e dal viceministro Visco, impegnati a minacciare gli evasori: il che è come abbaiare alla luna! È Rutelli, disperato, a tentare di rabberciare con palesi assurdità, come quella di dichiarare: ci impegniamo a restituire tra due anni le maggiori entrate dell'evasione. Ma se siete così sicuri di colpire gli evasori, perché non facciamo in modo di non aumentare oggi le tasse e, fra due anni, se non sarete riusciti a rintracciare gli evasori, riparleremo di tali incrementi?

È un disegno di legge che toglie molto, restituisce poco e colpisce chi crea ricchezza. È stato calcolato che, per ogni 100 euro che vengono tolti a chi ne guadagna più di 3 mila al mese, ne vengono distribuiti 10 (pari al 10 per cento) alle categorie con redditi più bassi, le quali però devono pagare anche gli aumenti delle imposte indirette: è, quindi, vanificato ogni effetto redistributivo, che rimane solo pura demagogia.

In tutto, abbiamo calcolato 69 disposizioni, tra aumenti e istituzioni di nuove tasse. Ecco perché è la finanziaria delle contraddizioni: perché con una mano dà e con l'altra toglie. È emblematico il caso del cuneo fiscale e, contemporaneamente, del furto del TFR, ovvero l'autorizzazione a scaricare l'IVA sui congressi per rilanciare il turismo, con la contemporanea introduzione della tassa di soggiorno, che è l'imposta più demenziale che poteva concepirsi per affossare un settore strategico del paese. Tutti noi ricordiamo il ministro Rutelli teorizzare la necessità della riduzione dell'IVA sul turismo. Ma la tassa di soggiorno è un'imposta indiretta: è come se avessimo aumentato l'IVA sul turismo di due o tre punti percentuali! Come si può scadere in così palesi ed evidenti contraddizioni?

Estremamente penalizzanti sono le previsioni sui tre grandi settori della scuola, dell'università e della ricerca scientifica, e sui beni e le attività culturali, i cui stanziamenti non solo sono molto al di sotto delle previsioni che baldanzosamente i ministri avevano annunciato al Parlamento ma, soprattutto, sono largamente inferiori alle reali esigenze di mantenimento dell'attività di istituto in questi settori fondamentali dell'amministrazione statale e della società italiana.

Non parliamo, poi, dell'editoria, su cui il Governo ha adottato una strategia funambolica e un po' truffaldina, tipica più del gioco delle tre carte che dei doveri di intervento per il sostegno di un settore vitale per la società democratica, oltre che per l'economia e la cultura nazionali.

Tornando all'università, tutti ricordano che il ministro Mussi aveva perfino preannunciato le sue dimissioni qualora non vi fosse stata una radicale inversione di tendenza. Ora, non voglio infierire, ma è indubbio che il problema è rimasto tale e quale. A fronte della strategicità di università e ricerca, questo primo disegno di legge finanziaria della sinistra non solo non evidenzia alcuna concreta linea di indirizzo per il potenziamento di questi settori, ma smentisce clamorosamente perfino le promesse elettorali, al punto che la Conferenza dei rettori, il 4 ottobre, ha diffuso un comunicato di protesta e di denuncia proprio in ordine al mancato rispetto di tali impegni.

Il finanziamento complessivo dell'università è, infatti, notoriamente diminuito in termini reali. Già la cosiddetta legge Bersani aveva ridotto del 20 per cento le spese ordinarie delle università per il triennio 2007-2009, con una decurtazione stimata di circa 250 milioni di euro. Con questa manovra i tagli diventano insopportabili. Per i nuovi ricercatori si registra uno stanziamento di appena 20 milioni di euro, pari all'assunzione di circa 500 nuovi ricercatori: una bella differenza rispetto ai circa 2 mila assunti dal centrodestra in appena due anni!

Incredibilmente è stata soppressa la norma sul 5 per mille, sottraendo ulteriori risorse alle università. Gravissimo, poi, l'attacco all'autonomia degli atenei, con l'obbligo, sancito dall'articolo 70, di ridurre le nuove assunzioni nei limiti rigidi del turn over introducendo l'inedita regola di «una cessazione, una assunzione», con grave nocumento delle aspettative dei giovani ricercatori.

È una vera ecatombe quella che si registra nel settore della ricerca, iniziata con il decreto Bersani, che, come è noto, ha tagliato il 20 per cento dei fondi per le spese di funzionamento, e continuata con la manovra finanziaria, con danni inauditi ad un settore strategico per la competitività del sistema Italia e, quindi, per il futuro del nostro paese.

In ordine alla scuola lo scenario appare grosso modo simile a quello descritto per l'università: la manovra ha tradito gli impegni elettorali, con scarsi investimenti e, malgrado l'enfasi circa il successo del ministro Fioroni per essere riuscito ad evitare tagli più pesanti, fa registrare un saldo negativo tra riduzione di spesa e recupero di risorse aggiuntive. In pratica, Fioroni non è riuscito neanche a recuperare ciò che la manovra gli aveva tolto. La cosa più grave è che non si ha alcuna idea circa gli obiettivi che il Governo si è prefissato per la scuola.

Non posso, poi, non sottolineare la gravità dei ricorsi continui a deleghe surrettizie e, in quanto tali, in bianco, attraverso il ricorso ai regolamenti di cui alla legge 23 agosto 1988, n. 400, per dare luogo ad una peraltro non chiara controriforma in solitudine, priva di criteri direttivi precisi ed in palese violazione delle prerogative del Parlamento.

Per i beni culturali non vi è dubbio che l'apparente successo ottenuto dal ministro Rutelli - una certa discontinuità rispetto alle altre amministrazioni in ordine alle risorse ottenute - non corrisponde, nella sostanza, alle aspettative di un significativo miglioramento delle politiche culturali. Tutt'altro: si nota, piuttosto, un'involuzione grave in ordine alla filosofia di gestione che si articola su una sorta di «spezzatino» dei nuovi stanziamenti ottenuti, distribuiti in una miriade di mini fondi che rendono inquietante lo scenario complessivo della gestione della cultura nell'era Rutelli. L'articolo 163 prevede, infatti, l'istituzione di un fondo per l'attuazione di accordi di cofinanziamento tra lo Stato e le autonomie finalizzato al sostegno di interventi in materia di attività culturali svolte nel territorio. A parte l'irrisorietà dello stanziamento di 20 milioni di euro, cosa vuol dire? Non si tratta, forse, di normali attività di istituto? Che bisogno c'è di creare questo fondo? Sorge il dubbio che il vero obiettivo sia quello di gestire con criteri discrezionali e non trasparenti una somma al di fuori della normale programmazione del bilancio del Ministero.

Questa norma fa il paio con l'altra, sempre introdotta con il medesimo articolo, che assegna un contributo di 31,5 milioni di euro per interventi di tutela e valorizzazione da individuarsi con decreto ministeriale. Questa norma potrebbe intitolarsi «Arcus 2, la clonazione» poiché non ha alcuna motivazione oltre quella di costituire un ulteriore strumento discrezionale per il ministro. Già esistono gli APQ, l'Arcus: sarebbe il caso di evitare ulteriori parcellizzazioni degli interventi per la tutela e la valorizzazione dei beni culturali.

Stessa osservazione vale per i 20 milioni di euro da gestirsi con criteri altrettanto discrezionali nell'ambito del settore di sostegno alle attività cinematografiche.

Fortemente deludenti, poi, sono le previsioni di spesa per il FUS: altro che l'impegno assunto dal centrosinistra in campagna elettorale di elevare la quota per la cultura e lo spettacolo fino all'1 per cento del PIL!

Il Mezzogiorno subisce una pesante penalizzazione. Altro che finanziaria meridionalista! Quanta enfasi sui 63 miliardi di euro concessi al sud, mentre è tutto falso, un semplice effetto virtuale. Lo stanziamento di 63 miliardi di euro è stato teorizzato nel settennio 2007-2013, ma è sfuggito a molti il fatto che la finanziaria programma solo in prospettiva triennale. Quindi, tutte le risorse assegnate a partire dal 2010 hanno solo un effetto-manifesto, un effetto-annuncio: si tratta di un dato esclusivamente virtuale che serve a tentare di coprire la vergogna di un'ennesima finanziaria, da parte della sinistra, che penalizza il Mezzogiorno.

Questa manovra, infatti, dà molto meno di quanto aveva concesso il Governo Berlusconi: basta guardare i documenti che avete predisposto. A legislazione vigente, l'ultima finanziaria del Governo di centrodestra prevedeva 6.434 milioni di euro per il 2007, 5.659 milioni di euro per il 2008, 10.450 milioni di euro per il 2009, per un totale di 22.543 milioni di euro. Con la finanziaria Prodi, nel 2007 sono stati rimodulati 5.100 milioni di euro, cioè 1.334 milioni in meno; 5.100 milioni di euro nel 2008, cioè 559 milioni di euro in meno; 9.950 milioni di euro nel 2009, cioè 500 milioni di euro in meno, per un totale di 2.393 milioni di euro in meno. Quello che risalta in maniera inaccettabile è il taglio di ben 1.334 milioni di euro per il 2007, anno in cui sarebbero stati subito spendibili e che invece vengono rinviati ad un futuro incerto e, quindi, sottratti alle aspettative delle aree meridionali.

C'è da scommettere che la finanziaria del prossimo anno rimodulerà le somme per gli anni successivi. Non capisco come i rappresentanti politici della sinistra eletti nel Mezzogiorno possano votare una manovra di questo genere, né capisco come i rappresentanti della Sicilia del centrosinistra possano identificarsi in essa.

Sono sostanzialmente false anche le altre agevolazioni per il sud. È infatti del tutto ininfluente il cuneo fiscale che, peraltro, non è cumulabile con il de minimis fino a 100 mila euro e con il credito d'imposta. Quindi, anche in questo caso la manovra evidenzia un'iniziativa di valore puramente virtuale e di manifesto.

La finanziaria uccide la sicurezza e così, mentre il Governo annuncia proclami per salvare Napoli dal degrado, accresciuto dalla perniciosa scelta dell'indulto, vengono stanziate risorse per aumenti alle forze di polizia pari a 19,83 euro al mese, cioè 60 centesimi al giorno: meno di un caffè!

Nessuno stanziamento è previsto per il riordino delle carriere. Viene teorizzata l'eliminazione di prefetture, questure, direzioni regionali della polizia, sedi dei vigili del fuoco. I tagli previsti dalla finanziaria, abbinati agli impegni per intervenire su Napoli, mi ricordano un passo di quella famosa canzone di Fabrizio De Andrè intitolata Don Raffaè: «Prima pagina venti notizie, ventuno ingiustizie, lo Stato che fa? Si costerna, s'indigna, s'impegna, poi getta la spugna con gran dignità».

Questa finanziaria aumenterà di 2 punti la pressione fiscale riportandola ai livelli record pre-Berlusconi del 43 per cento. Nel 2005 avevamo raggiunto quota 40,06 per cento di pressione fiscale. La verità è che esiste un unico disegno - prima la Visco-Bersani, altra legge odiosa e classista, ora la finanziaria - per colpire il ceto produttivo. Tutte le categorie che producono risultano penalizzate, ma con esse anche i lavoratori da esse dipendenti ed i consumatori, che dovranno pagare di più i servizi per i maggiori oneri.

L'aumento delle imposte danneggia non i ricchi, ma chi lo potrebbe diventare. L'aumento delle tasse è iniquo perché congela la struttura dei redditi e rende permanenti le differenze. I ricchi non hanno problemi, sono gli investitori ed i produttori i veri penalizzati dall'aumento delle imposte.

Si tratta di una finanziaria imposta dalla CGIL, sub premier Epifani, e dalla sinistra radicale, con lo scopo di realizzare la rivoluzione bolscevica in Italia 90 anni dopo quella della Russia e 17 dopo il crollo del muro di Berlino. Non a caso, è stata presentata il 1o ottobre al centenario della CGIL a Milano. È evidente che Prodi, leader senza partito, dalla Telecom al sindacato tenta di costruirsi una base di sostegno con i poteri forti che lo tuteli nel rapporto con i partiti della sua coalizione.

In conclusione, si tratta di una finanziaria deludente e penalizzante, contraddittoria e mendace, specie in ordine agli impegni assunti solennemente in campagna elettorale, che il gruppo di Alleanza Nazionale considera devastante per l'economia nazionale.

Sarà difficile migliorarla, meglio sarebbe se in un momento di ritrovata lucidità il Governo la ritirasse per riproporla in maniera più corretta.

Il gruppo di Alleanza Nazionale, in attesa di questo miracolo di ravvedimento operoso, dichiara la sua più completa contrarietà al provvedimento e annuncia di aver presentato un pacchetto di emendamenti per migliorare, ove possibile, la manovra, che altrimenti sarà contrastata con determinazione, nell'interesse superiore dei cittadini italiani e del paese intero (Applausi dei deputati del gruppo Alleanza Nazionale).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Turco. Ne ha facoltà.

 

MAURIZIO TURCO. Signor Presidente, ritengo vi sia un problema di fondo relativo alle nostre procedure. A questo proposito, condivido le critiche espresse in precedenza dall'onorevole Giudice che, per la verità, sono identiche a quelle che venivano espresse nella scorsa legislatura dall'opposizione di allora. Tuttavia, nessuno dice quanto sia urgente rivedere le regole sulle procedure di bilancio. Credo che questa sia una delle prime riforme che il Parlamento dovrà attuare. Proprio sulla base di tali considerazioni, vorrei ringraziare il presidente Duilio, il relatore Ventura e il sottosegretario Sartor per lo sforzo intrapreso al fine di salvaguardare le prerogative del Parlamento.

La finanziaria in esame, in base al DPEF che avevamo votato con entusiasmo, doveva essere incentrata sulla spesa e su riforme strutturali: pensioni, sanità, pubblico impiego e finanza locale. Invece, come al solito, ci ritroviamo di fronte ad una manovra basata su tasse. Riteniamo che ciò rappresenti un errore da correggere al più presto e per questo continuiamo a chiedere al Governo l'atto di saggezza di non arroccarsi e di non chiudersi a riccio.

È infatti vero che, a causa del mix tasse e burocrazia - per non parlare dell'incertezza del sistema giudiziario -, non solo non attraiamo capitali, ma assisteremo anche alla delocalizzazione delle piccole e medie imprese e non solo di quelle grandi. D'altra parte, avendo soldi da investire, ciascuno di noi preferirebbe la Polonia, con tasse al 19 per cento e la possibilità di aprire un'impresa in dieci giorni, oppure l'Italia, con tasse fino al 60 per cento e un anno e mezzo per aprire davvero un'impresa? Si tratta di un interrogativo che poniamo al paese, al Parlamento e al Governo. D'altronde, è risaputo che le riforme strutturali vanno attuate quando vi è una congiuntura positiva e, possibilmente, nella prima finanziaria della legislatura.

Voglio qui ricordare che, nel 1994, quando Berlusconi fu purtroppo indotto dalle pressioni della piazza e da quelle di Scàlfaro ad escludere dalla finanziaria la riforma delle pensioni, il Presidente Prodi sottoscrisse - e fece benissimo - l'appello di Franco De Benedetti, Franco Modigliani, Paolo Sylos Labini e Mario Baldassarri affinché non si perdesse quell'occasione. Oggi ci troviamo nella stessa situazione a parti invertite e ci si dice invece che delle riforme si parlerà dopo; un dopo che rischia di significare mai!

Questa finanziaria contiene diversi interventi, tutti ragionevoli e meritori in sé, ma che considerati nel loro insieme conseguono lo spiacevole effetto di disperdere troppe risorse in una miriade di rivoli, arrivando complessivamente ad importi molto consistenti.

In un contesto di necessario rigore, innanzitutto per la giusta necessità di risanare i conti pubblici, questa frammentazione della spesa si traduce in uno spreco, perché con livelli così bassi non si risolve alcun problema. È invece necessario investire, con un vero salto qualitativo e quantitativo, nella ricerca, nell'innovazione e nell'istruzione. Verso questo fine fondamentale occorre concentrare tutte le risorse disponibili e finalmente orientare la politica economica secondo i criteri della tanto osannata, quanto poco praticata, Agenda di Lisbona, sui cui temi è necessario che il Governo presenti un collegato alla finanziaria prima del 15 novembre.

Il messaggio principale della strategia di Lisbona è quello di sviluppare la competitività dell'Europa sulle basi della conoscenza e dell'innovazione, salvaguardando al contempo i bisogni dei più poveri e dei più vulnerabili. Investire in innovazione, ricerca, istruzione e sviluppo costituisce il contrario di una competizione sul prezzo, che esaspera la spinta al ribasso dei costi, a danno della qualità del prodotto, del lavoro e dell'ambiente.

Per questo motivo, sarebbe utile non disperdere importanti risorse non concedendo una riduzione generalizzata del cuneo fiscale estesa anche alle imprese i cui mercati non sono esposti alla concorrenza internazionale, come ad esempio la grande distribuzione commerciale, quella con più di 50 dipendenti.

Ed è in tale direzione che abbiamo presentato una serie di emendamenti. Senza aggiungere alcuna nuova tassa, è possibile ottenere un miliardo di euro all'anno per la ricerca scientifica di base e applicata. Questi importi andrebbero allocati alle università, sopprimendo i tagli previsti e rimuovendo il blocco degli scatti biennali, per non incrementare ulteriormente il divario retributivo tra i ricercatori italiani e quelli che si trovano all'estero. Perché tale straordinario flusso di risorse non vada sprecato tra rivoli diversi, proponiamo che nessun ente di ricerca possa impiegare più del 15 per cento del proprio personale per funzioni amministrative. Il finanziamento di queste misure è interamente costituito da tagli ad erogazioni e contributi a questo o a quell'interesse specifico. A volte si tratta di rinnovi ma, altre volte, di nuove ulteriori concessioni.

Proponiamo la richiesta di un piccolo sacrificio alla pubblica amministrazione, nell'anno in cui tanta parte dei nostri sforzi è dedicata al rinnovo del contratto del pubblico impiego, consistente nella riduzione del 10 per cento degli stanziamenti degli straordinari dei pubblici dipendenti, con esclusione delle forze di polizia. La liquidazione di Sviluppo Italia, di cui già Romano Prodi si fece portatore durante la campagna elettorale, data l'altissima liquidità della società, può fornire risorse equivalenti ad almeno 600 milioni di euro.

Proponiamo la soppressione dei vecchi e dei nuovi contributi concessi a favore delle scuole private paritarie e non agli asili nido ed alle scuole materne. È intollerabile, infatti, che i forti tagli alla scuola pubblica siano accompagnati da un incremento dei contributi alle scuole paritarie private - che, per il 90 per cento, sono anche confessionali - di ben 100 milioni di euro.

Il capitolo dei prepensionamenti sembrava definitivamente chiuso, anche perché riaprire questa valvola sarebbe un controsenso nel momento in cui si deve aumentare l'età pensionabile in conseguenza della rivoluzione demografica in atto. Al contrario, nell'articolo 175, per abbreviare i tempi della mobilità lunga, si reintroducono i prepensionamenti, con un aggravio evidente per la finanza pubblica. Analoga situazione si registra per quanto riguarda i condoni contributivi che, con l'articolo 178, determinano nuovi oneri per lo Stato. Se si vuole perseguire tale via, lo si può e lo si deve fare senza l'uso di risorse pubbliche, eliminando sanzioni e multe.

Resta il capitolo sociale. Proponiamo la soppressione del fondo per l'integrazione degli immigrati, la cui dotazione, palesemente insufficiente, ne fa una misura largamente inefficace. Tali risorse potrebbero essere più utilmente destinate al miglioramento della prima accoglienza degli immigrati e di coloro che richiedono asilo, in modo che tale accoglienza sia dignitosa e rispettosa dei diritti umani.

Occorre generare una redistribuzione delle risorse tra i cittadini anziani che destini a quelli non autosufficienti quanto è possibile ricavare dalla chiusura di una finestra delle pensioni di anzianità: si può chiedere ai lavoratori di lavorare poco più a lungo se in cambio ottengono un'assistenza efficace quando ne possono avere più bisogno. Questa politica di redistribuzione della spesa sociale deve essere rivolta anche a favore dei giovani che fanno lavori precari: si può avere, infatti, un lavoro intermittente, ma non un reddito intermittente! Da tale considerazione nasce la necessità di creare nuovi ammortizzatori sociali che siano legati alla riqualificazione professionale o ad una maggiore qualificazione sociale. In vista di tale obiettivo, proponiamo, intanto, la costituzione di un fondo rotativo di garanzia per facilitare l'accesso al credito per l'acquisto della prima abitazione.

Infine, proponiamo l'imposizione di una aliquota unica sulle locazioni del 20 per cento equivalenti a tutte le altre rendite da capitale; contrariamente, siamo convinti che si debba dare la possibilità di compensare l'affitto o gli affitti riscossi con quello eventualmente corrisposto per la propria abitazione: in tal modo, si favorisce la mobilità e si evitano situazioni di iniquità.

Comunque, obiettivo principale di tale misura, che va accompagnata da un inasprimento delle sanzioni sull'evasione, è l'emersione di base imponibile, secondo il motto: pagare tutti per pagare meno.

Queste sono le nostre proposte; bisogna uscire da una logica tutta rinchiusa nella ricerca di un'intesa neocorporativa che, alla fine, lascia un po' tutti scontenti, sia chi se ne sia avvantaggiato sia chi non ne abbia avuto vantaggi. Occorre, invece, un patto tra generazioni che si basi sulla riforma delle pensioni e degli ammortizzatori sociali, sulla riduzione del debito pubblico, sulla valorizzazione e la tutela dell'ambiente e del patrimonio artistico, nonché, infine, e soprattutto, sull'investimento di straordinarie risorse in infrastrutture, sicurezza, innovazione, ricerca ed istruzione.

In conclusione, noi siamo, saremo e vogliamo essere leali; ma essere leali non significa essere sordi, ciechi e muti (Applausi dei deputati del gruppo La Rosa nel Pugno)!

 

PRESIDENTE. Do ora la parola al deputato Pedrizzi, che ieri non è potuto intervenire nel dibattito in Assemblea.

RICCARDO PEDRIZZI. La ringrazio, Presidente; intervengo solamente per chiedere che la Presidenza autorizzi la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo integrale del mio intervento.

 

PRESIDENTE. La Presidenza lo consente, sulla base dei criteri costantemente seguiti.

È iscritto a parlare il deputato Cannavò. Ne ha facoltà.

 

SALVATORE CANNAVÒ. Signor Presidente, sulla finanziaria si è affermata l'idea che sia stata scritta dalla sinistra e che contenga un segno di classe; addirittura - come si è sostenuto in questa Assemblea poc'anzi, con toni che ho trovato piuttosto esilaranti -, essa avrebbe l'intento di realizzare la rivoluzione bolscevica! Forse, allora, dovremmo sostenere questa lettura e andare fieri ed orgogliosi dell'influenza che, in quanto comunisti ancora legati all'idea del conflitto di classe, riusciamo ad avere sul Governo. Purtroppo, la realtà è ben diversa e in questo intervento vorrei dimostrare come la finanziaria contenga, sì, un segno di classe, ma non certamente dal lato degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici. Va osservato però come questa descrizione artefatta della realtà rifletta, da un lato, un'anomalia di sistema, dall'altro, la sapiente capacità delle destre e di Confindustria di utilizzare la nobile arte della propaganda. L'anomalia è riferita al fatto che in questo paese è sufficiente abbozzare una semplice ipotesi di riequilibrio fiscale (come in parte è stato fatto con la rimodulazione delle aliquote IRPEF) per far gridare allo scandalo ed alla bancarotta settori sociali sempre «coccolati» dal sistema fiscale italiano e responsabili importanti della difficoltà economica in cui questo paese si trova. Grandi sperequazioni ed imponenti redistribuzioni di reddito intese, per così dire, al contrario non sopportano non solo di venire intaccate ma nemmeno di venire additate quali responsabili della crisi e quali possibili fonti di risorse per farvi fronte.

Mai come in questo periodo abbiamo assistito ad un soccorso generalizzato nei confronti dei cosiddetti ricchi, dei possessori di SUV e di barche, dei detentori di rendite finanziarie per sostenere l'impossibilità di un loro contributo alle disparità sociali che attraversano l'Italia. La destra si è distinta fortemente in tale campagna che, purtroppo, ha trovato sostenitori anche nel centrosinistra. Ed è su tale anomalia che si è a sua volta impiantata la campagna propagandistica delle destre e di Confindustria volta a dimostrare la supposta influenza della sinistra radicale sulle linee guida della finanziaria. Una campagna che serve a Confindustria, la principale beneficiaria della manovra di bilancio - come ha opportunamente ricordato l'onorevole Ventura nella sua relazione -, per premere ancora sul Governo in vista di nuovi fondi e di una riforma delle pensioni ormai presentata come una vera e propria finanziaria 2. Le destre vogliono attirare il malcontento dei cosiddetti ceti medi incuneandosi nelle contraddizioni della maggioranza ma puntano, di fatto, a far riemergere una politica di attacco allo Stato sociale e di compressione della spesa pubblica.

Ma come dicevamo i fatti sono diversi e il segno della finanziaria è inverso rispetto a quello finora descritto. Questa manovra, se è vero che si differenzia dalle politiche scandalose seguite dal Governo Berlusconi - politiche che negli ultimi cinque anni abbiamo puntualmente ostacolato, anche con grandi manifestazioni di piazza -, non si differenzia, invece, dal corso della politica economica degli ultimi quindici anni. Una politica economica ossequiosa dei parametri di Maastricht e del patto di stabilità e, in ultima istanza, «affogata» dentro una filosofia liberista, che ha fatto scempio dell'economia europea provocando una stagnazione generalizzata, come dimostrano le statistiche, i confronti internazionali, ma anche l'analisi di autorevoli economisti (tra tutti, vale la pena di citare Jean Paul Fitoussi).

Nonostante tale bilancio negativo, il Governo ci presenta ancora questa impostazione come mission, come obiettivo guida, che condiziona pesantemente l'entità della manovra, la seconda mai realizzata in Italia dopo quella varata da Amato nel 1992. Ben 40 miliardi di euro, se sommiamo anche i miliardi della manovrina di questa estate, che avranno un impatto rilevantissimo sulla nostra economia; altro che crescita!

Va aggiunto inoltre che questa dimensione mette seriamente in discussione l'importante impegno di uscire dalla logica dei due tempi per realizzare contemporaneamente risanamento e redistribuzione del reddito; con uno shock economico di 40 miliardi di euro, si realizzano oggi le condizioni del risanamento ma si rimandano ad un futuro indefinito le istanze di giustizia sociale. Non è un caso che la triade di rigore, sviluppo ed equità stia diventando, in questo dibattito, la triade rigore, sviluppo, un minimo di equità; cito ancora, al riguardo, la relazione svolta dal relatore.

Quanto detto si spiega abbondantemente scorrendo la rigida sequenza dei numeri. Se infatti il ridisegno delle aliquote IRPEF redistribuisce alle fasce più basse una porzione di reddito - piuttosto limitata e del tutto insufficiente per fare fronte all'emergenza sociale ed all'emergenza salariale emersa in Italia in questi ultimi 15 anni -, anche tale incremento viene azzerato o addirittura muta di segno divenendo negativo quando si passa ad esaminare la parte relativa ai tagli, che sono numerosi e pesanti.

Il problema principale della finanziaria, signor sottosegretario, risiede proprio in ciò: da una parte, sul versante delle entrate, opera la rimodulazione delle aliquote; dall'altra, sul versante dei tagli, si toglie quanto si è dato con la prima operazione.

Osserviamo dunque i numeri. Circa 3 miliardi 500 milioni di euro di riduzione dei trasferimenti agli enti locali si tradurranno in addizionali IRPEF ed in nuove tasse locali e di scopo, fino addirittura allo 0,8 per cento. Tre miliardi di tagli alla sanità - per di più con l'istituzione dell'odioso ticket (e, nello specifico, del ticket sul pronto soccorso) - andranno a colpire le persone più bisognose, in particolare immigrati e anziani. L'incredibile aumento dei contributi previdenziali per i lavoratori dipendenti, proprio quando, invece, si parla di riduzione del costo del lavoro e di riduzione del cuneo, produrrà una decurtazione dalla busta paga dello 0,3 per cento che, sommato alle addizionali IRPEF per gli enti locali, raggiungerà l'1,2 per cento. Il 23 per cento di aumento dei contributi previdenziali per i lavoratori parasubordinati, come denunciato dalla CGIL, in assenza di interventi protettivi, si tradurrà in una riduzione dei loro attuali compensi. La riorganizzazione della scuola e del rapporto tra docenti e alunni provocherà la scomparsa di 50 mila posti di lavoro mentre la riorganizzazione del pubblico impiego e della pubblica amministrazione, per 3,9 miliardi di euro, produrrà un sostanziale blocco del turnover ed una razionalizzazione, e quindi un peggioramento delle condizioni di vita, all'interno della pubblica amministrazione. Vi sono inoltre le misure sui bolli, sulle autostrade, sui prezzi, e via discorrendo.

Contemporaneamente, si registra, invece, uno spostamento consistente di reddito a favore delle grandi e medie imprese, con la riduzione del cuneo fiscale; quasi 5 miliardi di euro a regime. A differenza di quanto sostenuto in campagna elettorale, tale spostamento è certo e pieno per quanto riguarda gli imprenditori mentre, per i lavoratori, viene condiviso con tutti i redditi da lavoro, compresi quelli degli evasori.

In ciò è il cuore della manovra, in ossequio ad una perfetta e classica centralità di impresa; qui risiede un'idea di politica economica che ancora una volta fa leva sul lato dell'offerta e sul lato della riduzione della produttività del lavoro anziché sul lato della domanda, come dovrebbe essere per una politica di espansione e di crescita.

Quanto alla rendita finanziaria, questa viene attaccata per la prima volta (ed è buono), ma in modo tale da colpire indiscriminatamente anche i piccoli patrimoni e le piccole rendite accumulate dal lavoro dipendente. Il 20 per cento con cedolare secca e non inserito, invece, all'interno della dichiarazione dei redditi, colpirà, allo stesso modo, tutti i tipi di reddito. Inoltre, l'avvio dei fondi pensione regala una ghiotta occasione alle grandi società finanziarie.

Insomma, una vera e propria finanziaria di classe, ma dal lato del capitale, che però non smette di lamentarsi, come dimostra il caso del TFR del quale, pur appartenendo ai lavoratori, viene denunciato lo scippo. Piuttosto, sono i lavoratori a dover lamentare l'uso improprio che verrà fatto della loro liquidazione, utilizzata per le grandi opere o per sanare i debiti pregressi e addirittura 350 milioni di euro per le spese della difesa.

È ora che in Italia si affermi una logica piuttosto elementare, che vale, in primo luogo, per le pensioni: tutto ciò che rientra nella disponibilità dei lavoratori e delle lavoratrici deve restare nelle loro mani, senza che nessuno, né lo Stato né le aziende, possa disporne. Vale oggi per il TFR, deve valere soprattutto domani per quanto riguarda la prevista e non auspicabile riforma delle pensioni.

Ma a destare allarme è l'incomunicabilità tra questa manovra finanziaria e le istanze o le vere e proprie speranze che sono state espresse sabato scorso nella grande manifestazione di Roma contro la precarietà.

Su questa manifestazione sono stati sprecati inchiostro e parole spesso per contraddire un'assoluta ovvietà, ossia la naturale partecipazione di Rifondazione ad una iniziativa che rientra totalmente nel suo patrimonio genetico, nella sua storia e nella sua cultura. Lo scandalo però non è la presenza in piazza di questo o quel sottosegretario, ma il fatto che, per la prima volta, un pezzo importante dell'elettorato dell'Unione manda, inascoltato ad oggi, un messaggio di protesta al Governo (altro che guardie del corpo, caro Presidente Prodi!), segnalando in forme più o meno radicali che l'andazzo seguito finora non va bene, non è quello giusto, non convince.

Ma quel campanello d'allarme suonato fragorosamente nelle strade di Roma non sembra essere ascoltato né dal Governo né dal testo che stiamo qui discutendo. Nella finanziaria non c'è nulla che parli di lotta alla precarietà, anzi, assistiamo alla vergogna dell'articolo 177, che condona i contributi previdenziali non versati a quei lavoratori dipendenti spacciati per autonomi.

Su questo punto il Governo spreca un'occasione e si mette contro un pezzo importante del suo mondo e del suo popolo, decisivo per la sua vittoria elettorale ed oggi mal ripagato. Siete ancora in tempo, siamo ancora in tempo, per lanciare un messaggio, un segnale in questa direzione, per recepire una domanda sacrosanta che sale da un pezzo vivo del popolo della sinistra.

Vorrei terminare questo intervento con quella che ai miei occhi costituisce la prestazione peggiore del disegno di legge finanziaria, offensiva per quello spirito pacifista che pure ha rappresentato la principale risorsa per la vittoria dell'Unione contro le destre e per la crescita della coscienza civile: l'aumento delle spese militari.

La mia collega, onorevole Deiana, ha già spiegato nel dettaglio cosa questo significhi e non mi dilungherò su ciò. Vale però la pena di affermare che il disegno di legge finanziaria aumenta complessivamente dell'11 per cento l'ammontare delle spese militari.

 

PRESIDENTE. La prego di concludere.

 

SALVATORE CANNAVÒ. Certamente, manca il senso delle proporzioni, delle priorità e dell'ascolto, se è vero che le nostre rimostranze in Commissione difesa non sono state degnate della minima attenzione.

Signor Presidente, la finanziaria non può essere quella che abbiamo fin qui letto e che però ancora non conosciamo. Il provvedimento va cambiato, vanno eliminati i tagli a scuola, università, sanità, va eliminato l'aumento dei contributi previdenziali, così come il condono concernente l'articolo 177, e vanno ridotte le spese militari.

Questi capitoli non possono essere accettati e non possono essere votati e se la finanziaria dovesse contenere l'aumento delle spese militari appena segnalato, in quel caso, sarà doveroso dare voce alla pratica dell'obiezione fiscale ancora in uso in Italia, rifiutando un voto favorevole all'intera manovra.

È suonato un campanello d'allarme nella sinistra sociale di questo paese ed è giusto e doveroso che si faccia sentire anche in quest'aula (Applausi di deputati del gruppo Alleanza Nazionale).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Fedi. Ne ha facoltà.

 

MARCO FEDI. Signor Presidente, colleghe e colleghi, le forze politiche di maggioranza chiamate al Governo del paese hanno il dovere di indicare una manovra economica che consenta di raggiungere obiettivi di risanamento e sviluppo, di ripresa del sistema Italia nel suo complesso, di equità, di sostegno alle fasce sociali più deboli, i redditi bassi, le famiglie.

È possibile lavorare per migliorare la manovra nel suo complesso, esprimendo posizioni e valutazioni di merito con critiche anche severe e contemporaneamente condividere gli orientamenti, le linee generali, le scelte di fondo della manovra economica.

Nell'esaminare questi provvedimenti dobbiamo avere la consapevolezza che questa manovra di bilancio si colloca in una situazione complessiva che deve fare i conti con la perdita di competitività del sistema Italia. Deve fare i conti con quei parametri che ci consentono non solo di rimanere nell'Unione monetaria, ma anche di continuare ad esercitare, nell'Unione europea, un ruolo importante, da protagonisti, nella ripresa economica, nella politica estera, nella cooperazione.

Abbiamo avuto modo di ricordare in Commissione affari esteri che le risorse destinate complessivamente al Ministero degli affari esteri sono ancora insufficienti a svolgere una coerente azione di politica estera, di cooperazione allo sviluppo, di rafforzamento della rete diplomatico-consolare, di servizio nei confronti delle comunità italiane nel mondo e di promozione del sistema Italia all'estero.

Il sistema Italia all'estero trova terreno fertile grazie alla presenza di nostre comunità integrate che chiedono allo Stato italiano investimenti coerenti con le grandi opportunità che questa rete di presenze ci offre in campo linguistico e culturale, nei settori della tutela sociale, nella rappresentanza, che si realizza attraverso i Comites del Consiglio generale degli italiani all'estero, del settore delle convenzioni bilaterali e della tutela previdenziale.

I segnali positivi sia nel settore dell'aiuto pubblico a favore dei paesi in via di sviluppo, con il 50 per cento di aumento degli stanziamenti, sia con l'aumento delle disponibilità sui fondi per la cooperazione allo sviluppo, sacrificati negli anni del Governo Berlusconi, sono importanti, ma ancora insufficienti.

Il segnale positivo dato con lo stanziamento di 14 milioni di euro per le comunità italiane nel mondo, di fatto, dovrebbe tradursi in un aumento di due milioni di euro rispetto al 2006 delle dotazioni dei capitoli del Ministero degli affari esteri. Annunciato dal viceministro degli esteri Franco Danieli già ai primi di ottobre, lo stanziamento è di buon auspicio, ma non è ancora sufficiente.

Non si è trattato, come qualcuno ha sostenuto, di un'operazione tesa ad acquisire il voto dei senatori eletti all'estero, ma di un atto doveroso, che arriva dopo anni di sostanziale mantenimento dei capitoli di bilancio nel frattempo erosi degli aumenti dei costi di gestione e dall'inflazione.

Credo che abbiamo davvero bisogno di riforme. L'impegno della maggioranza parlamentare, il lavoro concreto dei prossimi mesi dopo questa finanziaria particolarmente severa deve essere quello delle riforme. Su questo impegno politico non dovremmo deludere le attese degli italiani, neanche di quelle degli italiani residenti all'estero.

Dobbiamo avviare una riflessione sul funzionamento del Ministero degli affari esteri, soprattutto le competenze fra le direzioni generali tematiche e quelle geografiche. Dobbiamo riorganizzare la rete consolare, senza avere decisioni già assunte, consentendo ai consolati di avere maggiore flessibilità con la gestione della spesa corrente, trovando il giusto equilibrio tra personale di ruolo e personale a contratto.

Il disegno di legge finanziaria per il 2007 supera la questione della no tax area sia per i redditi da lavoro dei residenti all'estero sia per pensionati, garantendo l'accesso alle detrazioni di carattere generale anche a chi vive fuori dei confini d'Italia. Crediamo si debba consentire l'accesso anche alle detrazioni per carichi di famiglia che, al momento, risultano escluse. È necessario affrontare il tema dell'imposizione fiscale e delle detrazioni per residenti all'estero in termini di equità e parità di trattamento. Lo faremo con un ordine del giorno. Siamo certi della sensibilità di quest'Assemblea su temi che pongono al centro la parità di trattamento.

In Commissione affari esteri abbiamo presentato un ordine del giorno che impegna il Governo a ripristinare le risorse destinate alle indennità di servizio all'estero che costituisce elemento centrale della dotazione necessaria alla gestione delle sedi consolari.

La rete diplomatico-consolare è stata sistematicamente sottoposta a drastiche riduzioni di capitoli di bilancio. In attesa di una necessaria riforma anche in questo settore, dobbiamo creare le condizioni per garantire l'operatività della nostra rete consolare.

 

PRESIDENTE. La prego di concludere.

 

MARCO FEDI. In materia previdenziale, le riforme devono guardare in direzione dell'assegno di solidarietà per gli italiani residenti all'estero. È necessario che l'INPS adotti un regime di verifica degli stipendi e dei redditi anche per i residenti all'estero.

Il nostro impegno nella direzione delle riforme urgenti ed importanti per l'Italia e per le comunità italiane all'estero non verrà meno.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Di Gioia. Ne ha facoltà.

 

LELLO DI GIOIA. Signor Presidente, vorrei osservare che ci troviamo ad affrontare da due giorni l'esame della manovra finanziaria. Credo che, per i prossimi anni, dovremmo procedere ad una modifica delle modalità di svolgimento della sessione di bilancio, poiché ritengo particolarmente inutile discutere in un'aula quasi totalmente deserta (ma penso si tratti di un discorso che affronteremo nel prossimo futuro).

Ricordo che in questi giorni, durante l'esame in sede di Commissione, abbiamo registrato una continua lamentela, poiché vi è stata una forte contrapposizione tra la maggioranza e l'opposizione. Per questo motivo, vorrei ringraziare vivamente sia il relatore sul disegno di legge finanziaria, l'onorevole Ventura, sia il presidente della V Commissione, l'onorevole Duilio, nonché il sottosegretario di Stato Grandi e gli altri rappresentanti del Governo che hanno partecipato attivamente ai lavori della stessa Commissione.

Credevamo, in buona sostanza, di poter discutere il disegno di legge finanziaria, in sede di Commissione, anche con l'apporto dell'opposizione, ma ciò non è avvenuto. Segnalo che, nella giornata di venerdì, si è verificato un ostruzionismo certamente non comprensibile in ordine agli interventi a favore degli italiani all'estero. Pensavamo, come dicevo, di poter dialogare con i deputati dell'opposizione, poiché ritenevamo, e riteniamo ancora, che in questo particolare momento della vita economica e politica della nostra nazione vi fossero la necessità e perfino l'opportunità di intervenire adeguatamente. Ciò perché, comunque, le difficoltà del paese sono sotto gli occhi di tutti.

Si tratta di problemi comuni, che dobbiamo superare insieme. Vedete, colleghi, tali difficoltà non possono essere addebitate al Governo di centrosinistra. Infatti, stiamo lavorando da soli cinque mesi ad un progetto che deve correggere gli squilibri e gli interventi negativi prodotti dal precedente Esecutivo. Mi riferisco al piano che il ministro Padoa Schioppa ha proposto sia nel Documento di programmazione economico-finanziaria, sia all'interno dello stesso disegno di legge finanziaria.

Quali erano i punti qualificanti di tali provvedimenti? In primo luogo, era previsto un percorso di rientro dal debito pubblico e ci si prefiggeva di accrescere, doverosamente, la competitività dell'impresa del nostro paese. Vorrei tuttavia evidenziare che, soprattutto, era affrontato il problema dell'equità sociale.

Si tratta di una questione che, negli anni passati, è stata trascurata, adottando invece interventi che hanno determinato, come è stato sostenuto dall'Unione europea, una maggiore povertà all'interno del nostro paese, superando le medie a livello europeo. Vorrei ricordare, infatti, che nel nostro paese la popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà è pari al 19 per cento del totale, contro il 15 per cento registrato in Europa. Bisogna intervenire, pertanto, attraverso forti interventi di riequilibrio, al fine di far uscire i soggetti più deboli del nostro paese dall'area della povertà relativa. Ebbene, noi stiamo intervenendo su questi tre aspetti importanti per la ripresa del nostro paese.

Ricordo che stiamo operando per intraprendere un percorso di rientro dal debito pubblico. Scusate, colleghi, ma possiamo forse dimenticare quanto è accaduto? Possiamo dimenticare, in altri termini, gli effetti negativi prodotti dal precedente Governo in questo paese?

Basti pensare che il debito pubblico è aumentato; basti ricordare che, in questi ultimi anni, il famoso rapporto tra deficit e PIL è salito; basti pensare, infine, che la spesa corrente è cresciuta dal 39,3 per cento ad oltre il 42 per cento del prodotto interno lordo: una spesa pubblica incontrollata!

Tale andamento incontrollato della finanza pubblica ha fatto sì che, per quanto concerne i saldi complessivi del bilancio, anche il cosiddetto avanzo primario ha raggiunto un livello estremamente basso. Esso, infatti, è stato pari allo 0,4 per cento del PIL lo scorso anno, provocando notevoli difficoltà. Ricordo che, all'inizio della scorsa legislatura, avevamo lasciato un avanzo primario del bilancio dello Stato pari al 5 per cento del prodotto interno lordo, ma tale avanzo è stato in buona sostanza dilapidato dal precedente Governo. Tale situazione, dunque, mette in difficoltà il nostro sistema economico.

Questo Governo, che si è trovato di fronte a tali problemi, oggi viene contestato e viene anche giudicato ironicamente, quando sostiene che è stato lasciato un «buco». Ma non pensate, onorevoli colleghi, che tale «buco» è stato determinato, come dicevo, dall'incremento della spesa corrente, dall'aumento del rapporto tra deficit e PIL e dalla crescita del debito pubblico? Credo che tali elementi debbano far riflettere quelli che contestano un Governo che guida questo paese da cinque mesi!

Certo, ci rendiamo perfettamente conto che la manovra finanziaria è estremamente pesante, ammontando a 34 miliardi di euro. Anche in tal caso, tuttavia, voglio rispondere con forza e con fermezza a coloro che affermano, genericamente, che si sarebbe potuta realizzare una manovra di soli 15 miliardi di euro. Se avessimo proposto una manovra di finanza pubblica di tale portata, chiedo allora a questi benpensanti come avremmo potuto finanziare la realizzazione delle grandi opere, soprattutto quelle di competenza dell'ANAS e delle Ferrovie dello Stato.

Basti ricordare, a tale riguardo, quanto hanno affermato, nel corso di una audizione informale presso la Commissione trasporti, il presidente e l'amministratore delegato di Ferrovie dello Stato Spa per comprendere in quale stato versino le grandi imprese italiane che devono promuovere lo sviluppo delle infrastrutture. Esse si trovano oggi sull'orlo della bancarotta, a causa dell'impossibilità di effettuare investimenti per garantire, come dicevo, lo sviluppo infrastrutturale del paese. Sottolineo che non siamo noi ad averlo affermato, ma lo hanno sostenuto i vertici delle FS, nonché, nel corso di un'audizione svolta presso la Commissione ambiente e lavori pubblici della Camera, il presidente dell'ANAS!

Sono queste, dunque, le scelte necessarie per rilanciare la politica infrastrutturale del nostro paese. Come si poteva realizzare, allora, una manovra finanziaria di soli 15 miliardi di euro?

Vorrei ricordare all'opposizione che, anche negli anni passati, vi sono state manovre di finanza pubblica estremamente significative, poiché bisognava far uscire il paese da una crisi profonda. Vorrei altresì rammentare ai colleghi appartenenti all'opposizione che, lo scorso anno, è stata varata una manovra di bilancio di 27 miliardi di euro. Ripeto: 27 miliardi di euro! Ma perché?

Perché il Governo Berlusconi ha voluto una manovra da 27 miliardi di euro? Perché era chiaro che gli indicatori erano negativi: il debito pubblico, il deficit e la spesa corrente che aumentava! Il Governo Berlusconi si era impegnato, in sede europea, a fare in modo che i predetti elementi rientrassero nei parametri di Maastricht.

Nel corso della discussione svoltasi quando abbiamo esaminato il decreto fiscale collegato alla manovra finanziaria, i colleghi dell'opposizione hanno fatto rilevare che, per le società di rating, il «sistema Italia» non è più una garanzia per i mercati. Al riguardo, mi piace ricordare una battuta (simpatica, oserei dire) dell'onorevole Fini. Quando, qualche tempo fa, nel corso della trasmissione televisiva Ballarò, gli fu detto che le società di rating avevano declassato il nostro paese, con grande semplicità, ed anche con grande ironia, Fini rispose: «Io non conosco nessuno, se non il conduttore di questa trasmissione». Dunque, già prima, colleghi, vi erano segnali negativi, dovuti all'azione del Governo precedente.

Oggi, perché non diciamo con chiarezza che i competenti organi dell'Unione europea hanno definito il disegno di legge finanziaria in esame un intervento positivo di questo Governo? Certo, il Governo dovrà continuare le riforme strutturali, ma ci stiamo impegnando con grande determinazione: noi sappiamo, infatti, che il paese ha bisogno di riforme strutturali vere, non come quelle annunciate dal Governo Berlusconi, negli anni passati, e mai realizzate!

Pensiamo di intervenire sulla pubblica amministrazione, e già lo stiamo facendo. Pensiamo di intervenire anche sul sistema pensionistico. A tale riguardo, abbiamo già avviato un ragionamento di concertazione con le parti sociali, che bisogna coinvolgere perché deve esserci consenso nel paese: noi riteniamo che questi problemi debbano essere sentiti come problemi comuni se si vuole rilanciare la competitività del «sistema Italia».

Colleghi, il disegno di legge finanziaria si può discutere: è giusto che lo si faccia; è giusto che tutti possano esprimere dubbi ed incertezze (come hanno fatto, d'altronde, poco fa, anche i colleghi di Rifondazione Comunista). È giusto che si critichi, ma credo che dobbiamo osservare con grande lealtà e con grande realismo quello che abbiamo di fronte e quello che ci è stato lasciato. Con altrettanta lealtà, dobbiamo riconoscere che siamo intervenuti nei settori che erano stati individuati nel programma elaborato dall'Unione in occasione dell'ultima competizione elettorale. Siamo intervenuti sugli elementi di fragilità del nostro sistema sociale, e ciò non era mai accaduto negli anni passati.

Come dicevo, a fronte di un indice di povertà che è aumentato al 19 per cento, abbiamo previsto intervenuti per le famiglie e per i giovani, abbiamo affrontato il problema degli anziani non autosufficienti e quello dei giovani universitari alle prese con fitti che aumentano giorno dopo giorno. Siamo intervenuti sui problemi importanti della nostra società.

Siamo intervenuti anche sul sistema scolastico. Pensate: 150 mila precari entreranno nei ruoli della pubblica amministrazione e della scuola (oltre ad un numero considerevole di personale ATA). Siamo intervenuti per alleviare le difficoltà di molti istituti sotto il profilo della stabilità degli edifici scolastici. Abbiamo previsto interventi per gli asili nido, per i quali non vi era stata, negli anni passati, una politica mirata.

Abbiamo ragionato anche su un tema che, negli anni passati, è stato sistematicamente collegato al DPEF: le grandi opere infrastrutturali. Ricordiamo tutti i «disegnetti» realizzati da Berlusconi a Porta a Porta di Bruno Vespa (era quella la sede propria?). Quanti di quei «disegnetti» di Berlusconi sono diventati opere realizzate, se non quelli relativi alle opere che erano già state programmate e cantierizzate dai Governi Prodi e D'Alema? Del resto, basta guardare gli indici, perché noi non diciamo falsità. Dal 2001 al 2005 vi sono stati interventi, nel campo delle grandi opere infrastrutturali, del 4 per cento, mentre, già oggi, i nostri interventi si aggirano intorno al 4,7 o al 4,8 per cento. Si tratta di elementi importanti: essi fanno capire che questo Governo sa che, per rilanciare la competitività del paese, c'è necessità di grandi opere infrastrutturali, soprattutto nel Mezzogiorno d'Italia.

 

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE GIULIO TREMONTI (ore 11,37)

 

LELLO DI GIOIA. Sulla base di quello che abbiamo compreso, di quello che il paese chiede, abbiamo trasformato l'intervento previsto per lo «pseudoponte» di Messina in interventi infrastrutturali importanti a monte ed a valle del ponte.

Quelli di noi che si sono recati in quelle realtà ed hanno visto la parte estrema e profonda del nostro stivale e quella iniziale dell'isola, hanno potuto constatare che il sistema infrastrutturale della Sicilia e della Calabria è caratterizzato da intasamenti, da difficoltà nei trasporti. Mi chiedo, perciò, se non fosse necessario, prima di tutto, intervenire sugli elementi di rigidità e di strozzamento del sistema infrastrutturale e dei trasporti. Perché non realizzare, nel settore dei trasporti, quelle infrastrutture a monte ed a valle che, favorendo il deflusso e risolvendo il problema dell'intasamento, offrono alle predette realtà effettive possibilità di crescita?

Abbiamo affrontato anche un problema annoso: l'occupazione. Nessuno vi disconosce che, negli anni passati, vi è stato un incremento dell'occupazione. Però, credo dobbiate anche voi riconoscere, con grande umiltà e con senso di responsabilità, che l'incremento in parola si è tramutato, in questi anni, in aumento della precarietà: di una precarietà che noi vogliamo limitare.

Noi deputati de La Rosa nel Pugno non siamo contrari alla flessibilità e, anzi, la guardiamo con interesse.

Siamo convinti che nel terzo millennio sia necessario rendere più elastico il mercato del lavoro, ma la flessibilità non può significare precarietà; vi è la necessità di trovare strumenti diretti a ridefinire l'assetto complessivo del mercato del lavoro. Questi strumenti li abbiamo realizzati: abbiamo diminuito i contributi per le aziende che comunque assumono a tempo indeterminato, abbiamo aumentato, riportandoli a livelli compatibili, i contributi per coloro i quali continuano ad assumere a tempo determinato.

Questa è la strada dell'opportunità, che mette in equilibrio un sistema del mercato del lavoro; infatti, basta pensare al recupero del credito di imposta, agli incentivi per l'occupazione, agli ulteriori incentivi che riguardano il Mezzogiorno d'Italia e l'assunzione delle donne, che negli anni passati sono stati totalmente ignorati. Il Mezzogiorno d'Italia di cui parlate da cinque anni, che era una priorità per la Casa delle libertà, guardiamolo oggi, osserviamo come è questo Mezzogiorno d'Italia che per noi è una risorsa per il paese e rivolgiamo lo sguardo anche a quali sono stati gli interventi all'interno e per le aree sottoutilizzate. Avevate promesso all'inizio della legislatura che avreste investito oltre il 40 per cento delle risorse per il Mezzogiorno d'Italia, ma probabilmente i colleghi della Lega vi hanno bloccato, come hanno fatto sistematicamente durante il periodo del vostro Governo. Altro che le eterogeneità di questa coalizione! Altro! All'interno della nostra coalizione le diverse sensibilità culturali non sono un deficit, ma sono una ricchezza per migliorare, per mettere a confronto le idee, per costruire un sistema che dia garanzia al paese.

 

PRESIDENTE. La prego, concluda.

 

LELLO DI GIOIA. Signor Presidente, termino subito.

Concludo dicendo che noi del centrosinistra, pur verificando probabilmente alcuni limiti di questa finanziaria, siamo profondamente convinti che al termine dei cinque anni il paese avrà più competitività, meno debito pubblico, ma soprattutto più equità sociale, che voi certamente non avete dato negli scorsi anni.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Di Girolamo. Ne ha facoltà.

 

LEOPOLDO DI GIROLAMO. Signor Presidente, rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, con questa legge finanziaria, come abbiamo più volte affermato, abbiamo l'ambizione di tenere insieme tre esigenze difficili da coordinare: risanamento, sviluppo ed equità. Obiettivo molto problematico da raggiungere, ma se non provassimo a perseguirlo verremmo meno non solo al patto stipulato con gli elettori, ma anche alla responsabilità che abbiamo nei confronti del paese. Vogliamo tendere alla costruzione paziente, faticosa di un sistema paese che ritrovi una sua coerenza attraverso azioni che promuovano una crescita rispettosa delle persone e dell'ambiente in cui viviamo. Per questo miriamo a far sì che le politiche di welfare abbiano un ruolo fondamentale nelle politiche economiche e di coesione sociale.

In questo quadro, il settore della salute rappresenta un paradigma perfetto per coniugare risanamento, sviluppo ed equità. Per far questo occorre, in primo luogo, che la spesa sanitaria cessi di essere una variabile indipendente, diventando una funzione delle politiche economiche del paese, crescendo in maniera coerente con la crescita complessiva. Il che significa, ad esempio per il 2007, mettere in atto risparmi per oltre 2 miliardi e mezzo di euro; si tratta di un'operazione epocale, difficile da realizzare, ma indispensabile a garantire al nostro paese il mantenimento di un Servizio sanitario nazionale che, nonostante sacche di inefficienza e sprechi, si colloca comunque ai primi posti nel mondo. In caso contrario, l'insostenibilità della crescita della spesa sanitaria determinerà una progressiva défaillance dei vari servizi sanitari regionali e la fine dello stesso Servizio sanitario nazionale.

A tal proposito sono necessari una forte capacità di Governo, uno sforzo congiunto e un'assunzione di responsabilità collettiva. Queste sono le condizioni indispensabili, perché nel nostro paese abbiamo un doppio livello di governo della sanità: lo Stato, che ne determina il livello di finanziamento e le regole generali, e le regioni, che determinano e gestiscono l'offerta del servizio. Da qui la necessità di concertazione fra Stato e regioni, ma anche la piena condivisione di obiettivi, strumenti e responsabilità; quindi, la stipula di un vero e proprio patto per la salute fra Governo e regioni che trova la sua realizzazione proprio nelle misure previste nella finanziaria.

Per attuare tale patto, da una parte si mettono in campo azioni di riassetto e riforma di alcuni fondamentali comparti: basti pensare alle misure sull'accreditamento, sui dispositivi medici, sulle prestazioni di laboratorio, sui centri di acquisto e sulle linee guida; dall'altra, si mette a disposizione delle regioni un incremento di risorse come mai era avvenuto prima. Il fondo sanitario nazionale aumenta di 6 miliardi di euro; l'insufficiente fondo per il 2006 viene incrementato di 2 miliardi di euro; viene creato un fondo transitorio di 1 miliardo di euro per favorire il rientro delle regioni con squilibri finanziari più rilevanti ed, infine, viene incrementato di 3 miliardi di euro il fondo per l'edilizia sanitaria e l'ammodernamento tecnologico. Uno sforzo finanziario enorme e tanto più significativo in una situazione difficile per il bilancio dello Stato quale quella che attraversiamo; inoltre, se ne garantisce l'erogazione rapida e con un orizzonte triennale, permettendo così alle regioni quella programmazione che è necessaria per attuare le indispensabili azioni di razionalizzazione, risparmio ed efficientamento.

La sfida che vogliamo vincere è quella di ricondurre la dinamica della spesa per la salute nell'ambito dei vincoli di finanza pubblica, migliorando nello stesso tempo i risultati in termini di qualità, appropriatezza, omogeneità territoriale. Ci rendiamo conto che è una sfida difficile, ma siamo convinti che questa legge finanziaria ci fornisca strategie e strumenti idonei a raggiungere questo straordinario obiettivo (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo).

 

PRESIDENTE. Aveva chiesto di parlare il deputato Reina che ha appena fatto sapere di rinunciare al suo intervento.

È iscritto a parlare l'onorevole Palomba. Ne ha facoltà.

 

FEDERICO PALOMBA. Signor Presidente, nei pochi minuti che mi sono concessi non sarà possibile sviluppare un approfondimento di tanti interessanti aspetti della manovra finanziaria. In termini generali, questa finanziaria è naturalmente dolorosa, come quando in una famiglia si devono fare sacrifici perché qualcuno ha scialacquato il patrimonio familiare. Da qui nasce la ricerca spasmodica di risorse finanziarie per rimettere a posto i conti pubblici dissestati e per poter pensare di nuovo al futuro con ottimismo attraverso il rilancio dello sviluppo, ma nella solidarietà, e questa finanziaria si sforza di perseguire tale difficile compito.

Vorrei, in discussione generale, approfondire un aspetto specifico che mi pare di grande importanza, nel caso in cui il Governo decidesse di porre la questione di fiducia su propri, più o meno estesi emendamenti. Confido, perciò, nell'attenzione del rappresentante del Governo, del presidente della Commissione, il collega Duilio, e dei relatori, affinché segnalino al Governo che, in tale eventualità, dovrà essere inserita una specifica previsione sul punto che ora esporrò, relativo all'articolo 64.

Nella sua formulazione originaria, esso prevede la riduzione del 50 per cento delle classi di stipendio e degli aumenti periodici biennali per le categorie di personale di cui all'articolo 3 del decreto legislativo n. 165 del 2001. Si tratta di magistrati ordinari, amministrativi e contabili, avvocati e procuratori dello Stato, personale militare e forze di polizia di Stato, personale della carriera diplomatica e prefettizia, categorie le quali, oltre ad essere disciplinate dai rispettivi ordinamenti, e, quindi, sottratte alla disciplina generale di altri impiegati dello Stato, sono altresì sottratte alla normale contrattazione economica e retribuite secondo parametri di aggancio e di adeguamento economico affidati a criteri di automatismo; a quelle categorie è aggiunta quella dei professori e dei ricercatori universitari.

La decontrattualizzazione è perfettamente spiegabile per l'estrema delicatezza delle funzioni pubbliche esercitate da quelle categorie. Non è pensabile esporre alla necessità di contrasti, comprese manifestazioni rivendicative o scioperi, funzionari, quali magistrati, forze armate, corpi di polizia, Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di finanza, eccetera, o prefetti ed ambasciatori, né, parimenti, consentire che il malumore per le rivendicazioni retributive possa serpeggiare tra quei funzionari. Da quando questa disposizione è stata inserita nella finanziaria, il malumore è iniziato, fino a rischiare di assumere connotazioni estremamente preoccupanti, quale il pericolo di scontro istituzionale per quanto riguarda le magistrature, che vero o no che sia, a cagione dei loro difficili rapporti con il potere politico, risalenti, soprattutto, alla precedente legislatura, possono aver percepito come giustamente punitiva una falcidia così ampia dei loro emolumenti, ipotizzando addirittura una lesione dell'indipendenza. Ma quel pericolo investe anche le altre categorie protette, che sono in prima linea nella difesa della legalità dello Stato, alle quali quella disposizione può essere apparsa come una svilente sottovalutazione delle loro funzioni.

Sappiamo che la ragione di tale disposizione risiede nella necessità di reperire risorse, chiamando ciascuna categoria a fare la sua parte. Tuttavia, non posso non rilevarne l'incongruità, se non la pericolosità, sia per l'eccessività del sacrificio, che non riguarda in queste dimensioni nessun'altra categoria, compresi i parlamentari stessi ed i ministri, sia per l'unilateralità della decisione con la quale il Governo chiederebbe al Parlamento di rompere il sistema delle guarentigie connesse con gli automatismi stipendiali adeguati. Tutto ciò è idoneo, purtroppo, a fondare il timore paventato da quelle categorie.

Ecco perché ho presentato in Commissione giustizia, insieme ad altri esponenti dell'Unione, un emendamento soppressivo dell'articolo 64 nella sua interezza, in quanto l'esclusione dall'operatività dei soli magistrati avrebbe potuto rappresentare un aspetto odioso nei confronti delle altre categorie, oltre che difficilmente compatibile con il principio costituzionale di uguaglianza.

 

PRESIDENTE. La invito a concludere.

 

FEDERICO PALOMBA. L'emendamento ha riscosso consensi e voti unanimi da parte di entrambi gli schieramenti e voglio ringraziare i colleghi della Cdl per questa espressione di positiva trasversalità. Esso è stato inviato alla Commissione bilancio che, pure considerandolo ammissibile, non lo ha esaminato. Questa è la ragione per cui il testo presentato è quello originario, ma si porta dietro la proposta emendativa dell'intera Commissione giustizia, come ben sa il relatore, collega Gambescia. Auspico che il Governo voglia rispettare la decisione unanime della Commissione giustizia. Se la disposizione sarà approvata, confido che tutta l'aula vorrà confermare il voto dei propri esponenti di quella Commissione, sopprimendola. Ma, se il Governo porrà la questione di fiducia, auspico che rispetti la decisione della Commissione, sopprimendo l'articolo, ovvero presentando una propria proposta emendativa sostitutiva, che però sia, nella sostanza, rispettosa del contenuto del mio emendamento. Qualora il Governo decidesse di ripresentare, nell'emendamento sul quale porrà la questione di fiducia, il testo sostitutivo, già depositato nella Commissione bilancio, chiedo che esso specifichi con la massima chiarezza...

 

PRESIDENTE. Onorevole Palomba, la prego.

 

FEDERICO PALOMBA. Devo concludere, signor Presidente? Per questo motivo mi richiama?

 

PRESIDENTE. Temo di sì.

 

FEDERICO PALOMBA. Mi avvio alla conclusione, signor Presidente. Chiedo che esso specifichi, con la massima chiarezza, che la sospensione di due anni del 30 per cento dell'indennità non travolge la continuità del meccanismo. Credo che, in questo modo, il Governo darebbe ampia dimostrazione che non c'era alcuna volontà punitiva, ma soltanto il desiderio di chiamare ciascuna categoria ad affrontare la sua parte in questa difficile opera.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Marras. Ne ha facoltà.

 

GIOVANNI MARRAS. Signor Presidente, illustri colleghi, credo di dover iniziare il mio intervento con un chiarimento. Non so bene di quale finanziaria si debba parlare: se di quella presentata in Commissione circa un mese fa o di quella, completamente stravolta, dopo l'esame in Commissione, con oltre 200 emendamenti. È, quindi, già difficile affrontare questo argomento. Credo di dover chiarire qualcosa in merito a ciò che si è sentito in questi giorni in aula, quando si è parlato con grande forza di un buco di bilancio, salito da 35 a 40 miliardi, lasciato dal Governo Berlusconi. Credo sia dovere smentirlo per chi, come me da undici anni, partecipa ai lavori della finanziaria.

Vorrei anche ricordare che la scorsa estate il ministro Padoa Schioppa ha gridato allo scandalo, parlando di buco di bilancio, ed ha costituito una commissione presieduta da un illustre economista, Faini, dove si è detto che il rapporto deficit-PIL era arrivato al 4,6 per cento. Si parlava di una manovra pesante, da 40 o, addirittura, 45 miliardi. Siamo già arrivati a 40 miliardi, se sommiamo naturalmente la manovra effettuata nel mese di luglio, di circa 9 miliardi. È arrivata poi una comunicazione ben diversa: nella prima metà dell'anno, ci dicono che il rapporto deficit-PIL è molto diverso, in quanto parlano del 2,9 (lontanissimo quindi dal 4,6); ci dicono che ci sono entrate in più del 10 per cento, rispetto a quelle previste dall'inizio dell'anno, per merito della finanziaria dell'anno precedente, quella del Governo Berlusconi e, chiaramente, del ministro Tremonti, che in questi anni ha operato sicuramente con grande attenzione e rigore. Le uscite sono diminuite di 13 miliardi di euro.

Questi sono i dati dell'ISTAT, consegnati nel corso dell'audizione presso la Commissione bilancio e non sono quindi chiacchiere di quartiere, come quelle che si sentono al bar da troppi esponenti o nelle piazze, quando si va a protestare, non facendo capire al paese da quale parte si sta, volendo occupare il ruolo della maggioranza e dell'opposizione. Anche in quest'aula si assiste a qualche intervento, come quello svolto dal collega poc'anzi, dove si critica fortemente il centrosinistra. Non si capisce, così, se ci volete lasciare almeno la possibilità di discutere ed analizzare la legge finanziaria. Certamente non l'avete fatto in Commissione, dove siamo riusciti ad esaminare 25 emendamenti su 7 mila. È la prima volta, nella storia di undici anni, che si tocca un dato così basso. Il dato più basso è stato quello di due anni fa, quando abbiamo toccato i 900 emendamenti, con una discussione su ogni emendamento. Qui si è veramente discusso del nulla in ogni Commissione! Credo sia importante ritornare ad una democrazia compiuta. Capite tutti quali siano le difficoltà.

Credo, inoltre, in qualità di esponente dell'ufficio di presidenza dell'Anci, di dover spezzare una lancia a favore dei piccoli comuni, per i quali fate un intervento tampone e sottraete i soldi a tutte le aree sottoutilizzate. Quindi, i piccoli comuni in difficoltà saranno ancora più in difficoltà, dato che la maggior parte di essi si trova nelle aree sottoutilizzate. Si pensi alla mia regione, la Sardegna, la terra che ho il dovere di difendere, risiedendo lì il mio cuore.

Addirittura, inserite un articolo, il 102, sulle entrate, con il quale cancellate la spesa sanitaria che non trasferite più alla Sardegna, così come avviene per i fondi del trasporto pubblico locale. Fate, in tal modo, due cose gravissime: innanzitutto, già dal 1o gennaio 2007 bisognerà pagare gli stipendi dovuti al mondo della sanità e si riscontreranno sicuramente difficoltà molto grandi a reperire quei fondi in una regione che già registra problemi economici. Per contro, ci promettete di tornare a regime rispetto a quanto disposto dal Governo Berlusconi lo scorso anno, quando si è affermato che bisognava tornare a regime subito e disporre da subito dei ricordati 4 miliardi di euro che la Sardegna reclamava e di cui ha bisogno. Ora si accettano addirittura le dilazioni al 2010, anno in cui forse non ci sarà davvero più questo Governo - e ce lo auguriamo -, mentre siamo sicuri che non ci sarà più il governo regionale, perché non c'è dubbio che verrà allontanato a causa di questi balzelli e di queste scelte che non denotano alcuna attenzione verso i sardi e nessun interesse per la centralità del cittadino rispetto alla politica.

Cancellate completamente un altro aspetto importante, ossia la continuità territoriale che si era conquistata con il Governo Berlusconi e che aveva dato ai passeggeri la possibilità di volare ad un prezzo scontato, ad un prezzo che ci consentiva finalmente di andare da una parte all'altra dell'Italia. Per la Sardegna, tra l'altro, ciò significa avere solo due modalità di trasporto: marittimo o aereo, ma naturalmente è il trasporto aereo la precondizione indispensabile per la creazione di quelle condizioni che possono rivelarsi decisive anche per l'economia.

Per quanto riguarda la continuità territoriale delle merci, devo spendere alcune parole, perché abbiamo lavorato moltissimo cercando di ottenere lo stanziamento, rimasto in bilancio per cinque anni, di 45 milioni di euro. Tale cifra è stata completamente cancellata dal bilancio dello Stato, non esiste più. La continuità territoriale delle merci dava la possibilità agli imprenditori sardi di colmare quel gap che nel corso del tempo diventa notevole per quanto riguarda gli aspetti economici. Le nostre disposizioni prevedevano, appunto, la continuità territoriale delle merci, dando agli imprenditori la possibilità di usufruire di uno sconto del 50 per cento sul costo di attraversamento del mare e di essere con ciò competitivi, il che ritengo sia l'aspetto più importante dell'imprenditoria, anche di quella meridionale.

Sono dimenticate completamente nel provvedimento in discussione anche le zone franche. La Sardegna ha solo la zona franca di Cagliari; abbiamo bisogno di nuove zone franche e di finanziamenti per riuscire ad abbattere la fiscalità, con provvedimenti che servono sempre per sviluppare l'imprenditoria e la competitività.

Per quanto riguarda la portualità, date i soldi a Gioia Tauro, con la destinazione del 50 per cento delle somme stanziate, dimenticando le altre «porte» del Mediterraneo, quali ad esempio Cagliari e, in secondo luogo, Oristano, che è stato promosso dal Parlamento, con la precedente legge finanziaria, a porto di prima categoria. Non si capisce perché venga attribuito il 50 per cento delle somme stanziate a Gioia Tauro e gli altri porti siano lasciati nel limbo, senza determinare nulla in proposito. Abbiamo presentato emendamenti per fare chiarezza su tale problema, e speriamo vengano accolti nei prossimi giorni.

Cancellate le prefetture per le città con meno di duecentomila abitanti, senza tener conto dell'eventuale presenza della malavita. Quindi, non combattete nulla, non vi ricordate che in Sardegna, anche in questi giorni, vi è qualcuno che mi pare sia ancora nelle mani dei rapitori e che speriamo sia liberato, senza drammi; e un'intera isola si muove in proposito. Mentre avviene tutto ciò, tranquillamente si cancellano le prefetture e le questure, indebolendo il presidio sul territorio e dando la possibilità ai delinquenti di muoversi serenamente, in tutta tranquillità.

Per quanto riguarda le servitù militari, che dire? Abbiamo presentato una serie di emendamenti in proposito, sperando nelle bonifiche, sperando di poter modificare ovviamente le limitazioni che penalizzano i pescatori e l'economia. Abbiamo cercato di cambiare la legge, ma abbiamo parlato, purtroppo, ad una Commissione ed ad un Governo sordi, che non si sono interessati ad alcun tipo di problema, considerandoci con grande distanza.

Credo, tra l'altro, che bisognerà anche rivedere il tema dell'energia, di cui si è parlato negli ultimi cinque anni, e arrivare a pensare che realmente l'energia è importante e fondamentale per la nostra isola, tentando di intravedere interventi che oggi non compaiono minimamente in questo disegno di legge finanziaria.

Credo...

 

PRESIDENTE. Onorevole Marras, dovrebbe concludere...

 

GIOVANNI MARRAS. ..., e concludo davvero, signor Presidente, che voi, onorevoli colleghi della maggioranza, dobbiate operare una riflessione e pensare alla sala Aldo Moro, di cui vi siete appropriati ingiustamente. Aldo Moro, in un suo discorso, faceva un'affermazione molto importante: egli disse che questo paese non si salverà e la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se non nascerà un nuovo senso del dovere. Credo che voi non abbiate proprio il senso del dovere nei confronti dei cittadini italiani (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia)!

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Rocchi. Ne ha facoltà.

 

AUGUSTO ROCCHI. Signor Presidente, rappresentanti del Governo, deputate e deputati, la legge finanziaria è sicuramente un atto politico e di Governo importante, di cui il Parlamento discute e che segna, in qualche modo, l'attuazione del programma con cui l'Unione si è presentata alle cittadine ed ai cittadini, alle elettrici ed agli elettori, dai quali ha avuto il consenso e la fiducia. Si tratta di una finanziaria che, a volte, si carica persino di aspettative eccessive. Solo con l'azione di Governo nel corso dell'intera legislatura si può dispiegare ed attuare un programma corposo, complesso e significativo quale quello che abbiamo presentato alle elezioni. Questo disegno di legge finanziaria contiene, in ogni caso, alcuni aspetti significativi ed importanti e pensiamo - e penso - che altri potrà contenerne, migliorandone i contenuti e le proposte.

È anzitutto comprensibile il ripetuto dissenso, la critica legittima che il centrodestra esprime rispetto a questa finanziaria. Infatti, se vi è un primo dato che va, in qualche modo, reso esplicito - non solo in quest'aula, ma al paese - è che l'impianto di questa finanziaria rappresenta una politica diversa da quella che, in questi anni, il centrodestra ha realizzato. Essa si inserisce in una situazione difficile, in cui possiamo dire, un po' «simpaticamente», che vi sono esponenti del centrodestra che rivendicano a sé alcuni risultati, quali quelli ottenuti sul terreno delle entrate, ma contemporaneamente negano altri fattori, quali quelli del deficit o dei «buchi» di bilancio o delle difficoltà di sviluppo e di crescita che il paese ha registrato in questi anni. Si tratta, quindi, di una finanziaria che ha dovuto - e deve - misurarsi anche con queste difficoltà.

Penso che vi siano alcuni elementi molto positivi. Si avvia una politica redistributiva socialmente più equa e mi sembrano fuori luogo le polemiche di esponenti del centrodestra (purtroppo, sui giornali ne ho lette anche provenienti da alcuni esponenti del centrosinistra) che, pensando di parlare di realtà del centro-nord - mi riferisco a quella che conosco meglio, la mia regione, ossia la Lombardia -, sembrano non cogliere che questa azione redistributiva attraverso il sistema fiscale e la lotta all'evasione, nonché la revisione delle aliquote, reca vantaggio, anche in una grande regione ricca e produttiva del nord quale la Lombardia, alla stragrande maggioranza dei cittadini.

Forse basterebbe analizzare i bilanci dell'Agenzia delle entrate per dimostrare quanti cittadini, anche del «profondo nord» da questa operazione redistributiva traggano, appunto, un vantaggio.

Così come significativi e positivi sono stati gli sforzi, compiuti recentemente, di reperimento delle risorse che porteranno al rinnovo del contratto dei lavoratori del pubblico impiego, lavoratori che per molti anni devono aspettare, come hanno fatto nel passato, il rinnovo del proprio contratto e, quindi, un adeguamento salariale al costo della vita.

Voglio centrare però il mio ragionamento su un punto che ritengo essenziale e sul quale chiedo al Governo - il Parlamento può farlo in piena autonomia - di lavorare per un miglioramento ed un arricchimento di questo disegno di legge finanziaria. Mi riferisco a ciò che ritengo sia il male della nostra epoca, soprattutto se penso alle giovani generazioni: l'incertezza e la precarietà del loro futuro attraverso l'incertezza e la precarietà del lavoro.

Il tema della lotta alla precarietà è un punto importante del programma dell'Unione e io ritengo che vi siano alcuni elementi iniziali positivi anche all'interno del disegno di legge finanziaria, volti alla ripresa dello sviluppo ed a favorire una stabilizzazione del lavoro precario. Mi riferisco agli strumenti del cuneo fiscale e agli incentivi alla stabilizzazione dei rapporti di lavoro a tempo determinato, quelli attualmente precari, nonché a politiche che favoriscano lo sviluppo.

In primo luogo, ritengo però vi sia un limite: il fatto che questa politica di incentivazione alla stabilizzazione si faccia con uno strumento come il cuneo fiscale, a vantaggio del sistema delle imprese private, e non vi sia (ma si può recuperare in queste ore e in questi giorni) un meccanismo analogo di incentivazione riguardante, ad esempio, tutto il settore della pubblica amministrazione. Basta vedere i dati ufficiali dell'ISTAT e come nel settore della pubblica amministrazione, dagli enti locali a tutto il sistema degli enti pubblici, vi sia una quantità consistente di lavoro precario, che è essenziale per la prestazione di servizi ai cittadini e per la realizzazione piena del lavoro di questi soggetti. Si possono trovare soluzioni che intervengano positivamente, anche attraverso risorse che favoriscano, incentivandola, la stabilizzazione di questi rapporti di lavoro.

Certo, ripeto, vi sono alcuni primi elementi significativi positivi, ma ritengo che occorra andare oltre. Non è sufficiente, ad esempio, la quantità di stabilizzazione del precariato che si realizza nella scuola, ma occorrerebbe trovare strumenti e porre in atto interventi che possano allargare quell'orizzonte.

In secondo luogo, la Commissione lavoro della Camera ha prodotto, a mio avviso, un'importante opera di arricchimento attraverso l'approvazione di una serie di emendamenti che mi auguro troveranno il pieno accoglimento da parte del Governo e dell'Assemblea. Essi sono volti a far sì che, anche attraverso una politica di incentivi e disincentivi con gli strumenti attualmente previsti, si possa avere l'estensione di diritti e di tutele a chi nel lavoro precario vive. Mi riferisco al trattamento della maternità, e in particolare di quella a rischio, della malattia e anche del sostegno al reddito per lavoratori e lavoratrici che, a causa della precarietà del lavoro, hanno totale incertezza del proprio reddito nelle fasi di passaggio da un lavoro all'altro. Tale politica di incentivi e disincentivi - come ho già detto - è un elemento positivo, ma molto parziale e iniziale.

Il problema della precarietà lo si affronta certamente anche attraverso gli strumenti previsti nel disegno di legge finanziaria in esame, ma allargando già al suo interno diritti e tutele, con una impostazione che porti finalmente a dare a questo paese una legge e un sistema di riordino e di governo del mercato del lavoro che superi tutta la legislazione attualmente esistente.

Trovo che il dibattito sia un po' specioso laddove si pensa di risolvere in modo alquanto manicheo tutto il tema della precarietà del lavoro intervenendo su un unico strumento legislativo, che pure critico pesantemente e che penso abbia prodotto un forte aumento di precarizzazione del lavoro, ovverosia la legge n. 30; occorrerebbe piuttosto rivedere l'impianto più generale che pone il contratto a tempo determinato al centro del rapporto di lavoro e del governo pubblico del mercato del lavoro.

Occorre inviare un messaggio chiaro al paese e ai tanti giovani che, anche manifestando, chiedono una risposta a chi ha il compito di governare e operare scelte attraverso atti, dando risposte concrete alla loro condizione. Bisogna avere coscienza che abbiamo di fronte a noi una generazione di ragazzi e ragazze che lavorano e che, pur lavorando, per la prima volta dopo tanti anni corrono il rischio di stare peggio dei loro genitori. Per molti di noi non è stato così! Il nostro destino nel lavoro è stato quello di un miglioramento, anche attraverso lotte e scontri difficili, delle condizioni di lavoro.

 

PRESIDENTE. La prego di concludere!

 

AUGUSTO ROCCHI. Attraverso un intervento che migliori le parti già positive contenute nella legge finanziaria su questo tema, occorre dare il segnale che, con questa legge finanziaria e le disposizioni che successivamente il Governo varerà, la lotta per costruire misure e scelte che offrano un futuro di serenità e di qualità del lavoro e di crescita ai giovani, ai ragazzi e alle ragazze del nostro paese, è e sarà una priorità di questo Governo.

Concludo, Presidente. È su questo che si misura la qualità dell'azione di Governo e la capacità di essere coerenti con il programma sulla base del quale i cittadini e le cittadine ci hanno votato: una coerenza capace di dare fiducia alle tante persone che aspettano risposte importanti per il loro futuro.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Del Bue. Ne ha facoltà.

 

MAURO DEL BUE. Signor Presidente, anche in coloro, come noi, che a più riprese hanno manifestato disponibilità al dialogo e volontà di condurre una opposizione non precostituita, anche in noi, signor Presidente, è subentrato forte scoramento e motivato sconcerto a fronte del comportamento del Governo in merito alla legge finanziaria.

Avrebbero oggi buon gioco i partiti dell'opposizione a svolgere la loro funzione. Basterebbe che si limitassero alla raccolta di tutte le dichiarazioni, le interviste, le lamentele, le dissociazioni, le minacce di dimissioni, i litigi, le manifestazioni di protesta, e addirittura di autoprotesta, di esponenti del Governo e della maggioranza per motivare e sostanziare una critica fondata e severa. Basterebbe riprendere le dichiarazioni di oggi del ministro Mussi, quelle dei sindaci delle più grandi città, quelle degli economisti riformisti più avveduti, quelle delle associazioni economiche e produttive e, perfino, le opinioni espresse da quella stessa stampa che in campagna elettorale aveva sostenuto l'Unione.

Tra tutte, però, vorrei qui riprendere quella di Massimo Cacciari, che ha partecipato recentemente ad una manifestazione di protesta in Veneto contro la legge finanziaria ed ha accusato il Governo e la sua maggioranza addirittura di non avere una cultura moderna del lavoro e di non comprendere la situazione economica del nord-est. Poiché a questa valutazione si è subito associato il presidente della provincia di Milano, Pennati, la critica si è immediatamente allargata anche al nord-ovest, cioè alla parte più produttiva del paese.

Le critiche sono state forse assorbite dall'accordo intervenuto tra Governo ed enti locali e dagli emendamenti presentati in Commissione dal Governo su questa materia? Neanche per idea! Anzi, Sergio Cofferati ha testualmente insistito: gli emendamenti proposti dal Governo sono incoerenti rispetto all'intesa raggiunta a Palazzo Chigi il 10 ottobre. Ancora delusione e proteste, dunque!

Il segretario della UIL, Luigi Angeletti, da parte sua ha rilevato con profonda amarezza che il taglio del cuneo fiscale non è stato praticato in coerenza con gli accordi sindacali.

Il Governo, coerente con la promessa elettorale (anche se non sempre ha voluto mantenere la parola data, come ad esempio sull'aumento delle tasse, che si era ufficialmente e solennemente impegnato a non praticare), ha inserito nella finanziaria il taglio di cinque punti del cuneo fiscale, dei quali tre sarebbero andati alle imprese e due ai lavoratori. Tre punti alle imprese? Certo, ma a quali? In Italia, oltre il 95 per cento delle imprese sono considerate medio-piccole e queste già godono di una parziale defiscalizzazione del costo del lavoro.

Secondo i calcoli di un noto economista che si firma su un giornale con uno pseudonimo da capo tribù indiana, i tre punti non incideranno sul costo del lavoro delle imprese se non in misura ridotta e, comunque, per non più di un punto percentuale. Se vi aggiungiamo che il taglio si pratica solo ai contratti a tempo indeterminato e che soprattutto nelle piccole aziende si usano anche contratti a tempo determinato, il vantaggio per le piccole e medie aziende del taglio dei cinque punti del cuneo fiscale rischia di essere molto vicino allo zero. Poiché poi la riduzione avviene sulla massa imponibile del prelievo IRAP, il costo del lavoro per unità di prodotto resta pressoché uguale.

E i lavoratori? Poiché la scelta è stata quella di spalmare i due punti di cuneo fiscale sull'IRPEF, di tutti i lavoratori la manovra di recupero avvantaggerà minimamente i lavoratori dipendenti e finirà per recare qualche piccolo vantaggio anche a quei lavoratori autonomi che contemporaneamente vengono additati come evasori fiscali. Un bel pasticcio!

Signor Presidente, siamo talmente abituati al cambiamento che non ci stupiamo più di nulla, nemmeno del fatto che un ministro aderisca ad una manifestazione di protesta contro il suo stesso Governo, peraltro promossa da un partito che ne fa parte, e alla quale hanno subito inviato la loro adesione altri due partiti di Governo per protestare contro loro stessi. Questa scena ricorda per metodo la decisione di due autorevoli esponenti comunisti del Governo D'Alema di recarsi a Belgrado a solidarizzare con coloro che erano bombardati dal Governo del quale essi stessi facevano parte: la commedia della politica, a volte, è davvero irresistibile!

Signor Presidente, a fronte di questo disegno di legge finanziaria cosa può dire un parlamentare che ragioni? Non ne conosciamo ancora il testo definitivo. Signori del Governo, voi avete proposto una legge-cantiere; una legge à la carte dove ognuno di voi ha potuto scrivere, emendare e mutare tutto quello che ha voluto o potuto. Una finanziaria scritta a mille matite e per questo senza colore. Una finanziaria alla quale, come è stato ricordato da uno di voi, manca l'anima.

Per questo motivo, personalmente non condivido l'idea che la manovra sia di stampo vagamente massimalista o addirittura classista, come è stato suggerito da qualche parte della minoranza parlamentare. Magari avesse almeno un'identità! No, la manovra è senza identità e si manifesta come lo specchio della maggioranza: un mosaico di gruppi politici con spinte diverse e contraddittorie. Una maggioranza affettata che non può che fornire un affettato di finanziaria. Solo in una finanziaria così si può ritrovare, esaltando la sua eterogeneità, la maggioranza che sostiene il Governo. Non ci sono vincitori, non ci sono vinti e la pax di Villa Pamphili lo garantisce. Il problema è che mancano perni a cui agganciarsi. Non ci sono neppure dati sufficientemente chiari e il percorso appare infinito, con i tremila emendamenti presentati dalla maggioranza che pesano ancora sulla nostra testa.

Rispetto alla manovra noi ci poniamo ancora interrogativi attinenti al quanto, al cosa e al come, cioè alla sua entità, al suo reale contenuto, alle metodologie scelte per elaborarla e farla approvare dal Parlamento. Il quanto è tuttora indecifrabile. Secondo gli uffici della Camera dei deputati, la manovra è valutata per 40 miliardi di euro. Secondo i dati forniti dal Governo, essa rimane a 34,7 miliardi di euro. Il mistero delle cifre preoccupa ancora di più quando, alla luce degli emendamenti, anche di quelli di esenzione, il totale non cambia mai. Possibile che i ragionieri non facciano i conti con esattezza? Eppure la matematica non è un'opinione.

Lo sconcerto aumenta se si rapportano i dati al dibattito politico. A tarda estate la manovra, che doveva essere di 32 miliardi di euro, era contestata dall'estrema sinistra che parlava di una correzione al ribasso sotto i 30 miliardi. Perché essa stessa ha invece accettato una forte correzione al rialzo? Probabilmente perché nella manovra sono state accolte alcune sue tesi che sono talmente rilevanti da farle dimenticare l'entità dell'operazione. Il fatto, ad esempio, che non si parli di previdenza nonostante nel DPEF la si sia considerata una delle quattro materie su cui intervenire, e si rimandi la riforma delle pensioni ad un domani imprecisato e comunque tale da rinviare l'inevitabile conflitto tra riformisti e conservatori, la dice lunga.

Questo «ne parleremo domani» fa venire in mente la vecchia massima di De Filippo «ha da passà a nuttata». E, per quanto riguarda la mattina del domani, vedremo, anche se i primi fumi di guerra sono stati lanciati subito dopo la maxi riunione di Villa Pamphili, anzi all'uscita della stessa, quando qualche autorevole esponente della sinistra estrema ha minacciato, scandendo bene le sillabe per mostrare la volontà come un imperativo, che «le pensioni non si toccano».

Si motiva poi continuamente il contenuto, cioè il «cosa» della manovra, con il ricorso al clamoroso buco di bilancio del Governo precedente e agli sfondamenti di tutti i tetti provocati da Berlusconi. Noto che la questione dei disastri del Governo precedente viene sempre richiamata dai Governi successivi. È una legge dell'ex all'incontrario. Nel 2001 si ironizzava sul buco di bilancio del Governo di centrosinistra a tal punto che il senatore Giuliano Amato, ultimo Presidente del Governo della legislatura precedente, dichiarò ironicamente e allusivamente: «Il centrodestra ha l'ossessione del buco». Adesso, naturalmente, i poli si sono scambiate le parti in commedia ma le accuse e le contraccuse sono le medesime.

È certamente vero che i cinque anni precedenti, che sono stati tra i più difficili per la nostra economia, alle prese, come quelle degli altri paesi europei, con gli effetti dell'11 settembre e della guerra in Iraq che appesantivano le già difficili condizioni create dalla nostra entrata nell'euro e dall'affacciarsi del mondo occidentale nel mercato asiatico e delle sue merci, non hanno certo consentito all'Italia di godere di quello sviluppo che era stato ipotizzato.

Credo, peraltro, che sarebbe successa la stessa cosa a fronte di un Governo di opposto colore, giacché le dinamiche economiche e finanziarie - se siamo onesti lo dobbiamo riconoscere una volta per tutte - sono solo in scarsa misura determinate dalla politica. È altresì vero che il relativo sviluppo del quinquennio 1996-2001 era stato possibile più per l'abbassamento dei tassi d'interesse che non per dinamiche interne e che l'Italia è stata al di sotto della media dello sviluppo europeo sia durante il quinquennio di Governo del centrosinistra sia durante quello del centrodestra, essendo la crisi italiana più complicata anche per via della sua particolare economia, per il suo peculiare tessuto di piccole imprese, ancora alla ricerca di tecnologie innovative per essere realmente competitive sul mercato.

Oggi dovremmo evitare - e lo dico a tutti - di raccontare bugie. Il nuovo imprevisto gettito fiscale, che avrebbe certo consentito di varare una finanziaria più leggera, è il risultato di una nuova congiuntura economica più positiva rispetto al passato, ma anche, secondo gli osservatori più avveduti, di quei famigerati condoni che hanno consentito di evitare ai condonati di dichiarare meno di quel che essi stessi hanno richiesto di condonare.

A fronte di questa finanziaria, che si propone di rientrare pienamente nei parametri di Maastricht, è certo giusta l'osservazione che recita: ma voi cosa proponete di diverso? Sono sempre stato sensibile a tale richiesta, anche quando coloro che oggi la propongono ieri la negavano. Intanto, consiglierei vivamente di non dimenticare i consigli di Almunia sul reale gettito della lotta all'evasione che a me sembra come il sol dell'avvenire di ottocentesca memoria: tutti ne parlano, ma nessuno lo conosce. In effetti, conteggiare i risultati di una lotta tutta da fare pare piuttosto difficile e, dunque, discutibile.

Per quanto ci riguarda, noi stavamo lavorando seriamente ad alcune proposte di modifica che avrebbero probabilmente consentito di affrontare l'esame del disegno di legge finanziaria in modo ben diverso. Come è forse noto, anche chi vi parla ha accolto di buon grado l'invito dell'onorevole Capezzone, presidente della Commissione attività produttive della Camera dei deputati, di costruire un tavolo definito dei volenterosi, composto da personalità sia del centrosinistra sia del centrodestra, teso ad arrivare ad una lettura della finanziaria che mettesse in evidenza alcune possibilità di reale cambiamento. Non ci è stato possibile procedere nonostante la disponibilità di alcuni rappresentanti della maggioranza, come i colleghi Nicola Rossi, Pisicchio e Lusetti, e il tavolo è stato sciolto d'imperio dal Governo.

Chi aveva la volontà di procedere costruttivamente è, anzi, stato accusato di complotto. Il segretario di Rifondazione Comunista, Giordano, ha esplicitamente minacciato: se esiste il tavolo dei volenterosi, non esiste più l'Unione. E, dopo il maxivertice di villa Pamphili, il Presidente del Consiglio ha annunciato l'assoluta autosufficienza del suo Governo. Governeremo per cinque anni, egli ha proclamato: auguri! Ma, allora, perché proporre il dialogo alle minoranze e, in particolare, a quelle forze politiche che si sono dimostrate disponibili a praticarlo? Non ci resta, davvero, che formulare tanti auguri: cinque anni sono lunghi e le distanze al Senato sono così corte!

La parola è subito passata dal Parlamento alle segreterie dei partiti di maggioranza, i quali più che un tavolo dei volenterosi hanno costituito le loro tavole della legge, facendo quadrato attorno al Governo, ma indicando a Prodi di ritrovare lo spirito, evidentemente smarrito, del 1996 e di aprire la cosiddetta fase due. Può essere che Prodi abbia inteso che, se nel 1996 c'era uno spirito, era quello di programmare la sua sostituzione e che questo significava, in realtà, la fase due. Così il Presidente del Consiglio ha reagito male: al vertice dei vertici si è preferito far finta di niente e trincerarsi dietro la massima «Après Prodi, le déluge», cioè le elezioni.

Eppure, noi volevamo indicare vie che non comportavano il sacrificio di Romano Prodi e neppure quello del suo Governo, ma solo l'elaborazione di alcuni punti programmatici comuni e la composizione di un clima migliore tra maggioranza e minoranza. Al Parlamento è stata clamorosamente tolta la parola e anche la Commissione bilancio ha solo dovuto prendere atto, senza i tempi tecnici per un adeguato approfondimento, dei continui emendamenti del Governo.

Così questo disegno di legge finanziaria è divenuto un cantiere aperto solo alla maggioranza, e il confronto parlamentare si è immiserito in un dibattito tutto interno al Governo. Questa mi sembra la sola evidente novità politica emersa.

D'altronde, la particolare eterogeneità della maggioranza non poteva, forse, portare ad altro risultato: una finanziaria come punto di equilibrio tra le diverse e contraddittorie componenti dell'Unione. E se qualcuno avanza l'ipotesi di dialogare con le opposizioni, la maggioranza si rompe. Il massimo del dialogo è quello che si sviluppa nei confini dell'Unione; oltre, hic sunt leones. E questa, in ordine al modo di procedere prima richiamato, è già una risposta; anzi, è una politica.

Noi vi avremmo voluto dire, ad esempio, se ce ne fosse stata la possibilità, se il dialogo avesse proceduto con i volenterosi e volenterosamente con i gruppi parlamentari in Commissione, che se il DPEF dichiarava la necessità d'intervenire in quattro settori - la previdenza, la pubblica amministrazione, la sanità e gli enti locali - occorreva procedere con riforme coraggiose e ispirate alla duplice direttrice del rigore e dell'equità.

Invece, non è stato così e il DPEF, come del resto denunciato da autorevoli esponenti della maggioranza, è stato clamorosamente disatteso. Può essere che il DPEF sia un documento inutile; ma se esso prevede uno sviluppo italiano tra l'1,3 e l'1,7 per cento nei prossimi cinque anni, come fa poi il Presidente del Consiglio a prevedere - come è accaduto recentemente - uno sviluppo italiano al 3 per cento? Con quali manovre arriva a questa previsione? E come è cambiato il contesto internazionale e nazionale per giustificare tale nuova attesa? Altro mistero.

Noi parlamentari di buona volontà avremmo voluto dirvi, signori del Governo, che, se il problema è lo sviluppo, allora andavano dati forti incentivi alle imprese italiane e che il TFR loro tolto non era un buon viatico. Sottraendolo, poi, solo alle grandi imprese e non a quelle inferiori ai 50 dipendenti, si incentivano le piccole imprese a rimanere tali e le grandi a diventare un po' più piccole, ponendo anche evidenti problemi di occupazione.

Noi avremmo preferito la cessione di larga parte del patrimonio dello Stato (che abbiamo quantificato in 3 milioni di metri quadri) per investire le risorse in una legge - come abbiamo proposto con un emendamento del nostro gruppo - capace di sovvenzionare la ricerca, le nuove tecnologie, lo sviluppo delle imprese italiane e, nel contempo, per risanare le periferie urbane delle grandi città, Napoli compresa, alle prese oggi con una gravissima emergenza.

Avremmo anche voluto dirvi che, se 2 punti di cuneo fiscale dovevano essere riconsegnati ai lavoratori, allora avrebbero dovuto essere i lavoratori delle imprese pubbliche e private a conseguirne un sia pur piccolo beneficio. Così come impostato - lo abbiamo già detto - il beneficio del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti non esiste praticamente più.

Avremmo voluto anche osservare che, quando si parla di benefici fiscali, bisogna tenere presente non solo l'IRPEF, ma il costo complessivo della vita. Al di là delle affermazioni del Governatore della Banca d'Italia, Draghi, sugli svantaggi che la legge finanziaria produce anche per un operaio senza figli che dichiari 28 mila euro l'anno, restano il rincaro del bollo, della luce, del telefono, della benzina, dell'ICI, se i comuni vorranno diminuire i tagli governativi, le tasse di scopo e quelle di soggiorno; e restano tutti i balzelli che sono stati introdotti o le imposte che sono state aumentate, compresa quella sulle insegne luminose nei negozi. Occorre fare un bilancio complessivo del costo della vita anche per un lavoratore con basso reddito, che può recuperare qualcosa dalla rimodulazione dell'IRPEF e chiedersi anche se così incentiviamo i consumi e gli investimenti.

Avremmo voluto rivolgervi un'ultima osservazione, signori del Governo autosufficiente: se ritenete, cioè, che sia davvero possibile, contestualmente, affrontare una lotta sacrosanta all'evasione fiscale e aumentare le tasse.

Ricordo, a proposito, un vecchio colloquio che ebbi proprio qui alla Camera, alla fine degli anni Ottanta, con Bettino Craxi. Il vecchio leader socialista mi confidò, alla fine degli anni ottanta, quando il problema era di stretta attualità e si introdussero ampi ticket sanitari da parte del Governo, di cui Giuliano Amato era un autorevole ministro del tesoro, che il problema italiano non è aumentare le tasse a chi già le paga; il problema italiano è di far pagare le tasse a chi non le ha mai pagate.

Voi volevate, invece, raggiungere il secondo giusto obiettivo, utilizzando contestualmente il primo strumento, che è quello sbagliato. E non vi accorgerete che, più delle manette (anche in passato si è sperimentata la tecnica della paura e una legge venne proprio intitolata «manette agli evasori», ma non produsse nulla di buono), conta l'interesse. Vorrei capire - ma sarà difficile spiegarlo - come sia possibile conciliare nel lavoro autonomo il rientro dall'evasione, quando i piccoli benefici vengono introdotti proprio per coloro che dichiarano di meno. Il paradosso, così, è evidente. Un commerciante che dichiara tutto quello che guadagna (ad esempio, 100 mila euro) viene penalizzato; e un commerciante che dichiara un terzo di quello che guadagna (diciamo 30 mila euro) viene favorito. Ma scusate: una politica siffatta non è contraddittoria con la lotta all'evasione?

Bisognerà pure, come in America, introdurre un minimo di conflitto degli interessi, in modo tale che il consumatore sia indotto a pretendere ricevute fiscali da parte di colui che vende il prodotto, perché può scaricarle almeno in piccola percentuale. Perché non si comincia da qui anche in Italia?

Signor Presidente, sono rimasto piuttosto sconcertato, da parlamentare non disattento alla storia e alla filosofia, anche per motivi professionali, dal dibattito culturale intorno a questa legge finanziaria, e non tanto dallo sventurato manifesto titolato «che i ricchi piangano». Che la ricchezza possa produrre depressione è anche possibile. Ma basterebbe rileggersi la chiosa all'intestazione del vecchissimo giornale socialista La Giustizia di Camillo Prampolini del 1886 - che testualmente dichiarava: noi non pratichiamo l'odio alla classe dei ricchi, ma l'esigenza di una riforma sociale - per rendersi conto di quanti anni una parte di questa sinistra italiana stia rischiando di scivolare indietro.

Sono rimasto sconcertato, signor Presidente, dall'impostazione che, da parte di qualche settore della maggioranza, si è voluta dare del concetto di equità. Vorrei precisare a costoro che la sinistra italiana rischia di andare indietro di più di un secolo, introducendo una divisione come quella tra buoni e cattivi, tra lavoro dipendente e lavoro autonomo. Questo molto più a parole che a fatti, naturalmente; perché, nei fatti, la finanziaria non offre particolari vantaggi al lavoro dipendente.

Già i riformisti socialisti consideravano i ceti intermedi e i piccoli proprietari delle campagne come una risorsa. E perfino Palmiro Togliatti, nel lontanissimo 1946, giudicava, nel suo famoso discorso sui ceti medi e l'Emilia rossa, i ceti produttivi autonomi come referenti insostituibili per una grande alleanza del lavoro.

Oggi che tutto è così prepotentemente cambiato sono autorevoli esponenti della sinistra riformista italiana, quelli più acuti e sensibili a cogliere il senso della novità, quelli che protestano perché il Governo italiano (e, con esso i partiti della sua maggioranza) non riesce a capire le profonde trasformazioni del lavoro in vaste aree del nord Italia. È il disagio di Cacciari e di Penati e anche quello di Cofferati, che non può che valutare la base dell'ex PCI, oggi DS, della sua Emilia-Romagna, come quella più interclassista dell'Italia. È il disagio dei tanti riformisti di sinistra, cooperatori, artigiani, commercianti e piccoli imprenditori, che oggi si voltano dall'altra parte. Ma voi, oggi, non lo sentite questo scollamento?

Il lavoro autonomo è una risorsa molto forte dell'economia italiana e la piccola impresa è l'architrave della nostra economia. La stragrande maggioranza delle imprese italiane sono di piccole e medie dimensioni e hanno bisogno di investimenti per nuove tecnologie e per la ricerca, hanno bisogno di consorziarsi e di svilupparsi. Come spiegarsi che ancora vi siano partiti della maggioranza che non abbiano compreso che le profezie di Marx sul superamento del capitalismo per ragioni intrinseche e la progressiva proletarizzazione della società sono due previsioni clamorosamente fallite? Ad essere superato è stato il comunismo e, anziché essere eliminati, i ceti intermedi sono divenuti la maggioranza della popolazione.

Che dire della concezione del merito che risulta presente nella maggioranza? Il merito va premiato, signori, non punito e compresso, non criminalizzato. Il merito, noi Socialisti italiani, da 25 anni lo riteniamo al pari del bisogno, e non meno di esso, un corno del problema del progresso equo della società. Siamo per le liberalizzazioni, quelle vere, e per una grande alleanza delle generazioni che assicuri un futuro ai nostri giovani senza l'egoismo, il corporativismo, il conservatorismo che ancora imperano sovrani. Siamo sì contro la precarietà, ma anche per la giusta flessibilità introdotta dalla legge Biagi, un riformista, un socialista, un martire della violenza brigatista che dobbiamo onorare e che non possiamo sostituire con il numero 30, quello della sua legge.

Signor Presidente, non abbiamo detto noi «l'unico emendamento alla finanziaria è quello relativo alla sua soppressione». La frase è di un autorevole esponente della maggioranza - e non un esponente qualsiasi: l'onorevole Ciriaco De Mita - ed è stata riportata da Il Corriere della Sera del 26 ottobre. L'opposizione di De Mita è assai superiore a quella dei volenterosi che la finanziaria volevano solo emendarla, dunque. Bisognerebbe avere il coraggio della verità e bisognerebbe evitare anche noi di vivere un paradosso e di raccontare una grande bugia. Il paradosso è quello di dover governare insieme pensandola diversamente sulla politica internazionale, sulla TAV, sulla riforma delle pensioni, come sul TFR. La grande bugia è che con questa finanziaria i lavoratori staranno meglio.

Può darsi che ogni finanziaria che si rispetti debba essere osteggiata, ma questa, secondo tutti gli istituti di ricerca, è andata oltre misura. Si dice che è colpa della comunicazione: non vorrei che, alla fine, il vero colpevole venisse individuato in Sircana.

 

PRESIDENTE. Onorevole Del Bue...

 

MAURO DEL BUE. Concludo. Credo che i lavoratori non abbiano avuto per nulla la sensazione di poter stare meglio. Osservando i sondaggi e le elezioni in Molise anche qui le parti si sono capovolte. Ma non era Berlusconi a sostenere che si trattava, ogni volta che perdeva, solo di elezioni parziali? Osservando i sondaggi ed i test elettorali...

 

PRESIDENTE. Onorevole Del Bue, ha avuto 25 minuti...

 

MAURO DEL BUE. La filosofia è quella del leopardiano venditore di almanacchi: può darsi che l'anno che verrà ci riservi novità positive, ma affidare il futuro dell'Italia ad una speranza non induce certo ad avere fiducia (Applausi dei deputati del gruppo Democrazia Cristiana-Partito Socialista).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Moffa. Ne ha facoltà.

Mi permetto di invitare il rappresentante del Governo, l'unico presente, a prestare una formale attenzione, pur apprezzando il fatto che legge un giornale economico (Applausi dei deputati dei gruppi Forza Italia, Alleanza Nazionale e Democrazia Cristiana-Partito Socialista).

 

SILVANO MOFFA. Signor Presidente, nell'Europa dell'euro siamo l'unico paese in cui la «sinistra sinistra», addirittura di estrazione comunista, ha un ruolo determinante negli equilibri di Governo. Si potrebbe pensare, come in passato, ad una costituzionalizzazione del dissenso. Si vede, invece, che essa esercita un condizionamento programmatico talmente forte da isolare le forze riformiste: questo è un primo tema.

In secondo luogo, gli altri paesi si arrovellano nel tentativo di ritrovare la via dello sviluppo e ridurre il divario di benessere con gli Stati Uniti, nel frattempo cresciuto oltre misura. Romano Prodi, come Presidente della Commissione europea, aveva varato l'agenda di Lisbona e il suo ambizioso tentativo di fare del vecchio continente l'area più innovativa dell'occidente. Come Presidente del Consiglio, invece, pone al centro della sua politica il tema dell'equità e della redistribuzione del reddito. Si tratta di temi importanti ed eticamente sensibili che non tengono conto della necessità di precostituire, innanzitutto, una base materiale a tale prospettiva.

Il terzo tema riguarda il fisco. In Europa si tenta di ridurre il prelievo fiscale e si semplificano le relative norme. In Italia si segue la strada opposta, fatta di mille e forse inutili controlli che esasperano il contribuente costringendolo a defatiganti corvée. Perché meravigliarsi, allora, se altrove non ci capiscono? Mi fermo qui nella lettura di un brano di un illuminante articolo de Il Riformista: quanto basta, credo, per dare il senso delle contraddizioni in cui naviga l'attuale Governo con la sua eterogenea maggioranza.

Questa finanziaria, signor Presidente, colleghi deputati, non va letta soltanto sul versante della sua configurazione economica. Va letta anche, se non soprattutto, sotto il profilo politico perché rappresenta l'emblema e la sostanza di una vasta manovra ispirata ad una visione ideologica e veteroclassista, incapace di leggere la realtà del paese, i suoi cambiamenti e le sue aspettative.

Ha scritto Nicola Rossi su Il Corriere della Sera che è stato difficile non ascoltare l'intervento con cui il ministro dell'economia ha aperto il dibattito parlamentare sulla legge finanziaria e non pensare che con quell'intervento così strettamente politico si chiudeva, senza possibilità di appello, un'intera stagione: quella che nell'ultimo decennio aveva portato molti a pensare che fosse possibile, in Italia, ciò che era stato possibile altrove, cioè che fosse possibile innestare nella cultura della sinistra italiana i temi tipici di un'analisi liberale della società. Quella stagione si è chiusa, con ogni probabilità definitivamente, con la legge finanziaria per il 2007.

Una visione aperta, costruttiva, decisamente liberale avrebbe richiesto il varo di una finanziaria meno pesante nei numeri, capace di correggere i saldi ed in grado di lasciare muovere l'economia sfruttando il trend positivo registrato negli ultimi mesi sul fronte delle entrate e del recupero del PIL. Una finanziaria coerente con i primi sintomi di ripresa economica registrati nel semestre avrebbe richiesto una decisa spinta verso gli investimenti incentivando ricerca, innovazione tecnologica, infrastrutture.

Anche sul piano dell'equità ci si sarebbe aspettati un approccio autenticamente sociale e non illusorio nel far credere che si stiano colpendo i ricchi per far ridere i poveri. Invece, la manovra si appalesa del tutto inefficace soprattutto agli estremi della scala sociale, ossia laddove si dice che si sta facendo giustizia. Ma di quale equità parla il Governo se, conti alla mano, mediamente la riforma IRPEF toglie meno di 100 euro al mese ai contribuenti sopra i 2.500 euro netti per darne meno di 10 al mese a quelli che sono sotto i 2.500 euro? Non solo, le risorse che si trasferiscono da un gruppo all'altro di contribuenti finiscono per essere annullate e sommerse da ben più consistenti aumenti della pressione fiscale sulle famiglie e sulle imprese, a livello sia centrale, sia locale, tramite una moltitudine di addizionali e balzelli rintracciabili nelle pieghe di questo articolato costruito con spirito assolutamente vessatorio. Una pioggia di tasse colpisce tutti, anche i ceti più bassi. Con il precedente Governo, le tasse le avevamo ridotte.

PRESIDENTE. Onorevole Moffa...

 

SILVANO MOFFA. Concludo, Presidente. Non è vero, come qualcuno sostiene a sinistra, che le avevamo ridotte per le fasce di reddito più elevate. Con la nostra riforma nel primo modulo avevamo ridotto le tasse per i redditi bassi e nel secondo per i redditi medi. Comunque, avevamo sempre introdotto riduzioni delle tasse, non aumenti che appartengono alla vostra cultura illiberale e palesemente antiquata (Applausi dei deputati del gruppo Alleanza Nazionale).

 

ANDREA LULLI. Leggiti quello che dice la Corte dei conti!

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Burtone. Ne ha facoltà.

 

GIOVANNI MARIO SALVINO BURTONE. Signor Presidente, la finanziaria in discussione presenta una caratteristica fondamentale per noi estremamente positiva: concilia la priorità del riordino dei conti pubblici con una politica di sviluppo economico e di equità. Per limiti di tempo fermerò il mio intervento su alcuni aspetti che riguardano la riqualificata spesa sociale. Purtuttavia, mi preme sottolineare ed apprezzare la scelta operata dal Governo di riproporre la questione meridionale come strategica per lo sviluppo complessivo del paese.

Per tornare al tema delle politiche sociali varate in finanziaria, citerò per titoli i punti fondamentali che guardano alla difesa delle fasce più deboli della nostra società. In primo luogo, questa finanziaria porta ad un miliardo di euro il fondo per le politiche sociali. Voglio ricordare, perché spesso si ha poca memoria, che il centrodestra lo aveva decurtato del 50 per cento.

Un secondo tema riguarda le politiche di sostegno della famiglia. In questo quadro appare importante l'istituzione di un fondo, che contiene in particolare maggiori risorse per la legge n. 53 del 2000 relativa alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

Altrettanto significativi sono il patto con le regioni per finanziare la formazione di assistenti familiari e il piano triennale di 300 milioni di euro per l'istituzione di asili nido.

Infine, la creazione del fondo per il sostegno delle persone non autosufficienti. Si costituisce un terzo distinto pilastro di protezione universalistica, accanto al fondo sanitario nazionale e al fondo nazionale per le politiche sociali, in grado di integrare e completare gli strumenti di finanziamento dell'attuale sistema di solidarietà pubblica. Le prestazioni erogate dal fondo, infatti, non devono essere considerate quali prestazioni sostitutive di quelle sanitarie, ma si affiancano ad esse per garantire quei servizi di natura socio-assistenziale indispensabili per il miglioramento della qualità della vita delle persone non autosufficienti e delle loro famiglie. Certo, 250 milioni di euro non sono sufficienti; tuttavia si tratta di un primo vero segnale di inizio ben diverso dalla totale inerzia registrata su questo tema da parte dei Governi di centrodestra.

Intendo concludere il mio intervento con un riferimento al reddito minimo di inserimento; uno strumento che non vogliamo enfatizzare. Certo, con i Governi di centrosinistra vi erano stati buoni risultati, mentre i Governi di centrodestra, con il ministro Maroni, hanno voluto bloccare questo strumento sociale molto importante soprattutto nelle aree del Mezzogiorno. Con questa finanziaria riprendiamo la sperimentazione per quelle amministrazioni locali che hanno addirittura risorse disponibili e, soprattutto, riaffermiamo la volontà del nostro Governo di prevedere potenziamenti per il futuro, al fine di intervenire socialmente sulle fasce più deboli.

Signor Presidente, oggi vi è il tentativo di forzare un giudizio negativo nei confronti della finanziaria; si tratta di un giudizio orientato da lobby corporative che tentano di difendere privilegi. Quando sarà diradata la polvere della sterile polemica e soprattutto quando i cittadini avranno modo di apprezzare concretamente le azioni della finanziaria, la valutazione soprattutto sulla spesa sociale sarà nettamente positiva (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo).

 

PRESIDENTE. Sono presenti in tribuna una delegazione dei sindaci della Montefeltro e una scolaresca. La Presidenza rivolge loro un saluto, al quale ritengo si associ anche l'Assemblea (Applausi).

È iscritto a parlare l'onorevole Pili. Ne ha facoltà.

 

MAURO PILI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, molti interventi hanno posto in rilievo le mille ombre e le tante tasse di questa finanziaria, dunque non mi ripeterò.

È fin troppo evidente - il paese lo ha recepito in modo forte e chiaro - che questa è la manovra delle tasse, la finanziaria dell'asfissiante e oppressiva imposizione fiscale. Basterebbe questa percezione, che si tocca con mano nel paese e che si respira in ogni potenziale spiraglio di sviluppo, per capire quali saranno gli effetti della manovra sull'economia e sulla crescita del nostro paese.

Si tratta di una regola sacrosanta: più tasse significano meno economia, più limiti significano meno sviluppo, uno Stato asfissiante ed oppressivo significa impresa bloccata. Se potessi sintetizzare questa manovra direi che è pari ad un freno a mano tirato all'improvviso in un treno che si era appena rimesso in moto. E non vale - colleghi della maggioranza - nemmeno quella regola secondo la quale nel primo anno di governo bisogna affrontare lacrime e sangue, con il solo obiettivo di fare cassa per il futuro. Questa regola si infrange quando quella cassa dovrà fare i conti con un'economia che si blocca, che non riceve stimoli positivi dall'azione di governo.

In sostanza, se da una parte pensate di guadagnare attraverso l'inasprimento fiscale, dall'altra, perderete con il blocco dell'economia e non vi sarà mai equilibrio e compensazione tra nuove presunte entrate fiscali e il suddetto blocco, mentre la perdita sarà molto più consistente dello stesso guadagno.

Ad onor del vero, questa è la vostra filosofia, questo è il vero modo di operare, questi sono i tanti condizionamenti ideologici di una coalizione che oggi ha quale unico obiettivo quello di tentare di salvare se stessa. Ma lo fa sulle spalle e a scapito del paese e degli italiani!

È inutile, colleghi, andare oltre. Un colpo di fiducia e ogni nostra parola di dissenso sarà cancellata come neve al sole! Cancellerete tuttavia non solo una voce, quella di chi in quest'aula rappresenta oggi più che mai la maggioranza degli italiani, ma avrete negato a voi stessi il diritto di esprimere una seppur velata critica a questa manovra finanziaria.

In questo Parlamento ognuno di noi rappresenta una parte più particolare di questo paese. Ognuno di noi, in quest'aula, che ci appare autorevole e nel contempo indifferente e distaccata, sente il peso della propria identità regionale; ognuno di noi sa di essere italiano ed europeo, ma anche sardo, laziale, siciliano, friulano, valdostano, lombardo e piemontese. Ogni nostra regione è una piccola grande specificità, costituendo nell'insieme una grande ricchezza culturale, sociale ed economica. Ognuno di noi è tuttavia consapevole che l'Italia è unica ed indivisibile, ma saremmo tutti degli stolti se pensassimo che le autonomie regionali - e, a maggior ragione, quelle che hanno una specificità costituzionalmente riconosciuta - possano soccombere sull'incedere di questa manovra finanziaria. Una manovra che cancella, senza colpo ferire, diritti e doveri riconosciuti di una comunità regionale, che pesantemente ha contribuito con vite umane e sacrifici immensi alla nascita dello Stato italiano.

Oggi, con un colpo di spugna e uno di prestigio, questa finanziaria scaraventa sulla Sardegna due dei pilastri fondanti della solidarietà nazionale: la sanità e i trasporti. E, diversamente da quanto potrebbe apparire, non si tratta di una questione che riguarda la sola Sardegna.

Per questo motivo mi rivolgo ai colleghi delle regioni settentrionali per dire loro che la norma sulla Sardegna è anche una vostra sconfitta; è il più becero arretramento del federalismo solidale, è la sconfitta di quel principio sacrosanto secondo il quale nessuno deve essere vagone, ma tutti devono essere locomotive. E, per fare in modo che nessuno debba trainare gli altri, occorre porre gli altri in condizione di non essere trainati!

Oggi, con questa norma che scarica la Sardegna in cambio di qualche fittizio ed inesistente denaro, il Governo Prodi cancella, con la bieca complicità di chi governa oggi la regione sarda, la solidarietà dello Stato verso quella che, tra le regioni italiane, è più isola e più isolata di tutte.

Ai colleghi del sud - della Sicilia in particolar modo - di destra e di sinistra vorrei dire di non essere indifferenti rispetto a quanto contenuto nella finanziaria per la Sardegna. Se osservate le ultime tre righe del collegato tecnico che riguarda l'articolo della Sicilia, leggerete una velata missiva per ognuno di voi. Per essere più chiaro, traduco il messaggio che il Governo vi invia: accettate un incremento, seppur minimo, per la compartecipazione della sanità, altrimenti facciamo come abbiamo fatto per la Sardegna! Ovvero, di punto in bianco, il 100 per cento della sanità sarà scaricato sulla regione in cambio di un aumento, tra quattro finanziarie, nel 2010, di un presunto gettito IVA che, senza alcuna copertura finanziaria, anche nelle più rosee aspettative, non coprirà mai nemmeno la spesa sanitaria.

Anni di rivendicazioni autonomistiche cancellate con una intesa verbale nelle segrete stanze di palazzo Chigi e soprattutto, colleghi, una pietra tombale sul principio del fondo perequativo, fondamento di tutto il processo federale del paese e richiesto a gran voce dal sud. Il Governo dice e impone: voi siete 1 milione e mezzo e prendete per 1 milione e mezzo. Niente importa se le condizioni economiche e sociali, infrastrutturali, storiche imporrebbero un principio di sussidiarietà e di solidarietà nazionale. Se questo è il vostro federalismo solidale, non ci resta che prenderne atto; ma sappiate sin d'ora che non lasceremo niente di intentato pur di scardinare questo disegno malsano del Governo del paese.

Mi domando, e l'avrei domandato al ministro Padoa Schioppa, che fine abbiano fatto quei 5 miliardi di euro di mancato gettito che Prodi si è impegnato in campagna elettorale, con un documento scritto, a risarcire alla Sardegna. Che fine ha fatto la continuità territoriale se oggi è impossibile prendere una aereo per la Sardegna? Che fine hanno fatto le dismissioni delle basi militari? Tutto finito, tutti in silenzio; e la Sardegna svenduta sull'altare di Prodi e compagni. Ognuno di noi qui potrebbe trasformare quest'aula in un palcoscenico per esaltare e manifestare le proprie opinioni; ma la gravità dell'inganno che avete inflitto alla Sardegna è tale da meritare molto di più di un semplice sventolio dei Quattro mori listati a lutto nell'aula di Montecitorio.

Non so, onorevole Presidente, colleghi del Parlamento, quale margine vi sia ancora per sventare questo attentato all'autonomia della Sardegna ma vorrei dirvi, sapendo ciò che dico, che molto spesso il bisogno può costringere a qualsiasi cosa. Il cavaliere dei rossomori, il capitano della gloriosa Brigata Sassari, l'onorevole Emilio Lussu, commentando in quest'aula l'approvazione dello statuto nel 1948, disse: anche lo statuto sardo fa parte della famiglia dei felini, ma è come paragonare un gatto ad un leone. Oggi, colleghi, quel misero gatto, lo state trasformando in un umile topo, e lo fate con una finanziaria che è una trappola non solo per i sardi, ma anche e soprattutto per gli italiani (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Zucchi. Ne ha facoltà.

 

ANGELO ALBERTO ZUCCHI. Signor Presidente, la legge finanziaria per il 2007, che il Governo ha presentato al Parlamento e di cui oggi si avvia l'esame, è senza dubbio una manovra di grande rilievo. Lo è per l'entità del suo importo complessivo; lo sarà per gli obiettivi che si propone e che intende perseguire. Una manovra economica obbligata dallo stato dei conti della finanza pubblica del nostro paese; una manovra economica necessaria per stimolare una nuova fase economica e sociale. Risanamento della finanza pubblica, equità sociale e sviluppo rappresentano i capisaldi di questa legge finanziaria; il primo di questi obiettivi, vale a dire il riequilibrio strutturale dei conti pubblici, si propone di portare l'indebitamento netto al di sotto della soglia del 3 per cento del prodotto interno lordo. Si tratta di un obiettivo che deve ritenersi non un dazio da pagare all'Europa e neppure l'assolvimento di un vincolo a suo tempo contratto, ma la condizione stessa affinché il paese possa riavviare un cammino virtuoso.

Analogamente, l'impegno a diminuire il debito pubblico e ad invertire la sua tendenza alla crescita - che, in questi anni, a seguito delle politiche del Governo Berlusconi, è ripresa in modo incontrollato -, non è un'imposizione dell'Europa; è un'esigenza essenziale per la ripresa economica del nostro paese. Certamente ne beneficeranno nel complesso i nostri cittadini, se le risorse riscosse con le tasse, anziché essere destinate al pagamento degli interessi sul debito pubblico, fossero finalizzate all'istituzione di nuovi servizi e a finanziare il miglioramento di quelli esistenti. Affrontare il risanamento dei conti pubblici non è un'operazione tra le più popolari; del resto, la situazione ereditata è particolarmente grave e preoccupante: la stessa spesa pubblica, negli ultimi anni, ha ripreso a crescere del 2 per cento, costringendoci ad intervenire, con buona pace di quelli che, dopo essere stati in questi anni gli artefici di tale aumento della spesa, oggi pretenderebbero da noi una pesante politica di tagli.

Per risanare abbiamo previsto di intervenire innanzitutto attraverso misure di contrasto all'evasione e all'elusione fiscale, politiche trascurate dal precedente Governo, che anzi, attraverso l'uso smisurato dei condoni, ha finito per inaugurare in Italia la stagione nella quale si sono premiati i furbi a discapito degli onesti.

Noi vogliamo agire con particolare attenzione ad una maggiore equità e giustizia sociale; questo è il paese che detiene il record dell'evasione fiscale, ma è anche il paese nel quale, negli ultimi anni, sono cresciute le fasce di povertà e di insicurezza e dove il divario tra le famiglie più abbienti e quelle povere si è notevolmente allargato. Ecco perché ritengo particolarmente giusta l'attenzione posta ad una maggiore equità. Analogamente, estremamente necessaria è la politica di attenzione alle imprese che in questa finanziaria è presente; politica rivolta a favorire lo sviluppo e la crescita, condizioni imprescindibili per il rilancio dell'economia italiana.

La finanziaria ha destinato circa 18 miliardi di euro a promuovere la ripresa e la crescita e, a tal fine, punta su due interventi di grande rilievo, la riduzione del cuneo fiscale ed il finanziamento degli investimenti pubblici; la diminuzione del costo del lavoro e la modernizzazione delle infrastrutture del paese rappresentano infatti due capisaldi per il rilancio della nostra economia.

In questo contesto generale, vorrei toccare alcuni punti specifici che riguardano l'agricoltura, la pesca ed il sistema agroalimentare che, in questa legge finanziaria, assumono un ruolo di primaria importanza. Il DPEF considerava il settore agricolo e agroalimentare al centro dell'azione di Governo per il risanamento e lo sviluppo; lo stesso ministro aveva parlato in questi termini durante la sua prima audizione in Commissione agricoltura. All'agricoltura vengono, infatti, dedicate diverse disposizioni che intervengono su alcuni aspetti di rilievo del sistema agricolo del paese, quali la promozione sui mercati internazionali, il rafforzamento dell'impresa agricola attraverso l'adozione della forma societaria, il sostegno dell'imprenditoria giovanile, in un settore nel quale il ricambio generazionale si pone come uno dei problemi sui quali focalizzare subito e per i prossimi anni la nostra attenzione. Ancora, i temi legati alla crisi di mercato, alla vendita diretta in agricoltura, alla multifunzionalità, allo sviluppo dell'utilizzo dei biocombustibili derivanti da prodotti vegetali ed agricoli: siamo in presenza non soltanto di proroghe di misure già adottate, come nel caso delle agevolazioni fiscali di cui all'articolo 30 - a dirla tutta, il settore si sarebbe aspettato un intervento di maggiore stabilizzazione, visto che il regime della proroga è in atto praticamente dal lontano 1997 -, ma anche di interventi innovativi che incidono su aspetti essenziali per la crescita dell'agricoltura italiana. Interventi che si occupano dello sviluppo e della competitività del mondo agricolo; è il caso del provvedimento che favorisce e facilita la vendita diretta dei prodotti agricoli, aumentando il valore dei prodotti che i singoli agricoltori e le società possono vendere direttamente ma anche promuovendo un confronto con gli enti locali perché la vendita diretta possa diventare davvero un modo alternativo di commercializzazione dei prodotti, obiettivo per il quale il ruolo dei comuni è fondamentale. Ma è anche il caso di attivare i seguenti altri interventi: quelli a sostegno della multifunzionalità dell'impresa agricola, con la possibilità per la pubblica amministrazione di affidare direttamente lavori di manutenzione ad imprenditori; l'istituzione di un fondo per l'imprenditoria giovanile per il prossimo periodo, dal 2007 al 2011, le cui modalità saranno definite da un apposito decreto (ma intanto vengono stanziate risorse certe e viene individuata una strada alternativa rispetto a quella individuata nel 2004, che voleva intervenire sul credito di imposta ma che è rimasta inattuata ed inapplicata, causa la normativa comunitaria ed i rilievi della Commissione europea); gli articoli 154 e 155 che intervengono su due ulteriori aspetti di rilevanza fondamentale per le prospettive e la competitività del settore agroalimentare.

Si tratta, da un lato, delle iniziative per la promozione sui mercati internazionali e, dall'altro, degli interventi di sostegno all'adozione della forma societaria in agricoltura.

La promozione all'estero rappresenta un'attività essenziale per ampliare la presenza sul mercato dei prodotti agroalimentari del nostro paese. I nostri prodotti, per la loro qualità, esprimono una grande potenzialità. Tuttavia, la difficoltà di penetrazione nei mercati esteri, a seguito del nanismo e della frammentazione del nostro sistema imprenditoriale, della scarsa dimensione delle nostre imprese, costituisce un limite, che va superato con politiche organiche a sostegno delle esportazioni agroalimentari.

L'articolo 154 interviene con un beneficio fiscale per gli investimenti in attività di promozione che le imprese avranno attivato nei confronti dei mercati stessi.

Questo disegno di legge finanziaria si occupa anche di un tema che riguarderà sempre più il nostro futuro ed il futuro dell'agricoltura: le bioenergie. È un tema strategico per l'approvvigionamento energetico del paese, e anche come forma di diversificazione della produzione agricola. Dovrà essere certamente approfondito in quanto merita un percorso legislativo particolare che affronti tutte le tematiche necessarie a promuovere un disegno organico di sviluppo delle agroenergie nel nostro paese, indicando anche modi e tempi necessari per favorire il consumo di biocarburanti e di forme energetiche alternative.

È in ogni caso importante che questi argomenti trovino da subito una risposta nel disegno di legge finanziaria, per definire forme di intervento immediatamente praticabili, che stimolino fin da subito i produttori di carburanti a immettere al consumo biocarburanti di origine agricola.

 

PRESIDENTE. Onorevole Zucchi...

 

ANGELO ALBERTO ZUCCHI. Giova ricordare la questione aperta legata alla riconversione dei diversi stabilimenti a seguito della riforma degli zuccherifici, una questione che riguardi molti lavoratori e molti produttori agricoli che si aspettano risposte, a partire da questo disegno di legge finanziaria.

In conclusione, vorrei sottolineare che l'agricoltura non è solo capitolo di spesa, ma concorre all'obiettivo del risanamento dei conti pubblici, senza aggravi per gli imprenditori del settore, ma attraverso interventi che puntino a fare emergere situazioni di non corretta applicazione delle normative fiscali. È il caso dell'aggiornamento dei fabbricati rurali e della verifica dei loro requisiti di ruralità. È un provvedimento che ritengo giusto, prima ancora che opportuno.

Per queste ragioni ritengo si possa esprimere complessivamente un giudizio favorevole al disegno di legge finanziaria e ai provvedimenti specifici del settore agricolo della pesca e agroalimentari in esso contenuti.

Signor Presidente, chiedo che la Presidenza autorizzi la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo integrale del mio intervento (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo).

 

PRESIDENTE. Onorevole Zucchi, la Presidenza lo consente, sulla base dei criteri costantemente seguiti.

È presente in tribuna una classe dell'Istituto comprensivo «G. Cittadino», di Castello Del Matese di Caserta. La Presidenza rivolge un saluto anche da parte dell'Assemblea (Applausi).

È iscritto a parlare l'onorevole Nannicini. Ne ha facoltà.

 

ROLANDO NANNICINI. Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi deputati, la discussione sul disegno di legge finanziaria in questa data porta anche un po' di sindrome, di noia. Infatti, ne discutiamo già da un mese e mezzo senza trovare un metodo di presentazione e di discussione parlamentare che possa far cogliere gli elementi fondamentali della manovra di bilancio 2007, 2008 e 2009.

Cercherò di sforzarmi in questi cinque minuti e di riflettere su alcuni articoli della proposta del Governo, in particolare sigli articoli 3 e 4, riguardanti l'imposta sui redditi delle persone fisiche e gli assegni per il nucleo familiare, che reintroducono, nell'elemento fondamentale della gradualità dell'imposizione per le persone fisiche, ciò che abbiamo affermato in campagna elettorale: non abbiamo condiviso la non progressività delle imposte (tale progressività è richiesta dalla Costituzione della Repubblica italiana) e non abbiamo condiviso - e l'abbiamo detto con franchezza all'elettorato italiano - quei 5 miliardi di redistribuzione di reddito delle quote di altre imposte. Infatti, su questo strumento non abbiamo visto l'aumento la domanda interna. Non abbiamo dato alcun sostegno reale all'economia.

Quindi, una redistribuzione del reddito sui redditi sotto i 45 milioni (che rappresenta il 90, 92 per cento dei cittadini italiani), in quella visione non solo di giustizia e di equità, ma anche di sostegno al reddito delle famiglie che necessitano di un supporto per i loro consumi, credo sia un cambiamento rispetto alla condizione del Governo del centrodestra.

Signor Presidente, sono obbligato a ricordarla, perché lei, nel dibattito parlamentare del 26 ottobre, sul piano intellettuale, è stato veramente - me lo faccia dire - abbastanza onesto...

 

PRESIDENTE. Onorevole Nannicini, è del tutto informale, ma non credo sia corretto che lei si riferisca ad un parlamentare che esercita la funzione di Presidente. Quindi, la prego di saltare il passaggio.

 

ROLANDO NANNICINI. Mi scuso. L'ex ministro del tesoro...

 

PRESIDENTE. La prego davvero di non insistere nel tentativo. Le sarei grato, dato che esercito una funzione che mi impedisce ogni tipo di risposta.

 

ROLANDO NANNICINI. D'accordo, Presidente.

 

PRESIDENTE. La ringrazio molto.

 

ROLANDO NANNICINI. Il Governo passato ha fatto comprendere che la sua azione sui condoni era dovuta, perché dovevamo pagare, in un periodo di crescita zero, pensioni e sanità. Dunque, questa riflessione della crescita zero fa ammettere nella discussione parlamentare che le condizioni dell'economia del paese hanno necessità di risanamento. Ecco perché anche il centrosinistra su questo è molto attento a non ricadere negli stessi errori di ripresentare condoni o misure straordinarie non legate al problema del risanamento e che garantiscano la certezza dello Stato sociale in materia di pensioni e sanità.

Inoltre, quando parliamo del condono del passato Governo, dovremmo essere molto attenti a non pensare solo al fatto che, poiché vi era evasione, è emerso il condono e vi sono stati altri gettiti. Infatti, in quello strumento vi era una richiesta forzosa anche ai lavoratori autonomi e a tutti i cittadini che svolgono attività professionali coerenti con gli studi di settore: gli era stato richiesto 300 euro, annualità...

 

PRESIDENTE. Onorevole Nannicini...

 

ROLANDO NANNICINI. Perché, Presidente?

 

PRESIDENTE. Vorrei preavvisarla che le restano 0,039 secondi. Solitamente si suona il campanello come preavviso.

 

ROLANDO NANNICINI. La ringrazio, Presidente.

Su quest'aspetto fondamentale del nuovo rapporto con gli studi di settore in cui è richiesta una verifica triennale e nelle aliquote IRPEF sono state previste condizioni di riequilibrio per i lavoratori autonomi rispetto ai redditi più alti, credo non sia corretto parlare che si tratta di una finanziaria classista. Infatti, vi è più attenzione rispetto al passato Governo.

 

PRESIDENTE. Onorevole Nannicini.

 

ROLANDO NANNICINI. Mi scuso di nuovo, Presidente, se impropriamente ho fatto riferimento a lei nel dettaglio - non sapevo che lei presiedesse la seduta odierna e non volevo essere scortese nei suoi confronti.

C'è un altro aspetto fondamentale: si anticipa la decorrenza delle nuove disposizioni in materia di previdenza complementare, introdotte dal decreto n. 252 fissando al 1o gennaio una riforma che riguarda le nuove generazioni. Auspico quindi che vi siano elementi di risanamento e di giustizia su cui nel paese dovremmo aprire un serio confronto per realizzare un buon futuro. Mi scuso ancora; non volevo fare polemiche.

 

PRESIDENTE. La ringrazio, anche personalmente.

È iscritto a parlare l'onorevole Uggè. Ne ha facoltà.

 

PAOLO UGGÈ. Signor Presidente, signori deputati, il Parlamento è chiamato a discutere un disegno di legge finanziaria indefinita, una specie di giallo al quale hanno concorso diversi rappresentanti del Governo tutti provvisti di soluzioni mirabolanti per assicurare felicità e bene al paese.

Un evento nuovo, infatti, si è già concretizzato: per la prima volta nella storia trentennale del Parlamento la Commissione bilancio non è riuscita a svolgere un esame della finanziaria.

L'opposizione non c'entra: avete fatto tutto da voi, maggioranza e Governo. Bell'esempio di serietà!

Le posizioni della sinistra estrema, vendicative nei confronti dei «ricchi da punire» - per usare l'espressione cara al ministro dell'economia e delle finanze -, non riescono a collimare con le tesi propugnate dai partiti del fronte cattolico-riformista. Ciò ingenera l'assalto alla diligenza e ricatti, e dopo il cosiddetto emendamento Pallaro, altri sono già pronti ad emularlo sulla via dello scambio.

Il risultato è degno di voi: la farsa rischia, tuttavia, di divenire un dramma. La manovra finanziaria è in continuo divenire: ripensamenti, soppressione e aggiunta di commi. Auspichiamo che, prima o poi, vi sia un testo sul quale esprimersi!

Vorrei portare alcuni esempi: la revisione delle aliquote IRPEF; i trasferimenti agli enti locali; l'articolo 33 del disegno di legge finanziaria, il quale dispone la chiusura di prefetture, questure e sedi dei Vigili del fuoco; l'articolo 34 dello stesso provvedimento, il quale accorpa, riducendone la funzionalità, le tesorerie. Poche idee, ma ben confuse! Ancora ieri sera, a Porta a porta, non sapevate illustrare le nuove tabelle!

«Non aumenteremo la pressione fiscale», «In cento giorni troveremo le risorse per il cuneo fiscale», «Il nostro sarà un Governo serio e si muoverà di concerto con le categorie, rilanciando il sistema concertativo», avevate dichiarato. Un vostro giornale ha già definito la manovra «una presa per il cuneo»! La gente si sta ribellando, infatti. Avete rilanciato la concertazione con «i soliti noti», nella supponenza che, poi, si sarebbe aggiustato tutto. Alle categorie che rappresentano l'economia reale del paese - forse è sfuggito al Presidente Prodi, ma appartengono al mondo dei servizi, e non più al settore manifatturiero -, alle piccole imprese e all'artigianato, invece, avete sostanzialmente detto: prendere o lasciare!

Per la verità, non c'è da stupirsi: voi siete maestri nel promettere e non mantenere. Gli italiani cominciano solo ora a rendersi conto di cosa significhi il cosiddetto decreto Visco-Bersani: i cittadini sono costretti ad aprire conti correnti con le banche per poter pagare le prestazioni dei professionisti o per semplici lavoretti fatti in casa!

Con le finte liberalizzazioni, tuttavia, avete favorito le cooperative sostenitrici della vostra parte politica, e per raggiungere tale obiettivo non avete esitato a colpevolizzare i tassisti. «Non torneremo indietro!», tuonava anche in questo caso Prodi. Quando avete constatato che questi non avrebbe ceduto, avete cambiato le carte in tavola e riproposto norme già in vigore dal 1992, riassegnando agli enti locali i compiti dei quali erano già titolari! I cittadini hanno subito le conseguenze degli scioperi innescati per causa vostra e per i tassisti (basti leggere i giornali di questi giorni) è rimasto tutto come prima!

Per giustificare la manovra finanziaria, avete fatto ricorso ad un altro stravolgimento della realtà. Avete tentato, infatti, di dimostrare lo sfascio dei conti pubblici, parlando di un rapporto tra deficit e PIL oscillante tra il 4,1 ed il 4,8 per cento. Quando invitavamo ad attendere le risultanze delle misure contenute nella legge finanziaria per il 2006, non risparmiavate critiche e, con aria compunta, annunciavate ai cittadini che avrebbero dovuto prepararsi ad una manovra pesante, condizione indispensabile per aggiustare i guasti realizzati dal Governo di centrodestra.

Però, come recita un vecchio adagio, chi nasconde la spazzatura sotto la neve, al cambio di stagione viene scoperto! Così è stato per voi. Gli effetti di una legge finanziaria seria hanno fatto emergere nuove, e per voi sconvolgenti, verità: ben 24 miliardi di euro di nuove entrate nei primi sette mesi del 2006. Non solo, ma grazie a tali risultati, il rapporto tra deficit e prodotto interno lordo si è attestato, sempre nei primi mesi del corrente anno, al di sotto del 3 per cento, proprio come richiesto dall'Unione europea. Il Governo Berlusconi vi ha lasciato, dunque, i conti in ordine!

Le persone serie, di fronte a tale constatazione, ammettono l'errore di previsioni un po' troppo frettolose e, nell'interesse del paese, cambiano direzione! Nella fattispecie, si doveva accompagnare la ripresa proseguendo nella lotta agli sprechi, varando al contempo misure che favorissero la crescita e la competitività. Voi, invece, avete scelto la strada opposta: avete dimenticato le promesse elettorali ed avete caricato il paese di una manovra composta da tasse e pochi tagli, pregiudicando (speriamo non definitivamente) la ripresa economica. Avete colpito la maggior parte delle imprese italiane, vale a dire le aziende piccole, medie, artigiane e del commercio, le quali oggi protestano e presto scenderanno in piazza.

Oggi che l'economia mondiale si sta rilanciando, anziché proseguire con l'adozione di misure che accompagnino la crescita, introducete nuovi lacci allo sviluppo economico. Si poteva evitare una manovra finanziaria di 40 miliardi di euro e dalle coperture incerte! Se i lavoratori indirizzeranno il trattamento di fine rapporto verso i fondi pensione, come garantirete la copertura delle spese? I presunti introiti derivanti dalla lotta all'evasione quando si realizzeranno?

Queste perplessità sono così evidenti che la Commissione europea vi ha invitato a realizzare riforme strutturali delle quali, invece, non si trova traccia! Voi state penalizzando la ripresa economica ed i consumi; attraverso l'intervento sul cuneo fiscale, inoltre, aprite un fronte debitorio che, prima o poi, finirà per pesare sui nostri conti! Lo Stato dovrà corrispondere sul TFR - che rappresenta un prestito forzoso - interessi necessariamente superiori rispetto ai rendimenti dei titoli di Stato!

La Corte dei conti, il Governatore della Banca d'Italia e perfino il presidente della Commissione finanze del Senato hanno evidenziato gli squilibri della manovra di finanza pubblica. La Corte dei conti, infatti, ha attestato che, se si tiene conto delle addizionali che saranno applicate, i trasferimenti saranno minori rispetto al 2006; essa ha certificato, inoltre, che il 79 per cento della manovra è basato sulle entrate e solo il 21 per cento sui risparmi di spesa!

Il Governatore della Banca d'Italia ha confermato che si punta troppo sulle entrate e che la pressione fiscale crescerà di più di mezzo punto del prodotto interno lordo! Il senatore Benvenuto ha dimostrato che i lavoratori dipendenti, quelli autonomi ed i pensionati con carichi familiari saranno penalizzati, rispetto all'attuale «sistema Tremonti», se posseggono un reddito intorno ai 30 mila euro! I single, invece, sono favoriti: è questo l'aiuto per le famiglie?

Un intervento a favore dei meno abbienti, per la verità, l'avete previsto: per bilanciare l'introduzione dei ticket sanitari, i cittadini potranno (forse, pare) godere di bonus per l'acquisto di elettrodomestici o per le spese per le palestre.

Come sono lontane le ambizioni del DPEF! Non si trova traccia, infatti, di quelle misure strutturali, dirette a piegare la dinamica della spesa pubblica, che agiscono sul pubblico impiego, sul sistema pensionistico e sulla spesa sanitaria. Oggi, all'interno del disegno di legge finanziaria al nostro esame, di quelle ambizioni c'è davvero troppo poco, ed anche Almunia lo ha evidenziato!

Volevate far piangere i ricchi? Non v'è dubbio che coloro ai quali veniva applicato il secondo modulo della cosiddetta riforma Tremonti oggi pagheranno di più. Ma quello è il ceto medio! Quelli che per voi sono i ricchi, vale a dire coloro che dispongono di un reddito superiore ai 100 mila euro, non avranno alcun incremento d'imposta!

Ora, però, che i vostri alleati della sinistra antagonista se ne sono accorti, stanno tentando di introdurre correttivi proponendo aliquote aggiuntive. Vedremo chi perderà la faccia, tra gli «antagonisti» ed i cosiddetti centristi: altro che redistribuzione equa!

Il Governo Berlusconi era riuscito a far diminuire le famiglie indigenti: nel 2001, infatti, la percentuale era superiore al 12 per cento, mentre oggi si attesta all'11 per cento. Si tratta di dati inconfutabili, che attestano come quello «sfascio» da voi sempre denunciato era solo parte di una rappresentazione falsa e tendente a favorire l'insorgere di malcontento, di ingiustificate paure e di percezioni difformi rispetto alla realtà!

Uno Stato serio deve porsi l'obiettivo di migliorare la situazione contingente, ed il Governo di centrodestra ci era riuscito, pur in una stagione congiunturale sfavorevole. Ora toccherebbe a voi. Il disegno di legge finanziaria era l'occasione per dimostrarlo, ma gran parte di quelli che vi hanno concesso la fiducia si sono pentiti, ed i risultati del Molise e i sondaggi elettorali lo stanno a dimostrare!

I cittadini toccano con mano, e sulla loro pelle, i risultati delle vostre scelte! La pressione fiscale aumenterà: non doveva essere il contrario? Prodi, durante la campagna elettorale, arrivò addirittura ad insultare il ministro Tremonti perché aveva previsto il futuro modo di governare!

La pressione fiscale, dunque, crescerà, anche perché quelle poche riduzioni che opererete saranno sostituite dalle addizionali di imposta. Ricordo, inoltre, che avete aumentato la tassazione sui titoli obbligazionari ed i contributi previdenziali a carico dei lavoratori dipendenti ed autonomi; rivedrete gli studi di settore, i valori catastali e l'ICI; reintrodurrete l'imposta di successione; per i cittadini più deboli, infine, sono previsti ticket sul pronto intervento!

Siete passati dalle deduzioni alle detrazioni, ma quel che è più grave è che avete bloccato la realizzazione delle grandi opere infrastrutturali. Non avete puntato sulla logistica, vero elemento di competitività; non avete rifinanziato lo sviluppo del trasporto combinato treno-TIR e delle cosiddette autostrade del mare! Erano tutti interventi avviati dal Governo di centrodestra: è questa la colpa più grave della quale dovrete scusarvi, per molti anni, con i nostri cittadini! Avete, in sostanza, introdotto ostacoli alla libertà di intraprendere della gran parte dei nostri imprenditori!

Segnalo altresì che, in questi giorni, una parte dei vostri uomini di Governo ha protestato contro se stessa: solo il Presidente Prodi pare non aver compreso; non solo, ma, ridacchiando, nega l'evidenza! L'onorevole Rizzo ha dichiarato: non abbiamo cambiato il Governo Berlusconi per avere una finanziaria come questa! Il sottosegretario Cento ha aggiunto: se gli alleati perdono la pazienza, devono abituarsi; in caso contrario, perderanno la maggioranza! Altro che manifestazione per il Governo!

State avviando, nel contempo, operazioni di trasformismo; state già infrangendo gli impegni sottoscritti, ad esempio, con il settore dell'autotrasporto. Il ministro Di Pietro ha comunicato che, anche per la Valtellina, non vi sono più i fondi per la realizzazione delle opere già approvate con delibera programmatica del CIPE! Per il ponte sullo Stretto, avete destinato le risorse esistenti ad altre iniziative, dimostrando, così, che erano reali! Non avete limiti all'impudenza!

Perché non avete il coraggio di dire che avete compiuto scelte diverse, che avete scambiato i ticket con i bonus per i frigoriferi, che avete riassegnato le risorse previste per le opere infrastrutturali ai tanti Pallaro di turno, al solo scopo di tenere in piedi la vostra squinternata maggioranza? State mettendo in gioco il futuro del paese per qualche mese (ma io mi auguro per qualche giorno) in più di Governo!

Non si può aiutare il povero distruggendo il ricco; non si può ottenere la prosperità scoraggiando l'intraprendenza; non si può rafforzare il debole rendendo più debole il forte! Voi avete fatto tutto questo, il contrario di quanto Abramo Lincoln indicava tra le condizioni per un buon governo: vergognatevi (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia)!

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Iannuzzi. Ne ha facoltà.

 

TINO IANNUZZI. Signor Presidente, il disegno di legge finanziaria per l'anno 2007 interviene in un contesto di grande difficoltà, per la necessità, inderogabile e fondamentale, del risanamento dei conti pubblici e del riequilibrio del bilancio dello Stato, ma anche per la necessità di dare segnali precisi nella direzione della ripresa di processi di sviluppo e di espansione delle attività economiche e produttive e di maggiore equità sociale. Da questo punto di vista, il disegno di legge finanziaria si sforza, pur tra rilevanti difficoltà oggettive, di dare una serie di risposte e di aprire, soprattutto, alcune prospettive.

Desidero soffermarmi, anche in qualità di relatore in VIII Commissione sul disegno di legge finanziaria, sul tassello che riguarda specificamente il comparto, delicato e fondamentale ed assolutamente rilevante per lo sviluppo dell'intero paese, dell'ammodernamento, dell'adeguamento, del potenziamento del nostro sistema di infrastrutture materiali ed immateriali.

Siamo di fronte ad un altro tassello della politica che il Governo Prodi sta costruendo in questo settore. Abbiamo effettuato una lodevole ed importante operazione verità, avviata con il DPEF e con l'allegato in materia di infrastrutture del luglio scorso e proseguita con le risultanze del tavolo tecnico sull'attuazione della legge obiettivo (le prime analisi ufficiali sono state fornite in questi giorni dal CIPE). La menzionata operazione fa il punto, con chiarezza, sullo stato di attuazione della legge obiettivo, sulle risorse finanziarie realmente erogate e disponibili, sulla condizione dei lavori in corso e dei cantieri aperti, sulla situazione delle grandi opere.

È così giunto il momento di porre fine alla stagione dei grandi proclami, dei grandi annunci ad effetto che hanno caratterizzato, per cinque anni, il tandem Berlusconi-Lunardi: grandi annunci, grandi proclami, pochissime risorse erogate, pochissimi cantieri aperti, nessuna nuova grande opera realmente ultimata! Anzi, nel luglio scorso, con il cosiddetto decreto Bersani, è stato necessario intervenire con grande oculatezza e tempestività, da parte del Governo Prodi, per evitare la paralisi e la chiusura dei cantieri dell'ANAS e delle Ferrovie che erano stati lasciati letteralmente a secco. I quasi 3 miliardi di euro di rifinanziamento dei lavori in corso nei cantieri aperti dell'ANAS e delle Ferrovie hanno dato impulso e respiro ed hanno evitato una drammatica paralisi delle opere, la chiusura dei cantieri, il collasso di tante imprese, ricadute pesanti e negative sui livelli occupazionali.

Oggi, abbiamo un disegno di legge finanziaria per il 2007 che si sforza di dare una serie di risposte precise sui diversi tasselli della politica infrastrutturale, nella persuasione, che accomuna profondamente Governo e maggioranza, che le infrastrutture servono all'intero paese: servono al nord, servono al centro, servono al sud. Le infrastrutture sono il volano indispensabile ed insostituibile per garantire prospettive di crescita e di sviluppo all'intera comunità nazionale. Con il disegno di legge finanziaria abbiamo il rifinanziamento della legge obiettivo per circa 3,3 miliardi di euro ed importanti assegnazioni di risorse nel comparto delle ferrovie, anche per quanto riguarda il sistema strategico, da portare avanti con determinazione e decisione, e per il progetto dell'alta velocità-alta capacità ferroviaria, con l'assegnazione, nel biennio, di 2 miliardi e 100 milioni di euro. Inoltre, per investimenti sulla rete ferroviaria ordinaria, che tanta importanza ha nella vita dell'esercito dei pendolari, dei tanti lavoratori dipendenti, studenti, uomini e donne che ogni giorno si avvalgono del trasporto ferroviario regionale ed interregionale, abbiamo l'assegnazione, nel biennio, di 4 miliardi di euro.

Altre misure specifiche, molto significative e lungimiranti, che desidero sottolineare, sono le seguenti: la soppressione del fondo centrale di garanzia per le autostrade e le ferrovie metropolitane; l'attribuzione della gestione di tale fondo, con i relativi rapporti economici, in capo all'ANAS; la destinazione delle relative risorse, che sappiamo essere ben più ampie delle stime prudenziali e cautelari pur effettuate dal Governo, per il progetto di completamento dell'ammodernamento della principale infrastruttura autostradale del Mezzogiorno d'Italia, l'autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria.

Inoltre, con l'articolo 14 del decreto-legge fiscale collegato alla manovra finanziaria, abbiamo attuato un'importante operazione di definanziamento delle risorse di provenienza Fintecna, sino ad oggi assegnate alla ricapitalizzazione di Stretto di Messina Spa. Partendo, com'era giusto, dal riconoscimento della natura non prioritaria dell'opera per il Mezzogiorno e per l'intero paese, abbiamo dato l'indicazione che le relative risorse (circa 1 miliardo e mezzo di euro) rimarranno nel Mezzogiorno, in Calabria ed in Sicilia, per realizzare infrastrutture ferroviarie e stradali (dalle autostrade siciliane, alla rete del trasporto su ferro, alla statale ionica e, anche in questo caso, alla Salerno-Reggio Calabria). Con i 100 milioni di euro destinati alle aree portuali di preminente interesse nazionale, si tratta di un complesso di misure che si sforza di dotare l'azione del Governo delle risorse finanziarie necessarie per tradurre programmi concreti e mirati in realizzazioni.

Voglio dire, con grande franchezza, che dobbiamo andare avanti con il metodo che questo Governo ha posto a base della sua azione in questo settore così delicato: quello della identificazione di una griglia ristretta, ma effettiva, di vere, poche e grandi priorità, che, innanzitutto, debbono camminare con le gambe delle risorse finanziarie davvero disponibili, non dei sogni annunciati e non realizzati, non degli annunci non seguiti da finanziamenti. Sulla base della dotazione finanziaria esistente, si definiscono il numero ed il novero delle priorità, identificando, in un positivo dialogo con le regioni (che, naturalmente, conserva la competenza sulla decisione finale allo Stato), le opere che vanno portate avanti con effettiva priorità: le cosiddette grandi priorità o superpriorità, vale a dire quelle grandi opere capaci di far compiere un salto di qualità a territori di area vasta e di dare un grande contributo ai processi economici e produttivi...

 

GIORGIO LA MALFA. La TAV!

 

TINO IANNUZZI. ...ai sistemi di mobilità e di trasporto nelle diverse parti del paese.

Sicuramente, presidente La Malfa, su questo terreno, noi riconosciamo l'importanza, strategica e fondamentale, della prosecuzione della rete dell'alta velocità-alta capacità ferroviaria, i cui sviluppi, com'è giusto, vanno considerati in correlazione non soltanto con il Corridoio n. 5 (Lisbona-Kiev), ma anche con alcune parti della zona meridionale del paese.

Riteniamo, altresì, che opere in corso vadano portate rapidamente a compimento. È il caso del passante di Mestre, della variante di valico, sostenuta dai finanziamenti di Autostrade per l'Italia Spa. Da questo punto di vista, la revisione dei meccanismi delle concessioni della rete stradale ed autostradale, promossa con il decreto fiscale, tende, sostanzialmente, ad incrementare le condizioni per una fruizione più funzionale, moderna ed adeguata e ad accrescere il livello delle prestazioni e degli investimenti infrastrutturali effettivi da parte dei concessionari. Si tratta di un'operazione importante.

Ci rendiamo conto che c'è una questione infrastrutturale drammatica: nel Mezzogiorno, essa è, forse, dal punto di vista quantitativo, più forte ed accentuata, ma non è meno importante nel nord del paese, per l'intasamento dei grandi nodi urbani e per la necessità di dare respiro ad aree che, sotto il profilo dello sviluppo economico e produttivo, hanno un ruolo centrale.

Allo stesso modo, ci rendiamo conto che alcuni discorsi (come quello riguardante la pedemontana) vanno portati avanti e condotti in una prospettiva di realizzazione e che vanno liberate le risorse costituite dai capitali privati, che possono consentire, soprattutto nelle aree economicamente più forti del paese, la realizzazione di nuove e grandi infrastrutture (penso, innanzitutto, alla Bre-Be-Mi).

Un'ultima considerazione. Nel disegno di legge finanziaria abbiamo preservato e conservato gli istituti dello sgravio fiscale del 36 per cento per le ristrutturazioni edilizie e dell'IVA ridotta dal 20 al 10 per cento. Da questo punto di vista, vorremmo segnalare al signor ministro dell'economia e delle finanze la necessità di tener conto di un emendamento che la Commissione ha proposto unitariamente per l'esame in Assemblea: eleviamo il tetto massimo di spese detraibili per lavori di ristrutturazione edilizia, riavviciniamoci al tetto attuale dei 48 mila euro e riportiamolo a quello originario del 1998, che sappiamo essere stato di 78 mila euro. L'istituto ha funzionato benissimo ed ha avuto molteplici effetti positivi: ripristiniamolo ed incrementiamone la potenzialità espansiva! Incrementiamo il tetto massimo di spese detraibili per ristrutturazioni edilizie di cui all'articolo 29 del disegno di legge finanziaria.

 

PRESIDENTE. La invito a concludere.

 

TINO IANNUZZI. Concludo sottolineando, signor ministro dell'economia e delle finanze, che la Commissione chiede, all'unanimità, l'eliminazione di una norma infelice: l'articolo 52 ripropone, in termini sbagliati ed assurdi - ci consenta di dirlo -, la assicurazione obbligatoria dei fabbricati privati per le calamità naturali. Sarebbe un altro balzello, insostenibile ed inaccettabile, sui proprietari privati e sulla proprietà immobiliare (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo)!

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Barbi. Ne ha facoltà.

 

MARIO BARBI. Signor Presidente, onorevoli colleghi il disegno di legge finanziaria di cui abbiamo iniziato ieri l'esame in quest'aula assicura per il 2007 e per gli anni successivi - lo ricordava ora l'onorevole Iannuzzi - la ripresa degli investimenti pubblici nel settore dei trasporti e delle infrastrutture. Ciò avviene nel quadro di una manovra impegnativa volta a realizzare insieme obiettivi di risanamento, equità sociale e rilancio della crescita, recuperando l'handicap delle casse vuote lasciate dalla destra. Un handicap che ha obbligato il Governo Prodi a rifinanziare - anche questo è stato ricordato poco fa - con 2, 8 miliardi di euro ANAS e Ferrovie dello Stato per evitare la chiusura dei cantieri già nel corso del 2006.

Questa finanziaria, dopo anni di attese deluse, parla al mondo dei trasporti e vi interviene con risorse e misure importanti; d'altra parte, un sistema di trasporti moderno ed efficiente si fonda, per ragioni di ordine economico, ecologico e strategico, su una equilibrata ripartizione tra le varie modalità di trasporto; ma, anche a causa delle forti disattenzioni con cui è stato affrontato nella passata legislatura, il settore dei trasporti risulta tuttora caratterizzato da un forte squilibrio modale a favore del trasporto su gomma, da una distribuzione delle infrastrutture non omogenea sul territorio nazionale, da servizi ausiliari ai trasporti non ancora efficienti e capillari. Questo scenario sta peraltro producendo effetti particolarmente negativi sul fronte dei costi del trasporto, che incidono direttamente sulla competitività e, quindi, sui livelli e sulle potenzialità di sviluppo economico e di crescita. Abbiamo bisogno come paese di porti, aeroporti, ferrovie, strade e trasporti locali ben integrati tra loro ed è necessaria una migliore distribuzione modale del trasporto delle persone e delle cose; però, intervenire per modificare i fattori di squilibrio richiede tempo, ma soprattutto richiede una visione strategica le cui tracce credo si possano trovare nelle azioni previste dalla finanziaria e su più piani. Faccio pochi esempi: la finanziaria interviene in modo diretto e direi in modo perfino rivoluzionario sul sistema dei porti, delle autorità portuali, prevedendone l'autonomia - questo è un tema sul quale non mi soffermerò perché è già intervenuta ieri in modo specifico l'onorevole Velo - ; interviene, inoltre, sul sistema ferroviario per la TAV con 900 milioni di euro per il 2008 e 1 milione e 200 mila euro per il 2009; con 2 miliardi di euro per ciascuno degli anni 2007-2008 per la rete ferroviaria tradizionale e con 400 milioni per il 2007 per l'attuazione del piano di investimenti di Trenitalia; prevede, inoltre, interventi significativi di ammodernamento del sistema di sicurezza ferroviaria.

La finanziaria interviene sul sistema delle strade e delle autostrade: con un piano nazionale di sicurezza di 60 milioni di euro l'anno per il triennio 2007-2009; sul sistema del trasporto pubblico locale con misure mirate al miglioramento del servizio per i pendolari; con 60 milioni di euro annui dal 2007 per il rifinanziamento del trasporto pubblico; interviene anche sull'autotrasporto con agevolazioni fiscali per le imprese di autotrasporto merci.

È vero, tutto è perfettibile e su questi temi si è svolto in Commissione trasporti un dibattito approfondito e costruttivo a cui ha partecipato attivamente e utilmente l'opposizione. Un dibattito che ha consentito di individuare proposte migliorative, e in questa sede mi limito a citarne due: una relativa al trasporto aeroportuale con l'opportunità che le entrate previste per l'erario dal recupero dai concessionari aeroportuali della gestione di beni demaniali non strumentali al volo, quali i parcheggi, vengano recuperate per altra strada senza incidere in modo indiretto sul regime concessorio; la seconda, la destinazione di almeno il 30 per cento delle risorse del fondo per le aree sottoutilizzate a infrastrutture e trasporti per le regioni meridionali. Questa proposta sul fondo delle aree sottoutilizzate - approvata all'unanimità in Commissione trasporti - è stata approvata poi dalla Commissione bilancio; quindi, mi pare una buona prova di apertura e di disponibilità al dialogo da parte della maggioranza. Una disponibilità che, purtroppo, tanta parte dell'opposizione preferisce ignorare, agitando strumentalmente lo slogan della finanziaria chiusa e blindata.

L'efficienza del sistema dei trasporti è una delle condizioni essenziali per la crescita e il sostegno del sistema economico e produttivo; infatti, i trasporti rappresentano un elemento fondamentale per le moderne economie, tanto più se queste, come nel caso del nostro paese, sono fortemente aperte all'estero. La finanziaria si muove nella direzione di migliorare l'efficienza dei trasporti e con essi la competitività e la modernizzazione del paese.

 

PRESIDENTE. Sono presenti in tribuna i sindaci di alcuni comuni della provincia di Foggia colpiti dal terremoto del 2002. La Presidenza rivolge loro un saluto anche a nome dell'Assemblea (Applausi).

È iscritta a parlare l'onorevole Ravetto. Ne ha facoltà.

 

LAURA RAVETTO. Signor Presidente, nella predisposizione di una legge finanziaria ci si aspetterebbe coesione negli obiettivi e negli strumenti per raggiungerli; infatti, è difficile pensare che se non si raggiunge coesione sugli elementi oggettivi, quali quelli legati all'economia, si possa avere poi coesione - semmai questo Governo durerà - con riferimento alla moltitudine dei problemi, in primis quelli sociali, che ci aspettano. Se il Governo non è d'accordo nemmeno sulla politica economica, figuriamoci quando ci saranno le questioni di coscienza, in materia di politica estera e via dicendo! Che non ci sia coesione negli obiettivi lo dimostra il modo di procedere di questo Governo, costretto addirittura a subire la piazza, quasi sempre della sua stessa parte, scesa in campo per manifestare contro questo Esecutivo. Non si tratta solo dei precari, ma - come ha osservato oggi l'onorevole Garavaglia - anche dei piccoli comuni, dove per lo più le giunte sono di sinistra, si tratta dei sindaci, delle regioni, dei centri di ricerca e dei poliziotti. Lo si vede poi anche dal modo con il quale - anche qui a dispetto dei proclami, e faccio presente all'onorevole Cannavò che i proclami non li ha fatti Confindustria, ma li ha fatti proprio questo Governo - si è opportunamente evitato di toccare certi punti sensibili per la maggioranza, come la riforma delle pensioni.

Che non ci sia coesione per quanto riguarda gli strumenti per raggiungere gli obiettivi è altrettanto chiaro dai metodi: decretazione d'urgenza, fiducia, 900 emendamenti presentati dalla stessa maggioranza. Questo è lo scenario, ed è uno scenario ben diverso da quello idilliaco che il professore durante la campagna elettorale aveva richiamato e ci aveva riferito, cioè quello di un paese spaccato che lui avrebbe ricostruito e ricucito. A dire il vero, a me sembra che la spaccatura ci sia e sia evidente, ma sia in questo stesso Governo; infatti, sia Prodi sia Visco devono, un giorno sì e un giorno no, ricordare a questa maggioranza che se cade il Governo si va tutti a casa. Ha ragione il Presidente Tremonti quando afferma che voi siete una coalizione che è solo negativa e non è positiva: siete una alleanza costruita per abbattere il Governo Berlusconi, ma privata di questo obiettivo voi vi distruggete al vostro interno.

Un esempio per tutti è l'ormai celebre articolo 53: con un solo articolo siete riusciti a mettere il Governo contro i suoi ministri, i ministri contro la maggioranza e la maggioranza contro il Governo e i ministri. Mi rivolgo all'onorevole Turco: probabilmente la riforma della legge di bilancio va fatta, ma non va fatta con una silente modifica della Costituzione, inserita in una legge finanziaria, sperando che il Parlamento non se ne accorga. Ciò detto, sappiamo come andrà a finire in quest'aula: verrà posta la fiducia nonostante i proclami e il Governo, grazie alla tanto vituperata legge elettorale, farà tesoro del premio di maggioranza; poi si giocherà tutto al Senato e nell'ennesima prova di equilibrismo di una compagine che in realtà si trova appesa al voto favorevole di chi senatore per elezione non è.

Arriviamo al merito della finanziaria: 2.582 euro netti non sono il compenso all'ora di qualche star del calcio, ma sono lo spartiacque secondo il quale per questo Governo si delinea chi è ricco e chi non lo è e chi merita di essere tassato pesantemente, tartassato e chi no, chi - per riprendere lo slogan della componente massimalista di questa maggioranza - è chiamato a partecipare al pianto infatti, nella filosofia, per certi versi da rivoluzione d'ottobre, di questo Governo, l'obiettivo non è far stare bene tutti, bensì far star male chi sta bene e, secondo voi, chi sta bene è chi, appunto, guadagna 2.582 euro netti al mese. Allora prendiamo in esame questo specialissimo ricco, vivisezioniamolo, andiamo a controllare le sue spese, i suoi conti e cosa vuole fare questo Governo. È il caso di un dipendente con coniuge e due figli a carico, ossia un contribuente statisticamente rilevante. A questo dipendente, pur tenuto conto degli assegni familiari di questa finanziaria, resteranno in tasca con le nuove aliquote circa 30.986 euro annui e con questi soldi dovrà mantenere due figli - quando si spera non anche il coniuge -, pagare le imposte locali come l'ICI e la Tarsu, il bollo auto che rincara (a meno che questo dipendente non abbia i soldi per comprarsi una nuova vettura euro 4), l'elettricità, il gas e così via. Se poi abita a Milano o a Roma avrà delle spese di locazione di immobile pari a 1.000/1.500 euro al mese o, se ha un mutuo, qualcosa di più. Se questo signore lo immaginiamo lavoratore autonomo con partita IVA, il reddito disponibile scenderà a 2.497 euro.

Il lavoratore autonomo dovrà anche sostenere in proprio delle spese fondamentali, quali quelle previdenziali. Ricordiamoci che si tratta di persone che, se mancano anche un giorno soltanto per malattia dal posto di lavoro, compromettono il proprio business.

La verità è che, come giustamente hanno osservato alcuni economisti, l'uguaglianza, quella strutturale, non la si fa massacrando i ceti produttivi, nell'ottica di una distribuzione delle ricchezze, ma consentendo a quelli meno abbienti di avere, a parità di sforzi, le stesse opportunità di successo e, quindi, facilitando il loro ingresso nell'università, mandandoli a studiare all'estero, usando i fondi dello Stato per finanziare i loro progetti e chiedendo alle banche di fare la loro parte. Uno Stato che tassa e distribuisce non crea condizioni per la crescita di tutti, ma crea solo un meccanismo perverso, clientelare, per cui lo Stato è datore di lavoro e di risorse in un modo nel quale non può permettersi di esserlo.

Due parole chiave per la competitività dell'Italia: università e ricerca. Cosa si fa in questa finanziaria per l'università? Il rettore del Politecnico di Milano, Giulio Ballio, durante la cerimonia di inaugurazione dell'anno accademico dell'ateneo, a 144 anni dalla sua fondazione, ha detto: la finanziaria avrà un impatto devastante. Il denaro dello Stato non sarà sufficiente per trasmettere le conoscenze di cui un sistema produttivo ha bisogno.

Per quanto concerne la ricerca, l'innovatività, un esempio per tutti: l'articolo 88, lettera f), si occupa del settore dell'industria farmaceutica. Ci sarebbe piaciuto discutere di questo settore con il ministro Bersani, il ministro dello sviluppo, invece, se ne discute nell'ambito della finanziaria. E perché? Perché, grazie a questo articolo, il prossimo anno, all'industria farmaceutica verranno tagliati 2 miliardi di euro e verranno confermati i tagli dei prezzi dei prodotti per circa 800 milioni di euro. Questo avviene quando i prezzi medi europei sono decisamente più alti del prezzo del farmaco in Italia, quando la crescita di spesa convenzionata, dal 2001, è dell'1,7 per cento e quella, invece, della spesa ospedaliera generalizzata è del 26,5 per cento; quando è chiaro, quindi, che per risanare il deficit della sanità pubblica non si deve insistere sul prezzo del farmaco, ma su tutti gli altri settori di spesa. Bene, questi tagli massacreranno il settore, perché porteranno ad avere poi delle ripercussioni sul piano industriale: si parla delle possibilità di licenziamenti per circa 13 mila unità qualificate. Le imprese del settore, inoltre, avevano fatto un tavolo di concertazione con questo Governo, in particolare con il ministro Bersani ed il ministro della salute, e loro stesse si erano impegnate nel prossimo triennio a versare in attività di ricerca e di istruzione ben 2 miliardi. Ora, di fatto, non so quanto questo impegno potrà essere onorato. Mi sarebbe piaciuto chiedere al ministro Bersani: come mai rinuncia a 2 miliardi di investimento in ricerca nel prossimo triennio, in Italia, a fronte di una tassazione di un settore che non porterà al ripiano del deficit sanitario? Sarebbe interessante saperlo. E su tutto questo, cosa dice il Presidente Prodi? È contento. L'altro ieri, in un'intervista al Financial Times ha fatto sapere che le cose vanno bene, perché l'Italia aveva meno scarpe in numero assoluto, ma quelle che vende rendono di più, perché siamo entrati - per usare le sue parole - nel segmento di lusso. Ora, credo che dovremmo essere contenti se l'Italia non fosse tagliata fuori da quelli che sono i settori innovativi.

Colleghi, so che questo mio intervento, come quelli dei colleghi che mi hanno preceduto, non potrà modificare il disegno di legge finanziaria, così come sarebbe giusto fare. Sento però il dovere, in questa occasione, di fare una osservazione. In un mondo in cui l'operaio cinese guadagna 40 dollari al mese (e in alcuni distretti cinesi addirittura si sta pensando di delocalizzare in Vietnam, dove la manodopera costa ancora meno), in un orizzonte che vedrà tra poco l'ingresso in Europa di Macedonia e Croazia, con rischi di dumping sociale all'interno della stessa Unione europea, rispetto ai quali non potremo nemmeno usare l'arma dei dazi, occorre pensare ed agire in un'ottica completamente diversa, un'ottica che abbia una natura e un'incisività diversa e più moderna, soprattutto diversa rispetto al ricorso ad una imposizione tributaria basata sui cavalli motore di un veicolo (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia - Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È presente in tribuna una classe dell'Istituto tecnico per il turismo Marco Polo di Roma. La Presidenza rivolge un saluto anche a nome dell'Assemblea (Applausi).

È iscritta a parlare l'onorevole Cordoni. Ne ha facoltà.

 

ELENA EMMA CORDONI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, a questo punto del dibattito, molte cose sono state dette e così vorrei, con il mio intervento, ragionare su un punto, quello più discusso e criticato del primo disegno di legge finanziaria di questa legislatura del Governo Prodi: ovvero, se questa finanziaria sia capace di promuovere la crescita economica del paese e un nuovo sviluppo. Questo perché, sul terreno del risanamento, sono stati mantenuti gli impegni. Su questo nulla si può dire, nonostante quegli impegni siano stati presi con l'Europa dal Governo di centrodestra. Così come, sul terreno dell'equità, nessuno può contestare che questo sia stato il leit motiv di tutta la manovra. Si poteva fare di più? È poco ciò che riusciamo a distribuire? Certo, abbiamo dovuto fare i conti con le risorse disponibili. Ma questo è un obiettivo verso cui ci siamo incamminati e vogliamo continuare a lavorare. Come ho già detto, non mi attardo su questi punti, in quanto già altri colleghi lo hanno fatto, ma vorrei continuare a ragionare sul primo. Con questa manovra finanziaria e con molte delle indicazioni che abbiamo dato, vogliamo ridare fiducia al paese, ricostruire la speranza che il paese può farcela a trovare una sua nuova efficace e solida collocazione, dentro un mondo che cambia, una economia che chiede nuove strategie, nuove capacità inventive, innovazione.

Ci sono strumenti e risorse a ciò destinate, che dovremo far funzionare bene, ma soprattutto il lavoro di questo Governo e di questa maggioranza non cesserà con questa finanziaria. Dovremo continuare a fare riforme, a costruire fasi vere di liberalizzazione, attente ai consumatori, puntando a promuovere e a liberare energie e risorse, in primo luogo quelle delle giovani generazioni e delle donne italiane. Questi sono alcuni dei soggetti su cui possiamo impostare e abbiamo impostato le politiche di innovazione di cui ha bisogno il paese: sblocco delle professioni, diritti, ammortizzatori sociali, valutazione del merito, pari opportunità, stabilizzazione del lavoro, politiche che cammineranno tutte insieme, non una prima e non una dopo. Passi in questa direzione si sono cominciati a fare: il cuneo fiscale, che premia quelle imprese che utilizzeranno i contratti a tempo indeterminato, il credito d'imposta per il Sud, ma, soprattutto, più risorse per chi impiega occupazione femminile, aumento dei contributi previdenziali, per evitare quei comportamenti che inducono ad individuare nei contratti di collaborazione coordinata e continuativa, non lo strumento utile per un lavoro flessibile, ma il modo con cui pagare meno contributi. Primi passi: vengono riconosciuti i primi diritti, di malattia e di maternità, ai lavoratori co.co.co. Potrei proseguire con altre indicazioni, ma ciò che mi preme sottolineare, e spero sia il Governo sia il relatore sappiano e vogliano raccogliere, in questa fase dell'esame del disegno di legge finanziaria, è che dovremmo fare alcuni passi in avanti ulteriori: riconoscere la maternità a rischio per i collaboratori coordinati e continuativi, essere certi che l'aumento dei contributi venga diviso tra datori di lavoro e lavoratori nelle proporzioni previste dalla legge, e non incida sul salario di questi lavoratori, così com'è avvenuto nel passato. L'elevazione della rivalsa dei titolari della partita IVA è ferma a dieci, dodici anni fa. Questi temi che io richiamo, guardate, sono temi su cui la Commissione lavoro ha discusso e che sono stati approvati in modo unitario da parte del centrosinistra; credo che sarebbe utile raccoglierli in questa fase conclusiva del nostro lavoro sul disegno di legge finanziaria.

Vi è poi un altro capitolo che, secondo me, può aiutare il processo economico del paese. Mi riferisco alla stabilizzazione nel pubblico impiego. Ci sono norme in questa direzione, c'è una linea di tendenza; certo, occorre collegare tale aspetto anche ai problemi di settori che sono pieni e che vanno sicuramente ridimensionati. In Commissione lavoro, tra poco approveremo una risoluzione su questa materia, ma abbiamo anche presentato proposte che vanno in tale direzione, senza aumentare la spesa. Prevediamo un piano di stabilizzazione, che sarà progressivo e durerà tutti gli anni che saranno necessari; per esempio, per gli enti locali e le regioni non chiediamo aumenti di spesa, ma chiediamo, nell'ambito dell'autonomia di questi enti locali e dentro il patto di stabilità, di scegliere: saranno loro a decidere, in autonomia, se stabilizzare il personale precario o se fare altre scelte. A loro, quindi, la responsabilità delle scelte.

 

PRESIDENTE. Onorevole Cordoni, la invito a concludere.

 

ELENA EMMA CORDONI. Concludo, signor Presidente. Voglio aggiungere ancora una cosa. Non è ancora completa quella normativa.

Abbiamo bisogno che le soluzioni trovate per gli enti locali diventino esecutive ed allora per i precari - parlo dei co.co.co., degli LSU e degli LPU - bisogna indicare anche le procedure per la stabilizzazione. Noi vogliamo la selezione pubblica, con punteggi che riconoscano il lavoro da essi svolto, non vogliamo un meccanismo ope legis e dobbiamo, quindi, lavorare, senza aumentare la spesa, in tale direzione.

Quindi, penso che, se riusciamo - e concludo signor Presidente - a compiere ancora questi passi in avanti, daremo una risposta in modo unitario alla manifestazione di sabato come un obiettivo di tutta la coalizione, e non solo di parti di essa o della piazza. Sono i nostri valori, sono i contenuti del nostro programma elettorale, sono l'obiettivo su cui abbiamo impegnato questa maggioranza (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Armosino. Ne ha facoltà.

 

MARIA TERESA ARMOSINO. Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, è difficile, a seguito di tutti gli interventi che si sono succeduti, apportare elementi di grande novità rispetto a quanto puntualmente è stato sottolineato. Abbiamo il dovere, tuttavia, di rilevare ancora le nostre ragioni di totale contrarietà a questa finanziaria, che agisce - ormai siamo anche stanchi di dirlo, comunque lo dicono esattamente tutti gli osservatori nazionali ed internazionali - sul lato dell'aumento della pressione fiscale e non, invece, sotto il profilo del contenimento della spesa pubblica, che era il dato obiettivo sul quale si doveva lavorare. È accaduto, inoltre, nel corso dell'esame di questo disegno di legge finanziaria, qualcosa di alquanto inconsueto e alquanto preoccupante. Nel corso dell'esame del disegno di legge finanziaria in Commissione bilancio, si sono votati 40 emendamenti. Ora, non può non balzare all'occhio come questa sia una situazione che esautora totalmente il Parlamento, non dalla condivisione di una legge finanziaria, ma finanche dalla sua conoscenza ed esautora il Parlamento non solo nella sua componente di opposizione, ma anche nella componente di maggioranza, se - com'è e come abbiamo constatato - è una finanziaria mutata totalmente dal suo ingresso in Parlamento, giorno per giorno ed ora per ora.

All'interno di tale quadro, non può non destare, da un lato, il senso del ridicolo - del quale dobbiamo in ogni caso tener conto - e dall'altro, il grande allarme, il fatto che tra i 40 emendamenti votati ve ne siano due esattamente «di saccoccia», per ottenere i voti della vostra stessa maggioranza.

Onorevoli colleghi, il problema non è quanto viene stanziato, ma è pazzesco che mentre non riuscite a trattare articoli quali l'8 ed il 9 e non riuscite a fare un dibattito sulle infrastrutture perché siete spaccati, riuscite a dire che bisogna riaprire il termine per gli «unionisti» che hanno - ahimè! - dimenticato di fare istanza per il rimborso dei loro contributi elettorali!

Non può essere sottaciuto che siete riusciti a far approvare l'emendamento Pallaro, dal che ci aspettiamo di vedere se ora per questo signore, molto arrogante, si configurerà anche la situazione per poterlo definire nomen omen, ossia se conterà una «palla» in relazione a ciò che ha detto e «virgolettato» nelle interviste che ha rilasciato il giorno prima, pretendendo che il relatore si precipitasse a fare un emendamento. Ebbene, il senatore Pallaro diceva, nella sua intervista, che non avrebbe votato la fiducia al Senato, essendo lui «l'ago della bilancia», se non avesse ottenuto 14 milioni di euro per i residenti all'estero, con un emendamento formulato in modo risibile, che è tutto e il contrario di tutto, che va dalla tutela degli imprenditori argentini all'attività consolare, fino alla possibilità - come egli afferma - di portare a 123 euro al mese la pensione dei residenti all'estero. Ed egli ci dice altresì, nomen omen, di aver preannunciato tale richiesta, in precedenza, allo stesso Presidente del Consiglio, affermando che il Presidente del Consiglio gli aveva dato assicurazioni.

Ebbene, voi che non siete riusciti, per le spaccature presenti all'interno della vostra maggioranza, a fare quel che ho detto in precedenza - e la rilettura degli atti dei lavori in Commissione deve passare alla storia come riprova della serie di menzogne che dite all'esterno per negare la vostra situazione reale ed interna -, avete avuto una tale paura che vi siete premurati di far approvare un emendamento affinché, arrivando la finanziaria al Senato, non scoppiasse anche la vicenda del citato Pallaro, per l'appunto. Ma come lo spiegherete ai cittadini italiani? Come lo spiegherete ai cittadini italiani, ai quali avete omesso di dare le risposte che avevate promesso? Noi, avevate detto, saremo il Governo che abbasserà le tasse: ormai ci credete solo voi. Il vostro «azionariato di riferimento», quello che vi ha votato, non è costituito da quelle famiglie che, secondo voi, in presenza del nostro Governo non arrivavano alla quarta settimana del mese ed oggi ridono! È gente che, se potesse, vi lapiderebbe, oltre a non votarvi. Di tutto, infatti, ci si può forse fare una ragione, ma non dell'insieme di menzogne delle quali siete stati capaci. L'unica cosa che vi interessa non è governare il paese, ma occupare posti di governo, e di ciò questa è la riprova, assolutamente pratica.

Forse, ci vorrebbe un anelito di dignità e sono certa che esso alberga in molti componenti della maggioranza; la dignità è rendersi conto che ora si è passata proprio la misura, e non lo diciamo noi: guardatevi intorno, quando vedete in piazza tutto ed il contrario di tutto, quando a Torino si è svolta - e l'ho vissuta - una manifestazione di sette sigle associative, le più diverse tra loro per estrazione e posizione politica, quali Confartigianato, Confesercenti, CNA, sigle che appunto hanno dato luogo ad una manifestazione che, onorevoli colleghi, non era di lobby, non era di tutela di interessi corporativi, non era di ordine, ma era la manifestazione di quelle persone che capiscono che con voi imperanti non c'è più il diritto di esistenza!

Ho visto, nella mia vita, solo un'altra manifestazione di quel tipo, quando, in passato, Torino venne pacificamente invasa dalla marcia dei 40 mila; e l'ho vista riprodotta neanche un mese fa. La richiesta con cui vi invitiamo a ragionare e a cambiare è, dunque, fatta per dovere di ufficio. Dobbiamo farlo per gli interessi di questo paese, che uscirà gravemente compromesso da questa vostra politica, da voi che sottraete ai consumi 1,8 punti di prodotto interno lordo per trasformarlo in tasse, togliendolo a quella spinta dell'economia che asserivate di voler dare e che, invece, negate sistematicamente nei fatti. Dovete riflettere su questo argomento e noi abbiamo il dovere di sottolinearvelo! Ma sappiamo anche che non riuscireste neanche ad affrontare una discussione chiusi in una stanza le cui pareti fossero totalmente coibentate, perché non siete più in grado di definire non dico qual è il vostro credo, ma quali sono gli interessi sulla base dei quali siete stati eletti: li avete rinnegati tutti.

Montezemolo è stato molto bravo quando si è schierato in campagna elettorale contro di noi: ha ottenuto l'unica cosa che dicevamo avrebbe ottenuto da voi, vale a dire l'incremento di tassazione delle rendite finanziarie. Per il resto, avete danneggiato le imprese, scippato il TFR, avete simulato una riduzione dell'IRAP. Ricordate i cinque punti in cento giorni? È sotto gli occhi di tutti quello che state facendo. Avete detto, sulla base di ciò che chiamate principio di responsabilità: cari enti locali, care regioni, se non ce la fate, aumentate pure le tasse. Forse, l'avete fatto nella convinzione che, facendo ricadere su altri l'ulteriore pressione fiscale, qualcuno ancora, guardandovi in faccia, non potesse negare che avete quella davanti come quella dietro (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia - Congratulazioni)!

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Leone. Ne ha facoltà.

 

ANTONIO LEONE. Signor Presidente, io non riproporrò l'esercizio molto abile dei colleghi che sono intervenuti sinora in questa maratona sulla discussione generale, analizzando le contestazioni che si possono muovere a questo provvedimento che stiamo per votare. Vorrei piuttosto tirare le somme di quello che è accaduto da quando è cominciata, in questo palazzo, la sessione di bilancio.

Vorrei che pubblicamente ci si rendesse conto di qual è stato l'atteggiamento della maggioranza e quello dell'opposizione. Infatti, è stato uno sparare dichiarazioni ogni piè sospinto, finalizzate a crearsi l'alibi della fiducia (e dell'ostruzionismo da parte dell'opposizione), oltre a tutta una serie di alibi adottati forse per «pararsi i fondelli» e per avere quasi la coscienza a posto nei confronti dei cittadini. Mi sembra sia doveroso da parte nostra puntualizzare quale sia stato il nostro atteggiamento e come siano andati i fatti.

Come diceva giustamente la collega Armosino, di una cosa bisogna tenere debito conto: in questa sessione, in Commissione bilancio, è successo ciò che non è mai accaduto in cinquant'anni di Repubblica. Di fatto, tale Commissione non ha potuto avere correttamente contezza, in maniera democratica, aperta e con un dibattito - non dico ampio, ma semplicemente con un dibattito - degli emendamenti presentati e delle posizioni dei due schieramenti.

Infatti, la Commissione bilancio ha cominciato i suoi lavori su questo provvedimento esattamente alle ore 10,30 di lunedì scorso, terminandoli poi alle ore 18 del sabato successivo. Ciò è avvenuto per portare a casa, sostanzialmente, quaranta emendamenti che sono stati esaminati e votati, con un numerosissima serie di interruzioni e di sospensioni fiume fino a quattro o cinque ore. Nelle stanze a fianco alla sala del Mappamondo si riunivano costantemente i rappresentanti della maggioranza per cercare di litigare di meno in riferimento, innanzitutto, all'esame di ammissibilità degli emendamenti. Inoltre, si è fatto sì che il Governo potesse portare a termine una nefandezza in questo provvedimento: presentare un'ora prima - lo ripeto: un'ora prima - della chiusura dei lavori in Commissione bilancio, tra relatore e Governo, ben 134 emendamenti che la Commissione non ha potuto esaminare. Infatti, essa si è dovuta limitare a prendere in blocco queste proposte emendative, oltre i 3.100 emendamenti presentati dalla maggioranza. Bisogna dirle queste cose: la maggioranza ha presentato in Commissione ben 3.100 emendamenti, mentre l'opposizione ne ha presentati 3.900. Per quale motivo le dichiarazioni - di preparazione, dico io - che vengono fuori in questi giorni debbono essere spacciate per ostruzionismo delle opposizioni? La Commissione bilancio si è dovuta limitare a fare da notaio, a prendere questa caterva di emendamenti e a mandarli in aula, dati per respinti, ivi compresi quelli del Governo e del relatore. Ciò vuol dire che, in Commissione bilancio, per la prima volta, non è stato licenziato un vero e proprio testo di questo provvedimento che noi ci accingiamo a votare. Questa è una vergogna che i cittadini italiani devono sapere, perché poi non si venga, invece, ad addebitarci colpe che non abbiamo.

Oltre a tutto questo, abbiamo assistito ad una serie di prese di posizione: ministri contro ministri, ministri che dichiarano di non voler mollare (vedi Melandri o Parisi) sui tagli fatti ai rispettivi Ministeri; sottosegretari che sfilano contro il Governo, e non contro il Governo Prodi (sono rimasti indietro, contro il Governo Berlusconi!), e tutta una serie di azioni convogliate in questo marasma di dissenso nei confronti di questa legge finanziaria, rilevate negli interventi che mi hanno preceduto, svolti in questa aula sul merito, e non certamente ostruzionistici. Si è arrivati dunque a questa mattina con trentuno interventi in discussione generale, di cui ventidue fatti dalla maggioranza: questo è autostruzionismo!

Non dimentichiamo, ancora, un passaggio che ho vissuto direttamente in Conferenza dei capigruppo, vale a dire il tentativo di cominciare a votare la legge finanziaria non più, com'era previsto in calendario, a partire da mercoledì pomeriggio, ma venerdì mattina, sol perchè la maggioranza aveva bisogno di tempo. Noi, in maniera responsabile, abbiamo chiesto che ciò non avvenisse e pertanto oggi, proprio ora, sono pronto a dire che tutta l'opposizione nel pomeriggio voterà in maniera veramente rapida il decreto-legge sull'IVA e gli emendamenti sulla legge di bilancio - in quanto sappiamo che il voto finale è rimandato alla chiusura dell'esame della legge finanziaria -, per passare quanto prima al voto sugli emendamenti della legge finanziaria. E questo anche a costo, colleghi della maggioranza, di non intervenire in discussione generale sul complesso degli emendamenti. Vogliamo che quello che ci avete negato in Commissione bilancio ci venga dato almeno in quest'aula. Vogliamo che la gente sappia che siamo pronti a discutere nel merito di questo provvedimento, che non intendiamo fare ostruzionismo, ma desideriamo che emergano invece le divisioni che al vostro interno hanno portato a questo atteggiamento.

Se volete continuare a farvi autostruzionismo, fatelo pure: questa è la posizione delle opposizioni e ritengo che essa sia responsabile, come lo è stata finora. Tuttavia, voglio che, con chiarezza, ci sia anche da parte della maggioranza una presa d'atto di questo atteggiamento e che essa eviti dichiarazioni che addebiterebbero alle opposizioni la «necessità» - tra virgolette - di passare ad un voto di fiducia.

Noi questo non lo vogliamo e vedremo se anche voi avrete analogo tono (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia e del deputato Giorgio La Malfa).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Bressa. Ne ha facoltà.

 

GIANCLAUDIO BRESSA. Presidente, pochi istanti fa, la collega Armosino ci faceva sapere che con le tasse previste in questa manovra finanziaria togliamo la spinta all'economia.

Vorrei, seppur molto brevemente, fornire alcuni dati per far capire a questa Assemblea - ma soprattutto al paese -, quanto cinque anni di Governo Berlusconi hanno significato per l'economia dell'Italia. Tra il 1997 ed oggi sono stati accumulati due punti in più nel rapporto deficit-PIL. La spesa corrente è aumentata di 2 punti e mezzo in rapporto al PIL. Quest'anno, nel 2006, l'avanzo primario è scomparso e, per la prima volta, esso ha un valore negativo.

Mi piacerebbe che tutte queste cose fossero definite, in qualche modo, come propaganda; ma sono, invece, la realtà di questo paese. E noi abbiamo commesso l'ingenuità - la definirei quasi una misura di signorilità da parte nostra - di non aver voluto drammatizzare questa realtà.

Colleghi dell'opposizione, la nostra idea, che perseguiamo con convinzione, è quella di un paese normale dove c'è un confronto politico normale. Ma questa, che è la nostra idea, non è la vostra: da qui nasce la difficoltà, perché non ci sono regole di gioco comuni. L'abbiamo visto e misurato troppe volte in questi mesi di legislatura. Noi qui giochiamo una partita con regole diverse. E non si può giocare una partita con una squadra che usa le regole del calcio e l'altra che usa le regole del rugby.

Ho ascoltato con attenzione le parole del collega Leone. Voi siete ansiosi di esaminare da subito il disegno di legge finanziaria. Benissimo: noi siamo qui per fare questo, ed è facile dimostrarlo. È facile dimostrare come, a differenza vostra, dopo cinque anni, il Parlamento torna ad avere un ruolo. Come erano fatte le vostre leggi finanziarie? Mi riferisco alle vostre cinque leggi finanziarie, di cui quattro a firma del Presidente Tremonti, che in questo momento presiede l'Assemblea. Il vostro primo testo era di comodo, un testo finto. A settembre, proponevate un testo che sapevate non contenere una parola di verità. Costringevate l'Assemblea a discutere di questo testo finto, presentavate un maxiemendamento e su questo maxiemendamento ponevate la questione di fiducia.

Lei, signor Presidente, oggi ha definito la posizione della questione di fiducia su una manovra finanziaria come un esproprio...

 

PRESIDENTE. Onorevole Bressa, la prego di attenersi ad una elementare regola di correttezza parlamentare, data la funzione che in questo momento...

 

GIANCLAUDIO BRESSA. Ha perfettamente ragione: chiedo scusa, signor Presidente.

 

PRESIDENTE. La ringrazio. Se lei vuole proseguire l'intervento con un'altra Presidenza, le sono grato...

 

GIANCLAUDIO BRESSA. Nella maniera più assoluta: mi fido assolutamente della sua capacità di presiedere e mi scuso per aver mancato in questa mia espressione.

Dicevo che molti di voi, esponenti della maggioranza, hanno definito la posizione della questione di fiducia su una manovra finanziaria come un esproprio della democrazia. Ma voi avete espropriato per 13 volte la democrazia in cinque anni, perché per 13 volte avete approvato la legge finanziaria ricorrendo al voto di fiducia. Questa è stata la regola delle vostre leggi finanziarie.

Noi, invece, oggi abbiamo presentato una manovra vera, fatta di numeri veri. Al riguardo, vorrei aprire una brevissima parentesi, sempre rivolgendomi alla collega Armosino. Con riferimento alla cosa che ha prodotto tanto scandalo, ossia alla questione del senatore Pallaro, vorrei che tutti voi rifletteste sul fatto che, nel disegno di legge finanziaria, i 14 milioni di euro c'erano. Nel disegno di legge finanziaria approvato dal Consiglio dei ministri quei 14 milioni erano già presenti! L'emendamento fornisce lo strumento tecnico per poterli spendere. Allora, anche nella logica e nella forza polemica che utilizzate, cercate almeno di avere informazioni sicure! Perché una polemica fatta su dati falsati è una polemica che vi si ritorce contro.

 

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE GIORGIA MELONI (ore 14,25)

 

GIANCLAUDIO BRESSA. Credo che le parole che avete usato in questa sede contro i rappresentanti degli italiani all'estero lasceranno il segno e, probabilmente, vi accorgerete di avere commesso un grande errore.

Come dicevo, abbiamo predisposto un disegno di legge finanziaria con numeri veri, con scelte vere, che possono essere anche dolorose. Infatti, non si vara una manovra di oltre 34 miliardi potendo e volendo accontentare tutti.

Quest'oggi ci avete ripetuto più volte: «Avete scontentato tutti!». Questa è la vostra teoria. Non ripeto ciò che altri hanno detto: tutti scontenti, allora la manovra è giusta. Non sono contento e non provo alcuna soddisfazione a misurare il livello di contestazione verso questa manovra. Mi piacerebbe poter dire, come ha fatto un grande poeta, che le finanziarie sono fatte della materia di cui sono fatti i sogni: ma così non è. Dico, più semplicemente, che questa manovra oggi dispiace a molti, perché è fatta di scelte dure, ma necessarie. È una finanziaria vera, perché segna un nuovo inizio per il paese, in cui parole e scelte, intenzioni e fatti, come responsabilità, equità e sviluppo, tornano ad avere un significato.

Responsabilità: uno degli aspetti più importanti della manovra consiste proprio nel suo carattere strutturale di correzione del deficit. Il totale delle misure correttive del disavanzo adottate dal Governo per il 2007 è dell'1,8 per cento del PIL, più del doppio rispetto allo 0,8 per cento ipotizzato dal Governo Berlusconi per l'anno 2007.

L'avanzo netto degli interessi sul debito, che era stato praticamente azzerato dal precedente Governo, salirà al 2 per cento. Di conseguenza, il rapporto debito-PIL interromperà la crescita di questi due ultimi anni.

Per quanto riguarda la questione dell'equità, la riforma dell'IRPEF, il patto per la salute, l'ammodernamento degli ospedali, il fondo per la non autosufficienza e per l'infanzia, solo per citare le iniziative più significative, sono misure che, pur nel rigore di una manovra dura, danno il senso dell'equità e della giustizia.

Le risorse per lo sviluppo (7 miliardi per il 2007 e 19 miliardi di euro nel triennio) stanno a significare la volontà di far riprendere il cammino a questo paese. La riduzione del cuneo fiscale per 2 miliardi e mezzo di euro sta a significare, in maniera plastica, il collegamento reale, il nodo di congiunzione tra equità e sviluppo. Questa è la manovra di cui stiamo discutendo. Tutto questo è troppo arido per far sognare il paese? Forse è vero: tutto ciò non si è tradotto in un messaggio che fa sognare gli italiani. Ma tutto ciò è quanto era ed è necessario fare per mettere il paese e gli italiani in condizione di avere la speranza di sognare ancora. Era quello che era necessario fare, e noi lo abbiamo fatto: adesso, è in discussione in Parlamento, e ci piacerebbe davvero poterlo confrontare con voi.

Per troppo tempo abbiamo assistito ad atteggiamenti ambigui da parte vostra. Dite che volete discutere il disegno di legge finanziaria: benissimo, siamo qui! Tra qualche minuto vedremo la vostra disponibilità a fare questo.

Le democrazie parlamentari servono per garantire in Parlamento un confronto alto sulle scelte di fondo per un paese. Non dipende dalle leggi rianimare le fedi che si estinguono; ma dipende dalle leggi interessare gli uomini al destino del loro paese. Questa è la storia di una vera democrazia parlamentare.

Mi chiedo, oggi, in quest'aula: ma voi siete davvero interessati al destino di questo nostro paese? Oppure, piuttosto, siete preoccupati di rianimare la fede un po' scossa in voi stessi? Siete disposti a discutere: benissimo! Lo ripeto ancora una volta: tra qualche istante, vedremo l'affidabilità di queste vostre parole. Perché questo disegno di legge finanziaria si può modificare come noi - la maggioranza in Parlamento - stiamo dimostrando di potere e di voler fare.

Ma voi - e questa è la realtà - non siete interessati a modificare il disegno di legge finanziaria. Voi volete fare cadere il Governo Prodi. Non vi interessano la regolarità dei conti, la responsabilità, l'equità e lo sviluppo; vi interessa solo la spallata al Governo Prodi. Ma vi sbagliate, perché ciò non avverrà. Noi siamo sicuramente una maggioranza articolata, potremo dire una maggioranza complessa e, se volete, anche una maggioranza complicata. Ma siamo maggioranza, convinti e determinati di continuare ad esserlo per i prossimi quattro anni e mezzo.

Da qui nasce la vostra ossessione sul voto di fiducia: voi - lo ripeto ancora una volta - che in cinque leggi finanziarie lo avete usato ben 13 volte! Noi non vogliamo porre la questione di fiducia su questa manovra finanziaria, in primo luogo, perché non è una necessità politica di questa maggioranza; in secondo luogo, perché crediamo nel Parlamento e nella sua capacità di emendare anche le manovre più complesse.

Siete voi che avete bisogno che venga posta la questione di fiducia, perché non avete un'idea alternativa condivisa su cosa fare di questa finanziaria. Infatti, come ha detto l'onorevole Casini, ci sono due opposizioni: una che guarda alla piazza e l'altra che sta in Parlamento. Il problema è vostro; non è un problema politico di questa nostra maggioranza di Governo.

Il problema è vostro perché è più facile e, in qualche modo, più comodo e più popolare galleggiare sull'onda della protesta, piuttosto che confrontarvi con noi, qui, in Parlamento sulle scelte di responsabilità, di equità e di sviluppo che abbiamo operato. Perché - lo ripeto - l'unica idea che avete in testa è che, dopo sei mesi, bisogna rovesciare Prodi e il suo Governo.

Per questo vi siete «annegati» in migliaia di emendamenti e sono curioso di vedere quale fine faranno e quale sarà il vostro comportamento. Per questo ripetete ossessivamente: «guai alla fiducia».

Diversamente da voi, siamo convinti che il nostro paese sia profondamente cambiato, ma che non abbia ancora trovato la via giusta perché il «nuovo» si affermi veramente. Il nostro paese ha bisogno di ritrovare, al di là del cinismo opportunistico, al di là dello stesso realismo, una nuova misura della politica. L'idea è che - come ebbe a dire Moro nel 1968 - una legge morale tutta intera, senza compromessi, abbia infine a valere e dominare la politica, perché essa non sia ingiusta, neppure tiepida e tardiva, ma intensamente umana.

Noi ci stiamo provando, restituendo una dimensione politica alta e vera (e quindi, oggi, per questo scomoda) anche alla legge finanziaria. Noi ci stiamo provando, voi no (Applausi dei deputati del gruppo L'Ulivo).

 

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione congiunta sulle linee generali.

 



 

 

RESOCONTO

SOMMARIO E STENOGRAFICO

 


______________   ______________


 

66.

 

Seduta di GIOVedì 9 novembre 2006

 

presidenza del presidente FAUSTO BERTINOTTI

 

 


Seguito della discussione del disegno di legge: Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2007) (A.C. 1746-bis) (ore 10,50).

 

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge: Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2007).

Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi riservati al seguito dell'esame è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (vedi calendario).

 

(Esame degli articoli - A.C. 1746-bis)

 

PRESIDENTE. Passiamo all'esame degli articoli del disegno di legge, nel testo della Commissione.

Avverto che la I Commissione (Affari costituzionali) ha espresso il prescritto parere (vedi l'allegato A - A.C. 1746-bis sezione 1).

Avverto i colleghi che nei fascicoli degli emendamenti relativi al disegno di legge finanziaria sono riportati: gli emendamenti ammissibili presentati presso la Commissione bilancio nel corso dell'esame in sede referente, ivi respinti e nuovamente presentati ai fini dell'esame del provvedimento in Assemblea; gli emendamenti presentati con riferimento alle parti del provvedimento modificate dalla Commissione bilancio che risultino consequenziali alle medesime.

Avverto che, fra gli emendamenti presentati alle parti modificate del testo, la Presidenza non ritiene ammissibile l'emendamento Osvaldo Napoli 74.5 per carenza della necessaria copertura finanziaria.

La Presidenza si riserva di dichiarare ulteriori inammissibilità nel prosieguo dell'esame.

Avverto che il Governo ha presentato nella serata di ieri 12 proposte emendative al disegno di legge al nostro esame, debitamente corredate dalla prescritta relazione tecnica. Tali emendamenti sono stati trasmessi nella serata di ieri ai gruppi parlamentari.

Avverto inoltre che le proposte emendative recanti la prima firma di un deputato del gruppo Popolari-Udeur devono intendersi sottoscritte da tutti i componenti del gruppo.

Avverto, altresì, che le proposte emendative recanti la prima firma di un deputato del gruppo Verdi devono intendersi sottoscritte da tutti i componenti del gruppo.

Avverto che prima della seduta i gruppi di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, de La Rosa nel Pugno, dell'Italia dei Valori e dell'Ulivo hanno ritirato gli emendamenti riferiti agli articoli da 1 a 30, ad eccezione, per il gruppo dell'Ulivo, degli emendamenti Lulli 5.171, Colasio 8.22, Leddi Maiola 9.15, Attili 16.17, Pinotti 17.5, Crisci 18.21 e Mariani 29.3 e dell'articolo aggiuntivo Crisci 19.02; per il gruppo di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, degli emendamenti Cacciari 25.5 e 25.10 e Provera 25.6; per il gruppo dell'Italia dei Valori, degli emendamenti D'Ulizia 18.30 e Ossorio 21.17 e per il gruppo de La Rosa nel Pugno dell'emendamento Turco 11.100.

 

(Esame dell'articolo 1 - A.C. 1746-bis)

 

PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo 1 e delle proposte emendative ad esso presentate (vedi l'allegato A - A.C. 1746-bis sezione 2).

Nessuno chiedendo di parlare, invito il relatore ad esprimere il parere della Commissione.

 

MICHELE VENTURA, Relatore. Signor Presidente, la Commissione esprime parere contrario sul subemendamento Garavaglia 0.1.100.1 ed accetta l'emendamento 1.100 del Governo.

 

PRESIDENTE. Il Governo?

 

NICOLA SARTOR, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Il Governo esprime parere conforme a quello del relatore sul subemendamento Garavaglia 0.1.100.1 e raccomanda l'approvazione del suo emendamento 1.100.

 

PRESIDENTE. Passiamo alla votazione del subemendamento Garavaglia 0.1.100.1.

Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto il deputato Garavaglia. Ne ha facoltà.

 

MASSIMO GARAVAGLIA. Signor Presidente, vorrei spiegare il senso del mio subemendamento e invitare il relatore ed il Governo a riconsiderare il parere contrario espresso.

L'emendamento del Governo prevede che, per la parte rimanente non coperta della cosiddetta sentenza IVA (costa 17 miliardi e 100 milioni di euro e mancano all'appello un miliardo e 100 milioni), anziché procedere ad una giusta operazione di rigore e di tagli della spesa, si ricorra all'emissione di debito pubblico, con ovvi riscontri negativi sulla finanza pubblica.

Da questa operazione scaturisce un costo di interessi di 40 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2007 al 2009. La copertura di questi 40 milioni di euro è inserita nella tabella A in parte corrente. Il nostro subemendamento è diretto a modificare questa copertura, prevedendo tagli ai vari ministeri, allo scopo di dare un indirizzo di rigore della spesa pubblica che viene spesso sbandierato ma, nei fatti, non si riscontra.

Pertanto, invitiamo il relatore e il Governo ad un ripensamento e i deputati a prestare una particolare attenzione a questo tema, che ci trova tutti d'accordo, a parole: facciamo in modo che ciò sia anche nei fatti.

 

PRESIDENTE. Avverto che è stata chiesta la votazione nominale mediante procedimento elettronico.

Passiamo ai voti.

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sul subemendamento Garavaglia 0.1.100.1, non accettato dalla Commissione né dal Governo.

(Segue la votazione).

 

Dichiaro chiusa la votazione.

Comunico il risultato della votazione: la Camera respinge (Vedi votazioni).

 

(Presenti e votanti 444

Maggioranza 223

Hanno votato 197

Hanno votato no 247).

 

Prendo atto che i deputati Balducci, Dato, Mura e Romele non sono riusciti a votare e che quest'ultimo avrebbe voluto esprimere un voto favorevole. Prendo atto altresì che il deputato Ceccacci Rubino ha erroneamente espresso un voto contrario mentre avrebbe voluto esprimerne uno favorevole.

Passiamo alla votazione dell'emendamento 1.100 del Governo.

Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto il deputato Crosetto. Ne ha facoltà.

 

GUIDO CROSETTO. Vorrei che il Governo chiarisse un mio dubbio.

In sintesi, il Governo ha deciso di imputare il risultato della sentenza, ossia i 16 miliardi di euro che lo Stato deve rimborsare, totalmente sul 2006. Vorrei sapere dal Governo se si tratta di una scelta obbligatoria, nel senso che essi dovevano essere imputati per competenza tutti necessariamente nel 2006, oppure se il Governo avrebbe potuto ripartirli, per competenza, anche negli anni successivi.

 

NICOLA SARTOR, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Chiedo di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

NICOLA SARTOR, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. La soluzione adottata è in perfetta conformità con le direttive dell'Eurostat, che impongono una stretta regolamentazione del trattamento contabile di simili fenomeni finanziari.

 

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 1.100 del Governo, accettato dalla Commissione.

(Segue la votazione).

 

Dichiaro chiusa la votazione.

Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).

 

(Presenti 463

Votanti 462

Astenuti 1

Maggioranza 232

Hanno votato 256

Hanno votato no 206).

 

Prendo atto che i deputati Balducci e D'Agrò non sono riusciti a votare e che quest'ultimo avrebbe voluto esprimere voto contrario.

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 1, nel testo emendato.

(Segue la votazione).

 

Dichiaro chiusa la votazione.

Comunico il risultato della votazione: la Camera approva (Vedi votazioni).

 

(Presenti e votanti 469

Maggioranza 235

Hanno votato 260

Hanno votato no 209).

 

Prendo atto che i deputati Balducci e D'Agrò non sono riusciti a votare e che quest'ultimo avrebbe voluto esprimere voto contrario.

Dovremmo ora passare all'esame dell'articolo 2.

 

MICHELE VENTURA, Relatore. Chiedo di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

MICHELE VENTURA, Relatore. Signor Presidente, in considerazione del fatto che l'articolo 2 riguarda gli effetti sui saldi di finanza pubblica, ne chiedo l'accantonamento.

 

PRESIDENTE. Se non vi sono obiezioni, l'esame dell'articolo 2 e dell'unica proposta emendativa ad esso presentata si intende accantonato.

 

Pertanto sospendo la seduta, che riprenderà alle 15 con immediate votazioni.

 

La seduta, sospesa alle 11, è ripresa alle 15,10.

 

PRESIDENTE. Ricordo che nella parte antimeridiana della seduta è stato votato l'articolo 1 ed è stato accantonato l'articolo 2.

Avverto che, prima dell'inizio della seduta, sono state ritirate le seguenti proposte emendative: Cassola 3.25, Diliberto 20.19, D'Elpidio 20.57, Satta 20.01 e 24.3, Lion 30.22, tutti gli emendamenti a prima firma del deputato Nardi, ad eccezione degli emendamenti 6.11 e 94.2, tutti gli emendamenti a prima firma del deputato Catone, e che la componente Minoranze linguistiche del gruppo Misto ha ritirato tutti gli emendamenti riferiti agli articoli da 1 a 30 ad eccezione degli emendamenti Brugger 6.31, Zeller 9.43 e Brugger 20.4.

Avverto altresì che è in distribuzione un fascicolo contenente i subemen­damenti riferiti agli emendamenti presentati dal Governo ed un'errata corrige del fascicolo n. 1 relativa all'emen­damento Turco 11.100 (ex 11.48) erroneamente non riprodotto.

 

(Esame articolo 3 - A.C. 1746-bis)

 

PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo 3 e delle proposte emendative ad esso presentate (vedi l'allegato A - A.C. 1746-bis sezione 3).

Avverto che, con riferimento ai subemendamenti all'emendamento del Governo 3.500, risultano inammissibili per carenza di compensazione i seguenti subemendamenti: Leo 0.3.500.4, 0.3.500.7, 0.3.500.8, Garavaglia 0.3.500.1 e 0.3.500.2, Antonio Pepe 0.3.500.15, Crosetto 0.3.500.21, 0.3.500.22, 0.3.500.23, 0.3.500.24 e 0.3.500.25.

Se nessuno chiede di parlare sul complesso degli emendamenti, invito il relatore ed il Governo ad esprimere il parere...

 

GUIDO CROSETTO. Chiedo di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

GUIDO CROSETTO. Signor Presidente, non capisco perché la Presidenza abbia dichiarato inammissibili i miei subemendamenti per carenza di compensazione, visto che non hanno assolutamente bisogno di compensazione. Penso che le compensazioni siano una cosa oggettiva e non una scelta politica.

 

PRESIDENTE. I subemendamenti a firma del deputato Crosetto, che prima ho ricordato, sono stati ritenuti inammissibili in quanto sopprimono, fra l'altro, l'ultimo capoverso 16-quinquies, facendo così venir meno la copertura di 169,8 milioni di euro per il 2008, relativa all'emendamento governativo 3.500.

 

ANTONIO PEPE. Chiedo di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

ANTONIO PEPE. Signor Presidente, intervengo riguardo alle inammissibilità da lei dichiarate. Mi riferisco, in particolare, al mio subemendamento 0.3.500.15 che lei ha dichiarato inammissibile per mancanza di compensazione. Tale subemendamento contiene una clausola di salvaguardia poiché sancisce che tutti i contribuenti con reddito non superiore a 40 mila euro, ove il disposto dell'emendamento governativo sia per loro sfavorevole, possano accedere alla normativa vigente prima del 1o gennaio 2007. Poiché tutti i membri del Governo e lo stesso relatore hanno affermato che per i contribuenti con reddito fino a 40 mila euro lordi all'anno non ci saranno aumenti di imposte, sicuramente il mio subemendamento non comporta oneri. Comunque, ho anche previsto, per ogni evenienza, una compensazione. Vorrei invitare, quindi, il Presidente a rivedere il suo giudizio di inammissibilità della proposta emendativa in questione (Applausi dei deputati del gruppo Alleanza Nazionale).

 

PRESIDENTE. Mi riservo di valutare le sue considerazioni e di informare l'Assemblea sulle conseguenti determinazioni.

MAURIZIO LEO. Chiedo di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

MAURIZIO LEO. Signor Presidente, sempre con riferimento alla dichiarazione di inammissibilità, richiamo la sua attenzione, e quella degli uffici, sui subemendamenti a mia firma 0.3.500.4, 0.3.500.7 e 0.3.500.8 che sono stati dichiarati inammissibili per carenza di compensazione. Si tratta di proposte emendative volte a fare chiarezza su che cosa debba intendersi, ai fini delle imposte sui redditi, per reddito complessivo. Nel lessico tributario, infatti, esiste il reddito complessivo lordo e il reddito complessivo netto. Quindi, bisogna capire se queste deduzioni che spettano agli ultrasettantacinquenni, e ad altri soggetti, debbano essere applicate al reddito complessivo lordo o al reddito complessivo netto.

Il mio obiettivo era di fare chiarezza parlando di reddito complessivo netto. Al limite, sono disposto a modificare il riferimento al reddito complessivo netto con un riferimento al reddito complessivo lordo ma, se non si fa chiarezza, ci saranno difficoltà insormontabili per i sostituti d'imposta e per gli uffici finanziari che dovranno applicare questa disciplina normativa.

 

ALBERTO GIORGETTI. Chiedo di parlare.

 

PRESIDENTE. Sullo stesso argomento sul quale è intervenuto il deputato Leo?

 

ALBERTO GIORGETTI. No, signor Presidente, intendo intervenire riguardo alla dichiarazione di inammissibilità di altre proposte emendative.

 

PRESIDENTE. Allora, mi consenta, intanto, di confermare l'inammissibilità dei subemendamenti ai quali ha fatto riferimento il deputato Leo, in quanto volti ad estendere l'ambito applicativo di alcune detrazioni senza prevedere la relativa copertura.

 

MAURIZIO FUGATTI. Chiedo di parlare.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

MAURIZIO FUGATTI. Signor Presidente, vorrei capire le motivazioni per le quali è stata dichiarata l'inammissibilità dei subemendamenti Garavaglia 0.3.500.1 e 0.3.500.2 e vorrei anche evidenziare al Governo l'importanza di tali proposte emendative. Infatti, con questo provvedimento si verrebbero a creare ulteriori adempimenti e ulteriori difficoltà ai contribuenti. La nostra proposta emendativa tende ad esentare da questi adempimenti le piccole e medie imprese e gli artigiani, cioè coloro che non realizzano grandi fatturati. Vorremmo quindi capire il motivo della inammissibilità.

 

PRESIDENTE. Confermo che i subemendamenti Garavaglia 0.3.500.1 e 0.3.500.2, ai quali si è fatto riferimento, sono volti ad escludere ovvero a limitare l'applicazione delle disposizioni recate dal capoverso 16-ter dell'emendamento del Governo in materia di controllo delle compensazioni a valere sui crediti di imposta.

A tale norma viene riconosciuto, dalla relativa relazione tecnica, un effetto di maggior gettito di 370 milioni di euro annui, mentre la copertura apprestata dai predetti subemendamenti risulta di importo non equivalente per gli anni 2008 e seguenti.

Ha ora facoltà di parlare il deputato Alberto Giorgetti.

ALBERTO GIORGETTI. Signor Presidente, intervengo per una richiesta di chiarimenti sulla dichiarazione di inammissibilità dei subemendamenti Crosetto 0.3.500.21, 0.3.500.22, 0.3.500.23, 0.3.500.24 e 0.3.500.25, sottoscritti da tutti i colleghi della Casa delle libertà; infatti, essi modificano sostanzialmente il comma 16-quinquies dell'articolo 5, norma pre