Camera dei deputati - XV Legislatura - Dossier di documentazione (Versione per stampa)
Autore: Servizio Studi - Dipartimento attività produttive
Titolo: Misure per il cittadino consumatore e per agevolare le attività produttive e commerciali - A.C. 2272-bis-A - Schede di lettura - Esame in Assemblea - Tomo I
Riferimenti:
AC n. 2272-bis-A/XV     
Serie: Progetti di legge    Numero: 130    Progressivo: 1
Data: 29/05/2007
Descrittori:
COMMERCIO   PRIVATIZZAZIONI
SERVIZI E TERZIARIO   TUTELA DEI CONSUMATORI E DEGLI UTENTI
Organi della Camera: X-Attività produttive, commercio e turismo


Camera dei deputati

XV LEGISLATURA

SERVIZIO STUDI

Progetti di legge

Misure per il cittadino consumatore
e per agevolare le attività produttive
e commerciali

A.C. 2272-bis-A

Schede di lettura

Esame in Assemblea

 

 

 

 

 

 

 

n. 130/1

Tomo I

29 maggio 2007

 


La documentazione predisposta per l’esame del progetto di legge A.C. 2272 recante "Misure per il cittadino consumatore e per agevolare le attività produttive e commerciali, nonché interventi in settori di rilevanza nazionale" si articola nei seguenti fascicoli:

§         dossier n. 130 - Tomo I - A.C. 2272, Schede di lettura;

§         dossier n. 130 - Tomo II, Normativa di riferimento e documentazione;;

§         dossier n. 130/1 Tomo I-  A.C. 2272-bis-A, Schede di lettura per l’esame in Assemblea;

§         dossier n. 130/1 – Tomo II- Normativa di riferimento.

 

 

 

 

 

 

 

 

Alla redazione del dossier hanno collaborato i dipartimenti Affari sociali, Ambiente, Cultura, Esteri, Finanze, Giustizia, Istituzioni, Lavoro e Trasporti, nonché l’Ufficio Rapporti con l’unione europea (RUE).

 

Dipartimento Attività produttive

 

SIWEB

 

I dossier del Servizio studi sono destinati alle esigenze di documentazione interna per l'attività degli organi parlamentari e dei parlamentari. La Camera dei deputati declina ogni responsabilità per la loro eventuale utilizzazione o riproduzione per fini non consentiti dalla legge.

 

File: AP0124a1.doc

 


INDICE

Schede di lettura

Titolo I – Imprese e professioni più libere

§      Articolo 1 Eliminazione di ostacoli alle attività commerciali e alle prestazioni di servizi7

§      Articolo 2 Eliminazione di vincoli in materia di chiusura domenicale e festiva per le attività di panificazione  15

§      Articolo 3 Attività di intermediazione commerciale e di affari17

§      Articolo 4 Trasferimento dell'attività di farmacia  31

§      Articolo 5 Componentistica dei veicoli a motore  35

§      Articolo 6 Misure per la distribuzione del GPL  47

§      Articolo 7 Interpretazione autentica dell'articolo 22 del R.D. 23 agosto 1890 n. 7088, e adeguamenti normativi a tutela dei clienti finali direttamente connessi alle reti di trasporto di gas naturale  55

§      Articolo 8 Verifica della liberalizzazione dei servizi a terra negli aeroporti civili59

§      Articolo 9 Trasparenza delle tariffe nel settore trasporti65

§      Articolo 10 Misure in materia di trasporto ferroviario  67

§      Articolo 11 Misure in materia di trasporto innovativo  73

§      Articolo 12 Incentivi87

§      Articolo 13 Clausole anticoncorrenziali in tema di responsabilità civile auto  91

Titolo II – Impresa più facile

§      Articolo 14 Delega al Governo in materia di norme ed enti tecnici, certificazioni e dichiarazioni di conformità da parte di enti tecnici accreditati indipendenti95

§      Articolo 15 Delega al Governo per il riassetto normativo delle prescrizioni e degli adempimenti procedurali applicabili alle imprese  101

§      Articolo 16 Semplificazione della procedura per la verifica degli impianti a pressione e degli apparecchi di sollevamento  109

§      Articolo 17 Agevolazioni per i prodotti del commercio equo e solidale  115

§      Articolo 18 Modifiche all'articolo 3 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380  119

§      Articolo 19 Delega al Governo per la semplificazione delle procedure per il rilascio del certificato di prevenzione incendi121

§      Articolo 20 Delega al Governo in materia di disposizioni fiscali per favorire la capitalizzazione delle imprese  127

§      Articolo 21 Delega al Governo in materia di agevolazioni relative all'acquisto di immobili alberghieri137

§      Articolo 22 Erogazione di incentivi pubblici143

§      Articolo 23 Misure di semplificazione in materia di cooperazione  145

§      Articolo 24 Disposizioni in materia di società cooperative  151

§      Articolo 25 Interventi a favore delle imprese di spettacolo e di cultura  159

§      Articolo 26 Pubblicazione informatica dell’albo pretorio  167

§      Articolo 27 Semplificazione e abolizione di alcune procedure e certificazioni dovute dalle imprese  171

§      Articolo 28 Esclusione delle piccole imprese da alcuni adempimenti in materia di trattamento di dati personali177

§      Articolo 29 Misure in materia di rappresentanza dell'imprenditore e di compimento di operazioni telematiche  179

§      Articolo 30 Posta elettronica certificata  185

§      Articolo 31 Conservazione ottica sostitutiva  193

§      Articolo 32 Tenuta dei libri obbligatori ed elenco dei soci nelle società a responsabilità limitata  197

§      Articolo 33 Interventi per lo sviluppo delle piccole imprese  201

Titolo III– Cittadino e consumatore

§      Articolo 34 Nullità della clausola di massimo scoperto  203

§      Articolo 35 Disposizioni a tutela degli utenti dei pubblici servizi209

§      Articolo 36 Disposizioni per ridurre le dichiarazioni IRPEF e agevolare la vita dei cittadini215

§      Articolo 37 Modifiche all'articolo 144-bis del codice di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, recante disposizioni per la tutela dei consumatori219

§      Articolo 38 Disposizioni in materia di mutui e operazioni di finanziamento  231

§      Articolo 39 Interpretazione autentica in materia di durata delle operazioni di finanziamento  237

§      Articolo 40 Disposizioni sui prestiti vitalizi ipotecari241

§      Articolo 41 Delega al Governo in materia di modernizzazione degli strumenti di pagamento  247

§      Articolo 42 Diffusione dei dati ipotecari e catastali e semplificazioni nelle comunicazioni265

§      Articolo 43 Famiglie di invalidi civili minori265

§      Articolo 44 Tutela del consumatore nei servizi assicurativi265

§      Articolo 45 Modifica dell'articolo 45 del codice delle comunicazioni elettroniche  265

§      Articolo 46 Riqualificazione energetica degli edifici265

§      Articolo 47 Interventi finalizzati al risparmio energetico negli edifici265

§      Articolo 48 Certificato di chiusa inchiesta  265

§      Articolo 49 Stazioni sperimentali per l’industria  265

Titolo IV– Semplificazione del regime e della circolazione giuridica dei veicoli

§      Articolo 50 Portabilità della targa dei veicoli265

§      Articolo 51 Regime giuridico degli autoveicoli, dei motoveicoli e dei rimorchi265

§      Articolo 52 Personale del pubblico registro automobilistico  265

§      Articolo 53 Disposizioni in materia fiscale  265

§      Articolo 54 Regolamenti di attuazione  265

§      Articolo 55 Sanzioni265

§      Articolo 56 Modificazioni, abrogazioni e disposizioni transitorie  265

§      Articolo 57 Modifiche al codice della strada  265

§      Articolo 58 Legge annuale per la promozione della concorrenza  e della tutela dei consumatori265

Titolo V– Norme finali

§      Articolo 59 Collaborazione tra Stato, regioni e autonomie locali265

§      Articolo 60 Disposizioni particolari per le regioni a statuto speciale  e le province autonome  265

§      Articolo 61 Invarianza della spesa  265

Progetto di legge

§      A.C. N. 2272-bis-A, (Governo), Misure per il cittadino consumatore e per agevolare le attività produttive e commerciali, nonché interventi in settori di rilevanza nazionale  265

 


Schede di lettura

 


Articolo 1
Eliminazione di ostacoli alle attività commerciali
e alle prestazioni di servizi

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

Art. 1.

(Eliminazione di ostacoli alle attività commerciali).

Art. 1.

(Eliminazione di ostacoli alle attività commerciali e alle prestazioni di servizi).

      1. Al fine di garantire la libertà di concorrenza in condizioni di pari opportunità sul territorio nazionale e il corretto e uniforme funzionamento del mercato, nonché di assicurare ai consumatori finali migliori condizioni di accesso all'acquisto di prodotti e di servizi sul territorio nazionale e alle attività di distribuzione commerciale e di servizio, non possono essere poste limitazioni alla possibilità di abbinare nello stesso locale o nella stessa area la vendita di prodotti e di servizi complementari e accessori rispetto a quella principale o originaria, fatti salvi il rispetto delle norme urbanistiche, edilizie, igienico-sanitarie e di sicurezza nei luoghi di lavoro, nonché la distinzione fra settore merceologico alimentare e non alimentare. Tale principio si applica anche alla distribuzione dei carburanti.

      1. Al fine di garantire la libertà di concorrenza in condizioni di pari opportunità sul territorio nazionale e il corretto e uniforme funzionamento del mercato, nonché di assicurare ai consumatori finali migliori condizioni di accesso all'acquisto di prodotti e di servizi sul territorio nazionale e alle attività di distribuzione commerciale e di servizio, non possono essere poste limitazioni alla possibilità di abbinare nello stesso locale o nella stessa area la vendita di prodotti e di servizi complementari e accessori rispetto a quella principale o originaria, fatti salvi il rispetto delle norme urbanistiche, edilizie, tributarie in materia di accisa, igienico-sanitarie, di quelle a tutela della salute pubblica e della pubblica sicurezza e di sicurezza stradale, ambientale, di prevenzione incendi e nei luoghi di lavoro, nonché la distinzione fra settore merceologico alimentare e non alimentare Tale principio si applica anche alla distribuzione dei carburanti. Negli orari di apertura dell'esercizio è comunque sempre consentita la vendita di tutti i prodotti e servizi abbinati.

      2. Al fine di assicurare un corretto funzionamento del mercato secondo i princìpi della concorrenza, nonché una maggiore possibilità di accesso al servizio da parte del consumatore, l'installazione e l'attività di un impianto di distribuzione dei carburanti non possono essere subordinate al rispetto del criterio della distanza minima o di parametri numerici prestabiliti né alle limitazioni di cui al comma 1.

      2. Al fine di assicurare un corretto funzionamento del mercato secondo i princìpi della concorrenza, nonché una maggiore possibilità di accesso al servizio da parte del consumatore, l'installazione e l'attività di un impianto di distribuzione dei carburanti non possono essere subordinate al rispetto del criterio della distanza minima tra impianti ed a contingentamenti numerici.

      3. A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge sono abrogate tutte le disposizioni legislative e regolamentari statali incompatibili con le disposizioni di cui ai commi 1 e 2.

      3. Le regioni, nell'ambito dei propri poteri di programmazione, individuano i criteri finalizzati a garantire la promozione della concorrenza, nonché a favorire la riqualificazione e l'ammodernamento della rete di distribuzione dei carburanti e una maggiore possibilità di accesso a prodotti e servizi da parte del consumatore, nel rispetto di quanto previsto dai commi 1 e 2.

      4. Le regioni e gli enti locali adeguano le proprie disposizioni legislative e regolamentari ai princìpi di cui ai commi 1 e 2 entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge.

      4. Le regioni e gli enti locali adeguano le proprie disposizioni legislative e regolamentari ai princìpi di cui ai commi 1, 2 e 3, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge.

 

      5. Al fine di agevolare l'utilizzo del gas metano per autotrazione, l'Autorità per l'energia elettrica e il gas, con delibera da adottare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, determina i criteri di vettoriamento attraverso le reti di trasporto e distribuzione del gas naturale utilizzato come carburante tenendo conto della sua specificità.

 

 

L’articolo 1 reca disposizioni volte alla rimozione di ostacoli nell’ambito di attività commerciali tra loro complementari - tra le quali rientra anche l’attività di distribuzione dei carburanti - al fine di assicurare la libertà di concorrenza in condizioni di pari opportunità sull’intero territorio nazionale, il funzionamento corretto e uniforme del mercato e un accesso facilitato ai servizi da parte dei consumatori finali. Una integrazione introdotta dalla X Commissione ha esteso la rimozione di ostacoli anche alle prestazioni di servizi. Di conseguenza si è provveduto alla correzione in tal senso della rubrica dell’articolo stesso.

Il comma 1 vieta qualsiasi limitazione ad un possibile abbinamento nello stesso locale o nella medesima area della vendita di prodotti o di servizi complementari e accessori rispetto a quelli principali.

 

E’ fatto salvo il rispetto delle norme in materia urbanistica, edilizia, igienico-sanitaria e di sicurezza in ambito lavorativo, come pure la distinzione tra settore merceologico alimentare e non alimentare.

A seguito di una integrazione apportata in sede d’esame presso la X Commissione, alle citate norme si sono aggiunte quelle tributarie in materia di accisa, quelle a tutela della salute pubblica della pubblica sicurezza e di sicurezza stradale, ambientale e di prevenzione incendi.

Un’ulteriore integrazione al comma 1 consente comunque sempre la vendita di tutti i prodotti e dei servizi abbinati durante gli orari di apertura dell'esercizio.

Si ricorda che la distinzione tra settore alimentare e non  è stata introdotta dal D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 114(Riforma della disciplina relativa al settore del commercio, a norma dell'articolo 4, comma 4, della L. 15 marzo 1997, n. 59), con il quale si è provveduto alla liberalizzazione del settore. Tra le novità del decreto va, indubbiamente, annoverata la semplificazione del sistema delle tabelle merceologiche introdotta dall’articolo 5 (che regolamenta l'accesso all'attività commerciale) che al comma 1 consente l’esercizio dell’attività commerciale con riferimento a due soli settori merceologici, alimentare e non alimentare, in luogo delle 14 tabelle merceologiche previste in precedenza dal DM 375/1988. Si ricorda in proposito che per l’esercizio, in qualsiasi forma, di un’attività di commercio relativa al settore merceologico alimentare, l'articolo 5 prevede l'obbligo di un corso professionale, al quale può essere equiparata l'acquisizione della pratica commerciale in proprio o quale dipendente o familiare coadiutore.

Il comma 2 riguarda in particolare l’installazione e l’attività degli impianti di distribuzione dei carburanti, in riferimento alle quali è vietata la subordinazione al criterio di distanza minima tra impianti e a contingentamenti numerici (in luogo di parametri numerici come previsto dal testo originario del Governo). Con la modifica introdotta dalla X Commissione viene meno il divieto di subordinazione alle limitazioni di cui al precedente comma 1, previsto nel testo originario del DDL.

La necessità di una riforma del settore in senso favorevole alla liberalizzazione è stata espressa (come ricorda la stessa relazione governativa) anche dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato con la segnalazione AS283 del 10 novembre 2004, nella quale l’Antitrust ha evidenziato come gli obiettivi di razionalizzazione e liberalizzazione del settore perseguiti dalla normativa nazionale di riforma (decreto legislativo 11 febbraio 1998, n. 32; legge 28 dicembre 1999, n. 496; decreto ministeriale 31 ottobre 2001) non siano stati conseguiti “nella misura necessaria a garantire l’effettivo raggiungimento degli attesi guadagni di efficienza e a rendere possibile il loro trasferimento ai consumatori, attraverso una riduzione dei prezzi al consumo”.

L’Autorità ha indicato una serie di vincoli normativi nazionali che regionali che per il loro effetto cumulativo si traducono sostanzialmente in un ostacolo alla capacità competitiva degli operatori non integrati verticalmente, sia per quelli già attivi nel settore petrolifero (grossisti o retisti), sia per i potenziali entranti (imprese della grande distribuzione commerciale. A livello nazionale ha segnalato:

§         l’uniformazione per via normativa degli orari di servizio di impianti con caratteristiche dimensionali e qualitative molto diverse, livellati alle esigenze delle gestioni minori, che penalizza le imprese che investono per realizzare nuovi e più moderni punti vendita. Al proposito l’Autorità auspica la previsione di un regime più flessibile in termini di orario massimo di servizio e modulazione dei periodi di servizio e riposo, svincolata dall’obbligo di chiusura di almeno settemila impianti (di cui all’articolo 7 del D.Lgs. 11 febbraio 1998, n. 32);

§         le prescrizioni che definiscono per via normativa bacini di utenza, distanze minime obbligatorie tra impianti e superfici minime di riferimento per le attività commerciali (misure regolamentari presenti nelle loro linee essenziali nel Piano nazionale approvato con DM 31 ottobre 2001) che si traducono nella predeterminazione di un numero massimo di operatori, e di fatto ostacolano l’apertura di nuovi punti vendita costituiti da strutture moderne;

§         l’indicazione normativa della tipologia di nuovi impianti autorizzabili, delineata nei suoi caratteri essenziali dall’articolo 2, comma 2-bis del DL n. 383/99 e demandata dal citato DM 31 ottobre 2001 alla programmazione regionale per la specificazione degli standards qualitativi in relazione alle esigenze di ciascun territorio. Secondo l’Antitrust l’imposizione a livello normativo per i nuovi impianti di self service post payment, quelli più convenienti per il consumatore, di dotarsi di servizi e attività commerciali integrativi per l’automobilista e per l’automobile, comporta, in termini economici, solo un aumento dei costi e scoraggia l’accesso di operatori che seguono una strategia commerciale di decisa riduzione dei prezzi attraverso il contenimento dei costi e l’incremento dei volumi di vendita.

Con riferimento alle norme regionali di attuazione della disciplina nazionale, l’Autorità ha affermato che il quadro giuridico vigente si caratterizza per un irrigidimento delle prescrizioni fissate dalle norme nazionali a seguito dell’entrata in vigore del DM 31 ottobre 2001, e presenta notevoli differenze tra le singole regioni con conseguente disomogeneità nelle condizioni richieste per operare nel settore. I vincoli più significativi presenti nel le normative regionali sono generalmente riferibili a: definizione di bacini di utenza caratterizzati da ridotte dimensioni; classificazione degli stessi come eccedentari o deficitari in base a criteri quantitativi predeterminati, con conseguente fissazione di un limite numerico di nuovi impianti realizzabili;  specificazione degli standards qualitativi che devono caratterizzare i nuovi impianti; fissazione della superficie minima di riferimento per ciascuna tipologia di impianto; introduzione di vincoli negli orari e nei turni. Sempre secondo l’Autorità le disposizioni attuative delle norme nazionali adottate da alcune regioni si sono rivelate particolarmente stringenti, come nel caso della determinazione delle distanze minime obbligatorie per l’istallazione di nuovi impianti, fissata in talune realtà locali in quindici-venti chilometri. Inoltre, in alcune normative regionali un ulteriore ostacolo all’ingresso nel mercato da parte dei potenziali entranti sprovvisti di rete distributiva è costituito dalla previsione dell’obbligo di chiusura di un determinato numero di impianti quale condizione per l’apertura di nuovi punti vendita. Tale obbligo, previsto dal D.Lgs. n. 32/98 solo in via transitoria, viene mantenuto e in alcune regioni sia nel caso di nuove autorizzazioni sia nel caso di trasferimento di autorizzazioni esistenti.

 

Si ricorda che l’Autorità è intervenuta nuovamente sull’argomento con la recente segnalazione AS379 del 18 gennaio 2007, nella qualesottolinea come agli auspici espressi nel precedente intervento non siano seguite modifiche legislative adeguate, sia a livello nazionale che regionale. Al contrario, dall’analisi delle normative adottate nel corso degli ultimi due anni dalle amministrazioni regionali e locali, è emerso in modo evidente come gli ampimargini di discrezionalità ad esse riconosciuti dalla legislazione nazionale siano stati utilizzati in genere in modo difforme rispetto ai suggerimenti formulati nel precedente intervento.

Secondo l’Autorità nell’attuazione delle previsioni contenute nella normativa nazionale che affida loro, nella determinazione dei criteri per l’installazione dei nuovi impianti, la definizione dei bacini di utenza; delle superfici minime in funzione della localizzazione dell’impianto; nonché delle distanze minime obbligatorie (decreto ministeriale 31 ottobre 2001 recante Approvazione del Piano nazionale contenente le linee guida per l’ammodernamento del sistema distributivo dei carburanti), le regioni “hanno adottato misure di pianificazione dell'offerta volte a cristallizzare gli assetti distributivi esistenti, favorendo di fatto gli interessi degli operatori già presenti sul mercato”.

L’Autorità segnala, inoltre, alcune normative regionali che continuano a prevedere l’obbligo di chiusura di un determinato numero di impianti quale condizione per l’apertura o per il trasferimento di nuovi punti vendita, rendendo di fatto definitiva una previsione transitoria contenuta nel D.Lgs. 32/98 (fino al 30 giugno 2000, ex articolo 3, co. 1, D.Lgs. n. 32/98) per agevolare la razionalizzazione e l’ammodernamento della rete distributiva.

Il comma 3, riformulato, demanda alle regioni l’individuazione - nell’ambito dei relativi poteri di programmazione e nel rispetto di quanto previsto dai commi 1 e 2 - dei criteri per:

§         garantire la promozione della concorrenza;

§         favorire la riqualificazione e l'ammodernamento della rete di distribuzione dei carburanti;

§         favorire una maggiore possibilità di accesso a prodotti e ai servizi da parte del consumatore.

Il comma 4 prevede l’adeguamento da parte delle regioni e degli enti locali delle rispettive disposizioni, sia legislative che regolamentari, ai principi riportati nei precedenti commi 1 e 2, entro il termine di 12 mesi dall’entrata in vigore del presente provvedimento non previsto nel testo originario del provvedimento.

Il comma 5, aggiunto durante l’esame presso la X Commissione, rinvia ad una delibera della l'Autorità per l'energia elettrica e il gas la determinazione dei criteri di vettoriamento, attraverso le reti di trasporto e di distribuzione, del gas naturale utilizzato come carburante, tenendo conto della sua specificità. Il termine ultimo per l’adozione della delibera è fissato in sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge.

 

 

Quadro normativo

Si ricorda che nel corso della XIII legislatura il sistema di distribuzione dei carburanti è stato oggetto di una profonda riforma operata, in attuazione della legge 59 del 1997 (c.d. legge Bassanini), con il D.Lgs. 11 febbraio 1998, n. 32, successivamente modificato in più punti dal D.Lgs. 8 settembre 1999, n. 346 e dal DL 383/99 ai quali ha fatto seguito l’art. 19 della legge 57/2001 che ha prescritto l’adozione di un Piano nazionale emanato con DM 31 ottobre 2001, con il quale alle regioni è stata  riconosciuta una importante funzione programmatoria.

Il D.Lgs. 11 febbraio 1998, n. 32, che ha ridisciplinato interamente la materia del sistema di distribuzione dei carburanti sulla rete di viabilità ordinaria[1], rappresenta il punto di partenza e la base normativa essenziale del processo di riforma del settore.

I principi ispiratori del decreto possono essere così riassunti :

a)         liberalizzazione dell’attività di distribuzione, tramite l’abolizione del previgente regime concessorio, sostituito da un’autorizzazione comunale, e la liberalizzazione degli orari e della vendita nelle stazioni di servizio di prodotti non petroliferi (c.d. settore non oil);

b)         ristrutturazione della rete distributiva, in direzione di una riduzione del numero di impianti e della riqualificazione di quelli restanti, per aumentarne la reddittività e la sicurezza e migliorare il servizio all’utenza.

Con riferimento alle competenze regionali e comunali in materia il D.Lgs. n. 32 ha previsto che ai comuni fosse attribuito il compito di rideterminare, entro un breve termine, i criteri, i requisiti e le caratteristiche delle aree per l'installazione dei nuovi impianti, disponendo contestualmente l'adeguamento degli strumenti urbanistici, così da non creare contrasti fra le due discipline. Tuttavia tale obiettivo, che presupponeva un'azione incisiva da parte dei comuni, è stato conseguito parzialmente e prevalentemente sulla base delle iniziative volontarie di chiusura da parte delle aziende.

L'articolo 3 del D.Lgs. n. 32/98 che ha provveduto a disciplinare il passaggio dal vecchio al nuovo regime ha definito un programma di chiusure graduali, in modo da omologare la rete italiana a quella europea e di riqualificazione degli impianti di distribuzione (commi 1, 2, 3 e 7), con alcune deroghe parziali (commi 4 e 8). Ha infatti previsto, al comma 1 un periodo transitoriodurante il qualel’apertura di nuovi impianti veniva subordinata alla chiusura di impianti già esistenti (fino al 30 giugno 2000).

L'articolo 7intervenendo in materia diorarie di turnazioni degli impianti di distribuzione dei carburanti, ha previsto che al termine del periodo transitorio di cui all’art. 3, e a fronte della chiusura di almeno 7000 impianti, il gestore potesse aumentare l’orario massimo di servizio fino al 50% dell’orario minimo stabilito e definire autonomamente la modulazione dell’orario e dei periodi di riposo previa comunicazione al comune.

Il successivo D.Lgs 346/99 di modifica del decreto 32 ha rivisto la tempistica precedentemente stabilita fissando termini più stretti per i comuni, con poteri sostitutivi da parte delle regioni in caso di inadempienza. Ulteriori elementi di liberalizzazione sono stati, poi, introdotti dal DL 383/99, conv. con modif. dalla legge 496/99. Infine, l’articolo 19 della legge n. 57/01 "Disposizioni in materia di apertura e regolazione dei mercati"ha previsto l’adozione da parte del Ministro dell’industria, d’intesa con la Conferenza unificata, di un Piano nazionale contenente le linee guida per l’ammodernamento del sistema di distribuzione dei carburanti in coerenza con il quale le regioni sono state chiamate a provvederanno alla redazione di piani regionali sulla base di precisi indirizzi. Il Piano è stato approvato con il DM 31 ottobre 2001.

Documentazione predisposta dall’Ufficio RUE

Procedure di contenzioso

Il 12 ottobre 2005la Commissione ha inviato all’Italia una lettera di messa in mora[2]per esser venuta meno, in relazione alla normativa che fissa le condizioni per l’apertura e la gestione di impianti di distribuzione di carburante, agli obblighi imposti dall’articolo 43 del trattato CE relativo alla libertà di stabilimento[3].

L’articolo 226 del Trattato che istituisce la Comunità europea (TCE) prevede che la Commissione, quando reputi che uno Stato membro abbia mancato a uno degli obblighi a lui incombenti in virtù di detto Trattato, possa porlo, attraverso l’invio di una lettera di messa in mora, in condizione di presentare le sue osservazioni. La procedura d’infrazione può proseguire con l’invio di un parere motivato, che rappresenta la seconda e ultima fase della procedura d’infrazione, prima che la Commissione europea proceda al deferimento formale dello Stato membro davanti alla Corte di giustizia, affinché accerti la sussistenza di una violazione del diritto comunitario.

In particolare, i rilievi mossi dalla Commissione riguardano alcune disposizioni adottate a livello nazionale[4] e regionale[5], che definiscono i criteri per la razionalizzazione della rete distributiva specificando, ad esempio, il numero massimo di impianti che possono essere installati in una data zona e le loro tipologie; la superficie minima e le distanze minime fra impianti; gli orari di apertura. Tali disposizioni, secondo la Commissione configurerebbero restrizioni alla libertà di stabilimento, ostacolerebbero l’ingresso di nuovi operatori sul mercato italiano, favorendo gli operatori esistenti. In base alla giurisprudenza consolidata della Corte di giustizia[6], inoltre, alcuni criteri definiti dalle norme possono essere considerati restrittivi, in quanto in grado di ostacolare o scoraggiare l’esercizio delle libertà fondamentali, garantite dal trattato CE.

Si ricorda, infatti, che secondo la consolidata giurisprudenza della Corte di Giustizia, gli articoli 43 e 49 TCE prescriverebbero non solo l'eliminazione di qualsiasi discriminazione nei confronti del prestatore di servizi stabilito in un altro Stato membro in base alla sua cittadinanza, ma anche la soppressione di qualsiasi restrizione tale da vietare, ostacolare o rendere meno attraenti le attività del prestatore stabilito in un altro Stato membro ove fornisca legittimamente servizi analoghi[7].

 

 


Articolo 2
Eliminazione di vincoli in materia di chiusura domenicale e festiva per le attività di panificazione

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

Art. 2

(Eliminazione di vincoli in materia di chiusura domenicale e festiva per le attività di panificazione).

 

      1. Al fine di favorire la promozione di condizioni di pari opportunità ed un assetto maggiormente concorrenziale nel settore della panificazione, nonché di assicurare ai consumatori una più ampia accessibilità ai relativi prodotti, all'attività di panificazione si applicano gli articoli 11, commi 4 e 5, 12 e 13 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114. Il secondo periodo dell'articolo 11, comma 13, della legge 3 agosto 1999, n. 265, è soppresso.

 

 

L’articolo 2, introdotto in corso d’esame presso la X Commissione, estende alle attività di panificazione le disposizioni in materia di orari di vendita contenute nel D.Lgs. 114/98 che prevedono deroghe all’obbligo di chiusura settimanale e festiva degli esercizi.

Scopo della norma è quella di favorire condizioni di pari opportunità e una maggiore concorrenza del settore della panificazione e, al contempo, di assicurare una maggiore accessibilità ai prodotti da parte dei consumatori.

In particolare, la norma in commento prevede l’applicazione al settore degli articoli 11, comma 4 e 5, 12 e 13 del citato decreto legislativo di liberalizzazione del settore commerciale e la contestuale soppressione dell’articolo 11, comma 13, della legge 265/99[8] nel quale già è prevista l’applicazione all’attività di panificazione delle citate disposizioni del D.Lgs. 114, ad eccezione del comma 5 dell’art. 11.

 

Il titolo IV (art. 11-13) del D.Lgs 31 marzo 1998, n. 114Riforma della disciplina relativa al settore del commercio, a norma dell'articolo 4, comma 4, della L. 15 marzo 1997, n. 59", reca la disciplina degli orari degli esercizi di vendita al dettaglio, nonché le eventuali deroghe agli obblighi imposti in materia, individuando, altresì, le tipologie di esercizi commerciali esclusi dalla predetta disciplina.

In generale prevede che gli esercizi commerciali al dettaglio possano restare aperti al pubblico per un massimo di 13 ore, nella fascia compresa tra le 7 e le 22. La domenica e i giorni festivi sono giornate di chiusura, tranne che in dicembre e per 8 settimane l’anno. Sono previste deroghe per i comuni turistici e per le città d’arte. Le regioni stabiliscono un'eventuale mezza giornata di chiusura infrasettimanale. Il comune può, a sua volta, autorizzare la vendita notturna per un limitato numero di negozi di vicinato. Il comma 4, in particolare prevede  l'obbligo di chiusura domenicale e festiva degli esercizi di vendita al dettaglio, nonché di mezza giornata infrasettimanale nei casi stabiliti dal comune, al quale spetta, altresì, ai sensi del comma 5, il compito di individuare giorni e zone del territorio nei quali è consentita la deroga all'obbligo di chiusura domenicale e festiva. Detti giorni comprendono anche quelli del mese di dicembre e ulteriori otto domeniche o festività nel corso degli altri mesi dell'anno.

L’’art. 12 contempla la facoltà di derogare all'obbligo di chiusura domenicale e festiva e di determinare liberamente gli orari di apertura agli operatori commerciali, limitatamente alle zone del territorio comunale ad economia prevalentemente turistica ealle città d'arte. Nelle predette località - alla cui individuazione dovranno provvedere le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano - le organizzazioni locali dei consumatori, delle imprese commerciali e turistiche e dei lavoratori indipendenti potranno stipulare accordi da sottoporre al sindaco per l'esercizio delle funzioni di coordinamento degli orari di esercizi commerciali, servizi pubblici e uffici periferici dell'amministrazione, al fine di armonizzare l’esplicazione dei servizi con le esigenze complessive e generali degli utenti. Lo scopo è quello di garantire livelli adeguati di servizi e di informazioni, specie nei periodi caratterizzati da intenso afflusso turistico.

Le "Disposizioni speciali" recate dall'art. 13 del decreto, elencano gli esercizi commerciali esclusi dalla disciplina degli orari, qualora le attività di vendita siano svolte in maniera esclusiva e prevalente[9]. Limitatamente agli esercizi del settore alimentare, in caso di più di due festività consecutive è previsto l'obbligo di garantire l'apertura al pubblico, secondo modalità definite dal sindaco. I comuni possono autorizzare le vendite in orario notturnoper un numero limitato di esercizi di vicinato, tenendo conto delle esigenze degli utenti e delle caratteristiche del territorio.

 

 


Articolo 3
Attività di intermediazione commerciale e di affari

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

Art. 2.

(Attività di intermediazione commerciale e di affari).

Art. 3.

(Attività di intermediazione commerciale e di affari).

 

      1. Sono considerate attività di intermediazione commerciale e di affari le seguenti:

      1. Identico.

 

          a) agente di affari in mediazione;

 

 

          b) agente immobiliare;

 

 

          c) agente d'affari;

 

 

          d) agente e rappresentante di commercio;

 

 

          e) mediatore marittimo;

 

 

          f) spedizioniere;

 

 

          g) raccomandatario marittimo.

 

 

      2. Le attività di cui al comma 1, salvo quanto previsto dal comma 5, possono essere svolte previa presentazione della dichiarazione di inizio di attività, ai sensi della normativa vigente, alla camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura competente per territorio, corredata delle autocertificazioni e delle certificazioni attestanti il possesso dei requisiti soggettivi, morali, professionali, tecnici e finanziari, ove prescritti dalla legislazione vigente.

      2. Identico.

 

      3. Le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura verificano il possesso dei requisiti di legge da parte degli esercenti le attività di cui al comma 1 e iscrivono i relativi dati nel registro delle imprese, se l'attività è svolta in forma di impresa, oppure nel repertorio delle notizie economiche e amministrative (REA) previsto dall'articolo 8, comma 8, lettera d), della legge 29 dicembre 1993, n. 580, e dal relativo regolamento di attuazione, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 7 dicembre 1995, n. 581, e successive modificazioni, assegnando ad essi la qualifica di intermediario distintamente per tipologia di attività.

      3. Identico.

 

      4. Per l'attività di agente di affari in mediazione e di agente immobiliare è soppresso il ruolo di cui all'articolo 2 della legge 3 febbraio 1989, n. 39, e successive modificazioni.

      4. Identico.

 

      5. Le disposizioni del presente articolo si applicano alle attività di agente d'affari di cui al comma 1, lettera c), con esclusione di quelle relative al recupero di crediti e ai pubblici incanti, per le quali resta ferma l'applicazione dell'articolo 115 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n. 773.

      5. Identico.

 

      6. Per l'attività di agente o rappresentante di commercio, in attuazione della direttiva 86/653/CEE del Consiglio, del 18 dicembre 1986, è soppresso il ruolo di cui all'articolo 2 della legge 3 maggio 1985, n. 204.

      6. Identico.

 

      7. Per l'attività di mediatore marittimo è soppresso il ruolo di cui agli articoli 1 e 4 della legge 12 marzo 1968, n. 478.

      7. Identico.

 

      8. Per l'attività di spedizioniere è soppresso l'elenco autorizzato di cui all'articolo 2 della legge 14 novembre 1941, n. 1442.

      8. Identico.

 

      9. Per l'attività di raccomandatario marittimo è soppresso l'elenco interprovinciale di cui all'articolo 6 della legge 4 aprile 1977, n. 135.

      9. Identico.

 

      10. A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono abrogate le disposizioni di legge e di regolamento statali incompatibili con le disposizioni del presente articolo. Con decreto del Ministro dello sviluppo economico, da emanare entro i due mesi successivi alla suddetta data di entrata in vigore, sono disciplinate le modalità di iscrizione nel registro delle imprese e nel REA dei soggetti iscritti negli elenchi, albi e ruoli di cui al presente articolo, nonché le nuove procedure di iscrizione, in modo da garantire l'invarianza degli oneri complessivi per la finanza pubblica.

      10. A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono abrogate le disposizioni di legge e di regolamento statali incompatibili con le disposizioni del presente articolo. Con decreto del Ministro dello sviluppo economico, da emanare entro i due mesi successivi alla suddetta data di entrata in vigore, sono disciplinate le modalità di trascrizionenel registro delle imprese e nel REA dei soggetti iscritti negli elenchi, albi e ruoli di cui al presente articolo, nonché le nuove procedure di iscrizione per i nuovi operatori, in modo da garantire l'invarianza degli oneri complessivi per la finanza pubblica.

 

 

      11. Resta fermo per coloro che svolgono, o intendono svolgere, le attività di cui al comma 1, l'obbligo di iscriversi all'ente di cui all'articolo 5 della legge 2 febbraio 1973, n. 12.

 

 

 

L’articolo 3 disciplina, unificandole e provvedendo alla soppressione dei relativi ruoli ed elenchi, alla cui iscrizione è attualmente subordinato il loro esercizio, le attività di intermediazione commerciale e di affari tra le quali rientrano, ai sensi del comma 1:

a)      l’agente di affari in mediazione;

b)      l’agente immobiliare;

c)      l’agente di affari;

d)      l’agente e rappresentante di commercio;

e)      il mediatore marittimo;

f)        lo spedizioniere;

g)      il raccomandatario marittimo.

 

Secondo la relazione governativa che accompagna il disegno di legge in esame le disposizioni dell’articolo in commento sono volte al superamento delle restrizioni attualmente imposte all’esercizio delle suindicate attività professionali dalla normativa nazionale, in contrasto con la normativa comunitaria che esclude la necessità di iscrizione in ruoli ai fini dell’esercizio di dette professioni (si cita la direttiva 86/653/CE e la sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee del 6 marzo 2003 per le quali si rinvia alla scheda di commento al comma 6 del presente articolo )

Sia l’unificazione dei profili professionali individuati dal comma 1 nell’unica categoria degli “intermediari commerciali e di affari”, sia la soppressione di ruoli ed elenchi, di cui ai successivi commi, sostituiti unicamente dalla DIA rispondono, pertanto, ad esigenze di liberalizzazione e di promozione della concorrenza.

La stessa relazione ricorda come la necessità di rimuovere le attuali restrizioni sia stata espressa anche dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato in una segnalazione del 18 ottobre 2001 (AS 219) con riferimento all’attività di agente o rappresentante di commercio disciplinata dalla legge 204/85, ritenendo che le disposizioni della legge (cfr.scheda relativa al comma 6) possano determinare ingiustificate restrizioni della concorrenza, in quanto subordinano l'esercizio dell'attività di agente commerciale alla condizione dell'iscrizione al ruolo.

 

Ai sensi del comma 2 dell’articolo in esame per lo svolgimento delle attività unificate nella nuova categoria dell’intermediazione commerciale e di affari è sufficiente la previa presentazione alla camera di commercio competente per territorio della dichiarazione di inizio attività (DIA). Tale dichiarazione dovrà essere accompagnata da autocertificazioni e certificazioni che attestano il possesso dei requisiti eventualmente prescritti dalle norme in vigoreper lo svolgimento dell’attività.

Sono fatte salve le disposizioni del successivo comma 5 relative alle attività di agente d’affari.

La dichiarazione di inizio attività (DIA) è stata rivisitata, da ultimo, dell’articolo 3, comma 1, deldecreto-legge 35/05 (c.d. decreto “competitività”), il quale (sostituendo l’articolo 19, comma 1 della legge 7 agosto 1990, n. 241), ha introdotto modifiche volte, in particolare, ad ampliare le ipotesi nelle quali può essere svolta una attività senza richiedere alle pubbliche amministrazioni provvedimenti di licenza, autorizzazione, permesso ovvero l’iscrizione in albi o ruoli. La dichiarazione di inizio di attività (DIA) può surrogare una serie di atti amministrativi ampliativi (autorizzazioni, licenze, concessioni “non costitutive”, permessi o nulla-osta comunque denominati), fra i quali le “domande” per le iscrizioni in albi o ruoli richieste per l’esercizio di attività imprenditoriale, commerciale o artigianale.

Presupposti della dichiarazione di inizio attività sono:

§       la natura vincolata dell’atto amministrativo surrogato (il rilascio del provvedimento deve dipendere solo dalla verifica della esistenza dei presupposti richiesti dalla legge o da atti amministrativi generali);

§       l’assenza di alcun limite o contingente complessivo o specifici strumenti di programmazione settoriale per il rilascio dell’atto[10].

 

Il comma 3 assegna alle camere di commercio il compito di verificare il possesso dei requisiti di legge da parte degli esercenti le suindicate attività, e di provvedere all’iscrizione dei relativi dati nel registro delle imprese, qualora l’attività sia svolta in forma imprenditoriale, oppure nel Repertorio delle notizie economiche e amministrative (REA). Alle camere di commercio compete anche la contestuale attribuizione della qualifica di intermediario distinta per tipologia di attività.

Si ricorda che il Registro delle imprese, tenuto da un apposito Ufficio presso le camere di commercio è stato istituito dall’articolo 8 della legge n. 580 del 1993[11]. Al Registro sono tenuti ad iscriversi tutti coloro che esercitano un’attività imprenditoriale, previa denuncia alla camera di commercio. La registrazione garantisce la pubblicità legale delle imprese e di tutti gli atti che le riguardano e ne testimonia l’esistenza, l’attività esercitata e gli eventi aventi rilievo giuridico durante la sua attività. Contestualmente all’iscrizione, l’Ufficio preposto della camera di commercio, in collegamento con il Ministero dell’economia e delle finanze, assegna il numero di iscrizione al Registro che coincide con il Codice fiscale.

Con il Registro delle imprese (che ha avviato l'attuazione degli articoli 2188 del codice civile) sono stati gradualmente unificati i registri e gli elenchi in precedenza esistenti per le varie attività imprenditoriali. Attualmente il registro si articola in due sezioni, una ordinaria e una speciale, (alle quali il D.Lgs. 96/2001 ne ha affiancata una ulteriore per le Società tra avvocati)[12].

Alla concreta istituzione del registro delle imprese si è provveduto con il DPR 7 dicembre 1995, n. 581 ai sensi del quale (art. 7, comma 2, lett. a)), sono tenuti all'iscrizione nel registro delle imprese:

1) gli imprenditori che esercitano le attività indicate nell'art. 2195 c.c., e cioè gli imprenditori che esercitano un'attività industriale, diretta alla produzione di beni e servizi, o un'attività intermediaria nella circolazione dei beni o un'attività di trasporto per terra, per acqua o per aria, un'attività bancaria o assicurativa o attività ausiliarie di ciascuna di queste;

2) le società di cui all'art. 2200 c.c, e cioè le società in nome collettivo, le società in accomandita semplice, le società a responsabilità limitata, le società per azioni e le società cooperative anche quando non esercitino un'attività commerciale;

3) i consorzi di cui all'art. 2612 c.c. e le società consortili di cui all'art. 2615-ter c.c.;

4) i gruppi europei di interesse economico (GEIE) di cui al D.Lgs. 23 luglio 1991, n. 240 (si tratta di quegli organismi senza fini di lucro previsti dalla CEE con regolamento 2137/85 come strumenti di cooperazione transnazionale tra le imprese);

5) gli enti pubblici che hanno per oggetto esclusivo o principale un'attività commerciale;

6) le società assoggettate alla legge italiana secondo le nuove norme di diritto internazionale privato (art. 25 della legge n. 218/95)

7) gli imprenditori agricoli (art. 2135 c.c);

8) i piccoli imprenditori (art. 2083 c.c.);

9) le società semplici (art. 2251 c.c.).

 

Si ricorda, altresì, che ai sensi dell'art. 9 del DPR n. 581 del 1995 è stato istituito, a scopi esclusivamente documentali e statistici, il Repertorio delle notizie economiche e amministrative (REA), nel quale sono iscrivibili i soggetti non qualificabili come imprenditori ma che, tuttavia, esercitano attività economiche e professionali denunciabili alle camere di commercio.

 

I commi da 4 a 9 del presente articolo recano disposizioni riguardanti i singoli profili professionali individuati nel comma 1 e unificati nella nuova categoria  delle attività di intermediazione commerciale e di affari.

 

Agente di affari in mediazione e  agente immobiliare (comma 4)

 

Il comma 4 dispone il ruolo di cui all’articolo 2 della legge n. 39/89 con riferimento all’attività di mediatore e agente immobiliare.

 

Gli articoli 1742-1753 del codice civile disciplinano il contratto di agenzia. In particolare l’art.1742 contiene la nozione del contratto in base al quale una parte (agente) assume stabilmente l'incarico di promuovere per conto dell'altra, in cambio di una retribuizione, la conclusione di contratti in una zona determinata. Il contratto di agenzia deve essere approvato per iscritto e ciascuna delle parti ha diritto (irrinunciabile) ad ottenere dall'altra un documento sottoscritto che riproduca il contenuto del contratto e delle clausole aggiuntive. Agenzie di affari sono pertanto quelle che svogono attività di intermediazione tra più soggetti.

L'articolo 1765 c.c. fa salve le disposizioni delle leggi speciali, la principale delle quali è la legge 3 febbraio 1989, n. 39 ("Modifiche ed integrazioni alla legge 21 marzo 1958, concernente la disciplina della professione di mediatore") che regola tutte le attività di mediazione, così come definita dal codice civile, con la sola esclusione degli agenti di cambio, dei mediatori pubblici, dei mediatori marittimi e di altre attività particolari e prima della quale non era obbligatorio svolgere l'attività di mediazione in modo professionale.

Ai sensi dell’articolo 1754 c.c. è agente d'affari in mediazione (mediatore) colui che mette in relazione due o più soggetti per la conclusione di un affare, senza essere legato ad alcuno di essi da rapporti di collaborazione, di dipendenza o di rappresentanza. Questa funzione intermediaria può essere svolta dal mediatore sia spontaneamente sia su incarico di uno o entrambi i soggetti, come più frequentemente accade. In un caso o nell’altro, il mediatore si contraddistingue per il rapporto di indipendenza rispetto alle parti in favore delle quali svolge l’attività intermediaria

Con la legge n. 39/89 è stato istituito, presso le camere di commercio, il ruolo degli agenti di affari in mediazione,al quale devono iscriversi tutti coloro che svolgono attività di mediazione, anche in modo discontinuo o occasionale (articolo 2). Pertanto anche il mediatore occasionale soggiace all'obbligo di iscrizione al ruolo, pena, tra l'altro, la perdita del diritto alla provvigione (articolo 6).

Il ruolo è distinto in quattro sezioni:

§         Agenti immobiliari per l'attività di mediazione relativa alla compravendita o locazione di immobili ed aziende

§         Agenti merceologici per l'attività di mediazione relativa a merci, derrate e bestiame

§         Agenti con mandato a titolo oneroso (solo per il settore immobiliare)

§         Agenti in servizi vari si riferisce ad operazioni non altrimenti precisate nel settore dei servizi.

Esclusi dall'iscrizione nel ruolo degli agenti di affari in mediazione, in quanto soggetti ad altre normative, sono:

§         mediatori marittimi

§         mediatori assicurativi (brokers)

§         soggetti che esercitano attività di intermediazione nei servizi turistici

§         mediatori creditizi.

I requisiti necessari per poter ottenere l'iscrizione al ruolo e, pertanto, l'accesso alla professione, sono i seguenti (artt.2, co. 3): 1) maggiore età; 2) cittadinanza italiana o di un Paese membro dell'Unione europea; 3) residenza nella circoscrizione della camera di commercio cui si intende iscriversi nel ruolo; 4) avere assolto agli obblighi scolastici; 5) non aver commesso una serie di reati, specificamente elencati; 6) essere in possesso di alcuni requisiti professionali.

Sono previste due modalità alternative per l'accesso al ruolo: il possesso del diploma di secondo grado di indirizzo commerciale[13] o della laurea in materie economiche o giuridiche, che consentono l'iscrizione automatica al ruolo, oppure il superamento di un esame diretto ad accertare l'attitudine del candidato. Le modalità dell'esame sono stabilite dal Ministero dell'industria (ora dello sviluppo economico)[14]. Per poter sostenere l'esame è necessario un periodo di almeno due anni di apprendistato presso agenzie di mediazione, oppure la frequenza di un corso preparatorio.

Alcune disposizioni relative al ruolo dei mediatori dettate dall’art. 3 della legge 39/89 interessano direttamente gli agenti immobiliari iscritti nell'apposito ruolo. In particolare, il comma 3, prevede che ad essi possano essere affidati incarichi di perizie e consulenza tecnica in materia immobiliare da parte di enti pubblici.

L'esercizio dell'attività di mediazione (art.5, comma 3) è incompatibile:

1) con qualunque altro impiego pubblico o privato, tranne, ovviamente, l'impiego presso una impresa o società di intermediazione;

2) con l'iscrizione in un altro albo o ordine e assimilati. Fa eccezione, anche se la legge non ne fa esplicita menzione, l'iscrizione degli agenti immobiliari nel ruolo dei periti e degli esperti tenuto dalle camere di commercio, ai sensi dell'articolo 3, comma 4, della stessa legge n. 39/89;

3) con l'esercizio in proprio del commercio nello stesso settore in cui si intende esercitare la mediazione.

 

Agente d’affari (comma 5)

Il comma 5 estende le disposizioni dell’articolo in commento all’attività di agente d’affari (di cui al comma 1, lett. c), eccetto quelle relative al recupero di crediti e ai pubblici incanti, alle quali continuano ad applicarsi le disposizioni dell’art. 115 del TULPS (RD n.773/1931).

Le agenzie di affari si possono distinguere in tre tipologie:

§         agenzie d’affari per le quali esiste una specifica regolamentazione (cfr. supra);

§         agenzie d’affari per le quali deve essere richiesta l’autorizzazione alla questura;

§         agenzie di affari per le quali è prevista la denuncia di inizio attività al comune.

Fino all’entrata in vigore del D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 112 recante “Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle regioni ed agli enti locali, in attuazione del capo I della L. 15 marzo 1997, n. 59” , l’apertura di agenzie di affari in genere era regolata dall’art. 115 del Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza (TULPS), in base al quale l’agenzia era assoggettata alla licenza di polizia rilasciata dalla questura.

L’art. 163, comma 2, lettera d) del D.Lgs 112/98 ha disposto il trasferimento della competenza amministrativa in materia ai comuni, con esclusione di alcuni tipi di agenzie d'affari per le quali la competenza amministrativa è rimasta alle questure. Si tratta in particolare  di

- agenzie di affari di recupero crediti;

- agenzie di pubblici incanti (aste);

- agenzie matrimoniali;

- agenzie di pubbliche relazioni.

Tra le attività di agenzia d'affari per il cui svolgimento è sufficiente la denuncia di inizio attività al comune nel quale si intende svolgere questa attività rientrano: agenzia di pubblicità, agenzia di organizzazione eventi, agenzia di organizzazione spettacoli.

 

Agente o rappresentante di commercio (comma 6)

Il comma 6 prevede la soppressione del ruolo di agente o rappresentante di commercio  di cui all’articolo 2 della legge 204/85.

La norma precisa che la soppressione del ruolo viene disposta in attuazione della direttiva 86/653/CEE.

La legge 3 maggio 1985, n. 204, recante “Disciplina dell'attività di agente e rappresentante di commercio”, abrogando la precedente normativa prevista dalla legge n. 316/1968 ha stabilito una nuova disciplina dell'attività degli agenti e rappresentanti di commercio.

La legge distingue l'attività dell'agente di commercio da quella del rappresentante: la prima si intende esercitata da chiunque venga stabilmente incaricato da una o più imprese di promuovere la conclusione di contratti in una o più zone determinate; l'attività del rappresentante di commercio è, invece, esercitata da colui che venga stabilmente incaricato da una o più imprese di concludere contratti in un una o più zone determinate.

L’articolo 2della legge ha istituito presso ciascuna camera di commercio un ruolo per gli agenti e rappresentanti di commercio, soggetto a revisione quinquennale, prevedendo l’obbligo di iscrizione per tutti coloro che intendono svolgere l’attività e che risultino in possesso dei requisiti previsti dalla legge stessa, mentre l’articolo 9, ha introdotto il divieto di esercizio dell’attività per chi non risulta iscritto al ruolo e una sanzione amministrativa a carico sia dell’agente che del mandante per il mancato rispetto delle disposizioni della legge.

Puntuali disposizioni della legge stabiliscono, inoltre, i requisiti necessari per ottenere l'iscrizione al ruolo, la composizione della commissione che provvede alle iscrizioni ed alla tenuta del ruolo stesso, le modalità di decisione e di presentazione di eventuali ricorsi alla commissione centrale presso il Ministero delle attività produttive.

In particolare, tra i requisiti stabiliti dall’articolo 5 della legge per accedere all’attività (cittadinanza italiana, godimento dei diritti civili, l’assenza di interdizione, fallimento, condanne, frequenza alla scuola dell’obbligo ecc) rientra la frequenza, con esito positivo, a specifici corsi professionali riconosciuti o istituiti dalle regioni, oppure la prestazione d’opera per almeno due anni presso una impresa, oppure, infine, il conseguimento del  diploma di scuola secondaria di secondo grado di indirizzo commerciale  o la laurea in materie commerciali o giuridiche.

 

Quanto alla direttiva 86/653/CEE(coordinamento dei diritti degli Stati membri concernenti gli agenti commerciali indipendenti) si ricorda che prescrive l'adozione di misure legislative, regolamentari ed amministrative, volte all'armonizzazione delle discipline relative ai rapporti tra gli agenti commerciali ed i loro committenti.

In particolare l’articolo 1 della direttiva (campo di applicazione), definisce sia in positivo sia in negativo la figura dell’agente di commercio, individuato come un intermediario indipendente incaricato in maniera permanente di trattare per un’altra persona – il preponente – la vendita o l’acquisto di merci, o di trattare e di concludere dette operazioni in nome del preponente. La definizione in negativo dell’agente commerciale, così individuato, prevede che esso non possa essere: a) una persona che in qualità di organo, ha poteri di rappresentanza (il potere di impegnare…) di una società o una associazione; b) un socio legalmente abilitato ad impegnare gli altri soci; c) un amministratore giudiziario, un liquidatore o un curatore fallimentare.

La direttiva, inoltre, stabilisce diritti ed obblighi dell'agente, disciplinando i criteri di remunerazione. In relazione alla conclusione del contratto d’agenzia la direttiva prevede, inoltre, il diritto di ogni parte a ricevere un documento scritto e firmato dall’altra parte che menzioni il contenuto del contratto d’agenzia, nonché il diritto delle parti di recedere dallo stesso, mediante preavviso, quando si tratti di contratto a tempo indeterminato.

L'Italia, si è adeguata a tale nuova disciplina con il D.Lgs. 10 settembre 1991, n. 303, che ha integrato la normativa già contenuta nel codice civile in materia dicontratto d'agenzia agli artt. 1742 ss. e quella contenuta negli AEC (Accordi economici collettivi)[15].

Le novelle al regime codicistico apportate dal D.Lgs. si sono limitate ad attuare le misure di armonizzazione stabilite dalla direttiva, lasciando inattuata la previsione dell’articolo 1 della direttiva medesima in relazione all’attribuzione all’agente commerciale anche di poteri rappresentativi in ordine alla conclusione dei contratti promossi. Ne è derivato un contenzioso con la Commissione europea e l’apertura di un procedimento di infrazione a carico dell’Italia. Successivamente, con il D.Lgs. 65/99[16]che ha dato integrale recepimento alla suddetta direttiva sulla base della legge comunitaria 1995-97, sono stati apportati i necessari aggiustamenti alla precedente disciplina introdotta dal D.Lgs. 303/91, abrogando le disposizioni oggetto di censura comunitaria.

 


Si ricorda, infine, che la Corte di giustizia delle Comunità europee si è trovata a dare chiarimenti in merito ad una giusta interpretazione della direttiva 86/653/CEE. Chiamata a pronunciarsi in via pregiudiziale dal giudice del Tribunale di Trento, la Corte, con sentenza del 6 marzo 2003,ha riconosciuto laconformità al diritto europeo (e in particolare alla direttiva 86/653/CEE) di una normativa nazionale che subordini l’iscrizione dell’agente commerciale al registro delle imprese al fatto che egli si debba anche iscrivere preventivamente al ruolo degli agenti e rappresentanti di commercio. Nel caso di specie la Corte di giustizia rileva, quindi, che in linea di principio, la direttiva n. 86/653/CEE non vieta agli Stati membri di mantenere i registri, compreso il registro delle imprese, dove gli agenti hanno il dovere o la facoltà (a seconda della scelta del singolo Stato membro) di iscriversi. Una normativa nazionale che, come nel caso in oggetto, subordina l’iscrizione dell’agente al registro delle imprese ad una preventiva iscrizione dello stesso all’albo, non è in contrasto con la direttiva a condizione che la mancata iscrizione dell’agente al registro delle imprese non pregiudichi la validità dei contratti di agenzia posti in essere dall’agente e non indebolisca la protezione giuridica che le disposizioni della stessa direttiva intendono garantire. La Corte precisa che la sussistenza o meno di questa condizione deve essere verificata dal giudice del rinvio.

 

Mediatore marittimo (comma 7)

Il comma 7 sopprime ilruolo di mediatore marittimo di cui agli articoli 1 e 4 della legge 12 marzo 1968, n. 478.

Si ricorda che l’articolo 1 della legge 12 marzo 1968, n. 478 recante “Ordinamento della professione di mediatore marittimo” prevede che per l'esercizio professionale della mediazione nei contratti di costruzione, di compravendita, di locazione, di noleggio di navi e nei contratti di trasporto marittimo di cose è richiesta l'iscrizione nel ruolo dei mediatori marittimi. L’articolo 4 prevede inoltre che presso ciascuna delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, indicate con decreto del Ministro per l'industria e il commercio, di concerto con quello per la marina mercantile, è istituito un ruolo dei mediatori marittimi. Nel caso di ruoli interprovinciali, con lo stesso decreto è indicata la camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura presso la quale deve istituirsi il ruolo.

 

Spedizioniere (comma 8)

Il comma 8, sopprime l’elenco degli spedizionieri, previsto dall’articolo 2 della legge 14 novembre 1941, n. 1442.

Per quanto riguarda l’attività di spedizioniere, essa è regolata dalla legge 14 novembre 1941, n. 1442, “Istituzione di elenchi autorizzati degli spedizionieri”; tali sono, ai sensi dell’art. 1, gli esercenti di imprese che svolgono abitualmente attività di spedizione per terra, per mare e per aria, obbligandosi di provvedere in proprio nome o in nome del committente ed in ogni caso per conto del committente, alla stipulazione del contratto di trasporto col vettore, al compimento della spedizione od alle operazioni accessorie, o che, in base all'inquadramento in vigore, sono considerati spedizionieri. L’art. 2 istituisce, presso le Camere di commercio, l’elenco autorizzato degli esercenti l'attività di spedizione, nel quale sono iscritte tutte le persone fisiche, ditte o società, che esercitano tale professione, secondo le indicazioni recate dal citato articolo 1.

 

Raccomandatario marittimo (comma 9)

Il comma 9 sopprime l'elenco interprovinciale dei raccomandatari marittimi, di cui all'articolo 6 della legge 4 aprile 1977, n. 135.

Quanto ai raccomandatari marittimi, si ricorda che l’articolo 6 della legge 4 aprile 1977, n. 135 recante “Disciplina della professione di raccomandatario marittimo” prevede l’istituzione - presso le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura delle località ove abbia sede una direzione marittima - dell’elenco dei raccomandatari, nel quale sono iscritti coloro che sono abilitati a svolgere le attività di cui all'articolo 2 della medesima legge (attività di raccomandazione di navi, quali assistenza al comandante nei confronti delle autorità locali o dei terzi, ricezione o consegna delle merci, operazioni di imbarco e sbarco dei passeggeri, acquisizione di noli, conclusione di contratti di trasporto per merci e passeggeri con rilascio dei relativi documenti, nonché qualsiasi altra analoga attività per la tutela degli interessi a lui affidati), in una località compresa nella circoscrizione della rispettiva direzione marittima. E’ prevista la possibile istituzione, ove se ne ravvisi l'utilità, con decreto del Ministro per la marina mercantile, di ulteriori elenchi presso camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura nel cui ambito territoriale abbia sede un compartimento marittimo. L’articolo prevede infine, qualora il raccomandatario sia legale rappresentante, amministratore o institore di una impresa, che deve essere indicato nell'elenco oltre al suo nome quello dell'impresa stessa.

 

Il comma 10 dispone l’abrogazione - a far data dall’entrata in vigore del presente provvedimento - delle disposizioni legislative e regolamentari in contrasto con quelle del presente articolo. Ad un successivo decreto del Ministro dello sviluppo economico viene rimessa la disciplina delle modalità di trascrizione (in luogo di iscrizione come previsto nel testo orginario) nel registro delle imprese e nel REA[17] dei soggetti iscritti negli elenchi, albi e ruoli di cui all’articolo in commento. Lo stesso decreto provvederà alla definizione delle nuove procedure di iscrizione per i nuovi operatori (precisazione aggiunta dalla X Commissione) a garanzia della invarianza degli oneri complessivi posti a carico della finanza pubblica. Il termine ultimo per l’adozione del decreto è fissato in due mesi dall’entrata in vigore della presente legge.

 

Il comma 11, aggiunto nel corso dell’esame presso la X Commissione  Attività produttive, infine, ribadisce l’obbligo, per i soggetti che svolgono, o intendono svolgere, le attività di cui al precedente comma 1, di iscrizione all'Ente nazionale assistenza agenti e rappresentanti di commercio (ENASARCO), ai sensi dell'articolo 5 della legge 2 febbraio 1973, n. 12[18].

 

Il richiamato articolo 5 dispone che sono obbligatoriamente iscritti al Fondo di previdenza dell'ENASARCO tutti gli agenti ed i rappresentanti di commercio che operano sul territorio nazionale in nome e per conto di preponenti italiani o di preponenti stranieri che abbiano la sede o una qualsiasi dipendenza in Italia; sono inoltre obbligatoriamente iscritti all'ENASARCO gli agenti ed i rappresentanti di commercio italiani che operano all'estero nell'interesse di preponenti italiani.

Si ricorda peraltro che il D.Lgs. 30 giugno 1994, n. 509, recante l’attuazione della delega conferita dall'articolo 1, comma 32, della L. 24 dicembre 1993, n. 537, in materia di trasformazione in persone giuridiche private di enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza, ha stabilito che a decorrere dal 1° gennaio 1995 fosse disposta la trasformazione delle casse ed enti previdenziali indicati nell’allegato A dello stesso provvedimento - si tratta prevalentemente delle gestioni previdenziali per i liberi professionisti iscritti ad albi - in associazioni o fondazioni di diritto privato (articolo 1).

La Fondazione ENASARCO, costituita con Delibera del Consiglio di Amministrazione del 27 novembre 1996 in attuazione del richiamato D.Lgs. 509 del 1994, è un organismo di diritto privato che persegue finalità di pubblico interesse nel settore della previdenza obbligatoria, dell'assistenza, della formazione e qualificazione professionale degli Agenti e Rappresentanti di commercio.

Più specificamente, l’articolo 1 del Regolamento stabilisce che l’Ente, ai sensi dell’articolo 1 del citato D.Lgs. 509 del 1994, eroga ai soggetti riconducibili alle fattispecie di cui agli artt. 1742 e 1752 del codice civile - denominati agenti - la pensione di vecchiaia, inabilità, invalidità e superstiti integrativa di quella prevista dalla L. 22 luglio1966, n. 613. L’Ente persegue altresì fini di formazione e qualificazione professionale in favore della categoria, nonché di solidarietà in favore degli iscritti e provvede alla gestione di altre provvidenze individuate dalla contrattazione collettiva.

Ai sensi del successivo articolo 2 del Regolamento, sono obbligatoriamente iscritti al Fondo di previdenza della Fondazione tutti i soggetti richiamati in precedenza che operino sul territorio nazionale in nome e per conto di preponenti italiani o di preponenti stranieri che abbiano la sede o una qualsiasi dipendenza in Italia.

Inoltre, i preponenti stranieri che non abbiano alcuna sede o dipendenza in Italia devono iscrivere alla Fondazione i propri agenti operanti in Italia impegnandosi al rispetto delle norme contenute nel presente Regolamento, mediante atto d’obbligo, redatto in lingua italiana, sul modello della Fondazione e con firma autenticata.

E’ comunque fatta salva l’applicazione delle convenzioni internazionali contro la doppia contribuzione.

Infine, l’obbligo di iscrizione al Fondo di previdenza riguarda gli agenti che operino individualmente e quelli che operino in società o comunque in associazione, qualunque sia la forma giuridica assunta, che siano illimitatamente responsabili per le obbligazioni sociali e non si trovino in condizioni di incompatibilità per immedesimazione organica.

 

 


Articolo 4
Trasferimento dell'attività di farmacia

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

Art. 4.

(Trasferimento dell'attività di farmacia).

 

      1. I commi secondo, ottavo, nono e decimo dell'articolo 12 della legge 2 aprile 1968, n. 475, e successive modificazioni, sono abrogati.

 

 

L’articolo 4, introdotto nel corso dell’esame presso la X Commissione attività produttive, abroga alcune norme volte a disciplinare il trasferimento dell'attività di farmacia e lo svolgimento della pratica professionale, semplificando le procedure e i requisiti previsti dalla normativa vigente.

In particolare, l’articolo in esame abroga i commi secondo, ottavo, nono e decimo dell'articolo 12 della legge 2 aprile 1968, n. 475, e successive modificazioni, recante Norme concernenti il servizio farmaceutico.

Il secondo comma del predetto articolo 12 prevede che il trasferimento della titolarità della farmacia può aver luogo esclusivamente a favore di farmacista che abbia conseguito la titolarità o che sia risultato idoneo in un precedente concorso.

L’ottavo comma dello stesso articolo stabilisce che il trasferimento di farmacia può aver luogo a favore di farmacista, iscritto all'albo professionale, che abbia conseguito l'idoneità o che abbia almeno due anni di pratica professionale, certificata dall'autorità sanitaria competente.

Con riferimento alla pratica professionale, il nono comma sancisce l’obbligo per il titolare di farmacia di comunicare all'autorità sanitaria competente le generalità del farmacista praticante, la data di effettivo inizio e di effettiva cessazione del tirocinio.

Ai sensi del decimo comma, infine, le suddette comunicazioni devono essere trascritte in apposito registro tenuto dall'autorità competente, la quale è tenuta ad effettuare periodiche verifiche sull'effettivo svolgimento della pratica professionale.

 

Si ricorda che la materia della titolarità delle farmacie è stata interessata recentemente dalle disposizioni dettate dall’articolo 5 del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223[19] (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale).

Il comma 5 del citato articolo 5, novellando l'articolo 7, comma 1, della legge 8 novembre 1991, n. 362 (Norme di riordino del settore farmaceutico) consente che le società di persone e le società cooperative a responsabilità limitata (oltre alle persone fisiche) gestiscano farmacie private. Esso, inoltre, riformulando il comma 2 del citato articolo 7 della legge n. 362 del 1991, interviene sui requisiti dei soci di tali società. In particolare, si sopprime l’obbligo di iscrizione all'albo della provincia in cui ha sede la società, fermo restando che i soci debbano essere farmacisti iscritti all'albo ed in possesso dell'idoneità di cui all'articolo 12 della legge 2 aprile 1968, n. 475. Il medesimo comma 5, novellando l'articolo 8, comma 1, lettera a), della legge n. 362 del 1991, sopprime l'incompatibilità della posizione di socio (di società di gestione delle farmacie) con l'esercizio di attività di distribuzione dei medicinali.

Il comma 6 abroga i commi 5, 6 e 7 dell'articolo 7 della già ricordata legge n. 362 del 1991. Sono stati, di conseguenza, soppressi:

·         il divieto, per le società di gestione di farmacie private, di titolarità dell'esercizio di più farmacie ed il vincolo in base al quale la farmacia, ai fini della medesima titolarità, deve essere ubicata nella provincia ove si trova la sede legale della società;

·         il divieto di partecipare a più di una società di gestione di farmacie private;

·         la norma che limita la possibilità di gestione delle farmacie private ai farmacisti iscritti all'albo della provincia in cui ha sede la farmacia.

Con il comma 6-ter del citato articolo 5 del decreto-legge n. 223 del 2006 si prevede che ciascuna società può essere titolare dell’esercizio di non più di quattro farmacie nella provincia in cui ha sede legale.

Il comma 6-bis, modificando i commi 9 e 10 dell'articolo 7 della legge  n. 362 del 1991, prevede, infine, una nuova disciplina per la fattispecie di successione mortis causa in una partecipazione di società di gestione di farmacie private (e di eventuale insussistenza, da parte degli aventi causa, dei requisiti stabiliti per i soci delle società in oggetto) nonché per l’ipotesi di successione mortis causa nella titolarità di una farmacia privata (individuale e non gestita in forma societaria) da parte di aventi causa non in possesso dei requisiti per la stessa titolarità[20].

Al riguardo, si prevede che gli eredi che acquisiscano partecipazioni nelle società di gestione della farmacia, in assenza dei prescritti requisiti professionali, possano mantenere tale partecipazione per un periodo massimo di due anni, dovendola entro tale termine comunque dismettere. Il medesimo termine di due anni viene indicato per la vendita della farmacia da parte degli eredi del titolare privi dei prescritti requisiti professionali, ai sensi dell’articolo 12 della legge n. 475 del 1968.

Documentazione predisposta dall’Ufficio RUE

Procedure di contenzioso

Il 22 dicembre 2006la Commissione ha deferito l’Italia alla Corte di giustizia,ai sensi dell’articolo 226 del TCE,per le restrizioni imposte dalla legislazione nazionale in tema di assunzione di partecipazione e di proprietà delle farmacie che vendono al dettaglio (causa C/531/06; procedura d’infrazione n. 2004/4928; parere motivato del 13.12.2005)  Secondo la Commissione, l’Italia verrebbe meno agli obblighi imposti dagli artt. 43 (libertà di stabilimento) e 56 (libera circolazione dei capitali) del TCE. In particolare, la Commissione contesta:

·   il divieto d’acquisizione di partecipazione in società farmaceutiche private o in farmacie comunali da parte di imprese aventi un’attività di distribuzione di medicinali (o legate a società aventi tale attività. La regolamentazione italiana, come interpretata dalla Corte costituzionale e come recentemente modificata dal decreto legislativo 24 aprile 2006 n. 219 (art. 100, comma 2) prevede l’incompatibilità tra l’attività di distribuzione all’ingrosso e l’attività di vendita al dettaglio di prodotti farmaceutici. Ciò comporta il divieto per le imprese attive (o legate a imprese attive) nella distribuzione farmaceutica di assumere partecipazioni in società che gestiscono farmacie comunali;

·   la riserva di titolarità di farmacie private ai soli farmacisti o alle sole persone giuridiche composte da farmacisti. La legge italiana vieta ai soggetti  che non possiedono un diploma di laurea in farmacia o alle persone giuridiche non composte da farmacisti la titolarità di farmacie private che vendono al pubblico. Tale esclusiva impedisce l’acquisto di partecipazioni o lo stabilimento di farmacie che vendono al pubblico a tutti gli operatori (in particolare quelli di altri Stati membri che non sono in possesso del diploma di farmacista).

 

Tali limitazioni hanno l’effetto di impedire o rendere più difficoltosa l’assunzione di partecipazioni da parte di operatori di altri Stati membri e, pertanto, possono essere considerate compatibili con il TCE solo se giustificate da obiettivi di interesse generale, necessarie e proporzionate al raggiungimento di tali obiettivi.

Le autorità italiane hanno giustificato le limitazioni in questione con la necessità di tutelare la salute pubblica: in special modo, riguardo alla prima contestazione si intenderebbero evitare conflitti di interesse; riguardo alla seconda contestazione si intenderebbe realizzare un miglior controllo delle persone che  rilasciano i medicinali.

La Commissione ritiene però che le limitazioni contestate vadano oltre ciò che è necessario per raggiungere l’obiettivo di tutela della salute.

Da un lato, gli eventuali rischi di conflitti d’interesse potrebbero essere evitati adottando misure diverse dal divieto puro e semplice  (per le imprese legate a imprese attive nel settore della distribuzione farmaceutica) di assumere partecipazioni in farmacie che vendono al pubblico. La Commissione risulta essere a conoscenza del fatto che in Italia si verificano numerosi casi di esercizio dell’attività di distribuzione o di partecipazioni in società di distribuzione farmaceutica da parte di farmacisti titolari di farmacie private.

Dall’altro lato, anche il divieto di essere titolari di una farmacia per chi non ha la laurea in farmacia o per persone giuridiche non composte da farmacisti va al di là, secondo la Commissione, di ciò che è necessario per tutelare la sanità pubblica, in quanto sarebbe sufficiente esigere la presenza di un farmacista per la consegna dei medicinali ai pazienti o per la gestione degli stock di prodotti farmaceutici. La Commissione osserva, infine, che è la legislazione italiana stessa a riconoscere, d’altra parte, che il requisito della qualificazione professionale non è assolutamente indispensabile e prioritario ai fini della proprietà di una farmacia, quando prevede che membri della famiglia di un farmacista deceduto possano essere titolari della sua farmacia per periodi non superiori ai dieci anni, pur non essendo farmacisti.

 

 

 

 


Articolo 5
Componentistica dei veicoli a motore

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

Art. 3.

(Componentistica dei veicoli a motore).

Art. 5.

(Componentistica dei veicoli a motore).

      1. In conformità al principio comunitario di libera concorrenza delle attività economiche secondo condizioni di pari opportunità e al principio di libera circolazione delle merci e dei servizi, al fine di assicurare ai consumatori finali un'effettiva facoltà di scelta e di comparazione dei prodotti offerti sul mercato, le modifiche alle caratteristiche costruttive e funzionali dei veicoli a motore sono consentite senza un preventivo nulla osta della casa costruttrice del veicolo e senza una visita e una prova presso i competenti uffici della Direzione generale per la motorizzazione del Dipartimento per i trasporti terrestri del Ministero dei trasporti, qualora vengano rispettate le seguenti condizioni:

 

          a) ciascun componente deve essere certificato da una relazione tecnica di un ente a ciò abilitato che attesti, per singolo modello di veicolo, la possibilità di esecuzione della sostituzione;

 

          b) la relazione tecnica di cui alla lettera a) deve essere redatta sulla base di collaudi e di prove effettuati in conformità alle disposizioni tecniche previste dai regolamenti internazionali ECE-ONU e dalle direttive comunitarie e deve certificare che le caratteristiche tecniche e funzionali dei componenti sono equivalenti o superiori a quelle originarie in dotazione al veicolo nel rispetto della sicurezza attiva e passiva del veicolo stesso.

 

      2. Le disposizioni di cui al presente articolo trovano applicazione a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto del Ministro dei trasporti, da emanare entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, che individua i casi nei quali la sostituzione, fermo restando il pieno rispetto degli adempimenti di cui al comma 1, lettere a) e b), necessita di una verifica da effettuare a cura degli uffici provinciali dalla citata Direzione generale per la motorizzazione, che devono certificare la corretta installazione, aggiornare la carta di circolazione e darne comunicazione agli uffici dell'archivio nazionale dei veicoli soltanto ai fini di eventuali conseguenti adempimenti fiscali.

 

      1. In conformità al principio comunitario di libera concorrenza delle attività economiche secondo condizioni di pari opportunità e al principio di libera circolazione delle merci e dei servizi, al fine di assicurare ai consumatori finali un'effettiva facoltà di scelta e di comparazione dei prodotti offerti sul mercato, l'articolo 78 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e successive modificazioni, è sostituito dal seguente:

 

      «Art. 78. - (Modifiche delle caratteristiche costruttive dei veicoli in circolazione e aggiornamento della carta di circolazione). - 1. Le modifiche delle caratteristiche costruttive, limitatamente ai veicoli in circolazione delle categorie internazionali L, M1 ed N1, sono consentite senza preventivo nulla osta della casa costruttrice del veicolo e senza visita e prova presso i competenti uffici della Direzione generale per la motorizzazione qualora vengano rispettate le seguenti condizioni:

 

          a) il componente o insieme di componenti modificato è certificato da apposita relazione che attesta le caratteristiche tecniche del componente o insieme di componenti e la possibilità di installazione per ciascun modello di veicolo senza pregiudicare le sue caratteristiche relative alla sicurezza stradale e all'inquinamento ambientale;

 

          b) la certificazione di cui alla lettera a) è redatta in conformità a disposizioni tecniche previste da eventuali direttive comunitarie ovvero, ove esistenti, da equivalenti regolamenti ECE/ONU ed è trasmessa al Ministero dei trasporti;

 

          c) la certificazione di cui alla lettera a) è rilasciata da un ente che ha preventivamente comunicato l'avvio della propria attività al Ministero dei trasporti. A tal fine, l'ente autocertifica la propria indipendenza organizzativa, economica e funzionale dai produttori, commercializzatori e installatori di componenti, nonché il possesso di strutture tecniche e di competenze professionali idonee all'effettuazione delle prove e di procedure adeguate di controllo della qualità in merito ai servizi forniti, dimostrando inoltre il possesso di idonea copertura assicurativa.

 

      3. Con il decreto di cui al comma 2 sono individuati gli enti di cui al comma 1, lettera a). Con decreto del Presidente della Repubblica si provvede ad apportare all'articolo 236 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 16 dicembre 1992, n. 495, e successive modificazioni, le modificazioni necessarie per adeguarlo alle disposizioni del presente articolo.

      4. Chiunque circola con un veicolo al quale sono state apportate modifiche alle caratteristiche indicate nel certificato di omologazione e nella carta di circolazione, oppure con il telaio modificato, senza che tali modifiche siano state realizzate nel pieno rispetto delle disposizioni dei commi 1 e 2, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 357 a euro 1.433. Le suddette violazioni comportano la sanzione amministrativa accessoria del ritiro della carta di circolazione secondo le norme del titolo VI, capo I, sezione II, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e successive modificazioni.

      5. A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge è abrogato l'articolo 78 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, nonché ogni altra disposizione legislativa o regolamentare statale di disciplina del settore dei veicoli a motore e loro rimorchi incompatibile con le disposizioni di cui al comma 1 del presente articolo.

      2. Le modifiche delle caratteristiche costruttive dei veicoli in circolazione, di categorie diverse da quelle indicate al comma 1, sono consentite con modalità stabilite con decreto del Ministro dei trasporti, da emanare, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del presente articolo.

 

      3. Il Ministero dei trasporti effettua i controlli anche al fine di disporre la sospensione o l'interdizione degli enti di cui al comma 1, lettera c), dallo svolgimento dell'attività di certificazione di cui al medesimo comma, nonché l'eventuale ritiro dal mercato dei componenti indebitamente certificati o risultati pericolosi, a cura e spese del produttore o dell'installatore nell'Unione europea.

 

      4. Chiunque circola con un veicolo al quale siano state apportate modifiche alle caratteristiche indicate nel certificato di omologazione o nella carta di circolazione, oppure con il telaio modificato, senza che tali modifiche siano state realizzate nel pieno rispetto dei commi 1 e 2, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 370 a euro 1.485. Le suddette violazioni comportano la sanzione amministrativa accessoria del ritiro della carta di circolazione secondo le norme del titolo VI, capo I, sezione II».

 

      2. All'articolo 180, comma 1, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, è aggiunta la seguente lettera:

 

          «d-bis) la relazione tecnica di cui all'articolo 78, comma 1, lettera a), nei casi previsti».

 

      3. Le disposizioni dell'articolo 78, comma 1, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, come sostituito dal comma 1 del presente articolo, acquistano efficacia a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto previsto al comma 2 del medesimo articolo 78. Alla medesima data entra in vigore il comma 2 del presente articolo ed è abrogato l'articolo 236 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 16 dicembre 1992, n. 495.

 

 

L’articolo in esame interviene sulle procedure necessarie per modificare le caratteristiche funzionali e costruttive dei veicoli, successivamente all'omologazione del primo equipaggiamento. L’articolo è volto a semplificare le procedure volte ad installare sui veicoli a motore componenti o sistemi di componenti, che non sono stati previsti in sede di omologazione, intese a migliorare le prestazioni, il comfort e la sicurezza dei mezzi.

A seguito delle modifiche approvate durate l’esame presso la X Commissione della Camera, l’articolo è stato riformulato in forma di novella all’articolo 78 del codice della strada ed è stata limitata la platea di veicoli oggetto della semplificazione prevista dall’articolo in esame. Per i veicoli esclusi da questo procedimento di semplificazione l’articolo demanda ad un successivo decreto le modalità con le quali modificare le caratteristiche costruttive.

 

A tal fine il comma 1 sostituisce l’articolo 78 del codice della strada.

Il nuovo comma 1 dell’articolo 78 prevede che le modifiche alle caratteristiche costruttive e funzionali dei veicoli in circolazione, delle sole categorie internazionali L, M1 ed N1[21], possano essere consentite senza un preventivo nulla osta della casa costruttrice del veicolo e senza una visita e una prova presso i competenti uffici della Direzione generale per la motorizzazione del Dipartimento per i trasporti terrestri del Ministero dei trasporti, qualora vengano rispettate le seguenti condizioni:

a) ciascun componente o insieme di componenti deve essere certificato da una relazione che ne attesti le caratteristiche tecniche e la possibilità di installazione per ciascun modello di veicolo senza pregiudicare le sue caratteristiche relative alla sicurezza stradale e all'inquinamento ambientale; nella formulazione originaria la relazione doveva attestare, per singolo modello di veicolo, la possibilità di esecuzione della sostituzione;

b) tale certificazione deve essere redatta in conformità a disposizioni tecniche previste da eventuali direttive comunitarie ovvero, ove esistenti, da equivalenti regolamenti ECE/ONU ed è trasmessa al Ministero dei trasporti; nella formulazione originaria la relazione tecnica doveva certificare che le caratteristiche tecniche e funzionali dei componenti fossero equivalenti o superiori a quelle originarie in dotazione al veicolo nel rispetto della sicurezza attiva e passiva del veicolo stesso.

Si rileva che la IX Commissione trasporti, nel parere reso in data 16 maggio 2007 sul disegno di legge, ha espresso la necessità di limitare l'ambito applicativo della disposizione in esame ai soli interventi di ordine estetico o sportivo su mezzi da diporto e non da lavoro, di massa e dimensione non particolarmente elevate, al fine di evitare che lavori incidenti sulla struttura e sulle caratteristiche di omologazione di mezzi circolanti, che rilevano sempre ai fini della sicurezza, siano effettuati senza preventivi controlli della pubblica amministrazione competente.

Come previsto anche in precedenza, la certificazione è rilasciata da un ente; nella formulazione originaria l’ente doveva essere individuato con decreto del Ministero dei trasporti; a seguito delle modifiche introdotte dalla X Commissione l’ente deve preventivamente comunicare al Ministero dei trasporti l'avvio della propria attività. A tal fine, l'ente autocertifica la propria indipendenza organizzativa, economica e funzionale dai produttori, commercializzatori e installatori di componenti, nonché il possesso di strutture tecniche e di competenze professionali idonee all'effettuazione delle prove e di procedure adeguate di controllo della qualità in merito ai servizi forniti, dimostrando inoltre il possesso di idonea copertura assicurativa.

Il comma interviene, come già esplicitato nel testo originario, in conformità al principio comunitario di libera concorrenza delle attività economiche secondo condizioni di pari opportunità e al principio di libera circolazione delle merci e dei servizi, al fine di assicurare ai consumatori finali un'effettiva facoltà di scelta e di comparazione dei prodotti offerti sul mercato.

 

Il comma 2dell’articolo 78, come modificato dal comma 1 in esame, demanda ad un successivo decreto le modalità attraverso le quali apportare modifiche alle caratteristiche costruttive dei veicoli in circolazione, di categorie diverse da L, M1 e M2; il decreto deve essere emanato dal Ministro dei trasporti, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore dell’articolo.

Il comma 3 dell’articolo 78, come modificato dal comma 1 in esame, prevede un’attività di controllo da parte del Ministero dei trasporti, volta anche a disporre la sospensione o l'interdizione degli enti deputati allo svolgimento dell'attività di certificazione, nonché l'eventuale ritiro dal mercato dei componenti indebitamente certificati o risultati pericolosi, a cura e spese del produttore o dell'installatore nell'Unione europea.

Il comma 4 dell’articolo 78, come modificato dal comma 1 in esame, reca la sanzioni applicabili a quanticircolino con un veicolo al quale sono state apportate modifiche alle caratteristiche indicate nel certificato di omologazione e nella carta di circolazione, oppure con il telaio modificato, senza che tali modifiche siano state realizzate nel pieno rispetto della disposizioni dei commi 1 e 2. In particolare, si prevede la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 357 a euro 1.485, nonché la sanzione accessoria del ritiro della carta di circolazione, secondo quanto disposto dal codice della strada.

 

Il comma 2 dell’articolo 5 in esame, intervenendo sull’articolo 180 del codice della strada, relativo al possesso dei documenti di circolazione e di guida, prevede che oltre ai documenti attualmente prescritti, per poter circolare con veicoli a motore il conducente debba avere con sé, in caso di interventi di modifica sul proprio veicolo, anche la relazione tecnica relativa al componente o insieme di componenti modificato.

Si ricorda che attualmente l’articolo 180 del codice della strada prevede che per poter circolare con veicoli a motore il conducente debba avere con sé i seguenti documenti:

a)la carta di circolazione o il certificato di idoneità tecnica alla circolazione del veicolo;

b)la patente di guida valida per la corrispondente categoria del veicolo;

c)l'autorizzazione per l'esercitazione alla guida per la corrispondente categoria del veicolo in luogo della patente di guida di cui alla lettera b), nonché un documento personale di riconoscimento;

d)il certificato di assicurazione obbligatoria.

 

Il comma 3 dispone chela nuova disciplina,– prevista dall’articolo 78, comma 1, del codice della strada, come sostituito dal comma 1 dell’articolo in esame - acquisti efficacia a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto previsto al comma 2 del medesimo articolo 78. Da quella data è abrogato l'articolo 236 del regolamento di esecuzione del codice della strada (DPR 16 dicembre 1992, n. 495). Nell’originaria formulazione era prevista l’emanazione di un DPR che recasse le conseguenti modifiche al regolamento di attuazione del codice della strada.

 

La vigente normativa relativa alle modifiche alle caratteristiche costruttive e funzionali è recata dall’articolo 78 del codice della strada (D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285) e dall’articolo 238 del relativo regolamento di attuazione (DPR 16 dicembre 1992, n. 495).

L’articolo 78 prevede che, quando siano apportate modifiche alle caratteristiche costruttive o funzionali, ovvero ai dispositivi d'equipaggiamento indicati negli articoli 71 e 72, oppure sia stato sostituito o modificato il telaio, i veicoli a motore ed i loro rimorchi devono essere sottoposti a visita e prova presso i competenti uffici del Dipartimento per i trasporti terrestri.  Entro sessanta giorni dall'approvazione delle modifiche, gli uffici competenti del Dipartimento per i trasporti terrestri ne devono dare comunicazione ai competenti uffici del P.R.A. solo ai fini dei conseguenti adeguamenti fiscali.

L’articolo demanda al regolamento di esecuzione del codice della strada l’individuazione delle caratteristiche costruttive e funzionali, nonché dei dispositivi di equipaggiamento che possono essere modificati solo previa presentazione della documentazione e le modalità per gli accertamenti e l'aggiornamento della carta di circolazione.

L’articolo 236 del regolamento di esecuzione del codice della strada ha precisato che ogni modifica alle caratteristiche costruttive o funzionali, tra quelle indicate in appendice[22], o che determini la trasformazione o la sostituzione del telaio, comporta la visita e prova del veicolo interessato, presso l'ufficio competente del Ministero, in relazione alla sede della ditta che ha proceduto alla modifica. Se la modifica è stata effettuata da più di una ditta, senza che per ogni stadio dei lavori eseguiti sia stato richiesto il rilascio di un certificato di approvazione, l'ufficio ministeriale competente per la visita e prova è quello nel cui territorio di competenza ha sede la ditta che ha operato l'ultimo intervento. In tale caso la certificazione dei lavori deve essere costituita dal complesso di tutte le certificazioni, ciascuna redatta dalla ditta di volta in volta interessata dai diversi stadi..

Il regolamento prevede inoltre che siano subordinate al rilascio di un nulla-osta da parte della casa costruttrice del veicolo le modifiche riguardanti uno dei seguenti elementi:

a) massa complessiva massima;

b) massa massima rimorchiabile;

c) masse massime sugli assi;

d) numero di assi;

e) interassi;

f) carreggiate;

g) gli sbalzi;

h) telaio anche se realizzato con una struttura portante o equivalente;

i) impianto frenante o i suoi elementi costitutivi;

l) potenza massima del motore;

m) collegamento del motore alla struttura del veicolo.

Nel caso tale rilascio non avvenga per motivi diversi da quelli di ordine tecnico (ossia concernenti la possibilità pratica di esecuzione della modifica), il nulla-osta può essere sostituito da una relazione tecnica, firmata da un soggetto abilitato, che attesti la possibilità di esecuzione della modifica; in tal caso però deve essere eseguita una visita e prova presso la Direzione generale motorizzazione del Dipartimento per i trasporti terrestri, in base alla sede della ditta esecutrice dei lavori, al fine di accertare quanto attestato dalla relazione, prima che venga eseguita la modifica richiesta.

Quanto alla procedura di aggiornamento dei dati interessati dalla modifica si ricorda che esso viene eseguito dall'ufficio provinciale della Direzione generale motorizzazione del Dipartimento per i trasporti terrestri, presso cui sia esibito il certificato d'approvazione definitivo della modifica eseguita, oppure dall'ufficio provinciale della Direzione generale motorizzazione che ha proceduto all'ultima visita e prova con esito favorevole. L’aggiornamento ha luogo mediante l'emissione di un duplicato della carta di circolazione.

 

D.Lgs. 285/1992

Articolo 78. Modifiche delle caratteristiche costruttive dei veicoli in circolazione e aggiornamento della carta di circolazione.

 

(Testo vigente)

 

D.Lgs. 285/1992

Articolo 78. Modifiche delle caratteristiche costruttive dei veicoli in circolazione e aggiornamento della carta di circolazione.

(Testo come risultante dalle modifiche apportate dall’articolo 5 in esame)

 

1. I veicoli a motore ed i loro rimorchi devono essere sottoposti a visita e prova presso i competenti uffici del Dipartimento per i trasporti terrestri  quando siano apportate una o più modifiche alle caratteristiche costruttive o funzionali, ovvero ai dispositivi d'equipaggiamento indicati negli articoli 71 e 72, oppure sia stato sostituito o modificato il telaio. Entro sessanta giorni dall'approvazione delle modifiche, gli uffici competenti del Dipartimento per i trasporti terrestri  ne danno comunicazione ai competenti uffici del P.R.A. solo ai fini dei conseguenti adeguamenti fiscali.

 

2. Nel regolamento sono stabiliti le caratteristiche costruttive e funzionali, nonché i dispositivi di equipaggiamento che possono essere modificati solo previa presentazione della documentazione prescritta dal regolamento medesimo. Sono stabilite, altresì, le modalità per gli accertamenti e l'aggiornamento della carta di circolazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3. Chiunque circola con un veicolo al quale siano state apportate modifiche alle caratteristiche indicate nel certificato di omologazione o di approvazione e nella carta di circolazione, oppure con il telaio modificato e che non risulti abbia sostenuto, con esito favorevole, le prescritte visita e prova, ovvero circola con un veicolo al quale sia stato sostituito il telaio in tutto o in parte e che non risulti abbia sostenuto con esito favorevole le prescritte visita e prova, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 370 a euro 1.485.

 

4. Le violazioni suddette importano la sanzione amministrativa accessoria del ritiro della carta di circolazione, secondo le norme del capo I, sezione II, del titolo VI

 

1. Le modifiche delle caratteristiche costruttive, limitatamente ai veicoli in circolazione delle categorie internazionali L, M1 ed N1, sono consentite senza preventivo nulla osta della casa costruttrice del veicolo e senza visita e prova presso i competenti uffici della Direzione generale per la motorizzazione qualora vengano rispettate le seguenti condizioni:

a) il componente o insieme di componenti modificato è certificato da apposita relazione che attesta le caratteristiche tecniche del componente o insieme di componenti e la possibilità di installazione per ciascun modello di veicolo senza pregiudicare le sue caratteristiche relative alla sicurezza stradale e all'inquinamento ambientale;

b) la certificazione di cui alla lettera a) è redatta in conformità a disposizioni tecniche previste da eventuali direttive comunitarie ovvero, ove esistenti, da equivalenti regolamenti ECE/ONU ed è trasmessa al Ministero dei trasporti;

c) la certificazione di cui alla lettera a) è rilasciata da un ente che ha preventivamente comunicato l'avvio della propria attività al Ministero dei trasporti. A tal fine, l'ente autocertifica la propria indipendenza organizzativa, economica e funzionale dai produttori, commercializzatori e installatori di componenti, nonché il possesso di strutture tecniche e di competenze professionali idonee all'effettuazione delle prove e di procedure adeguate di controllo della qualità in merito ai servizi forniti, dimostrando inoltre il possesso di idonea copertura assicurativa.

2. Le modifiche delle caratteristiche costruttive dei veicoli in circolazione, di categorie diverse da quelle indicate al comma 1, sono consentite con modalità stabilite con decreto del Ministro dei trasporti, da emanare, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del presente articolo.

3. Il Ministero dei trasporti effettua i controlli anche al fine di disporre la sospensione o l'interdizione degli enti di cui al comma 1, lettera c), dallo svolgimento dell'attività di certificazione di cui al medesimo comma, nonché l'eventuale ritiro dal mercato dei componenti indebitamente certificati o risultati pericolosi, a cura e spese del produttore o dell'installatore nell'Unione europea.

4. Chiunque circola con un veicolo al quale siano state apportate modifiche alle caratteristiche indicate nel certificato di omologazione o nella carta di circolazione, oppure con il telaio modificato, senza che tali modifiche siano state realizzate nel pieno rispetto dei commi 1 e 2, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 370 a euro 1.485. Le suddette violazioni comportano la sanzione amministrativa accessoria del ritiro della carta di circolazione secondo le norme del titolo VI, capo I, sezione II».

180. Possesso dei documenti di circolazione e di guida.

180. Possesso dei documenti di circolazione e di guida.

1. Per poter circolare con veicoli a motore il conducente deve avere con sé i seguenti documenti:

a) la carta di circolazione o il certificato di idoneità tecnica alla circolazione del veicolo;

b) la patente di guida valida per la corrispondente categoria del veicolo;

c) l'autorizzazione per l'esercitazione alla guida per la corrispondente categoria del veicolo in luogo della patente di guida di cui alla lettera b), nonché un documento personale di riconoscimento;

d) il certificato di assicurazione obbligatoria.

 

 

 

(omissis)

 

1. Per poter circolare con veicoli a motore il conducente deve avere con sé i seguenti documenti:

a) la carta di circolazione o il certificato di idoneità tecnica alla circolazione del veicolo;

b) la patente di guida valida per la corrispondente categoria del veicolo;

c) l'autorizzazione per l'esercitazione alla guida per la corrispondente categoria del veicolo in luogo della patente di guida di cui alla lettera b), nonché un documento personale di riconoscimento;

d) il certificato di assicurazione obbligatoria.

d-bis) la relazione tecnica di cui all'articolo 78, comma 1, lettera a), nei casi previsti

(omissis)

 

Documentazione predisposta dall’Ufficio RUE

Documenti all’esame delle istituzioni dell’UE

Il 14 luglio 2003 la Commissione europea ha presentato una proposta di direttiva concernente l’omologazione dei veicoli a motore e dei loro rimorchi nonché dei sistemi, componenti ed entità tecniche destinati a tali veicoli (COM(2003)418).

La proposta è volta ad abrogare e a sostituire la direttiva 70/156/CEE relativa alla stessa materia con lo scopo, fra l’altro, di estenderne l’applicazione a tutte le categorie di veicoli commerciali. Essa introduce, in particolare, un’armonizzazione totale in basealla quale le disposizioni comunitarie sostituiranno interamente le disposizioni nazionali vigenti al momento della sua entrata in vigore. E’ prevista, tuttavia, una lunga fase di transizione per consentire ai costruttori dei diversi settori di adeguarsi alle nuove disposizioni.

L’11 febbraio 2004 la proposta, che segue le procedura di codecisione, è stata esaminata in prima lettura dal Parlamento europeo, che ha approvato emendamenti. L’11 dicembre 2006 il Consiglio trasporti ha adottato la posizione comune che dovrebbe essere esaminata, il 26 aprile 2007, dal Parlamento europeo in seconda lettura.

 

Il 18 marzo 2006 la Commissione ha pubblicato una comunicazione[23] riguardante lostato, al 31 dicembre 2005, dell'adesione della CE ai regolamenti dell’UNECE (United Nations Economic Commission for Europe)[24] in materia di omologazione dei veicoli.

 

La relazione contiene una tabella che sintetizza la situazione dei regolamenti UNECE, da ultimo modificati, allegati all'accordo dell’UNECE del 1958[25].

 

Il 7 febbraio 2007 la Commissione ha adottato la comunicazioneUn quadro normativo competitivo nelsettore automobilisticoper il XXI secolo – Posizione della Commissione sulla relazione finale del gruppo ad alto livello CARS 21[26](COM(2007)22), intesa a delineare la futura politica europea in campo automobilistico.

 

La Commissione, riconoscendo il ruolo sostanzialedell’industria automobilistica nell’economia europea, ha indicato alcune linee strategiche intese a migliorare il quadro normativo, consentendo all’industria automobilistica di affrontare positivamente nuove sfidee di contemperare la necessità di tutela dell’ambiente, di salvaguardia della salute e delle vite umane.

Con particolare riferimento agli aspetti riguardanti l’omologazione dei veicoli, essa rileva i risultati molto positivi ottenuti grazie all’applicazione della direttiva70/156/CE, che stabilisce un sistema CE di omologazione del veicolo completo, sottolineando la necessità che tale sistema venga mantenuto ed esteso ad un maggior numero di prodotti automobilistici, quali ad esempioi veicoli commerciali leggeri, gli autobus ed i camion. La Commissione, inoltre, si impegna:

·         ad aggiornare, nel 2007, la comunicazione interpretativa[27] concernente le procedure di omologazione e di immatricolazione dei veicoli già immatricolati in un altro Stato membro;

·         ad informare regolarmente il Parlamento europeo ed il Consiglio sui cambiamenti nella regolamentazione nel settore automobilistico, presentando un documento di lavoro annuale sui progressi realizzati in seno all’UNECE.

 

 


Articolo 6
Misure per la distribuzione del GPL

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

Art. 4.

(Misure per la distribuzione del GPL).

Art. 6.

(Misure per la distribuzione del GPL).

      1. Dopo l'articolo 16 del decreto legislativo 22 febbraio 2006, n. 128, è inserito il seguente:

 

      «Art. 16-bis. - (Locazione dei serbatoi di GPL installati presso gli utenti). - 1. Le aziende distributrici di GPL, proprietarie dei serbatoi installati presso gli utenti, devono concederli in locazione. Il locatario ha facoltà di acquistare il gas in regime di libera concorrenza e il proprietario non ha alcun diritto di esclusiva per quanto concerne i rifornimenti. I serbatoi possono essere rimossi a richiesta del locatario, decorsi cinque anni dalla loro installazione, a cura e a spese del locatore. Alla scadenza, il contratto di locazione è rinnovato automaticamente per altri cinque anni, salva disdetta comunicata dal locatario mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento almeno sei mesi prima della scadenza. L'Autorità per l'energia elettrica e il gas vigila affinché il canone per la locazione sia tale da far conseguire un ragionevole utile al locatario, in relazione all'investimento effettuato, con l'esclusione di possibili rendite di posizione. Agli adempimenti amministrativi relativi all'installazione e alla gestione del serbatoio e alla relativa assicurazione provvede l'azienda che ne ha la proprietà.

      2. Le regioni e i comuni adeguano le proprie norme alle disposizioni del presente articolo entro il termine di sei mesi dalla data della sua entrata in vigore.

      1. Dopo l'articolo 16 del decreto legislativo 22 febbraio 2006, n. 128, è inserito il seguente:

 

      «Art. 16-bis. - (Misure per la distribuzione di GPL). - 1. I contratti, stipulati dalle aziende distributrici di GPL, per la fornitura di prodotto in serbatoi per uso civile, industriale o agricolo prevedono modalità alternative di offerta del serbatoio, consentendo l'opzione tra l'acquisto, la locazione e il comodato dello stesso, ma non possono comunque vincolare gli utenti all'acquisto di quantità di prodotto contrattualmente predeterminate.

      2. I contratti di cui al comma 1 devono prevedere la facoltà per l'utente di modificare l'opzione inizialmente prescelta alla scadenza dei medesimi e di acquisire in locazione o riscattare il serbatoio, alle stesse condizioni indicate al momento della stipula, nel rispetto dei parametri massimi fissati dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente articolo.

      3. Nel caso in cui l'utente opti per l'acquisto del serbatoio, le condizioni di fornitura di GPL non possono avere durata superiore ad un anno e non possono prevedere l'acquisto del prodotto in regime di esclusiva.

      4. Nel caso in cui l'utente opti per la locazione o il comodato del serbatoio i relativi contratti di fornitura non possono avere durata superiore a due anni, devono predeterminare il prezzo ovvero i criteri per la quantificazione del prezzo nel caso di esercizio dell'opzione di acquisto o di locazione del serbatoio ai sensi di quanto previsto nei commi 1 e 2, nonché le modalità di acquisto del prodotto, fermo restando, in caso di locazione, il divieto di regime di esclusiva.

      3. Le clausole contrattuali in contrasto con il presente articolo sono nulle ai sensi dell'articolo 1418 del codice civile, fatta salva la facoltà delle parti di adeguare i rapporti contrattuali in essere alla data dell'entrata in vigore del presente articolo entro il termine di sei mesi dalla stessa data».

 

      2. A decorrere dalla data di entrata in vigore dell'articolo 16-bis del decreto legislativo 22 febbraio 2006, n. 128, introdotto dal comma 1 del presente articolo, sono abrogati i commi 7 e 8 dell'articolo 18 del medesimo decreto legislativo n. 128 del 2006, nonché ogni norma di legge o di regolamento statali in contrasto con il citato articolo 16-bis.

      5. I contratti di fornitura del GPL nei casi di cui al comma 4 sono tacitamente rinnovati per la stessa durata, salva disdetta da comunicare almeno trenta giorni prima della scadenza. Alla scadenza del contratto a seguito di disdetta la ditta proprietaria ha il diritto, o, se richiesto, l'obbligo, di rimuovere, a proprie spese, il serbatoio locato o concesso in comodato d'uso.

 

      6. I commi 7 e 8 dell'articolo 18 del presente decreto non si applicano nel caso in cui l'utente opti per l'acquisto o la locazione del serbatoio.

 

      7. Nel caso di locazione o comodato del serbatoio ai sensi di quanto previsto nel comma 4, le aziende distributrici assicurano i servizi di installazione e manutenzione dei serbatoi riforniti, secondo le tempistiche indicate nella normativa tecnica di riferimento e rilasciando apposita certificazione, ai sensi del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380. Le aziende che riforniscono serbatoi privi della predetta certificazione o con certificazione scaduta sono punite con la sanzione amministrativa da 10.000 a 50.000 euro. Nel caso di acquisto del serbatoio ai sensi di quanto previsto nel comma 3, l'utente richiede la medesima certificazione ad uno dei soggetti previsti dal citato testo unico n. 380 del 2001.

 

      8. Le clausole contrattuali in contrasto con il presente articolo sono nulle ai sensi dell'articolo 1419 del codice civile, fatta salva la facoltà della ditta fornitrice di adeguare i rapporti contrattuali in essere entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente articolo».

 

      2. A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge è abrogato l'articolo 10 del decreto legislativo 11 febbraio 1998, n. 32, fatti salvi gli effetti prodotti dalla citata disposizione.

 

 

L’articolo 6 modificato in corso d’esame presso la X Commissione, interviene in materia didistribuzione del gas mediante una integrazione delle disposizioni del D.Lgs. 22 febbraio 2006, n. 128[28] che ha provveduto a riordinare la disciplina relativa alla installazione e all’esercizio degli impianti di riempimento travaso e deposito di GPL, nonché all’esercizio dell’attività di distribuzione e vendita del GPL in recipenti[29], in attuazione di una delegaconferita al Governo dal comma 52, art. 1, della legge di riordino del settore energetico (L. 239 del 2004).

 

In particolare l’articolo in commento al comma 1 aggiunge al citato D.Lgs. 128 il nuovo comma 16-bis che interviene in materia di contratti che regolano le condizioni di fornitura del GPL in serbatoi per uso civile, industriale o agricolo, prevedendo modalità alternative di offerta degli stessi.

 

Si segnala che in materia di contratti regolanti le condizioni di fornitura del GPL è intervenuto anche l’articolo 10 del D.Lgs. 32/98 di cui l’articolo 6 in esame dispone la soppressione (cfr. commento al comma 2).

In precedenza la questione era stata affrontata anche dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato che sulla base di una indagine conoscitiva sul mercato della distribuzione di GPL per uso domestico (avviata nel 1993 e conclusasi nel 1995), aveva accertato l'alto grado di diffusione della prassi contrattuale consistente nell'adozione di un contratto di fornitura di GPL in esclusiva e di durata pluriennale, abbinato alla cessione in comodato del serbatoio.

In particolare nel testo dell'indagine si evidenziava la prevalenza nel nostro paese, a differenza degli altri paesi europei in cui sussistono distinte tipologie contrattuali, di una prassi adottata dalla maggior parte delle imprese di distribuzione che prevede:

a) un contratto di fornitura pluriennale (da tre a cinque anni) con clausola di esclusiva a favore del distributore;

b) un contratto di cessione in comodato del serbatoio;

c) la facoltà di modifica del prezzo da parte del distributore, in relazione a variazioni di costo della materia prima, degli oneri fiscali e dei costi di lavorazione e di manutenzione;

d) l'obbligo per il cliente di acquisto di un quantitativo minimo annuo di prodotto;

e) il rimborso al distributore delle spese di rimozione del serbatoio in caso di risoluzione del contratto da parte del cliente.

L'indagine svolta dall'Autorità garante, oltre a sottolineare gli effetti restrittivi della concorrenza nel mercato della distribuzione di GPL, derivante dall'adozione del predetto modello contrattuale, confermava la particolarità dell'esperienza italiana e, di conseguenza, riteneva opportuno indicare, anche alla luce delle esperienze straniere, alcune modalità contrattuali in alternativa a quella predominante nel nostro paese.

 

Le modalità alternative di offerta previste nei contratti di fornitura di GPL in serbatoi ai sensi del nuovo articolo 16-bis - che è stato riformulato - sono le seguenti: acquisto, locazione e comodato.

I contratti non possono, comunque, prevedere l'obbligo per gli utenti di acquisto del GPL in quantità predeterminata contrattualmente.

I contratti devono consentire agli utenti l’esercizio – al momento della loro scadenza - della facoltà di modificare l'opzione inizialmente prescelta. Gli utenti potranno, inoltre, acquisire in locazione o riscattare il serbatoio alle merdesime condizioni indicate alla stipula del contratto e secondo parametri massimi che dovranno essere stabiliti dall’Autorità pe l’energia elettrica e il gas (AEEG) entro il termine di novanta giorni dall’entrata in vigore delle presenti disposizioni (comma 2).

Le condizioni di fornitura di GPL non possono superare la durata di un anno e non possono, inoltre, prevedere l'acquisto del prodotto in regime di esclusiva, qualora l'utente intenda acquistare il serbatoio (comma 3).

I contratti di fornitura non possono, invece, superare la durata di due anni, qualora l'utente scelga la locazione o il comodato del serbatoio. Inoltre devono predeterminare il prezzo - o i criteri della relativa quantificazione - in caso di acquisto o di locazione del serbatoio, nonché le modalità di acquisto del prodotto. In caso di locazione resta fermo il divieto di regime di esclusiva (comma 4).

A meno di una disdetta, che comunque deve essere comunicata almeno trenta giorni prima della scadenza, il contratto di fornitura del GPL in caso di di locazione o di comodato, viene rinnovato tacitamente per la stessa durata.Alla scadenza del contratto a seguito di disdetta la ditta proprietaria del serbatoio concesso in locazione o in comodato d'uso ha il diritto o, su richiesta, l’obbligo, di rimuoverlo a proprie spese (comma 5).

Qualora l'utente opti per l'acquisto o la locazione del serbatoio le disposizioni di cui ai commi 7 e 8 dell'articolo 18 del decreto legislativo n.128/06non si applicano (comma 6).

Le richiamate disposizioni riguardano le sanzioni irrogate in caso di travaso di GPL in serbatoi concessi in comodato o in locazione senza autorizzazione del proprietario (comma 7) o di autorizzazione al travaso da parte del comodatario o locatario (comma 8).

 

Sempre in caso di locazione o comodato del serbatoio, i servizi di installazione e relativa manutenzione spettano alle aziende distributrici che sono tenute a provvedervi nei tempi indicati nella normativa tecnica di riferimento e rilasciando apposita certificazione, ai sensi del DPR 6 giugno 2001, n. 380 (testo unco delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia). Per le aziende che riforniscono serbatoi privi della predetta certificazione o con certificazione scaduta sono previste sanzioni amministrative che vanno da 10.0000 a 50.000 euro. La medesima certificazione viene richiesta ad uno dei soggetti previsti dal citato testo unico n. 380 del 2001 da parte dell’utente anche in caso di acquisto del serbatoio (comma 7).

La certificazione cui la norma fa riferimento disposizione sembra essere la dichiarazione di conformità dell’impianto prevista dall’art. 113 del DPR n. 380/2001 (t.u. dell’edilizia).

L’art. 107 del medesimo DPR, infatti, assoggetta alle norme del Capo V della Parte II del DPR n. 380 (artt. 107-121), tra gli altri, anche “gli impianti per il trasporto e l'utilizzazione di gas allo stato liquido o aeriforme all'interno degli edifici a partire dal punto di consegna del combustibile gassoso fornito dall'ente distributore” (lettera e).

Si ricorda, tuttavia, che l’entrata in vigore del citato Capo V, ai sensi di quanto disposto dall’art. 3, comma 1, del D.L. n. 300/2006 (convertito dalla L. 26 febbraio 2007, n. 17) è stata differita “fino alla data di entrata in vigore del regolamento recante norme sulla sicurezza degli impianti, di cui all'articolo 11-quaterdecies, comma 13, lettera a), del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203, … e, comunque, non oltre il 31 dicembre 2007” e che, dall’entrata in vigore del citato regolamento, saranno abrogati – tra gli altri - sia la normativa attualmente vigente (recata dalla legge n. 46/1990), sia gli articoli da 107 a 121 del citato DPR n. 380.

 

Per ragioni di chiarezza, sarebbe opportuno esplicitare la disposizione del T.U. sull’edilizia che contempla la certificazione cui fa riferimento la norma in commento.

 

E’ prevista, infine, la nullità - ai sensi dell'articolo 1419 del codice civile[30] - delleclausole contrattuali in contrasto con le disposizioni del nuovo articolo 16-bis. Laditta fornitrice, può tuttavia, adeguare il contratto in essere entro il termine di centottanta giorni dalla data di entrata in vigore del citato articolo (comma 8).

 

Il comma 2 dell’articolo 6 in esame dispone, infine, con decorrenza dall’entrata in vigore del presente provvedimento, l’abrogazione dell’art. 10 del D.Lgs. 32/98. Sono fatti salvi gli effetti prodotti dal citato articolo.

Si ricorda che l’art. 10 del D.Lgs. 11 febbraio 1998, n. 32 (Conferimento di funzioni e compiti amministrativi a regioni e enti locali, ai sensi dell’art. 1 della L. 59/97) al comma 1 - oltre a prevedere modalità alternative di offerta dei serbatoi consentendo di scegliere tra acquisto e disponibilità degli stessi - vieta la prassi contrattuale della cessione dei serbatoi in comodato d’uso collegata alla clausola che prevede l'obbligo di acquisto del GPL in esclusiva o in quantità predeterminata dal comodatario o da terzi. La disposizione stabilisce anche che, con decorrenza 1° aprile 1998, siano risolti di diritto tutti i contratti stipulati in difformità antecedentemente all'entrata in vigore del D.Lgs. Inoltre, a partire dalla stessa data a comodante viene riconosciuta la facoltà di richiedere l'immediata restituzione dei serbatoi con spese di rimozione a suo carico. Qualsiasi contratto che in merito disponga diversamente è ritenuto nullo.

Documentazione predisposta dall’Ufficio RUE

Procedure di contenzioso

Il 12 dicembre 2006la Commissione europea ha inviato all’Italia due pareri motivati, nei quali si contesta l’inadeguato recepimento delle direttive comunitarie nel settore dell'energia.

Il parere motivato rappresenta la seconda e ultima fase della procedura d’infrazione, prima che la Commissione europea proceda al deferimento formale dello Stato membro davanti alla Corte di giustizia, affinché accerti la sussistenza di una violazione del diritto comunitario, secondo quanto previsto dall’art. 226 del Trattato che istituisce la Comunità europea (TCE).

Il primo parere motivato riguarda l’inadeguato recepimento della direttiva 2003/54/CE sulla liberalizzazione del mercato dell'energia elettrica (procedura n. 2006/2057).

In particolare, i rilievi mossi dalla Commissione riguardano il mancato corretto recepimento:

-          dell’articolo 3, paragrafo 6, della direttiva, che contiene disposizioni sul diritto dei consumatori di essere informati circa l’origine dell’elettricità che consumano;

-          degli articoli 20, paragrafo 1, e 9, lettera e), che impongono l’obbligo di rendere accessibile al mercato, su base non discriminatoria, l’intera capacità di interconnessione della rete di trasmissione;

-          dell’articolo 15, paragrafo 2, che detta specifiche disposizioni in tema di indipendenza del gestore del sistema nazionale in relazione alla gestione, alla manutenzione ed allo sviluppo della rete;

-          dell’articolo 3, paragrafo 9, che riguarda l’obbligo per gli Stati membri di trasmettere alla Commissione informazioni relative a tutte le misure adottate per adempiere agli obblighi di servizio pubblico;

-          dell’articolo 3, paragrafo 1,  in quanto le disposizioni attualmente vigenti in Italia[31] impongono ai distributori locali l’obbligo di fornire elettricità a prezzo regolato ai clienti che già dal luglio 2004 potevano scegliere liberamente il loro fornitore (clienti non domestici).

La direttiva figurava nell’allegato B della Legge comunitaria 2004[32].

Il secondo parere motivato contesta l’inadeguato recepimento della direttiva 2003/55/CE riguardante la liberalizzazione del mercato del gas (procedura n. 2006/2068).

In particolare, la Commissione contesta il mancato recepimento degli articoli 9, paragrafo 2, e 13, paragrafo 2, della direttiva in questione, contenenti disposizioni per la separazione dei sistemi di trasporto e distribuzione: specificamente si contestano le norme sull’indipendenza del gestore della rete rispetto alla gestione, alla manutenzione ed allo sviluppo della rete. Si rileva, inoltre, che l’Italia ha omesso di notificare alla Commissione gli obblighi relativi al servizio pubblico, come prescritto dall’articolo 3, paragrafo 6, della stessa direttiva.

La direttiva figurava nell’allegato B della Legge comunitaria 2004[33].

 

Il 12 dicembre 2006 la Commissione ha inviato all’Italia un parere motivato, a norma dell’articolo 226 TCE (procedura d’infrazione 2005/4604), in riferimento all’interdizione di attività multidisciplinari nel settore dell’energia, prevista dalla normativa relativa al riordino del settore energetico. La Commissione ritiene, infatti, che tali disposizioni siano contrarie agli articoli 43 e 49 TCE che tutelano la libertà di stabilimento e la libera prestazione dei servizi.

In particolare, la Commissione pone la sua attenzione sulla disposizione contenuta all’articolo 1, comma 34, della legge n. 239 del 23 agosto 2004, che elimina per gli operatori attivi in Italia, nel settore della distribuzione dell’energia elettrica e del gas naturale, la possibilità di svolgere determinate attività, definite “postcontatore”. Tale disposizione si applica non solo agli operatori attivi nel settore della distribuzione, ma anche alle società collegate a o detenute da tali operatori.

La Commissione ha inviato all’Italia una prima richiesta di chiarimenti il 5 luglio 2005. La Rappresentanza permanente d’Italia presso l’Unione europea, il 30 agosto 2005, ha risposto trasmettendo una copia della circolare interpretativa n. 7333 del 28 aprile 2005 del Ministero delle Attività produttive, secondo la quale le attività “postcontatore”  consistono “nell’installazione, verifica e manutenzione degli impianti a valle del contatore installato al punto di consegna all’utente finale”.

Poiché, ad avviso della Commissione, quanto previsto dall’art. 1, co. 34, l. n. 239/04 configurerebbe, in pratica, un divieto applicabile a tutti i servizi forniti all’interno degli edifici e delle abitazioni riguardanti gli impianti elettrici e le tubature del gas, essa ritiene che tali disposizioni costituiscano una restrizione della libertà di stabilimento e della libera prestazione dei servizi, contemplate dagli articoli 43 e 49 del TCE. Le previsioni della legge n. 239, infatti, possono avere un effetto dissuasivo nei confronti dei fornitori di servizi stabiliti in altri Stati membri, che sarebbero tenuti, qualora volessero inserirsi nel mercato italiano delle attività di distribuzione di energia elettrica o di gas, a rinunciare ad una parte delle loro attività e obbligati a modificare l’organizzazione della loro impresa solo in Italia. Tale visione della Commissione troverebbe conferma nella giurisprudenza della Corte di giustizia in materia di libertà di stabilimento e in materia di libera prestazione di servizi[34].

A tale proposito si veda anche, nel presente dossier, il paragrafo “procedure di contenzioso” relativo all’articolo 1.

 

 

 


Articolo 7
Interpretazione autentica dell'articolo 22 del R.D. 23 agosto 1890 n. 7088, e adeguamenti normativi a tutela dei clienti finali direttamente connessi alle reti di trasporto di gas naturale

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

Art. 7.

(Interpretazione autentica dell'articolo 22 del R.D. 23 agosto 1890 n. 7088, e adeguamenti normativi a tutela dei clienti finali direttamente connessi alle reti di trasporto di gas naturale).

 

      1. L'articolo 22 del regio decreto 23 agosto 1890, n. 7088, recante disposizioni sui misuratori di gas, deve intendersi nel senso che i sistemi di misura per le immissioni e le esportazioni di gas attraverso la rete nazionale di trasporto del gas naturale, per l'interconnessione dei gasdotti appartenenti alla rete nazionale e regionale di trasporto, alle reti di distribuzione, nonché agli stoccaggi di gas naturale, non sono soggetti ad approvazione di modello. Il livello di tutela previsto dalle norme di materia di controllo metrologico resta assicurato, a tutti gli effetti di legge, mediante la realizzazione e la gestione degli stessi sistemi di misura secondo le modalità stabilite nei codici approvati dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas ai sensi del decreto legislativo 23 maggio 2000, n. 164, che indicano altresì i soggetti incaricati del controllo.

 

      2. Al fine di assicurare la tutela dei clienti finali direttamente connessi alla rete nazionale e regionale di trasporto del gas naturale, il Ministero dello sviluppo economico, sentita l'Autorità per l'energia elettrica e il gas, con uno o più decreti, da emanare entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, aggiorna i criteri per l'esecuzione dei controlli metrologici legali su sistemi di misura dei punti di riconsegna del gas naturale agli stessi clienti finali. I sistemi di misura in funzione alla data di entrata in vigore della presente legge sono adeguati alle disposizioni in materia di metrologia legale entro il termine di cinque anni dalla stessa data.

 

 

L’articolo 7, introdotto dalla Commissione, dispone in merito ai controlli metrologici sui sistemi di misura utilizzati nei processi di trasporto e riconsegna del gas naturale.

 

Il comma 1 reca un’interpretazione autentica dell’articolo 22 del regio decreto 23 agosto 1890, n. 7088, recante disposizioni sui misuratori di gas.

Tale articolo, secondo la presente norma, deve intendersi nel senso che i sistemi di misura per le immissioni e le esportazioni di gas attraverso la rete nazionale di trasporto del gas naturale[35], per l’interconnessione dei gasdotti appartenenti alla rete nazionale e regionale di trasporto, alle reti di distribuzione, nonché agli stoccaggi di gas naturale, non sono soggetti ad approvazione di modello.

Si ricorda che l’articolo 22 del regio decreto 23 agosto 1890, n. 7088, dispone che i misuratori di gas, fatto salvo quanto previsto dal DPR 12 agosto 1982, n. 798[36], siano soggetti alla verificazione ogni qualvolta siano posti in commercio o riparati o rimossi dal luogo ove agiscono.

Tale articolo è stato modificato dall'art. 2 della legge 29 luglio 1991, n. 236. La lett. e) del comma 3, riguardante i controlli sugli strumenti prodotti nei paesi appartenenti all'Unione europea, è stata da ultimo sostituita dall'art. 9, legge 11 maggio 1999, n. 140, recante "Norme in materia di attività produttive", al fine di superare i rilievi mossi dalla Commissione europea che aveva avviato in proposito un procedimento di infrazione alle norme comunitarie in materia di libera circolazione delle merci (n. 96/2253).

In attuazione di quanto previsto dal richiamato articolo 22 del R.D. è stato emanato il D.M. 28 marzo 2000, n. 179.

Si segnala che il citato DPR n. 798/1982 ha provveduto all’istituzione (e relativa disciplina) del controllo comunitario degli strumenti di misura articolato in due istituti: a) approvazione CEE del modello; b) "verificazione prima" CEE. Al controllo possono essere sottoposti gli strumenti compresi in categorie per le quali siano state emanate specifiche direttive recepite nel nostro ordinamento.

A causa della notevole stratificazione normativa in materia di metrologia legale, per un’esigenza di chiarezza sarebbe forse opportuno specificare gli estremi normativi di riferimento dell’”approvazione di modello” a cui fa riferimento l’interpretazione autentica recata dal comma 1.

Il livello di tutela previsto dalle norme di materia di controllo metrologico resta assicurato, a tutti gli effetti di legge, mediante la realizzazione e la gestione degli stessi sistemi di misura secondo le modalità stabilite nei codici approvati dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas ai sensi del decreto legislativo 23 maggio 2000, n. 164[37], che indicano altresì i soggetti incaricati del controllo.

Si ricorda che l’articolo 12, comma 7, e l’articolo 24, comma 5, del D.Lgs n. 164/2000 dispongono che spetti all'Autorità per l'energia e il gas fissare, con propria delibera, i criteri e le priorità di accesso al fine di garantire a tutti gli utenti libertà di accesso, imparzialità e neutralità del servizio di stoccaggio di trasporto e dispacciamento.

Si segnala inoltre che l’AEEG ha emanato un documento di consultazione[38] in cui illustra criteri e proposte al fine della formazione di provvedimenti per la regolazione del servizio di misura del trasporto gas e per la definizione del corrispettivo di misura.

Il comma 2 prevede che, al fine di assicurare la tutela dei clienti finali direttamente connessi alla rete nazionale e regionale di trasporto del gas naturale, il Ministero dello sviluppo economico, sentita l’Autorità per l’energia elettrica e il gas, provveda all’aggiornamento dei criteri per l’esecuzione dei controlli metrologici legali su sistemi di misura dei punti di riconsegna del gas naturale agli stessi clienti finali, tramite uno o più decreti, da emanare entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge.

I sistemi di misura in funzione alla data di entrata in vigore della presente legge sono adeguati alle disposizioni in materia di metrologia legale entro il termine di cinque anni dalla stessa data.

Si segnala in proposito che di recente è stato emanato il D.Lgs. n. 22 del 2 febbraio 2007 di attuazione della direttiva 2004/22/CE (cd. “direttiva MID[39]) relativa agli strumenti di misura. Tale decreto legislativo dispone l’abrogazione dei decreti di recepimento di 17 delle direttive precedentemente disciplinanti il settore metrologico a livello comunitario (che vengono sostituite dalla citata direttiva 2004/22/CE), nonché delle disposizioni  contenute nel testo unico delle leggi metriche[40] che risultino in contrasto i o incompatibili con la nuova disciplina.

Tale provvedimento disciplina dieci differenti categorie di strumenti di misura da sottoporre ai controlli metrologici legali per garantire, da un lato, la lealtà delle transazioni commerciali, la tutela dei consumatori e la salute pubblica, e dall'altro, la libera circolazione di detti strumenti in ambito comunitario. Esso si applica, ai dispositivi e ai sistemi con funzioni di misura definiti agli “allegati specifici”, tra cui l’allegato MI-002, relativo ai i contatori del gas[41] e i dispositivi di conversione[42] del volume.

 

Si osserva che andrebbe verificata l’assenza di profili di incompatibilità tra la normativa proposta e quanto disposto dal citato decreto legislativo di recepimento della direttiva comunitaria MID.

Documentazione predisposta dall’Ufficio RUE

Si veda, nel presente dossier, il paragrafo “procedure di contenzioso” relativo all’articolo 6.

 


Articolo 8
Verifica della liberalizzazione dei servizi a terra negli aeroporti civili

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

Art. 5.

(Verifica della liberalizzazione dei servizi a terra negli aeroporti civili).

Art. 8.

(Verifica della liberalizzazione dei servizi a terra negli aeroporti civili).

      1. Il Ministero dei trasporti, entro il termine di sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, verifica il grado di liberalizzazione dei servizi a terra negli aeroporti civili.

      2. Nel caso in cui il grado di concorrenza nel mercato dei servizi aeroportuali a terra risulti insufficiente, il Ministero dei trasporti individua le misure e i correttivi concreti che possono realizzare un'effettiva liberalizzazione nel settore. Fatti salvi i poteri ispettivi e sanzionatori delle amministrazioni indipendenti preposte alla vigilanza del mercato, il medesimo Ministero adotta i provvedimenti volti a garantire un'effettiva concorrenzialità del mercato, eventualmente disponendo che gli enti gestori degli aeroporti indìcano procedure di evidenza pubblica, liberino infrastrutture aeroportuali per metterle a disposizione degli operatori, compatibilmente con le esigenze di sicurezza del trasporto aereo, e destinino una parte dei loro ricavi al finanziamento delle strutture di accesso all'aeroporto e delle infrastrutture di assistenza a terra (handling).

      1. Il Ministro dei trasporti, ogni sei mesi presenta al Parlamento una relazione sul grado di liberalizzazione dei servizi a terra negli aeroporti civili, con particolare riferimento:

 

          a) al mercato dei servizi aeroportuali a terra;

 

          b) ai rapporti fra scali aeroportuali, trasporti intermodali, infrastrutture di trasporto e territorio;

 

          c) alle misure ed ai correttivi concreti adottati per un'effettiva liberalizzazione nel settore;

 

          d) agli ulteriori eventuali provvedimenti volti a garantire un'effettiva concorrenzialità del mercato.

 

 

 

L’articolo 8 è volto a promuovere l'effettiva liberalizzazione dei servizi di assistenza a terra negli aeroporti civili nazionali. La formulazione originaria assegnava il compito di monitorare (nei sei mesi successivi l’entrata in vigore della legge) il grado di apertura di tali mercati al Ministero dei trasporti attribuendogli, salvi i poteri ispettivi e sanzionatori delle amministrazioni indipendenti, la facoltà di porre in atto misure e correttivi per indurre i gestori a garantire l’effettiva liberalizzazione del settore.

Nel testo modificato dalla Commissione è stato eliminato il riferimento ai provvedimenti adottabili, a tutela dalla concorrenza, dal Ministro dei trasporti nei confronti dei gestori aeroportuali. Si prevede ora soltanto l’obbligo, per lo stesso Ministro, di presentare semestralmente al Parlamento una relazione sul grado di liberalizzazione dei servizi a terra negli aeroporti civili, con specifico riferimento:

 

-      al mercato dei servizi aeroportuali a terra;

-      ai rapporti fra scali aeroportuali, trasporti intermodali, infrastrutture di trasporto e territorio;

-      -alle misure ed ai correttivi concreti adottati per un'effettiva liberalizzazione nel settore;

-      agli ulteriori eventuali provvedimenti volti a garantire un'effettiva concorrenzialità del mercato

La liberalizzazione dei servizi di assistenza a terra negli aeroporti è stata avviata con il D.Lgs. 13 gennaio 1999, n. 18, che ha dato attuazione alla direttiva 96/67/CE del Consiglio del 15 ottobre 1996, relativa all’accesso al mercato dell’assistenza a terra negli aeroporti della Comunità.

Il decreto legislativo si applica - ai sensi dell’articolo 1 - ai seguenti servizi, elencati in apposito allegato:

-       assistenza amministrativa a terra;

-       assistenza passeggeri;

-       assistenza bagagli;

-       assistenza merci e posta;

-       assistenza operazioni in pista;

-       assistenza pulizia dell’aereo e servizi di scalo;

-       assistenza carburante e olio;

-       assistenza manutenzione dell’aereo;

-       assistenza operazioni aeree e gestione equipaggi;

-       assistenza trasporto a terra;

-       assistenza catering.

L’ente di gestione assicura agli utenti la presenza in aeroporto dei necessari servizi di assistenza a terra fornendoli direttamente o coordinando l’attività dei prestatori che forniscono i servizi a favore di terzi o in autoproduzione (art. 3).

Ai prestatori di servizi a terzi è riconosciuto, negli aeroporti che abbiano fatto registrare determinati volumi di traffico, il libero accesso al mercato, salva la facoltà dell’ENAC di limitare l’accesso, comunque a non meno di due prestatori per ciascuna categoria di servizio, per motivate ragioni di sicurezza, capacità dello scalo o spazio disponibile (art. 4, commi 1 e 2). In questo caso la procedura di selezione deve avvenire tramite una gara d’appalto indetta dal gestore. Il principio del libero accesso si applica a condizione che l’aeroporto abbia un traffico annuale pari o superiore a 3 milioni di passeggeri o a 75 mila tonnellate di merci o abbia fatto registrare nei sei mesi antecedenti il 1° aprile e il 1° ottobre di ciascun anno un traffico pari o superiore a 2 milioni di passeggeri o a 50 mila tonnellate di merci. I prestatori devono possedere un capitale sociale pari a un quarto del giro d’affari presumibilmente derivante dall’attività da svolgere e risorse strumentali e capacità organizzative idonee e devono assicurare il rispetto della normativa sul lavoro e un’adeguata copertura assicurativa. A decorrere dal 1° gennaio 2001, almeno uno dei prestatori non deve essere controllato direttamente o indirettamente né dall’ente di gestione né da un vettore che abbia trasportato nell’anno precedente più del 25% dei passeggeri o delle merci registrati nell’aeroporto (art. 4, comma 3).

I servizi di assistenza a terra possono essere altresì effettuati, ai sensi dell’articolo 5 dagli stessi vettori (cd. autoassistenza). Il comma 2, analogamente a quanto previsto per i prestatori dei servizi a terzi, attribuisce all’ENAC, qualora ricorrano i medesimi motivi di sicurezza, capacità dello scalo o spazio disponibile, la facoltà di limitare l’effettuazione dell’autoassistenza, comunque a non meno di due vettori (e anche per loro vige il principio della selezione in base a gara d’appalto), mentre il comma 3 prevede la possibilità da parte dell’ENAC di escludere l’autoassistenza per determinati servizi negli aeroporti con un traffico annuale inferiore a un milione di passeggeri o a 25 mila tonnellate di merci.

L’articolo 9 del decreto prevede che la gestione delle infrastrutture centralizzate, elencate in allegato al decreto[43] possa essere riservata dall’ENAC in via esclusiva al gestore aeroportuale, qualora lo richieda la complessità, il costo o l’impatto ambientale.

Il provvedimento pone inoltre a carico dell’ente di gestione, dei vettori e dei prestatori che forniscono l’assistenza a terra l’obbligo della separazione contabile tra tale attività e le altre che essi esercitano (art. 7), prevede la costituzione presso ciascun aeroporto del Comitato degli utenti con funzioni consultive (art. 8) e attribuisce all’ENAC un generale potere di vigilanza (art. 10).

Sono previste infine misure necessarie per garantire, tra l’altro, la tutela dei diritti dei lavoratori (art. 14) e la tutela dell’ambiente in ambito aeroportuale (art. 15). Le disposizioni del D.Lgs. n. 18/1999 sono estese, in regime di reciprocità, a prestatori di servizi e a vettori (in regime di autoassistenza) non comunitari; in caso di accertata mancanza delle condizioni di reciprocità con un Paese non comunitario, l'ENAC. può sospendere o escludere il prestatore dall'esercizio di tali servizi, dandone comunicazione alla Commissione europea. Nel caso in cui i servizi di assistenza a terra vengano forniti da un unico prestatore, le tariffe devono essere approvate dal Ministero dei trasporti, su proposta dell'ENAC (art. 19).

 

Si segnala che l’AGCM, nell’ambito di una segnalazione al Parlamento e al Governo resa il 29 gennaio 2004 sulle problematiche di carattere concorrenziale relative alla gestione degli scali e delle attività aeroportuali, ha evidenziato come il processo di liberalizzazione avesse incontrato alcuni significativi ostacoli, anche a causa di comportamenti strategici dei gestori, a fronte dei quali non si è registrata una incisiva attività da parte dell’ente di regolazione. L’AGCM ha quindi esplicitato che un primo significativo ostacolo allo sviluppo della concorrenza nel settore è stato determinato da un tardivo e inadeguato utilizzo delle procedure di selezione degli operatori di handling, nei casi di limitazioni all’accesso: infatti, in alcuni importanti aeroporti italiani, quali Roma Fiumicino, Milano Malpensa e Catania, l’ENAC ha limitato l’accesso a nuovi operatori per determinati servizi di handling, come previsto dall’articolo 4, co. 2 del D.Lgs. 18/1999. La norma prevede tuttavia che, in tali circostanze, la selezione dei prestatori deve avvenire tramite una gara d’appalto indetta dal gestore aeroportuale; l’autorità ha invece sottolineato che per Malpensa la gara non risultava ancora bandita, per Catania era stata bandita con grave ritardo rispetto alla data del 1° gennaio 2001, fissata dal D.Lgs come data ultima a partire dalla quale almeno uno dei prestatori non dovesse essere controllato, direttamente o indirettamente, dal gestore; per Roma Fiumicino era stata effettuata portando alla stipula di contratti quadriennali con le imprese selezionate, con mantenimento della limitazione all’accesso di altri operatori almeno per i primi due anni, limitazione che poi era stata prorogata anche agli ulteriori due anni di vigenza dei contratti.

Un ulteriore impedimento alla piena liberalizzazione dei servizi di handling è stato individuato dall’AGCM nei comportamenti ostruzionistici posti in essere da alcuni gestori, poiché da un lato, il gestore stesso potrebbe sfruttare il proprio ruolo di gestore di locali e infrastrutture necessarie all’attività dei fornitori di servizi a terra per ostacolarne l’ingresso nel mercato ed il successivo svolgimento dell’attività; dall’altro, il gestore aeroportuale può valersi della propria consolidata presenza nel mercato dell’handling per tentare di dissuadere i vettori dal servirsi di nuovi operatori.

Un terzo rilevante elemento di ostacolo allo sviluppo della concorrenza nel settore è stato individuato nelle modalità di applicazione della cosiddetta “clausola di protezione sociale” di cui all’articolo 14 del D.Lgs. 18/99, che nella versione originaria imponeva ai nuovi entranti l’onere di assorbire manodopera eccedente. Tuttavia si segnala che a seguito di varie modifiche - da ultimo quella apportata dall’articolo 23 della legge comunitaria per il 2006 (L. 13/2007) - intervenute anche in relazione al parere motivato della Corte di giustizia europea emessonell’ambito di una procedura di infrazione, l’articolo è stato riformulato in modo da sopprimere oneri di assunzione per il personale nuovo entrante[44].

Si segnala inoltre che, nella recente relazione sull’applicazione della direttiva 96/67[45], la Commissione europea ha segnalato che - laddove la società che gestisce l’aeroporto è attiva nel mercato dei servizi di assistenza a terra e quindi direttamente in concorrenza con i prestatori di servizi di assistenza a terra - il gestore aeroportuale, disponendo di una posizione dominante, non consente per un concorrente o per un nuovo handler di conquistare quote di mercato: Nella medesima relazione si legge inoltre che la direttiva non offre strumenti solidi per affrontare la situazione in cui la società di gestione sia contemporaneamente organismo di regolazione, gestore dell’infrastruttura e prestatore di servizi di assistenza a terra e assuma quindi ruoli in conflitto tra di loro.

Documentazione predisposta dall’Ufficio RUE

Procedure di contenzioso

Il 4 aprile 2006la Commissione europea ha inviato all’Italia un parere motivato[46], in base all’articolo 228 del Trattato CE[47], per non aver adottato le misure volte a dare esecuzione alla sentenza (causa C-460/02)della Corte di giustiziadel 9 dicembre 2004, che ha stabilito la non conformità allacitata direttiva 96/67/CE di alcune disposizioni del decreto legislativo 13 gennaio 1999, n. 18, attuativo della direttiva medesima.

Il 21 marzo 2007 la Commissione europea ha deciso di archiviare la procedura di infrazione, in seguito all’adozione dell’articolo 23 della legge 6 febbraio 2007, n. 13 (legge comunitaria per il 2006), che modifica l'articolo 14 del citato decreto legislativo n. 18, proprio al fine di tenere conto della sentenza sopra richiamata.

 

 

 

 


Articolo 9
Trasparenza delle tariffe nel settore trasporti

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

Art. 9.

(Trasparenza delle tariffe nel settore trasporti).

 

      1. All'articolo 3 del decreto-legge 31 gennaio 2007, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 aprile 2007, n. 40, alla rubrica la parola: «aeree» è sostituita dalle seguenti: «di trasporto»; al comma 1 la parola: «aeree» è sostituita dalle seguenti: «di contratti di trasporto» e le parole: «di voli aerei» sono sostituite dalle seguenti: «di servizi di trasporto».

 

 

L’articolo in questione, assente nel testo originario ed inserito integralmente dalla Commissione, apporta modifiche all’art. 3 del decreto-legge 31 gennaio 2007, n. 7, convertito. con modificazioni, dalla legge 2 aprile 2007, n. 40,  recante misure urgenti per la tutela dei consumatori, la promozione della concorrenza, lo sviluppo di attività economiche e la nascita di nuove imprese, allo scopo di estendere le norme ivi contemplate a tutela della trasparenza delle tariffe aeree, all’intero settore dei trasporti.

Si ricorda che l’articolo 3 del citato decreto legge prevede, al fine di favorire la concorrenza e la trasparenza delle tariffe aeree, di garantire ai consumatori un adeguato livello di conoscenza sugli effettivi costi del servizio, nonche' di facilitare il confronto tra le offerte presenti sul mercato, il divieto di offerte e messaggi pubblicitari di voli aerei recanti l'indicazione del prezzo al netto di spese, tasse e altri oneri aggiuntivi, ovvero riferiti a una singola tratta di andata e ritorno, a un numero limitato di titoli di viaggio o a periodi di tempo delimitati o a modalita' di prenotazione, se non chiaramente indicati nell'offerta. Tali messaggi vengono sanzionati secondo la disciplina vigente in materia di pubblicità ingannevole. 

Il testo dell’articolo 9 in esame sostituisce il riferimento alle tariffe per i voli aerei con il riferimento alle tariffe relative ai contratti e servizi di trasporto.


Articolo 10
Misure in materia di trasporto ferroviario

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

Art. 6.

(Misure in materia di trasporto ferroviario).

Art. 10.

(Misure in materia di trasporto ferroviario).

      1. La disciplina del settore del trasporto ferroviario è informata ai seguenti princìpi: separazione fra autorità regolatrice e gestore della rete; efficiente gestione della rete, anche attraverso l'allocazione non discriminatoria della capacità di rete e dei terminali delle merci e dei passeggeri; professionalità e capacità organizzativa degli operatori privati che intendono prestare il servizio di trasporto pubblico di passeggeri e di merci su rotaia e utilizzare le infrastrutture in possesso del gestore, sulla base di contratti di servizio a condizioni uniformi e non discriminatorie; destinazione di quota parte dei proventi dei contratti di servizio relativi all'utilizzo della rete ferroviaria alla manutenzione del materiale rotabile.

      Identico.

      2. Il Ministero dei trasporti avvia, entro un mese dalla data di entrata in vigore della presente legge, un'indagine conoscitiva per l'individuazione delle misure idonee a incentivare l'efficienza del gestore della rete ferroviaria e a garantire l'allocazione non discriminatoria della capacità della rete e dei terminali delle merci e dei passeggeri, nonché sul mercato del materiale rotabile. A seguito dell'indagine conoscitiva, da concludere entro sei mesi dall'avvio, il Ministero dei trasporti adotta i provvedimenti amministrativi necessari a garantire l'effettiva liberalizzazione del settore e ordina al gestore della rete di porre in essere tutti gli atti organizzativi necessari a garantire l'accesso alla rete da parte di soggetti terzi aventi i requisiti imprenditoriali occorrenti e prefissati per lo svolgimento del servizio pubblico di trasporto.

 

      3. Con regolamento emanato mediante decreto del Ministro dei trasporti, da adottare entro il termine di sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono stabiliti i requisiti di ordine generale e di idoneità professionale dei titolari dei contratti di servizio e i requisiti organizzativi minimi che connotano le imprese di trasporto ferroviario. Con il medesimo regolamento sono altresì determinati i requisiti di ordine generale e di idoneità professionale che i componenti degli organi di amministrazione e di gestione devono possedere, quando le imprese esercenti i servizi sono costituite in forma societaria.

 

 

 

L'articolo 10 prevede una serie di misure volte a favorire la prosecuzione del processo di apertura del mercato del trasporto ferroviario avviato in Italia in attuazione di quanto disposto in sede comunitaria.

In particolare il comma 1 prevede una serie di principi cui orientare il processo di liberalizzazione:

 

§     separazione fra autorità regolatrice e gestore della rete;

L’autorità di regolazione è individuata - ai sensi dell’articolo 37 del D.Lgs 188/2003 (vedi infra) - nel Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, o in sue articolazioni (oggi Ministero dei trasporti), cui sono affidati i compiti di vigilanza sulla concorrenza nei mercati dei servizi ferroviari e cui è garantita piena indipendenza sul piano organizzativo, giuridico, decisionale e della strategia finanziaria, sia dall'organismo preposto alla determinazione dei canoni di accesso all'infrastruttura sia dall'organismo preposto all'assegnazione della capacità e dai richiedenti. L’articolo 16, comma 4 del DPR 184/2004 di riorganizzazione del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha istituito l'«Ufficio per la regolazione dei servizi ferroviari» posto alle dirette dipendenze del Ministro.

§     efficiente gestione della rete, anche attraverso l'allocazione non discriminatoria della capacità di rete e dei terminali delle merci e dei passeggeri;

La ripartizione della capacità di rete è già previsto che venga effettuato dal gestore su base equa, trasparente e non discriminatoria e che consenta un utilizzo efficace e ottimale dell'infrastruttura ferroviaria (artt. 22 e 27 del D.Lgs 188/2003); l’articolo 20 comma 2 precisa inoltre che le associazioni internazionali di imprese e le imprese ferroviarie hanno altresì il diritto all'accesso ed all'utilizzo condizioni eque e non discriminatorie, di una serie di impianti, tra cui stazioni passeggeri, strutture ed edifici ad esse annessi e scali e terminali merci.[48] Il comma 4 dispone inoltre che ove il gestore non sia in condizione di fornire alcuni dei servizi di cui al comma 2, provvede, entro un anno dall'entrata in vigore del decreto, ad affidare la gestione dei servizi stessi, con procedure trasparenti nel rispetto della normativa nazionale e comunitaria, a soggetti indipendenti dalle imprese ferroviarie (sul punto, si ricorda la segnalazione AGCM del 07/08/2003, in relazione al citato D.lgs. n. 188/2003).

§     professionalità e capacità organizzativa degli operatori privati che intendono prestare il servizio;

Gli operatori privati che intendono prestare il servizio devono attualmente rispondere a requisiti di onorabilità, capacità finanziaria e competenza professionale. Quanto a quest’ultima essa si sostanzia nella garanzia dell’impresa ferroviaria di disporre o di essere in grado di disporre di un'organizzazione gestionale efficiente; di possedere le conoscenze e l'esperienza necessaria per esercitare un controllo operativo ed una supervisione sicuri ed efficaci relativamente ai servizi ferroviari della tipologia specificata nella licenza; di avere personale responsabile della sicurezza ed in particolare quello addetto alla guida dei convogli pienamente qualificato nel proprio campo di attività; di avere personale, materiale rotabile e organizzazione tali da garantire un alto livello di sicurezza per i servizi ferroviari da espletare.

§     destinazione di una quota parte dei proventi dei contratti di servizio relativi all'utilizzo della rete ferroviaria per la manutenzione del materiale rotabile.

 

Il comma 2 prevede che il Ministero dei trasporti avvii entro un mese dalla data di entrata in vigore della legge e concluda nei successivi sei mesi un’indagine conoscitiva volta da un lato ad individuare misure idonee a incentivare l'efficienza del gestore della rete ferroviaria e a garantire l'allocazione non discriminatoria della capacità della rete e dei terminali delle merci e dei passeggeri, dall’altro ad acquisire elementi sul mercato del materiale rotabile. La relazione illustrativa precisa che tale obbligo è affidato al Ministero dei trasporti nelle more della costituzione dell’Autorità per i servizi e le infrastrutture di trasporto (di cui al disegno di legge AS 1366, in corso di esame al Senato). A seguito della conclusione dell’indagine il Ministero dei trasporti deve adottare i provvedimenti amministrativi necessari a garantire l'effettiva liberalizzazione del settore, ordinando al gestore della rete di porre in essere tutti gli atti organizzativi necessari a garantire l'accesso alla rete da parte di soggetti terzi, che rispondano ai requisiti imprenditoriali necessari per lo svolgimento del servizio pubblico di trasporto (dettati dal comma 3).

La relazione precisa che in particolare devono essere individuati tramite l’indagine gli eventuali ostacoli, normativi o derivanti dall'attuale assetto societario della «filiera» ferroviaria o, ancora, dal comportamento dei soggetti operanti nel settore, che si frappongono al dispiegamento della concorrenza nell'ambito del trasporto passeggeri di media e di lunga percorrenza, nonché al corretto ed efficace espletamento delle gare nel settore del trasporto dei passeggeri in ambito regionale.

Il comma 3 prevede quindi che con regolamento emanato mediante decreto del Ministro dei trasporti, da adottare entro di sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge, siano stabiliti:

-   i requisiti di ordine generale e di idoneità professionale dei titolari dei contratti di servizio;

    i requisiti organizzativi minimi che connotano le imprese di trasporto ferroviario;

-   i requisiti di ordine generale e di idoneità professionale che i componenti degli organi di amministrazione e di gestione devono possedere, quando le imprese esercenti i servizi sono costituite in forma societaria

 

In relazione ai principi contenuti nel comma 1 della disposizione in esame si può osservare quanto segue:

-      l’autorità di regolazione è, come detto, individuata nel Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, o in sue articolazioni (oggi Ministero dei trasporti), ai sensi dell’articolo 37 del D.Lgs. 188/2003, cui sono affidati i compiti di vigilanza sulla concorrenza nei mercati dei servizi ferroviari e cui è garantita piena indipendenza sul piano organizzativo, giuridico, decisionale e della strategia finanziaria, sia dall'organismo preposto alla determinazione dei canoni di accesso all'infrastruttura sia dall'organismo preposto all'assegnazione della capacità e dai richiedenti. L’articolo 16, comma 4 del DPR 184/2004 di riorganizzazione del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha istituito l'«Ufficio per la regolazione dei servizi ferroviari», posto alle dirette dipendenze del Ministro.

-      è già attualmente previsto che la ripartizione della capacità di rete venga effettuata dal gestore su base equa, trasparente e non discriminatoria e che consenta un utilizzo efficace e ottimale dell'infrastruttura ferroviaria (artt. 22 e 27 del D.Lgs. 188/2003);

-      gli operatori privati che intendono prestare il servizio devono attualmente rispondere a requisiti di onorabilità, capacità finanziaria e competenza professionale. Quanto a quest’ultima essa si sostanzia nella garanzia dell’impresa ferroviaria di disporre o di essere in grado di disporre di un'organizzazione gestionale efficiente; di possedere le conoscenze e l'esperienza necessaria per esercitare un controllo operativo ed una supervisione sicuri ed efficaci relativamente ai servizi ferroviari della tipologia specificata nella licenza; di avere personale responsabile della sicurezza ed in particolare quello addetto alla guida dei convogli pienamente qualificato nel proprio campo di attività; di avere personale, materiale rotabile e organizzazione tali da garantire un alto livello di sicurezza per i servizi ferroviari da espletare.

Documentazione predisposta dall’Ufficio RUE

Procedure di contenzioso

Il 21 marzo 2007 la Commissione ha presentato un ricorso[49] alla Corte di giustizia contro l’Italia per non aver comunicato le misure di recepimento della direttiva 2004/49/CE,relativa alla sicurezza delle ferrovie comunitarie e recante modifica della direttiva 95/18/CE relativa alle licenze delle imprese ferroviarie, e della direttiva 2001/14/CE relativa alla ripartizione della capacità di infrastruttura ferroviaria, all’imposizione dei diritti per l’utilizzo dell’infrastruttura ferroviaria e alla certificazione di sicurezza.

Il termine per il recepimento della direttiva era il 30 aprile 2006.

La direttiva figurava nell’allegato B alla legge 25 gennaio 2006, n. 29 (legge comunitaria per il 2005).

 

Nella stessa data la Commissione ha presentato un ricorso[50] alla Corte di giustizia contro l'Italia per non avere comunicato le misure di recepimento della direttiva 2004/50/CE, che modifica la direttiva 96/48/CE relativa all'interoperabilità del sistema ferroviario transeuropeo ad alta velocità e la direttiva 2001/16/CE relativa all'interoperabilità del sistema ferroviario transeuropeo convenzionale.

Il termine per il recepimento della direttiva era il 30 aprile 2006.

Anche questa direttiva figurava nell’allegato B alla legge 25 gennaio 2006, n. 29.

 

 


Articolo 11
Misure in materia di trasporto innovativo

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

Art. 7.

(Misure in materia di trasporto innovativo).

Art. 11.

(Misure in materia di trasporto innovativo).

      1. Al fine della tutela della concorrenza, ai sensi dell'articolo 117, secondo comma, lettera e), della Costituzione, e allo scopo di promuovere la funzionale crescita e l'innovazione del settore del trasporto locale, il rilascio di licenze e di autorizzazioni per la prestazione di servizi di trasporto pubblico locale innovativo non è soggetto a limitazione numerica. Per trasporto pubblico locale innovativo si intendono i servizi quali uso multiplo, condivisione dei veicoli, trasporto ecologico e trasporto per categorie disagiate.

      1. Gli enti locali, ai fini dell'articolo 117, secondo comma, lettera e), della Costituzione, e allo scopo di promuovere la funzionale crescita e l'innovazione del settore del trasporto locale, possono prevedere il rilascio di autorizzazioni in favore dei soggetti individuati alle lettere d) ed e) del comma 1 dell'articolo 6 del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, e delle aziende che esercitano trasporto pubblico per prestazione di servizi di trasporto innovativo. Per trasporto pubblico locale innovativo si intende la diffusione di servizi collettivi e condivisi diretti a specifiche categorie d'utenti, con obblighi di servizio e tariffe differenziate. I comuni devono favorire: l'alternativa all'automobile con l'utilizzo di mezzi pubblici ecologici, la sostituzione, con incentivi, dei veicoli per servizio ad uso multiplo con mezzi ecologici, il trasporto per categorie disagiate, la condivisione dei veicoli ecologici.

      2. I comuni favoriscono la diffusione del trasporto pubblico locale innovativo mediante l'incentivazione dei servizi di cui al comma 1.

      2. I comuni favoriscono la diffusione del trasporto pubblico locale innovativo mediante l'incentivazione dei servizi di cui al comma 1 attraverso l'utilizzo di veicoli ecologici.

      3. Entro quaranta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Ministro dei trasporti stabilisce con proprio decreto i requisiti di ordine generale e di idoneità professionale cui devono rispondere i prestatori dei servizi di trasporto pubblico locale innovativo, sia quali imprenditori individuali sia in forma societaria o consorziata.

      3. Entro quaranta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Ministro dei trasporti con proprio decreto, da emanare previa intesa in sede di Conferenza unificata ai sensi dell'articolo 3 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, individua le specifiche categorie di utenti alle quali si rivolgono i servizi di trasporto innovativo e fissa i requisiti di ordine generale e di idoneità professionale cui devono rispondere i prestatori dei servizi medesimi.

      4. I comuni predispongono una carta dei servizi di trasporto pubblico locale innovativo concernente le prestazioni dei servizi di cui al comma 1 e recante, tra l'altro, la disciplina tecnica relativa:

      4. I comuni, sentite le associazioni di rappresentanza degli utenti e degli operatori del settore, predispongono una carta dei servizi dei trasporti innovativi, concernente le prestazioni dei servizi di cui al comma 1 e recante, tra l'altro, la disciplina tecnica relativa:

          a) all'elencazione dei servizi offerti e alle relative formule di pagamento e abbonamento;

          a) all'elencazione dei servizi offerti, alle specifiche categorie di utenza alle quali si rivolgono ed alla tipologia dei veicoli da utilizzare;

          b) ai livelli minimi del servizio offerto, con particolare riferimento a fasce orarie di prestazione e a frequenza dei trasporti;

          b) agli obblighi di servizio, all'individuazione di tariffe differenziate per l'utenza con particolare riferimento a fasce orarie di prestazione e alle relative formule di pagamento e abbonamento;

          c) alle modalità di prenotazione del servizio, di raccolta e di smistamento delle richieste mediante centralini telefonici, rete internet e telefonia mobile;

          c) alle modalità di prenotazione del servizio, di raccolta e smistamento delle richieste mediante call center, rete internet e telefonia mobile;

          d) alle modalità di rendicontazione e di fatturazione del servizio;

          d) identica;

          e) ad ogni altro elemento ritenuto utile per il miglioramento dei livelli qualitativi del servizio.

          e) identica;

 

          f) alle condizioni contrattuali, quali orario di lavoro, compenso minimo, competenze, che devono avere i conducenti dei mezzi.

      5. I prestatori del servizio di trasporto pubblico locale innovativo sono tenuti all'osservanza delle prescrizioni adottate dal comune nella carta dei servizi di trasporto pubblico locale innovativo di cui al comma 4 e, nel caso di violazione delle prescrizioni stesse, sono tenuti a corrispondere un indennizzo a favore dei fruitori del servizio, nella misura stabilita dal comune con la medesima carta.

      5. I prestatori del servizio di trasporto pubblico locale innovativo sono tenuti all'osservanza delle prescrizioni adottate dal comune nella carta dei servizi di trasporto pubblico locale innovativo di cui al comma 4. Nel caso di violazione delle prescrizioni stesse, gli enti locali possono prevedere sanzioni amministrative che vanno dalla semplice sanzione pecuniaria alla revoca dell'autorizzazione.

      6. L'adozione delle misure di cui ai commi 2 e 4 del presente articolo costituisce titolo preferenziale per i comuni ai fini dell'accesso ai finanziamenti di cui all'articolo 1, commi 1031 e 1032, della legge 27 dicembre 2006, n. 296.

      6. Identico.

 

 

L’articolo in questione interviene in materia di trasporto pubblico locale, allo scopo, già esplicito nell’originaria formulazione, di promuoverne l’apertura alla concorrenza, la crescita, l’innovazione. L’articolo è inteso in particolare a promuovere la diffusione del trasporto pubblico locale innovativo.

 

Si intende genericamente per trasporto innovativo il trasporto:

§         sicuro,

§         ecologico,

§         economico,

§         silenzioso.

Si tratta di un nuovo sistema di trasporti, alternativo all’attuale - inquinante, congestionato, poco sicuro - che sappia garantire un elevato livello di mobilità a cittadini e imprese, consumi energetici ridotti e basso impatto ambientale.

Il decreto 22 dicembre 2000 - Finanziamento ai Comuni per la realizzazione di politiche radicali ed interventi integrati per la mobilità sostenibile nelle aeree urbane – offre una definizione di sistema di trasporto collettivo innovativo quale “servizio di trasporto flessibile, integrativo e complementare al servizio di trasporto pubblico locale che utilizza strumenti telematici per l’ottimizzazione dei percorsi, la prenotazione del servizio e la gestione del sistema informativo ed operativo, offerto a un prezzo inferiore a quello di un taxi tradizionale.”

 

Nella formulazione originaria per trasporto pubblico locale innovativo si intendevano servizi quali uso multiplo, condivisione dei veicoli, trasporto ecologico e trasporto di categorie disagiate. Per la prestazione di tali servizi venivano escluse limitazioni numeriche al rilascio di licenze e di autorizzazioni.

Il testo modificato offre una nozione generale di servizio pubblico locale innovativo quale insieme di servizi collettivi e condivisi, diretti a specifiche categorie d’utenti, con obblighi di servizio e tariffe differenziate.

Il testo emendato reintroduce la possibilità, per gli enti locali, di definire contingenti numerici al rilascio di licenze per questi servizi.

 

Il testo originario prevedeva per i comuni l’onere di :

-      favorire la diffusione del trasporto pubblico locale innovativo mediante l'incentivazione dei servizi che lo definiscono;

-      predisporre una carta di servizi concernente le prestazioni dei servizi innovativi recante, tra l'altro:

a) l'elencazione dei servizi offerti e le relative formule di pagamento e abbonamento;

b) i livelli minimi del servizio offerto, con particolare riferimento a fasce orarie di prestazione e a frequenza dei trasporti;

c) le modalità di prenotazione del servizio, di raccolta e di smistamento delle richieste mediante centralini telefonici (call center nel testo modificato), internet e telefonia mobile;

d) le modalità di rendicontazione e di fatturazione del servizio;

e) ogni altro elemento ritenuto utile per il miglioramento dei livelli qualitativi del servizio.

Il testo modificato dalla Commissione ribadisce l’onere, per i Comuni, di favorire la diffusione del trasporto pubblico locale innovativo attraverso l’incentivazione dei relativi servizi e comunque tramite l’utilizzazione dei mezzi ecologici. Il trasporto ecologico evolve dunque da servizio a modalità di trasporto pubblico locale integrativo. Correlativamente, nel testo modificato, i servizi di trasporto pubblico locale innovativo presuppongono tutti – salvo il trasporto per categorie disagiate - l’utilizzazione di mezzi ecologici.

Quanto alle carte di servizi concernenti le prestazioni dei servizi innovativi di trasporto pubblico locale, il testo modificato chiarisce che i Comuni, nel predisporle, debbano preventivamente sentire le associazioni di rappresentanza degli utenti e degli operatori del settore e che le suddette Carte debbano indicare anche:

§         le specifiche categorie di utenza alle quali si rivolgono e la tipologia dei veicoli da utilizzare;

§         gli obblighi di servizio e l'individuazione di tariffe differenziate per l’utenza con particolare riferimento alle fasce orarie di prestazione;

§         le condizioni contrattuali (orario di lavoro, compenso minimo, competenze) per i conducenti dei mezzi.

Il testo modificato attribuisce dunque ai comuni un’elevata discrezionalità. Ad essi riconosce  infatti la facoltà di rifiutare newcomers, definire livelli minimi di servizio, formule di pagamento e abbonamento e modalità di prenotazione. I comuni, in definitiva, hanno ampia autonomia nella scelta dei oggetti cui affidare i nuovi servizi.

 

I requisiti di ordine generale e di idoneità professionale cui devono rispondere i prestatori dei servizi medesimi, vengono definiti con decreto del Ministro dei trasporti, da emanarsi entro quaranta giorni dall’entrata in vigore della legge, come già previsto dal testo originario, ma con l’onere della previa intesa con la Conferenza unificata Stato–regioni. Conformemente al principio di leale collaborazione le regioni sono state coinvolte nella definizione di un decreto a tutela della concorrenza - materia di competenza esclusiva statale - suscettibile tuttavia di incidere su materie di competenza regionale[51].

Il testo modificato prevede che il medesimo decreto individui le specifiche categorie di utenti alle quali si rivolgono i servizi di trasporto innovativo.

Viene ribadito, per i prestatori del servizio, l’obbligo di osservare le prescrizioni della carta e sono previste nel caso di inadempimento, in luogo dell’indennizzo da corrispondere ai fruitori nella misura stabilita dal comune nella carta di servizi, sanzioni amministrative irrogabili dagli enti locali (sanzioni pecuniarie, revoca dell'autorizzazione).

Come già previsto nel testo originario, l’adozione di misure per lo sviluppo del sistema di trasporto pubblico locale innovativo costituisce, per il Comune, titolo preferenziale per l'accesso ai finanziamenti per l’acquisto di materiale rotabile previsti dalla legge finanziaria per il 2007.

Documentazione predisposta dall’Ufficio RUE

Documenti all’esame delle istituzioni dell’UE

1. Obblighi di servizio pubblico

Il 20 luglio 2005 la Commissione ha presentato una nuova proposta di regolamento riguardante i servizi pubblici di trasporto viaggiatori per strada, per ferrovia e per via navigabile interna (COM(2005)319). L’intento della Commissione è quello di trovare una soluzione ai problemi sorti in occasione dell’esame della precedente proposta[52]e di tenere conto, inoltre, degli ultimi sviluppi giurisprudenziali[53] nonché del libro bianco sui servizi di interesse generale (COM(2004)374) (vedi infra).

Il nuovo approccio proposto dalla Commissione si fonda sulla definizione delle modalità in base alle quali le autorità competenti possono intervenire, nel rispetto del diritto comunitario, nel settore dei trasporti pubblici di passeggeri per garantire la fornitura di servizi di interesse generale più numerosi, più sicuri e di migliore qualità o offerti a prezzi inferiori rispetto a quelli che potrebbero essere forniti solo basandosi sul gioco delle forze di mercato. La proposta affronta, fra l’altro, i profili relativi all’attribuzione di diritti esclusivi e al versamento di compensazioni per gli obblighi di servizio pubblico, misure che più di altre sono suscettibili di incidere sulla concorrenza e gli scambi fra Stati membri. Il nuovo approccio si basa in particolare su tre elementi:

§       la semplificazione di alcune disposizioni della proposta del 2000 soprattutto quelle riguardanti l’aggiudicazione dei contratti di servizio pubblico - per i quali sono previste solo le procedure dell’appalto pubblico e dell’affidamento diretto – e le compensazioni quando non si sia proceduto a pubblica gara;

§       il riconoscimento, alle autorità competenti, della possibilità di autoproduzione di qualsiasi tipo di servizio di trasporto (autobus, tram, metropolitana, treno, servizi integrati, ecc...) senza esperire procedure concorsuali. Tale facoltà è tuttavia strettamente subordinata al rispetto delle norme relative alla trasparenza e alla fissazione di criteri precisi applicabili alle compensazioni per gli obblighi di servizio pubblico, di cui alla direttiva 80/723/CEE sulla trasparenza delle relazioni finanziarie tra gli Stati membri e le loro imprese pubbliche come da ultimo modificata dalla direttiva 2005/81/CE[54]. Essa, inoltre, può essere esercitata solo a condizione che l’attività dell’autorità competente resti circoscritta ad una zona geografica limitata;

§       la promozione del principio di sussidiarietà: alle autorità pubbliche è rimesso un maggiore margine di discrezionalità per organizzare nei dettagli il ricorso a procedure concorsuali. Per il settore dei trasporti pubblici terrestri, inoltre, non sono stabilite regole specifiche in materia di subfornitura o di abuso di posizione dominante e non viene definito il livello adeguato di qualità dei trasporti pubblici o dell’informazione da fornire ai passeggeri.

Sulla proposta, che segue la procedura di codecisione, il Consiglio trasporti ha adottato, nella riunione dell’11-12 dicembre 2006, la posizione comune in prima lettura che dovrebbe essere esaminata dal Parlamento europeo in seconda lettura il 9 maggio 2007.

 

Il 12 maggio 2004 la Commissione ha presentato un libro bianco sui servizi di interesse generale (COM(2004)374).

Il libro bianco illustra la strategia della Commissione al fine di promuovere servizi di interesse generale di alta qualità e a prezzi accessibili per i cittadini e le imprese nel pieno rispetto della diversità delle tradizioni, delle strutture e delle caratteristiche nazionali. La Commissione, in particolare, pone l’accento sul concetto di “responsabilità comune” – contemplato dall’articolo 16 del Trattato CE - che affida alla Comunità e agli Stati membri l’incarico di garantire, nell’ambito delle rispettive competenze, che le proprie politiche consentano agli operatori di servizi di interesse economico generale di assolvere i loro compiti. A questo riguardo la Commissione ritiene che i poteri di cui dispone allo stato attuale la Comunità in questo settore siano adeguati e sufficienti a garantire il mantenimento e lo sviluppo di servizi efficienti in tutta l’UE.

L’approccio della Commissione è basato su una serie di princìpi che trovano riflesso nelle politiche settoriali della Comunità ovvero: chiarire e semplificare il quadro giuridico riguardante la compensazione degli obblighi di servizio pubblico; fornire un quadro chiaro e trasparente per la selezione delle imprese incaricate di gestire un servizio di interesse generale; consentire alle autorità pubbliche di operare nell’interesse dei cittadini; realizzare gli obiettivi del servizio pubblico all’interno di mercati aperti e competitivi; garantire la coesione e l’accesso universale; mantenere un alto livello di qualità e sicurezza; garantire i diritti dei consumatori e degli utenti; controllare e valutare le prestazioni; rispettare la diversità dei servizi e delle situazioni nell’ambito di un quadro coerente; garantire la certezza giuridica.

2. Diritti dei passeggeri

Facendo seguito agli orientamenti del libro bianco sui trasporti (COM(2001)370) volti a porre gli utenti al centro della politica comune dei trasporti, la Commissione ha adottato, il 16 febbraio 2005, una comunicazione relativa al rafforzamento dei diritti dei passeggeri nell’Unione europea (COM(2005)46).

Il documento reca un bilancio delle disposizioni già adottate, che riguardano principalmente la tutela dei diritti dei passeggeri del trasporto aereo, e prospetta una serie di nuove misure al fine di estendere tali diritti anche ad altre modalità di trasporto. Fra i settori prioritari di intervento individuati nella comunicazione figurano:

§       la tutela dei passeggeri a mobilità ridotta che utilizzano il trasporto internazionale per autobus;

§       i mezzi per presentare i ricorsi e le modalità di trattamento degli stessi;

§       l’informazione dei passeggeri al fine di aumentare la consapevolezza dei loro diritti;

§       la creazione di biglietterie integrate per consentire ai passeggeri di utilizzare diverse modalità di trasporto in occasione di un medesimo viaggio.

La comunicazione è stata trasmessa al Parlamento europeo e al Consiglio.

3. Ambiente urbano

Strategia tematica per l’ambiente urbano

Conformemente agli orientamenti delineati in tal senso dal sesto programma d’azione in materia di ambiente[55], l’11 febbraio 2004 la Commissione ha adottato la comunicazioneVerso una strategia tematica sull’ambiente urbano” (COM(2004)60).

Nel sottolineare che il traffico ha un impatto significativo sull’ambiente e sulla salute dei cittadini, oltre che sulla qualità complessiva della vita nelle città, la comunicazione propone una serie di azioni specifiche per la futura strategia tematica. L’obiettivo è contribuire a livello comunitario alla definizione di un quadro di riferimento per promuovere iniziative locali basate sulle migliori pratiche, lasciando la scelta delle soluzioni e degli obiettivi ai responsabili locali. L’elemento fondamentale di questo quadro di riferimento è l’obbligo per le capitali e gli agglomerati urbani con popolazione superiore a 100 mila abitanti (ossia le 500 maggiori città dell’UE) di adottare un piano di gestione dell’ambiente urbano che stabilisca gli obiettivi da conseguire per dar vita ad un ambiente urbano sostenibile, e di introdurre un apposito sistema di gestione ambientale per assicurare l’esecuzione del piano. A tal fine la Commissione ritiene che possano essere stabiliti specifici obblighi a livello comunitario.

La comunicazione prospetta una serie di azioni in quattro settori prioritari di intervento tra cui la gestione urbana sostenibile e il trasporto urbano sostenibile.

Al fine di realizzare le priorità prefissate, la Commissione intende: identificare una serie di indicatori fondamentali in materia di trasporto urbano sostenibile; proseguire le proprieenibile; proseguire le sue l' fissati dal programma stresso in specifici settori di intervento. Una d iqueste strategie ri attività promozionali, quali la giornata europea senza auto e la settimana della mobilità; valutare la necessità di orientamento e formazione sulle tematiche relative al trasporto urbano sostenibile e il contributo di nuovi metodi di lavoro, come il telelavoro.

La comunicazione ricorda, infine, che, nell’ambito del libro bianco sui trasporti (COM(2001)370), la Commissione ha preannunciato la presentazione di una proposta di direttiva riguardante gli appalti per l’acquisizione di autoveicoli a basso consumo energetico e a basso livello di emissioni da parte delle amministrazioni pubbliche (vedi infra il paragrafo “Altre iniziative”)

 

La strategia tematica per l’ambiente urbano è stata successivamente delineata dalla Commissione con una comunicazione dell’11 gennaio 2006 (COM(2005)718).

Partendo dalla considerazione che lo stato dell’ambiente urbano europeo desta sempre maggiori preoccupazioni e riconoscendo l’importanza delle aree urbane al fine di attrarre investimenti e lavoro, importanti per contribuire alla realizzazione degli obiettivi di Lisbona, la Commissione propone una serie di misure da attuare in stretta cooperazione con le autorità locali il cui ruolo è considerato decisivo ai fini del miglioramento dell’ambiente urbano. Le misure proposte comprendono:

§       l’adozione di orientamenti sulla gestione integrata dell’ambiente urbano e sull’elaborazione di piani per il trasporto urbano sostenibile;

§       la promozione di attività di formazione al fine di sviluppare le competenze necessarie per gestire l’ambiente urbano e di incoraggiare la collaborazione e l’apprendimento reciproco tra le autorità locali;

§       l’elaborazione di un nuovo programma europeo per lo scambio di esperienze e conoscenze sui problemi dell’ambiente urbano;

§       l’istituzione di un portale Internet della Commissione destinato alle autorità locali.

La comunicazione prevede che gli Stati membri, le autorità locali e regionali nonché le parti interessate comunichino il proprio parere sull’impatto delle misure proposte ad intervalli regolari e, successivamente, in occasione di un ampio processo di consultazione nel 2009. Tali pareri, unitamente ai dati disponibili sulle prestazioni ambientali a livello urbano, saranno esaminati nel 2010 nel quadro del sesto programma di azione in materia ambientale, anche al fine di valutare l’opportunità di ulteriori interventi.

Il 27 giugno 2006 il Consiglio ha adottato conclusioni sulla strategia sull’ambiente urbano, in cui tra l’altro: chiede agli Stati membri di intensificare gli sforzi per far sì che le città possano raggiungere un'elevata qualità urbana a livello ambientale e sanitario, e di tenere presenti le possibilità offerte dai quadri strategici nazionali di riferimento (definiti nell’ambito della politica di coesione) per affrontare i problemi dell'ambiente urbano, come pure le opportunità nell'ambito del regolamento e dei fondi LIFE+[56]; incoraggia la Commissione a fornire orientamenti su come gli Stati membri possano utilizzare tali fondi per integrare il rinnovamento urbano nei loro piani nazionali, prevedendo meccanismi innovativi e flessibili; invita l'Unione europea, gli Stati membri e le loro città, nell'ambito delle rispettive competenze, a migliorare la qualità della vita nelle città e nelle aree urbane attraverso la promozione e l'attuazione della gestione ambientale integrata.

Il 26 settembre 2006 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sulla strategia sull’ambiente urbano nella quale, fra l’altro, raccomanda di migliorare in via generale la qualità della vita nei centri delle città attraverso una strategia globale, soprattutto a carattere sociale, culturale ed ecologico.

Trasporto urbano

Le questioni connesse al trasporto urbano sono affrontate nell’ambito di una comunicazione del 22 giugno 2006dal titolo “Mantenere l’Europa in movimento: una mobilità sostenibile per il nostro continente” (COM(2006)314), intesa ad effettuare un esame intermedio delle misure contenute nel libro bianco del 2001 sulla politica comune dei trasporti (COM(2001)370).

La Commissione traccia un quadro della situazione attuale nel settore del trasporto urbano dal quale risulta, tra l’altro, che i trasporti urbani producono il 40% delle emissioni globali di CO2 generate dal trasporto stradale e che tale modalità di trasporto è confrontata a notevoli problemi in termini di sicurezza e di congestione. In tale contesto sisottolinea l’importanza di assicurare un livello elevato di mobilità per i cittadini e le imprese in tutta l’UE: la mobilità costituisce, infatti, non soltanto un diritto fondamentale, ma anche una componente essenziale per promuovere la competitività dell’industria e dei servizi europei. La Commissione precisa, tuttavia, che è necessario, ricorrendo ad un’ampia gamma di strumenti politici, dissociare la mobilità dalle conseguenze negative da essa prodotte quali la congestione, l’inquinamento e gli incidenti. Fra le possibili opzioni, la Commissione considera di primaria importanza la promozione della co-modalità, vale a dire l’uso efficiente dei vari modi di trasporto singolarmente o in combinazione tra di loro al fine di favorire un consumo ottimale e sostenibile delle risorse

La comunicazionesottolinea che spetta alle singole città, e non all’Unione europea, promuovere iniziative al fine di dare soluzione a questi problemi, e ricorda a tale proposito l’esperienza positiva di alcune città quali Atene, Londra e Stoccolma che hanno adottato politiche per una mobilità sostenibile basate essenzialmente sulla promozione di modalità di trasporto alternative al trasporto in auto. L’UE, dal canto suo, continua ad adoperarsi al fine di promuovere gli studi e lo scambio delle migliori prassi a livello comunitario in settori quali le infrastrutture di trasporto, la regolamentazione, la gestione della congestione e del traffico, i servizi pubblici di trasporto, la tassazione delle infrastrutture, la pianificazione urbana, la sicurezza, la protezione e la cooperazione con le regioni limitrofe. Dato il grande interesse emerso in occasione di alcune consultazioni in relazione alla necessità che l’UE dia il proprio contributo in questo settore, la Commissione si impegna a sfruttare l’esperienza maturata nell’ambito dell’iniziativa CIVITAS[57] e della strategia tematica sull’ambiente urbano e a promuovere la ricerca sulla mobilità urbana. La Commissione ritiene, inoltre, che sia necessario valutare se esistono ostacoli alla politica in materia di trasporto urbano a livello comunitario ed individuare le situazioni in cui esiste un consenso favorevole allo sviluppo di soluzioni congiunte, nel pieno rispetto del principio di sussidiarietà.

La comunicazione sottolinea, infine, l’esigenza di procedere ad investimenti nel settore della ricerca e dello sviluppo tecnologico e sviluppare programmi congiunti di ricerca nel settore dei trasporti e dell’energia, con particolare riferimento ai veicoli intelligenti ed ecologici.

 

Gli aspetti urbani sono affrontati altresì nell’ambito della politica di coesione la cui disciplina è contenuta nei regolamenti relativi ai fondi strutturalinel periodo di programmazione 2007-2013[58]. I regolamenti stabiliscono, in particolare, la concentrazione degli interventi strutturali su tre nuovi obiettivi: convergenza, competitività ed occupazione regionale e cooperazione territoriale.

In questo nuovo quadro legislativo, il campo di intervento delle iniziative comunitarie relative al periodo 2000-2006, tra cui URBAN[59] sarà integrato nelle priorità dei suddetti nuovi obiettivi. In particolare il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), riserverà una particolare attenzione alle specificità territoriali delle zone urbane, soprattutto quelle relative alle cittadine di medie dimensioni il cui ruolo nel promuovere lo sviluppo regionale sarà valorizzato mediante aiuti alla riqualificazione urbana.

Il 18 agosto 2006, il Consiglio ha adottato una decisione sugli orientamenti strategici comunitari in materia di coesione[60], che con riferimento alle zone urbane, prevedono interventi intesi a potenziare le infrastrutture di trasporto, segnatamente gli investimenti nei collegamenti secondari nell’ambito di una strategia regionale integrata per i trasporti e le comunicazioni nelle zone urbane e rurali, e nella promozione di reti di trasporto sostenibili dal punto di vista ambientale. Al fine di completare i suddetti orientamenti strategici, il 13 luglio 2006, la Commissione ha adottato la comunicazioneLa politica di coesione e le città: il contributo delle città e degli agglomerati urbani alla crescita e all’occupazione all’interno delle regioni” (COM(2006)385). Il documento propone l’elaborazione di un approccio integrato che deve agire non soltanto a favore della crescita e dell’occupazione, ma anche perseguire obiettivi sociali ed ambientali. Tale approccio mira ad agire su alcuni aspetti specifici della dimensione urbana e, in particolare, a rafforzare l’attrattiva delle città,facendo leva, tra l’altro, su trasporti, accessibilità e mobilità.

Sulla base degli orientamenti strategici gli Stati membri, tra cui l’Italia, stanno definendo, di concerto con la Commissione, i quadri strategici nazionali per la coesione relativi al 2007-2013, che disegnano la cornice nel cui ambito aranno elaborati i programmi operativi nazionali e regionali, recanti gli interventi e le misure concrete.

 

Tra le iniziative strategiche intese a migliorare la qualità della vita in Europa previste nel programma legislativo e di lavoro della Commissione per il 2007, figura l’adozione, presumibilmente nel mese di settembre 2007, di un libro verde sul trasporto urbano per valutare i possibili benefici derivanti da una politica europea del trasporto urbano ed individuare i problemi, le sfide, eventuali nuove azioni e responsabilità, attraverso le quali l’UE potrà migliorare i trasporti urbani. Il libro verde è attualmente sottoposto ad un processo di consultazione che si concluderà il 30 aprile 2007.

Altre iniziative

Sono attualmente all’esame delle istituzioni europee una serie di iniziative, anche di natura non legislativa, volte a promuovere la produzione di veicoli ecocompatibili al fine di ridurre l’impatto dei trasporti sull’ambiente e di favorire al contempo il raggiungimento degli obiettivi comunitari in materia di efficienza energetica e di lotta ai cambiamenti climatici.

Fra tali documenti figurano:

§       un piano d'azione in materia di efficienza energetica (COM(2006)545) del 19 ottobre 2006 inteso a delineare un quadro coerente per conseguire l’obiettivo di risparmiare, entro il 2020, il 20% del consumo primario di energia nell’Unione europea. Considerato che il settore dei trasporti figura tra quelliche presentano il maggiore potenziale di risparmio energetico, il piano propone un approccio organico e coerente rivolto a tutte le parti interessate, fra cui i produttori di motori e pneumatici, i conducenti, i fornitori di petrolio e combustibili e i responsabili della pianificazione infrastrutturale, allo scopo di: garantire l’efficienza energetica dei veicoli; sviluppare un mercato dei veicoli ecologici; migliorare l’efficienza dei sistemi di trasporto su strada, ferroviari, marittimi ed aerei; sviluppare la co-modalità, vale a dire l’uso efficiente di diverse modalità di trasporto, che operano singolarmente o in combinazione.

§       In questo contesto il piano propone quali azioni prioritarie: l’elaborazione di norme atte a garantire che l’obiettivo di portare le emissioni dei veicoli a 120 g. CO2/km sia conseguito entro il 2012 (vedi infra) nonché il potenziamento dei requisiti comunitari in materia di etichettatura delle autovetture, quali ad esempio il risparmio di carburante. Il piano d’azione contiene anche l’impegno della Commissione ad adottare un libro verde sul trasporto urbano (vedi supra), nel quale si prospettino una serie di soluzioni quali, ad esempio, l’imposizione di tasse per l’uso delle infrastrutture e sulla congestione delle strade nonché nuove metodologie per incoraggiare l’uso dei trasporti pubblici, il car-sharing, l’uso di modi di trasporto non motorizzati e il telelavoro nelle città europee;

§       una comunicazione del 10 gennaio 2007 relativa ad una roadmap per le energie rinnovabili (COM(2006)848), che espone una visione a lungo termine per le fonti energetiche rinnovabili nell'UE. La comunicazione annovera tra i settori interessati i biocarburanti, stimando che entro il 2020 essi potrebbero costituire fino al 14% dei carburanti destinati ai trasporti. Essa sostiene la necessità che per i biocarburanti l'obiettivo minimo giuridicamente vincolante sia fissato, per il 2020, al 10% del consumo totale di benzina e di gasolio per il trasporto;

§       una comunicazione del 7 febbraio 2007 dal titolo “Un quadro normativo competitivo nelsettore automobilisticoper il XXI secolo – Posizione della Commissione sulla relazione finale del gruppo ad alto livello CARS 21[61]” (COM(2007)22), intesa a delineare la futura politica europea in campo automobilistico. Per quanto riguarda le iniziative volte a definire un trasporto su strada sostenibile per l’ambiente, la Commissione propone un approccio integrato volto, tra l’altro, alla riduzione delle emissioni inquinanti e delle emissioni di CO2 del settore dei trasporti stradali, al fine di raggiungere l’obiettivo comunitario di 120 g/km di CO2 entro il 2012[62].A tal fine, si prospetta una combinazione di interventi volti a definire un quadro legislativo incentrato su riduzioni obbligatorie delle emissioni di CO2 fino a 130 g/km per il nuovo parco automobilistico, grazie al miglioramento della tecnologia dei motori per autoveicoli, nonché un’ulteriore riduzione di 10 g/km di CO2 tramite altri miglioramenti tecnologici e un maggiore uso dei biocarburanti. Tali miglioramenti dovrebbero riguardare, tra l’altro, anche l’efficienza degli impianti di condizionamento e degli pneumatici. La strategia dell’UE volta a ridurre le emissioni di CO2 dovrebbe, infine, incoraggiare ulteriori sforzi da parte di altri comparti del trasporto stradale, fra cui i veicoli commerciali pesanti, da parte degli Stati membri (tassazione connessa alle emissioni di CO2 e altri incentivi fiscali, gli appalti pubblici, la gestione del traffico, le infrastrutture, ecc.), e da parte dei consumatori (comportamenti di guida responsabili, scelte di acquisto informate);

§       una proposta di direttiva del 21 dicembre 2005 relativa alla promozione di veicoli puliti nel trasporto stradale (COM(2005)634). La proposta fissa l'obbligo a carico degli enti pubblici (autorità statali, regionali e locali, organismi di diritto pubblico, imprese pubbliche e operatori vincolati da contratti con enti pubblici per la fornitura di servizi di trasporto) di acquistare o prendere in leasing,ogni anno, “veicoli ecologici migliorati”[63] per una quota pari ad almeno il 25% di mezzi pesanti superiori a 3,5 tonnellate, come autobus o camion per la raccolta dei rifiuti. E' fatta salva la possibilità per gli Stati membri di incoraggiare l'acquisto di veicoli più rispettosi dell'ambiente anche per altre categorie di peso inferiore a 3,5 tonnellate, privilegiando le più recenti norme Euro sulle emissioni inquinanti definite nella direttiva 70/220/CEE e, per quanto riguarda le auto private, di veicoli le cui emissioni di CO2 non superino i 120g/Km.

§       Gli Stati membri sono tenuti a trasmettere ogni anno alla Commissione una relazione al fine di fornire informazioni statistiche sui veicoli ecologici acquistati o presi in leasing. Sulla base di queste informazioni, la Commissione elaborerà a sua volta una relazione sull'applicazione della direttiva, valutando, eventualmente, l'opportunità di estendere l'obbligo di acquisto di veicoli ecologici anche ad altre categorie di veicoli.

     La proposta, che segue la procedura di codecisione, dovrebbe essere esaminata dal   Parlamento europeo in prima lettura il 19 giugno 2007;

§       una proposta di direttiva del 31 gennaio 2007 concernente la qualità dei carburanti (COM(2007)18) al fine di modificare, aggiornandola, la direttiva 98/70/CE sulla qualità di benzina e gasolio, con l'obiettivo di rendere i carburanti più puliti ed incoraggiare lo sviluppodi carburanti a bassa emissione di CO2 e di altri gas ad effetto serra, con ridotta presenza percentuale di zolfo nonché dei biocarburanti di seconda generazione.

La proposta, che segue la procedura di codecisione, sarà trasmessa prossimamente al Parlamento europeo e al Consiglio.

L’iniziativa comunitaria volta a ridurre le emissioni di CO2 dei veicoli leggeri si inserisce tra le iniziative strategiche del programma di lavoro della Commissione per il 2007 che considera prioritario, in particolare, il miglioramento della normativa inerente le emissioni dei veicoli a motore, nell’ottica di un più elevato livello di tutela ambientale.

A questo fine il programma individua, quali iniziative prioritarie, una proposta di regolamento relativa ai veicoli a motore che utilizzano idrogeno liquido o compresso gassoso ed una proposta di regolamento sull’omologazione dei motori e veicoli pesanti per quanto riguarda le loro emissioni (cosiddetta “proposta Euro VI”), che dovrebbero essere presentate entro settembre 2007.

Si segnala, infine, che il 14 febbraio 2007 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sui cambiamenti climatici che sottolinea l'urgenza di prendere iniziative concrete ed immediate a livello mondiale per affrontare i cambiamenti climatici.

Il PE condivide l’obiettivo della Commissione di riduzione, entro il 2020, del 30% le emissioni di gas ad effetto serra, sollecitando la promozione dell'efficienza energetica e un ricorso crescente alle fonti rinnovabili, soprattutto nel settore dei trasporti. Nel sottolineare che nel settore dei trasporti si sta registrando il più elevato aumento dei consumi energetici e che il trasporto su strada contribuisce per circa il 25% alle emissioni comunitarie di CO2, il PE chiede lo sviluppo di trasporti pubblici più integrati ed ecologici che rispettino l'ambiente e misure vincolanti per tale settore affinché consegua entro il 2020 riduzioni delle emissioni equivalenti a quelle degli altri settori.

 


Articolo 12
Incentivi

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

 

Art. 8.

(Incentivi).

Art. 12.

(Incentivi).

      1. Il Governo, entro quattro mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, emana, ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, nel rispetto delle regole comunitarie, un regolamento per il riordino della disciplina degli incentivi non fiscali in favore delle imprese operanti nel settore del gas naturale, al fine di favorire la crescita dimensionale delle imprese di distribuzione e la loro aggregazione.

      Identico.

      2. Dal regolamento di cui al comma 1 non devono derivare maggiori spese o diminuzione di entrate a carico del bilancio dello Stato.

 

 

 

L’articolo 12, invariato, prevede l’emanazione di un regolamento per il riordino della disciplina degli incentivi non fiscali in favore delle imprese operanti nel settore del gas naturale, finalizzato a favorire la crescita dimensionale delle imprese di distribuzione e la loro aggregazione (comma 1)

 

Si ricorda che nel DPEF 2007-2011[64] il Governo aveva introdotto, nel campo della distribuzione dell’energia, promozione di operazioni di aggregazione territoriale delle reti e delle utilities locali, a vantaggio della riduzione dei costi del servizio.

 

Si segnala inoltre che si trova attualmente all’esame della 10° Commissione (Industria, commercio, turismo)del Senato, in sede referente, il disegno di leggegovernativo (AS 691[65]) recante un’ampia delega al Governoper il completamento della liberalizzazione in campo energetico.

L’articolo 1 di tale disegno di legge delega il Governo ad adottare, entro un anno, uno o più decreti legislativi[66] per completare il processo di liberalizzazione dei settori dell’energia elettrica e del gas naturale. Tra i principi e criteri direttivi della delega si trovano, fra gli altri, la promozione di operazioni di aggregazione territoriale delle attività di distribuzione, a vantaggio della riduzione dei costi di distribuzione, attraverso l’identificazione, in base a criteri di efficienza di bacini minimi di utenza (articolo 1, comma 2, punto h) e la definizione di indicatori i criteri in base ai quali valutare le offerte per il servizio di distribuzione di gas naturale, tenendo conto dei princìpi di cui al comma 6 dell’articolo 14 del decreto legislativo 23 maggio 2000, n. 164 (articolo 1, comma 2, punto i). Nella relazione illustrativa del provvedimento, il Governo pone in rilievo il settore della distribuzione, in vista dell’efficienza e dell’economicità dei sistemi dell’elettricità e del gas. In entrambi i settori occorre stimolare il raggiungimento di masse critiche significative per gli operatori, innalzando la qualità del servizio reso e potenziando la capacità di investire e innovare. Inoltre occorre definire con precisione una scala di valori in base ai quali valutare le gare per l’affidamento dei servizi di distribuzione del gas, salvaguardando l’interesse degli enti locali, ma facendo prevalere logiche industriali e di investimento di lungo termine su logiche meramente economico-finanziarie.

 

Il settore della distribuzione del gas è storicamente caratterizzato da un forte grado di frazionamento ascrivibile alla prerogativa dei comuni sulla gestione dei servizi pubblici locali.

Nello studio condotto dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas nel 2000 (Bernardini – Di Marzio, 2001)[67] le problematiche del settore venivano così elencate: l’estrema frammentazione, l’eterogeneità delle tipologie di affidamento, il ruolo egemone degli enti locali nella proprietà delle imprese esercenti, lo scarso grado di concorrenza per il mercato, l’esclusività del servizio ed i meccanismi di conservazione dei diritti acquisiti, la controversa proprietà e devoluzione degli impianti ecc.

Il D.Lgs. n.164/2000, di attuazione della direttiva 98/30/CE recante norme comuni per il mercato interno del gas naturale, ha apportato importanti modificazioni alle condizioni di svolgimento del servizio pubblico di distribuzione del gas, con gli articoli dal 14 al 21.

In particolare si segnala che l’articolo 19 dispone che alle imprese di gas naturale si applicano le norme in materia di intese restrittive della libertà di concorrenza, di abuso di posizione dominante e di operazioni di concentrazione di cui alla legge 10 ottobre 1990, n. 287.

 

Tale regolamento è da adottarsi entro quattro mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, nel rispetto delle regole comunitarie.

Si ricorda che l’articolo 16 della legge comunitaria 2004[68] delega il governo all’'attuazione della direttiva 2003/55/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2003, relativa a norme comuni per il mercato interno del gas naturale, al fine di promuovere una effettiva concorrenza, anche rafforzando le misure relative alla separazione societaria, organizzativa e decisionale tra le imprese operanti nelle attività di trasporto, distribuzione e stoccaggio e le imprese operanti nelle attività di produzione, approvvigionamento, misura e commercializzazione, promuovendo la gestione delle reti di trasporto del gas naturale da parte di imprese indipendenti. Inoltre, tra i principi e i criteri direttivi della delega, si ribadisce la necessità di incentivare le operazioni di aggregazione territoriale delle attività di distribuzione del gas, a vantaggio della riduzione dei costi di distribuzione, in base a criteri oggettivi, trasparenti e non discriminatori, prevedendo meccanismi che tengano conto degli investimenti effettuati e incentivi, anche di natura fiscale, per la rivalutazione delle attività delle imprese concessionarie, anche a favore dell'efficienza complessiva del sistema.

 

Il comma 2 prevede la clausola di invarianza finanziaria per il regolamento di riordino. L’assenza di nuovi o maggiori oneri a carico dalla finanza pubblica è confermato anche dalla relazione tecnica, la quale evidenzia al contrario l’intento di razionalizzazione del regolamento di delegificazione da emanarsi.

Documentazione predisposta dall’Ufficio RUE

Documenti all’esame delle istituzioni dell’UE

Con la comunicazioneUna politica energetica per l’Europa” (COM(2007)1)[69], la Commissione ha presentato,  in forma di piano d’azione energetico in dieci punti, un insieme di misure (c.d. “pacchetto energia”) volte a definire la strategia dell’UE nel settore per conseguire l’obiettivo strategico di trasformare l’Europa in un’economia dal profilo energetico altamente efficiente ed a basse emissioni di CO2[70].

Il piano d’azione, tra l’altro, richiama la comunicazione sulle prospettive per il mercato interno del gas e dell’elettricità (COM(2006)841), con cui la Commissione propone nuove misure intese a rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla creazione di un mercato unico europeo dell'energia.

Tali proposte tengono in gran parte conto dei risultati dell’indagine sullo stato della concorrenza in questi due settori (COM(2006)851)[71]. Per ciò che attiene al commercio all'ingrosso del gas, la Commissione ritiene che esso conservi ancora una portata nazionale e, in generale, un elevato livello di concentrazione. Gli operatori storici controllano in ampia misura le importazioni di gas a monte e/o la produzione interna e scambiano una piccola quota del loro gas sulle borse del gas, limitando così le possibilità di nuovi ingressi sui mercati al dettaglio. La prospettiva generale per i potenziali nuovi operatori è quella della dipendenza dai servizi degli operatori storici.

In particolare, la Commissione sottolinea che l'attuale livello di separazione fra attività di rete e di fornitura ha ripercussioni negative sia sul funzionamento del mercato, sia sugli incentivi a investire nelle reti e, perciò, ritiene che sia fondamentale garantire che i proprietari e/o i gestori di rete non abbiano incentivi distorti dagli interessi di fornitura delle affiliate, considerando tale elemento particolarmente importante proprio nel momento in cui l'Europa ha bisogno di ingenti investimenti per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti e creare mercati integrati e competitivi.

Per ciò che riguarda il GNL (Gas Naturale Liquefatto), le importazioni continuano ad essere effettuate dagli operatori storici nazionali che sono al tempo stesso proprietari dei terminal GNL, con conseguenti limitazioni della concorrenza a valle. Per consentire il trasferimento di maggiori capacità a nuovi operatori e ai produttori stessi, sono stati effettuati o pianificati ingenti investimenti in alcuni terminal GNL che hanno beneficiato di incentivi sotto forma di deroghe rispetto all’obbligo di garantire l’accesso dei terzi. La Commissione ritiene che a tali deroghe alle disposizioni in materia di accesso debbano essere applicati rigorosamente i principi di concorrenza affinché tali incentivi per gli investimenti ex ante non si trasformino in una indebita limitazione dell'accesso alle nuove infrastrutture e possano avere, invece, un impatto positivo sulla concorrenza a valle.

Infine, la Commissione ritiene che, per fornire sufficienti garanzie di effettivo accesso, occorre riesaminare l'accesso dei terzi allo stoccaggio di gas in modo da realizzare il giusto equilibrio tra l'esigenza di accesso effettivo e il mantenimento di incentivi allo sviluppo di nuove capacità di stoccaggio.

 

Per ulteriori elementi in materia di liberalizzazione del mercato del gas si veda la scheda relativa all’articolo 6.

 

 

 


Articolo 13
Clausole anticoncorrenziali in tema di responsabilità civile auto

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

Art. 13.

(Clausole anticoncorrenziali in tema di responsabilità civile auto).

 

      1. All'articolo 150, comma 1, del codice delle assicurazioni private, di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, sono apportate le seguenti modificazioni:

 

          a) alla lettera d), in fine, sono aggiunte le seguenti parole: «, ivi comprese le spese sostenute dal danneggiato per assistenza legale o consulenza professionale»;

 

          b) dopo la lettera e) è aggiunta la seguente:

 

          «e-bis) la definizione dei rapporti con le imprese di autoriparazione abilitate ai sensi di legge secondo parità di condizioni di concorrenza, precludendo ogni forma di determinazione, anche indiretta, di tariffe massime o di sconti e ferma restando la libertà di scelta, da parte del danneggiato, di imprese di autoriparazione abilitate di propria fiducia.».

 

 

L’articolo 13, introdotto nel corso dell’esame presso la Commissione Attività produttive, novella l’articolo 150 del D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, recante “Codice delle assicurazioni private”, per quanto riguarda il contenuto del decreto del Presidente della Repubblica emanato, su proposta del Ministro dello sviluppo economico, per disciplinare il sistema del risarcimento diretto del danno.

Si ricorda che tale decreto è stato emanato con D.P.R. 18 luglio 2006, n. 254.

 

Il sistema di risarcimento diretto del danno causato dalla circolazioni di veicoli a motore, introdotto dall’articolo 149 del citato D.Lgs. n. 209 del 2005 ed operante a decorrere dal 1° febbraio 2007, prevede che i danneggiati di un sinistro, non responsabili, in tutto o in parte, dello stesso, siano rimborsati direttamente dal proprio assicuratore. Quest’ultimo provvede alla liquidazione del danno per conto dell'impresa di assicurazione del veicolo responsabile, ferma restando la successiva regolazione dei rapporti fra le due imprese.

Il sistema si applica ai sinistri accaduti in Italia nei quali non siano coinvolti più di due veicoli, entrambi immatricolati in Italia e regolarmente assicurati per la responsabilità civile. Sono rimborsabili i danni ai veicoli coinvolti ed ai loro conducenti, con esclusione dei danni subiti dai terzi trasportati, per i quali la richiesta di rimborso deve essere presentata all’impresa che assicura il veicolo del quale erano a bordo.

 

La lettera a) del comma 1 dell’articolo 13 in esame prescrive che il decreto attuativo del sistema di risarcimento diretto deve stabilire i limiti e le condizioni di risarcibilità delle spese sostenute dal danneggiato per assistenza legale o consulenza professionale.

Si segnala che l’attuale disciplina (articolo 9, comma 2, del D.P.R. n. 254 del 2006) prevede che, qualora la somma offerta dall'impresa di assicurazione sia accettata dal danneggiato, sugli importi corrisposti non sono dovuti compensi per la consulenza o assistenza professionale di cui si sia avvalso il danneggiato diversa da quella medico-legale per i danni alla persona.

 

La lettera b) del comma 1 demanda al decreto attuativo la definizione di rapporti con le imprese di autoriparazione abilitate “secondo parità di condizioni di concorrenza” (espressione non del tutto chiara), precludendo ogni forma di determinazione, anche indiretta, di tariffe massime o di sconti.

E’ espressamente confermata la possibilità per il danneggiato di rivolgersi ad imprese di autoriparazione abilitate di propria fiducia.

Si segnala che l’attuale disciplina (articolo 14 del D.P.R. n. 254 del 2006) contempla la possibilità che i contratti di assicurazione contengano clausole relative al risarcimento del danno in forma specifica, con contestuale riduzione del premio per l'assicurato. In tal caso deve essere espressamente indicata nel contratto la percentuale di sconto applicata.

 

Documentazione predisposta dall’Ufficio RUE

Procedure di contenzioso

Il 20 dicembre 2006la Commissione ha presentato ricorso presso la Corte di Giustizia delle Comunità europee (Causa 518/06) in merito alla legislazione italiana che impone, a tutte le imprese di assicurazione abilitate a fornire l’assicurazione di responsabilità civile auto (RC auto) in Italia, l’obbligo di offrire l'assicurazione per tutte le categorie di assicurati in tutte le regioni italiane[72]. In merito la Commissione ha ricevuto una serie di denunce di diverse compagnie assicurative.

In primo luogo la Commissione esamina l’obbligo per le imprese di assicurazione di calcolare le proprie tariffe per l’assicurazione RC auto conformemente alle basi tecniche utilizzate per la fissazione dei premi nel corso degli ultimi cinque esercizi.

A parere della Commissione, tale meccanismo è contrario al principio della libertà tariffaria di cui alla terza direttiva assicurazione non vita (92/49/CEE).

Inoltre, dal momento che la norma sul controllo delle tariffe si applica anche ad imprese aventi la propria sede principale in altri Stati membri, la Commissione ritiene che il regime sia anche contrario al principio fondamentale del Mercato interno secondo il quale il controllo finanziario rientra nella competenza esclusiva dello Stato membro d’origine. (art. 9 della direttiva 92/49/CEE).

In secondo luogo, la Commissione ritiene che l’obbligo a contrarre sia in quanto tale una limitazione immotivata del principio della libertà di stabilimento di cui all’articolo 43 CE e del principio della libera prestazione di servizi di cui all'articolo 49 CE. [73]

Il 10 aprile 2006la Commissione aveva trasmesso all’Italia un parere motivato complementare, che faceva seguito al parere motivato già trasmesso il 18 ottobre 2005. Nella risposta del 30 dicembre 2005 le autorità italiane avevano essenzialmente ribadito che le norme contestate sono necessarie affinché tutti i guidatori possano ottenere l’assicurazione in tutte le parti d'Italia.

Pur riconoscendo che i motivi di tutela dei consumatori e di ordine pubblico possono giustificare restrizioni alle libertà fondamentali, la Commissione considera le restrizioni previste dalla normativa italiana non proporzionate in quanto esisterebbero mezzi meno restrittivi per raggiungere tale obiettivo.

 

 

 


Articolo 14
Delega al Governo in materia di norme ed enti tecnici, certificazioni e dichiarazioni di conformità da parte di enti tecnici accreditati indipendenti

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

Art. 16.

(Delega al Governo in materia di norme ed enti tecnici, certificazioni e dichiarazioni di conformità da parte di enti tecnici accreditati indipendenti).

Art. 14.

(Delega al Governo in materia di norme ed enti tecnici, certificazioni e dichiarazioni di conformità da parte di enti tecnici accreditati indipendenti).

      1. Il Governo è delegato ad adottare, entro quattro mesi dalla data di entrata in vigore delle disposizioni del presente capo, stabilita ai sensi dell'articolo 18, comma 1, uno o più decreti legislativi, nel rispetto della normativa comunitaria e degli accordi internazionali in materia di normativa tecnica, di certificazioni e di dichiarazioni di conformità, attenendosi ai seguenti princìpi e criteri direttivi:

      1. Il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore delle disposizioni della presente legge, uno o più decreti legislativi nel rispetto della normativa comunitaria e degli accordi internazionali in materia di normativa tecnica, di certificazione di qualità e di accreditamento e vigilanza del mercato per quanto riguarda la commercializzazione dei prodotti.

 

      2. I decreti legislativi di cui al comma 1 dovranno attenersi ai seguenti principi e criteri direttivi:

          a) disciplinare gli enti tecnici accreditati da organismi nazionali o comunitari facenti parte dell'European Cooperation for Accreditation (EA), anche al fine di consentire loro di operare ai sensi delle disposizioni del presente capo;

          a) disciplinare l'organizzazione e la gestione del riconoscimento degli enti tecnici accreditati da organismi nazionali o comunitari facenti parte dell'European Cooperation For Accreditation (EA) e degli organismi competenti a valutare la conformità di sostanze, preparati o qualsiasi altro prodotto, che abbiano subito o meno una trasformazione, da immettere sul mercato;

          b) prevedere che gli enti di cui alla lettera a) siano iscritti in un elenco conservato presso il Ministero dello sviluppo economico, previo riordino degli uffici tecnici di livello dirigenziale del medesimo Ministero;

          b) promuovere la convergenza delle valutazioni di conformità in ambito volontario ed in quello regolamentato in armonia con gli indirizzi definiti dalla normativa comunitaria e dagli accordi internazionali e disciplinare i requisiti degli enti di cui alla lettera a), anche in relazione alle attività connesse a procedure di autocertificazione ai sensi della vigente disciplina;

          c) rivedere le disposizioni che regolano i rapporti convenzionali e negoziali fra le pubbliche amministrazioni e altri soggetti, anche al fine di garantire la trasparenza, la competenza e l'imparzialità necessarie in materia di norme tecniche e di accreditamento degli enti di certificazione.

          c) identica;

 

          d) stabilire le disposizioni in materia di vigilanza del mercato e controlli sui prodotti in coerenza con la normativa comunitaria e con gli accordi internazionali, previo riordino degli uffici tecnici di livello dirigenziale del Ministero dello sviluppo economico.

      2. I decreti legislativi di cui al comma 1 sono adottati su proposta del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con i Ministri per le riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione e dell'università e della ricerca, previo parere delle competenti Commissioni parlamentari e della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano. Decorsi trenta giorni, i decreti legislativi possono essere emanati anche in mancanza di detti pareri. Entro i due anni successivi alla data di entrata in vigore dei predetti decreti legislativi, possono essere adottati ulteriori decreti correttivi e integrativi, nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi e con la procedura previsti dal presente articolo.

      3. Identico.

 

      4. Ai fini di un più efficace coordinamento delle attività in materia di normativa tecnica, accreditamento, certificazione e dichiarazioni di conformità, di vigilanza sul mercato e della legale commercializzazione dei prodotti, è istituito presso il Ministero dello sviluppo economico un Comitato consultivo, presieduto dal Ministro dello sviluppo economico o da un sottosegretario da lui delegato.

 

      5. Il Comitato di cui al comma 4 è composto da rappresentanti del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, delle infrastrutture, dei trasporti, dell'interno, del lavoro e della previdenza sociale, della salute, delle comunicazioni, dai presidenti degli enti di normazione e degli enti di accreditamento, nonché dai rappresentanti delle categorie produttive presenti nel CNEL. La composizione del comitato è stabilita dal Ministro dello sviluppo economico, con proprio decreto da emanare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge.

 

      6. Compito del Comitato di cui al comma 4 è quello di fornire indirizzi e proposte per lo sviluppo delle politiche, dei principi e delle iniziative nelle materie di cui al presente articolo, anche nell'ottica di garantire unitarietà alle diverse iniziative poste in atto e nell'ottica di promuovere la diffusione della cultura della qualità e dell'innovazione nel sistema produttivo.

 

      7. Dai decreti legislativi di cui al comma 1 e dalle disposizioni di cui al comma 4 non devono derivare maggiori spese o diminuzione di entrate a carico del bilancio dello Stato.

 

 

L’articolo 14, modificato e integrato dalla X Commissione, al comma 1  reca una delega al Governo per l’adozione di uno o più decreti legislativi in materia di normative tecniche, certificazioni di qualità, accreditamento e vigilanza del mercato, con riferimento alla commercializzazione dei prodotti, che dovranno essere adottati nel rispetto delle norme comunitarie e degli accordi internazionali.

Il termine ultimo per l’esercizio della delega è stabilito in sei mesi dall’entrata in vigore del presente provvedimento (anziché 4 come previsto nel testo originario).

Il comma 2 dell’articolo stabilisce i principi e i criteri direttivi – modificati in corso d’esame presso la X Commissione - ai quali il Governo dovrà attenersi per l’adozione deidecreti legislativi.

 

In particolare i suddetti decreti dovranno provvedere a:

§      disciplinare l’organizzazione e la gestione del riconoscimento degli enti tecnici accreditati da organismi nazionali o comunitari facenti parte dell’European Cooperation for Accreditation (EA), nonché degli organismi di valutazione della conformità di sostanze e preparati, o di prodotti trasformati e non, da immettere sul mercato.

Si ricorda che gli enti di certificazione e i laboratori svolgono attività di valutazione e di attestazione di conformità a norme o a regole tecniche nazionali, comunitarie e internazionale (certificazione di prodotti, certificazione di sistemi di gestione, certificazione di personale, ispezioni). Apposite norme tecniche europee - della serie EN 45000 - prevedono i requisiti di professionalità e competenza che un organismo di certificazione o un laboratorio deve soddisfare. Affinché la certificazione abbia una validità ampiamente riconosciuta è necessario che gli organismi di certificazione (come i laboratori) siano accreditati presso un ente riconosciuto a livello nazionale. Il termine accreditamento sta ad indicare la verifica e la garanzia della competenza e della professionalità di un organismo di certificazione o di un laboratorio di prova/taratura, secondo parametri oggettivi.

In Italia l’UNI e il CEI (enti di normazione)[74] hanno costituito, in forma associativa, il SINAL (Sistema nazionale di accreditamento laboratori)[75], con il compito di accreditare a livello nazionale laboratori italiani ed esteri per garantire l’affidabilità delle verifiche di conformità dei prodotti alle norme e alle regole tecniche nazionali, comunitarie e internazionale, il SINCERT (Sistema nazionale di accreditamento di organismi di certificazione)[76], con il compito di accreditare a livello nazionale organismi di certificazione italiani ed esteri per garantire l’affidabilità delle verifiche di conformità. Si segnala, inoltre SIT - Servizio di Taratura in Italia[77] - destinato all’accreditamento dei laboratori di taratura e, conseguentemente, a garanzia dell’adeguatezza e dell’accuratezza delle misure che vengono eseguite.

Grazie agli accordi di mutuo riconoscimento vigenti tra i vari paesi dell'Unione, un ente accreditato in Italia da SINAL, SINCERT e SIT può operare con pari riconoscimento anche negli altri Paesi che aderiscono all'accordo. I tre organismi sono, infatti membri di EA (European Cooperation for Accreditation) Associazione di diritto privato, registrata sul territorio Europeo e precisamente in Olanda nella città di Utrecht, per motivi connessi con la semplicità della legislazione olandese in materia;

 

§       promuovere la convergenza delle valutazioni di conformità, sia in ambito volontario che regolamentato, in armonia con gli indirizzi comunitari e gli accordi internazionali e disciplinare i requisiti degli enti tecnici accreditati e degli organismi di valutazione di conformità anche in relazione alla attività connesse a procedure di autocertificazione, ai sensi della disciplina in vigore;

§         rivedere l’attuale regolamentazione delle convenzioni tra PA e altri soggetti a garanzia della trasparenza, competenza e imparzialità necessarie in materia di norme tecniche e di accreditamento degli enti di certificazione (testo invariato);

§         fissare le disposizioni in materia di vigilanza  del mercato e di controlli sui prodotti, coerentemente con le norme comunitarie e gli accordi internazionali, previo riordino degli uffici tecnici di livello dirigenziale del Ministero dello sviluppo economico.

 

Ai sensi del comma 3, (ex comma 2 rimasto invariato), per l’adozione dei suddetti decreti legislativi, su proposta del Ministro dello sviluppo economico, è previsto il concerto con i Ministri per le riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione e dell’università e della ricerca e il previo parere delle competenti commissioni parlamentari e della Conferenza Stato-regioni che dovrà essere espresso entro il termine di trenta giorni, decorso il quale si potrà ugualmente procedere all’adozione dei decreti.

Lo stesso comma consente inoltre l’adozione di ulteriori decreti correttivi e integrativi dei predetti decreti legislativi – sempre nel rispetto dei criteri e dei principi dettati dal presente articolo - entro i due anni successivi alla data di entrata in vigore del provvedimento in esame.

 

Il comma 4, introdotto come i successivi commi 5 e 6 dalla Commissione Attività produttive, istituisce presso ilMinistero dello sviluppo economico un Comitato consultivo presieduto dallo stesso Ministro o da un sottosegretario delegato, al fine di provvedere ad un efficace coordinamento delle attività in materia di norme tecniche, accreditamento, certificazione, dichiarazione di conformità e vigilanza di cui al presente articolo.

Del Comitato – la cui composizione è rimessa ad un decreto del Ministro dello sviluppo economico da emanarsi entro trenta giorni dall’entrata in vigore della presente legge – faranno parte i rappresentanti dei Ministeri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare; delle infrastrutture, dei trasporti, dell'interno, del lavoro e della previdenza sociale, della salute, delle comunicazioni, oltre ai presidenti degli enti di normazione e degli enti di accreditamento e ai rappresentanti delle categorie produttive presenti nel CNEL (comma 5).

 

Al Comitato è assegnato il compito di indirizzare e formulare proposte in ordine alle politiche, ai principi e alle iniziative relativi alle materie oggetto del presente articolo, anche allo scopo di garantire l’unitarietà delle iniziative e la promozione della cultura della qualità e dell’innovazione nel nostro sistema produttivo (comma 6).

 

Da ultimo il comma 7 stabilisce che dai decreti legislativi in parola e dalle disposizioni di cui al comma 4 (precisazione introdotta dalla X Commissione) non devono derivare maggiori spese o diminuzione di entrate a carico del bilancio statale.

 

 

 


Articolo 15
Delega al Governo per il riassetto normativo delle prescrizioni e degli adempimenti procedurali applicabili alle imprese

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

Art. 17.

(Delega al Governo per il riassetto normativo delle prescrizioni e degli adempimenti procedurali applicabili alle imprese).

Art. 15.

(Delega al Governo per il riassetto normativo delle prescrizioni e degli adempimenti procedurali applicabili alle imprese).

      1. Il Governo è delegato ad adottare, entro quattro mesi dalla data di entrata in vigore delle disposizioni del presente capo, stabilita ai sensi dell'articolo 18, comma 1, anche integrando i decreti legislativi emanati in attuazione della delega di cui all'articolo 5 della legge 28 novembre 2005, n. 246, e successive modificazioni, uno o più decreti legislativi per il riassetto delle prescrizioni normative e degli adempimenti procedurali applicabili alle imprese, con le modalità e secondo i princìpi e criteri direttivi di cui all'articolo 20 della legge 15 marzo 1997, n. 59, e successive modificazioni, nonché secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:

      1. Il Governo è delegato ad adottare, entro quattro mesi dalla data di entrata in vigore delle disposizioni della presente legge, anche integrando i decreti legislativi emanati in attuazione della delega di cui all'articolo 5 della legge 28 novembre 2005, n. 246, e successive modificazioni, uno o più decreti legislativi per il riassetto delle prescrizioni normative e degli adempimenti procedurali applicabili alle imprese, con le modalità e secondo i princìpi e criteri direttivi di cui all'articolo 20 della legge 15 marzo 1997, n. 59, e successive modificazioni, nonché secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:

          a) riordino e coordinamento delle disposizioni legislative recanti le prescrizioni e gli adempimenti procedurali che devono essere rispettati, ai sensi della presente legge, ai fini della realizzazione di impianti produttivi e dello svolgimento di attività di impresa;

          a) identica;

 

          b) individuazione di tempi certi ed inderogabili per lo svolgimento degli adempimenti che fanno capo alle pubbliche amministrazioni, nel rispetto delle competenze previste dal titolo V della parte seconda della Costituzione, ivi compresa l'erogazione di finanziamenti o agevolazioni economiche comunque definiti per i quali l'iter procedurale sia giunto a buon fine;

          b) abrogazione, dalla data di entrata in vigore dei decreti legislativi di cui all'alinea, di tutte le disposizioni di legge statale non individuate ai sensi della lettera a).

          c) identica.

      2. Il Governo, nelle materie di competenza esclusiva dello Stato, completa il processo di riassetto emanando, anche contestualmente ai decreti legislativi di cui al comma 1, una raccolta organica delle norme regolamentari che disciplinano la medesima materia, ove necessario adeguandole alla nuova disciplina di livello primario e semplificandole secondo le modalità di cui all'articolo 20, comma 3-bis, della legge 15 marzo 1997, n. 59.

      2. Identico.

      3. I decreti legislativi di cui al comma 1 sono adottati su proposta del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con i Ministri per le riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione, dell'economia e delle finanze, dell'interno, della salute, dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e per i beni e le attività culturali. Entro i due anni successivi alla data di entrata in vigore dei predetti decreti legislativi, possono essere adottati ulteriori decreti correttivi e integrativi, nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi e con la procedura previsti dal presente articolo.

      3. Identico.

      4. Le regioni e gli enti locali si adeguano ai princìpi del presente articolo, quanto ai procedimenti amministrativi di loro competenza, entro il termine di sei mesi dalla data di entrata in vigore delle disposizioni del presente capo, stabilita ai sensi dell'articolo 18, comma 1.

      4. Le regioni e gli enti locali si adeguano ai princìpi del presente articolo, quanto ai procedimenti amministrativi di loro competenza, entro il termine di sei mesi dalla data di entrata in vigore delle disposizioni della presente legge.

      5. Le regioni a statuto speciale e le province autonome di Trento e di Bolzano si adeguano ai princìpi del presente articolo, quanto ai procedimenti amministrativi di loro competenza, entro il medesimo termine previsto dal comma 4, secondo i propri statuti e le relative norme di attuazione.

      Soppresso.

 

 

L’articolo 17 delega il Governo ad adottare, entro 4 mesi dalla data di entrata in vigore della legge, uno o più decreti legislativi volti al riassetto normativo delle prescrizioni e degli adempimenti procedurali applicabili alle imprese.

I decreti legislativi sono adottati su proposta del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con i Ministri per le riforme e le innovazioni nella PA, dell’economia e delle finanze, dell’interno, della salute, dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e per i beni e le attività culturali.

Le regioni e gli enti locali sono tenuti ad adeguarsi alle nuove norme entro 6 mesi dalla data di entrata in vigore della legge.

Per quanto concerne le modalità di adozione dei decreti legislativi, la disposizione rinvia all’articolo 20 della legge n.59 del 1997.

 

L’articolo 20, comma 5, della legge n.59 del 1997 prevede che i decreti legislativi ivi previsti siano adottati previa acquisizione del parere della Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e, successivamente, dei pareri delle Commissioni parlamentari competenti che sono resi entro il termine di sessanta giorni dal ricevimento della richiesta.

 

La disposizione prevede, inoltre, che i decreti legislativi possano essere adottati anche integrando i decreti legislativi emanati in attuazione della delega recata dall’articolo 5 della legge n.246 del 2005.

 

L’articolo 5, comma 1, della legge n.246 del 2005 (legge di semplificazione e riassetto normativo per l’anno 2005) ha delegato il Governo ad adottare, entro il 31 dicembre 2007[78], uno o più decreti legislativi per il riassetto delle disposizioni di competenza legislativa esclusiva statale, di cui all'articolo 117, secondo comma, della Costituzione, vigenti in materia di adempimenti amministrativi delle imprese, a esclusione di quelli fiscali, previdenziali, ambientali e di quelli gravanti sulle stesse in qualità di datori di lavoro, secondo i princìpi, i criteri direttivi e le procedure di cui all'articolo 20 della legge 15 marzo 1997, n. 59, e successive modificazioni, nonché nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) previa consultazione delle organizzazioni di rappresentanza delle categorie economiche, produttive e professionali interessate:

1) semplificazione, razionalizzazione e snellimento degli adempimenti relativi alle fasi di svolgimento, trasformazione, trasferimento e cessazione dell'attività d'impresa, ivi incluse le attività di certificazione, e agli aspetti inerenti l'iscrizione al registro delle imprese, anche prevedendo il coordinamento con le attività degli sportelli unici;

2) previsione di forme di autoregolazione, ove non vi contrastino interessi pubblici primari, al fine di favorire la concorrenza tra i soggetti economici e l'accrescimento delle capacità produttive del sistema nazionale;

3) delegificazione della disciplina dei procedimenti amministrativi connessi allo svolgimento dell'attività d'impresa, secondo i criteri di cui all'articolo 20 della legge 15 marzo 1997, n. 59, e successive modificazioni;

4) sostituzione, ove possibile, delle norme prescrittive con sistemi di incentivi e disincentivi;

b) riduzione degli atti sottoposti ad obbligo di conservazione da parte delle imprese e riduzione dei tempi di conservazione degli stessi ai fini degli accertamenti amministrativi.

 

Si fa presente che la delega di cui all’articolo 5 della legge n.246 del 2005 non è stata fin qui attuata.

 

Per quanto concerne i principi e criteri direttivi, la disposizione prevede:

a) il riordino e coordinamento degli adempimenti procedurali da rispettare ai fini della realizzazione di impianti produttivi e dello svolgimento dell’attività di impresa;

b) l’individuazione di tempi certi ed inderogabili per lo svolgimento degli adempimenti che fanno capo alle pubbliche amministrazioni, nel rispetto delle competenze previste dal titolo V della parte seconda della Costituzione, ivi compresa l'erogazione di finanziamenti o agevolazioni economiche comunque definiti per i quali l'iter procedurale sia giunto a buon fine (lettera introdotta dalla Commissione);

c) l’abrogazione, dalla data di entrata in vigore dei decreti legislativi, di tutte le disposizioni di legge statale non espressamente attuate;

d) la possibilità di adottare, contestualmente ai decreti legislativi, una raccolta organica e semplificata delle norme regolamentari che disciplinano la materia;

e) il rinvio ai principi e criteri direttivi di cui all’articolo 20 della legge n.59 del 1997.

 

L’articolo 20 della legge n.59 del 1997 ha introdotto la legge annuale disemplificazione. Ai sensi di tale disposizione, sulla base di un programma di priorità di interventi, definito, con deliberazione del Consiglio dei Ministri, in relazione alle proposte formulate dai Ministri competenti, sentita la Conferenza unificata, presenta al Parlamento, entro il 31 maggio di ogni anno, un disegno di legge per la semplificazione e il riassetto normativo, volto a definire, per l'anno successivo, gli indirizzi, i criteri, le modalità e le materie di intervento, anche ai fini della ridefinizione dell'area di incidenza delle pubbliche funzioni con particolare riguardo all'assetto delle competenze dello Stato, delle regioni e degli enti locali. Il disegno di legge di semplificazione prevede l'emanazione di decreti legislativi, relativamente alle norme legislative sostanziali e procedimentali, nel rispetto dei seguenti principi e criteri direttivi:

a) definizione del riassetto normativo e codificazione della normativa primaria regolante la materia, previa acquisizione del parere del Consiglio di Stato, reso nel termine di novanta giorni dal ricevimento della richiesta, con determinazione dei princìpi fondamentali nelle materie di legislazione concorrente;

a-bis) coordinamento formale e sostanziale del testo delle disposizioni vigenti, apportando le modifiche necessarie per garantire la coerenza giuridica, logica e sistematica della normativa e per adeguare, aggiornare e semplificare il linguaggio normativo;

b) indicazione esplicita delle norme abrogate, fatta salva l'applicazione dell'articolo 15 delle disposizioni sulla legge in generale premesse al codice civile;

c) indicazione dei princìpi generali, in particolare per quanto attiene alla informazione, alla partecipazione, al contraddittorio, alla trasparenza e pubblicità che regolano i procedimenti amministrativi ai quali si attengono i regolamenti previsti dal comma 2 del presente articolo, nell'àmbito dei princìpi stabiliti dalla legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni;

d) eliminazione degli interventi amministrativi autorizzatori e delle misure di condizionamento della libertà contrattuale, ove non vi contrastino gli interessi pubblici alla difesa nazionale, all'ordine e alla sicurezza pubblica, all'amministrazione della giustizia, alla regolazione dei mercati e alla tutela della concorrenza, alla salvaguardia del patrimonio culturale e dell'ambiente, all'ordinato assetto del territorio, alla tutela dell'igiene e della salute pubblica;

e) sostituzione degli atti di autorizzazione, licenza, concessione, nulla osta, permesso e di consenso comunque denominati che non implichino esercizio di discrezionalità amministrativa e il cui rilascio dipenda dall'accertamento dei requisiti e presupposti di legge, con una denuncia di inizio di attività da presentare da parte dell'interessato all'amministrazione competente corredata dalle attestazioni e dalle certificazioni eventualmente richieste;

f) determinazione dei casi in cui le domande di rilascio di un atto di consenso, comunque denominato, che non implichi esercizio di discrezionalità amministrativa, corredate dalla documentazione e dalle certificazioni relative alle caratteristiche tecniche o produttive dell'attività da svolgere, eventualmente richieste, si considerano accolte qualora non venga comunicato apposito provvedimento di diniego entro il termine fissato per categorie di atti in relazione alla complessità del procedimento, con esclusione, in ogni caso, dell'equivalenza tra silenzio e diniego o rifiuto;

g) revisione e riduzione delle funzioni amministrative non direttamente rivolte:

1) alla regolazione ai fini dell'incentivazione della concorrenza;

2) alla eliminazione delle rendite e dei diritti di esclusività, anche alla luce della normativa comunitaria;

3) alla eliminazione dei limiti all'accesso e all'esercizio delle attività economiche e lavorative;

4) alla protezione di interessi primari, costituzionalmente rilevanti, per la realizzazione della solidarietà sociale;

5) alla tutela dell'identità e della qualità della produzione tipica e tradizionale e della professionalità;

h) promozione degli interventi di autoregolazione per standard qualitativi e delle certificazioni di conformità da parte delle categorie produttive, sotto la vigilanza pubblica o di organismi indipendenti, anche privati, che accertino e garantiscano la qualità delle fasi delle attività economiche e professionali, nonché dei processi produttivi e dei prodotti o dei servizi;

i) per le ipotesi per le quali sono soppressi i poteri amministrativi autorizzatori o ridotte le funzioni pubbliche condizionanti l'esercizio delle attività private, previsione dell'autoconformazione degli interessati a modelli di regolazione, nonché di adeguati strumenti di verifica e controllo successivi. I modelli di regolazione vengono definiti dalle amministrazioni competenti in relazione all'incentivazione della concorrenzialità, alla riduzione dei costi privati per il rispetto dei parametri di pubblico interesse, alla flessibilità dell'adeguamento dei parametri stessi alle esigenze manifestatesi nel settore regolato;

l) attribuzione delle funzioni amministrative ai comuni, salvo il conferimento di funzioni a province, città metropolitane, regioni e Stato al fine di assicurarne l'esercizio unitario in base ai princìpi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza; determinazione dei princìpi fondamentali di attribuzione delle funzioni secondo gli stessi criteri da parte delle regioni nelle materie di competenza legislativa concorrente;

m) definizione dei criteri di adeguamento dell'organizzazione amministrativa alle modalità di esercizio delle funzioni di cui al presente comma;

n) indicazione esplicita dell'autorità competente a ricevere il rapporto relativo alle sanzioni amministrative, ai sensi dell'articolo 17 della legge 24 novembre 1981, n. 689.

 

Ai sensi del comma 3-bis dell’articolo 20 della legge n.59 del 1997 (richiamato al comma 2 dell’articolo 17 in commento) il Governo, nelle materie di competenza esclusiva dello Stato, completa il processo di codificazione di ciascuna materia emanando, anche contestualmente al decreto legislativo di riassetto, una raccolta organica delle norme regolamentari regolanti la medesima materia, se del caso adeguandole alla nuova disciplina di livello primario e semplificandole secondo i criteri di cui ai successivi commi (65).

 

Merita ricordare, infine, che l’articolo 5, comma 2, della legge n.246 del 2005 (Legge di semplificazione e riassetto normativo per il 2005) ha stabilito che il Governo e le regioni, in attuazione del principio di leale collaborazione, promuovono intese o concludono accordi in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano o di Conferenza unificata, al fine di:

a) favorire il coordinamento dell'esercizio delle competenze normative in materia di adempimenti amministrativi delle imprese e di procedimenti di autorizzazione, di licenza o di assenso, comunque denominati, per l'esercizio dell'attività di impresa;

b) favorire l'armonizzazione della regolamentazione relativa alla semplificazione degli adempimenti connessi all'esercizio dell'attività d'impresa;

c) favorire il conseguimento di livelli minimi di semplificazione degli adempimenti connessi allo svolgimento dell'attività d'impresa su tutto il territorio nazionale, previa individuazione delle migliori pratiche e verifica dei risultati delle iniziative sperimentali adottate dalle regioni e dagli enti locali;

d) individuare particolari forme di semplificazione, omogenee su tutto il territorio nazionale, degli adempimenti connessi allo svolgimento dell'attività delle piccole e medie imprese e delle imprese artigiane;

e) adottare le misure idonee a garantire la completezza e l'aggiornamento costante delle informazioni contenute nel Registro informatico degli adempimenti amministrativi per le imprese, di cui all'articolo 16 della legge 29 luglio 2003, n. 229, nonché a coordinarne i contenuti con i processi di semplificazione e riassetto della regolazione statale, regionale e locale;

f) assicurare la rimozione degli ostacoli, ove esistenti, alla piena operatività degli sportelli unici di cui agli articoli 23 e 24 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, nonché l'estensione e lo sviluppo dell'operatività degli stessi, favorendo:

1) l'adozione di modelli organizzativi differenziati in relazione alla dimensione territoriale e demografica di interesse, nel rispetto dell'autonomia dei soggetti coinvolti, al fine di garantire adeguati livelli di funzionalità, nonché il coordinamento e la cooperazione tra i diversi livelli di governo;

2) l'affidamento di ulteriori ambiti procedimentali alla gestione degli sportelli unici, sia a fini di semplificazione degli adempimenti amministrativi relativi alle fasi di avvio, svolgimento, trasformazione, trasferimento e cessazione dell'attività d'impresa, sia a fini di promozione territoriale;

3) l'implementazione di modelli innovativi per la formazione del personale addetto agli sportelli unici;

4) l'adozione di efficaci strumenti di informatizzazione dei processi e di diffusione della conoscenza del contesto territoriale.

I suddetti accordi possono inoltre prevedere, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, meccanismi di premialità regionale, cofinanziabili, limitatamente alle aree sottoutilizzate, con il Fondo di cui all'articolo 61 della legge 27 dicembre 2002, n. 289.

 

 

 

 


Articolo 16
Semplificazione della procedura per la verifica degli impianti a pressione e degli apparecchi di sollevamento

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

Art. 19.

(Semplificazione della procedura per la verifica degli impianti a pressione e degli apparecchi di sollevamento).

Art. 16.

(Semplificazione della procedura per la verifica degli impianti a pressione e degli apparecchi di sollevamento).

 

      1. Il proprietario e il gestore dell'impianto di cui al decreto legislativo 25 febbraio 2000, n. 93, comunicano all'azienda sanitaria locale (ASL) territorialmente competente l'avvenuta installazione di uno degli impianti di cui al medesimo decreto legislativo, attestando sotto la propria responsabilità che l'impianto è installato a regola d'arte e in conformità alla normativa vigente e che sono state effettuate le verifiche e le prove obbligatorie e allegando la conforme attestazione di un professionista abilitato e la certificazione dei componenti utilizzati.

      1. Il proprietario e il gestore dell'impianto di cui al decreto legislativo 25 febbraio 2000, n. 93, comunicano all'azienda sanitaria locale (ASL) territorialmente competente l'avvenuta installazione di uno degli impianti di cui al medesimo decreto legislativo, attestando sotto la propria responsabilità che l'impianto è installato a regola d'arte e in conformità alla normativa vigente e che sono state effettuate le verifiche e le prove obbligatorie e allegando la conforme attestazione di un professionista o di un ente tecnico abilitato e la certificazione dei componenti utilizzati

 

      2. Ai sensi del comma 1, il professionista attesta le prove e le verifiche effettuate a regola d'arte e il relativo esito. Il gestore e il professionista attestano, altresì, l'assenza di qualunque collegamento contrattuale, professionale o economico, diretto o indiretto, del professionista con il fabbricante, il distributore, l'installatore e il gestore dell'impianto.

      2. Ai sensi del comma 1, i soggetti di cui al medesimo comma attestano l'avvenuta effettuazione delle prove e delle verifiche e il relativo esito, nonché l'assenza di qualunque collegamento contrattuale, professionale o economico, diretto o indiretto, del professionista o dell'ente tecnico abilitato con il fabbricante, il distributore, l'installatore ed il gestore dell'impianto.

 

      3. Decorsi trenta giorni dall'invio della documentazione di cui ai commi 1 e 2, l'impianto può essere messo in funzione.

Soppresso.

 

      4. L'ASL effettua, anche mediante convenzioni con soggetti pubblici muniti di adeguata competenza tecnica, verifiche tecniche a campione, senza preavviso, degli impianti indicati ai commi 1 e 2. In caso di esito negativo, sottopone a verifica tutti gli altri impianti gestiti o verificati dai medesimi soggetti. Ciascuna ASL pubblica periodicamente nel proprio sito internet l'elenco delle verifiche e i relativi esiti.

      3. L'ASL effettua, anche mediante convenzioni con soggetti pubblici indipendenti e privi di collegamenti contrattuali, professionali o economici, diretti o indiretti, con gli operatori interessati e muniti di adeguata competenza tecnica, verifiche tecniche a campione, senza preavviso, degli impianti indicati ai commi 1 e 2. In caso di esito negativo, sottopone a verifica tutti gli altri impianti gestiti o verificati dai medesimi soggetti. Ciascuna ASL pubblica periodicamente nel proprio sito internet l'elenco delle verifiche e i relativi esiti.

 

      5. Le procedure di cui ai commi 1 e 2 si applicano anche nei casi di riqualificazione periodica, di riparazione e di modifica degli impianti. In tali casi, non si applica il comma 3 ed è consentita la continuità del funzionamento dell'impianto a condizione che la comunicazione sia presentata nel tempo prescritto.

      4. Le procedure di cui ai commi 1 e 2 si applicano anche nei casi di riqualificazione periodica, di riparazione e di modifica degli impianti.

 

      6. Le procedure di cui ai commi 1 e 2 si applicano altresì alle verifiche periodiche degli apparecchi di sollevamento previste dall'articolo 194 del decreto del Presidente della Repubblica 27 aprile 1955, n. 547. In tale caso la comunicazione è effettuata all'ASL o al diverso ente individuato dalla legge regionale in materia di prevenzione degli infortuni.

      5. Identico.

 

      7. Il regolamento di cui al regio decreto 12 maggio 1927, n. 824, e successive modificazioni, è abrogato.

      6. Identico.

 

 

 

L’articolo 16, modificato dalla Commissione, è volto a semplificare la procedura di verifica degli impianti a pressione e degli apparecchi di sollevamento mediante il ricorso all'autocertificazione dell'interessato, asseverata da un professionista indipendente, fatto salvo il successivo controllo pubblico.

Secondo il comma 1, l’installazione di uno degli impianti di cui al decreto legislativo 25 febbraio 2000, n. 93[79] è comunicata all'azienda sanitaria locale (ASL)[80] territorialmente competente dal proprietario e dal gestore del suddetto impianto.

Si ricorda che il citato decreto legislativo reca l’attuazione della direttiva 97/23/CE (nota anche come “direttiva PED”, acronimo di Pressare Equipment Directive) in materia di attrezzature a pressione. Le disposizioni del D.Lgs. si applicano alla progettazione, alla fabbricazione e alla valutazione di conformità delle attrezzature a pressione e degli insiemi sottoposti ad una pressione massima ammissibile superiore a 0,5 bar. Per «attrezzature a pressione» si intendono i recipienti, le tubazioni, gli accessori di sicurezza e gli accessori a pressione, compresi gli elementi annessi a parti pressurizzate.

Si segnala inoltre che, in attuazione dell’articolo 19 del medesimo D.Lgs. è stato emanato tramite il DM 1° dicembre 2004, n. 329, il regolamento recante norme per la messa in servizio ed utilizzazione delle attrezzature a pressione e degli insiemi di cui al citato articolo 19.

Il Ministero delle attività produttive (ora Ministero dello sviluppo economico) con la Circolare 2 marzo 2005, n.12117[81], ha precisato che:

§         la legislazione di riferimento per la costruzione delle attrezzature a pressione e agli insiemi, gli apparecchi semplici a pressione, i generatori di vapore d'acqua o ad acqua calda surriscaldata, i recipienti in pressione di vapore d'acqua ovvero di gas compressi liquefatti o disciolti, i recipienti di vapori diversi dal vapore d'acqua, i recipienti degli impianti funzionanti con liquidi caldi sotto pressione, i recipienti per liquidi, i recipienti per vapori e gas ed alle tubazioni, è individuata dal decreto legislativo 25 febbraio 2000, n. 93, di recepimento della direttiva 97/23/CEE e dal decreto legislativo 27 settembre 1991, n. 311, di recepimento delle direttive n. 87/404/CEE e n. 90/488/CEE;

§         la legislazione in ordine alla messa in servizio e l'utilizzazione delle attrezzature a pressione e degli insiemi, questa è costituita dal regolamento 1° dicembre 2004, n. 329.

Il DM n. 329/2004, dunque, disciplina nel dettaglio le varie tipologie di verifiche, le esclusioni, gli obblighi da osservare per la messa in servizio e l'utilizzazione, dichiarazione di messa in servizio, le verifiche periodiche, le riqualificazioni, le riparazioni e le modifiche.

In particolare, a norma dell’articolo 6 del citato DM, all'atto della messa in servizio l'utilizzatore delle attrezzature e degli insiemi soggetti a controllo o a verifica invia all'ISPESL e all'Unità Sanitaria Locale (USL) o all'Azienda Sanitaria Locale (ASL) competente, una dichiarazione di messa in servizio, contenente, tra l’altro, l'elenco delle singole attrezzature, con le loro caratteristiche, una relazione tecnica, con lo schema dell'impianto, recante le condizioni d'installazione e di esercizio, le misure di sicurezza, protezione e controllo adottate, una dichiarazione attestante che l'installazione è stata eseguita in conformità a quanto indicato nel manuale d'uso nonché il verbale della verifica di primo impianto, ove prescritta.

 

Il proprietario e il gestore dell’impianto attestano sotto la propria responsabilità che l'impianto è installato a regola d'arte e in conformità alla normativa vigente e che sono state effettuate le verifiche e le prove obbligatorie e allegano la conforme attestazione di un professionista o di un ente tecnico abilitato e la certificazione dei componenti utilizzati.

Si segnala che la Commissione di merito ha dettagliato la dicitura “professionista abilitato” in “professionista o ente tecnico abilitato”.

 

Il comma 2 prevede l’attestazione da parte dei soggetti di cui al comma 1:

§      dell’avvenuta effettuazione delle prove e delle verifiche, e il relativo esito;

§      dell’assenza di qualunque collegamento contrattuale, professionale o economico, diretto o indiretto, del professionista con il fabbricante, il distributore, l'installatore e il gestore dell'impianto.

Le modifiche introdotte dalla Commissione sul comma 2 sono finalizzate al coordinamento con la precisazione apportata al comma 1 relativa ai soggetti che effettuano le verifiche e le prove.

 

Il comma 3 concerne le verifiche dell'azienda sanitaria locale. L'ASL effettua verifiche tecniche a campione, senza preavviso, degli impianti suindicati, anche mediante convenzioni con soggetti pubblici muniti di adeguata competenza tecnica.

La Commissione ha precisato che i soggetti pubblici convenzionati debbono essere indipendenti e privi di collegamenti contrattuali, professionali o economici, diretti o indiretti, con gli operatori interessati.

In caso di esito negativo, sottopone a verifica tutti gli altri impianti gestiti o verificati dai medesimi soggetti. Ciascuna ASL pubblica periodicamente nel proprio sito internet l'elenco delle verifiche e i relativi esiti.

 

Le procedure descritte ai commi 1 e 2 si applicano anche nei casi di riqualificazione periodica, di riparazione e di modifica degli impianti (comma 4).

Si ricorda che il DM n. 329/2004 reca numerose disposizioni in materia, e in particolare gli articoli 8 e 9 (relativi alle verifiche periodiche), gli articoli 10 e 11 (sulla riqualificazione periodica), gli articoli 11 e 12 (sulle verifiche di integrità e di funzionamento in occasione delle verifiche periodiche) e l’articolo 14 (relativo alle riparazioni e alle modifiche).

Si segnala che inoltre che l’ex Ministero delle attività produttive, con la circolare del 23 maggio 2005 (pubblicata nella G.U. 26 maggio 2005, n. 121) ha chiarito alcuni problemi interpretativi circa l'individuazione dei soggetti preposti alle verifiche periodiche successive alla prima. Infatti, l'articolo 5, comma 1, lettera d), considera la possibilità che, quando richiesto, il controllo della messa in servizio - prima verifica - possa essere effettuato, a determinate condizioni, da un organismo notificato o da un ispettorato degli utilizzatori. Le verifiche periodiche a diverso titolo contemplate negli articoli 9, 10, 11, 12 e 14 nonché le verifiche di funzionamento in occasione delle verifiche periodiche o le verifiche conseguenti ad una attività di riparazione, configurano – secondo la circolare - un'attività che si può comparare alla prima verifica e richiede simile livello di professionalità da parte dei tecnici di parte terza utilizzati, e possono pertanto essere operate dai medesimi soggetti. Restano ovviamente invariate le competenze delle Unità sanitarie locali, delle Aziende sanitarie locali e delle ARPA derivando le stesse da una normativa specifica non vincolata al precedente quadro legislativo sulle attrezzature a pressione.

 

Il comma 5 estende l’applicazione delle procedure di cui ai commi 1 e 2 alle verifiche periodiche degli apparecchi di sollevamento previste dall'articolo 194 del decreto del Presidente della Repubblica 27 aprile 1955, n. 547.

Si ricorda che l’articolo 194 del DPR n. 547/1955, recante norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, dispone l’obbligatorietà di verifiche annuali per le gru e gli altri apparecchi di sollevamento di portata superiore a 200 chilogrammi, esclusi quelli azionati a mano e quelli già soggetti a speciali disposizioni di legge, ai fini di accertare lo stato di funzionamento e di conservazione a tutela della sicurezza dei lavoratori. Tali verifiche sono state affidate all'E.N.P.I. (Ente nazionale per la prevenzione degli infortuni) dall’articolo 5 del DM 12 settembre 1959.

 

In tale caso la comunicazione è effettuata all'ASL o al diverso ente individuato dalla legge regionale in materia di prevenzione degli infortuni.

 

Il comma 6 abroga il regolamento di cui al regio decreto 12 maggio 1927, n. 824, e successive modificazioni.

Si ricorda che tale regio decreto reca l’”approvazione del regolamento per la esecuzione del R.D.L. 9 luglio 1926, numero 1331, che costituisce l'Associazione nazionale per il controllo della combustione” e contiene norme relative alla prevenzione degli infortuni relative alla sicurezza degli apparecchi a pressione e del controllo della combustione. Con il DM 21 maggio 1974 sono state emanate norme integrative del regolamento approvato con RD 12 maggio 1927, numero 824 e disposizioni per l'esonero da alcune verifiche e prove stabilite per gli apparecchi a pressione.

Si segnala inoltre che il Ministero delle attività produttive con la Circolare 2 marzo 2005, n.12117[82], ha provveduto a chiarire alcuni aspetti relativi alla legislazione pregressa, ed ha affermato che “l'utilizzazione in atti amministrativi di riferimenti allo storico regio decreto 12 maggio 1927, n. 824, non appare più compatibile con il nuovo quadro legislativo”.

Per quanto concerne, inoltre, i riferimenti riguardanti la sicurezza sui luoghi di lavoro e degli operatori, presenti nel citato regio decreto gli stessi sono stati superati dalla legislazione di cui al decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, modificato dal decreto legislativo 19 marzo 1996, n. 242 e successive modifiche.

Restano, di conseguenza, invariate le competenze della Unità sanitarie locali, Aziende sanitarie locali e ARPA, derivando le stesse da una normativa specifica.

 

Secondo la relazione illustrativa al disegno di legge, la semplificazione delle attività di verifica operata dall’articolo 16, tramite la valorizzazione della responsabilità del proprietario o del gestore e del tecnico da essi scelto, libera energie pubbliche per successivi controlli sul territorio.

La norma, infatti, tende a far emergere nei rapporti che intercorrono tra i diversi operatori, nel rispetto delle singole competenze, gradi di professionalità e di responsabilità al fine di garantire trasparenza e sicurezza nella realizzazione e nel funzionamento degli impianti, utilizzando l'autocertificazione dell'interessato asseverata da un professionista indipendente, e riservando l’intervento pubblico per i controlli successivi.

 

La relazione tecnica afferma che l’articolo 16 non comporta oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica operando, al contrario, una razionalizzazione e una diminuzione della spesa.

Documentazione predisposta dall’Ufficio RUE

Documenti all’esame delle istituzioni dell’UE

Il 10 marzo 2006la Commissione ha presentato una comunicazione (COM(2006)19) sulla valutazione dell’utilizzo degli ispettorati degli utilizzatori nell’ambito della direttiva 97/23/CE per il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di attrezzature a pressione.

La direttiva in questione prevede che gli Stati membri possono autorizzare nel loro territorio la commercializzazione e la messa in servizio di attrezzature a pressione la cui conformità sia stata valutata e verificata da “Ispettorati degli utilizzatori”.  Tali servizi di controllo, facenti capo a gruppi industriali applicanti una politica comune di sicurezza, sono strutture autonome normalmente costituite da personale specializzato e qualificato e non direttamente coinvolto in procedimenti produttivi (di progettazione, di fabbricazione, di fornitura, di montaggio, di funzionamento o manutenzione delle attrezzature a pressione) e diretto da una gerarchia autonoma non coinvolta nel processo produttivo: ciò a garanzia dei requisiti di indipendenza degli ispettorati stessi. 

Il documento analizza l’attuazione della direttiva da parte degli Stati membri concludendo che, dal punto di vista della sicurezza relativa ad eventuali conflitti di interesse, “non sono stati identificati né problemi né abusi” e che d’altra parte non è necessario prevedere un ampliamento dei compiti di tali ispettorati.

 


Articolo 17
Agevolazioni per i prodotti del commercio equo e solidale

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

Art. 17.

(Agevolazioni per i prodotti del commercio equo e solidale).

 

 

      1. Al fine di favorire uno sviluppo sociale ed economico durevole a beneficio dei piccoli produttori e dei lavoratori dei Paesi in via di sviluppo, è introdotto un regime fiscale agevolato dei prodotti del commercio equo e solidale che rispettano i criteri previsti dalle organizzazioni di certificazione del fair trade.

 

 

      2. Con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, da emanare entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono individuate le tipologie e le modalità di attuazione delle agevolazioni di cui al comma 1, nel rispetto delle norme comunitarie e nel limite delle risorse finanziarie di cui al comma 3.

 

 

      3. All'onere derivante dall'attuazione del presente articolo, stimato in 10 milioni di euro, si provvede mediante corrispondente riduzione dell'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 1, comma 50, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, come rideterminata dalla tabella C allegata alla legge 27 dicembre 2006, n. 296.

 

 

 

L’articolo 17, introdotto dalla Commissione, prevede al comma 1 un regime fiscale agevolato per i prodotti del commercio equo e solidale che rispettino i criteri previsti dalle organizzazioni di certificazione del fair trade.

Con il termine fair trade (ocommercio equo esolidale) si intende quella forma di attività commerciale nella quale l'obiettivo primario non è la massimizzazione del profitto, bensì la lotta allo sfruttamento e alla povertà legate a cause economiche o sociali. Nel commercio equo e solidale, dunque, si cerca di garantire ai produttori e ai lavoratori dei paesi in via di sviluppo un trattamento  diverso da quanto avviene nelle consuete pratiche commerciali. Queste ultime si caratterizzano infatti per un approccio che provoca notevolissimi problemi alle popolazioni dei paesi in via di sviluppo. Anzitutto non vi è un legame accettabile tra i costi di produzione e i prezzi che poi vengono praticati a valle, in quanto i primi ricadono su soggetti strutturalmente deboli (i contadini e gli artigiani dei paesi in via di sviluppo), mentre i secondi vengono stabiliti da soggetti forti. Strettamente legata ai rapporti commerciali di tipo tradizionale è poi l'incertezza sugli sbocchi commerciali dei propri prodotti, che impedisce a contadini e artigiani poveri una minima programmazione della propria vita futura. La mancata conoscenza dei mercati di sbocco danneggia poi i piccoli produttori anche in un altro senso: infatti è praticamente impossibile per essi prevedere eventuali mutamenti nei consumi e conseguentemente adeguarvisi. Non va infine dimenticato che l'urgenza di aumentare i quantitativi prodotti spinge i committenti a dare impulso all’impiego lavorativo di fasce deboli della popolazione, come ad esempio i minori, che in tal modo vengono doppiamente danneggiati, poiché di fatto si rinuncia a dare loro un'adeguata formazione.

La rete internazionale del commercio equo e solidale ha creato canali alternativi a quelli dominanti, capaci di offrire un reddito minimo a determinati produttori dei paesi in via di sviluppo. A tale scopo ai produttori stessi viene richiesto di operare in condizioni sostenibili, il che comporta una serie di restrizioni, che vanno dal divieto di impiego del lavoro minorile all'obbligo dell'utilizzazione di materie prime rinnovabili, dall'effettuazione di un certo livello di spese per la formazione alla creazione, ove possibile, anche di un mercato interno per i propri prodotti, con incentivi alla cooperazione tra produttori. A questi impegni dei piccoli produttori corrispondono da parte degli acquirenti la fissazione, d'accordo con i produttori, di prezzi e di quantitativi minimi garantiti, nonché la stipula di contratti pluriennali, la necessaria assistenza tecnica sia rispetto ai prodotti che alle tecniche produttive, forme di finanziamento dei produttori stessi. Tradizionalmente i prodotti interessati dal fenomeno del commercio equo e solidale sono stati anzitutto il caffè, il tè, lo zucchero di canna, il cacao e i prodotti dell'artigianato. Più recentemente, anche produzioni di tipo biologico sono state protagoniste del commercio equo e solidale, sia per un'evoluzione nelle scelte dei consumatori, sia per la necessità di una produzione maggiormente sostenibile dal punto di vista ambientale e della salute dei produttori.

Sulle dimensioni quantitative del fenomeno del commercio solidale va rilevato che dal 2000 al 2005 soltanto nell'Unione europea il fatturato del commercio equo solidale è cresciuto di due volte e mezzo, toccando la cifra record di 660 milioni di euro. Tale risultato è stato raggiunto da una diffusa rete di punti vendita di circa 2.800 "botteghe del mondo", presso le quali operano circa 100.000 volontari; ben più estesa tuttavia è la rete “generica” dei punti vendita, che raggiunge il numero di circa 79.000, dei quali 57.000 in normali supermercati che vendono anche prodotti del commercio equo e solidale. Per quanto riguarda l'Italia la percentuale del commercio equo e solidale sulla spesa pro capite risulta essere la più bassa in Europa, a fronte di una rete di botteghe di circa 400, concentrate soprattutto nel Nord, e quasi il 90 per cento delle quali si trova comunque in grandi città. I punti vendita complessivi che trattano prodotti del commercio equo e solidale sono circa 5.100 e coinvolgono nel complesso 60.000 persone, ripartite tra dipendenti, volontari, soci e cooperative.

La finalità delle agevolazioni è quella di favorire uno sviluppo sociale ed economico durevole a beneficio dei piccoli produttori e dei lavoratori dei Paesi in via di sviluppo.

 

Il comma 2 rinvia ad un decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, da emanare entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, l’individuazione delle tipologie e delle modalità di attuazione delle agevolazioni, nel rispetto delle norme comunitarie e nel limite delle risorse finanziarie di cui al comma 3.

 

Si rileva a tale proposito che la formulazione della disposizione del comma 1 appare troppo generica in quanto è necessario specificare ai fini di quali imposte si intendono introdurre le agevolazioni in questione, per poterle valutare sia sotto il profilo della compatibilità con la legislazione interna in materia di imposte dirette ed indirette, che sotto il profilo della compatibilità comunitaria, particolarmente nel caso di agevolazioni ai fini Iva.

 

Il comma 3 prevede che all'onere derivante dall'attuazione del presente articolo, stimato in 10 milioni di euro, si provveda mediante riduzione dell'autorizzazione di spesa di cui all’articolo 1, comma 50, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, come rideterminata dalla tabella C allegata alla legge 27 dicembre 2006, n. 296.

 

L’art. 1, comma 50 della legge finanziaria per il 2006 (legge n. 266/2005) reca una norma di autorizzazione di spesa volta ad estinguere i debiti pregressi contratti, nei confronti di enti, società, persone fisiche, istituzioni e organismi vari, dalle amministrazioni centrali dello Stato.

A tal fine istituisce, nello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze, un Fondo con una dotazione finanziaria pari a 170 milioni di euro per l'anno 2006 e a 200 milioni di euro per ciascuno degli anni 2007 e 2008 (UPB 4.1.5.19, cap. 3084).

Il richiamato comma 50 della legge finanziaria 2006 prevede che alla ripartizione del Fondo si provveda con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze su proposta del Ministro competente.

Nel bilancio 2007 (legge n. 298/2006) lo stanziamento del Fondo è pari a 150 milioni  in quanto con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze n. 106944 del 2006 si è provveduto ad un parziale riparto del fondo per 50 milioni di euro annui per ciascuno degli anni 2006, 2007 e 2008 al fine di tener conto, in via prioritaria, dei debiti contratti dall’ex Ministero delle finanze.

Si segnala che la dotazione del Fondo per il 2007 è stata ulteriormente ridotta di 100 milioni a copertura parziale dell’onere recato dal D.L. 20 marzo 2007, n. 23, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 maggio 2007, n. 64, recante “Disposizioni urgenti per il ripiano selettivo dei disavanzi pregressi nel settore sanitario”.

Conseguentemente le disponibilità residue in bilancio ammontano a 50 milioni di euro per il 2007.

 

Si osserva che la formulazione della clausola di copertura non appare corretta in quanto:

-          con riferimento all’onere viene utilizzata la formula “stimato in 10 milioni” in luogo di “pari a 10 milioni”;

-          non viene fatto riferimento ad alcuna annualità di bilancio. Tuttavia, poiché  il comma 2 fa riferimento al “limite delle risorse finanziarie”, le agevolazioni per i prodotti del commercio equo e solidale possono essere riferite ai soli esercizi finanziari 2007 e 2008;

-          viene indicato un riferimento alla tabella C allegata alla legge 27 dicembre 2006, n. 296, quando il richiamato comma 50 della legge n. 266/2005 non è presente nella suddetta tabella, che contiene stanziamenti autorizzati annualmente con la legge finanziaria.

 

 


Articolo 18
Modifiche all'articolo 3 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

Art. 18.

(Modifiche all'articolo 3 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380).

 

 

      1. All'articolo 3 (L), comma 1, del decreto legislativo 6 giugno 2001, n. 380, la lettera e.5) è sostituita dalla seguente:

 

      «e.5) l'installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere quali roulottes, campers e case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee, ad esclusione dei mezzi mobili di pernottamento collocati entro il perimetro delle strutture turistico-ricettive all'aria aperta, realizzate in conformità alla vigente disciplina edilizia e urbanistica, purché tali mezzi conservino i meccanismi di rotazione in funzione, non possiedano alcun collegamento permanente al terreno e alle reti tecnologiche, siano connessi agli impianti della rete fognaria o a un depuratore e non alterino lo stato dei luoghi e l'indice di edificabilità previsto dalla pianificazione urbanistica e dal permesso di costruire della stessa struttura turistico-ricettiva;».

 

 

 

La disposizione novella il comma 1, lettera e), dell’art. 3 del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 (T.U. dell’edilizia), attraverso la sostituzione integrale della lettera e.5). Il richiamato comma 1, lett. e) individua alcune tipologie di “interventi di nuova costruzione”, che l’articolo 10 subordina al rilascio del permesso di costruire[83].

 

La definizione degli interventi di “nuova costruzione” è stata inserita nel comma 1 dell’art. 3 a seguito del parere del Consiglio di Stato sullo schema del T.U. (A.G., parere del 29 marzo 2001, n. 3/2001) al fine di risolvere alcuni problemi aperti in giurisprudenza di qualificazione di tale tipo di interventi, con particolare riferimento alle pertinenze e alle costruzioni precarie.

 

Il testo attuale della lettera e.5) qualifica come interventi di nuova costruzione “l'installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee”[84].

La novella in esame è volta a circoscrivere l’ambito di applicazione di tale disposizione, escludendo in particolare l’installazione di tutti quei i mezzi mobili di pernottamento collocati entro il perimetro delle strutture turistico-ricettive all'aria aperta, realizzate in conformità alla vigente disciplina edilizia e urbanistica, purché essi:

§         mantengano un carattere di precarietà, individuabile nel fatto che essi siano dotati di meccanismi di rotazione in funzione e siano privi di qualsiasi collegamento permanente al terreno e alle reti tecnologiche;

§         siano rispettosi dell’ambiente e dello stato dei luoghi, ovvero siano connessi agli impianti della rete fognaria o a un depuratore, non alterino lo stato dei luoghi e l'indice di edificabilità previsto dalla pianificazione urbanistica e dal permesso di costruire della struttura turistico-ricettiva.

 

 

 


Articolo 19
Delega al Governo per la semplificazione delle procedure per il rilascio del certificato di prevenzione incendi

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

Art. 20.

(Delega al Governo per la semplificazione delle procedure per il rilascio del certificato di prevenzione incendi).

Art. 19.

(Delega al Governo per la semplificazione delle procedure per il rilascio del certificato di prevenzione incendi).

 

      1. Il Governo è delegato ad adottare, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi per semplificare, nel rispetto del mantenimento dei livelli di sicurezza per la collettività, le procedure per il rilascio del certificato di prevenzione incendi, realizzando un'effettiva riduzione degli adempimenti amministrativi e dei costi a carico delle imprese, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

      1. Il Governo è delegato ad adottare, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi per semplificare, nel rispetto del mantenimento dei livelli di sicurezza per la collettività e della tutela dell'ambiente, le procedure per il rilascio del certificato di prevenzione incendi, realizzando un'effettiva riduzione degli adempimenti amministrativi e dei costi a carico delle imprese, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

 

          a) diversificazione delle procedure e dei tempi per le attività aventi natura semplice o complessa;

          a) identica;

 

          b) diversificazione delle procedure e dei tempi in relazione alle attività disciplinate da norme tecniche, rispetto a quelle che, in relazione alla loro peculiare natura, non sono riconducibili ad una espressa disciplina tecnica;

          b) identica;

 

          c) disciplina dell'istituto di inizio attività di cui al comma 5 dell'articolo 3 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 12 gennaio 1998, n. 37;

          c) identica;

 

          d) adozione di strumenti telematici per il rilascio del certificato di prevenzione incendi;

          d) identica;

 

          e) individuzione di un costo forfetario massimo sia per le attività semplici e assoggettate a norme tecniche, sia per quelle complesse.

          e) identica;

 

      2. I decreti legislativi di cui al comma 1 sono adottati su proposta del Ministro dell'interno, di concerto con i Ministri dello sviluppo economico, dell'economia e delle finanze e per le riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione, previo parere delle competenti Commissioni parlamentari. Decorsi trenta giorni dalla trasmissione, i decreti legislativi possono essere emanati anche in mancanza di detti pareri. Entro i due anni successivi alla data di entrata in vigore dei predetti decreti legislativi possono essere adottati ulteriori decreti correttivi e integrativi, nel rispetto dei medesimi princìpi e criteri direttivi e con la procedura previsti dal presente articolo.

      2. Identico.

 

 

 

Il comma 1 dell’articolo in esame delega il Governo ad adottare, entro tre mesi dall’entrata in vigore della legge, uno o più decreti legislativi per semplificare, nel rispetto del mantenimento dei livelli di sicurezza per la collettività, le procedure per il rilascio del certificato di prevenzione incendi (CPI).

Nel corso dell’esame in Commissione è stato inserito un inciso che impone al legislatore delegato l’ulteriore vincolo del rispetto della tutela dell’ambiente.

Lo stesso comma prevede che tale semplificazione, che dovrà realizzare un'effettiva riduzione degli adempimenti amministrativi e dei costi a carico delle imprese, avvenga nel rispetto dei seguenti principi e criteri direttivi:

a) diversificazione delle procedure e dei tempi per le attività aventi natura semplice o complessa;

b) diversificazione delle procedure e dei tempi in relazione alle attività disciplinate da norme tecniche, rispetto a quelle che, in relazione alla loro peculiare natura, non sono riconducibili ad una espressa disciplina tecnica;

c) disciplina dell'istituto di inizio attività di cui al comma 5 dell'articolo 3 del regolamento di cui al DPR 12 gennaio 1998, n. 37[85];

d) adozione di strumenti telematici per il rilascio del CPI;

e) individuazione di un costo forfetario massimo sia per le attività semplici e assoggettate a norme tecniche, sia per quelle complesse.

 

Il comma 2 disciplina la procedura per l’emanazione dei decreti delegati. Viene infatti previsto che tali decreti siano adottati su proposta del Ministro dell'interno, di concerto con i Ministri dello sviluppo economico, dell'economia e delle finanze e per le riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione, previo parere delle competenti Commissioni parlamentari.

Nel caso in cui le Commissioni non si pronuncino entro trenta giorni dalla trasmissione, i decreti legislativi possono comunque essere emanati.

Il comma in esame contiene inoltre la delega per l’emanazione di eventuali ulteriori decreti correttivi e integrativi, nel rispetto dei medesimi principi e criteri direttivi e con la procedura previsti dal presente articolo, da esercitare entro i due anni successivi all’entrata in vigore dei decreti legislativi.

Il certificato di prevenzione incendi (CPI)

L’articolo 16, comma 1, del D.Lgs. n. 139 del 2006[86] disciplina il procedimento del rilascio del certificato di prevenzione riunendo e riorganizzando le varie disposizioni in materia recate da diversi provvedimenti previgenti, anche di rango regolamentare.

Ai sensi del comma 1 dell’articolo citato, il certificato di prevenzione incendi attesta il rispetto delle prescrizioni previste dalla normativa di prevenzione incendi e la sussistenza dei requisiti di sicurezza antincendio nei locali, attività, depositi, impianti ed industrie pericolose, individuati, in relazione alla detenzione ed all'impiego di prodotti infiammabili, incendiabili o esplodenti che comportano in caso di incendio gravi pericoli per l'incolumità della vita e dei beni ed in relazione alle esigenze tecniche di sicurezza, con apposito DPR, cui compete anche la fissazione del periodo di validità del certificato per le attività ivi individuate.

Il comma successivo del medesimo articolo dispone che il certificato di prevenzione incendi è rilasciato dal competente Comando provinciale dei vigili del fuoco, su istanza dei soggetti responsabili delle attività interessate, a conclusione di un procedimento che comprende il preventivo esame ed il parere di conformità sui progetti, finalizzati all'accertamento della rispondenza dei progetti stessi alla normativa di prevenzione incendi, e l'effettuazione di visite tecniche, finalizzate a valutare direttamente i fattori di rischio ed a verificare la rispondenza delle attività alla normativa di prevenzione incendi e l'attuazione delle prescrizioni e degli obblighi a carico dei soggetti responsabili delle attività medesime.

Inoltre, indipendentemente dal periodo di validità del certificato di prevenzione incendi stabilito con il regolamento suddetto, l'obbligo di richiedere un nuovo certificato ricorre quando vi sono modifiche di lavorazione o di strutture, nei casi di nuova destinazione dei locali o di variazioni qualitative e quantitative delle sostanze pericolose esistenti negli stabilimenti o depositi e ogni qualvolta sopraggiunga una modifica delle condizioni di sicurezza precedentemente accertate.

Il comma 7, infine, demanda ad apposito DPR la fissazione delle disposizioni attuative relative al procedimento per il rilascio del certificato di prevenzione incendi, nonché - tra l’altro - la disciplina del procedimento per il rinnovo del certificato medesimo.

I regolamenti previsti dai commi 1 e 7 non sono a tutt’oggi stati emanati.

Le procedure per il rilascio del CPI sono attualmente disciplinate dall’articolo 3 del D.P.R. 12 gennaio 1998 n. 37[87].

In base a tale articolo, completate le opere, gli enti e i privati sono tenuti a presentare domanda di sopralluogo al comando provinciale dei vigili del fuoco, che vi provvede entro 90 giorni, al fine di accertare il rispetto delle prescrizioni previste dalla normativa di prevenzione degli incendi nonché la sussistenza dei requisiti di sicurezza antincendio richiesti. Il termine di 90 giorni può essere prorogato, per una sola volta, di 45 giorni, dandone motivata comunicazione all'interessato.

Entro 15 giorni dalla data di effettuazione del sopralluogo viene rilasciato all'interessato, in caso di esito positivo, il certificato di prevenzione incendi che costituisce, ai soli fini antincendio, il nulla osta all'esercizio dell'attività.

Qualora invece venga riscontrata la mancanza dei requisiti di sicurezza richiesti, il comando ne dà immediata comunicazione all'interessato e alle autorità competenti ai fini dell'adozione dei relativi provvedimenti.

In attesa del sopralluogo, l’interessato può presentare al comando una dichiarazione, corredata da certificazioni, di conformità dei lavori eseguiti al progetto approvato, con la quale attesta il rispetto della normativa in materia di sicurezza antincendio e si impegna al rispetto degli obblighi di cui all'articolo 5 del medesimo DPR. Il comando rilascia all'interessato contestuale ricevuta dell'avvenuta presentazione della dichiarazione che costituisce, ai soli fini antincendio, autorizzazione provvisoria all'esercizio dell'attività.

La citata dichiarazione costituisce la sostanziale innovazione del regolamento, in quanto consente all’interessato, ai fini antincendio e senza ulteriori incombenze e costi aggiuntivi, di avviare l’attività, purché risulti presentata al Comando la domanda di sopralluogo, completa della prevista documentazione[88].

Infatti come meglio precisato nel decreto 4 maggio 1998[89], le certificazioni di conformità da presentare a corredo della predetta dichiarazione sono le stesse che devono essere prodotte in allegato alla domanda di sopralluogo.

Al fine di evitare duplicazioni, il sopralluogo effettuato dal Comando nell’ambito di organi collegiali[90] previsti dalla vigente normativa, è da ritenersi comprensivo degli accertamenti in merito al rispetto della norme antincendio e alla sussistenza dei requisiti di sicurezza antincendio richiesti; ne consegue che i termini da rispettare sono quelli definiti dalle vigenti disposizioni per gli organi in questione.

Documentazione predisposta dall’Ufficio RUE

Documenti all’esame delle istituzioni dell’UE

Il 23 giugno 2006la Commissione ha presentato una proposta di raccomandazione sulla prevenzione degli incendi e la promozione della sicurezza (COM(2006)329). La proposta è volta a sollecitare gli Stati membri perché vengano adottate una serie di iniziative, come la creazione di piani nazionali di prevenzione, lo sviluppo di sistemi nazionali di sorveglianza e notifica nonché l’inserimento della prevenzione e la promozione della sicurezza nella formazione del personale sanitario. La Commissione, da parte sua, dovrà creare un meccanismo a livello comunitario per lo scambio di informazioni e dare sostegno e priorità alle azioni volte alla creazione di un sistema di sorveglianza e notifica degli infortuni a livello comunitario.

La proposta è stata esaminata il 12 dicembre 2006 dal Parlamento europeo che, nell’ambito della procedura di consultazione, l’ha approvata con alcuni emendamenti. E’ previsto un accordo politico nel Consiglio per il 30 maggio 2007.

 

 

 


Articolo 20
Delega al Governo in materia di disposizioni fiscali per favorire la capitalizzazione delle imprese

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

Art. 21.

(Delega al Governo in materia di disposizioni fiscali per favorire la capitalizzazione delle imprese).

Art. 20.

(Delega al Governo in materia di disposizioni fiscali per favorire la capitalizzazione delle imprese).

 

      1. Il Governo è delegato ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi recanti norme dirette a favorire l'intervento nel capitale di rischio delle società da parte di organismi di investimento collettivo in valori mobiliari e l'ammissione dei titoli di partecipazione alla quotazione nei mercati regolamentati dell'unione europea o dei Paesi aderenti allo Spazio economico europeo; i decreti legislativi sono emanati in conformità alla disciplina comunitaria in materia di aiuti di Stato e nel rispetto dei seguenti principi e criteri direttivi:

      1. Identico.

 

          a) per le società di capitali, applicazione di un'aliquota dell'imposta sul reddito delle società ridotta rispetto a quella ordinaria, comunque non inferiore al 20 per cento, sulla parte di imponibile proporzionalmente corrispondente al capitale di nuova formazione, sottoscritto e versato, ovvero acquistato in occasione della quotazione in mercati regolamentati ovvero in sistemi di scambio organizzati dell'Unione europea e dei Paesi aderenti allo Spazio economico europeo, da organismi di investimento collettivo in valori mobiliari ovvero da loro partecipate costituite allo scopo, il cui attivo sia prevalentemente investito in partecipazioni in società di capitali; possibilità di prevedere, in alternativa alla riduzione dell'aliquota, la deduzione dal reddito imponibile della società partecipata di una quota degli utili formatisi successivamente all'ingresso degli organismi suddetti nel capitale e ad essi corrisposti; fissazione di un limite massimo al risparmio d'imposta fruibile in ciascun periodo attraverso l'applicazione dell'aliquota ridotta ovvero della deduzione dall'imponibile; possibilità di condizionare l'applicazione della disciplina alla sottoscrizione, da parte di tali organismi di investimento, di una quota del capitale non superiore a un limite massimo determinato sia in termini assoluti, sia in termini percentuali; cessazione del beneficio dell'aliquota ridotta, ovvero della deduzione di una quota dei dividendi dall'imponibile, in caso di successiva alienazione delle partecipazioni acquisite da parte dell'originario organismo sottoscrittore a soggetti diversi da organismi di investimento con caratteristiche analoghe;

          a) per le società di capitali, applicazione di un aliquota dell'imposta sul reddito delle società ridotta rispetto a quella ordinaria, comunque non superiore al 20 per cento, sulla parte di imponibile proporzionalmente corrispondente al capitale di nuova formazione, sottoscritto e versato, ovvero acquistato in occasione della quotazione in mercati regolamentati ovvero in sistemi di scambio organizzati dell'Unione europea e dei Paesi aderenti allo Spazio economico europeo, da organismi di investimento collettivo in valori mobiliari ovvero da loro partecipate costituite allo scopo, il cui attivo sia prevalentemente investito in partecipazioni in società di capitali; possibilità di prevedere, in alternativa alla riduzione dell'aliquota, la deduzione dal reddito imponibile della società partecipata di una quota degli utili formatisi successivamente all'ingresso degli organismi suddetti nel capitale e ad essi corrisposti; fissazione di un limite massimo al risparmio d'imposta fruibile in ciascun periodo attraverso l'applicazione dell'aliquota ridotta ovvero della deduzione dall'imponibile; possibilità di condizionare l'applicazione della disciplina alla sottoscrizione, da parte di tali organismi di investimento, di una quota del capitale non superiore a un limite massimo determinato sia in termini assoluti, sia in termini percentuali; cessazione del beneficio dell'aliquota ridotta, ovvero della deduzione di una quota dei dividendi dall'imponibile, in caso di successiva alienazione delle partecipazioni acquisite da parte dell'originario organismo sottoscrittore a soggetti diversi da organismi di investimento con caratteristiche analoghe;

 

          b) deduzione, in aggiunta a quella già spettante in base alle ordinarie regole dell'imposizione sul reddito d'impresa, delle spese sostenute per l'ammissione alla quotazione in mercati regolamentati ovvero in sistemi di scambio organizzati dell'Unione europea e dei Paesi aderenti allo Spazio economico europeo; limitazione della deduzione ai soli effetti dell'imposta sul reddito delle società; previsione di un limite massimo in valore assoluto dell'ammontare deducibile e possibilità di ripartirne l'imputazione, a prescindere dai criteri valevoli per la deduzione ordinaria, nell'arco massimo di tre periodi d'imposta.

          b) identica.

 

      2. Gli schemi dei decreti legislativi di cui al comma 1 sono trasmessi alle Camere per l'acquisizione dei pareri delle competenti Commissioni parlamentari, da esprimere entro trenta giorni dall'assegnazione.

      2. Identico.

 

      3. Decorso il termine di cui al comma 2 senza che le Commissioni abbiano espresso i pareri di rispettiva competenza, i decreti legislativi possono essere comunque adottati.

      3. Identico.

 

      4. Nei due anni successivi alla data di entrata in vigore dei decreti legislativi di cui al comma 1 possono essere adottati, nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi e delle procedure di cui al presente articolo, uno o più decreti legislativi recanti disposizioni integrative e correttive, nonché tutte le modificazioni necessarie per il migliore coordinamento normativo.

      4. Identico.

 

      5. Dall'attuazione delle deleghe di cui al presente articolo e di cui all'articolo 33 non devono complessivamente derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

          5. Dall'attuazione delle deleghe di cui al presente articolo e di cui all'articolo 41 non devono complessivamente derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

 

 

 

L’articolo 20, modificato dalla Commissione solo nel principio di delega di cui alla lettera a) (vedi infra), delega il Governo ad adottare, nel termine di un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi recanti norme dirette a favorire l'intervento da parte di organismi di investimento collettivo in valori mobiliari nel capitale di rischio delle società, nonché a favorire l'ammissione dei titoli di partecipazione alla quotazione nei mercati regolamentati dell'Unione europea o dei Paesi aderenti allo Spazio economico europeo.

I principi e criteri direttivi che dovranno essere rispettati in sede di esercizio della delega sono definiti nelle lettere a) e b) del comma 1.

 

Per quanto riguarda la lettera a) del comma 1, essa contiene numerosi principi di delega che delineano complessivamente un sistema di agevolazioni fiscali finalizzatea favoriresostanzialmente la capitalizzazione delle imprese.

Si segnala preliminarmente che, nell’ambito di tale lettera a), si consente al legislatore delegato una scelta tra due possibili modi alternativi di concedere le agevolazioni.

La prima modalità prevede, per le società di capitali, la possibilità di fruire di un’agevolazione fiscale ai fini dell’IRES, consistente in una riduzione dell’aliquota, qualora la società provveda ad un aumento di capitale o alla quotazione in mercati regolamentati, ma nella sola ipotesi che tale aumento di capitale ovvero l’acquisto delle azioni in occasione della quotazione sia finanziato da organismi di investimento collettivo in valori mobiliari (OICVM).

 

Si ricorda che le società che chiedono di essere ammesse alla quotazione devono assumere la forma della società per azioni, perché sia assicurata la piena trasferibilità delle azioni, e soddisfare taluni requisiti minimi in materia di capitalizzazione.

 

Dal punto di vista oggettivo l’agevolazione è concessa pertanto solo qualora il capitale venga sottoscritto, ovvero acquistato, da parte di organismi di investimento collettivo in valori mobiliari (OICVM), oppure da loro società partecipate costituite allo scopo.

La norma di delega pone, come ulteriore condizione da soddisfare per poter accedere all’agevolazione, che l’attivo di tali OICVM sia prevalentemente investito in partecipazioni in società di capitali.

 

Per quanto riguarda la nozione di OICVM, si ricorda che si tratta degli organismi di investimento collettivo in valori mobiliari definiti dalla normativa comunitaria. In particolare, l’articolo 1, paragrafo 1, della direttiva 85/611/CEE del Consiglio, del 20 dicembre 1985, concernente il coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative in materia di taluni organismi d’investimento collettivo in valori mobiliari (OICVM) (modificata da numerose successive direttive[91] tra cui in particolare la direttiva 2001/108/CE), ha definito come organismi di investimento collettivo in valori mobiliari gli organismi con le seguenti caratteristiche:

-      il loro oggetto esclusivo è costituito dall’investimento collettivo dei capitali raccolti presso il pubblico in valori mobiliari e/o in altre attività finanziarie liquide;

-      le quote di tali organismi sono, su richiesta dei portatori, riacquistate o rimborsate, direttamente o indirettamente, a carico del patrimonio dei suddetti organismi. È assimilato a tali riacquisti o rimborsi il fatto che un organismo agisca per impedire che il corso delle sue quote in borsa si allontani sensibilmente dal valore netto di inventario.

Nell’ordinamento italiano il Testo Unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria (TUF),emanato con decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, ha invece introdotto la figura degli organismi di investimento collettivo del risparmio. In tale dizione rientrano, ai sensi dell’articolo 1, comma 1, lettera m), del TUF, sia i fondi comuni d’investimento che le società d’investimento a capitale variabile (SICAV).

I fondi comuni d’investimento sono patrimoni autonomi, di pertinenza di una pluralità di partecipanti, suddivisi in quote e gestiti in monte da una società di gestione del risparmio (SGR).I fondi comuni d’investimento possono essere distinti in fondi chiusi e fondi aperti. Nei fondi aperti l’investitore ha diritto di richiedere in qualsiasi momento il riscatto delle quote; nei fondi chiusi, invece, il diritto al riscatto delle quote matura, in linea di massima, soltanto al termine della durata prevista del fondo.

Le Sicav sono invece società per azioni a capitale variabile, con sede legale e direzione generale in Italia, aventi per oggetto esclusivo l’investimento collettivo del patrimonio raccolto mediante l’offerta di proprie azioni al pubblico.

La differenza tra fondi comuni di investimento e Sicav consiste quindi nel fatto che mentre l’acquisto di una quota di un fondo comune d’investimento non rende soci del fondo, le Sicav si configurano come società per azioni e quindi l’acquisto di una loro quota si configura come partecipazione al loro capitale. Anche nelle Sicav, come nei fondi aperti, il riscatto delle quote può avvenire in qualsiasi momento.

Gli organismi di investimento collettivo del risparmio rappresentano pertanto una categoria più ampia rispetto a quella degli organismi di investimento collettivo in valori mobiliari definita dalla normativa comunitaria. Infatti, nei primi possono essere ricompresi anche fondi che non operano con valori mobiliari, quali i fondi pensione e i fondi d’investimento immobiliari, nonché i “fondi chiusi”, che, consentendo il riscatto delle quote solo con determinate scadenze temporali, non sono invece compresi nell’ambito degli OICVM. La direttiva 85/611/CEE esclude infatti espressamente:

-      gli OICVM di tipo chiuso;

-      gli OICVM che raccolgono capitali senza promuovere la vendita delle loro quote tra il pubblico all'interno della Comunità o in qualsiasi parte di essa;

-      gli OICVM la cui vendita delle quote è riservata dal regolamento del fondo o dai documenti costitutivi della società d'investimento al pubblico dei paesi terzi.

 

Per quanto riguarda l’entità dell’agevolazione, la lettera a) del comma 1, modificata dalla Commissione, consente l’applicazione di un’aliquota ridotta dell'imposta sul reddito delle società, rispetto a quella ordinaria, in misura comunque non superiore (anziché non inferiore come nel testo iniziale) al 20 per cento, e che si applicherà solo sulla parte di imponibile proporzionalmente corrispondente al capitale di nuova formazione. Si tratta sostanzialmente di un meccanismo di riduzione dell’imposta, da applicare sugli utili corrispondenti alla quota di capitale di nuova emissione. Tale capitale dovrà essere:

1)  sottoscritto e versato;

2)  ovvero acquistato in occasione della quotazione in mercati regolamentati o in sistemi di scambio organizzati dell'Unione europea e dei Paesi aderenti allo Spazio economico europeo.

 

Si ricorda che con il decreto legislativo 12 dicembre 2003, n. 344[92], in parziale attuazione alla delega, contenuta nella legge n. 80 del 2003, per la riforma del sistema fiscale statale, è stata riformata l’imposizione sul reddito delle società, sostituendo alla precedente imposta, denominata imposta sul reddito delle persone giuridiche (IRPEG), una nuova imposta, denominata imposta sul reddito delle società (IRES). Disposizioni integrative e correttive sono state emanate con il successivo decreto legislativo 18 novembre 2005, n. 247.

I principali elementi di novità dell’IRES rispetto alla precedente imposta sono:

-          fissazione dell’aliquota dell’imposta al 33 per cento (articolo 77 del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 - TUIR).

-          Abolizione del credito d’imposta sui dividendie nuovo regime di tassazione degli utili percepiti dai soci delle società di capitali (articoli 47 e 59 del TUIR): fermo restando il pagamento dell’imposta da parte della società, gli utili percepiti dai soci concorrono alla formazione del reddito del socio stesso solo per una percentuale del loro importo. La percentuale è variamente determinata in relazione alla natura del socio (persona fisica, imprenditore o meno, o persona giuridica) e alla misura della sua partecipazione alla società (qualificata o meno).

-          Esenzione parziale, ai fini fiscali, di alcune plusvalenze realizzate mediante cessione di partecipazioni (c.d. participation exemption: articolo 87 del TUIR)[93]. L’esenzione è riconosciuta, al ricorrere di determinate condizioni, esclusivamente alle plusvalenze realizzate dai soggetti IRES e ad essa corrisponde l’indeducibilità delle relative minusvalenze (articolo 101 del TUIR)[94].

-          Contrasto della sottocapitalizzazione delle imprese (c.d. thin capitalization:articolo 98 del TUIR): gli interessi passivi sui finanziamenti erogati o garantiti da soci qualificati della società, o loro parti correlate, sono indeducibili ai fini fiscali, qualora i suddetti finanziamenti superino determinati limiti. Il nuovo istituto mira a contrastare l’utilizzo fiscale della sottocapitalizzazione la quale consente alla società, mediante l’indebitamento verso i propri soci, di dedurre gli interessi passivi pagati ai soci stessi (con abbattimento dell’utile) e ai soci non imprenditori di beneficiare di una tassazione sostitutiva degli interessi percepiti, con aliquota inferiore a quella prevista per la tassazione dei proventi.

L’articolo 62 del TUIR estende agli imprenditori individuali l’applicazione della normativa di contrasto della sottocapitalizzazione, con riferimento ai finanziamenti dell’imprenditore (o dei familiari, per quanto riguarda le imprese familiari).

 

Il principio di delega della lettera a) dell’articolo 20 in commento prevede una seconda modalità, alternativa a quella sopra descritta, di concedere l’agevolazione, cioè quella di consentire, in alternativa alla riduzione dell'aliquota, la deduzione dal reddito imponibile della società partecipata di una quota degli utili formatisi successivamente all'ingresso degli organismi suddetti nel capitale e ad essi corrisposti.

E’ previsto comunque, come criterio direttivo generale per entrambe le suddette ipotesi – quindi sia per l’ipotesi dell’applicazione di un’aliquota ridotta che per l’ipotesi della deduzione di una quota degli utili - che sia fissato un limite massimo al risparmio d'imposta fruibile in ciascun periodo.

 

La lettera a) prevede, come ulteriore criterio, la possibilità di condizionare l'applicazione della disciplina agevolata alla sottoscrizione, da parte di tali organismi di investimento, di una quota del capitale non superiore a un limite massimo, determinato sia in termini assoluti, sia in termini percentuali.

 

Si ricorda a tale proposito che esistono degli obblighi relativi alla politica d'investimento degli o.i.c.v.m., fissati dall’articolo 19 della direttiva 85/611/CE (come successivamente modificata), la quale prevede che gli investimenti di un fondo comune di investimento o di una società di investimento debbano essere effettuati esclusivamente in:

-          valori mobiliari e strumenti del mercato monetario ammessi o negoziati su un mercato regolamentato;

-          valori mobiliari e strumenti del mercato monetario negoziali su un altro mercato di uno stato membro, regolamentato, regolarmente funzionante, riconosciuto e aperto al pubblico;

-          valori mobiliari e strumenti del mercato monetario ammessi alla quotazione ufficiale di una borsa valori di uno stato terzo o negoziati su un altro mercato di uno stato terzo, regolamentato, regolarmente funzionante, riconosciuto e aperto al pubblico, purché la scelta di questa borsa valori o di questo mercato sia stata approvata dalle autorità competenti o sia prevista dalla legge e/o dal regolamento del fondo o dei documenti costitutivi della società d'investimento;

-          valori mobiliari emessi recentemente, solo a certe condizioni;

-          quote di OICVM autorizzati ai sensi della presente direttiva e/o di altri organismi di investimento collettivo, a certe condizioni;

-          depositi presso enti creditizi che siano rimborsabili su richiesta o possano essere ritirati e abbiano una scadenza non superiore a dodici mesi, a certe condizioni;

-          strumenti finanziari derivati, negoziati sui mercati regolamentati;

-          strumenti del mercato monetario diversi da quelli negoziati su un mercato regolamentato, a certe condizioni;

L’articolo 22 della direttiva 2001/108/CE stabilisce altresì che un OICVM non può investire più del 5 % delle sue attività in valori mobiliari o strumenti del mercato monetario di uno stesso emittente. Tuttavia è consentito agli Stati membri di elevare tale limite del 5% sino ad un massimo del 10 %.

L’articolo 25 stabilisce poi che una società di investimento o una società di gestione, per l'insieme dei fondi comuni di investimento che essa gestisce e che rientrano nel campo d'applicazione della presente direttiva, non può acquistare azioni che diano diritto di voto e che le consentano di esercitare un'influenza notevole sulla gestione di un emittente.

 

Nell’esercizio della delega dovrà prevedersi inoltre la cessazione dei benefici, sia dell'aliquota ridotta che della deduzione di una quota dei dividendi dall'imponibile, in caso di successiva alienazione delle partecipazioni acquisite da parte dell'originario organismo sottoscrittore, cioè dell’OICVM, a soggetti diversi da organismi di investimento con caratteristiche analoghe.

 

Il principio di delega contenuto nella lettera b) del comma 1 prevede poi un sostegno alle imprese (deve trattarsi evidentemente di società per azioni, anche se testualmente il principio di delega non lo esplicita), che provvedano a quotarsi sui mercati regolamentati, consentendo la deduzione, in aggiunta a quella già spettante in base alle ordinarie regole dell'imposizione sul reddito d'impresa, delle spese sostenute per l'ammissione alla quotazione in mercati regolamentati ovvero in sistemi di scambio organizzati dell'Unione europea e dei Paesi aderenti allo Spazio economico europeo; tale deducibilità dovrà peraltro essere limitata ai soli effetti dell'imposta sul reddito delle società.

Le spese sostenute dalle società per la quotazione sono normalmente deducibili dal reddito d’impresa ai fini dell’IRES in quanto componenti negativi di reddito. Per questi si applica infatti il criterio generale previsto dall’articolo 109 del TUIR, che consente la deducibilità delle spese in quanto componenti negativi inerenti all’attività di impresa, se imputate al conto economico nell’esercizio di competenza.

Le spese per la quotazione (c.d. IPO- Initial Public Offerings), comprendono in genere i costi di due diligence, di consulenza esterna e le spese regolamentari, stimati, presso il mercato gestito da Borsa Italiana S.p.a., tra il 3,5 per cento e il 7 per cento dell'importo negoziato in occasione dell'operazione di quotazione. Ai fini fiscali le società devono ottenere da un revisore dei conti esterno una certificazione delle spese effettivamente sostenute.

 

Il principio di delega della lettera b) prevede che sia fissato un limite massimo in valore assoluto dell'ammontare deducibile e la possibilità di ripartirne l'imputazione, a prescindere dai criteri valevoli per la deduzione ordinaria, nell'arco massimo di tre periodi d'imposta.

La quotazione in un mercato regolamentato degli strumenti finanziari emessi da una determinata società è frutto di un accordo di natura privatistica fra la società quotanda e il gestore del mercato (in Italia, attualmente, l'unico gestore è la Borsa Italiana S.p.A.), essendo riservati ai poteri pubblici solo poteri di controllo esterno. Le condizioni che devono essere rispettate affinché i titoli di una certa società possano essere ammessi alla quotazione, dunque, risultano tanto dalle norme di legge che disciplinano la struttura e l'attività delle società quotate (norme contenute prevalentemente nel TUF e nei rispettivi regolamenti attuativi), quanto dal regolamento di borsa con il quale il gestore del mercato fissa autonomamente le ulteriori condizioni alle quali l'ammissione deve ritenersi subordinata.

Per quanto riguarda la nozione di mercati regolamentati e di sistemi di scambio organizzati dell’Unione europea e dei Paesi aderenti allo Spazio Economico Europeo, questa è contenuta nell’articolo 61 del TUF, il quale prevede che l'attività di organizzazione e gestione di mercati regolamentati di strumenti finanziari abbia carattere di impresa e sia esercitata da società per azioni, anche senza scopo di lucro (c. d. società di gestione). In base all’articolo 63 la CONSOB iscrive i mercati regolamentati in un elenco, curando l'adempimento delle disposizioni comunitarie in materia, e approva le modificazioni del regolamento del mercato. L’articolo 67 prevede inoltre che la CONSOB iscriva in un'apposita sezione del citato elenco i mercati regolamentati riconosciuti ai sensi dell'ordinamento comunitario e, previa stipula di accordi con le corrispondenti autorità, possa riconoscere mercati esteri di strumenti finanziari al fine di estenderne l'operatività sul territorio della Repubblica.

Si ricorda anche, a tale proposito, che l’articolo 10 della legge 6 febbraio 2007, n. 13 (legge comunitaria 2006) ha conferito delega al governo per l’attuazione della direttiva 2004/39/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, relativa ai mercati degli strumenti finanziari,volta alla costruzione di un mercato azionario europeo integrato, all’interno di un quadro regolamentare completo che regoli l'esecuzione delle transazioni degli investitori da parte non solo dei mercati regolamentati, ma anche di sistemi di negoziazione alternativi e degli intermediari che negoziano per conto proprio al di fuori degli uni e degli altri (internalizzatori sistematici). Tra le principali innovazioni vi è quella relativa alla disciplina dell’offerta di servizi di negoziazione che introduce la distinzione tra mercati regolamentati, sistemi multilaterali di negoziazione (Multilateral Trading Facilities – MTF) e intermediari autorizzati. In particolare per mercato regolamentato si intende un "sistema multilaterale, amministrato e/o gestito dal gestore del mercato, che consente o facilita l'incontro - al suo interno e in base alle sue regole non discrezionali - di interessi multipli di acquisto e di vendita di terzi relativi a strumenti finanziari, in modo da dare luogo a contratti relativi a strumenti finanziari ammessi alla negoziazione conformemente alle sue regole e/o ai suoi sistemi, e che è autorizzato e funziona regolarmente”.

 

Il comma 1 stabilisce anche, in generale, che i decreti legislativi in oggetto dovranno essere emanati in conformità alla disciplina comunitaria in materia di aiuti di Stato. Tutte le disposizioni sopra citate, sia l’agevolazione IRES che la possibilità di dedurre i costi di quotazione in mercati regolamentati dovranno essere pertanto notificate alla Commissione europea e da questa autorizzate. Le disposizioni che istituiscono regimi di aiuto devono essere comunicate[95] in tempo utile, cioè prima di darvi esecuzione, alla Commissione che ne valuta la compatibilità con il Trattato (art. 88, par. 3 TCE).

Si ricorda infatti che il Trattato che istituisce la Comunità europea (TCE), che prevede tra i suoi obiettivi il rafforzamento della competitività dell'industria comunitaria, vieta gli aiuti di Stato alle imprese, in quanto distorsivi del principio della libera concorrenza, tranne in casi esplicitamente indicati. In particolare, ai sensi dell’articolo 87, paragrafo 1, del Trattato, sono ritenuti “incompatibili con il mercato comune, nella misura in cui incidano sugli scambi tra Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza”.

Si segnala che già in passato la Commissione europea si è pronunciata negativamente su aiuti di stato simili a quelli in oggetto, in particolare su quelli previsti dal D.L. 30 settembre 2003, n. 269, convertito dalla legge n. 326 del 2003. La Commissione europea infatti, con le decisioni C591 del 16 marzo 2005 e C3302 del 6 settembre 2005, ha affermato l'incompatibilità con il mercato comune del regime di aiuti di Stato concessi sotto forma di incentivi fiscali, di cui ai predetti articoli del D.L. n. 269/2003, e la necessità di procedere al loro recupero.

Nel decreto erano previste, tra l’altro, le seguenti disposizioni agevolative per le imprese relative alla quotazione in mercati regolamentati.

-      all’articolo 1, comma 1, lettera d), per i soggetti in attività alla data del 2 ottobre 2003, l'esclusione dal reddito imponibile dell'ammontare delle spese sostenute per la quotazione in un mercato regolamentato di uno Stato membro dell'Unione europea ;

-      all’articolo 11, per le società le cui azioni fossero ammesse alla quotazione in un mercato regolamentato di uno Stato membro dell'Unione Europea, nel periodo compreso tra il 2 ottobre 2003 e il 31 dicembre 2004, una riduzione dell'aliquota dell'imposta sul reddito;

-      all'art. 12 una riduzione di aliquota dell'imposta sostitutiva per gli OICVM che investissero il proprio patrimonio in azioni emesse da società a piccola e media capitalizzazione, quotate nei mercati regolamentati italiani o di altro Stato membro dell'Unione europea.

 

In base al comma 2 dell’articolo 20 in commento, gli schemi dei decreti legislativi dovranno essere trasmessi alle Camere per l'acquisizione dei pareri delle competenti Commissioni parlamentari, da esprimere entro trenta giorni dall'assegnazione.

Il successivo comma 3 prevede inoltre che, decorso il termine di cui al comma 2 senza che le Commissioni abbiano espresso i pareri di rispettiva competenza, i decreti legislativi possono essere comunque adottati.

 

In base al comma 4 sarà possibile adottare, nei due anni successivi alla data di entrata in vigore dei decreti legislativi di cui al comma 1, sempre nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi e delle procedure di cui al presente articolo, ulteriori decreti legislativi recanti disposizioni integrative e correttive, nonché tutte le modificazioni necessarie per il migliore coordinamento normativo.

 

Infine, il comma 5 contiene la clausola di neutralità finanziaria, disponendo che dall'attuazione delle deleghe di cui al presente articolo e di cui all'articolo 41 non debbano complessivamente derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

 

Si osserva in proposito che l’articolo in esame prevede l’introduzione di agevolazioni di natura fiscale in favore di società, le quali sembrerebbero comportare maggiori oneri a carico della finanza pubblica. La relazione tecnica non fornisce alcuna indicazione al riguardo, limitandosi a richiamare la clausola di invarianza degli oneri. Analogamente la relazione tecnica non fornisce alcuna indicazione relativamente ad eventuali oneri  o risparmi derivanti dall’attuazione dell’articolo 41 (ex art. 33 del testo iniziale), che reca una delega al Governo in materia di modernizzazione degli strumenti di pagamento.

 

 

 

 


Articolo 21
Delega al Governo in materia di agevolazioni
relative all'acquisto di immobili alberghieri

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

Art. 21.

(Delega al Governo in materia di agevolazioni relative all'acquisto di immobili alberghieri).

 

 

      1. Con riferimento all'articolo 1, comma 1228, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, il Governo è delegato ad adottare, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, un decreto legislativo allo scopo di favorire l'acquisto degli immobili alberghieri da parte dei soggetti gestori da almeno cinque anni in regime di locazione immobiliare o di affitto d'azienda, in forma di impresa individuale o di società, secondo i seguenti principi e criteri direttivi:

 

 

          a) le plusvalenze generate dalla cessione dei predetti immobili o dalla cessione di aziende comprendenti i predetti immobili possono essere assoggettate ad imposta sostitutiva, pari al 10 per cento, delle imposte dirette e dell'Irap, se dovuta, e sono assoggettate a tassazione in misura fissa ai fini dell'imposta di registro, dell'imposta ipotecaria e catastale;

 

 

          b) in corrispondenza alle operazioni di cui alla lettera a), i dividendi distribuiti ai soci da parte della società cedente gli immobili o le aziende di cui alla lettera a) concorrono alla formazione del reddito complessivo dei percipienti nella misura del 5 per cento, in deroga a quanto previsto dall'articolo 47 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917;

 

 

          c) per quanto non previsto espressamente dal presente comma, si applicano gli articoli 1 e 2 del decreto legislativo 8 ottobre 1997, n. 358, in quanto compatibili.

 

 

      2. Le eventuali minori entrate derivanti dall'attuazione del comma 1 sono a carico dell'autorizzazione di spesa di cui al comma 1228 dell'articolo 1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296.

 

 

 

 

Il comma 1 dell’articolo 21, introdotto dalla Commissione, delega il Governo ad adottare, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, un decreto legislativo allo scopo di favorire l'acquisto degli immobili alberghieri da parte dei soggetti gestori da almeno cinque anni in regime di locazione immobiliare o di affitto d'azienda, in forma di impresa individuale o di società.

La norma sembra pertanto voler agevolare gli imprenditori individuali o le società che siano gestori di immobili alberghieri  da almeno cinque anni in regime di locazione immobiliare o che abbiano affittato l’azienda, consentendo sia a loro che ai soggetti venditori degli immobili che gestiscono di usufruire di alcune agevolazioni fiscali.

 

Per quanto riguarda la portata specifica delle agevolazioni il comma 1 prevede una serie di principi e criteri direttivi per l’esercizio della delega.

Il principio di delega di cui alla lettera a) prevede due tipi di agevolazioni fiscali:

1)      la prima, ai fini delle imposte dirette e dell’IRAP, prevede che le plusvalenze generate dalla cessione dei predetti immobili o dalla cessione di aziende comprendenti tali immobili possano essere assoggettate ad imposta sostitutiva, pari al 10 per cento, delle imposte dirette e dell'Irap, se dovuta.

Tale agevolazione è pertanto diretta ai soggetti attualmente proprietari di immobili alberghieri che li abbiano concessi in locazione o abbiano affittato l’azienda e che intendano procedere alla vendita degli stessi ai soggetti gestori degli immobili o dell’azienda. La norma nulla specifica circa la soggettività degli alienanti cosicché sembra che questi possano essere sia soggetti IRPEF che soggetti all’imposta sulle società (IRES).

 

2)      la seconda agevolazione dovrà invece essere prevista in materia di imposte indirette e riguarderà l'imposta di registro e l'imposta ipotecaria e catastale che dovranno essere applicate in misura fissa a tali operazioni di cessione di immobili.

Tale agevolazione è invece evidentemente diretta ai gestori di tali immobili, i quali sono soggetti passivi delle imposte di registro, ipotecarie e catastali nel caso di trasferimento degli immobili stessi o di trasferimento dell’azienda.

 

A questo proposito si ricorda che la normativa vigente prevede in caso di compravendita di un immobile, che si applichino alternativamente l’IVA o l’imposta di registro a seconda, rispettivamente, che il venditore sia o meno un soggetto Iva.

Qualora l’acquirente di un immobile acquisti da un soggetto privato non soggetto ad IVA, egli è tenuto pertanto al pagamento dell’imposta di registro nella misura del 7%, dell’imposta ipotecaria nella misura del 2% e dell’imposta catastale nella misura dell’1%.

Qualora si configuri[96] peraltro un’operazione di conferimento di aziende tra società, l’imposta di registro si applica in misura fissa di 168 euro, mentre nel caso di cessione d’azienda l’imposta di registro si applica in misura proporzionale e le aliquote sono differenziate in relazione alla natura dei beni aziendali; le ipotecarie e catastali gravano con il 3 per  cento  sul valore lordo degli immobili

L’imposta ipotecaria si applica nella misura proporzionale con aliquota del 2% per la trascrizione di atti che comportino il trasferimento di proprietà di beni immobili, mentre si applica in misura fissa pari a 168 euro nel caso di trasferimenti soggetti all’imposta sul valore aggiunto.

 

Il criterio di cui alla lettera b) prevede un’ulteriore agevolazione fiscale in virtù della quale, in corrispondenza alle operazioni di cessione di immobili di cui alla lettera a), i dividendi distribuiti ai soci da parte della società cedente gli immobili o le aziende di cui alla lettera a) dovranno concorrere alla formazione del reddito complessivo dei percipienti nella misura del 5 per cento, in deroga a quanto previsto dall'articolo 47 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917.

 

Si ricorda che il richiamato articolo 47 del TUIR disciplina la tassazione degli utili da partecipazione prevedendo che gli utili distribuiti in qualsiasi forma e sotto qualsiasi denominazione dalle società o dagli enti indicati nell'articolo 73, concorrano alla formazione del reddito imponibile complessivo limitatamente al 40 per cento del loro ammontare.

 

Il criterio di cui alla lettera c) rinvia per quanto non previsto espressamente dal presente comma, all’applicazione degli articoli 1 e 2 del decreto legislativo 8 ottobre 1997, n. 358, in quanto compatibili.

Si tratta delle norme che disciplinavano la tassazione delle plusvalenze da cessione di azienda, prevedendone una tassazione con imposta sostitutiva al 19%, le quali peraltro, in attuazione della delega per la riforma tributaria del 7 aprile 2003, n. 80, sono state abrogate a decorrere dal 2004, ad opera dell’articolo 3, comma 2 del D.Lgs. 12 dicembre 2003, n. 344.

 

Si ricorda che la cessione d'azienda determinail trasferimento di un complesso organico di beni dal cedente al cessionario (o acquirente). Al momento della cessione, nella contabilità dell'impresa cedente, la differenza tra il prezzo di cessione dell'azienda e la somma dei singoli valori contabili (o di libro) dei beni ceduti determina la plusvalenza (o minusvalenza) da cessione.

Sotto il profilo contabile, l'indicata plusvalenza (o minusvalenza) da cessione ha natura di "provento straordinario" e come tale viene iscritta nel conto economico civilistico nella sezione dei proventi straordinari, cosa che determina l'esclusione della plusvalenza da cessione d'azienda dalla base imponibile Irap .

La plusvalenza da cessione d’azienda rientra pertanto nella sola base imponibile dell’imposta sulle società (IRES).

Il regime di tassazione ai fini Ires della suddetta plusvalenza, a partire dal 1° gennaio 2004, è unicamente il regime di tassazione ordinario disciplinato dall'art. 86 del Tuir., in base al quale concorrono alla formazione del reddito anche le plusvalenze delle aziende, compreso il valore di avviamento, realizzate unitariamente (deve pertanto essere conteggiata un'unica plusvalenza derivante dalla cessione d'azienda, e non tante plusvalenze o minusvalenze quanti sono i singoli beni che formano oggetto di cessione da parte della società), mediante cessione a titolo oneroso (art. 86, comma 2). Circa le modalità di tassazione, le plusvalenze realizzate concorrono a formare il reddito per l'intero ammontare nell'esercizio in cui sono state realizzate ovvero, se i beni sono stati posseduti per un periodo non inferiore a tre anni, a scelta del contribuente, in quote costanti nell'esercizio stesso e nei successivi, ma non oltre il quarto. La predetta scelta deve risultare dalla dichiarazione dei redditi, se questa non è presentata, la plusvalenza concorre a formare il reddito per l'intero ammontare nell'esercizio in cui è stata realizzata (art. 86, comma 4).

Pertanto la plusvalenza da cessione sarà soggetta all'IRES (con aliquota del 33 per cento) se il contribuente è società di capitali, ovvero all'IRE progressiva per scaglioni, se il contribuente è persona fisica.

Qualora il cedente sia persona fisica o società di persone e ne ricorrano i presupposti, sarà possibile optare per la tassazione separata ai sensi dell'art. 17, comma 1, lett. g) del Testo Unico. Tale norma è applicabile nel caso di cessione d’azienda posseduta da più di 5 anni: la plusvalenza è calcolata in questo caso applicando l'aliquota corrispondente alla metà del reddito complessivo netto del contribuente nel biennio anteriore all'anno in cui i redditi sono stati conseguiti (art. 21

Si ricorda che l'abrogazione dell'imposta sostitutiva di cui al D.Lgs. 358/97 ha risposto all'esigenza di non consentire vantaggi fiscali sulle cessioni d'azienda, laddove a fronte di un prelievo sulle plusvalenze realizzate con aliquota del 19 per cento, si poteva ottenere un risparmio d'imposta derivante dagli ammortamenti sui cespiti acquisiti, deducibili dal reddito d'impresa, tassato (es. nel 2003) con aliquota del 38,25 per cento.

 

Si rileva pertanto che il rinvio operato dalla lettera c) del comma 1 non appare corretto, in quanto fatto ad una normativa non più vigente e sostituita dalla disciplina contenuta negli articoli 86 e 17 del Testo Unico delle imposte sui redditi.

 

Il comma 2 prevede, infine, che le eventuali minori entrate derivanti dall'attuazione del comma 1 siano a carico dell'autorizzazione di spesa prevista dal comma 1228 dell'articolo 1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296.

La disposizione richiamata autorizza la spesa di 48 milioni di euro per ciascuno degli anni 2007, 2008 e 2009 per le finalità di sviluppo del settore del turismo e per il suo posizionamento competitivo quale fattore produttivo, anche in relazione alla necessità di incentivare l'unicità della titolarità tra la proprietà dei beni ad uso turistico-ricettivo e la relativa attività di gestione, nonché i processi di crescita dimensionale delle imprese turistico-ricettive nel rispetto del patrimonio paesaggistico e al fine di promuovere forme di turismo ecocompatibile. Si prevede, inoltre, l’adozione, entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge finanziaria, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, di un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri recante l'individuazione dei criteri, delle procedure e delle modalità di attuazione delle disposizioni per lo sviluppo del settore turistico. La disposizione è stata attuata con l’adozione del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 16 febbraio 2007 (pubblicato sulla G.U. n. 114/2007).

 

 


Articolo 22
Erogazione di incentivi pubblici

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

Art. 22.

(Erogazione di incentivi pubblici).

 

 

      1. L'erogazione degli incentivi pubblici di qualsiasi tipo e natura alle imprese deve essere effettuata agli aventi diritto nei termini previsti dalle normative in base alle quali questi vengono concessi, decorrenti dall'emanazione del titolo di liquidazione. In assenza di termini precisi e perentori, tale erogazione deve essere effettuata entro e non oltre novanta giorni dal completamento, opportunamente documentato, delle iniziative che beneficiano dell'incentivo, termine elevabile a non oltre centottanta giorni.

 

 

 

L’articolo 22, introdotto nel corso dell’esame in sede referente, reca disposizioni concernenti i termini per l’erogazione di incentivi pubblici alle imprese.

 

Si osserva che l’espressione ”incentivi pubblici di qualsiasi tipo e natura alle imprese” appare eccessivamente generica e potrebbe ingenerare incertezze interpretative in ordine all’ambito di applicazione della norma. Sarebbe opportuno richiamare specificamente le disposizioni in base alle quali gli incentivi sono concessi.

 

Viene operata una distinzione a seconda che la normativa per la concessione degli incentivi preveda o meno un termine per l’erogazione.

 

Nel caso in cui sia previsto un termine, la disposizione prevede che l’erogazione deve avvenire nel predetto termine, specificando peraltro che esso decorre dall’emanazione del titolo di liquidazione.

 

Si osserva che la formulazione della norma non appare chiara. Sembrerebbe che essa debba intendersi nel senso che, ove sia previsto un termine per l’erogazione del beneficio, questo debba decorrere comunque dall’emanazione del titolo di liquidazione (espressione quest’ultima a sua volta non univoca).

Si valuti l’opportunità una riformulazione che espliciti la ratio della norma.

 

In assenza di termini, l’erogazione degli incentivi deve avvenire entro e non oltre novanta giorni dal completamento delle iniziative che beneficiano dell’incentivo. La disposizione prevede che tale completamento deve essere “opportunamente documentato”, senza specificare le modalità con cui pervenire alla predisposizione della documentazione e alla verifica del completamento medesimo.

 

Il termine di novanta giorni è peraltro elevabile a centoottanta giorni.

Si osserva che la norma non specifica in presenza di quali condizioni e con quali modalità il termine può essere prorogato.

 

 

 


Articolo 23
Misure di semplificazione in materia di cooperazione

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

Art. 22.

(Misure di semplificazione in materia di cooperazione).

Art. 23.

(Misure di semplificazione in materia di cooperazione).

 

      1. All'articolo 2545-octies del codice civile è aggiunto, in fine, il seguente comma:

 

      «In caso di perdita della qualifica di cooperativa a mutualità prevalente per il mancato rispetto della condizione di cui all'articolo 2513, l'obbligo previsto dal secondo comma del presente articolo è sospeso per il primo biennio successivo a tale perdita».

 

      2. La lettera c) del comma 10 dell'articolo 13 della legge 31 gennaio 1992, n. 59, è abrogata.

      1. All'articolo 2545-octies del codice civile sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:

 

      «Qualora la cooperativa abbia perso la qualifica di cooperativa a mutualità prevalente per il mancato rispetto della condizione di prevalenza di cui all'articolo 2513, l'obbligo di cui al precedente comma si applica soltanto nel caso in cui la cooperativa medesima modifichi le previsioni statutarie di cui all'articolo 2514 o abbia emesso strumenti finanziari. In tutti i casi di perdita della citata qualifica, la cooperativa è tenuta a segnalare espressamente tale condizione attraverso gli strumenti di comunicazione informatica previsti dall'articolo 223-sexiesdecies delle disposizioni per l' attuazione del codice civile. Lo stesso obbligo sussiste per la cooperativa nel caso in cui le risultanze contabili relative al primo anno successivo alla perdita della detta qualifica evidenzino il rientro nei parametri della mutualità prevalente.

 

 

      In seguito alle predette segnalazioni, l'amministrazione presso la quale è tenuto l'Albo delle società cooperative provvede alla variazione della sezione di iscrizione all'Albo medesimo senza alcun ulteriore onere istruttorio.

 

 

      L'omessa o ritardata comunicazione della perdita della qualifica di cooperativa a mutualità prevalente è segnalata all'amministrazione finanziaria».

 

 

 

L’articolo 23 contiene disposizioni modificative del regime civilistico delle cooperative che perdano il carattere di mutualità prevalente.

 

Il comma 1 novella l’articolo 2534-octies del codice civile, aggiungendo infine tre nuovi commi.

Il nuovo terzo comma prevede in particolare che l'obbligo di redigere l’apposito bilancio per la determinazione del valore dell'attivo da imputare alle riserve indivisibili, previsto dal secondo comma dell’articolo, si applichi unicamente qualora a seguito della perdita della condizione di mutualità prevalente a causa del mancato rispetto delle condizioni di prevalenza ai sensi dell’art.2513 del codice civile, abbia dato luogo a modificazione delle previsioni statutarie ovvero alla emissione di strumenti finanziari. Il comma dispone inoltre che in tutti i casi di perdita della condizione di prevalenza la cooperativa è tenuta a comunicare tale evento attraverso gli strumenti di comunicazione informatica di cui all’articolo 223 – sexiesdecies delle disposizioni di attuazione del codice civile (il quale ha istituito l’Albo delle società cooperative, prevedendo una sezione per le cooperative a mutualità prevalente ed una per le cooperative diverse). Lo stesso obbligo di comunicazione sussiste altresì nel caso in cui nel primo anno successivo alla perdita della prevalenza dalle risultanze contabili risulti il rientro nei parametri della mutualità prevalente.

Il nuovo quarto comma dell’articolo 2534 – octies dispone che a seguito delle suddette comunicazioni si provvede alla variazione della sezione di iscrizione all’Albo delle società cooperative, senza alcun onere istruttorio.

Il quinto comma prevede infine che l’omessa o ritardata comunicazione della perdita della qualificazione di mutualità prevalente è segnalata all’Amministrazione finanziaria.

 

La versione iniziale del d.d.l. disponeva al comma 1 dell’articolo 22, la sospensione per un biennio dell’obbligo di redazione del bilancio, previsto dal citato articolo 2545-octies cod. civ., limitatamente alle ipotesi di perdita della qualifica di cooperativa a mutualità prevalente per mancato rispetto delle condizioni di prevalenza di cui all’articolo 2513 cod. civ..

La relazione tecnica al disegno di legge in esame illustrava tale previsione la quale “semplifica la tenuta delle scritture contabili per le società a mutualità prevalente in caso di momentanea perdita di tale status”.

A seguito delle modifiche apportate dalla Commissione di merito, si dispone viceversa che l’obbligo di redazione del bilancio straordinario sorga unicamente quando la perdita della qualifica di mutualità prevalente abbia determinato una modifica statutaria ovvero l’emissione di strumenti finanziari.

 

Si ricorda che l’articolo 5 della legge 3 ottobre 2001, n. 366 (Delega al Governo per la riforma del diritto societario), ha dettato i criteri per la riforma della disciplina civilistica delle società cooperative, richiedendo, fra l’altro, la definizione della cooperazione costituzionalmente riconosciuta. La modifica delle disposizioni del codice civile è stata attuata con il decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 6, il quale, con il nuovo articolo 2512 di detto codice, ha introdotto la categoria delle società cooperative a mutualità prevalente, alle quali, ai sensi del nuovo articolo 223-duodecies delle disposizioni per l’attuazione del codice civile e disposizioni transitorie, sono riservate le agevolazioni fiscali previste da leggi speciali

Il citato articolo 2512 cod. civ. stabilisce che le società cooperative a mutualità prevalente sono quelle che:

1)       svolgono la loro attività prevalentemente in favore dei soci, consumatori o utenti di beni o servizi;

2)       si avvalgono prevalentemente, nello svolgimento della loro attività, delle prestazioni lavorative dei soci;

3)       si avvalgono prevalentemente, nello svolgimento della loro attività, degli apporti di beni o servizi da parte dei soci.

Il successivo articolo 2513 cod. civ. impone agli amministratori e ai sindaci delle suddette società di documentare la sussistenza dei sopra indicati requisiti nella nota integrativa al bilancio evidenziando contabilmente che:

a)                i ricavi dalle vendite dei beni e dalle prestazioni di servizi verso i soci sono superiori al cinquanta per cento del totale dei ricavi delle vendite e delle prestazioni risultanti dal conto economico;

b)                il costo del lavoro dei soci è superiore al cinquanta per cento del totale del costo del lavoro risultante dal conto economico[97], computate anche le forme di lavoro, diverse dal lavoro subordinato, aventi un collegamento con l’attuazione del rapporto mutualistico;

c)                il costo della produzione per servizi ricevuti dai soci ovvero per beni conferiti dai soci è rispettivamente superiore al cinquanta per cento del totale dei costi dei servizi, ovvero al costo totale delle merci o materie prime acquistate o conferite, risultanti dal conto economico.

Il citato articolo 2513 stabilisce inoltre che, quando si realizzano contestualmente più tipi di scambio mutualistico, la condizione di prevalenza è documentata facendo riferimento alla media ponderata delle percentuali delle lettere precedenti. Nelle cooperative agricole la condizione di prevalenza sussiste quando la quantità o il valore dei prodotti conferiti dai soci è superiore al cinquanta per cento della quantità o del valore totale dei prodotti.

Il successivo articolo 2514 del codice civile fissa i requisiti minimi degli statuti delle cooperative a mutualità prevalente:

a)            divieto di distribuire dividendi in misura superiore al rendimento dei buoni postali fruttiferi aumentato di due punti percentuali;

b)            divieto di remunerare i prestiti dei soci in misura superiore di due punti al limite massimo di distribuzione dei dividendi;

c)            divieto di distribuire riserve fra i soci;

d)            devoluzione dell’intero patrimonio netto ai fondi per lo sviluppo della cooperazione in caso  di scioglimento della società,

 

Il successivo articolo 2545-octies cod. civ. prevede che la cooperativa perda la qualifica di cooperativa a mutualità prevalente in relazione a due autonome fattispecie:

a)            quando, per due esercizi consecutivi, non rispetti le condizioni di prevalenza di cui all’articolo 2513 c.c.;,

b)            ovvero quando modifichi le previsioni statutarie di cui al citato articolo 2514 cod. civ.

Quando si verifica una di queste circostanze gli amministratori, sentito il parere del revisore esterno, se presente, devono redigere un apposito bilancio, da notificare, entro sessanta giorni dalla approvazione, al Ministero delle attività produttive, al fine di determinare il valore effettivo dell'attivo patrimoniale da imputare alle riserve indivisibili. Il bilancio deve essere verificato senza rilievi da una società di revisione.

Al riguardo si ricorda come la perdita della mutualità prevalente non implichi la devoluzione del patrimonio netto ai fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione, la quale è prevista dall’articolo 2545 – undecies unicamente in caso di trasformazione delle cooperative diverse da quelle a mutualità prevalente in società a scopo di lucro. Peraltro la redazione del bilancio straordinario è finalizzata da un lato alla definizione dell’ammontare delle riserve indivisibili che dovrà inscirivere in bilancio la società che perde il carattere di mutualità prevalente, e dall’altro alla evidenziazione del patrimonio effettivo (comprensivo del valore dell’avviamento e delle plusvalenze dei cespiti patrimoniali) della società che perda i carattere di mutualità prevalente ai fini della devoluzione ai fondi mutualistici nell’eventualità che tale società in un momento successivo deliberi la trasformazione societaria.

 

La norma in esame modifica la disciplina vigente nel senso di restringere l’obbligo di redazione del bilancio straordinario ai casi di società cooperative che abbiano perso i requisiti della mutualità prevalente ai sensi dell’art. 2513 c.c. ed abbiano modificato il proprio statuto ai sensi dell’articolo 2514 c.c. In sintesi le due autonome fattispecie di perdita del carattere di mutualità vengono dalla norma considerate cumulativamente ai fini dell’obbligo di redazione del bilancio straordinario.

 

Al riguardo occorrerebbe chiarire come, in assenza di un bilancio straordinario, la società cooperativa che abbia perso il carattere di mutualità prevalente ma non abbia modificato lo statuto definrào il valore delle riserve indivisibili e quello del patrimonio netto, ai fini della devoluzione ai fondi mutualistici in caso di successiva trasformazione societaria ai sensi dell’art. 2545 - undecies c.c.

 

Il nuovo terzo comma dell’articolo 2545 – octies prevede inoltre che l’obbligo di redazione del bilancio straordinario scatti anche quando la società che perde il carattere di mutualità prevalente abbia fatto ricorso a strumenti finanziari. Tale ultima previsione appare sostanzialmente innovativa rispetto alla disciplina vigente, considerato che la cooperativa non incontra limiti generali al ricorso a strumenti finanziari se non quello relativo alla remunerazione dei prestiti da parte dei propri soci. La ratio della norma sembra essere quella di limitare l’obbligo di redazione del bilancio straordinario alle cooperative di maggiori dimensioni, le quali più probabilmente fanno ricorso a strumenti finanziari.

 

L’articolo 1, comma 2,  del testo unico di finanza reca la definizione  di «strumenti finanziari», per i quali si intendono:

a) le azioni e gli altri titoli rappresentativi di capitale di rischio negoziabili sul mercato dei capitali;

b) le obbligazioni, i titoli di Stato e gli altri titoli di debito negoziabili sul mercato dei capitali;

b-bis) gli strumenti finanziari, negoziabili sul mercato dei capitali, previsti dal codice civile;

c) le quote di fondi comuni di investimento;

d) i titoli normalmente negoziati sul mercato monetario;

e) qualsiasi altro titolo normalmente negoziato che permetta di acquisire gli strumenti indicati nelle precedenti lettere e i relativi indici;

f) i contratti «futures» su strumenti finanziari, su tassi di interesse, su valute, su merci e sui relativi indici, anche quando l'esecuzione avvenga attraverso il pagamento di differenziali in contanti;

g) i contratti di scambio a pronti e a termine (swaps) su tassi di interesse, su valute, su merci nonché su indici azionari (equity swaps), anche quando l'esecuzione avvenga attraverso il pagamento di differenziali in contanti;

h) i contratti a termine collegati a strumenti finanziari, a tassi di interesse, a valute, a merci e ai relativi indici, anche quando l'esecuzione avvenga attraverso il pagamento di differenziali in contanti;

i) i contratti di opzione per acquistare o vendere gli strumenti indicati nelle precedenti lettere e i relativi indici, nonché i contratti di opzione su valute, su tassi d'interesse, su merci e sui relativi indici, anche quando l'esecuzione avvenga attraverso il pagamento di differenziali in contanti;

j) le combinazioni di contratti o di titoli indicati nelle precedenti lettere.

 

 

Al riguardo si osserva come, per evitare incertezze in sede di attuazione, sarebbe opportuno operare esplicito rinvio alla definizione di strumenti finanziari di cui all’articolo 1 del Testo unico della finanza di cui al d.lgs. n. 58 del 1998. Sarebbe inoltre opportuna una precisazione delle caratteristiche delle operazioni relative all’emissione di strumenti finanziari quantomeno in relazione al profilo temporale e cronologico.

 

Il testo originario dell’articolo 22 conteneva anche un comma 2 il quale abrogava la lettera c) del comma 10 dell’articolo 13 della legge 31 gennaio 1992, n. 59, recante Nuove norme in materia di società cooperative.

 

Il citato articolo 13 istituisce l’albo nazionale delle società cooperative edilizie di abitazione e dei loro consorzi. Il comma 10, lettera c), disciplina l’obbligo di comunicazione del l’attività svolta nel corso dell’anno precedente che le cooperative edilizie sono tenute a trasmettere entro il 30 giugno di ogni anno

 

La disposizione è stata soppressa durante l’esame in Commissione.

 

 


Articolo 24
Disposizioni in materia di società cooperative

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

Art. 24.

(Disposizioni in materia di società cooperative).

 

 

      1. All'articolo 2511 del codice civile è aggiunto il seguente comma:

 

 

      «Le società cooperative devono essere iscritte nell'Albo di cui agli articoli 2512, secondo comma, del presente codice, e 223-sexiesdecies delle disposizioni per l' attuazione del presente codice».

 

 

      2. La presentazione all'ufficio del registro delle imprese della comunicazione unica di cui all'articolo 9 del decreto-legge 31 gennaio 2007, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 aprile 2007, n. 40, determina, nel caso di impresa cooperativa, l'automatica iscrizione all'Albo di cui agli articoli 2512, secondo comma, del codice civile e 223-sexiesdecies delle disposizioni per l' attuazione del codice civile.

 

 

      3. Ai fini di cui al comma 2, l'ufficio del registro delle imprese trasmette immediatamente all'Albo di cui al medesimo comma la domanda unica, nonché la comunicazione della cancellazione della società cooperativa dal registro o della sua trasformazione in altra forma societaria ai fini della immediata cancellazione dal suddetto Albo.

 

 

      4. Le società cooperative iscritte nel registro delle imprese alla data di entrata in vigore dell'articolo 9 del decreto-legge 31 gennaio 2007, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 aprile 2007, n. 40, e non iscritte all'Albo di cui al comma 2, devono chiedere entro il 30 giugno 2008 al registro di provvedere all'iscrizione all'Albo delle società cooperative, a pena di decadenza dai benefici previsti in relazione alla loro forma societaria.

 

 

      5. Le società cooperative comunicano annualmente le notizie di bilancio, ai fini della dimostrazione del possesso del requisito di cui all'articolo 2513 del codice civile, all'amministrazione presso la quale è tenuto l'Albo con gli strumenti informatici di cui all'articolo 223-sexiesdecies delle disposizioni per l'attuazione del codice civile.

 

 

      6. All'articolo 2515 del codice civile il terzo comma è abrogato.

 

 

      7. All'articolo 223-sexiesdecies, primo comma delle disposizioni per l'attuazione del codice civile, le parole: «depositare i bilanci» sono sostituite dalle seguenti: «comunicare annualmente le notizie di bilancio, ai fini della dimostrazione del possesso del requisito di cui all'articolo 2513 del codice civile, all'amministrazione presso la quale è tenuto l'Albo».

 

 

      8. All'articolo 1 della legge 17 luglio 1975, n. 400, è aggiunto, in fine, il seguente comma:

 

 

      «La vidimazione del registro di cui all'articolo 38, primo comma, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, è effettuata senza spese ed in forma semplificata dalla camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura territorialmente competente».

 

 

 

Il comma 1 dell’articolo 24 in esame aggiunge all'articolo 2511 del codice civile un comma a mente del quale le società cooperative devono essere iscritte nell'Albo di cui agli articoli 2512, secondo comma, del presente codice, e 223-sexiesdecies delle disposizioni per l'attuazione del presente codice.

 

Il richiamato articolo 2511 c.c. stabilisce che le cooperative sono società a capitale variabile con scopo mutualistico

L’articolo 2512 c.c., in tema di cooperativa a mutualità prevalente, stabilisce che sono società cooperative a mutualità prevalente, in ragione del tipo di scambio mutualistico, quelle che:

1) svolgono la loro attività prevalentemente in favore dei soci, consumatori o utenti di beni o servizi;

2) si avvalgono prevalentemente, nello svolgimento della loro attività, delle prestazioni lavorative dei soci;

3) si avvalgono prevalentemente, nello svolgimento della loro attività, degli apporti di beni o servizi da parte dei soci.

 

Il secondo comma dell’articolo 2512 c.c. dispone, in particolare, che le società cooperative a mutualità prevalente si debbano iscrivere in un apposito albo, presso il quale depositano annualmente i propri bilanci.

 

 

Secondo l’articolo 223-sexiesdecies delle disposizioni per l'attuazione del codice civile, entro il 30 giugno 2004, il Ministro delle attività produttive predispone un Albo delle società cooperative tenuto a cura del Ministero delle attività produttive, ove si iscrivono le cooperative a mutualità prevalente, e a tal fine consente di depositare i bilanci attraverso strumenti di comunicazione informatica. In una diversa sezione del medesimo Albo sono tenute ad iscriversi anche le cooperative diverse da quelle a mutualità prevalente.

Il Ministro delle attività produttive, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, adegua ogni tre anni, con proprio decreto le previsioni di cui all'articoli 2519 e 2525 del codice tenuto conto delle variazioni dell'indice nazionale generale annuo dei prezzi al consumo delle famiglie di operai e impiegati, calcolate dall'Istat.

 

I commi 2, 3 e 4 disciplinano l’iscrizione all’Albo delle società cooperative da parte delle imprese iscritte al Registro delle imprese, tenuto da un apposito ufficio presso le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura.

Il comma 2 prevede che la presentazione all’ufficio del registro delle imprese della comunicazione unica ai fini dell’adempimento di tutti gli obblighi amministrativi richiesti per l’iscrizione nel Registro medesimo (ai sensi dell’articolo 9 del DL n.7 del 2007) determina, per le imprese cooperative, l’automatica iscrizione all’Albo delle società cooperative.

A tal fine il comma 3 dispone l’immediata trasmissione all’Albo delle società cooperative della comunicazione unica presentata all’Ufficio del registro delle imprese.

Il comma 4 impone alle società cooperative iscritte nel registro delle imprese alla data di entrata in vigore del DL n.7 del 2007 (ossia al 2 febbraio 2007) di richiedere l’iscrizione all’Albo delle società cooperative entro il 30 giugno, 2008, pena la decadenza dai benefici previsti dalla normativa vigente per le società cooperative.

L’articolo 9 del decreto-legge n.7 del 2007 ha previsto che gli adempimenti amministrativi a carico delle imprese per l’iscrizione nel Registro delle imprese, a fini previdenziali (iscrizione all’Inps), assistenziali (iscrizione all’Inail) e per l’ottenimento del Codice fiscale e della partita IVA, siano sostituiti da una comunicazione unica all’Ufficio del registro delle imprese delle Camere di commercio, il quale rilascia una ricevuta che costituisce titolo per l’immediato avvio dell’attività imprenditoriale (commi1-4).

La disposizione prevede, inoltre, che:

·       la procedura si applichi anche in caso di modifiche o cessazioni dell’attività d’impresa (comma 5);

·       le trasmissioni avvengano, di norma, per via telematica; a questo fine, in particolare, le Camere di commercio, previa intesa con le associazioni imprenditoriali, assicurano gratuitamente ai privati l’assistenza e il supporto tecnico di cui necessitano (comma 6);

·       con un DM dello sviluppo economico e un DPCM, da adottare entro 45 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto-legge, siano adottate le norme necessarie per l’attuazione delle nuove procedure[98] (comma 7);

·       le nuove procedure siano adottate dopo 60 giorni dalla data di entrata in vigore del DM dello sviluppo economico (comma 8), con la conseguente abrogazione della normativa vigente in materia di comunicazioni a carattere previdenziale e assistenziale, nonché per il rilascio del Codice fiscale e della partita IVA[99] (comma 9);

·       l’importo dell’imposta di bollo per le domande presentate per via telematica all’Ufficio del registro delle imprese sia rideterminato con successivo decreto del Ministero dell’economia e delle finanze, di concerto  con il Ministero dello sviluppo economico. La rideterminazione dovrà essere effettuata garantendo l’invarianza del gettito ed essere finalizzata ad incentivare l’utilizzo del mezzo telematico da parte delle imprese individuali (comma 10).

 

Quanto al  Registro delle imprese, tenuto da un apposito Ufficio presso le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, è stato istituito dall’articolo 8 della legge n. 580 del 1993[100].

Al Registro delle imprese sono tenuti ad iscriversi tutti coloro che esercitano un’attività imprenditoriale, previa denuncia alla Camera di commercio. La registrazione garantisce la pubblicità legale delle imprese e di tutti gli atti che le riguardano e ne testimonia l’esistenza, l’attività esercitata e gli eventi aventi rilievo giuridico durante la sua attività. Contestualmente all’iscrizione, l’Ufficio preposto della camera di commercio, in collegamento con il Ministero dell’economia e delle finanze, assegna il numero di iscrizione al Registro che coincide con il Codice fiscale.

Alla concreta istituzione del registro delle imprese si è provveduto con il DPR 7 dicembre 1995, n. 581.

Ai sensi dell'art. 7, comma 2, lett. a), del DPR n.581 del 1995, sono tenuti all'iscrizione nel registro delle imprese:

1) gli imprenditori che esercitano le attività indicate nell'art. 2195 c.c., e cioè gli imprenditori che esercitano un'attività industriale, diretta alla produzione di beni e servizi, o un'attività intermediaria nella circolazione dei beni o un'attività di trasporto per terra, per acqua o per aria, un'attività bancaria o assicurativa o attività ausiliarie di ciascuna di queste;

2) le società di cui all'art. 2200 c.c, e cioè le società in nome collettivo, le società in accomandita semplice, le società a responsabilità limitata, le società per azioni e le società cooperative anche quando non esercitino un'attività commerciale;

3) i consorzi di cui all'art. 2612 c.c. e le società consortili di cui all'art. 2615-ter c.c.;

4) i gruppi europei di interesse economico (GEIE) di cui al D.Lgs. 23 luglio 1991, n. 240 (si tratta di quegli organismi senza fini di lucro previsti dalla CEE con regolamento 2137/85 come strumenti di cooperazione transnazionale tra le imprese);

5) gli enti pubblici che hanno per oggetto esclusivo o principale un'attività commerciale;

6) le società assoggettate alla legge italiana secondo le nuove norme di diritto internazionale privato (art. 25 della legge n. 218/95)

7) gli imprenditori agricoli (art. 2135 c.c);

8) i piccoli imprenditori (art. 2083 c.c.);

9) le società semplici (art. 2251 c.c.).

 

Il comma 5 dell’articolo in esame fa carico alle società cooperative di comunicare annualmente le notizie di bilancio, ai fini della dimostrazione del possesso del requisito di cui all'articolo 2513 del codice civile, all'amministrazione presso la quale è tenuto l'Albo con gli strumenti informatici di cui al richiamato articolo 223-sexiesdecies delle disposizioni per l'attuazione del codice civile. 

Il richiamato articolo 2513 c.c. riguarda i criteri per la definizione della prevalenza.

 

Nel dettaglio, gli amministratori e i sindaci documentano la condizione di prevalenza di cui al precedente articolo nella nota integrativa al bilancio, evidenziando contabilmente i seguenti parametri:

a) i ricavi dalle vendite dei beni e dalle prestazioni di servizi verso i soci sono superiori al cinquanta per cento del totale dei ricavi delle vendite e delle prestazioni ai sensi dell'articolo 2425, primo comma, punto A1;

b) il costo del lavoro dei soci è superiore al cinquanta per cento del totale del costo del lavoro di cui all'articolo 2425, primo comma, punto B9 computate le altre forme di lavoro inerenti lo scopo mutualistico;

c) il costo della produzione per servizi ricevuti dai soci ovvero per beni conferiti dai soci è rispettivamente superiore al cinquanta per cento del totale dei costi dei servizi di cui all'articolo 2425, primo comma, punto B7, ovvero al costo delle merci o materie prime acquistate o conferite, di cui all'articolo 2425, primo comma, punto B6.

Quando si realizzano contestualmente più tipi di scambio mutualistico, la condizione di prevalenza è documentata facendo riferimento alla media ponderata delle percentuali delle lettere precedenti.

Nelle cooperative agricole la condizione di prevalenza sussiste quando la quantità o il valore dei prodotti conferiti dai soci è superiore al cinquanta per cento della quantità o del valore totale dei prodotti.

I regimi derogatori al requisito della prevalenza sono stati stabiliti con D.M. 30 dicembre 2005.

 

Il comma 6 dell’articolo in esame abroga il terzo comma dell'articolo 2515 del codice civile, il quale dispone che le società cooperative a mutualità prevalente devono indicare negli atti e nella corrispondenza il numero di iscrizione presso l'albo delle cooperative a mutualità prevalente.

 

Il comma 7 dell’articolo in esame sostituisce, al richiamato articolo 223-sexiesdecies, primo comma, delle disposizioni per l'attuazione del codice civile, le parole: «depositare i bilanci» con le seguenti: «comunicare annualmente le notizie di bilancio, ai fini della dimostrazione del possesso del requisito di cui all'articolo 2513 del codice civile, all'amministrazione presso la quale è tenuto l'Albo».

 

Il comma 8 integra le disposizioni dell’articolo 1 della legge n. 400/75[101] - che intervene in materia di amministrazione coatta di enti cooperativi rinviando alla disciplina generale del RD n. 267/42 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa) - mediante aggiunta di un nuovo comma.

La nuova disposizione prevede la vidimazione – da parte della camera di commercio territorialmente competente - senza oneri e in forma semplificata -  del registro nel quale il curatore fallimentare è tenuto ad annotare giorno per giorno le operazioni relative alla sua amministrazione, ai sensi dell’art. 38 del citato RD n. 267/42.

L’art. 38, del citato RD, così come sostituito dall'art. 36 del D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 recante “Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali a norma dell'articolo 1, comma 5, della L. 14 maggio 2005, n. 80” al comma 1 comprende, infatti, tra i doveri dell’ ufficio del curatore, imposti dalla legge o derivanti dal piano di liquidazione approvato, la tenuta del suddetto registro preventivamente vidimato da almeno un componente del comitato dei creditori.

Si ricorda che il DL n. 35/05 (competitività), conv. con modif. dalla L. 14 maggio 2005, n. 80, all’articolo 2 ha introdotto numerose novelle alla legge fallimentare (RD 16 marzo 1942, n. 267). La legge di conversione ha quindi conferito una delega al Governo per la riforma organica delle procedure concorsuali di cui al medesimo RD che è stata attuata con il richiamato decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5.

 

 


Articolo 25
Interventi a favore delle imprese di spettacolo e di cultura

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

Art. 23.

(Interventi a favore delle imprese di spettacolo).

Art. 25.

(Interventi a favore delle imprese di spettacolo e di cultura).

 

      1. Gli organismi dello spettacolo, nelle diverse articolazioni di generi e di settori, di attività teatrali, musicali e di danza, nonché di circhi e di spettacoli viaggianti, costituiti in forma di impresa sono considerati piccole e medie imprese secondo la disciplina comunitaria.

      1. Gli organismi dello spettacolo, nelle diverse articolazioni di generi e di settori, di attività cinematografiche, teatrali, musicali e di danza, nonché di circhi e di spettacoli viaggianti, nonché quelli che operano nel campo dei servizi, o beni, culturali, costituiti in forma di impresa sono considerati piccole e medie imprese secondo la disciplina comunitaria.

 

      2. Ai sensi del comma 1, le imprese dello spettacolo usufruiscono delle agevolazioni nazionali e comunitarie previste dalla normativa vigente per le piccole e medie imprese, in applicazione del decreto del Ministro delle attività produttive 18 aprile 2005, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 238 del 12 ottobre 2005.

      2. Le imprese di cui al comma 1 usufruiscono delle agevolazioni nazionali e comunitarie previste dalla normativa vigente per le piccole e medie imprese, in applicazione del decreto del Ministro delle attività produttive 18 aprile 2005, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 238 del 12 ottobre 2005.

 

      3. Il Governo, con apposito provvedimento, entro due mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, apporta ai decreti del Ministro per i beni e le attività culturali 21 dicembre 2005, pubblicati nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 29 del 4 febbraio 2006, le modificazioni necessarie per adeguare gli stessi alle disposizioni del presente articolo.

      3. Il Governo, con apposito provvedimento, entro due mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, apporta ai decreti del Ministro per i beni e le attività culturali 21 dicembre 2005, pubblicati nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 29 del 4 febbraio 2006, le modificazioni necessarie per adeguare gli stessi alle disposizioni del presente articolo e per trasferire al Ministero dello sviluppo economico le competenze in materia di attività circensi e di spettacoli viaggianti di cui alla legge 18 marzo 1968, n. 337.

 

 

      4. Il decreto del capo del Governo 14 febbraio 1938, n. 153, è abrogato.

 

 

 

L'articolo 25, modificato nel corso dell’esame in sede referente, reca interventi in materia di spettacolo; in particolare estende la nozione comunitaria di piccola e media impresa alle strutture operanti nei settori dello spettacolo e dei beni culturali.

Il comma 1 prevede che gli organismi, costituiti in forma di impresa ed attivi nei diversi settori dello spettacolo (ivi compresa la cinematografia) nonché nel campo dei servizi e beni culturali siano riconosciuti come piccole e medie imprese secondo la disciplina comunitaria.

Con riguardo all’ambito di applicazione, il testo originario faceva riferimento (come precisato anche dal comma 3 tramite il richiamo ai decreti recanti criteri di erogazione del F.U.S.[102]) ad organismi operanti nei settori delle attivita` teatrali, musicali e di danza, nonché di circhi e di spettacoli viaggianti[103].

A seguito dell’approvazione di due emendamenti[104] l’ambito di applicazione della disposizione in commento si è esteso alla cinematografia ed ai beni e servizi culturali.

Si ricorda che gli organismi operanti nel settore della cinematografia sono già costituiti generalmente in forma di impresa; ai sensi dell’art. 3 del D. Lgs. 28/2004[105] le imprese di produzione, di distribuzione, di esportazione, di esercizio e di industria tecnica - se aventi sede e domicilio fiscale in Italia o in paesi comunitari (con succursale in Italia) ed iscritte in apposito elenchi del Ministero per i beni e le attività culturali- possono fruire dei finanziamenti a valere sul Fondo per la produzione, la distribuzione, l’esercizio e le industrie tecniche(istituito dall’art. 12 del D.Lgs. 28/2004[106]).

La platea dei destinatari della disposizione- per quanto attiene i servizi ed i beni  culturali- non è precisamente indicata. Si fa riferimento presumibilmente ai soggetti privati che possono esercitare o partecipare all’esercizio dell’attività di valorizzazione di beni culturali. Si ricorda infatti che ai sensi dell’art. 112 del Codice dei beni culturali (D.Lgs 42/2004[107]) lo Stato, le regioni e gli altri enti pubblici territoriali possono stipulare accordi con soggetti privati per definire strategie ed obiettivi comuni di valorizzazione, nonché per elaborare i conseguenti piani strategici di sviluppo culturale; ai sensi dell’art. 115 del medesimo Codice le attività di valorizzazione dei beni culturali di appartenenza pubblica possono essere affidate in concessione a terzi (cosidetta “gestione indiretta”) qualora ciò risulti conveniente sotto il profilo dell’efficacia e sostenibile economicamente.

Il rapporto di concessione viene regolato in questo caso tramite contratto di servizio che disciplina gli obblighi dei concessionari ed il  potere di controllo del concedente, oltre che i contenuti ed i livelli qualitativi delle attività da esercitare.

L’art. 117 del Codice dei beni culturali prevede inoltre che negli istituti e nei luoghi della cultura (musei, biblioteche, archivi, aree e parchi archeologici, complessi monumentali) possano essere istituiti servizi di assistenza culturale e di ospitalità per il pubblico (cosidetti servizi aggiuntivi), questi ultimi sono direttamente gestiti dall’amministrazione interessata o affidati in concessione.

Il comma 1 dell’articolo 25 in commento non sembrerebbe dover trovare applicazione anche nei confronti dei soggetti affidatari di servizi aggiuntivi, che in realtà comprendono un’ampia gamma di attività non tutte espressamente riconducibili a “servizi culturali”: si tratta infatti del servizio editoriale e di vendita di cataloghi e sussidi informatici; della fornitura di riproduzioni e recapito del prestito bibliotecari; della gestione di raccolte discografiche, diapoteche e biblioteche museali; dei servizi di accoglienza, informazione, assistenza didattica; della ristorazione; dell’organizzazione di mostre e attività promozionali; della pulizia vigilanza biglietteria[108].

In relazione alla mancata indicazione della platea dei destinatari della disposizione recata dal comma 1, con particolare riguardo al riferimento ai “servizi e beni culturali”, sembrerebbe opportuno l’eventuale ricorso ad una norma di rango secondario volta a specificare il campo di applicazione.

Il comma 2, modificato solo sotto il profilo formale, specifica che le imprese così costituite fruiranno delle agevolazioni nazionali e comunitarie previste per le piccole e medie imprese in applicazione del decreto del Ministro delle attività produttive 18 aprile 2005[109].

 

Con riguardo alla definizione comunitaria delle PMI, si ricorda che con la Raccomandazione n. 2003/361/CE del 6 maggio 2003 la Commissione UE ha esteso il concetto d’impresa ad ogni entità che svolga attività economica, a prescindere dalla forma giuridica rivestita.

Per essere riconosciuta come PMI, l'impresa deve rispettare i limiti massimi fissati dalla Raccomandazione relativamente al numero di dipendenti e al fatturato o ai totali di bilancio:

media impresa: occupa meno di 250 persone, realizza un fatturato annuo non superiore ai 50 milioni di euro oppure un totale di bilancio annuo non superiore ai 43 milioni di euro;

piccola impresa: occupa meno di 50 persone, realizza un fatturato annuo oppure un totale di bilancio annuo non superiore ai 10 milioni di euro;

microimpresa: occupa meno di 10 persone e realizza un fatturato annuo oppure un totale di bilancio annuo non superiori a 2 milioni di euro.

Il Ministro delle attività produttive con il citato DM 18 aprile 2005[110], ha provveduto ad adeguare alla raccomandazione 2003/361/CE i criteri di individuazione delle piccole e medie imprese, ai fini della concessione di aiuti- comunitari e non- alle attività produttive.

Si segnala in proposito che, durante l’esame parlamentare l’esame in sede consultiva dell’articolo in commento[111]), il sottosegretario del ministero per i beni e le attività culturali, on Montecchi, ha evidenziato che le disposizioni introdotte non comportano alcuna modificazione in peius del sostegno pubblico allo spettacolo. Quest’ultimo infatti continuerà ad esplicarsi nelle forme e nelle modalità vigenti, in relazione al valore di tali attività per la crescita culturale della società. Il sottosegretario ha inoltre precisato che la trasformazione da associazione ad impresa avverrà esclusivamente su base volontaria; pertanto ciascun organismo attualmente operante nei settori del cinema, del teatro, della musica, della danza, dei circhi e spettacoli viaggianti, nei servizi o beni culturali giudicherà autonomamente la convenienza della trasformazione alla luce dell'estensione delle agevolazioni delle piccole e medie imprese.

Il comma 3, modificato durante l’esame in sede referente, demanda al Governo (con provvedimento da adottare entro due mesi dall’entrata in vigore della legge):

·     la modifica dei decreti del Ministro per i beni e le attività culturali (emanati in data 21 dicembre 2005) recanti criteri e modalità di erogazione dei contributi a valere sul Fondo unico dello spettacolo per adeguare l’assegnazione del FUS alla nuova disciplina (vedi infra),

·      il trasferimento delle competenze in materia di attività circensi e spettacoli viaggianti, di cui alla legge 337/1968[112], dal ministero per i beni e la attività culturali al Ministero dello sviluppo economico[113]. (Tale ultima previsione risulta dall’approvazione di un emendamento[114]).

Si ricorda che la legge 337/1968 reca disposizioni generali sull’esercizio delle attività dei circhi equestri e degli «spettacoli viaggianti»; essa specifica tra l’altro che in tale ultima categoria rientrano le attività spettacolari, i trattenimenti e le attrazioni allestiti a mezzo di attrezzature mobili, all'aperto o al chiuso, ovvero i parchi permanenti, anche se in maniera stabile. I circhi e lo spettacolo viaggiante figurano, come già segnalato, tra i destinatari del Fondo Unico per lo spettacolo istituito, come strumento di sostegno finanziario al settore dello spettacolo, dalla già citata legge 163/1985[115].

Al riguardo non risulta chiaro se, nonostante il trasferimento delle competenze al ministero dello sviluppo economico, il sostegno finanziario alle attività circensi ed allo spettacolo viaggiante sarà assicurato ugualmente dalle risorse del Fondo unico per lo spettacolo, ripartito annualmente con decreti del  Ministro per i beni ele attività culturali

Si segnala in proposito che, durante l’esame in sede consultiva dell’articolo in commento[116], il sottosegretario del ministero per i beni e le attività culturali, on Montecchi, ha espresso la contrarietà del ministero al trasferimento di competenze specificando che i settori del circo e dello spettacolo viaggiante svolgono funzioni analoghe a quelle di altri settori dello spettacolo dal vivo facenti capo al ministero dei beni e delle attività culturali ed evidenziando le difficoltà connesse all’erogazione del FUS, iscritto nello stato di previsione del medesimo ministero.

Con riguardo al finanziamento delle attività di spettacolo si ricorda che il principale strumento di sostegno pubblico è costituito dal citato Fondo unico dello spettacolo (F.U.S.). Al riparto di quest’ultimo tra i vari settori dello spettacolo provvedono attualmente decreti ministeriali di natura non regolamentare adottati di intesa con la Conferenza unificata (a questi ultimi, emanati il 21 dicembre 2005, si riferisce il comma 3 dell’articolo in commento).

Si riepilogano sinteticamente di seguito i principali destinatari di contribuiti a valere sul F.U.S. (subordinatamente al possesso di requisiti indicati nei decreti citati sopra): teatri stabili ad iniziativa pubblica o privata; teatri stabili di innovazione; imprese di produzione operanti nei diversi settori, compresa l’attività circense, lo spettacolo viaggiante, i parchi di divertimento; istituzioni concertistico orchestrali; associazioni musicali e complessi bandistici; soggetti che svolgano attività di promozione culturale e formazione del pubblico o attività di perfezionamento professionale; gestori di sale teatrali; soggetti pubblici e privati organizzatori di rassegne e festival inerenti i diversi settori.

Si ricorda che la riforma costituzionale del 2001 - secondo quanto precisato dalla Corte costituzionale (sentenza n. 255 del 2004 ) – contempla lo spettacolonell’ambito della “promozione e organizzazione di attività culturali”, demandata alla competenza concorrente tra Stato e regioni. La sentenza citata ha evidenziato che sebbene il sostegno finanziario degli spettacoli sia riconducibile ad una materia di legislazione concorrente (art. 117, terzo comma, Cost.), ciò non comporta l'automatica sopravvenuta incostituzionalità della legislazione statale vigente in conseguenza del principio della continuità dell'ordinamento, più volte richiamato dalla stessa Corte dopo la modifica del Titolo V.

Con particolare riferimento al Fondo unico per lo spettacolo (di cui agli artt. 1 e seguenti della legge n. 163 del 1985) la Corte ha sottolineato la necessità che in tale ambito, caratterizzato da una procedura accentrata, il legislatore statale riformi le leggi vigenti per adeguarle alla mutata disciplina costituzionale. La Corte ha comunque riconosciuto che la necessità di continuare a dare attuazione, in considerazione della perdurante vigenza della legge n. 163 del 1985, alla erogazione annuale di contributi alle attività dello spettacolo ha indotto il legislatore ad adottare la disposizione impugnata di cui all’art. 1 del DL 24/2003 che demanda i criteri e le modalità di erogazione dei contributi alle attività dello spettacolo, previsti dalla legge 30 aprile 1985, n. 163, e le aliquote di ripartizione annuale del Fondo unico per lo spettacolo a decreti del Ministro per i beni e le attività culturali non aventi natura regolamentare,  “in attesa che la legge di definizione dei principi fondamentali di cui all'art. 117 della Costituzione fissi i criteri e gli ambiti di competenza dello Stato”. La temporanea applicazione della disposizione ha così portato la Corte a ritenere sussistente la legittimità costituzionale della disposizione impugnata, fermo restando che tale “sistema normativo non potrà essere ulteriormente giustificabile in futuro”.

In relazione alla giurisprudenza costituzionale, la legge 15 novembre 2005, n. 239 ha introdotto l’intesa con la Conferenza unificata nella procedura di adozione dei decreti ministeriali (non aventi natura regolamentare) previsti per il riparto del FUS dall’art. 1 del decreto legge n. 24/2003[117].

 

In relazione a quanto sopra esposto si segnala che durante l’esame in sede consultiva dell’articolo in commento[118], il sottosegretario del ministero per i beni e le attività culturali, on Montecchi, ha assicurato, in risposta d alcune osservazioni formulate nel corso del dibattito, che i regolamenti previsti dal comma 3 dell’articolo 25 saranno emanati sentita la Conferenza Stato-regioni, trattandosi di materia ricadente nella potestà legislativa concorrente.

Documentazione predisposta dall’Ufficio RUE

Documenti all’esame delle istituzioni dell’UE

Il Consiglio europeo dell’8-9 marzo 2007, nelle sue conclusioni, considerati i progressi compiuti nell'attuazione degli obiettivi della strategia di Lisbona per la crescita e l'occupazione, chiede agli Stati membri e alle istituzioni dell'UE di proseguire nell'azione volta a rafforzare il mercato interno e la competitività, a promuovere l'occupazione di qualità e a migliorare la coesione sociale.

In particolare, il Consiglio europeo sottolinea che, al fine di rafforzare il mercato interno e la competitività dell’Europa, si dovrebbe prestare particolare attenzione alla stimolazione del potenziale delle piccole e medie imprese, anche nei settori culturale e creativo, in considerazione del loro ruolo di motore della crescita, della creazione di posti di lavoro e dell'innovazione.

L’8 marzo 2007, si è svolta, presso la VII commissione della Camera, l’audizione del Commissario europeo per l'istruzione, formazione e cultura, Jàn Figel, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle problematiche connesse alla riforma del secondo ciclo del sistema educativo nazionale di istruzione e di quello di istruzione e formazione professionale. Nel corso dell’audizione, il Commissario ha, tra l’altro, sottolineato che l’attenzione sollecitata dal Consiglio europeo nei confronti delle piccole e medie imprese operanti nei settori culturale e creativo attribuisce, per la prima volta, importanza all’industria culturale anche sotto il profilo economico e di crescita.

 

Il comma 4 introdotto durante l’esame in sede referente[119] abroga il decreto del capo del Governo 14 febbraio 1938, n. 153[120], recante norme per la regolamentazione della concessione del nulla osta per l’esercizio dell’attività teatrale.

Il Decreto indica gli elementi a corredo della domanda di autorizzazione da inoltrare per costituire una compagnia operante nei vari settori dello spettacolo all’allora Federazione nazionale fascista degli industriali dello spettacolo (ora Ministero per i beni e le attività culturali).

Si segnala in proposito che la procedura per ottenere il nulla osta di agibilità per l’esercizio dell’attività teatrale da parte di compagnie dilettantistiche è stata modificata in relazione agli articoli 19 e 20 (denuncia di inizio attività e principio del silenzio assenso) della legge 7 agosto 1990 n.241[121] ed al relativo regolamento di attuazione (approvato con D.P.R. n. 300/1992[122] ).

 

 

 


Articolo 26
Pubblicazione informatica dell’albo pretorio

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

Art. 24.

(Pubblicazione informatica dell'albo pretorio).

Art. 26.

(Pubblicazione informatica dell'albo pretorio).

 

      1. Il Governo, le regioni e gli enti locali promuovono intese o concludono accordi, ai sensi dell'articolo 8, comma 6, della legge 5 giugno 2003, n. 131, e dell'articolo 4, comma 1, del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, in sede di Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del medesimo decreto legislativo n. 281 del 1997, e successive modificazioni, al fine di prevedere che la pubblicazione degli atti nell'albo pretorio, ai sensi del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, e successive modificazioni, sia eseguita anche in via informatica.

      Identico.

 

 

L’articolo 26 prevede che il Governo, le regioni e gli enti locali promuovano intese o concludano accordi affinché la pubblicazione degli atti nell’albo pretorio degli enti locali sia eseguita anche in via informatica.

La disposizione prosegue e completa lo spirito del D.Lgs. 82/2005[123], ovvero del Codice dell’amministrazione digitale, inteso a promuovere, attraverso la pubblicazione telematica dei dati di pubblico interesse, una maggiore partecipazione dei cittadini al processo democratico e a facilitare l’esercizio dei diritti politici e civili sia individuali che collettivi.

L’art. 54 del Codice prevede infatti che anche i siti delle pubbliche amministrazioni regionali e locali, nei limiti delle risorse tecnologiche e organizzative disponibili e nel rispetto della loro autonomia normativa, contengano diverse tipologie di dati pubblici, fra i quali l’elenco di tutti i bandi di concorso e di gara banditi.

 

Il provvedimento si propone di promuovere la trasparenza delle attività della Pubblica amministrazione e la possibilità, per ogni cittadino, di accedere ai diversi momenti della vita delle istituzioni. La pubblicazione telematica delle deliberazioni relative all’attività degli organi degli enti pubblici territoriali, delle decisioni e dei provvedimenti da questi presi, è intesa quale possibilità di accesso diretta alla conoscenza dei processi decisionali rendendo più semplice e produttiva l’interazione tra il cittadino e le istituzioni.

Da una breve ricognizione in rete, risulta inoltre che il disposto dell’articolo in esame è stato già in parte attuato da moltissimi comuni, grandi e piccoli, e da numerose province. Allo stato attuale, e in mancanza di precise norme di riferimento, i comuni e le province hanno provveduto a pubblicare sugli albi pretori on line soltanto alcune fattispecie di atti; la norma in esame avrà quindi l’effetto di rendere esaustiva la pubblicazione di tutte le fattispecie di documenti ed atti pubblici di cui è prevista la pubblicità nell’albo pretorio.

 

Con riguardo all’albo pretorio, l’articolo in esame rimanda a quanto previsto dal Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, ovvero al D.Lgs. 267/2000[124], il quale all’art. 124 dispone che tutte le deliberazioni del comune e della provincia siano pubblicate mediante affissione all'albo pretorio, nella sede dell'ente, per quindici giorni consecutivi, salvo specifiche e diverse disposizioni di legge.

 

Sono comprese fra gli atti soggetti a pubblicazione le deliberazioni del consiglio e della giunta, le determinazioni dei dirigenti o responsabili di uffici e servizi, le ordinanze, gli albi di giudici popolari, le donazioni effettuate all’ente territoriale, l’avviso della procedura di rilevazione delle passività, l‘elenco rilascio concessioni ed autorizzazioni edilizie nonché gli avvisi pubblici di varia natura di cui sia disposta pubblicazione sullo stesso albo pretorio. Vengono inoltre esposti gli atti destinati a singoli cittadini quando i destinatari risultano irreperibili al momento della consegna.

Le disposizioni di legge che prevedono la pubblicazione nell’albo pretorio dell’ente territoriale di specifiche deliberazioni, ordinanze, decreti, avvisi di convocazione, bandi, graduatorie, elenchi, comunicazioni ed atti di vari oggetti e finalità sono numerosissime.

 

Trattandosi di una disposizione relativa agli enti pubblici territoriali, secondo quanto previsto dall’art. 14[125] del già citato Codice dell’amministrazione digitale, il testo dell’articolo in esame rimanda a quanto stabilito dall’art. 8, co. 6 della L. 131/2003[126], che stabilisce che il Governo possa promuovere la stipula di intese in sede di Conferenza Stato-Regioni o di Conferenza unificata Stato-Regioni-città e autonomie locali, dirette a favorire l'armonizzazione delle rispettive legislazioni o il raggiungimento di posizioni unitarie o il conseguimento di obiettivi comuni.

 

L’art. 8, co. 6 della L. 131/2003 prevede inoltre che in tal caso sia esclusa l'applicazione dei co. 3 e 4 dell'art. 3 (Intese) del D.Lgs. 281/1997[127]. Tali commi individuano dei meccanismi che consentono al Governo di provvedere con deliberazione motivata o provvedimenti d’urgenza, quando non sia stato possibile giungere ad una intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni. L’esclusione dell’applicazione dei commi 3 e 4 dell’art. 3 del D.Lgs. 281/1997 sottolinea come necessario il conseguimento di una intesa, ma rimanda anche alla necessità che le intese seguano quanto stabilito dal comma 2 delle stesso articolo, ovvero l’assenso del Governo e dei presidenti delle regioni e delle province autonome.

Il co. 6 dell’art. 8 esclude poi espressamente che nelle materie di legislazione regionale, sia concorrente che primaria, di cui all’art. 117, terzo e quarto comma, della Costituzione, lo Stato possa adottare gli atti di indirizzo e di coordinamento di cui all'art. 8 della L. 59/1997[128]. L’articolo richiamato dispone da parte sua che, salvo il caso dell’urgenza, gli atti di indirizzo e coordinamento delle funzioni amministrative regionali, nonché gli atti di coordinamento tecnico, sono adottati previa intesa con la Conferenza Stato-Regioni o con la singola Regione interessata; qualora entro 45 giorni dalla prima consultazione l'intesa non sia stata raggiunta, gli atti sono adottati con deliberazione del Consiglio dei ministri, previo parere della Commissione parlamentare per le questioni regionali (da esprimere entro 30 giorni dalla richiesta).

 

La necessità di procedere all’informatizzazione dell’albo pretorio tramite intese, viene inoltre rafforzata dal rinvio all’art. 4, co. 1 del D.Lgs. 281/1997, che prevede che il Governo, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano, in attuazione del principio di leale collaborazione e nel perseguimento di obiettivi di funzionalità, economicità ed efficacia dell'azione amministrativa, possano concludere in sede di Conferenza Stato-Regioni accordi, al fine di coordinare l'esercizio delle rispettive competenze e svolgere attività di interesse comune.


Articolo 27
Semplificazione e abolizione di alcune procedure
e certificazioni dovute dalle imprese

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

Art. 25.

(Abolizione di alcune certificazioni dovute dalle imprese).

Art. 27.

(Semplificazione e abolizione di alcune procedure e certificazioni dovute dalle imprese).

 

      1. Ai fini dell'ottenimento di titoli autorizzatori o concessori da parte della pubblica amministrazione o dei concessionari di servizi pubblici e ai fini della partecipazione a procedure di evidenza pubblica, l'impresa interessata può allegare, in luogo delle richieste certificazioni, un'autocertificazione corredata dell'autorizzazione ad acquisire presso le pubbliche amministrazioni i dati necessari per la verifica, ferme restando, in caso di dichiarazione mendace, l'esclusione dalle procedure per l'ottenimento di titoli autorizzatori o concessori o dalle procedure di evidenza pubblica e la responsabilità per falso in atto pubblico.

      1. Identico.

 

      2. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, da adottare entro un mese dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono individuate le certificazioni la cui presentazione può essere sostituita ai sensi del comma 1.

      2. Identico.

 

 

      3. Al comma 6 dell'articolo 4-bis del decreto legislativo 21 aprile 2000, n. 181, come sostituito dall'articolo l, comma 1184, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «e delle province, ai fini delle assunzioni obbligatorie».

 

 

      4. All'articolo 9, comma 6, della legge 12 marzo 1999, n. 68, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, d'intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, è definito il modello unico di prospetto di cui al presente comma».

 

 

 

L’articolo 27 reca disposizioni relative all’abolizione di alcune certificazioni dovute dalle imprese e per la semplificazione di alcune procedure a cui le medesime sono sottoposte.

In primo luogo, i commi 1 e 2 mirano a semplificare gli adempimenti burocratici delle imprese sostituendo alcune certificazioni da esse dovute con autocertificazioni.

Le certificazioni che possono essere sostituite (comma 1) sono quelle richieste per:

§      l’ottenimento di una autorizzazione o concessione da parte della pubblica amministrazione o dei concessionari di servizi pubblici;

§      la partecipazione a procedure di evidenza pubblica.

La pubblica amministrazione è tenuta ad acquisire direttamente le informazioni già in proprio possesso per verificare il contenuto dell’autocertificazione. A tal fine l’atto di autocertificazione dell’impresa deve essere corredato dell’autorizzazione ad acquisire presso gli uffici pubblici tutti i dati per la verifica.

Le dichiarazioni mendaci comportano, oltre all’esclusione delle procedure per cui si è fatta la richiesta, la responsabilità per falso in atto pubblico[129].

 

Si potrebbe valutare, in proposito, l’opportunità di coordinare la disposizione di cui all’articolo in esame con l’ordinamento vigente. Infatti, sia l’esclusione dal procedimento connesso alla dichiarazione mendace, sia la responsabilità penale, sono già previste dalla disciplina generale in materia di autocertificazione recata dal testo unico sulla documentazione amministrativa (D.P.R. 445/2000, vedi oltre) che fa riferimento, per le dichiarazioni mendaci o false, genericamente alle norme del codice penale e alle leggi speciali in materia e, per le dichiarazioni non più veritiere, ad uso di atto falso (art. 489 c.p.).

 

L’individuazione puntuale delle certificazioni che possono essere sostituite è demandata dal comma 2 ad un decreto del Presidente del Consiglio, da emanare entro un mese dalla data di entrata in vigore del provvedimento in esame.

 

Tra gli strumenti di semplificazione che l’amministrazione deve utilizzare nello svolgimento della propria attività, la L. 241/1990[130] individua l’autocertificazione (o meglio, la dichiarazione sostitutiva, introdotta nell’ordinamento dalla L. 15/1968[131], ora confluita nel testo unico della documentazione amministrativa adottato con il DPR 445/2000[132]) e l’acquisizione diretta di documenti da parte della pubblica amministrazione. Entrambe le fattispecie sono contemplate dall’art. 18 della L. 241/1990.

In particolare, il co. 2 stabilisce che i documenti che attestano atti, fatti, qualità e stati soggettivi, necessari per l'istruttoria di un procedimento amministrativo (quale ad esempio l’esame di una richiesta di autorizzazione o di concessione) sono acquisiti d'ufficio quando sono in possesso dell'amministrazione procedente o da altre pubbliche amministrazioni. L'amministrazione può richiedere agli interessati unicamente gli  elementi necessari per la ricerca dei documenti.

Si ricorda che il citato testo unico della documentazione amministrativa, all’art. 43 stabilisce il divieto delle pubbliche amministrazioni a richiedere atti o certificati indicanti alcuni dati personali espressamente indicati (data e luogo di nascita, residenza ecc.) che siano già in loro possesso. Tali documenti devono essere acquisiti d’ufficio o sostituiti da autocertificazioni. Anche in questo caso, nell’ipotesi dell’acquisizione d’ufficio, l’interessato è tenuto unicamente ad indicare gli elementi indispensabili per il reperimento dei documenti.

All’art. 46 del DPR 445/2000 sono indicati i fatti che possono essere autocertificati. Tra quelli di maggior interesse per le imprese si ricordano: la situazione economica, l’assolvimento di specifici obblighi contributivi, la qualità di legale rappresentante o di curatore di persone fisiche e giuridiche, di non trovarsi in stato di liquidazione o di fallimento.

Anche i fatti e le notizie non contemplati nell’elenco di cui sopra possono essere autocertificati nei confronti della pubblica amministrazione e dei concessionari di pubblici servizi tramite dichiarazioni sostitutive dell’atto di notorietà (art. 47 DPR 445/2000).

L’art. 76 del DPR 445/2000 rinvia alle norme del codice penale e alle leggi speciali in materia per la punizione delle dichiarazioni false. Inoltre, l’esibizione di un atto contenente dati non più rispondenti a verità equivale ad uso di atto falso (art. 489 c.p.).

La non veridicità delle dichiarazioni comporta anche, per il dichiarante, la decadenza dei benefici eventualmente conseguenti al procedimento connesso con la dichiarazione (art. 75 DPR 445/2000).

 

La disciplina della partecipazione a procedure di evidenza pubblica con riferimento ai contratti delle pubbliche amministrazioni è contenuta nel decreto legislativo 163/2006[133] (cd. Codice dei contratti pubblici). In particolare, l’articolo 38, che disciplina i requisiti di ordine generale per partecipare alle gare, al comma 2 prevede l’attestazione dei requisiti mediante dichiarazione sostitutiva in conformità alle disposizioni del citato DPR 445/2000. Si segnalano poi l’articolo 39 che dispone in merito ai requisiti di idoneità professionale e gli articoli 41 e 42 che disciplinano la dimostrazione della capacità economica e finanziaria e della capacità tecnica e professionale dei concorrenti.

L’autocertificazione è prevista dall’art. 123nell’ambito della procedura ristretta semplificata per gli appalti di lavori di importo inferiore a 750.000 euro. In tal caso, le stazioni appaltanti hanno facoltà di invitare a presentare offerta almeno venti concorrenti individuati tra gli operatori economici iscritti in un determinato elenco. Ogni domanda di iscrizione nell’elenco deve essere corredata da un’autocertificazione, ai sensi della normativa vigente, con cui il richiedente afferma di essere in possesso dei requisiti di qualificazione necessari e di non trovarsi in nessuna delle cause di esclusione previsti per l’esecuzione di lavori di pari importo con procedure aperte o ristrette.

 

I commi 3 e 4, aggiunti nel corso dell’esame presso la X Commissione (Attività produttive), recano disposizioni volte alla semplificazione delle procedure di comunicazione a cui i datori di lavoro sono tenuti con riferimento alle assunzioni obbligatorie.

Più in dettaglio, il comma 3 è volto a novellare il comma 6 dell’articolo 4-bis del D.Lgs. 181 del 2000, già sostituito dall’art. 1, comma 1184 della L. 296/2006 (legge finanziaria 2007).

 

Si ricorda che i commi 1180-1185 della L. 296/2006 hanno introdotto modifiche ad alcuni aspetti della disciplina relativa alle comunicazioni agli uffici competenti relative al rapporto di lavoro.

Il comma 1184 ha provveduto a riformulare il comma 6 dell’articolo 4-bis del citato D.Lgs. 181 del 2000 e ad introdurre i nuovi commi 6-bis e 6-ter allo stesso articolo, in modo da semplificare gli adempimenti del datore di lavoro connessi alle comunicazioni relative all’instaurazione, trasformazione e cessazione del rapporto di lavoro.

Più in particolare, il vigente comma 6 dell’articolo 4-bis del D.Lgs. 181 del 2000, così come sostituito dal citato comma 1184, prevede che le comunicazioni di assunzione, trasformazione e cessazione dei rapporti di lavoro subordinato, autonomo, associato, dei tirocini e di altre esperienze professionali, previste dalla disciplina vigente, inviate al servizio per l’impiego competente mediante gli appositi moduli da definire con decreto interministeriale, sono valide anche ai fini dell’assolvimento degli obblighi di comunicazione nei confronti delle Direzioni regionali e provinciali del lavoro, dell’INPS e dell’INAIL o di altre forme previdenziali sostitutive o esclusive, nonché nei confronti della prefettura-UTG[134]..

 

Con la modifica introdotta dal comma in esame, in sostanza si dispone che le comunicazioni di assunzione, trasformazione e cessazione dei rapporti di lavoro subordinato, autonomo, associato, dei tirocini e di altre esperienze professionali, previste dalla disciplina vigente, inviate al servizio per l’impiego competente, sono valide anche ai fini dell’assolvimento degli obblighi di comunicazione nei confronti delle province, ai fini delle assunzioni obbligatorie.

 

Si ricorda che con la L. 12 marzo 1999 n. 68, ed i successivi provvedimenti attuativi emanati dal Ministero del lavoro, si è introdotta la nuova disciplina per il diritto al lavoro dei disabili, al fine di favorire il più possibile l’inserimento o il reinserimento nel mondo produttivo delle persone portatrici di handicap, anche tramite lo strumento del collocamento obbligatorio.

Le principali innovazioni introdotte rispetto alla normativa precedente consistono:

-     nell'individuare nei soli portatori di handicap psico-fisici, negli invalidi di guerra, civili di guerra, per servizio, nonché nei ciechi e sordomuti i destinatari della normativa (articolo 1);

-     nel definire una disciplina ed una organizzazione amministrativa ispirate al concetto di ”collocamento mirato”, cioè individualizzato in rapporto alla concreta capacità lavorativa del singolo soggetto disabile (articolo 2);

nell'affiancare agli strumenti che impongono un obbligo (quote di riserva sulle assunzioni) la previsione di misure di incentivazione per le imprese (articolo 13).

In questo contesto, per quanto riguarda le assunzioni obbligatorie, si dispone, da un lato, per le imprese di maggiori dimensioni, una riduzione percentuale (dal 15% al 7%) della quota di riserva da assegnare ai disabili in relazione al totale dei posti di lavoro; dall’altro, una estensione della platea delle imprese destinatarie degli obblighi di assunzione, comprendendo sia i datori pubblici sia quelli privati, nonché le imprese aventi un numero di dipendenti compreso tra 15 e 35.

In particolare l’articolo 3 della legge impone a tutti i datori di lavoro pubblico e privaticon più di 14 dipendenti di avere alle proprie dipendenze una certa percentuale di persone disabili e precisamente:

·       il 7%, se i dipendenti sono più di 50,

·       2 lavoratori, se i dipendenti sono compresi tra 36 e 50,

·       1 lavoratore, se i dipendenti sono compresi tra 15 e 35.

Sono previste alcune eccezioni, in particolare per i datori di lavoro che operano nel settore del trasporto aereo, marittimo e terrestre (articolo 5).

In caso di inadempimento agli obblighi di assunzione, il datore di lavoro è tenuto a versare al Fondo regionale per l'occupazione dei disabili una somma a titolo di sanzione amministrativa per ogni lavoratore disabile non occupato (articolo 15).

Si ricorda che per garantire il rispetto della normativa a tutela del lavoro dei portatori di handicap, la legge 68/1999 prevede, all’articolo 17, che le imprese che partecipano a bandi per appalti pubblici o che intrattengono rapporti convenzionali o di concessione con pubbliche amministrazioni devono presentare preventivamente alle stesse, a pena di esclusione, la dichiarazione del legale rappresentante che attesti il rispetto delle norme che disciplinano il collocamento obbligatorio, nonché apposita certificazione rilasciata dagli uffici competenti dalla quale risulti l’ottemperanza alle norme stesse (v. anche art. 8 del D.P.R. 333 del 2000).

La medesima legge prevede poi, all’articolo 6, la costituzione di appositi organismi che provvedono, in raccordo con i servizi sociali, sanitari, educativi e formativi presenti sul territorio, alla programmazione, all’attuazione e alla verifica degli interventi volti a favorire l’inserimento dei disabili, nonché all’avviamento lavorativo, alla tenuta delle liste, al rilascio delle autorizzazioni, degli esoneri e delle compensazioni territoriali, alla stipula delle convenzioni e all’attuazione del collocamento mirato.

Tra il datore di lavoro e i servizi per l'impiego, infatti, possono essere stipulate convenzioni (articolo 11) aventi ad oggetto la determinazione di un programma mirante al conseguimento degli obiettivi occupazionali della legge stessa. Tali convenzioni – come indicato nell’articolo 13 della legge - possono prevedere, tra l'altro, la concessione di sgravi contributivi per l'assunzione di soggetti disabili (anche da parte di datori di lavoro non soggetti all'obbligo di assunzione) in proporzione alla riduzione della capacità lavorativa degli stessi.

 

Si ricorda, infine, che tra le disposizioni transitorie, l’articolo 18, comma 2 della medesima legge, prevede l’attribuzione di una quota di riserva, per le assunzioni dei datori di lavoro pubblici e privati che occupano più di cinquanta dipendenti, in favore degli orfani e dei coniugi superstiti di coloro che siano deceduti per causa di lavoro, di guerra o di servizio, ovvero in conseguenza dell'aggravarsi dell'invalidità riportata per tali cause, nonché dei coniugi e dei figli di soggetti riconosciuti grandi invalidi per causa di guerra, di servizio e di lavoro e dei profughi italiani rimpatriati, in attesa di una disciplina organica del diritto al lavoro dei medesimi soggetti.

 

Infine, il comma 4 mira a novellare l’articolo 9, comma 6 della legge 68/1999 - che disciplina le richieste di avviamento al lavoro dei disabili da parte dei datori di lavoro obbligati ad effettuare le assunzioni - prevedendo che con decreto del Ministro del lavoro, d'intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, sia definito il modello unico di prospetto alla cui presentazione sono tenuti i datori di lavoro ai sensi del medesimo articolo 9, comma 6.

 

Si ricorda che l’articolo 9, comma 6, della L. 68 del 1999 prevede che i datori di lavoro, pubblici e privati, soggetti alle disposizioni della medesima legge, sono tenuti ad inviare agli uffici competenti un prospetto dal quale risultino il numero complessivo dei lavoratori dipendenti, il numero ed i nominativi dei lavoratori computabili nella quota di riserva per le assunzioni obbligatorie delle persone disabili, nonché i posti di lavoro e le mansioni disponibili per le persone disabili.

Il Ministro del lavoro, sentita la Conferenza unificata, stabilisce con proprio decreto la periodicità dell’invio dei prospetti disponendo, eventualmente, che gli stessi prospetti contengano ulteriori informazioni utili circa l’applicazione della disciplina delle assunzioni obbligatorie.

Lo stesso comma 6 specifica che i prospetti sono pubblici e che gli uffici competenti dispongono al loro consultazione, presso le proprie sedi, negli spazi disponibili aperti al pubblico.

 

 


Articolo 28
Esclusione delle piccole imprese da alcuni adempimenti in materia di trattamento di dati personali

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

Art. 28.

(Esclusione delle piccole imprese da alcuni adempimenti in materia di trattamento di dati personali).

 

 

      1. Le disposizioni di cui agli articoli 33, 34, 35 e all'allegato B) del codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, non si applicano alle micro imprese ed alle piccole imprese sino a quindici addetti che effettuano esclusivamente trattamenti di dati personali per le finalità elencate all'articolo 24 del medesimo codice, purché tali trattamenti siano effettuati nell'ambito della ordinaria gestione amministrativa e contabile dell'azienda.

 

 

La norma esonera le microimprese e le piccole imprese con non più di 15 addetti dall’osservanza di disposizioni previste dal cd. Codice della privacy (D.Lgs n. 196/2003) in tema di misure minime di sicurezza nel trattamento dei dati personali (artt. 33-35).

 

In relazione ai trattamenti effettuati con strumenti elettronici, si tratta di misure minime in materia di autenticazione informatica; adozione di procedure di gestione delle credenziali di autenticazione; utilizzazione di un sistema di autorizzazione; aggiornamento periodico dell'individuazione dell'ambito del trattamento consentito ai singoli incaricati e addetti alla gestione o alla manutenzione degli strumenti elettronici; protezione degli strumenti elettronici e dei dati rispetto a trattamenti illeciti di dati, ad accessi non consentiti e a determinati programmi informatici; adozione di procedure per la custodia di copie di sicurezza, il ripristino della disponibilità dei dati e dei sistemi; tenuta di un aggiornato documento programmatico sulla sicurezza; adozione di tecniche di cifratura o di codici identificativi per determinati trattamenti di dati idonei a rivelare lo stato di salute o la vita sessuale effettuati da organismi sanitari (art. 34).

Per quel che riguarda i trattamenti dei dati senza l'ausilio di strumenti elettronici sono condizionate le misure minime relative all’aggiornamento periodico dell'individuazione dell'àmbito del trattamento consentito ai singoli incaricati o alle unità organizzative; la revisione di procedure per un'idonea custodia di atti e documenti affidati agli incaricati per lo svolgimento dei relativi compiti; la previsione di procedure per la conservazione di determinati atti in archivi ad accesso selezionato e disciplina delle modalità di accesso finalizzata all'identificazione degli incaricati (art. 35).

 

Detto esonero è, in ogni caso, condizionato alla circostanza che i trattamenti dei dati da parte delle imprese avvenga per le finalità previste dall’art. 24 del citato Codice della privacy (Casi nei quali può essere effettuato il trattamento senza consenso) ovvero quando il trattamento:

a) è necessario per adempiere ad un obbligo previsto dalla legge, da un regolamento o dalla normativa comunitaria; b) è necessario per eseguire obblighi derivanti da un contratto del quale è parte l'interessato o per adempiere, prima della conclusione del contratto, a specifiche richieste dell'interessato; c) riguarda dati provenienti da pubblici registri, elenchi, atti o documenti conoscibili da chiunque, fermi restando i limiti e le modalità che le leggi, i regolamenti o la normativa comunitaria stabiliscono per la conoscibilità e pubblicità dei dati; d) riguarda dati relativi allo svolgimento di attività economiche, trattati nel rispetto della vigente normativa in materia di segreto aziendale e industriale; e) è necessario per la salvaguardia della vita o dell'incolumità fisica di un terzo; f) con esclusione della diffusione, è necessario ai fini dello svolgimento delle investigazioni difensive di cui alla legge 7 dicembre 2000, n. 397, o, comunque, per far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria, sempre che i dati siano trattati esclusivamente per tali finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento, nel rispetto della vigente normativa in materia di segreto aziendale e industriale; g) con esclusione della diffusione, è necessario, nei casi individuati dal Garante sulla base dei princìpi sanciti dalla legge, per perseguire un legittimo interesse del titolare o di un terzo destinatario dei dati, anche in riferimento all'attività di gruppi bancari e di società controllate o collegate, qualora non prevalgano i diritti e le libertà fondamentali, la dignità o un legittimo interesse dell'interessato; h) con esclusione della comunicazione all'esterno e della diffusione, è effettuato da associazioni, enti od organismi senza scopo di lucro, anche non riconosciuti, in riferimento a soggetti che hanno con essi contatti regolari o ad aderenti, per il perseguimento di scopi determinati e legittimi individuati dall'atto costitutivo, dallo statuto o dal contratto collettivo, e con modalità di utilizzo previste espressamente con determinazione resa nota agli interessati all'atto dell'informativa ai sensi dell'articolo 13; i) è necessario, in conformità ai rispettivi codici di deontologia, per esclusivi scopi scientifici o statistici, ovvero per esclusivi scopi storici presso archivi privati dichiarati di notevole interesse storico dal testo unico in materia di beni culturali e ambientali o, secondo quanto previsto dai medesimi codici, presso altri archivi privati.

 

 


Articolo 29
Misure in materia di rappresentanza dell'imprenditore e di compimento di operazioni telematiche

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

Art. 26.

(Misure in materia di rappresentanza dell'imprenditore e di compimento di operazioni telematiche).

Art. 29.

(Misure in materia di rappresentanza dell'imprenditore e di compimento di operazioni telematiche).

 

      1. All'articolo 2209 del codice civile è aggiunto, in fine, il seguente comma:

      1. Identico.

 

      «Quando il potere di compiere gli atti pertinenti all'esercizio dell'impresa è con ferito al procuratore con deliberazione di un organo collegiale, la pubblicità è attuata mediante deposito di copia del verbale della deliberazione, sottoscritta dal legale rappresentante dell'impresa, presso il competente ufficio del registro delle imprese».

 

 

      2. Il conferimento da parte di un imprenditore a un determinato soggetto del potere di rappresentanza, per il compimento di specifici atti nei confronti della pubblica amministrazione, può essere provato mediante esibizione di una procura in forma scritta non autenticata e di copia fotostatica di un valido documento di identità del rappresentato sottoscritta dal medesimo.

      2. Il conferimento da parte di un imprenditore a un determinato soggetto del potere di rappresentanza, per il compimento di specifici atti nei confronti della pubblica amministrazione, comprese le operazioni telematiche, può essere provato mediante esibizione di una procura in forma scritta non autenticata e di copia fotostatica di un valido documento di identità del rappresentato sottoscritta dal medesimo.

 

      3. Qualora venga esibita la documentazione di cui al comma 2, è fatto divieto alla pubblica amministrazione di richiedere la produzione della procura in forme diverse.

      3. Identico.

 

      4. Per le imprese il rilascio della procura per il compimento di operazioni telematiche verso la pubblica amministrazione può avvenire, previa richiesta sottoscritta congiuntamente dall'imprenditore e dal procuratore, mediante rilascio e trasmissione al registro delle imprese di un certificato digitale qualificato di rappresentanza da parte di un certificatore accreditato. La modifica e la revoca dei poteri conferiti sono disciplinate dall'articolo 2207 del codice civile.

      4. Identico.

 

 

 

L’articolo 29 reca disposizioni concernenti il conferimento di poteri di rappresentanza dell’imprenditore e il compimento di operazioni telematiche delle imprese nei confronti della pubblica amministrazione.

Tali misure, si evidenzia nella relazione illustrativa del provvedimento, sono volte ad evitare aggravi di procedura per le imprese e a consentire un risparmio di costi per le stesse.

 

In particolare, il comma 1 aggiunge un comma all’art. 2209 del codice civile, al fine di semplificare la disciplina vigente in materia di pubblicità della nomina dei procuratori delle imprese.

 

I procuratori (art. 2209 c.c.) sono coloro i quali, in base a un rapporto continuativo, possono compiere per l'imprenditore gli atti pertinenti all'esercizio dell'impresa commerciale, pur non essendovi preposti.

Il procuratore, a differenza dell’institore (la cui figura è prevista dall’art. 2203 c.c.), esercita funzioni esecutive. Mentre l’institore è titolare di un’attività generale e complessa di gestione[135] che riguarda l’impresa nel suo insieme in quanto egli compie, ai sensi dell’art. 2204 c.c., tutti gli atti pertinenti all’esercizio della stessa, il procuratore è incaricato di mansioni specifiche, che si possono concretare soltanto in una serie di atti particolari relativi all’esercizio dell’impresa.

L’art. 2209 c.c. estende ai procuratori le medesime norme previste per gli institori in materia di:

§         pubblicità della procura (art. 2206, primo comma, c.c.), secondo le quali la nomina di un procuratore di un’impresa deve risultare da una procura notarile, che rechi la firma autenticata del rappresentato e che sia stata debitamente depositata per l'iscrizione presso il competente ufficio del registro delle imprese;

§         modificazione e revoca della procura (art. 2207 c.c.), per cui, nel caso in cui la procura venga successivamente limitata o revocata, gli atti relativi devono essere depositati, a fini dell'iscrizione nel registro delle imprese, anche se la procura non è stata in precedenza pubblicata.

 

La disposizione in esame stabilisce che, per assolvere gli obblighi di pubblicità dell’atto di conferimento della procura, nel caso in cui questa sia stata concessa con deliberazione di un organo collegiale, è sufficiente il deposito presso il registro delle imprese di copia del verbale della deliberazione di conferimento dei poteri, sottoscritta dal legale rappresentante dell’impresa.

 

il comma 2 concerne le procure speciali che un imprenditore può conferire ad un soggetto per il compimento di determinati atti nei confronti della pubblica amministrazione.

Nel corso dell’esame in Commissione è stato inserito, in parallelismo con quanto stabilito dal successivo comma 4, un inciso con cui si precisa che tra questi atti sono incluse le operazioni telematiche.

La disposizione stabilisce le procure possano essere redatte in carta semplice. La loro veridicità può essere attestata tramite la presentazione di una fotocopia di un documento di identità del rappresentato, firmata da quest'ultimo.

 

E’ espressamente posto il divieto per la pubblica amministrazione, nel caso si faccia ricorso alla procedura sopra illustrata, di richiedere la presentazione della procura con modalità diverse (comma 3).

 

Il comma 4 riguarda le procure per il compimento, da parte delle imprese, di operazioni telematiche verso la pubblica amministrazione.

Per tali atti viene prevista la possibilità del rilascio di una specifica procura (certificato digitale qualificato di rappresentanza) da parte di un certificatore accreditato, a seguito di una richiesta preventiva firmata congiuntamente dall’imprenditore e dal procuratore.

 

La relazione illustrativa precisa che la disposizione in esame garantisce comunque che l'esercizio della procura avvenga nel pieno rispetto delle regole di sicurezza informatica richieste dalla normativa vigente.

Con il D.P.C.M. 13 gennaio 2004[136] sono state emanate le regole tecniche per la formazione, trasmissione, conservazione, duplicazione, riproduzione e validazione, anche temporale, dei documenti informatici. Il provvedimento individua i requisiti tecnici ed organizzativi che i soggetti, pubblici e privati, che intendono emettere certificati qualificati devono possedere.

La Deliberazione CNIPA n. 4 del 17 febbraio 2005[137] ha dettato le "Regole per il riconoscimento e la verifica del documento informatico".

 

Ai fini dell’assolvimento degli obblighi di pubblicità, il certificato digitale rilasciato al procuratore deve essere trasmesso al registro delle imprese, nel quale viene pubblicato il relativo contenuto. Idonea pubblicità viene data anche ai casi di revoca o di modifica dei poteri conferiti, secondo quanto stabilisce l'art. 2207 c.c. (vedi supra).

 

L’art. 31 della L. 340/2000[138] stabilisce che, dal 1 novembre 2003, le domande, le denunce e gli atti che le accompagnano da inviare all'ufficio del registro delle imprese[139] devono essere esclusivamente trasmesse per via telematica ovvero presentate su supporto informatico con firma digitale[140].

 

Il capo II (artt. 20-38) del Codice dell’amministrazione digitale(D.Lgs. 82/2005[141]) recepisce nella sostanza la disciplina già contenuta, in materia di documento informatico e di firme elettroniche, nel testo unico sulla documentazione amministrativa (il D.P.R. 445/2000[142]), ma apporta alcune rilevanti innovazioni, con particolare riguardo al valore probatorio del documento informatico in relazione alla tipologia delle firme elettroniche.

Il documento informatico sottoscritto con firma elettronica qualificata o con firma digitale soddisfa il requisito legale della forma scritta se formato nel rispetto delle regole tecniche che garantiscano l’identificabilità dell’autore e l’integrità del documento; il valore probatorio del documento informatico sottoscritto con firma elettronica è graduato in rapporto alla diversa caratteristica di validità e certezza della firma elettronica ad esso apposta.

In particolare, il documento informatico sottoscritto con firma digitale o con un altro tipo di firma elettronica qualificata, ha l’efficacia prevista dall’art. 2702 del codice civile, la medesima cioè della scrittura privata, che “fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza delle dichiarazioni da chi l’ha sottoscritta, se colui contro il quale la scrittura è prodotta ne riconosce la sottoscrizione, ovvero se questa è legalmente considerata come riconosciuta”.

Il documento cui è apposta una firma elettronica di tipo non qualificato è invece “liberamente valutabile in giudizio, tenuto conto delle sue caratteristiche oggettive di qualità e sicurezza”.

La firma digitale o elettronica qualificata può essere autenticata dal notaio o altro pubblico ufficiale, secondo modalità analoghe a quelle previste dall’art. 2703 del codice civile.

Il Codice disciplina l’attività dei certificatori (i soggetti cioè che prestano servizi di certificazione delle firme elettroniche) che, se stabiliti in Italia o in altro Stato membro dell’Unione europea, è libera e non richiede autorizzazione preventiva. Particolari controlli affidati al CNIPA[143] sono tuttavia effettuati sui certificatori che rilasciano al pubblico certificati qualificati, rispondenti cioè ai requisiti comunitari (la citata direttiva 1999/93/CE); i certificatori che intendono conseguire il riconoscimento del possesso dei requisiti del livello più elevato, in termini di qualità e di sicurezza, devono chiedere di essere accreditati presso il CNIPA dimostrando di possedere, tra l’altro, l’affidabilità organizzativa, tecnica e finanziaria necessaria per svolgere attività di certificazione. Il CNIPA svolge attività di vigilanza sui certificatori qualificati e accreditati i quali sono inseriti in apposito elenco pubblico, consultabile telematicamente, predisposto, tenuto ed aggiornato a cura del CNIPA[144].

Il Codice reca disposizioni specifiche sulla responsabilità del certificatore qualificato ed elenca gli obblighi di questi e del titolare del certificato di firma (tra i quali quello di custodire e utilizzare il dispositivo di firma con diligenza).

Il Codice detta le caratteristiche dei dispositivi sicuri e le procedure da utilizzarsi per la generazione delle firme: essi devono possedere requisiti di sicurezza che garantiscono l’integrità dei documenti dei documenti informatici a cui la firma si riferisce.

 

 


Articolo 30
Posta elettronica certificata

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

Art. 30.

(Posta elettronica certificata).

 

 

      1. Le imprese, costituite in forma societaria, indicano il proprio indirizzo di posta elettronica certificata nella domanda di iscrizione al registro delle imprese. Entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge tutte le imprese, costituite in forma societaria, comunicano al registro delle imprese il proprio indirizzo di posta elettronica certificata.

 

 

L'iscrizione dell'indirizzo di posta elettronica certificata nel registro delle imprese e le sue successive eventuali variazioni sono esenti dall' imposta di bollo e dai diritti di segreteria.

 

 

      2. I professionisti iscritti in albi ed elenchi istituiti con legge dello Stato comunicano ai rispettivi ordini o collegi il proprio indirizzo di posta elettronica certificata entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge. Gli ordini e i collegi pubblicano in un elenco consultabile in via telematica i dati identificativi degli iscritti con il relativo indirizzo di posta elettronica certificata.

 

 

      3. Le amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n.165, qualora non abbiano provveduto ai sensi dell'articolo 47, comma 3, lettera a), del codice dell'amministrazione digitale, di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, istituiscono una casella di posta certificata per ciascun registro di protocollo e ne danno comunicazione al Centro nazionale per l'informatica nella pubblica amministrazione, che provvede alla pubblicazione di tali caselle in un elenco consultabile per via telematica.

 

 

      4. Le comunicazioni tra i soggetti di cui ai commi 1, 2 e 3 che abbiano provveduto agli adempimenti ivi previsti, sono inviate attraverso la posta elettronica certificata, senza che il destinatario debba dichiarare la propria disponibilità ad accettarne l'utilizzo.

 

 

      5. La consultazione per via telematica dei singoli indirizzi di posta elettronica certificata nel registro delle imprese o negli albi od elenchi costituiti ai sensi del presente articolo avviene liberamente e senza oneri. L'estrazione di elenchi di indirizzi è consentita alle sole pubbliche amministrazioni per le comunicazioni relative agli adempimenti amministrativi di loro competenza.

 

 

 

L’articolo 30, introdotto dalla Commissione, reca disposizioni riguardanti la posta elettronica certificata.

 

La posta elettronica certificata è un servizio di posta elettronica che permette di ottenere la garanzia del ricevimento del messaggio da parte del destinatario e della integrità del messaggio ricevuto. In Italia oggi l'invio di una e-mail certificata (nelle forme stabilite dalla normativa vigente) è equiparato a tutti gli effetti di legge alla spedizione di una raccomandata cartacea con avviso di ricevimento (art. 48 del D.Lgs. 82/2005). Ai fini della legge, il messaggio si considera consegnato al destinatario quando è accessibile nella sua casella di posta. La disciplina di dettaglio della posta elettronica certificata si trova nel regolamento approvato con D.P.R. 11 febbraio 2005, n. 68.

Il gestore di posta elettronica certificata, nel momento in cui prende in carico il messaggio del mittente, invia ad esso una ricevuta di accettazione, che certifica l'avvenuto invio. Nel momento invece in cui il gestore deposita il messaggio nella casella del destinatario, invia al mittente una ricevuta di consegna che certifica l'avvenuta ricezione. Sia la ricevuta di accettazione che la ricevuta di consegna sono in formato elettronico, e ad esse è apposta la firma digitale del gestore.

Se il gestore di posta elettronica certificata del mittente è diverso dal gestore del destinatario, si ha un passaggio ulteriore: il gestore del destinatario, nel momento in cui riceve il messaggio dal gestore del mittente, emette una ricevuta di presa in carico, in formato elettronico, a cui appone la propria firma digitale. Se il gestore di posta elettronica non è in grado di depositare il messaggio nella casella del destinatario, invia una ricevuta di mancata consegna. I gestori di posta elettronica certificata hanno l'obbligo di non accettare messaggi contenenti virus.

I gestori di posta elettronica certificata sono soggetti privati che devono possedere una pluralità di requisiti stabiliti dalla legge (devono, per esempio, possedere gli stessi requisiti di onorabilità previsti per l'attività bancaria, e avere un capitale sociale non inferiore a 1 milione di euro), e possono operare solo se sono autorizzati dal CNIPA, il Centro Nazionale per l'Informatica nelle Pubbliche Amministrazioni. Le pubbliche amministrazioni possono essere gestori di posta elettronica certificata, ma in tal caso gli indirizzi rilasciati hanno validità solo limitatamente agli scambi di mesaggi fra il titolare dell'indirizzo e l'Amministrazione che lo ha rilasciato.

 

In attuazione della delega contenuta nell’art. 10 della L. 229/2003[145] (legge di semplificazione 2001), finalizzata al coordinamento e al riassetto delle disposizioni vigenti in materia di Società dell’informazione, è stato adottato il Codice dell’amministrazione digitale (D.Lgs. 82/2005[146]). Il Codice ha operato un riassetto sistematico delle disposizioni in materia di attività digitale delle pubbliche amministrazioni, con l’intento di offrire un quadro legislativo adeguato a promuovere e disciplinare la diffusione dell’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione non solo nelle pubbliche amministrazioni, ma anche tra cittadini e imprese. A questi ultimi viene riconosciuto il diritto di ottenere l’uso delle nuove tecnologie nei rapporti con la P.A., che dovrà consentire tale uso e riorganizzarsi tenendo presenti le reali esigenze degli utenti, migliorando la qualità dei servizi resi.

Il codice regolamenta tra l’altro (al capo IV) la trasmissione informatica dei documenti, con particolare riguardo al suo valore giuridico e all’uso della posta elettronica da parte delle pubbliche amministrazioni.

In particolare, esso individua la posta elettronica quale strumento privilegiato per la comunicazione interna alle pubbliche amministrazioni (art. 47), precisando che le comunicazioni effettuate con tale mezzo sono valide ai fini del procedimento amministrativo se ne sia verificata la provenienza e specificando le modalità che consentono la verifica della provenienza delle comunicazioni allo scopo di conferire ad esse efficacia legale certa.

Si ricorda a tale riguardo come sia stata più volte ribadita (in particolare nella Direttiva del ministro per l’innovazione e le tecnologie del 27 novembre 2003[147] sull’impiego della posta elettronica nelle pubbliche amministrazioni) l’importanza strategica che l’utilizzo intensivo ed esteso della posta elettronica riveste nell’ottica di un cambiamento radicale della pubblica amministrazione. Lo strumento della posta elettronica, inteso come mezzo di comunicazione e trasmissione di documenti, informazioni, dati (sia all’interno della P.A. che nei confronti dei terzi) presenta caratteristiche di economicità, semplicità e velocità di trasmissione, facilità di archiviazione, possibilità di invio multiplo, integrabilità con altri strumenti ed applicazioni telematiche e infine, di affidabilità.

Nelle Linee guida sull’amministrazione digitale per il 2006 si rammenta inoltre che “dal primo gennaio del 2006, tutte le pubbliche amministrazioni dovranno privilegiare l’uso della posta elettronica come canale di comunicazione anche con i propri dipendenti. Alla luce delle considerazioni svolte, la prosecuzione delle tradizionali forme di comunicazione, nonostante sussista la possibilità di ricorrere alla posta elettronica, configura l’inosservanza di una disposizione di legge e una fattispecie di improprio uso di denaro pubblico”.

Il Codice dell’amministrazione digitale individua inoltre nella posta elettronica certificata lo strumento ordinario per le comunicazioni informatiche tra cittadini e amministrazioni. Le caratteristiche della posta elettronica certificata consentono infatti di attestare la data e l’ora di spedizione e di ricezione nonché, grazie alla firma elettronica, la provenienza e l’integrità del contenuto.

Ai sensi dell’art. 6 del Codice, le pubbliche amministrazioni devono utilizzarla per ogni scambio di documenti e informazioni con i soggetti interessati che ne fanno richiesta e che hanno preventivamente dichiarato il proprio indirizzo di posta elettronica certificata.

Il successivo art. 48 fa rinvio alla disciplina della posta elettronica certificata – prevista e regolata nel dettaglio, come si è detto, da uno specifico regolamento (D.P.R. 68/2005[148]) – stabilendo in via generale che:

§         essa deve essere necessariamente utilizzata nel caso di trasmissione telematica di comunicazioni che necessitano di una ricevuta di invio e di una ricevuta di consegna;

§         la trasmissione del documento informatico mediante posta elettronica certificata equivale, nei casi consentiti dalla legge, alla notificazione per mezzo della posta;

§         la data e l'ora di trasmissione e di ricezione di un documento informatico trasmesso mediante posta elettronica certificata in conformità al citato D.P.R. 68/2005 e alle relative regole tecniche, sono opponibili ai terzi.

L’art. 49 detta infine specifiche norme per tutelare la segretezza della corrispondenza per via telematica.

 

Il comma 1 dell’articolo in commento dispone che l’indirizzo di posta elettronica certificata delle imprese costituite in forma societaria sia indicato nella domanda di iscrizione al registro delle imprese.

Entro tre anni dalla data di entrata in vigore della legge tutte le imprese, costituite in forma societaria, debbono comunicare al registro delle imprese il proprio indirizzo di posta elettronica certificata.

Il comma prevede inoltre, all’ultimo periodo, l’esenzione dall'imposta di bollo e dai diritti di segreteria dell'iscrizione dell'indirizzo di posta elettronica certificata nel registro delle imprese e delle sue successive eventuali variazioni.

 

Si ricorda che il Registro delle imprese, tenuto da un apposito Ufficio presso le camere di commercio è stato istituito dall’articolo 8 della legge n. 580 del 1993[149]. Al Registro sono tenuti ad iscriversi tutti coloro che esercitano un’attività imprenditoriale, previa denuncia alla camera di commercio. La registrazione garantisce la pubblicità legale delle imprese e di tutti gli atti che le riguardano e ne testimonia l’esistenza, l’attività esercitata e gli eventi aventi rilievo giuridico durante la sua attività. Contestualmente all’iscrizione, l’Ufficio preposto della camera di commercio, in collegamento con il Ministero dell’economia e delle finanze, assegna il numero di iscrizione al Registro che coincide con il Codice fiscale.

Con il Registro delle imprese (che ha avviato l'attuazione degli articoli 2188 del codice civile) sono stati gradualmente unificati i registri e gli elenchi in precedenza esistenti per le varie attività imprenditoriali. Attualmente il registro si articola in due sezioni, una ordinaria e una speciale, (alle quali il D.Lgs. 96/2001 ne ha affiancata una ulteriore per le Società tra avvocati)[150].

Alla concreta istituzione del registro delle imprese si è provveduto con il D.P.R. 7 dicembre 1995, n. 581, ai sensi del quale (art. 7, comma 2, lett. a)), sono tenuti all'iscrizione nel registro delle imprese:

§         gli imprenditori che esercitano le attività indicate nell'art. 2195 c.c., e cioè gli imprenditori che esercitano un'attività industriale, diretta alla produzione di beni e servizi, o un'attività intermediaria nella circolazione dei beni o un'attività di trasporto per terra, per acqua o per aria, un'attività bancaria o assicurativa o attività ausiliarie di ciascuna di queste;

§         le società di cui all'art. 2200 c.c, e cioè le società in nome collettivo, le società in accomandita semplice, le società a responsabilità limitata, le società per azioni e le società cooperative anche quando non esercitino un'attività commerciale;

§         i consorzi di cui all'art. 2612 c.c. e le società consortili di cui all'art. 2615-ter c.c.;

§         i gruppi europei di interesse economico (GEIE) di cui al D.Lgs. 23 luglio 1991, n. 240 (si tratta di quegli organismi senza fini di lucro previsti dalla CEE con regolamento 2137/85 come strumenti di cooperazione transnazionale tra le imprese);

§         gli enti pubblici che hanno per oggetto esclusivo o principale un'attività commerciale;

§         le società assoggettate alla legge italiana secondo le nuove norme di diritto internazionale privato (art. 25 della legge n. 218/95)

§         gli imprenditori agricoli (art. 2135 c.c);

§         i piccoli imprenditori (art. 2083 c.c.);

§         le società semplici (art. 2251 c.c.).

Si ricorda, altresì, che ai sensi dell'art. 9 del D.P.R. 581/1995 è stato istituito, a scopi esclusivamente documentali e statistici, il Repertorio delle notizie economiche e amministrative (REA), nel quale sono iscrivibili i soggetti non qualificabili come imprenditori ma che, tuttavia, esercitano attività economiche e professionali denunciabili alle camere di commercio.

 

Il comma 2 reca una disposizione dalla finalità analoga a quella di cui al comma 1, ma rivolta agli operatori iscritti in albi ed elenchi professionali previsti dalla legge. Esso fa obbligo a tali soggetti di comunicare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della legge, il proprio indirizzo di posta elettronica certificata ai rispettivi ordini o collegi.

Gli ordini e i collegi professionali sono tenuti, dal canto loro, a pubblicare i dati identificativi degli iscritti, corredati del relativo indirizzo di posta elettronica certificata, in un elenco consultabile in via telematica.

 

Il comma 3 ha invece quali destinatarie le amministrazioni pubbliche, individuate mediante rinvio all’art. 1, co. 2, del D.Lgs. 165/2001[151].

Si ricorda in premessa che il co. 3 dell’art. 47 del Codice dell’amministrazione digitale ha fatto obbligo alle pubbliche amministrazioni centrali, entro otto mesi dalla data di entrata in vigore del codice:

§         di istituire almeno una casella di posta elettronica istituzionale ed una casella di posta elettronica certificata per ciascun registro di protocollo (lett. a));

§         di utilizzare la posta elettronica per le comunicazioni tra l'amministrazione ed i propri dipendenti, nel rispetto delle norme in materia di protezione dei dati personali e previa informativa agli interessati in merito al grado di riservatezza degli strumenti utilizzati (lett. b)).

Ai sensi del comma in esame, le amministrazioni che non vi abbiano già provveduto in applicazione del citato art. 47, co. 3, lett. a), del Codice, istituiscono una casella di posta certificata per ciascun registro di protocollo e ne danno comunicazione al CNIPA (Centro nazionale per l'informatica nella pubblica amministrazione[152]), che provvede alla pubblicazione di tali caselle in un elenco consultabile per via telematica.

Il comma 4 evidenzia le finalità dell’articolo: introdurre la posta elettronica certificata quale strumento ordinario di comunicazione reciproca tra pubbliche amministrazioni, imprese costituite in forma di società e professionisti, a prescindere dalla dichiarata disponibilità del destinatario ad accettare il ricorso a tale strumento.

Il comma 5 mira, infine, ad agevolare il perseguimento di tale finalità vietando che la consultazione per via telematica degli elenchi di indirizzi di posta elettronica certificata sia sottoposta a limiti o ad oneri economici o d’altro genere. La possibilità di estrarre elenchi di indirizzi è tuttavia consentita alle sole pubbliche amministrazioni, per le comunicazioni relative agli adempimenti di loro competenza.

 

 

 


Articolo 31
Conservazione ottica sostitutiva

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

Art. 31.

(Conservazione ottica sostitutiva).

 

 

      1. Ai fini della conservazione ottica sostitutiva di documenti originali unici da parte delle imprese e degli iscritti agli ordini professionali, si applica l'articolo 23, comma 4, del codice dell'amministrazione digitale, di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, purché il responsabile della conservazione sia rispettivamente il legale rappresentante dell'impresa, o persona da lui delegata per iscritto, ovvero il professionista.

 

 

 

L’articolo 31, introdotto nel corso dell’esame in sede referente, interviene sulla disciplina della conservazione ottica sostitutiva di documenti originali unici da parte di imprese e di professionisti, prevedendo che la conformità all’originale sia assicurata dagli stessi responsabili della conservazione.

Per conservazione ottica sostitutiva si intende il trasferimento e l’archiviazione su supporto ottico di documenti formati in origine su supporto cartaceo allo scopo di sostituire ad ogni effetto di legge l’originale, garantendo la conformità ad esso della riproduzione.

 

L'archiviazione ottica è una procedura per cui documenti cartacei vengono riprodotti usando apposite apparecchiature (scanner) e memorizzati su dischi ottici (CD-ROM) o supporti analoghi in modo da poter essere facilmente conservati, reperiti e visualizzati utilizzando un personal computer.

L’evoluzione normativa sulla materia è stata complessa. Va ricordato in particolare l’art. 6 del testo unico in materia di documentazione amministrativa[153] (D.P.R. 445/2000), che dava facoltà alle pubbliche amministrazioni e ai privati di sostituire, a tutti gli effetti, i documenti di cui per legge o regolamento è prescritta la conservazione, con la loro riproduzione su supporto fotografico, ottico o con altro mezzo idoneo a garantirne la conformità agli originali, fermo restando il ricorso a procedure conformi alle regole tecniche dettate dall'Autorità per l'informatica nella pubblica amministrazione (oggi CNIPA[154]).

L’art. 6 citato è stato abrogato dal Codice dell’amministrazione digitale (D.Lgs. 82/2005[155]), che ha ridefinito la disciplina in materia. Ai sensi dell’art. 43, co. 1, del Codice i documenti di cui per legge o regolamento è prescritta la conservazione, ove riprodotti su supporti informatici sono validi e rilevanti a tutti gli effetti di legge, se la riproduzione sia effettuata in modo da garantirne la conformità agli originali e la conservazione nel tempo, nel rispetto delle regole tecniche (stabilite con D.P.C.M. ai sensi dell'art. 71 del Codice).

Per i documenti conservati da privati[156], assume peraltro rilievo anche l’art. 23 del Codice il quale, ai commi 4 e 5, dispone che le copie su supporto informatico di documenti originali formati in origine su supporto cartaceo (o, comunque, non informatico) sostituiscono, ad ogni effetto di legge, gli originali, a determinate condizioni. La disciplina recata dai due commi distingue al riguardo tra le copie di documenti originali non unici[157] e le copie di documenti originali unici:

§         quanto alle prime (co. 4), la loro conformità all'originale è assicurata dal responsabile della conservazione mediante l'utilizzo della propria firma digitale e nel rispetto delle regole tecniche di cui all'art. 71;

§         per le copie di documenti originali unici (co. 5), la conformità all'originale deve invece essere autenticata da un notaio o da altro pubblico ufficiale a ciò autorizzato, con dichiarazione allegata al documento informatico e asseverata secondo le regole tecniche di cui all’art. 71.

 

L’articolo 31 in commento rende applicabili alle imprese ed agli iscritti agli ordini professionali, per i documenti originali unici, le disposizioni di cui all'art. 23, co. 4, del Codice dell’amministrazione digitale (che disciplina, come si è ricordato, il trasferimento su supporto informatico di documenti originali non unici), a condizione che il responsabile della conservazione sia rispettivamente il legale rappresentante dell'impresa, o persona da lui delegata per iscritto, ovvero il professionista.

L’effetto della disposizione sembra essere quello di introdurre, per le sole categorie delle imprese e dei professionisti, una disciplina della conservazione sostitutiva meno restrittiva, consentendo che, anche per le copie di documenti originali unici, la conformità all’originale sia assicurata dallo stesso responsabile della conservazione (legale rappresentante dell’impresa o professionista) e non richiedendo più che essa sia autenticata da un notaio o da altro pubblico ufficiale a ciò autorizzato (come oggi prescrive il co. 5 del citato art. 23 del Codice).

 

 

 


Articolo 32
Tenuta dei libri obbligatori ed elenco dei soci
nelle società a responsabilità limitata

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

Art. 27.

(Tenuta dei libri obbligatori ed elenco dei soci nelle società a responsabilità limitata).

Art. 32.

(Tenuta dei libri obbligatori ed elenco dei soci nelle società a responsabilità limitata).

 

      1. Il primo e il secondo comma dell'articolo 2470 del codice civile sono sostituiti dai seguenti:

      Identico.

 

      «Il trasferimento delle partecipazioni ha effetto nei riguardi della società dal momento dell'iscrizione nel registro delle imprese nei modi previsti dal secondo comma.

 

 

      L'atto di trasferimento, con sottoscrizione autenticata, deve essere depositato entro venti giorni, a cura del notaio autenticante, presso l'ufficio del registro delle imprese nella cui circoscrizione è stabilita la sede sociale. In caso di trasferimento a causa di morte, il deposito e l'iscrizione sono effettuati a richiesta dell'erede o del legatario verso presentazione della documentazione di cui all'articolo 2022».

 

 

      2. All'articolo 2478 del codice civile sono apportate le seguenti modificazioni:

 

 

          a) il numero 1) del primo comma è abrogato;

 

 

          b) al secondo comma, le parole: «I primi tre libri» sono sostituite dalle seguenti: «I libri indicati nei numeri 2) e 3) del primo comma» e le parole: «e il quarto» sono sostituite dalle seguenti: «; il libro indicato nel numero 4) del primo comma deve essere tenuto».

 

 

      3. Al secondo comma dell'articolo 2478-bis del codice civile, le parole: «devono essere depositati» sono sostituite dalle seguenti: «deve essere depositata» e le parole: «e l'elenco dei soci e degli altri titolari di diritti sulle partecipazioni sociali» sono soppresse.

 

 

 

 

Le disposizioni contenute nell’articolo 32, non modificate dalla Commissione, eliminano l’obbligo di tenuta del libro dei soci delle società a responsabilità limitata (S.r.l.) e l’obbligo di deposito presso il registro delle imprese dell’elenco dei soci delle stesse società, disegnando un nuovo sistema di pubblicità relativo alle quote sociali ed al loro trasferimento basato unicamente sulla loro iscrizione nel registro delle imprese.

Gli articoli del codice civile interessati dalle modifiche sono l’articolo 2470, l’articolo 2478 e l’articolo 2478-bis.

L'attuale disciplina, di cui all’articolo 2478, n. 1) del codice civile, prevede l'obbligo per gli amministratori di tenere il libro dei soci, nel quale devono essere indicati: “il nome dei soci, la partecipazione di spettanza di ciascuno, i versamenti fatti sulle partecipazioni, nonché le variazioni nelle persone dei soci”.

Si tratta peraltro di un libro non accessibile a terzi. L'assetto societario delle Srl è attualmente conoscibile e opponibile a terzi tramite il Registro delle imprese. In base all’articolo 2470, terzo comma infatti, se la quota è alienata con successivi contratti a più persone, quella tra esse che per prima ha effettuato in buona fede l'iscrizione nel registro delle imprese è preferita alle altre, anche se il suo titolo è di data posteriore.

Nel registro delle imprese è invece obbligatoria l’iscrizione di alcuni momenti della vita societaria:

·         l’iscrizione dell'atto costitutivo, in base dall’articolo 2463, terzo comma c.c., che prevede che si applichi alle S.r.l. l’obbligo di deposito previsto per le società per azioni dall’articolo 2330 c.c.;

·         l’obbligo del deposito dell'elenco soci annuale, previsto dall’articolo 2478-bis, da effettuarsi entro 30 giorni dall'approvazione del bilancio;

·         il successivo trasferimento delle quote, che avviene, in base all’articolo 2470 c.c., con l'intervento del notaio presso il quale viene depositato l’atto di trasferimento delle quote e con la successiva iscrizione del trasferimento, entro trenta giorni ed a cura del notaio stesso, nel registro delle imprese. Tale iscrizione nel registro delle imprese rende la modifica efficace nei confronti dei terzi. Per quanto riguarda invece l’efficacia della modifica nei confronti della società, questa si realizza, in base all’articolo 2470, primo comma, con l’iscrizione nel libro dei soci a cura degli amministratori della società stessa.

 

Si ricorda che l’iscrizione nel libro dei soci, tenuto a cura degli amministratori, deve essere bollata e vidimata e gli oneri sono di circa 30 euro di diritti camerali e di 14,62 euro ogni 100 pagine per imposta di bollo.

Per quanto riguarda pertanto la pubblicità del trasferimento delle quote, il sistema vigente, prevedendo una duplice trascrizione - l’una costituita dall’iscrizione nel libro dei soci ed efficace solo all’interno della società e l’altra costituita dall’iscrizione nel registro delle imprese  che opera come forma di pubblicità nei confronti dei terzi – può generare situazioni di disallineamento dei dati tra libro dei soci e registro delle imprese, anche in considerazione dell’informatizzazione del Registro imprese e della sua consultabilità via Internet.

 

Con l’articolo 32 in commento gli adempimenti relativi al trasferimento delle quote delle S.r.l. ed all’elenco dei soci vengono pertanto semplificati, abrogando sia l'obbligo di tenuta del libro soci che l’obbligo del deposito dell'elenco dei soci annuale presso l'ufficio del Registro imprese.

In tale ottica, il comma 1 dell’articolo 32 provvede a riscrivere i primi due commi dell’articolo 2470 c.c., prevedendo unicamente l’iscrizione nel registro delle imprese, anziché nel libro dei soci, del trasferimento delle partecipazioni sociali e conferendo a tale iscrizione efficacia nei confronti della società.

Il notaio pertanto, in base al novellato secondo comma dell’articolo 2470 c.c , dovrà dare pubblicità alla compagine sociale - oltre che nella fase di costituzione - anche in seguito all'atto di trasferimento della partecipazione, depositando entro 20 giorni (anziché entro 30 giorni come previsto attualmente) l’atto di trasferimento delle quote presso l’ufficio del registro delle imprese nella cui circoscrizione è stabilita la sede sociale.

Per effetto del nuovo sistema pertanto, l’iscrizione delle quote sociali nel Registro delle imprese avrà effetto sia nei confronti dei terzi che della società e potrà essere consultata in tempo reale, anche informaticamente, da tutti i soggetti interessati, eliminandosi altresì l’attuale dualismo che “scinde” la partecipazione societaria tra titolarità del bene-partecipazione, risultante dall’iscrizione del trasferimento nel registro delle imprese, e titolarità dei diritti amministrativi e patrimoniali legati alla qualifica di socio risultanti dal libro dei soci e dall’elenco dei soci.

 

Sempre in base alla modifica proposta dal comma 1 dell’articolo 32 al secondo comma dell’articolo 2470, in caso di trasferimento a causa di morte, il deposito e l'iscrizione sono effettuati a richiesta dell'erede o del legatario verso presentazione della documentazione di cui all'articolo 2022 anziché, come previsto nel testo vigente “verso presentazione della documentazione richiesta per l'annotazione nel libro dei soci dei corrispondenti trasferimenti in materia di società per azioni”.

L’articolo 2022 del codice civilerichiamato disciplina il trasferimento dei titoli di credito nominativi stabilendo che questo si opera mediante l'annotazione del nome dell'acquirente sul titolo e nel registro dell'emittente o col rilascio di un nuovo titolo intestato al nuovo titolare e che del rilascio deve essere fatta annotazione nel registro. Colui che chiede l'intestazione del titolo a favore di un'altra persona, o il rilascio di un nuovo titolo ad essa intestato, deve provare la propria identità e la propria capacità di disporre, mediante certificazione di un notaio o di un agente di cambio.

Il rinvio alla documentazione prevista dall’articolo 2022 sembrerebbe doversi pertanto intendere alla certificazione del notaio o di un agente di cambio che provino l’identità dell’erede che chiede il trasferimento a proprio favore della quota societaria. 

L’articolo 2022 stabilisce anche che se l'intestazione o il rilascio è richiesto dall'acquirente, questi deve esibire il titolo e dimostrare il suo diritto mediante atto autentico.  L'esatto assolvimento di tali formalità vale ad esonerare da ogni responsabilità l'emittente, salvo il caso della colpa

In base alla dottrina ed alla giurisprudenza[158], le norme di cui all'art. 2022 trovano applicazione, in via analogica, anche in caso di acquisto mortis causa, pertanto probabilmente l’erede dovrà oltre a provare la propria identità, anche dimostrare il suo diritto, come deve fare l’acquirente del titolo.

 

Il comma 2 dell’articolo 32 provvede poi a modificare l’articolo 2478 del codice civile, recante l’elenco dei libri sociali obbligatori.

Da tale elenco viene innanzitutto eliminato il n. 1) del primo comma, cioè il libro dei soci [lettera a) del comma 2].

In secondo luogo viene conseguentemente coordinato formalmente il secondo comma dell’articolo 2478 che citava il n. 1) ora abrogato (lettera b) del comma 2).

 

Il comma 3 dell’articolo 32 infine modifica l’articolo 2478-bis, secondo comma, relativo all’obbligo di deposito di copia del bilancio approvato, entro trenta giorni dall’approvazione, presso l’ufficio del registro delle imprese.

La norma infatti, coerentemente con le modifiche operata dai precedenti commi 1 e 2, sopprime l’inciso finale che prevede l’obbligo di deposito presso il registro delle imprese dell’elenco dei soci  e degli altri titolari di diritti sulle partecipazioni sociali.

 


Articolo 33
Interventi per lo sviluppo delle piccole imprese

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

Art. 33.

(Interventi per lo sviluppo delle piccole imprese).

 

 

      1. È istituito presso il Ministero dello sviluppo economico il Fondo per l'incentivazione di servizi associati per lo sviluppo delle piccole imprese che operano nel campo delle biotecnologie, della biologia avanzata e che utilizzano piattaforme tecnologiche dei centri di ricerca pubblici, con una dotazione finanziaria per l'anno 2007 pari a 5,5 milioni di euro. La finalità del Fondo è quella di favorire, ai fini della competitività dei settori interessati, l'acquisizione in forma associata di servizi nei campi della ricerca e dell'analisi dei mercati, della promozione e della comunicazione.

 

 

      2. All'onere derivante dall'attuazione del presente articolo si provvede mediante corrispondente riduzione dell'unità previsionale di base di parte corrente «Fondo speciale» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2007, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al medesimo Ministero.

 

 

      3. Con successivo decreto del Ministro dello sviluppo economico, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, sono definiti le modalità, i criteri e i limiti del contributo.

 

 

 

L’articolo 33, introdotto dalla Commissione, istituisce presso il Ministero dello sviluppo economico un Fondo per l’incentivazione di servizi associati per lo sviluppo delle piccole imprese che operano nel campo delle biotecnologie, della biologia avanzata e che utilizzano piattaforme tecnologiche dei centri di ricerca pubblici, con una dotazione finanziaria per l'anno 2007 pari a 5,5 milioni di euro. La finalità del Fondo è quella di favorire, ai fini della competitività dei settori interessati, l'acquisizione in forma associata di servizi nei campi della ricerca e dell'analisi dei mercati, della promozione e della comunicazione.

All'onere derivante dall'attuazione del presente articolo si provvede mediante corrispondente riduzione dell'unità previsionale di base di parte corrente «Fondo speciale» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2007, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al medesimo Ministero.

Con successivo decreto del Ministro dello sviluppo economico, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, sono definiti le modalità, i criteri e i limiti del contributo. 

 

 


Articolo 34
Nullità della clausola di massimo scoperto

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

Art. 32.

(Nullità della clausola di massimo scoperto).

Art. 34.

(Nullità della clausola di massimo scoperto).

 

      1. Sono nulle le clausole contrattuali aventi ad oggetto la commissione di massimo scoperto e le clausole comunque denominate che prevedono una remunerazione accordata alla banca per la messa a disposizione di fondi a favore del cliente titolare di conto corrente indipendentemente dall'effettivo prelevamento della somma, ovvero che prevedono una remunerazione accordata alla banca indipendentemente dall'effettiva durata dell'utilizzazione dei fondi da parte del cliente.

      1. Identico.

 

      2. Gli interessi, le commissioni e le provvigioni derivanti dalle clausole comunque denominate che prevedono una remunerazione, a favore della banca, dipendente dalla effettiva durata dell'utilizzazione dei fondi da parte del cliente sono comunque rilevanti ai fini dell'applicazione dell'articolo 1815 del codice civile, dell'articolo 644 del codice penale e degli articoli 2 e 3 della legge 7 marzo 1996, n. 108.

      2. Identico.

 

      3. I contratti in corso alla data di entrata in vigore della presente legge sono adeguati alle disposizioni del presente articolo entro sessanta giorni dalla medesima data.

      3. I contratti in corso alla data di entrata in vigore della presente legge sono adeguati alle disposizioni del presente articolo entro centoventi giorni dalla medesima data. Tale obbligo di adeguamento costituisce giustificato motivo ai sensi dell'articolo 118, comma 1, del testo unico di cui al decreto legislativo 1o settembre 1993, n. 385.

 

 

 

L’articolo 34 in esame, modificato dalla Commissione, stabilisce la nullità delle cosiddette clausole di massimo scoperto, stabilite a favore del cliente titolare di conto corrente.

 

La cosiddetta “commissione di massimo scoperto”, secondo la giurisprudenza, costituisce la remunerazione accordata alla banca per la messa a disposizione dei fondi a favore del correntista indipendentemente dall'effettivo prelevamento della somma[159].

 

Secondo la relazione illustrativa, la commissione di massimo scoperto “ha carattere di corrispettivo dell'obbligo della banca di tenere a disposizione del cliente una determinata somma per un tempo stabilito. Pertanto, essa va calcolata o sull'intera somma messa a disposizione dalla banca ovvero sulla somma rimasta disponibile in quel dato momento e non utilizzata dal cliente. La banca, infatti, nel momento in cui assume l'obbligo di tenere a disposizione del cliente una determinata somma di denaro, la destina a quell'utente per la durata dell'affidamento, a prescindere dalla sua effettiva utilizzazione, poiché deve tenerla a disposizione. Attualmente, la commissione di massimo scoperto non viene calcolata sulla somma affidata o rimasta disponibile, bensì, al contrario, sulla somma massima utilizzata nel periodo (solitamente il trimestre) e per tutti i giorni del periodo di riferimento.”.

 

Sulla natura giuridica della commissione di massimo scoperto la giurisprudenza segue due diverse teorie, intendendola come interesse accessorio ovvero remunerazione della disponibilità delle somme concesse a titolo di apertura di credito, esigibile a prescindere dall’effettivo utilizzo delle stesse[160].

 

La dottrina tuttavia non manca di esprimere taluni dubbi su tali soluzioni[161], osservando che “alla costruzione della commissione di massimo scoperto come un interesse (accessorio) si oppone la circostanza che questa non si calcola in funzione del tempo, non cresce cioè in ragione del periodo di utilizzo delle somme affidate, al contrario, gli interessi aumentano in modo direttamente proporzionale al tempo. Nella medesima ottica […] vi è la constatazione della non rilevanza della commissione di massimo scoperto nel calcolo del tasso annuo effettivo globale ed altresì […] nel computo del tasso usurario. Ancora, sui conti chiusi la commissione di massimo scoperto non è dovuta, mentre continuano a maturare gli interessi, cui soltanto si applica il princio della perpetuatio obbligationis ex art. 1284 c.c. Parimenti rileva che la commissione di massimo scoperto sia indicata negli estratti conto, destinati alla clientela, come una voce di spesa autonoma dagli interessi, secondo quanto peraltro accade per le diverse competenze di servizio a vario titolo addebitate al beneficiario dell’affidamento.

Per quanto attiene alla seconda ipotesi interpretativa, il configurarsi della commissione di massimo scoperto come una commissione cd. di affidamento, ovvero come un corrispettivo dovuto sic e simpliciter per la messa a disposizione di una somma di denaro, non desta minori perplessità. Essa, benché preferita dalla dottrina più risalente, male si adatta alla normativa del codice civile, che nulla prevede in tal senso, e, parimenti, non ha precedenti nella prassi contrattuale bancaria, che non registra casi di remunerazione dell’affidamento in sé; al contrario, è il massimo utilizzo del fido accordato la base di calcolo dell’onere.

Minoritaria appare, inoltre, l’opposta teoria, secondo la quale la commissione di massimo scoperto remunera la facoltà di non utilizzare le somme concesse all’accreditato. Sulla base di tale interpretazione l’opposta ipotesi, ovvero l’esonero dal pagamento della commissione di massimo scoperto implicherebbe l’obbligo per lo stesso accreditato di utilizzare il credito. Tuttavia proprio tale corollario costituisce un’insuperabile punto debole della costruzione proposta, dal momento che presuppone l’esistenza di una prestazione obbligatoria (un dovere) di cui la fattispecie legale non reca alcuna menzione: l’affidato ha, al contrario, il diritto di utilizzare il credito ed è proprio tale diritto ad essere remunerato con l’applicazione della commissione di massimo scoperto.”.

 

Nel dettaglio, il comma 1 dell’articolo 34 in esame prevede che siano nulle:

1) le clausole aventi ad oggetto la commissione di massimo scoperto;

2) le clausole che prevedono una remunerazione a favore della banca per la messa a disposizione di fondi a favore del cliente titolare di conto corrente indipendentemente dall'effettivo prelevamento della somma;

3) le clausole che prevedono una remunerazione accordata alla banca indipendentemente dall'effettiva durata dell'utilizzazione dei fondi da parte del cliente.

 

Si rileva che le norme in esame andrebbero più appropriatamente formulate come novella al codice civile, relativamente alla disciplina del contratto di apertura di credito.

 

Il comma 2 chiarisce che le somme dovute dal cliente alla banca in dipendenza della effettiva durata dell'utilizzazione dei fondi da parte del cliente sono comunque rilevanti ai fini dell’applicazione della normativa in materia di interessi usurari.

Nel dettaglio, la norma prevede espressamente che gli interessi, le commissioni e le provvigioni derivanti dalle clausole comunque denominate che prevedono una remunerazione, a favore della banca, dipendente dalla effettiva durata dell'utilizzazione dei fondi da parte del cliente debbano considerarsi rilevanti ai fini dell'applicazione:

1) dell'articolo 1815 del codice civile;

 

Il richiamato articolo 1815 c.c. stabilisce che, salvo diversa volontà delle parti, il mutuatario deve corrispondere gli interessi al mutuante. Per la determinazione degli interessi si osservano le disposizioni dell'articolo 1284. Se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi.

 

2) dell'articolo 644 del codice penale,  che punisce il reato di usura;

 

Nel dettaglio, il richiamato articolo 644 c.p. stabilisce che chiunque, fuori dei casi previsti dall'articolo 643, si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari, è punito con la reclusione da due a dieci anni e con la multa da euro 5.000 a euro 30.000. Alla stessa pena soggiace chi, fuori del caso di concorso nel sopra detto delitto, procura a taluno una somma di denaro od altra utilità facendo dare o promettere, a sé o ad altri, per la mediazione, un compenso usurario. La legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari. Sono altresì usurari gli interessi, anche se inferiori a tale limite, e gli altri vantaggi o compensi che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari, risultano comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all'opera di mediazione, quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria. Per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito. Le pene per i fatti di cui al primo e secondo comma sono aumentate da un terzo alla metà: 1) se il colpevole ha agito nell'esercizio di una attività professionale, bancaria o di intermediazione finanziaria mobiliare; 2) se il colpevole ha richiesto in garanzia partecipazioni o quote societarie o aziendali o proprietà immobiliari; 3) se il reato è commesso in danno di chi si trova in stato di bisogno; 4) se il reato è commesso in danno di chi svolge attività imprenditoriale, professionale o artigianale; 5) se il reato è commesso da persona sottoposta con provvedimento definitivo alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale durante il periodo previsto di applicazione e fino a tre anni dal momento in cui è cessata l'esecuzione. Nel caso di condanna, o di applicazione di pena ai sensi dell'articolo 444 del codice di procedura penale, per uno di tali delitti, è sempre ordinata la confisca dei beni che costituiscono prezzo o profitto del reato ovvero di somme di denaro, beni ed utilità di cui il reo ha la disponibilità anche per interposta persona per un importo pari al valore degli interessi o degli altri vantaggi o compensi usurari, salvi i diritti della persona offesa dal reato alle restituzioni e al risarcimento dei danni.

 

3) degli articoli 2 e 3 della legge 7 marzo 1996, n. 108, recante disposizioni in materia di usura.

 

La legge n. 108 del 1996 ha apportato rilevanti modifiche al regime penale del delitto di usura introducendo un parametro di riferimento per la valutazione dell’usurarietà degli interessi.

 

Nel dettaglio, il richiamato articolo 2 prevede, al comma 1, che il Ministro del tesoro, sentiti la Banca d'Italia e l'Ufficio italiano dei cambi, rileva trimestralmente il tasso effettivo globale medio, comprensivo di commissioni, di remunerazioni a qualsiasi titolo e spese, escluse quelle per imposte e tasse, riferito ad anno, degli interessi praticati dalle banche e dagli intermediari finanziari iscritti negli elenchi tenuti dall'Ufficio italiano dei cambi e dalla Banca d'Italia ai sensi degli artt. 106 e 107 del D.Lgs. 1° settembre 1993, n. 385 , nel corso del trimestre precedente per operazioni della stessa natura. I valori medi derivanti da tale rilevazione, corretti in ragione delle eventuali variazioni del tasso ufficiale di sconto successive al trimestre di riferimento, sono pubblicati senza ritardo nella Gazzetta Ufficiale.

Il comma 2 stabilisce che la classificazione delle operazioni per categorie omogenee, tenuto conto della natura, dell'oggetto, dell'importo, della durata, dei rischi e delle garanzie è effettuata annualmente con decreto del Ministro del tesoro, sentiti la Banca d'Italia e l'Ufficio italiano dei cambi e pubblicata senza ritardo nella Gazzetta Ufficiale.

Il comma 3 stabilisce che le banche e gli intermediari finanziari di cui al comma 1 ed ogni altro ente autorizzato alla erogazione del credito sono tenuti ad affiggere nella rispettiva sede, e in ciascuna delle proprie dipendenze aperte al pubblico, in modo facilmente visibile, apposito avviso contenente la classificazione delle operazioni e la rilevazione dei tassi previsti nei commi 1 e 2.

Ai sensi del comma 4, il limite previsto dal terzo comma dell'articolo 644 del codice penale, oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, è stabilito nel tasso medio risultante dall'ultima rilevazione pubblicata nella Gazzetta Ufficiale ai sensi del comma 1 relativamente alla categoria di operazioni in cui il credito è compreso, aumentato della metà.

Il richiamato articolo 3 stabilisce, al comma 1, che la prima classificazione di cui al comma 2 dell'articolo 2 verrà pubblicata entro il termine di centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge. Entro i successivi centottanta giorni sarà pubblicata la prima rilevazione trimestrale di cui al comma 1 del medesimo articolo 2. Fino alla pubblicazione di cui al comma 1 dell'articolo 2 è punito a norma dell'articolo 644, primo comma, del codice penale chiunque, fuori dei casi previsti dall'articolo 643 del codice penale, si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, da soggetto in condizioni di difficoltà economica o finanziaria, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e ai tassi praticati per operazioni similari dal sistema bancario e finanziario, risultano sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità. Alla stessa pena soggiace chi, fuori del caso di concorso nel delitto previsto dall'articolo 644, primo comma, del codice penale, procura a soggetto che si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria una somma di denaro o altra utilità facendo dare o promettere, a sé o ad altri, per la mediazione, un compenso che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto, risulta sproporzionato rispetto all'opera di mediazione.

 

Si ricorda che le “soglie d’usura” sono fissate nella misura del 50% in aumento rispetto ai tassi effettivi globali medi praticati per le diverse operazioni di credito dalle banche e dagli intermediari finanziari, rilevati dalla Banca d’Italia e dall’Ufficio italiano dei cambi e pubblicati con cadenza trimestrale con decreto del Ministro dell’economia.

L’applicazione di condizioni eventualmente usurarie da parte di un intermediario è, di norma, verificata sulla base del contenuto delle “Istruzioni per la rilevazione del tasso effettivo globale medio ai sensi della legge sull’usura”. Il rispetto delle “istruzioni” assicura l’univocità dei comportamenti da parte degli operatori e la confrontabilità tra il tasso in concreto applicato e la relativa “soglia” di legge.

Con riguardo alle fattispecie in esame, nel decreto ministeriale 17 marzo 2004, recante “Rilevazione dei tassi effettivi globali medi – periodo aprile /giugno 2005 (legge 7 marzo 1996, n. 108)”, è ad esempio stabilito dall’articolo 1, comma 2, che i tassi non sono comprensivi della commissione di massimo scoperto eventualmente applicata. La percentuale media della commissione di massimo scoperto rilevata nel trimestre è riportata separatamente.

Già nel decreto ministeriale 8 luglio 1992, recante “Disciplina e criteri di definizione del tasso annuo effettivo globale per la concessione del credito al consumo”, l’articolo 2 stabiliva che il calcolo del Taeg non è richiesto per le operazioni di credito al consumo effettuate nella forma dell’apertura di credito in conto corrente ad utilizzo rotativo, non connessa all’uso di carta di credito. La Banca d’Italia con circolare del 1° ottobre 1996, intervenendo per la rilevazione del tasso effettivo globale medio ai sensi della legge sull’usura n. 108 del 1996, aveva precisato che la commissione di massimo scoperto non entra nel calcolo del Teg (Tasso effettivo globale) ma deve essere computata in modo autonomo ed espressa in termini percentuali.

 

Sarebbe opportuno prevedere espressamente che il tasso soglia, oltre il quale gli interessi sono considerati usurari, resta regolato dall’attuale disciplina fino a che la rilevazione del tasso effettivo globale medio non verrà effettuata tenendo conto delle nuove disposizioni.

 

Il comma 3 dell’articolo 34 in esame reca infine una disposizione transitoria, stabilendo che i contratti in corso alla data di entrata in vigore del provvedimento siano adeguati alle disposizioni dell’articolo 34 in esame entro centoventi giorni dalla medesima data.

La disposizione prevede inoltre, al fine di consentire alle banche di modificare unilateralmente i contratti in corso, che tale obbligo di adeguamento costituisce giustificato motivo di modifica unilaterale ai sensi dell’articolo 118, comma 1, del testo unico bancario (TUB) di cui al d.lgs. n. 385 del 1993.

 

Il richiamato articolo 118 del TUB, recante norme in tema di modifica unilaterale delle condizioni contrattuali, stabilisce al comma 1 che nei contratti di durata può essere convenuta la facoltà di modificare unilateralmente i tassi, i prezzi e le altre condizioni di contratto qualora sussista un giustificato motivo nel rispetto di quanto previsto dall'articolo 1341, secondo comma, del codice civile.

 

 


Articolo 35
Disposizioni a tutela degli utenti dei pubblici servizi

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

Art. 35.

(Disposizioni a tutela degli utenti dei pubblici servizi).

 

 

      1. I gestori o le aziende esercenti pubblici servizi devono:

 

 

          a) indicare nelle fatture o bollette di pagamento, comunque denominate, la misura degli interessi, in ragione annua, dovuti dagli utenti in caso di ritardo o mancato pagamento; agli stessi è fatto divieto assoluto di addebitare spese di qualsiasi altra natura o contributi comunque denominati anche inerenti alla predisposizione o produzione oppure alla spedizione o riscossione della fattura o della bolletta;

 

 

          b) gli interessi per il ritardato pagamento non possono essere superiori, in ragione d'anno, al tasso pronti contro termine fissato dalla Banca centrale europea aumentato di due punti percentuali;

 

 

          c) nel caso di subentro nel contratto o voltura tra utenti componenti il medesimo nucleo familiare, o in caso di successione, lo stesso dovrà avvenire a titolo non oneroso.

 

 

      2. I gestori o le aziende esercenti pubblici esercizi possono invocare il vincolo di solidarietà nel pagamento della fattura tra i componenti del nucleo familiare o tra coloro che beneficiano degli stessi servizi.

 

 

      3. Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge i gestori o le aziende esercenti pubblici servizi avviano una campagna di informazione presso gli utenti delle disposizioni di cui al comma 1.

 

 

 

L’articolo 35, inserito nel corso dell’esame in Commissione, introduce una disciplina dei rapporti relativi alla prestazione di servizi pubblici, prevedendo in particolare una limitazione degli oneri che possono essere addebitati agli utenti ed una loro maggiore trasparenza, nonché l’estensione della responsabilità per l’adempimento delle obbligazioni pecuniarie derivanti dalla prestazione anche a soggetti diversi dall’utente.

 

Una definizione di servizio pubblico è indicata nella direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri del 27 gennaio 1994[162], secondo la quale sono considerati “servizi pubblici, anche se svolti in regime di concessione o mediante convenzione, quelli volti a garantire il godimento dei diritti della persona, costituzionalmente tutelati, alla salute, all'assistenza e previdenza sociale, alla istruzione e alla libertà di comunicazione, alla libertà e alla sicurezza della persona, alla libertà di circolazione, ai sensi dell'art. 1 della legge 12 giugno 1990, n. 146, e quelli di erogazione di energia elettrica, acqua e gas”.

 

La lettera a) del comma 1 prevede in primo luogo un obbligo di trasparenza delle condizioni contrattuali relative alla misura degli interessi dovuti dall’utente in caso di mancato o ritardato pagamento di somme da lui dovute, stabilendo che i gestori e le aziende debbano indicare nelle fatture o bollette, comunque esse siano denominate, il saggio annuo di interesse applicato. La medesima lettera prevede inoltre che, ad eccezione di tali interessi, non possono essere addebitate all’utente ulteriori spese di qualunque natura o contributi, comunque denominati, anche se riferiti alla predisposizione, alla produzione, alla spedizione o alla riscossione delle fatture o delle bollette.

Al riguardo, potrebbe essere opportuno precisare in modo più chiaro la portata applicativa del divieto di addebitare “spese di qualsiasi altra natura”, anche con riferimento all’eventualità della presenza di più voci di spesa riferibili al medesimo servizio erogato.

La successiva lettera b)fissa una misura massima per il tasso di interesse da applicare alle somme dovute dall’utente in caso di ritardo nel pagamento, prevedendo che esso non possa essere superiore al tasso fissato dalla Banca Centrale Europea per le operazioni pronti contro termine, aumentato di due punti percentuali.

Con riferimento a tale disposizione sembra necessario chiarire quale dei tassi di interesse di riferimento della BCE sia da assumere come riferimento per la determinazione della misura degli interessi dovuti dall’utente del servizio pubblico. In particolare potrebbe essere opportuno considerare i tassi di interesse di riferimento ufficiali fissati dal Consiglio direttivo della BCE, in particolare il tasso minimo di offerta sulle operazioni di rifinanziamento principali (c.d. tasso di riferimento), attualmente fissato al 3,75. L'altro tasso ufficiale eventualmente da considerare è il tasso di interesse sulle operazioni di rifinanziamento marginale (4,75%). Nelle operazioni di asta “pronti contro termine” vengono, invece, considerati il “tasso medio ponderato” e il “tasso marginale”, che vengono tuttavia determinati di volta in volta. Ad esempio nell'asta del 27 marzo 2007 la BCE ha assegnato pronti contro termine per 283,5 miliardi di euro a un tasso medio ponderato del 3,83% (a fronte del 3,81% della settimana precedente) e a un tasso marginale del 3,82% (a fronte del precedente 3,80%).

La lettera c) dispone che le operazioni di subentro nel contratto o di voltura debbano essere realizzate a titolo non oneroso quando si riferiscano a componenti del medesimo nucleo familiare o avvengano a seguito di successione.

Si osserva che potrebbe essere opportuno precisare quali soggetti rientrino tra i componenti del medesimo nucleo familiare ai fini di quanto disposto dalla lettera c), anche alla luce dell’assenza nel nostro ordinamento di una definizione univoca del concetto.

L’espressione “nucleo familiare” ricorre infatti in numerosi provvedimenti normativi; ed in particolare in diverse discipline speciali che ne chiariscono di volta in volta la composizione, con effetti limitati all’applicazione della specifica disciplina di settore.

Il concetto di nucleo familiare è, anzitutto, definito ai fini della corresponsione dell’assegno per il nucleo familiare. L’art. 2, comma 6, del D.L. 13 marzo 1988, n. 69[163] individua i componenti del nucleo nei:

§       coniugi (con esclusione del coniuge legalmente ed effettivamente separato);

§       figli ed equiparati di età inferiore a 18 anni (ovvero, senza limite di età, qualora si trovino, a causa di infermità o difetto fisico o mentale, nell'assoluta e permanente impossibilità di dedicarsi ad un proficuo lavoro);

§       fratelli, sorelle e nipoti di età inferiore a 18 anni compiuti (ovvero senza limiti di età, qualora si trovino, a causa di infermità o difetto fisico o mentale, nell'assoluta e permanente impossibilità di dedicarsi ad un proficuo lavoro), nel caso in cui essi siano orfani di entrambi i genitori e non abbiano conseguito il diritto a pensione ai superstiti.

Una definizione di nucleo familiare più estesa è contenuta invece nella disciplina relativa alla valutazione della situazione economica di coloro che richiedono prestazioni sociali agevolate. Il D. Lgs. 31 marzo 1998, n. 109[164], stabilisce, ai fini dell’applicazione del decreto stesso, che (art. 2, co. 2)[165]:

§       ciascun soggetto può appartenere ad un solo nucleo familiare;

§       fanno parte del nucleo familiare i soggetti componenti la famiglia anagrafica (v. infra);

§       i soggetti a carico ai fini I.R.P.E.F. fanno parte del nucleo familiare della persona di cui sono a carico;

§       i coniugi che hanno la stessa residenza anagrafica, anche se risultano a carico ai fini I.R.P.E.F. di altre persone, fanno parte dello stesso nucleo familiare;

§       il figlio minore di 18 anni, anche se risulta a carico ai fini I.R.P.E.F. di altre persone, fa parte del nucleo familiare del genitore con il quale convive.

Questa disciplina richiama, nel definire il nucleo familiare, il concetto di famiglia anagrafica, di cui al D.P.R. 30 maggio 1989, n. 223 (Approvazione del nuovo regolamento anagrafico della popolazione residente). Il Regolamento stabilisce (art. 4) che agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune (co. 1), e precisa che una famiglia anagrafica può essere costituita anche da una sola persona (co. 2)[166].

Peraltro, proprio per evidenziare quanto la definizione di nucleo familiare abbia carattere eterogeneo nelle diverse discipline di settore, si ricorda che mentre l’ultima legge finanziaria[167], ai fini del contributo per l’acquisto di autoveicoli “euro 4” o “euro 5”, ha individuato il nucleo familiare in coloro che risultino registrati sul medesimo stato di famiglia, la legge finanziaria precedente, ai fini del bonus per i figli nati nel 2005-2006, aveva individuato il nucleo familiare nel dichiarante e nei suoi familiari a carico, richiamando esclusivamente la disciplina delle imposte sui redditi e aggiungendo, in ogni caso, il coniuge, purché non legalmente ed effettivamente separato[168].

 

Ai sensi del comma 2 la responsabilità per il pagamento delle somme dovute dall’utente si estende in via solidale anche ai componenti del suo nucleo familiare, nonché a coloro che beneficiano dei servizi erogati.

 

In base a quanto disposto dall’art. 1282 c.c. si ha solidarietà sul versante passivo di un’obbligazione quando più debitori siano contemporaneamente obbligati per la medesima prestazione, in modo che ciascuno di essi può essere costretto all'adempimento per la totalità dell’obbligazione e il suo adempimento libera gli altri condebitori.

 

Con riferimento alla formulazione testuale della disposizione, si osserva che mentre il comma 1 fa riferimento a “fatture o bollette di pagamento, comunque denominate”, il comma 2 prevede invece la responsabilità in solido “nel pagamento della fattura”. In ogni caso, anche alla luce della portata normativa della disposizione, che estende la responsabilità per l’inadempimento di un’obbligazione a nuovi soggetti, potrebbe essere preferibile una formulazione in termini di espressa previsione di un obbligo di rispondere dei pagamenti da parte dei componenti del nucleo familiare e dei beneficiari dei servizi, e non di facoltà di invocare il vincolo di solidarietà da parte dei gestori o delle aziende.

Si segnala altresì che il comma 2 prevede la possibilità di invocare il vincolo della solidarietà da parte di gestori o aziende “esercenti pubblici esercizi”, anziché “pubblici servizi”, come invece previsto nei commi 1 e 3, nonché nel medesimo comma 2, con riferimento ai soggetti che beneficino delle prestazioni erogate.

Anche al fine di evitare possibili discordanze interpretative in sede di applicazione giurisdizionale della disposizione, potrebbe infine essere opportuno precisare in modo univoco quali siano i soggetti componenti il nucleo familiare, anche in considerazione di quanto osservato supra con riferimento alla lettera c) del comma 1, e se la loro responsabilità sia o meno limitata ai casi in cui risultino effettivamente beneficiari del servizio pubblico.

 

Il comma 3 prevede infine che i soggetti esercenti pubblici servizi attivino, entro il termine di sei mesi dall’entrata in vigore della legge, una campagna informativa volta a rendere note agli utenti le disposizioni recate dal comma 1.

 

 


Articolo 36
Disposizioni per ridurre le dichiarazioni IRPEF e agevolare
la vita dei cittadini

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

Art. 36.

(Disposizioni per ridurre le dichiarazioni IRPEF e agevolare la vita dei cittadini).

 

 

      1. Gli oneri deducibili di cui all'articolo 10 e le detrazioni per oneri di cui all'articolo 15 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, possono essere dedotti dal reddito complessivo nell'anno in cui sono stati sostenuti e nei due anni successivi.

 

 

      2. La disposizione di cui al comma 1 si applica dal periodo d'imposta in corso alla data del 31 dicembre 2006.

 

 

 

L’articolo 36, comma 1, introdotto dalla Commissione, prevede che gli oneri deducibili dal reddito complessivo ai fini dell’IRPEF, di cui all'articolo 10 del Testo unico delle imposte sui redditi (TUIR) nonché le detrazioni per oneri, di cui all'articolo 15 dello stesso testo unico (decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917), possano essere dedotti dal reddito complessivo nell'anno in cui sono stati sostenuti e nei due anni successivi.

 

Si ricorda che l’articolo 3 del TUIR detta la regola generale per la determinazione della base imponibile, stabilendo che l’imposta si applica sul reddito complessivo del soggetto, che è formato da tutti i redditi posseduti dal soggetto al netto degli oneri deducibili indicati nell’articolo 10.

Pertanto per deduzioni s’intendono i valori che si possono sottrarre dal reddito complessivo, con un beneficio rapportato all'aliquota marginale raggiunta dal contribuente. Queste operano pertanto in modo diverso rispetto alle detrazioni, che invece abbattono direttamente l'imposta da pagare.

L’elenco degli oneri deducibili dal reddito complessivo è contenuto nell’articolo 10 del TUIR, mentre le detrazioni d’imposta per oneri che sono consentite a favore del contribuente (che non comprendono quelle per carichi di famiglia e le altre detrazioni legate alla produzione delle singole tipologie di reddito, disciplinate rispettivamente dagli articoli 12 e 13 del TUIR), sono elencate nell’articolo 15 del TUIR .

 

La disposizione del comma 1 sembrerebbe voler consentire al contribuente di scegliere se dedurre o detrarre gli oneri nel periodo d’imposta nel quale sono stati sostenuti (come è nella normativa vigente), ovvero se ripartirli in tre periodi d’imposta, a partire da quello nel quale sono stati sostenuti. A tale proposito occorre evidenziare che tale opzione potrebbe favorire i contribuenti solo in alcune particolari ipotesi:

1)  consentendogli di dedurre o detrarre oneri per i quali è fissato un limite massimo annuale di deducibilità (come ad esempio alcune tipologie di erogazioni liberali) o detraibilità (es. le spese funebri, le erogazioni liberali a favore di ONLUS e associazioni varie ), ma nella sola ipotesi che si tratti di oneri sostenuti in misura non ricorrente e per importi superiori alla soglia massima di deducibilità/detraibilità fissata per ciascun periodo d’imposta;

2)  qualora si tratti di contribuenti c.d. “incapienti”, cioè la cui imposta lorda dovuta risulti inferiore all’importo degli oneri per i quali il contribuente potrebbe usufruire delle detrazioni cosicché, in base alla regola generale per cui le detrazioni d’imposta sono fruibili solo fino a concorrenza dell’imposta lorda, il contribuente non riesce ad abbattere l’imposta.

 

A tale ultimo proposito si ricorda che proprio per consentire al contribuente di usufruire delle detrazioni, l’articolo 15, comma 1, lettera c) del TUIR ha ammesso che la detrazione d’imposta delle spese sanitarie sia consentita anche in quattro quote annuali, cioè in quattro periodi d’imposta anziché in uno, qualora le spese eccedano i 15.493,71 euro annui

 

In tutti gli altri casi la modifica introdotta dal comma 1 non produce alcun vantaggio per il contribuente: infatti, nel caso di oneri sostenuti regolarmente per più periodi d’imposta (es. gli interessi sui mutui per l’abitazione principale, i premi per assicurazioni sulla vita), vale comunque il limite annuo massimo fissato e l’onere si ripete negli anni successivi. Analogamente non vi è nessuna convenienza per gli oneri per i quali la deducibilità o la detraibilità non viene limitata ad un certo importo (es. contributi previdenziali volontari oppure spese mediche nel caso di contribuenti con imposta lorda capiente), in quanto in questo caso al contribuente non conviene sicuramente ripartire l’onere in più anni e pagare un’imposta maggiore nel primo anno di riferimento.

 

Per quanto riguarda la formulazione letterale del testo, si segnala che l’ultima parte del comma 1 andrebbe riferita, per coerenza con il contenuto normativo del comma stesso, che ha ad oggetto sia gli oneri deducibili che quelli detraibili, anche agli oneri detraibili, consentendo anche per essi la ripartizione in tre anni. Non è infatti possibile dedurre dal reddito detrazioni d’imposta, come affermato testualmente nel comma 1.

 

Il comma 2 prevede l’applicazione della disposizione di cui al comma 1 dal periodo d'imposta in corso alla data del 31 dicembre 2006, cioè per gli oneri già sostenuti nell’anno 2006, che potranno essere dedotti o detratti nella dichiarazione dei redditi 2007, per la quale non sono ancora scaduti i termini di presentazione.

Si ricorda a tale proposito che tale previsione appare derogatoria rispetto all’articolo 3 della legge 27 luglio 2000, n. 212 (Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente) il quale dispone che, relativamente ai tributi periodici, le modifiche introdotte si applichino solo a partire dal periodo d'imposta successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore delle disposizioni che le prevedono.

Per quanto riguarda la decorrenza temporale della norma occorre inoltre segnalare che, in relazione ai presunti tempi di approvazione parlamentare del presente disegno di legge e della sua entrata in vigore, appare difficile che i contribuenti persone fisiche possano usufruire della disposizione già per il periodo d’imposta 2006, atteso che la presentazione delle dichiarazioni con il Modello Unico persone fisiche è in corso e che molti contribuenti utilizzano il  modello 730 per il quale i termini di presentazione sono già scaduti.

 

 

 


Articolo 37
Modifiche all'articolo 144-bis del codice di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, recante disposizioni per la tutela dei consumatori

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

Art. 37.

(Modifiche all'articolo 144-bis del codice di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, recante disposizioni per la tutela dei consumatori).

 

 

      1. L'articolo 144-bis del codice di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, recante cooperazione tra le autorità nazionali per la tutela dei consumatori è sostituito dal seguente:

 

 

      «Art. 144-bis. - (Cooperazione tra le autorità nazionali per la tutela dei consumatori). - 1. Il Ministero dello sviluppo economico, salve le disposizioni in materia bancaria, finanziaria, assicurativa e di sistemi di pagamento e le competenze delle autorità indipendenti di settore, che continuano a svolgere le funzioni di autorità competente ai sensi dell'articolo 3, lettera c), del regolamento (CE) n.2006/2004, del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 ottobre 2004, nonché le disposizioni per le ulteriori materie per le quali è prevista la competenza di altre autorità nazionali, svolge le funzioni di autorità competente, ai sensi del medesimo articolo 3, lettera c), del regolamento (CE) n. 2006/2004, in materia di:

 

 

          a) servizi turistici, di cui alla parte III, titolo IV, capo II;

 

 

          b) clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, di cui alla parte III, titolo I;

 

 

          c) garanzia nella vendita dei beni di consumo, di cui alla parte IV, titolo III, capo I;

 

 

          d) credito al consumo, di cui alla parte III, titolo II, capo II, sezione I;

 

 

          e) commercio elettronico, di cui alla parte III, titolo III, capo II;

 

 

          f) contratti negoziati fuori dai locali commerciali, di cui alla parte III, titolo III, capo I, sezione I;

 

 

          g) contratti a distanza, di cui alla parte III, titolo III, capo I, sezione II;

 

 

          h) contratti relativi all'acquisto di un diritto di godimento ripartito di beni immobili, di cui alla parte III, titolo IV, capo I.

 

 

      2. L'Autorità garante della concorrenza e del mercato svolge le funzioni di autorità competente ai sensi dell'articolo 3, lettera c), del regolamento (CE) n. 2006/2004, in materia di pubblicità ingannevole e comparativa di cui alla parte II, titolo III, capo II.

 

 

      3. Il Ministero dello sviluppo economico esercita tutti i poteri di cui al citato regolamento (CE) n. 2006/2004, nelle materie di cui al comma 1, anche con riferimento alle infrazioni lesive degli interessi collettivi dei consumatori in ambito nazionale.

 

 

      4. L'Autorità garante della concorrenza e del mercato esercita i poteri di cui all'articolo 4 del citato regolamento (CE) n. 2006/2004 nelle materie di cui alla parte II, titolo III, capo II, anche con riferimento alle infrazioni lesive degli interessi dei consumatori in ambito nazionale.

 

 

      5. Per lo svolgimento dei compiti di cui ai commi 1 e 3, il Ministero dello sviluppo economico può avvalersi delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, nonché della guardia di finanza che agisce con i poteri ad essa attribuiti per l'accertamento dell'imposta sul valore aggiunto e delle imposte sui redditi utilizzando strutture e personale esistenti in modo da non determinare oneri aggiuntivi. Può inoltre definire forme di collaborazione con altre pubbliche amministrazioni. Limitatamente ai poteri di cui all'articolo 139, può avvalersi delle associazioni dei consumatori e degli utenti di cui all'articolo 137.

 

 

      6. Per lo svolgimento dei compiti di cui ai commi 2 e 4, l'Autorità garante della concorrenza e del mercato può avvalersi della Guardia di finanza che agisce con i poteri ad essa attribuiti per l'accertamento dell'imposta sul valore aggiunto e delle imposte sui redditi utilizzando strutture e personale esistenti in modo da non determinare oneri aggiuntivi.

 

 

      7. Ferma restando la disciplina sanzionatoria in materia di indicazione di prezzi di cui all'articolo 17 del presente codice e le disposizioni di cui all'articolo 22, comma 3, del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, ai fini dell'applicazione del regolamento (CE) n. 2006/2004 il Ministero dello sviluppo economico svolge le funzioni di cui al comma 1, avvalendosi, in particolare, dei comuni.

 

 

      8. Le procedure istruttorie relative ai poteri di cui al comma 3 sono stabilite con regolamento emanato ai sensi dell'articolo 17, comma 1, della legge 23 agosto 1988, n. 400, in modo da garantire il contraddittorio, la piena cognizione degli atti e la verbalizzazione.

 

 

      9. Nei casi di rifiuto, omissione o ritardo senza giustificato motivo di esibire i documenti o di fornire le informazioni richieste dal Ministero dello sviluppo economico o dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato, nell'ambito delle rispettive competenze, riguardanti fattispecie di infrazioni nazionali o intracomunitarie nonché nel caso in cui siano esibiti documenti o fornite informazioni non veritiere, si applicano le sanzioni di cui all'articolo 26, comma 11. Nei casi di inottemperanza degli impegni assunti dai soggetti interessati di porre fine ad infrazioni nazionali o intracomunitarie, si applicano le sanzioni di cui all'articolo 26, comma 10.

 

 

      10. Il Ministero dello sviluppo economico designa l'ufficio unico di collegamento responsabile dell'applicazione del citato regolamento (CE) n. 2006/2004.».

 

 

 

L’articolo 37, introdotto dalla X Commissione Attività produttive, novella l’articolo 144-bis (“Cooperazione tra le autorità nazionali per la tutela dei consumatori”) del decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206 recante il nuovo “Codice del consumo”,[169] inserito a sua volta dall’articolo 19 della legge comunitaria 2006 (L. 6 febbraio 2007, n. 13[170]).

Si ricorda, in proposito, che larticolo 19 della legge comunitaria 2006 in attuazione di quanto previsto dal regolamento (CE) n. 2006/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 ottobre 2004[171], ha individuato nel Ministero dello sviluppo economico[172] l’autorità pubblica nazionale competente per la cooperazione in materia di tutela dei consumatori. A tal fine ha novellato a sua volta il nuovo “Codice del consumo”, provvedendo ad inserire nella relativa parte VI un nuovo articolo, il 144-bische detta disposizioni in materia di “Cooperazione tra le autorità nazionali per la tutela dei consumatori” così come il nuovo articolo in commento che lo sostituisce.

Quanto al regolamento CE, a cui l’art. 19 ha dato attuazione, si ricorda che prevede l’istituzione di una rete di autorità competenti per il controllo dell'applicazione della normativa riguardante i consumatori, allo scopo di garantire l'osservanza della normativa ed il buon funzionamento del mercato interno. Il campo di applicazione delle disposizioni del regolamento è circoscritto unicamente alle infrazioni intracomunitarie .

L’articolo 3 del regolamento (CE) n. 2006/2004, recante “definizioni”, per autorità competente  intende qualsiasi autorità pubblica a livello nazionale, regionale o locale, con responsabilità specifiche per l’esecuzione della normativa sulla protezione degli interessi dei consumatori. Ai sensi dell’articolo 4 del regolamento ogni Stato membro designa le autorità competenti che sono dotate dei poteri di indagine ed esecutivi necessari ai fini dell'applicazione del regolamento stesso, nonché l'ufficio di collegamento, unico responsabile di detta applicazione. Le autorità designate, che esercitano i poteri loro conferiti in conformità alla legislazione nazionale, sono tenute ad intervenire tempestivamente in caso di constatazione di infrazioni al fine di porvi termine, utilizzando lo strumento giuridico appropriato. Nella maggior parte dei casi dovrà trattarsi di un'azione inibitoria in grado di consentire una rapida cessazione dell'azione illecita ovvero di vietarla.

Le disposizioni del capitolo II del regolamento (artt. 6-10) stabiliscono un quadro giuridico per l'assistenza reciproca, riguardante, in particolare lo scambio di informazioni, le richieste di misure esecutive, nonché il coordinamento delle attività di sorveglianza del mercato e di applicazione della normativa. Infatti ogni autorità competente a conoscenza di un'infrazione intracomunitaria è tenuta ad informarne non solo le autorità degli altri Stati membri ma anche la Commissione che, da parte sua, dovrà provvedere all’adozione delle misure necessarie per farla cessare o vietare.

La Commissione dovrà, altresì, essere informata dalle singole autorità competenti circa le infrazioni intercomunitarie, i provvedimenti adottati e i relativi effetti, nonché del coordinamento delle loro attività. Le informazioni fornite potranno essere utilizzate unicamente a garanzia del rispetto delle leggi che tutelano gli interessi dei consumatori.

La Commissione provvederà a registrare e a trattare in una base di dati elettronica le informazioni ricevute.

Il regolamento prevede, inoltre, la collaborazione con i paesi terzi e con le organizzazioni internazionali competenti, al fine di migliorare la protezione degli interessi economici dei consumatori.

 

L’articolo 144-bis, così come novellato dall’articolo in commento, diversamente dalla legge comunitaria individua due autorità competenti, ai sensi dell’art. 3, lett. c) del citato regolamento CE: il Ministero dello sviluppo economico e l’Autorità garante della concorrenza e del mercato.

I commi 1 e 2 dell’articolo individuano le materie nell’ambito delle quali le due autorità sono chiamate a svolgere le rispettive funzioni.

Per il Ministero dello sviluppo economico sono le seguenti:

a)      servizi turistici (parte III, titolo IV, capo II, del codice del consumo)[173].

b)      )clausole abusive nei contratti (parte III, titolo I, del codice del consumo);

c)      garanzie nella vendita di beni di consumo (parte IV, titolo III,capo I);

d)      credito al consumo (parte III, titolo II, capo II, sezione I);

e)      commercio elettronico (parte III, titolo III, capo II);

f)        contratti negoziati fuori dei locali commerciali (parte III, titolo III, capoI, sezione I);

g)      contratti a distanza (parte III, titolo III, capo I, sezione II);

h)      contratti relativi all'acquisto di un diritto di godimento ripartito di beni immobili (Parte III, titolo IV, capo I).

Le materie di cui alle lettere f), g) e h) non erano indicate nell’articolo 144-bis della comunitaria.

In ordine alle funzioni del Ministero il comma 1 precisa che sono fatte salve le disposizioni in materia bancaria, finanziaria, assicurativa e di sistemi di pagamento e le competenze delle autorità indipendenti di settore, che continuano a svolgere le funzioni di autorità competente ai sensi del citato regolamento (CE) n.2006/2004 (art. 3, lett. c), nonché le disposizioni per le ulteriori materie per le quali è prevista la competenza di altre autorità nazionali.

Per quanto concerne i servizi turistici, si ricorda che sono disciplinati dagli articoli dall’82 al 100 del codice che riproducono sostanzialmente le corrispondenti disposizioni contenute nel decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 111 recante “Attuazione della direttiva n. 90/314/CEE concernente i viaggi, le vacanze ed i circuiti tutto compreso”, con il quale è stato ampliato l'ambito delle previsioni che garantiscono il consumatore-turista relativamente ai contratti aventi ad oggetto la prestazione dei c.d. pacchetti turistici. Il decreto legislativo ha, infatti, disposto l'obbligatorietà della forma scritta per il contratto; prescrivendo il contenuto minimo necessario del contratto stesso e ponendo a carico del venditore alcuni obblighi informativi. Ha, inoltre limitato la revisione del prezzo e comunque la possibilità di modifica delle condizioni del contratto, ampliato i diritti del consumatore in caso di recesso o annullamento del servizio, quando questo non sia stato determinato per colpa del consumatore e stabilito limiti minimi per la risarcibilità dei danni derivanti alle cose e alle persone.

Con riferimento alle clausole abusive si ricorda che la parte III del Codice del consumo riguarda il rapporto di consumo, mentre il  titolo I, cui espressamente rinvia la disposizione in commento (artt. 33-38), tratta dei contratti del consumatore in generale (clausole vessatorie, nullità delle stesse ed azione inibitoria). Nel codice sono confluite le disposizioni della  legge 6 febbraio 1996, n. 52, novellata successivamente dalle leggi n. 526 del 1999 e n. 14 del 2003 che, in attuazione alla direttiva 93/13/CEE, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, aveva introdotto nel libro IV del codice civile, al Titolo II (Dei contratti in generale), il capo XIV-bis dedicato ai "Contratti del consumatore" (artt. da 1469 bis a 1469 sexises).

Le disposizioni concernenti le garanzie legali di conformità e commerciali per i beni di consumo sono contenute negli artt. 128-135 rientranti nella Parte IV del Codice (artt.102-135) in cui vengono raccolte e coordinate le disposizioni in materia di sicurezza e qualità dei prodotti e nei quali è stato trasfuso il contenuto degli  artt. 1519 - bis e ss. del codice civile,  a loro volta introdotti dal D.Lgs. 2 febbraio 2002, n. 24. Tale decreto era stato predisposto in base alla delega conferita al Governo dall'art.1 della legge 29 dicembre 2000, n. 422 (legge comunitaria 2000), per il recepimento della direttiva 1999/44/CE concernente taluni aspetti della vendita e delle garanzie dei beni di consumo. La direttiva, volta a garantire la protezione del consumatore e a potenziarne la fiducia negli acquisti transfrontalieri, stabilendo una base minima di regole comuni indipendenti dal luogo di vendita,rientra nel filone attinente alla tutela degli interessi economici e giuridici dei consumatori, con particolare riferimento alla disciplina contrattuale, e sotto questo aspetto presenta profili di continuità con la citata direttiva 93/13/CEE, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, recepita – come ricordato -  dalla legge n. 52/1996 con l'inserimento nel codice civile degli articoli da 1469-bis a 1469-sexies, relativi alle clausole vessatorie nel contratto tra professionista e consumatore.

Le disposizioni del codice in materia di credito al consumo rientrano sempre nella parte III disciplinante  “il rapporto di consumo”, e sono riportate nell’ambito delle regole disciplinanti l’esercizio dell’attività commerciale (artt. 40-43). Nel codice sono confluite le disposizioni del D.Lgs. 25 febbraio 2000, n. 63,di recepimento della direttiva 87/102/CEE.

Per quanto riguarda il commercio elettronico si segnala che l’art. 68 del codice del consumo reca una norma di coordinamento che rinvia alla specifica disciplina in materia di commercio elettronico, ossia al decreto legislativo 9 aprile 2003,n. 70[174], che, in attuazione della delega al Governo contenuta nell’articolo 31 della legge 1° marzo 2002, n. 39 (legge comunitaria 2001), e nel rispetto dei principi e secondo le procedure definite dalla stessa legge comunitaria, ha provveduto a recepire nel nostro ordinamento la direttiva 2000/31/CE con l’obiettivo principale di eliminare gli ostacoli che limitano lo sviluppo del commercio elettronico, nonché la promozione della libera circolazione dei servizi legati alla società dell’informazione.

Le disposizionidell’articolo 1 del decreto legislativo 15 gennaio 1992, n.50  (Attuazione della direttiva n. 85/577/CEE in materia di contratti negoziati fuori dei locali commerciali), sono confluite, con modifiche nell’articolo 39, mentre le disposizioni in materia di contratti a distanza sono contenute negli  articoli da 45 a 57 del codice eriproducono sostanzialmente le norme del decreto legislativo 22 maggio 1999, n.185 (Attuazione della direttiva 97/7/CE relativa alla protezione dei consumatori in materia di contratti a distanza) recante disposizioni finalizzate essenzialmente alla tutela del consumatore, ritenuto parte debole del rapporto contrattuale nei contratti conclusi attraverso l'impiego delle nuove tecnologie di comunicazione e con il quale si è inteso garantire al consumatore il diritto ad una corretta informazione e a forme di tutela di più facile attuazione come il diritto al recesso.

Infine le disposizioni concernente la tutela dell'acquirente per taluni aspetti dei contratti relativi all'acquisizione di un diritto di godimento a tempo parziale di beni immobili riproducono, con modifiche, negli articoli dal 65 al 77 del Codice le disposizioni degli articoli dall’1 al 12 del decreto legislativo n.427/98, recante l’attuazione della direttiva 94/47/CE.

 

L’Autorità garante della concorrenza e del mercato è invece chiamata a svolgere le funzioni di autorità competente in materia di pubblicità ingannevole e comparativa (comma 2).

 

L’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Antitrust) è stata istituita con la legge n. 287/90 ("Norme per la tutela della concorrenza e del mercato") che ha introdotto nell'ordinamento italiano una disciplina organica della concorrenza, nel solco dei principi stabiliti dagli artt. 85 e 86 del Trattato CEE (ora artt. 81 e 82 a seguito dell'entrata in vigore del Trattato di Amsterdam il 1° maggio 1999).

La legge, infatti, oltre a individuare tre fattispecie anticoncorrenziali vietate, ossia intese restrittive della libertà di concorrenza, abusi di posizione dominante e concentrazioni aventi determinate caratteristiche, ha provveduto all'istituzione di un organo di tutela e di promozione dei meccanismi concorrenziali, l'Autorità garante della concorrenza e del mercato, i cui compiti istituzionali e la cui natura sono stabiliti dall'art. 10 della legge stessa.L'Autorità esercita poteri ispettivi e di indagine per verificare l'esistenza di infrazioni ai divieti di intese restrittive della libertà di concorrenza, di abuso di posizione dominante e di operazioni di concentrazione, di cui agli articoli da 2 a 6 della legge. La legge collega le procedure per l'esercizio dei poteri istruttori, di diffida e sanzionatori specificatamente ad ognuna delle tre fattispecie individuate.

Dal 1992 è stata rimessa all'Autorità garante della concorrenza e del mercato la competenza per la tutela amministrativa contro la pubblicità ingannevole.

Infatti l'art. 7 del decreto legislativo 25 gennaio 1992, n. 74, con il quale si è provveduto a recepire nell'ordinamento italiano la direttiva 84/450/CEE in materia di pubblicità ingannevole, ha attribuito all'Autorità garante della concorrenza e del mercato compiti di controllo e di inibizione di detta pubblicità. A norma del secondo comma dell'art. 7 i concorrenti, i consumatori, le loro associazioni ed organizzazioni, il Ministro dell'industria (ora dello sviluppo economico), nonché ogni altra pubblica amministrazione che ne abbia interesse in relazione ai propri compiti istituzionali, anche su denuncia del pubblico, possono, infatti, presentare ricorso davanti all'Autorità garante affinché siano inibiti gli atti di pubblicità ingannevole o la loro continuazione e ne siano eliminati gli effetti. Innanzi all'Autorità, si possono quindi attivare due procedimenti, finalizzati a questi scopi: il primo è quello ordinario di cui al comma 2 dell'art. 7; il secondo è quello sommario, di cui al comma 3 del medesimo articolo, mediante il quale l'Autorità, in via cautelare, può disporre con provvedimento motivato la sospensione provvisoria della pubblicità ingannevole nei casi di particolare urgenza.

Il DPR 10 ottobre 1996, n. 627, che inizialmente aveva definito le norme sulle procedure istruttorie dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato in materia di pubblicità ingannevole è stato sostituito dal DPR 11 luglio 2003, n. 284 (Regolamento  recante norme sulle procedure istruttorie dell'Autorita' garante  della  concorrenza  e  del mercato in materia di pubblicita'ingannevole e comparativa), al fine di includere la pubblicita comparativa come previsto dal D.Lgs 74/92, così come modificato dal decreto legislativo 25 febbraio 2000, n. 67 di attuazione della direttiva 97/55/CE. Successivamente importanti novità alla normativa sulla pubblicità ingannevole sono state introdotta dalla legge n. 49/05 (Modifiche all'articolo 7 delD.Lgs 25 gennaio 1991, n. 74,in materia di messaggi pubblicitari ingannevoli diffusi attraverso mezzi di comunicazione) con riferimento sia ai poteri istruttori che sanzionatori dell'Antitrust.

Recentemente le disposizioni in materia di pubblicità ingannevole e comparative sono confluite nel D.Lgs 206/05 (Nuovo codice del consumo) che nella la Parte II (artt. 4-32) raccoglie le disposizioni concernenti l’educazione, l’informazione e la pubblicità, investendo tutta l'attività preliminare che, ancor prima della specifica attività di informazione precontrattuale, pone il consumatore in grado di ottenere una corretta conoscenza del bene o del servizio da acquistare. Gli articoli dal 19 al 27 riproducono gli articoli da 1 a 8 del decreto legislativo 25 gennaio 1992, n.74 come modificato dal decreto legislativo 25 febbraio 2000, n.67, apportandovi alcune modifiche. In particolare nell’articolo 26 (Tutela amministrativa e giurisdizionale) sono confluite le disposizioni dell’articolo 7 del D.Lgs 74, così come modificato dalla legge n. 49/05.

 

I commi 3 e 4 definiscono i poteri delle due Autorità.

Ai sensi del comma 3 del nuovo articolo 144-bis il Ministero dello sviluppo economico esercita i poteri previsti dal citato regolamento CE, nelle materie elencate nel comma 1. L’operativita dei poteri del Ministero dello sviluppo, è estesa anche alle infrazioni nazionali lesive degli interessi collettivi dei consumatori. Questo vale anche per l’esercizio dei poteri spettanti all’Autorità garante della concorrenza e del mercato, di cui all'articolo 4 del citato regolamento (CE) n. 2006/2004, in materia di pubblicità ingannevole e comparativa (comma 4).

 

Per l’esercizio delle funzioni assegnategli dal comma 1 dell’art. 144-bis il Ministero dello sviluppo economico – conformemente a quanto previsto dal reg. CE, art. 4, par. 2 - può avvalersi della collaborazione delle camere di commercio, nonché della Guardia di finanza che agisce con i poteri che le sono attribuiti in materia di accertamento dell’imposta sul valore aggiunto, avvalendosi delle risorse strutturali e umane esistenti al fine di evitare oneri aggiuntivi .

Al Ministero è consentito, altresì, di collaborare con altre amministrazioni e di avvalersi delle associazioni dei consumatori e degli utenti rappresentative a livello nazionale, iscritte all’elenco di cui all’articolo 137 del codice del consumo, limitatamente alle azioni inibitorie di cui all’articolo 139 dello stesso codice (comma 5).

L’elenco delle associazioni dei consumatori e degli utenti rappresentative a livello nazionale, di cui all’art. 137 del codice del consumo, istituito presso il Ministero delle attività produttive (ora Ministero dello sviluppo economico) che provvede al relativo aggiornamento annuale, è stato previsto e disciplinato dall’art. 5 della citata legge n. 281/98 che ha altresì fissato i requisiti richiesti per l’iscrizione.

Quanto alle azioni inibitorie di cui all’art. 139 del Codice, si ricorda che il riconoscimento della legittimazione delle associazioni di consumatori ad agire in giudizio per la tutela dei diritti collettivi dei consumatori e degli utenti, ivi prevista, costituisce una tra le disposizioni più innovative dalla stessa legge 281 (articolo 3).L'azione a tutela degli interessi collettivi è finalizzata all'emanazione dei provvedimenti inibitori. Infatti, le associazioni possono richiedere al giudice:

a)    di inibire gli atti e i comportamenti lesivi degli interessi dei consumatori e degli utenti;

b)    di adottare le misure idonee a correggere o eliminare gli effetti dannosi delle violazioni accertate;

c)    di ordinare la pubblicazione del provvedimento su uno o più quotidiani a diffusione nazionale, nei casi in cui la pubblicità del provvedimento possa contribuire a correggere o eliminare gli effetti delle violazioni accertate (art. 140).

 

Anche l’Autorità garante della concorrenza può avvalersi, ai sensi del comma 6, della Guardia di finanza, che agisce con gli stessi poteri e le modalità indicati con riferimento al Ministero dello sviluppo economico (cfr. comma precedente).

 

Il comma 7, pur facendo comunque salva la disciplina in materia di indicazione dei prezziper unità di misura prevista dall’art. 17 del codice del consumo - il quale, peraltro, rinvia al regime sanzionatorio previsto dall'articolo 22, comma 3, del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114 - prevede che il Ministero dello sviluppo economico per l'applicazione del regolamento (CE) n. 2006/2004 nello svolgimento delle funzioni elencate al comma 1 si avvalga, in particolare, dei comuni.

L’art. 17 del codice del consumatori - che riprende una disposizione del D.Lgs. 25 febbraio 2000, n. 84[175] - in caso di omissione dell’indicazione dell prezzo per unità di misura o di indicazione non in linea con le disposizioni del codice, rinvia alla disciplina sanzionatoria del decreto legislativo di liberalizzazione del settore conmmerciale (D.Lgs n. 144/98) e in particolare all’art. 22, comma 3 che, in caso di violazione le disposizioni  elencate nello stesso comma (e tra le quali è compresa anche la pubblicità dei prezzi), prevede una sanzione amministrativa.

 

Il comma 8 dell’art. 144-bis in commento rinvia ad un successivo regolamento, emanato ai sensi dell’art. 17, comma 1 della legge 400/88[176], la disciplina delle procedure istruttorie relative ai poteri del Ministero dello sviluppo, di cui al comma 3, per garantire il contraddittorio, la ricognizione degli atti .

 

In caso di rifiuto, omissione o tardata consegna di documenti richiesti dalle due Autorità nell’ambito delle rispettive competenze, relativi ad infrazioni nazionali o intracomunitarie, ovvero in caso di esibizione di documenti non veritieri, il comma 9 dispone l’applicazione delle sanzioni perviste dall’art. 26, comma 11, del Codice. Invece nel caso di inottemperanza agli impegni assunti per far cessare le infrazioni suddette da parte dei soggetti interessati, si applicano le sanzioni previste dal comma 10 del richiamato articolo 26.

 

Il comma 10 art. 26 del Codice, prevede l’applicazione da parte dell'Autorità di una sanzione amministrativa pecuniaria compresa tra i 10.000 euro e i 50.000 euro. Nei casi di reiterata inottemperanza l'Autorità può disporre la sospensione dell'attività di impresa per un periodo non superiore a trenta giorni. Il comma 11, in caso di inottemperanza alle richieste di fornire le informazioni o la documentazione di cui al comma 3 dello stesso articolo, applica una sanzione amministrativa pecuniaria da 2000 euro a 20.000 euro. Qualora le informazioni o la documentazione fornite non siano veritiere, l'Autorità applica una sanzione amministrativa pecuniaria da 4.000 euro a 40.000 euro.

 

Da ultimo il comma 10 demanda al Ministero dello sviluppo economico la designazione dell’Ufficio unico di collegamento cui è affidata la responsabilità dell’applicazione del regolamento (CE) n. 2004/2005, come previsto dall’art. 4, par. 1, dello stesso regolamento.

 

 

 


Articolo 38
Disposizioni in materia di mutui e operazioni di finanziamento

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

Art. 38.

(Disposizioni in materia di mutui e operazioni di finanziamento).

 

 

      1. All'articolo 15, terzo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 601, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «, anche nel caso in cui sia prevista la facoltà del debitore di recedere dal rapporto in ogni momento. Non si fa comunque luogo a recuperi o a rimborsi di imposta».

 

 

      2. All'articolo 2, comma 1-bis, del decreto-legge 3 agosto 2004, n. 220, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 ottobre 2004, n. 257, sono apportate le seguenti modificazioni:

 

 

          a) dopo il primo periodo, è inserito il seguente: «Alle operazioni di mutuo finalizzate all'estinzione di mutui stipulati per l'acquisto della prima casa di abitazione, poste in essere da enti, istituti, fondi e casse previdenziali nei confronti dei propri dipendenti ed iscritti, si applica lo stesso trattamento previsto per i mutui oggetto di estinzione.»;

 

 

          b) nel secondo periodo, le parole: «La disposizione del periodo precedente», sono sostituite dalle seguenti: «Le disposizioni dei periodi precedenti».

 

 

 

Il comma 1 dell’articolo 38 in esame, introdotto dalla Commissione, estende l’esenzione dall'imposta di registro, dall'imposta di bollo, dalle imposte ipotecarie e catastali e dalle stesse imposte sulle concessioni governative delle operazioni relative ai finanziamenti a medio e lungo termine e di tutti i relativi atti, come già previsto dalla legislazione vigente, anche ai casi in cui sia prevista la facoltà del debitore di recedere dal rapporto in ogni momento. Fa inoltre divieto di procedere a recuperi o a rimborsi di imposta.

 

Nel dettaglio, il comma 1 in esame aggiunge all'articolo 15, terzo comma, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 601 (Disciplina delle agevolazioni tributarie), in fine, le seguenti parole: «, anche nel caso in cui sia prevista la facoltà del debitore di recedere dal rapporto in ogni momento. Non si fa comunque luogo a recuperi o a rimborsi di imposta». 

 

Il richiamato articolo 15 (Operazioni di credito a medio e lungo termine) stabilisce, al comma 1, che le operazioni relative ai finanziamenti a medio e lungo termine e tutti i provvedimenti, atti, contratti e formalità inerenti alle operazioni medesime, alla loro esecuzione, modificazione ed estinzione, alle garanzie di qualunque tipo da chiunque e in qualsiasi momento prestate e alle loro eventuali surroghe, sostituzioni, postergazioni, frazionamenti e cancellazioni anche parziali, ivi comprese le cessioni di credito stipulate in relazione a tali finanziamenti, effettuate da aziende e istituti di credito e da loro sezioni o gestioni che esercitano, in conformità a disposizioni legislative, statutarie o amministrative, il credito a medio e lungo termine, sono esenti dall'imposta di registro, dall'imposta di bollo, dalle imposte ipotecarie e catastali e dalle stesse sulle concessioni governative.

Secondo il comma 2, in deroga al precedente comma, gli atti giudiziari relativi alle operazioni ivi indicate sono soggetti alle suddette imposte secondo il regime ordinario e le cambiali emesse in relazione alle operazioni stesse sono soggette alla imposta di bollo di lire 100 per ogni milione o frazione di milione.

Secondo il comma 3, agli effetti di quest'articolo si considerano a medio e lungo termine le operazioni di finanziamento la cui durata contrattuale sia stabilita in più di diciotto mesi.

 

Per effetto quindi della modifica apportata dal comma 1 dell’articolo 38 in esame, il comma 3 stabilisce ora che si considerano a medio e lungo termine le operazioni di finanziamento la cui durata contrattuale sia stabilita in più di diciotto mesi, anche nel caso in cui sia prevista la facoltà del debitore di recedere dal rapporto in ogni momento. Non si fa comunque luogo a recuperi o a rimborsi di imposta.

 

Al riguardo giova ricordare che, considerato, come visto, che le operazioni di finanziamento effettuate dalle banche sono soggette ad un’imposta sostitutiva delle imposte d’atto se la loro durata contrattuale è superiore ai diciotto mesi (articolo 15, ultimo comma, del D.P.R.  29 settembre 973, n. 601), in proposito è stato sempre ritenuto, anche da parte dell’Amministrazione  finanziaria, che le clausole contrattuali che consentono al debitore di rimborsare il finanziamento anche prima del termine contrattualmente stabilito non inficiano il requisito di durata prescritto per l’applicazione dell’imposta sostitutiva, in quanto il debitore ha, per principio generale, facoltà di estinguere anticipatamente il proprio debito[177].

Si ritiene pertanto che non determinano il venir meno del prescritto requisito di durata le clausole contrattuali che prevedono espressamente la facoltà di anticipato scioglimento del vincolo, già previsto in base a norme generali di diritto comune.

Tuttavia, a seguito di un indirizzo giurisprudenziale che ha di recente affermato l’inapplicabilità del regime sostitutivo in presenza di clausole contrattuali che consentano l’anticipato rimborso da parte del debitore, diversi Uffici fiscali periferici hanno negato l’applicazione del regime sostitutivo a contratti di finanziamento a medio o lungo termine che non contengano una causa che impedisca al soggetto finanziato di recedere dal finanziamento prima del decorso di diciotto mesi ed un giorno.

Al riguardo si può ricordare, fra l’altro, che gli articoli 40 e 125 del TUB stabiliscono, nel caso rispettivamente del credito fondiario e del credito al consumo, la facoltà del finanziato di recedere in ogni momento dal rapporto.

 

Si segnala al riguardo la norma, di identico contenuto, recata dall’articolo 39 del provvedimento in esame, secondo cui l'articolo 15, ultimo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 601, va interpretato nel senso che si considerano a medio e lungo termine anche le operazioni di finanziamento, di durata contrattuale superiore ai diciotto mesi, in cui sia prevista la facoltà del debitore di recedere dal rapporto in ogni momento.

Anche se di identico contenuto, tuttavia, la norma recata dall’articolo 39, essendo di interpretazione autentica, esplica un effetto retroattivo, facendo quindi potenzialmente luogo a recuperi o a rimborsi di imposta.

Si rende pertanto opportuno un coordinamento della disposizione in esame con quella recata dall’articolo 39.

 

Il comma 2 dell’articolo 38 in esame interviene a modificare l'articolo 2, comma 1-bis, del decreto-legge 3 agosto 2004, n. 220, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 ottobre 2004, n. 257.

Tale articolo, recante interpretazione autentica dell'articolo 1-bis, comma 6 del decreto-legge 12 luglio 2004, n. 168, ed altre disposizioni in materia di imposte sui mutui, stabilisce al comma 1-bis che le disposizioni di cui agli articoli 15, 17 e 18 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 601, trovano applicazione anche con riferimento alle operazioni di mutuo relative all'acquisto di abitazioni poste in essere da enti, istituti, fondi e casse previdenziali nei confronti di propri dipendenti ed iscritti. La disposizione del periodo precedente si applica ai mutui erogati in base a contratti conclusi a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.

 

Il richiamato articolo 17 stabilisce che gli enti che effettuano le operazioni indicate negli articoli 15 e 16 sono tenuti a corrispondere, in luogo delle imposte di registro, di bollo, ipotecarie e catastali e delle tasse sulle concessioni governative, una imposta sostitutiva.

Per gli istituti di credito costituiti ai sensi dei decreti-legge 2 settembre 1919, n. 1627, 15 dicembre 1923, n. 3148 , e 20 maggio 1924, n. 731, degli artt. 14 e 18 del D.L. 29 luglio 1927, n. 1509 , dei decreti-legge 13 novembre 1931, n. 1398, e 2 giugno 1946, n. 491 , del D.Lgs. 15 dicembre 1947, n. 1418 , della L. 22 giugno 1950, n. 445 , dell'art. 17 della L. 25 luglio 1952, n. 949 , e delle leggi 12 marzo 1953, n. 208 , 11 aprile 1953, n. 298, e 31 luglio 1957, n. 742 , nonché per gli istituti autorizzati all'esercizio del credito fondiario in base al testo unico 16 luglio 1905, n. 646 , per gli istituti soggetti alla disciplina di cui al D.Lgs. 23 agosto 1946, n. 370 , per le sezioni autonome opere pubbliche di cui alle leggi 6 marzo 1950, n. 108, e 11 marzo 1958, n. 238, e per le sezioni interventi speciali di cui alle leggi 18 dicembre 1961, n. 1470, e 18 maggio 1973, n. 274 , l'imposta sostitutiva comprende anche le imposte di bollo e di registro, le imposte ipotecarie e catastali e le tasse sulle concessioni governative sugli altri atti ed operazioni che detti istituti pongono in essere per il loro funzionamento e per lo svolgimento della loro attività, in conformità alle norme legislative o agli statuti che li reggono, salvo quanto stabilito nel secondo comma dell'art. 15 per gli atti giudiziari e le cambiali.

 

Il richiamato articolo 18 (Aliquote e base imponibile dell'imposta sostitutiva) stabilisce che l'imposta sostitutiva si applica in ragione dello 0,75 per cento dell'ammontare complessivo dei finanziamenti di cui ai precedenti articoli 15 e 16 erogati in ciascun esercizio. Per i finanziamenti fatti mediante apertura di credito in conto corrente o in qualsiasi altra forma tecnica si tiene conto dell'ammontare del fido.

L'aliquota è ridotta allo 0,25 per cento per i finanziamenti previsti ai numeri 1), 2), 3), 4), 6) 8) e 9) dell'art. 16.

Qualora il finanziamento stesso non si riferisca all'acquisto della prima casa di abitazione, e delle relative pertinenze, l'aliquota si applica nella misura del 2 per cento dell'ammontare complessivo dei finanziamenti di cui all'articolo 15 erogati in ciascun esercizio.

Il comma 2 dell’articolo 38 in esame inserisce nel corpo del richiamato comma 1-bis una disposizione ai sensi della quale alle operazioni di mutuo finalizzate all'estinzione di mutui stipulati per l'acquisto della prima casa di abitazione, poste in essere da enti, istituti, fondi e casse previdenziali nei confronti dei propri dipendenti ed iscritti, si applica lo stesso trattamento previsto per i mutui oggetto di estinzione.

 

La norma è quindi volta a chiarire che il trattamento previsto per i mutui oggetto di estinzione si applica anche alle operazioni di mutuo finalizzate all'estinzione di mutui stipulati per l'acquisto della prima casa di abitazione, poste in essere da enti, istituti, fondi e casse previdenziali nei confronti dei propri dipendenti ed iscritti.

La norma sembrerebbe far riferimento all’applicazione della disciplina recata dall’articolo 7 del D.L. n. 7 del 2007, che contiene norme in tema di estinzione anticipata dei mutui immobiliari e divieto di clausole penali.

 

Il richiamato articolo 7 del D.L. n. 7 del 2007 (Misure urgenti per la tutela dei consumatori, la promozione della concorrenza, lo sviluppo di attività economiche, la nascita di nuove imprese, la valorizzazione dell'istruzione tecnico-professionale e la rottamazione di autoveicoli) reca norme in tema di estinzione anticipata dei mutui immobiliari e divieto di clausole penali.

Nel dettaglio il comma 1 stabilisce che sia nullo qualunque patto, anche posteriore alla conclusione del contratto, ivi incluse le clausole penali, con cui si convenga che il mutuatario, che richieda l'estinzione anticipata o parziale di un contratto di mutuo per l'acquisto o per la ristrutturazione di unità immobiliari adibite ad abitazione ovvero allo svolgimento della propria attività economica o professionale da parte di persone fisiche, sia tenuto ad una determinata prestazione a favore del soggetto mutuante.

Secondo il comma 2, le clausole apposte in violazione del divieto di cui al comma 1 sono nulle di diritto e non comportano la nullità del contratto.

Secondo il comma 3, le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 si applicano ai contratti di mutuo stipulati a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto.

Ai sensi del comma 5, l'Associazione bancaria italiana e le associazioni dei consumatori rappresentative a livello nazionale, ai sensi dell'articolo 137 del codice del consumo di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, definiscono, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto, le regole generali di riconduzione ad equità dei contratti di mutuo in essere mediante, in particolare, la determinazione della misura massima dell'importo della penale dovuta per il caso di estinzione anticipata o parziale del mutuo. Secondo il comma 6, in caso di mancato raggiungimento dell'accordo di cui al comma 5, la misura della penale idonea alla riconduzione ad equità è stabilita entro trenta giorni dalla Banca d'Italia e costituisce norma imperativa ai sensi dell'articolo 1419, secondo comma, del codice civile ai fini della rinegoziazione dei contratti di mutuo in essere. Ai sensi del comma 7, in ogni caso i soggetti mutuanti non possono rifiutare la rinegoziazione dei contratti di mutuo stipulati prima della data di entrata in vigore del presente decreto, nei casi in cui il debitore proponga la riduzione dell'importo della penale entro i limiti stabiliti ai sensi dei commi 5 e 6.

 

 


Articolo 39
Interpretazione autentica in materia di durata
delle operazioni di finanziamento

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

Art. 39.

(Interpretazione autentica in materia di durata delle operazioni di finanziamento).

 

 

      1. Dopo il comma 4-bis dell'articolo 8 del decreto-legge 31 gennaio 2007, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 aprile 2007, n. 40, è aggiunto, in fine, il seguente comma:

 

 

      «4-bis.1 L'articolo 15, ultimo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 601, va interpretato nel senso che si considerano a medio e lungo termine anche le operazioni di finanziamento, di durata contrattuale superiore ai diciotto mesi, in cui sia prevista la facoltà del debitore di recedere dal rapporto in ogni momento».

 

 

 

 

 

L’articolo 39 in esame, introdotto dalla Commissione, inserendo un comma 4-bis.1 nell'articolo 8 del decreto-legge 31 gennaio 2007, n. 7, in tema di portabilità del mutuo e surrogazione, è volto a chiarire che sono soggette ad un’imposta sostitutiva delle imposte d’atto le operazioni di finanziamento effettuate dalle banche se la loro durata contrattuale è superiore ai diciotto mesi, anche nei casi in cui sia prevista la facoltà del debitore di recedere dal rapporto in ogni momento.

 

Al riguardo, giova ricordare che le operazioni di finanziamento effettuate dalle banche sono soggette ad un’imposta sostitutiva delle imposte d’atto se la loro durata contrattuale è superiore ai diciotto mesi (cfr. articolo 15, ultimo comma,  del d.P.R.  29 settembre 973, n. 601).

In proposito è stato sempre ritenuto, anche da parte dell’Amministrazione  finanziaria, che le clausole contrattuali che consentono al debitore di rimborsare il finanziamento anche prima del termine contrattualmente stabilito non inficiano il requisito di durata prescritto per l’applicazione dell’imposta sostitutiva, in quanto il debitore ha, per principio generale, facoltà di estinguere anticipatamente il proprio debito[178].

Si ritiene pertanto che non determinano il venir meno del prescritto requisito di durata le clausole contrattuali che prevedono espressamente la facoltà di anticipato scioglimento del vincolo, già previsto in base a norme generali di diritto comune.

Tuttavia, a seguito di un indirizzo giurisprudenziale che ha di recente affermato l’inapplicabilità del regime sostitutivo in presenza di clausole contrattuali che consentano l’anticipato rimborso da parte del debitore, diversi Uffici fiscali periferici hanno negato l’applicazione del regime sostitutivo a contratti di finanziamento a medio o lungo termine che non contengano una causa che impedisca al soggetto finanziato di recedere dal finanziamento prima del decorso di diciotto mesi ed un giorno.

Al riguardo si può ricordare, fra l’altro, che gli articoli 40 e 125 del TUB stabiliscono, nel caso rispettivamente del credito fondiario e del credito al consumo, la facoltà del finanziato di recedere in ogni momento dal rapporto.

 

La norma recata dall’articolo 39 in esame appare quindi diretta ad evitare che, per non vedersi negato il regime sostitutivo, vengano adottate formulazioni contrattuali contrastanti con le suddette norme, chiarendo che l’ultimo comma dell’articolo 15 del d.P.R. n. 601, in conformità con i principi di diritto comune e di diritto bancario, va interpretato nel senso che le clausole contrattuali che stabiliscano il diritto del debitore di rimborsare il debito in ogni tempo (anche prima del decorso di un termine superiore ai diciotto mesi) non determinano il venir meno del requisito temporale richiesto per l’applicazione del regime sostitutivo d’imposta. 

 

Si segnala al riguardo la norma recata dall’articolo 38, comma 1, del provvedimento in esame, che sempre all'articolo 15, terzo comma, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 601 aggiunge, in fine, le seguenti parole: «, anche nel caso in cui sia prevista la facoltà del debitore di recedere dal rapporto in ogni momento. Non si fa comunque luogo a recuperi o a rimborsi di imposta».

Anche se di identico contenuto, tuttavia, la norma recata dall’articolo 38, non essendo di interpretazione autentica, non esplica un effetto retroattivo, facendo anzi divieto di procedere a potenziali recuperi o rimborsi di imposta.

Si rende pertanto opportuno un coordinamento della disposizione in esame con quella recata dall’articolo 38.

 

 

 


Articolo 40
Disposizioni sui prestiti vitalizi ipotecari

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

 

Art. 40.

(Disposizioni sui prestiti vitalizi ipotecari).

 

 

      1. Le disposizioni di cui agli articoli 15, 17, 18 e 20 del decreto del Presidente della

 

 

Repubblica 29 settembre 1973, n. 601, e successive modificazioni, sono estese ai prestiti vitalizi ipotecari erogati da parte degli intermediari finanziari di cui all'articolo 106 del testo unico di cui al decreto legislativo 1o settembre 1993 n. 385, se il netto ricavato del finanziamento è destinato: a contributi per l'acquisto della prima casa in favore di parenti dei mutuatari fino al secondo grado incluso; al pagamento di spese per l'assistenza domiciliare di anziani e persone disabili; al pagamento di spese di ristrutturazione straordinaria dell'immobile di residenza dei mutuatari; al rimborso di prestiti con piani di ammortamento rateali a carico dei contraenti.

 

 

      2. Dopo il comma 12 dell'articolo 11-quaterdecies del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 dicembre 2005, n. 248, è inserito il seguente:

 

 

      «12-bis. I proprietari dell'immobile ipotecato concedono al soggetto finanziatore mandato con rappresentanza a vendere l'immobile, con esecuzione successiva alla durata della vita dei mandanti, purché trascorsi almeno sei mesi dalla data di esigibilità del credito ed entro il terzo anno dalla data di scadenza del finanziamento. Il mandato é concesso anche nell'interesse del mandatario, e si estingue con il rimborso integrale del finanziamento. La vendita deve essere effettuata ad un prezzo non inferiore al valore dell'immobile individuato da un perito nominato dal presidente del tribunale del luogo in cui è situato l'immobile. Il prezzo minimo di vendita si intende ridotto del 10 per cento se l'immobile è rimasto invenduto trascorsi dodici mesi dalla data di scadenza del finanziamento, e di un ulteriore 10 per cento per ogni ulteriore semestre. La notificazione dell'istanza per la nomina del perito e dell'intenzione di vendere deve farsi almeno sessanta giorni prima della vendita agli eredi del mandatario. In caso di eredità giacente la vendita deve essere autorizzata dal tribunale del circondario in cui si è aperta la successione.

 

 

La differenza tra il ricavo netto della vendita e quanto dovuto al soggetto finanziatore spetta agli eredi del mandante o aventi causa, ed è messa a loro disposizione anche a mezzo di deposito vincolato presso un istituto di credito. Il soggetto finanziatore non può rivalersi nei confronti degli eredi o aventi causa se il ricavo netto della vendita in esecuzione del mandato non è sufficiente per l'estinzione del prestito. Nei confronti dell'acquirente dell'immobile non hanno effetto le domande giudiziali di cui all'articolo 2652, primo comma, n. 7) e n. 8), del codice civile trascritte successivamente alla trascrizione dell'acquisto. Agli effetti dei diritti di scritturato e degli emolumenti ipotecari, nonché dei compensi e dei diritti spettanti al notaio alla stipula, gli atti e le formalità ipotecari, anche di annotazione, si considerano come una stipula, una sola operazione sui registri immobiliari e un solo certificato. Gli onorari notarili sono ridotti alla metà.

 

 

 

L’articolo 40, introdotto nel corso dell’esame presso la Commissione Attività produttive, reca disposizioni in materia di prestito vitalizio ipotecario, dirette ad agevolare la diffusione, fino ad oggi limitata, dell’istituto.

 

Il prestito vitalizio ipotecario, di cui all’articolo 11-quaterdecies, comma 12, del D.L. 30 settembre 2005, n. 203, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 dicembre 2005, n. 248, è concesso a persone fisiche ultrasessantacinquenni da aziende ed istituti di credito e da intermediari finanziari, iscritti all’elenco generale di cui all’articolo 106 del D.Lgs. 1° settembre 1993, n. 385 (Testo unico bancario – TUB). Il prestito, che è garantito da ipoteca di primo grado su immobili residenziali ed è considerato finanziamento a medio e lungo termine, prevede la capitalizzazione annuale di interessi e spese e il rimborso in unica soluzione alla scadenza, ossia alla morte del debitore.

 

Il comma 1 dispone l’applicazione al prestito in questione, quando questo è erogato dagli intermediari finanziari diversi dalle aziende e dagli istituti di credito, dell’imposta sostitutiva prevista per i finanziamenti a medio e lungo termine dagli articoli 15, 17, 18 e 20 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 601.

L’imposta sostitutiva si applica a condizione che il prestito abbia una delle seguenti finalità:

-       contributi per l'acquisto della prima casa in favore di parenti entro il secondo grado[179] dei mutuatari.

Si potrebbe chiarire se la stessa agevolazione vada riconosciuta anche ai prestiti destinati all’acquisto della prima casa da parte degli stessi mutuatari;

-       pagamento di spese per l'assistenza domiciliare di anziani e persone disabili. In tal caso non si richiede rapporto di parentela tra l’anziano o il disabile da una parte e i mutuatari dall’altra;

-       pagamento di spese di ristrutturazione straordinaria dell'immobile di residenza dei mutuatari;

-       rimborso di prestiti con piani di ammortamento rateali a carico dei mutuatari.

 

Si ricorda che i citati articoli 15, 17, 18 e 20 del D.P.R. n. 601 del 1973 prevedono l’esenzione dalle imposte di registro, di bollo, ipotecarie, catastali e dalle tasse sulle concessioni governative per le operazioni di finanziamento con durata contrattuale superiore a diciotto mesi effettuate da aziende e istituti di credito e da loro sezioni o gestioni. Sono esclusi dall’esenzione gli atti giudiziari e le cambiali relativi ai suddetti finanziamenti. In luogo delle sopra indicate imposte e tasse si applica un’imposta sostitutiva la cui aliquota è fissata nella misura dello 0,25 per cento o del 2 per cento per i finanziamenti erogati per l'acquisto, la costruzione o la ristrutturazione di immobili ad uso abitativo, e relative pertinenze, diversi dalla prima casa.

 

Il comma 2 dell’articolo 40, inserendo un comma aggiuntivo, il 12-bis, al citato articolo 11-quaterdecies del D.L. n. 203 del 2005, disciplina una procedura per la vendita dell’immobile ipotecato in caso di mancata restituzione del finanziamento.

 

Come sopra indicato, il prestito vitalizio, maggiorato degli interessi e delle spese, capitalizzati annualmente, deve essere restituito, alla morte del debitore, dagli eredi[180] di quest’ultimo. Nel caso in cui il pagamento non avvenga spontaneamente, il creditore deve avviare una procedura esecutiva rivalendosi sull’immobile ipotecato. Il procedimento disciplinato dal comma in esame prevede uno strumento ulteriore rispetto alla procedura esecutiva, i cui tempi di conclusione sono notevolmente lunghi.

Si prevede che i proprietari dell’immobile ipotecato, i quali, anche se non espressamente indicato, sono i soggetti ultrasessantacinquenni che ottengono il prestito, concedano al finanziatore un mandato con rappresentanza a vendere l’immobile ipotecato, da eseguire successivamente alla loro morte e precisamente non prima che sia decorsi sei mesi da tale evento. Il mandato si estingue allo scadere del terzo anno dalla morte del mandante.

Si osserva che la norma utilizza due espressioni diverse: “data di esigibilità del credito” e “data di scadenza del finanziamento”. Si ritiene che entrambe le espressioni si riferiscano allo stesso evento, ovvero alla morte del soggetto che ha ottenuto il prestito.

Il mandato è concesso anche nell’interesse del mandatario (il soggetto finanziatore), e si estingue qualora il finanziamento venga integralmente rimborsato.

Si ricorda che, ai sensi del secondo comma dell’articolo 1723 cod. civ., il mandato conferito anche nell'interesse del mandatario non si estingue per revoca da parte del mandante, salvo che sia diversamente stabilito o ricorra una giusta causa. Non si estingue inoltre per morte o per sopravvenuta incapacità del mandante.

A garanzia del proprietario, la norma prevede che il prezzo al quale deve essere venduto l’immobile non deve essere inferiore a quello fissato da un perito nominato dal presidente del tribunale del luogo in cui è situato l’immobile. Si prevede inoltre che la vendita può essere effettuata ad un prezzo ridotto del 10 per cento rispetto a quello fissato dal perito se l’immobile è rimasto invenduto trascorsi dodici mesi dalla morte del soggetto finanziato e di un ulteriore dieci per cento per ogni semestre successivo.

Non si può precedere alla vendita prima che siano trascorsi sessanta giorni dalla notifica agli eredi dell’istanza per la nomina del perito e dell’intenzione di vendere.

La norma riferisce la notifica agli “eredi del mandatario”, ovvero del finanziatore, mentre tale notifica dovrebbe essere fatta agli “eredi del mandante”, ovvero del soggetto che ha ottenuto il prestito.

In caso di eredità giacente la vendita deve essere autorizzata dal tribunale del circondario in cui si è aperta la successione[181].

Si ricorda che il tribunale del circondario in cui si è aperta la successione è competente a nominare il curatore dell’eredità giacente (articolo 528 cod. civ.). Quest’ultimo provvede al pagamento dei debiti ereditari e dei legati, previa autorizzazione dello stesso tribunale (articolo 530 cod.civ.).

Gli eredi o aventi causa del soggetto finanziato hanno diritto alla differenza tra il ricavo netto della vendita e quanto dovuto al soggetto finanziatore, il quale mette a loro disposizione quanto spettante, anche a mezzo di deposito vincolato presso un istituto di credito. In caso di insufficienza del ricavato della vendita per l’estinzione del prestito, il finanziatore non può rivalersi nei confronti degli eredi o aventi causa.

L’acquirente dell’immobile è tutelato nei confronti delle domande giudiziali con le quali si contesta il fondamento di un acquisto a causa di morte [articolo 2652, primo comma, n. 7), cod. civ.] e di quelle di riduzione delle donazioni e delle disposizioni testamentarie per lesione di legittima [n. 8) della disposizione citata].

Si prevede infine che gli atti e le formalità ipotecarie, anche di annotazione, si considerano come una sola stipula, una sola operazione sui registri immobiliari e un solo certificato, agli effetti dei diritti di scritturato,degli emolumenti ipotecari, e dei compensi e diritti spettanti al notaio. Gli onorari notarili sono ridotti alla metà.

 

 

 

 


Articolo 41
Delega al Governo in materia di modernizzazione
degli strumenti di pagamento

 

TESTO
del disegno di legge

TESTO
della Commissione

Art. 33.

(Delega al Governo in materia di modernizzazione degli strumenti di pagamento).

Art. 41.

(Delega al Governo in materia di modernizzazione degli strumenti di pagamento).

 

      1. Al fine di favorire la modernizzazione degli strumenti di pagamento, riducendo i costi finanziari e amministrativi derivanti dalla gestione del denaro contante e dei titoli di credito cartacei, il Governo è delegato ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi, concernenti il riordino della disciplina in materia di sistemi di pagamento, con l'osservanza dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

      1. Identico.

 

          a) progressiva introduzione, a carico delle pubbliche amministrazioni e senza ulteriori oneri, dell'obbligo di accettare pagamenti tramite moneta elettronica, nonché attraverso servizi telematici e telefonici, previa stipulazione di convenzioni, tramite procedura competitiva, con banche e loro associazioni, volte ad escludere che dall'applicazione delle disposizioni dei medesimi decreti legislativi derivino oneri o aggravi finanziari per i cittadini e per l'amministrazione;

 

 

          b) graduale estensione dell'obbligo di cui alla lettera a) ai soggetti incaricati di servizi pubblici, alle banche, alle assicurazioni e ad altri soggetti appartenenti a specifiche categorie economiche;

 

 

          c) introduzione di una soglia massima oltre la quale lo stipendio, la pensione e i compensi comunque corrisposti in via continuativa a prestatori d'opera non possono essere erogati in contanti o con assegni;

 

 

          d) previsione di misure per agevolare i pagamenti delle pubbliche amministrazioni con strumenti diversi dal denaro contante e dagli assegni;

 

 

          e) introduzione di incentivi, anche di natura fiscale, nell'invarianza del gettito, per favorire l'acquisto, anche da parte dei soggetti privati, di strumenti idonei a consentire la ricezione di pagamenti tramite moneta elettronica;

 

 

          f) revisione, nell'invarianza del gettito, della disciplina concernente l'imposta di bollo sui documenti relativi alle operazioni bancarie, rendendo più favorevole il trattamento tributario delle operazioni effettuate in via telematica ed elettronica e della tenuta di conti correnti caratterizzati da ridotto rilievo finanziario e da limitato impatto amministrativo;

 

 

          g) superamento progressivo dell'obbligo di trasmissione dell'elenco dei clienti e dei fornitori in ragione della graduale introduzione dell'emissione della fattura in forma elettronica;

 

 

          h) individuazione di strumenti idonei a ridurre i costi amministrativi a carico degli operatori e i costi amministrativi e finanziari a carico degli utenti, connessi all'utilizzo di moderni sistemi di pagamento, anche mediante la semplificazione delle procedure, da realizzare in via regolamentare o con l'adozione di provvedimenti amministrativi generali e in coordinamento con le autorità che regolano il settore;

 

 

          i) coordinamento della nuova disciplina con le disposizioni vigenti;

 

 

          l) introduzione di una adeguata normativa transitoria volta a regolamentare il passaggio alla nuova disciplina;

 

 

          m) previsione dell'autorizzazione in favore degli enti nazionali di previdenza e assistenza sociale a stipulare, senza maggiori oneri per la finanza pubblica, apposite convenzioni con la società Poste italiane Spa o con banche, alle condizioni di cui alla lettera a), per la distribuzione di carte di pagamento che consentano ai titolari delle prestazioni dei medesimi enti la riscossione delle somme loro spettanti presso gli sportelli automatici degli uffici postali e delle banche.

 

 

      2. Gli schemi dei decreti legislativi di cui al comma 1 sono trasmessi alle Camere per l'acquisizione dei pareri delle competenti Commissioni parlamentari, le quali si esprimono entro trenta giorni dall'assegnazione.

      2. Identico.

 

      3. Decorso il termine di cui al comma 2 senza che le Commissioni parlamentari abbiano espresso i pareri di rispettiva competenza, i decreti legislativi possono essere comunque adottati.

      3. Identico.

 

      4. Nei due anni successivi alla data di entrata in vigore dei decreti legislativi possono essere adottati, nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi e delle procedure di cui al presente articolo, uno o più decreti legislativi recanti disposizioni integrative e correttive, nonché tutte le modificazioni necessarie per il migliore coordinamento normativo.

      4. Identico.

 

      5. Dall'attuazione delle deleghe di cui al presente articolo e di cui all'articolo 21 non devono complessivamente derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

      5. Dall'attuazione delle deleghe di cui al presente articolo e di cui all'articolo 20 non devono complessivamente derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

 

      6. Le regole tecniche per l'attuazione dei decreti legislativi di cui al comma 1 sono adottate con le modalità e secondo le procedure previste dall'articolo 71, commi 1 e 1-ter, del codice dell'amministrazione digitale, di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, e successive modificazioni.

      6. Identico.

 

 

 

1. L’esigenza di modernizzazione degli strumenti di pagamento e la spinta verso una maggiore diffusione della monetica

Il comma 1 dell’articolo 41 in esame delega il Governo ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore del presente provvedimento, apposite misure legislative per favorire la modernizzazione degli strumenti di pagamento, al fine di ridurre i costi finanziari e amministrativi derivanti dalla gestione del denaro contante e dei titoli di credito cartacei.

 

Secondo la relazione illustrativa al provvedimento, infatti, l'attuale sistema dei pagamenti appare caratterizzato “da un uso eccessivo di strumenti «materiali», come denaro contante e assegni. La norma, pertanto, detta i princìpi cui il Governo dovrà attenersi per delineare un nuovo quadro normativo che conduca alla progressiva estensione di un sistema di pagamenti caratterizzato dall'utilizzo di strumenti elettronici. Le innovazioni consentiranno, con innegabile vantaggio per gli utenti e per gli operatori, l'abbattimento dei costi connessi alla gestione materiale del denaro. In tale ottica, il perseguimento dell'obiettivo posto dalla norma di delega consentirà, inoltre, di colmare la distanza che esiste attualmente tra l'Italia e gli altri Paesi europei, ove l'utilizzo dei sistemi elettronici di pagamento ha quasi del tutto sostituito l'uso del contante.”.

 

Con riguardo al grado di innovazione negli strumenti di pagamento esistente nel nostro Paese, la Relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia per il 2005[182] rileva che “la diffusione della moneta elettronica e delle carte prepagate bancarie e postali è notevolmente aumentata: alla fine del 2005 risultavano in essere 3,3 milioni di strumenti prepagati (pari all’11,4 per cento delle carte di credito in circolazione), oltre 4 milioni includendo quelli emessi da istituti operanti in Italia in regime di libera prestazione di servizi. La diffusione di tali strumenti è accompagnata da una crescita ancora più significativa del loro utilizzo (circa 20 milioni di operazioni nel 2005 contro 11 nel 2004) nonché dell’importo medio delle transazioni (circa 79 euro a fronte di 61 nel 2004)[183]. I pagamenti in internet continuano a crescere più di quelli eseguiti per il tramite di altri canali. L’incremento è trainato dai bonifici disposti in rete (35 milioni), aumentati del 52 per cento rispetto al 2004, che rappresentano l’8,5 per cento del totale delle operazioni con bonifico; seguono le operazioni in internet con carte di credito, salite del 27 per cento. Sebbene meno numerose in valore assoluto, le operazioni di pagamento in rete con carte prepagate e moneta elettronica (oltre 7 milioni) sono triplicate, fenomeno qu