XVIII LEGISLATURA


Resoconto stenografico dell'Assemblea

Seduta n. 536 di mercoledì 7 luglio 2021

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE FABIO RAMPELLI

La seduta comincia alle 9,40.

PRESIDENTE. La seduta è aperta.

Invito il deputato segretario a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.

GIORGIO SILLI, Segretario, legge il processo verbale della seduta di ieri.

PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.

(È approvato).

Missioni.

PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati Amitrano, Ascari, Corda, Covolo, De Maria, Luigi Di Maio, Marin, Melilli, Occhionero, Palazzotto, Andrea Romano e Scoma sono in missione a decorrere dalla seduta odierna.

I deputati in missione sono complessivamente 97, come risulta dall'elenco depositato presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell'allegato A al resoconto della seduta odierna (Ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicate nell'allegato A al resoconto della seduta odierna).

Seguito della discussione della mozione Quartapelle Procopio ed altri n. 1-00421 concernente iniziative di competenza a favore di Patrick Zaki, con particolare riferimento al conferimento della cittadinanza italiana.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione della mozione Quartapelle Procopio ed altri n. 1-00421 (Ulteriore nuova formulazione) concernente iniziative di competenza a favore di Patrick Zaki, con particolare riferimento al conferimento della cittadinanza italiana (Vedi l'allegato A).

Ricordo che, nella seduta di ieri, si è svolta la discussione sulle linee generali ed è intervenuto il rappresentante del Governo.

(Parere del Governo)

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il sottosegretario di Stato per gli Affari esteri e la cooperazione internazionale, Benedetto Della Vedova, che esprimerà il parere sulla mozione all'ordine del giorno.

Sottosegretario, dovrebbe esprimere il parere sulla mozione all'ordine del giorno.

BENEDETTO DELLA VEDOVA, Sottosegretario di Stato per gli Affari esteri e la cooperazione internazionale. Grazie, Presidente. Mi scuso ancora con lei e con l'Aula, il parere è favorevole.

(Dichiarazioni di voto)

PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto.

Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto il deputato Magi. Ne ha facoltà.

RICCARDO MAGI (MISTO-A-+E-RI). La ringrazio, Presidente. Intervengo per annunciare il voto favorevole di +Europa ed Azione su questa mozione che, del resto, avevamo sostenuto e sottoscritto sin dalla sua prima versione, ormai diversi mesi fa.

Il significato politico di questa iniziativa per noi non è solo quello di esprimere una vicinanza a Patrick Zaki, al nostro Patrick Zaki, e di compiere un gesto simbolico e di pressione politica, ma, attraverso questa iniziativa, vogliamo anche contribuire ad accendere un faro sulle migliaia di Patrick Zaki che ci sono in Egitto, le migliaia di ragazzi e di ragazze, di cittadini, di giornalisti, di difensori dei diritti umani che sono sottoposti, da parte del regime egiziano, con sempre maggiore intensità negli ultimi mesi, ad arresti arbitrari, permanenze in carcere senza garanzie e senza processo.

Chiedere che Zaki sia cittadino italiano significa, però, anche chiedere che sia un cittadino europeo, quindi dare un contributo all'europeizzazione del caso Egitto.

Infine, mi consenta di sottolineare anche un altro punto del dispositivo della mozione. Noi chiediamo anche che il Governo italiano, in tutte le sedi e nelle sedi bilaterali, continui a fare pressione nei confronti dell'interlocutore egiziano. Questo non vuol dire fare gesti composti, vuol dire fare pressione sul tema dei diritti umani mentre si continuano ad avere relazioni anche in ambito commerciale o in ambito turistico. Ed è per questo che, nell'incontro che, pochi giorni fa, il Ministro Garavaglia ha avuto con l'ambasciatore egiziano, siamo convinti che sicuramente avrà posto anche il tema dei diritti umani, ma anche su questo vorremmo essere rassicurati (Applausi dei deputati dei gruppi Misto-Azione-+Europa-Radicali Italiani e Partito Democratico).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Fioramonti. Ne ha facoltà.

LORENZO FIORAMONTI (MISTO-FE-FDV). Grazie, Presidente. La nostra componente ha sostenuto con forza questa mozione e noi siamo convinti che la cittadinanza a Patrick Zaki debba essere data in tempi rapidissimi, ne va della sua incolumità e della nostra credibilità come Paese.

Il rispetto dei diritti umani è sancito nella nostra Costituzione e non deve essere mai e poi mai sottoposto ad altri criteri, spesso nascosti sotto un concetto così vago come l'interesse nazionale, perché l'interesse nazionale dei cittadini italiani è quello di vivere in pace nel proprio Paese, circondati da Paesi dove le persone vivono bene e i loro diritti vengono rispettati. E questo non può essere, poi, trasformato nell'interesse, magari, di qualche azienda italiana che, pur di mantenere rapporti politici con un Governo dittatoriale, pur di fare affari, soprattutto in ambiti energetici, pur di vendere armi a questi Paesi, poi blocca processi diplomatici che, invece, sono tesi a raggiungere obiettivi importanti, come la verità sul caso di Giulio Regeni, il rispetto dei diritti umani in Egitto, così come in tutti gli altri Paesi che soffrono sotto il giogo di un regime autoritario.

Il nostro Paese non può e non deve continuare assolutamente a mantenere il piede in due staffe: deve dire chiaramente che è dalla parte dei diritti delle persone, che questo è nell'interesse nazionale del Paese, a prescindere dagli interessi economici di qualcuno, perché i nostri cittadini vogliono vivere in un Paese libero, vogliono sapere che i propri vicini vivono in un Paese libero; ciò significa anche diminuire i rischi di emigrazione da parte di questi Paesi, visto che, poi, molte persone vengono nel nostro Paese a cercare un futuro migliore e noi non sappiamo neanche che siamo correi e corresponsabili del destino infelice di tanti milioni di persone nel mondo.

Quindi, cittadinanza a Patrick Zaki, verità su Giulio Regeni e che l'Italia, una volta tanto, sia uno di quei Paesi di cui andare fieri e sia in grado di dire al resto d'Europa che, su queste questioni, non si può assolutamente transigere; noi dobbiamo essere di esempio, anche perché esposti in maniera così diretta nel Mediterraneo, per tutto il resto d'Europa e non possiamo essere costantemente trascinati - e concludo, Presidente - in un gioco di potere che è nell'interesse solo di pochi e non nell'interesse dei cittadini italiani.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Cabras. Ne ha facoltà.

PINO CABRAS (MISTO-L'A.C'È). Grazie, Presidente. Il modo in cui arriviamo a discutere del caso Zaki rivela molte caratteristiche della mentalità con cui nel nostro Paese si affrontano grandi questioni sui diritti umani, sulle relazioni internazionali e sulla guerra. Lo dico subito, la mozione non propone strumenti proprio esatti e giusti per rispondere a una causa, in sé, giusta. Lo domando a tutti: qual è il criterio? Perché ad una causa, ripeto, giusta, si dà il massimo della solennità, forzando il senso della legge sulla cittadinanza - un intero Parlamento chiamato a impegnare il Governo su un atto politico simbolico - e, invece, perché mai accade che, per altre cause, altrettanto giuste, non si recuperi un minuto per votare? Non lo dico per polemica, ma davvero non si capisce perché, per Julian Assange, la Camera non trovi un minuto per decidere una posizione, tutto sommato moderata sul suo status di rifugiato politico, scavalcata da fondamentali mozioni su Cristoforo Colombo, sul Milite ignoto, intanto che Zaki diventa una questione con cui aprire nuovi e complicati fronti diplomatici, alcuni dei quali potrebbero ostacolare, anziché aiutare, la posizione di Zaki, e questo deve essere presente nel momento in cui decidiamo.

Come nascono queste distorsioni della percezione, il diverso peso di una vita rispetto ad un'altra nella borsa dei diritti umani? Come mai un sistema penale improvvisamente è sotto gli occhi di tutti, come nel caso dell'Egitto, e altri sono, invece, dimenticati, come l'Arabia Saudita del principe degli idrocarburi e delle motoseghe che macellano i giornalisti? Come mai lo scrutinio severo riservato alle leggi di un Paese spinge a chiedere di renderlo, addirittura, una nostra questione di diritto interno, mentre, per il sistema di repressione usato da Israele in Palestina, definito di recente da Human Rights Watch come un caso grave di apartheid, la nostra Aula diventa improvvisamente timida e taciturna? È non è taciturna per caso, è una scelta. Tutte le repressioni sono uguali, ma alcune sono più uguali delle altre. Me lo chiedo rispetto alle conseguenze di un atto come la richiesta di riconoscere la cittadinanza italiana al cittadino egiziano Patrick Zaki.

In discussione generale, alcuni interventi lo hanno ammesso: non si tratta di parlare solo di Zaki, ma di considerare questa battaglia come un simbolo. Bene, il simbolo delle migliaia di sventurati che vivono nelle carceri de Il Cairo la stessa sorte di Zaki e patiscono l'abuso dello stato di carcerazione preventiva. Un atto politico. Tutto giusto. Il rimedio è la cittadinanza italiana? La vogliamo, allora, conferire anche a quelle migliaia di attivisti palestinesi che subiscono la stessa sorte, spesso minorenni, in un sistema duale che, invece, garantisce ogni protezione legale ai coloni israeliani che occupano illegalmente le loro terre e le loro case?

Anche questo potrebbe essere interpretato, come nel caso del linguaggio adoperato nella mozione su Zaki, come un fortissimo incentivo, un modo di esercitare pressione sul Governo straniero che protegge un sistema giudiziario ingiusto. Perché non dare la cittadinanza italiana, non dico a tutti i minorenni palestinesi in prigione, ma almeno a qualcuno di loro? I simboli sono simboli, no? Rendiamoli una nostra questione interna e diciamo che così stiamo facendo qualcosa per loro, no? O vogliamo offrire la cittadinanza italiana alla minoranza sciita in Arabia Saudita? Siccome i giornali italiani non ne parlano mai, non è che quella repressione, dura e violenta, non esista; esiste e fa parte della enorme complessità del mondo in cui viviamo. Se, in quest'Aula, non si è mai levata una protesta contro la brutale esecuzione dello sceicco al-Nimr, quell'atto è, non di meno, avvenuto. Lungi dal ricordarlo e condannarlo, qualche parlamentare italiano è andato non a regalare la cittadinanza italiana agli oppressi, ma ad ascrivere alla cittadinanza culturale rinascimentale gli oppressori. Due pesi e due misure, vero Renzi? Le obiezioni in nome della realpolitik le conosciamo: per alcuni si interpretano e per altri si applicano. Non so voi, ma io non conosco ancora un solo Stato al mondo che conformi le sue azioni ai principi gandhiani, e ritengo che si debbano tenere ottime e franche relazioni diplomatiche con i popoli e gli Stati, anche quando sono distanti da noi per regime politico e tipologia di interessi. Credo sia illusorio forzare politicamente la lettera delle nostre leggi per fare un'azione dimostrativa, laddove la diplomazia richiede misura e realismo. Però, accettiamo anche che si tenti questa strada, perché ha un valore politico.

Per quanto un contenzioso giudiziario possa essere una questione importante - e questa lo è, per molti motivi - non può fagocitare le altre importanti ragioni di politica estera che impongono di costruire relazioni a tutto campo fra Paesi cruciali nel Mediterraneo, in relazione alle reciproche reti di rapporti con altri Paesi che toccano tutti i dossier che contano per noi. Il rapporto con l'Egitto, dal quale pure ci divide il problema Libia, ma che è anche parte della possibile soluzione, ha implicazioni cruciali per creare nuovi equilibri con la Turchia, che interferisce con i nostri enormi interessi nel Mediterraneo e per fare da porta dell'Oceano Indiano. Già il caso Regeni, proprio perché è ancora tutto da indagare, può darsi che non abbia una sola direzione, cioè non sono solo certi settori dell'apparato repressivo egiziano che erano sicuramente coinvolti, ma vi sono anche altre ipotesi che convergono per rendere molto più complicate le relazioni con l'Egitto.

C'è la fila per sostituirci negli affari, con l'assoluto cinismo che usano tipicamente Paesi che, pure, in Patria rispettano alti standard sui diritti umani, almeno a parole. Perché, ad esempio, al relatore ONU sulla tortura risulta che Assange sia in condizioni carcerarie inaccettabili, ma per lui si spengono i riflettori. Certo, la comunicazione funziona creando facce che diventano a noi familiari; accade anche con Zaki: un volto allegro e pulito viene personalizzato, nello stile del reality show, in base all'assunto che se di un individuo conosci il nome automaticamente diventa un tuo prossimo e tirarti fuori sarebbe disumano. Come fai a fare un distinguo senza apparire cinico? Si crea un evento permanente: la mobilitazione, le gigantografie che pavesano le facciate dei municipi e l'evento poi cammina da solo e diventa di moda, con i VIP, compresi quelli davvero perbene, che accomunano la loro faccia e la loro lacrima con quel nome concreto; Zaki diventa un'emozione, diventa uno di casa e uno di casa viene prima di tutto il resto. Ecco, invece per i nomi su cui si sono spenti i riflettori ci sarà tempo, un lontano domani. Non denunciamo certo l'impegno per il nome in prima pagina e per la sua libertà, anzi denunciamo, semmai, il silenzio scelto per altri nomi e facciamo notare che quel silenzio pesa e rende ambigua una posizione sbilanciata. Alla fine, la storia vera, che aveva fatto da esca, viene dimenticata e resta soltanto il messaggio di esecrazione e di odio, che è il vettore finale. Noi de L'Alternativa c'è vogliamo la liberazione del giovane studioso egiziano. Voteremo “sì” alla richiesta della concessione della cittadinanza italiana; voteremo in favore delle altre misure che possano più concretamente operare per la sua liberazione, e attendiamo trepidanti che si voti su altre mozioni che allarghino lo sguardo sulle libertà in pericolo, a partire da quella su Julian Assange, da portare in votazione subito, come è giusto. Avrete il coraggio di proporre lo stesso per Assange? WikiLeaks ha fatto bene all'Italia, come ad altri Paesi nel mondo.

Viva la libertà, viva Patrick Zaki, viva Julian Assange (Applausi dei deputati del gruppo Misto-L'Alternativa c'è).

Preavviso di votazioni elettroniche (ore 9,55).

PRESIDENTE. Poiché nel corso della seduta potranno aver luogo votazioni mediante procedimento elettronico, decorrono da questo momento i termini di preavviso di cinque e venti minuti previsti dall'articolo 49, comma 5, del Regolamento.

Si riprende la discussione.

(Ripresa dichiarazioni di voto)

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Luca Pastorino. Ne ha facoltà.

LUCA PASTORINO (LEU). Grazie, Presidente. Io intervengo, a nome del gruppo, per sottolineare, invece, la nostra convinta adesione a questa mozione. Lo facciamo nella consapevolezza di un percorso complicato, di un percorso simbolico, se vogliamo, che, attraverso la possibilità di riconoscere la cittadinanza, va oltre il simbolo, ma simbolicamente importante e necessario per affermare quello che per noi è una cosa importante: ovvero il riconoscimento e la tutela dei diritti umani, sempre e comunque. Perché, al di là dell'intervento di chi mi ha preceduto, e che non condivido, io credo che, in ogni sede e in ogni modo, anche questo Parlamento debba, comunque, prendere posizioni laddove i diritti umani vengono calpestati e dimenticati, perché questo è il nostro dovere, il nostro compito. La figura di Zaki nell'opinione pubblica, è vero, è diventata un'icona molto importante non a caso, ma per le sue relazioni con Bologna, con l'Università degli studi, con il nostro Paese e, quindi, è evidente che il suo percorso ha colpito l'opinione pubblica italiana, ha colpito tutti quanti, e, a maggior ragione, chi è deputato a rappresentare le istituzioni italiane deve sottolineare quanto sia grave il fatto che i diritti civili, i diritti umani vengano così brutalmente calpestati. Noi abbiamo sottoscritto questa mozione appunto perché riteniamo doveroso questo passaggio, perché, comunque, il riconoscimento della cittadinanza - così dice il testo della mozione - ad uno straniero può essere attribuito quando questi abbia reso eminenti servizi al Paese, ovvero quando ricorra un'eccezionale interesse dello Stato. Qui l'interesse dello Stato è l'interesse dei cittadini a vedere riconosciuti i diritti ad un ragazzo che, ricordiamo, potrebbe essere chiunque di noi, per accuse tutte da verificare, in un ordinamento giudiziario come quello egiziano, che prevede un massimo di carcerazione per due anni, nel corso dei quali devono essere esperite indagini che forse non si fanno; ciò credo che sia una cosa da condannare, senza se e senza ma.

Poi si ricordava - è chiaro - che un episodio come questo porta alla memoria la storia di Giulio Regeni, con un processo che è iniziato da poco, il cui perimetro e i cui esiti sono tutti da verificare, proprio per l'atteggiamento dell'Egitto. Quindi, “sì” alla cittadinanza e a tutti gli altri impegni della mozione. La cittadinanza è stata un'iniziativa adottata - lo sappiamo - da molti comuni d'Italia e, anche nel mio piccolo comune il consiglio comunale l'ha portata: sostanzialmente, erano tre impegni. Uno, quello della cittadinanza, gli altri due facevano riferimento a impegnare il sindaco e l'amministrazione a partecipare a iniziative, oppure sostenere opere di diffusione finalizzate alla sensibilizzazione su questo tema. In quel caso, ma anche in altri casi, la minoranza in consiglio comunale sosteneva la necessità, sì, di avere un atteggiamento di denuncia, di partecipazione a sollecitazioni pubbliche, ma sul tema della cittadinanza si opponeva, sostenendo che comunque, Zaki c'entrava poco con l'Italia, oppure con il comune di appartenenza. Io credo che questa sia l'osservazione più sbagliata che si possa fare, perché Zaki è un figlio del mondo, come tutti. Zaki, come tanti altri casi su cui non si devono spegnere i riflettori - badate bene - è uno di quelli, molto gravi, che occorre sottolineare e, quindi, la posizione dell'Italia deve essere ben nota e ben chiara a tutti, soprattutto nei confronti dell'Egitto, Paese con il quale forse - qualcuno che mi ha preceduto ha accennato anche a questo tema - certe relazioni internazionali o certi interessi di alcune aziende andrebbero censurati con più vigore e con più coraggio.

Ne abbiamo condannati alcuni anche recentemente, dopodiché il punto è questo: sottolineare l'esigenza di avere uno Stato di diritto che consenta un giusto giudizio, nonché l'eliminazione di queste forme di costrizione, tra l'altro, in carceri che, secondo i report di Amnesty International, sono ridotti in condizioni pietose. Questo è il senso vero di questa mozione, di questa iniziativa. Noi ci auguriamo che l'Italia, attraverso le sue interlocuzioni quotidiane e settimanali con l'Egitto, continui a ribadire questa posizione con forza e ci auguriamo che tutto il Parlamento capisca il significato vero di questa mozione, che prenda, sì, anche iniziative verso altre forme che conosciamo di discriminazione, di cancellazione di diritti umani che ci sono per il mondo, ma che ribadisca con forza il significato di un percorso, che è un percorso naturale del nostro Stato, del nostro ordinamento e che deve essere finalizzato al riconoscimento in assoluto di questi valori in tutto il mondo, perché questa deve essere la nostra parola a sostegno di Zaki e di altre iniziative che vorremmo fare. Questo è il significato più profondo e, quindi, ci auguriamo, mi auguro, che tutta l'Aula possa dare un orientamento ben definito, che vada in una direzione chiara e definitiva (Applausi dei deputati del gruppo Liberi e Uguali e di deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia Viva).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Michaela Biancofiore. Ne ha facoltà. Prego, a lei la parola.

MICHAELA BIANCOFIORE (CI). Grazie, Presidente, onorevoli colleghi, per una volta diciamolo che gli italiani possono andare orgogliosi del Parlamento della Repubblica, che praticamente nel suo plenum sta per approvare non un semplice atto parlamentare, volto a manifestare il nostro sostegno concreto a Patrick Zaki, ma un inno alle libertà universali e non negoziabili dell'uomo. Non a caso al Senato, a partecipare ai lavori in merito, c'era la senatrice Liliana Segre, che ha detto che ovunque si parlerà di libertà lei ci sarà, essendone stata duramente privata, come tutti sappiamo. La vicenda dello studente egiziano dell'università di Bologna, che è detenuto e torturato da 14 mesi nelle carceri egiziane senza motivo - posto che possano esistere motivi per un'intollerabile violazione dei diritti umani - dimostra che per il Parlamento italiano la scarcerazione del ragazzo, adottato ormai dall'Italia intera, è una commossa priorità che sappiamo, sottosegretario, che coinvolge il Governo con la medesima dedizione. Perché è qui fondamentale ricordare che i legali di Patrick hanno denunciato che ogni giorno, come già avvenuto, il ragazzo rischia di essere picchiato, sottoposto a scariche elettriche, a violenze di ogni genere, come altri migliaia di cosiddetti prigionieri di coscienza, che giacciono da anni nelle carceri egiziane. Per renderci conto di cosa vive il ragazzo dobbiamo sapere che, mentre stava lasciando il carcere per recarsi in tribunale per l'ultima udienza, il direttore della prigione lo ha fermato e gli ha detto che non gli avrebbe permesso di entrare di nuovo finché non si fosse tagliato i capelli, sogghignando con gli altri agenti di Polizia intorno a lui. Ergo, anche i piccoli dettagli sono controllati, il suo corpo e il suo aspetto sono soggetti al loro giudizio sommario, anche se, mi duole dirlo, perché da sempre accanto alle Forze dell'ordine e militari, per fortuna per casi isolati, in questo momento non possiamo dare lezioni di civiltà a nessuno. La sensibilità italiana è profonda e commossa nei confronti di Patrick, anche perché gira il coltello nella piaga del drammatico e irrisolto omicidio del nostro Giulio Regeni, figlio d'Italia che aspetta giustizia e verità (Applausi dei deputati dei gruppi Coraggio Italia, Partito Democratico e Italia Viva). Su questo non possiamo transigere - perché Giulio era un cittadino italiano - di pretendere in ogni modo dall'Egitto l'individuazione dei responsabili di un efferato delitto, per restituire almeno un po' di pace ai suoi genitori. Patrick e Giulio, due destini intrecciati. Personalmente mi ha commosso il murales a loro dedicato, dove sono abbracciati e sorridenti, con Giulio che si rivolge a Patrick dicendo: “Stavolta andrà tutto bene”. Ecco, io non vorrei che finisse, però, come per la pandemia COVID-19, che alla fine quella frase piena di speranza risultasse paradossale, quasi una presa in giro. Dobbiamo evitarlo in ogni modo. Io, noi di Coraggio Italia, non crediamo che una mozione possa salvare la vita di Patrick, ma riteniamo che questo atto parlamentare possa partecipare alla battaglia internazionale delle istituzioni e dei popoli democratici per l'inviolabilità dei diritti umani, qual è nel caso di Patrick, per esempio, il diritto a esprimere le proprie idee, il diritto al giusto processo e alla difesa e, nel caso di Giulio, il fondamentale diritto alla vita. Teniamo sempre a mente una verità che è anche un argomento di attualità della nostra politica in questi giorni, pronunciata dal compianto Marco Pannella, che lei, sottosegretario, conosceva bene: “Dove vi è strage di diritto, vi è strage di popoli”.

Credo che per far liberare Patrick dall'Egitto, che è bene ricordare è un Paese amico dell'Italia e strategico per l'area del Mediterraneo e la lotta al terrorismo islamico, l'unica via sia quella della nostra eccellente diplomazia, con la quale ho avuto l'onore di lavorare per anni. La via dell'alta politica estera è la strada e questa richiede prudenza e di non esasperare gli animi, di non avere effetti boomerang che finiscano per indurire oltremodo le autorità egiziane. L'Egitto è uno Stato sovrano, come l'Italia, e la non ingerenza nelle cose interne di un altro Stato un principio fondamentale della politica diplomatica internazionale. Ricordare, invece, certamente al popolo egiziano che insieme abbiamo firmato la Convenzione dell'ONU del 1984 contro ogni tortura, le punizioni inumane e degradanti, insistere sulla reciproca importanza della partnership sulla sicurezza, l'immigrazione e commerciale, ricordargli che gli italiani sono fondamentali per il turismo egiziano e che ora manifestano paura a recarsi in Egitto, ovvero la strada della sensibilizzazione intrapresa dal Governo può essere risolutiva. Anche il coinvolgimento di Paesi extraeuropei ed europei e l'inserimento del procedimento giudiziario nei confronti dello studente nel programma di monitoraggio processuale dell'Unione europea è frutto del lavorio della nostra diplomazia, a cominciare dalla nostra ambasciata a Il Cairo. Piccoli, significativi passi verso l'auspicato rilascio di Patrick in un contesto di relazioni difficile, perché pregiudicato, ricordiamolo appunto, dall'omicidio del nostro Giulio Regeni. Per questo l'impegno del Governo è oggettivamente encomiabile e condividiamo la realpolitik che sta esercitando, che comprende la verifica della piena opportunità di concedere la cittadinanza italiana a Patrick, che può ravvisarsi agli occhi dell'Egitto come uno scippo di sovranità e di ingerenza. La portata alta e nobile ed ideale di questa mozione, come detto, non ci sfugge, pertanto annuncio il voto favorevole di Coraggio Italia, invitando il Governo, ed in particolare il Ministro degli Affari esteri, a non stancarsi di porre in campo ogni e ulteriore possibile iniziativa diplomatica per salvare uno dei tanti, troppi, esseri umani nel mondo che ancora oggi subiscono la soppressione dei loro diritti fondamentali e inalienabili (Applausi dei deputati del gruppo Coraggio Italia e della deputata Boldrini).

PRESIDENTE. La ringrazio, deputata Biancofiore. Ha chiesto di parlare il deputato Massimo Ungaro. Ne ha facoltà. A lei la parola.

MASSIMO UNGARO (IV). Grazie, Presidente. Colleghi, tutti ormai conosciamo la triste vicenda, la triste storia di Patrick Zaki, un giovane cittadino egiziano che studiava in Italia e che dal febbraio del 2020 si ritrova incarcerato in condizioni disumane in Egitto, in piena violazione dei più basilari diritti umani. Patrick era uno studente brillante, che stava frequentando un master in Studi di genere presso l'università di Bologna dal settembre 2019, grazie a una borsa di studio che aveva ottenuto, dopo una dura selezione, per frequentare appunto un corso sponsorizzato dalla Commissione europea con il programma Erasmus Mundus. Patrick stava tornando in Egitto per visitare la sua famiglia, quando fu arrestato dalle forze di sicurezza egiziane. Nel mandato d'arresto troviamo capi d'accusa gravissimi, come la minaccia alla sicurezza nazionale, l'incitamento alle proteste illegali, la sovversione, la diffusione di notizie false, propaganda per il terrorismo, ma noi in realtà sappiamo molto bene che, nello specifico, gli vengono contestati soltanto alcuni post su Facebook, dove avrebbe denunciato le azioni del regime.

La verità, infatti, è un'altra, ovvero che il regime di al-Sisi usa le accuse di terrorismo come scusa per rinchiudere e spegnere con la forza qualsiasi forma di dissenso. Si tratta, infatti, di accuse che non possiamo non mettere in relazione alla collaborazione che Patrick ha avuto nella campagna elettorale di Khaled Ali nel 2018, un attivista impegnato sul fronte del rispetto dei diritti umani, o della sua collaborazione con l'Associazione per la difesa dei diritti umani, la Egyptian Initiative for Personal Rights. Secondo l'avvocato di Patrick, il signor Samuel Thabet, Patrick è stato bendato e torturato dai membri delle forze di sicurezza egiziane, che lo hanno pestato con pugni e calci per ore, 17 ore di seguito, con ripetute scariche elettriche, minacciandolo inoltre di stupro. Patrick è stato interrogato sulla sua permanenza in Italia, sul suo impegno politico e sul suo presunto legame con la famiglia di Giulio Regeni, mentre i media governativi avrebbero provato a giustificare il suo arresto e la sua detenzione screditando la sua figura, accusandolo di essere attivo all'estero per fare una tesi sull'omosessualità e per incitare all'odio contro l'Egitto. In attesa del processo Patrick è in detenzione preventiva da quel 7 febbraio, oggi esattamente 17 mesi, in condizioni estremamente difficili nel carcere per detenuti politici di Tora. Come Giulio Regeni, Patrick si trova in prigione sotto tortura, senza un vero perché. Non siamo riusciti a salvare Giulio, ma ora dobbiamo assolutamente salvare Patrick.

Studiava nel nostro Paese, dove si trovava bene proprio perché poteva esprimere le sue idee in libertà, a difesa dei diritti umani e delle persone LGBT; per questo motivo è giusto conferirgli, in via straordinaria, la cittadinanza italiana.

In Egitto continua una repressione sistematica e metodica di qualsiasi forma di dissenso, dove l'uso della tortura e della pena di morte sono all'ordine del giorno. Non da ultimo, pochi giorni fa sono stati condannate a morte altre 12 persone che erano sopravvissute al grande massacro di piazza Rabi'a al-'Adawiyya del 14 agosto 2013, dopo un processo che definire farsa sarebbe alquanto riduttivo. Basta con la tortura, basta con la pena di morte. L'Italia deve esprimere con forza da che parte sta.

Il caso Zaki ci ricorda inoltre la vicenda di Sarah Hijazi, l'attivista LGBT egiziana arrestata e torturata per mesi al Cairo. Aveva finalmente trovato asilo in Canada, ma troppo profonde erano le sue idee le sue ferite per sopravvivere. Infatti, pochi mesi fa, purtroppo, ha deciso di mettere fine alla sua vita. Quale minaccia rappresentava esattamente Sarah per la sicurezza della Repubblica Araba d'Egitto? Che minaccia rappresenta Patrick Zaki? Che minaccia rappresentava Giulio? Quanti ragazzi ancora dovranno morire solo perché chiedono diritti e libertà (Applausi dei deputati dei gruppi Italia Viva e Partito Democratico)?

Ovviamente, mi rendo conto che l'Egitto è sicuramente un partner geo-strategico fondamentale per l'Italia. È ovvio che, al posto di al-Sisi, potremmo ritrovarci regimi molto peggiori, è senza dubbio che la strada per la democrazia è un percorso molto tortuoso; ma noi non possiamo tacere davanti a casi di questo genere. L'Egitto è, sì, un paese baricentro di tutto il Medio Oriente e un alleato essenziale nella lotta al terrorismo e all'immigrazione clandestina ma questo non deve esimerci dal condannare fermamente le gravi violazioni dei diritti umani che stanno accadendo in quel Paese e le migliaia di sparizioni di giornalisti dissidenti, che stanno accadendo a un ritmo ben superiore che nell'era di Mubarak. Lo spauracchio del terrorismo non deve servire come alibi alle peggiori violazioni dei diritti umani.

Sia l'Italia sia l'Egitto hanno aderito alla Convenzione internazionale contro la tortura del 1984. L'Italia deve farsi sentire e obbligare l'Egitto a rendere conto di queste gravi violazioni, anche in sede internazionale. Nel frattempo, chiediamo il rilascio immediato di Patrick Zaki, che non costituisce in alcun modo un pericolo per la Repubblica d'Egitto, come d'altronde non lo costituiva il nostro Giulio Regeni, che era lì per una missione di studio e di ricerca. Sono orgoglioso che il mio Paese non abbia sotterrato sotto l'altare della ragion di Stato la vicenda di Giulio Regeni e il caso di Patrick Zaki, come, invece, hanno fatto altri Paesi europei: ricordo, per esempio, la Francia che ha lasciato cadere le richieste di giustizia dei familiari di Éric Lang, un giornalista franco-egiziano morto, in circostanze poco chiare, nelle carceri egiziane.

Per questo motivo abbiamo sottoscritto con convinzione la mozione della collega Lia Quartapelle, che ringrazio, e, come Italia Viva, abbiamo richiesto la calendarizzazione di questo atto di indirizzo, che chiede di conferire, al più presto, la cittadinanza italiana a Patrick Zaki. È un atto di indirizzo che si aggiunge alla mozione già approvata al Senato e che va nella stessa direzione della risoluzione approvata, lo scorso dicembre, dal Parlamento europeo, perché Bologna è anche un ateneo europeo, il più antico ateneo europeo, e quindi è giusto considerare che dare a Patrick la cittadinanza italiana vuol dire anche dargli la cittadinanza europea. La risoluzione del Parlamento europeo, infatti, deplora con la massima fermezza la continua e crescente repressione, per mano delle autorità statali e delle forze di sicurezza egiziane, ai danni dei diritti fondamentali e dei difensori dei diritti umani, e chiede la liberazione, immediata e incondizionata, di Patrick George Zaki e il ritiro di tutte le accuse a suo carico.

Io chiedo, quindi, al Ministro dell'Interno di proporre immediatamente al Consiglio dei Ministri il conferimento della cittadinanza italiana a Patrick Zaki. È vero che sarà difficile garantire, anche dopo il conferimento, immediata protezione consolare a Patrick, che comunque rimarrebbe con la doppia cittadinanza italo-egiziana, ma è importante mandare un segnale politico fondamentale sulla parte dalla quale sta l'Italia e sul fatto che con i diritti umani non si scherza. Trovo che gli argomenti forniti dal collega Cabras abbiano natura di “benaltrismo”. Non temiamo ritorsioni per Patrick, anche perché dorme da oltre un anno e mezzo per terra ed è già in condizioni disumane; quindi, credo che peggio di così non potrebbe andare. Invece, è fondamentale, dal punto di vista diplomatico, mantenere la pressione sul Governo egiziano, e questo atto va in quella direzione. Spero vivamente che il Ministro Garavaglia, nel suo recente incontro con l'ambasciatore egiziano, abbia chiesto conto sullo stato dell'arte della collaborazione tra la procura egiziana e la procura italiana, soprattutto sul caso di Patrick Zaki.

Infine, Presidente, noi chiediamo al Presidente-faraone al-Sisi di permettere a Patrick di tornare ai suoi studi in Italia e di collaborare con la giustizia italiana sul caso Regeni. Chiediamo giustizia per Giulio e libertà per Patrick Zaki e, per questo motivo, annuncio il voto favorevole di Italia Viva sulla mozione Quartapelle (Applausi dei deputati dei gruppi Italia Viva e Partito Democratico).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Ferro. Ne ha facoltà.

WANDA FERRO (FDI). Grazie, Presidente. Sul conferimento della cittadinanza italiana a Patrick Zaki Fratelli d'Italia continua a mantenere una posizione di serietà e assoluto buonsenso, nella convinzione che, di fronte a tanto complesse e delicate situazioni che riguardano la vita del giovane ricercatore, incarcerato ingiustamente, si debbano mettere da parte le battaglie ideologiche, soprattutto se queste rischiano di irrigidire le posizioni da parte dell'Egitto e, sostanzialmente, finiscono di creare un danno a chi, invece, si vorrebbe aiutare. Ricordo che sulla vicenda Patrick Zaki, quando Fratelli d'Italia si è astenuta, in Aula, sulla cittadinanza, siamo stati linciati; ma, dopo qualche giorno, la nostra tesi si è dimostrata coincidente con quella del Governo che, evidentemente, ha ben valutato la situazione, al di là della campagna politica e mediatica di chi ha voluto giustamente sollevare un tema importante, il tema dei diritti civili in Egitto, soprattutto dopo la tragica vicenda di Giulio Regeni, ancora senza giustizia. Tuttavia, bisogna davvero stare attenti affinché questa campagna non si traduca in un grave danno per Zaki, con il quale – ripeto – noi di Fratelli d'Italia solidarizziamo pienamente, ritenendo inaccettabili le violazioni del diritto di difesa che il giovane ricercatore sta subendo in Egitto. Condanniamo fermamente le violenze perpetrate ai danni del giovane, arrestato solo per avere espresso le proprie opinioni, e riteniamo doveroso altresì agire affinché la vertenza possa trovare una rapida soluzione. Resta, però, un elemento oggettivo che non possiamo non considerare; a differenza di Giulio Regeni, Zaki è un cittadino egiziano che risiedeva in Italia per motivi di studio. È stato fermato sul suolo egiziano; dunque è l'Egitto ad avere piena ed esclusiva giurisdizione. Il nostro timore più grande nasce dalla ovvia considerazione che qualunque Stato sovrano ritiene che uno Stato estero che si metta a sindacare le proprie scelte relative all'esercizio della giurisdizione sui propri cittadini pone in essere una pressione indebita. Ogni ingerenza da parte di uno Stato estero su scelte eminentemente afferenti all'esercizio della sovranità, qual è l'esercizio della funzione giurisdizionale, è percepita come indebita ingerenza e provoca, pertanto, unicamente un irrigidimento delle posizioni. Irrigidire queste posizioni, come è evidente, non giova alla diplomazia e, soprattutto, vede congelati i canali di comunicazione, con tutto ciò che ne deriva in termini di possibilità di persuasione. A ciò aggiungiamo che la concessione della cittadinanza italiana non aggiunge comunque nulla alle possibilità di offrire tutela consolare a Zaki, atteso che, in caso di doppia cittadinanza, prevale quella di appartenenza. La cittadinanza italiana, dunque, non rende Zaki avulso dal suo contesto di origine, dovendosi comunque considerare, a tutti gli effetti un cittadino egiziano.

Noi di Fratelli d'Italia, durante la dichiarazione di voto al Senato sulla mozione, abbiamo fatto presente che l'articolo 9, comma 2, della legge n. 91 del 1992 espressamente stabilisce che la cittadinanza italiana, al di fuori dei casi ordinari previsti dal comma precedente, può essere concessa allo straniero quando questi abbia reso eminenti servizi all'Italia ovvero quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato. In questo caso non ricorre alcuno dei casi previsti dalla legge nazionale e ciò potrebbe, ancor di più, spingere l'Egitto a irrigidirsi e, ancor di più, a stare fermo sulle proprie posizioni. Ponendosi al di fuori delle ipotesi previste dalla legislazione italiana, infatti, la concessione di cittadinanza a Zaki non è altro che la prova della volontà dell'Italia di ingerirsi, con un atto forzoso, nelle dinamiche di esclusiva competenza dello Stato egiziano. Per questo, la presidente Giorgia Meloni ha annunciato il voto di astensione, che oggi noi confermiamo, nella convinzione che un'ingerenza del Parlamento italiano non aiuterà certamente Patrick Zaki. Non servono forzature politiche, ma diplomazia. Bisogna fare attenzione a come ci si muove in situazioni tanto delicate. Bisogna agire affinché la vertenza trovi una soluzione e affinché il giovane possa tornare a casa ma, proprio nell'ottica del raggiungimento di questo obiettivo, temiamo che la concessione della cittadinanza possa essere vista dall'Egitto come un'inaccettabile pressione, compromettendo dunque la via della diplomazia, anche in relazione al dato giuridico che limita i casi di concessione della stessa cittadinanza italiana.

La stessa Vice Ministro Sereni, con uno specifico riferimento alla mozione per la cittadinanza, ha dichiarato i possibili effetti negativi sul suo rilascio, innescando possibili reazioni controproducenti, invitando ad una riflessione attenta. Dunque, le posizioni espresse dal nostro gruppo, Fratelli d'Italia, trovano riscontri e conferme nelle stesse posizioni del Governo. Allora, è evidente che quella di cui stiamo discutendo è una manovra che potrebbe essere vista come un'operazione di marketing politico, impregnata di motivazioni ideologiche, ma che non solo non aiuta, ma rischia di compromettere le azioni diplomatiche che bisogna porre in essere per giungere all'auspicata scarcerazione dello studente. Anzi, secondo noi espone Zaki ad ulteriori rischi derivanti dall'esigenza, da parte dell'Egitto, di dimostrarsi autorevole sul piano internazionale. Nessuno può ragionevolmente pensare che le decisioni del Governo egiziano su un proprio cittadino possano essere influenzate positivamente da azioni di questo tipo, anzi, è ingenuo pensare che la concessione della cittadinanza italiana non lo spinga nella direzione opposta e contraria, proprio per affermare la sua indipendenza, ma soprattutto la sua sovranità. Questa nostra tesi è condivisa da esperti di geopolitica, secondo cui la netta differenza tra il caso Regeni e il caso Zaki è determinata proprio dalla nazionalità di appartenenza del giovane egiziano; impone, quindi, un approccio diplomatico dell'Italia per la risoluzione del caso, senza strappi palesi che possano compromettere la soluzione della vertenza. Serve una diplomazia discreta, silenziosa. Per usare le parole del professor Riccardo Redaelli, ordinario di geopolitica alla Cattolica di Milano, bisogna calibrare l'azione di difesa, senza far cadere nel silenzio la vicenda, ma evitando, soprattutto, un atteggiamento palesemente minaccioso che possa spingere il sistema del potere egiziano a reagire con una prova di forza. Se vogliamo realmente salvare Patrick Zaki e farlo tornare a casa, farlo tornare ai suoi studi, dobbiamo evitare di farne una bandiera di opposizione al Governo egiziano. Zaki ha bisogno di azioni efficaci, di un'ottima diplomazia, ha bisogno di un grande senso di responsabilità; non è a lui che, certamente, servono le operazioni di marketing. Ed è questo che noi ribadiamo con forza come gruppo di Fratelli d'Italia, annunciando il voto di astensione (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Ugo Cappellacci. Ne ha facoltà.

UGO CAPPELLACCI (FI). Grazie Presidente, signor Presidente, rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, la mozione che discutiamo oggi attiene a una sfera importante e delicata, delicatissima, quella dei diritti fondamentali, dei principi scolpiti nella Carta dei diritti dell'uomo; attiene ai temi della giustizia, della giustizia quella giusta, quella scritta con la “G” maiuscola, ed è evidente che di fronte a questi temi Forza Italia, quale rappresentante dei valori della tradizione liberale, cristiana e garantista, sa bene sempre da quale parte della storia schierarsi: dalla parte della libertà. Lo sappiamo bene e lo ribadiamo con orgoglio e anche con un auspicio, ovvero che questa materia venga sottratta ad una sorta di altalena delle emozioni, dove, talvolta, le voci si alzano forti, talaltra, invece, scemano sino ad arrivare al totale silenzio. Noi riteniamo invece che, quando parliamo di volontà di ampliare la sfera di tutela della persona umana, si debba adoperare sempre la stessa unità di misura, in Italia così come in Paesi lontani dal nostro. Alla luce di queste considerazioni, come gruppo cogliamo l'occasione per esprimere l'apprezzamento per la chiarezza, l'equilibrio e la schiettezza con cui il Presidente Draghi ha riaffermato la posizione italiana sullo scenario internazionale, liberando il campo dalle contraddizioni viste in un passato non lontano e rinsaldando la nostra vocazione atlantista. Auspichiamo che questa linea, che condividiamo, crei le fondamenta per una nuova politica, anche verso il Mediterraneo, per accendere veramente la speranza per le nuove generazioni che possano guardare al mare come momento di opportunità, come via di opportunità e di incontro tra popoli, tra culture diverse, di scambi commerciali, e non più solo l'orizzonte dietro al quale si nascondono pericoli e tensioni, come accade oggi. La vicenda dolorosa del giovane Patrick Zaki - un giovane che, nel nostro Paese, stava proseguendo il percorso di studio e di vita -, certamente, chiama all'azione la nostra coscienza; però deve essere affrontata con il giusto approccio. Quello che l'Italia contesta, infatti, non è certamente il diritto di un Paese a giudicare un suo cittadino, ma la compressione e la violazione dei diritti umani di una persona e delle sue libertà, che non possono essere calpestate per via delle convinzioni politiche. Purtroppo, la cronaca quotidiana ci insegna che in Egitto migliaia di persone, con l'utilizzo dello strumento della misura preventiva, in realtà, vengono abbandonate in carcere, senza che vengano fatte indagini, dimenticate, solo per usare questo come strumento di repressione di chi la pensa in modo diverso dal regime. E allora, la questione deve essere affrontata con il giusto approccio e deve essere affrontata anche non dimenticando, perché è ancora viva nella nostra memoria, la vicenda triste, una ferita ancora aperta, della morte di Giulio Regeni, sulla quale non c'è ancora né verità né giustizia e la famiglia di Giulio, ma anche l'intera comunità italiana e la comunità internazionale, chiedono di avere questa verità e giustizia. Purtroppo, casi come questo, casi come quello di Zaki, non sono isolati e l'Egitto non è il solo Paese in cui vengono calpestati i diritti umani, civili e politici; ci sono milioni di persone che si trovano nelle stesse sue condizioni, senza poter godere dell'attenzione e della mobilitazione internazionale. Sono tanti i Paesi che presentano caratteri e forme di Governo dittatoriali o ademocratiche, in cui sono calpestati i più basilari diritti dei cittadini, in cui è vietato esprimere opinioni di dissenso, in cui è reato il solo avere idee non in linea con il regime. Allora, il nostro impegno deve essere quello di ribadire l'inviolabilità dei diritti umani riconosciuti ad ogni persona, in tutto il mondo. La strada è quella di collegare i nostri rapporti diplomatici ed economici alla richiesta di rispetto di questi diritti, sia quando dialoghiamo con l'Egitto, sia quando, ad esempio, dialoghiamo con la Cina. L'Egitto potrà ricominciare ad essere un interlocutore amico e affidabile dell'Italia come gli altri Stati del Mediterraneo, ma nella chiarezza e nel rispetto delle libertà. È questa la strada che dobbiamo percorrere, è questo ciò che dobbiamo richiedere con la forza politica che un Paese fondatore dell'Unione europea può rivestire e, quindi, lo deve fare, chiedendolo anche all'Unione europea tutte le volte che questa stipula accordi commerciali.

Entrando nel merito degli impegni contenuti nella mozione, ci spiace dover esprimere la perplessità del nostro gruppo circa il carattere risolutivo della concessione della cittadinanza, che, è vero, ha un forte valore simbolico, è vero che può sensibilizzare e costituire una cassa di risonanza, però è altrettanto vero che è privo di una concreta efficacia sul piano giuridico. Infatti, è difficilissimo che si riveli un elemento idoneo a incidere sulla possibilità concreta di liberare Zaki. Con tutto il rispetto per la buona fede con cui è stata presentata la proposta, non riteniamo che il nostro compito sarebbe assolto con un semplice gesto dimostrativo o con la ricerca di un espediente giuridico, peraltro aleatorio. I simboli vanno bene per tenere viva l'attenzione su una vicenda drammatica e dolorosa, ma non possono essere un surrogato di una politica estera determinata, autorevole, credibile, e di un'azione diplomatica all'altezza della migliore tradizione del nostro Paese. Giusto, quindi, che siano messi in essere tutti gli accertamenti, non solo giuridici, necessari a far sì che l'eventuale concessione della cittadinanza non si trasformi in un boomerang e che a pagarne le conseguenze sia un giovane ragazzo. Mi fa piacere che alcuni esponenti del Governo abbiano sollevato la necessità di fare questo approfondimento. La via giusta, a nostro avviso, continua a essere quella diplomatica, quella di mobilitare gli organismi internazionali, quella di appellarsi alle Convenzioni e, in particolare, alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984, che è stata siglata dall'Italia e anche dall'Egitto.

E' un percorso forse più intricato ma decisamente più utile per giungere al risultato.

Apprezziamo naturalmente l'azione del Governo per la sensibilizzazione sulle autorità egiziane e per il monitoraggio costante che sta effettuando sull'evoluzione dell'iter giudiziario e processuale - un'attenzione che riteniamo assolutamente necessaria - e, altrettanto, per il coinvolgimento dell'Unione europea e di altri Paesi; è questa la strada da seguire.

È quindi necessario che l'Esecutivo continui a portare avanti un lavoro coerente e costante, a difesa della centralità della persona e della sua tutela, in Egitto come nel resto del mondo, seguendo quei valori su cui si fonda la nostra Repubblica e le priorità della nostra politica estera.

Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, l'Esecutivo - ne siamo certi - utilizzerà gli strumenti più appropriati a sua disposizione, compreso quello della cittadinanza, avendo ben chiaro che l'obiettivo è e rimane la liberazione di Zaki e il rispetto dei diritti umani. Facciamo tutto ciò che è possibile per questo ragazzo, senza naturalmente dimenticare i tanti altri perseguitati in Egitto e nel resto del mondo. Allora, al netto delle riserve che nutriamo sull'utilità dell'eventuale concessione della cittadinanza italiana in questo frangente, va il nostro pieno appoggio alle azioni poste in essere dal nostro Governo, impegnandolo a proseguire sia nel costante monitoraggio della vicenda processuale, sia nello stimolo delle autorità egiziane al rispetto delle libertà di parola, di manifestazione del pensiero e di associazione nel proprio Paese.

Quando c'è da difendere la libertà, Forza Italia non si sottrae mai; quando è necessario esprimere una posizione unitaria del nostro Paese sullo scenario internazionale, Forza Italia non si sottrae. Per questo, preannuncio il voto favorevole del nostro gruppo, auspicando che rappresenti un forte segnale di coesione politica di questo Parlamento su temi così importanti, quali i diritti civili e politici e la libertà, in Egitto come nel resto del mondo (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia-Berlusconi Presidente).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Boldrini. Ne ha facoltà.

LAURA BOLDRINI (PD). Grazie, signor Presidente, saluto e ringrazio il sottosegretario, i colleghi e le colleghe presenti in quest'Aula. Signor Presidente, Bologna, Milano, Firenze, Napoli, Pescara, Taranto, Lecce e Marzabotto sono soltanto alcune delle numerose città italiane che hanno conferito la cittadinanza onoraria a Patrick Zaki, ma ci sono anche città più piccole, come ci ha ricordato il collega Pastorino. Ecco perché questa mozione, promossa dai colleghi Lia Quartapelle Procopio e Filippo Sensi, che ringrazio per la loro iniziativa, si pone in sintonia con un sentimento di vicinanza e di solidarietà che è molto diffuso nel nostro Paese. Un sentimento verso un ragazzo che studia in Italia, che in Italia ha amici e che in Egitto vive, da quasi un anno e mezzo, la terribile ingiustizia di una dura carcerazione senza processo e senza la possibilità di difendersi dalle accuse pesantissime formulate nei suoi confronti. Patrick Zaki è in carcere perché viene accusato di essere un oppositore del regime illiberale di al-Sisi; viene accusato, cioè, di essere un sostenitore di quegli stessi valori di libertà e di giustizia che sono scritti nella nostra Costituzione, e non è davvero un caso che l'oggetto del master, al quale stava lavorando all'università di Bologna, riguardasse le differenze di genere, dunque, signor sottosegretario, il principio di uguaglianza, l'articolo 3; per questo, il destino di Zaki ci riguarda, tutte e tutti.

Come è stato ricordato, nel carcere in cui recluso, Patrick Zaki vive una condizione di profonda sofferenza fisica e psicologica, ha a problemi di salute ed è sottoposto allo stress - terribile stress - provocato dallo stillicidio scientemente programmato di ripetute udienze, che propongono la carcerazione preventiva di 45 giorni in 45 giorni. Care colleghe e cari colleghi abbiamo il dovere di dire “basta” a tutto questo, di far sentire la voce del Parlamento italiano e questa è l'occasione.

Quando discutiamo della condizione di Patrick Zaki o degli inaccettabili ostacoli posti dalle autorità egiziane all'accertamento della verità sull'assassinio di Giulio Regeni, si leva sempre la voce che ci ricorda che l'Egitto è un Paese amico e comunque importante nello scacchiere mediorientale, con il quale abbiamo rilevanti relazioni commerciali. È la voce di quella ragion di Stato di cui ha parlato molto bene ieri il collega Filippo Sensi, come a dire: non insistiamo troppo su Zaki e su Regeni; ci sono cose più importanti che ci legano all'Egitto. Io rispondo, signor Presidente, che un amico può essere anche ricco e potente, ma è veramente un amico soltanto se mi rispetta; non lo è se ignora o addirittura calpesta le mie volontà e le mie legittime richieste, perché questo è stato ed è il comportamento delle autorità del Cairo, prima su Giulio Regeni e ora su Patrick Zaki.

Nel testo di questa mozione viene ricordato che, secondo la legge in vigore, la cittadinanza italiana può essere conferita a un cittadino straniero - cito - quando questi abbia reso “eminenti servizi al Paese ovvero quando ricorra un'eccezionale interesse dello Stato”. Allora, anche per rispondere alla collega Ferri, vorrei che ci chiedessimo qual è l'eccezionale interesse dello Stato, che giustifica la richiesta di concessione della cittadinanza a Patrick Zaki. Per me è molto semplice, Presidente: è la difesa della dignità e del prestigio del nostro Paese. Mi fa strano che la collega Ferro possa mettere ciò in dubbio, tanto più che il suo gruppo, il suo partito, ha molto a cuore il tema della sovranità del Paese. Quindi, qui parliamo di dignità e di prestigio del nostro Paese, che non possono essere vilipesi da chi fa finta di non vedere che la nostra rappresentanza diplomatica al Cairo è presente alle udienze per le scarcerazioni di Zaki o che questa Camera dei deputati - e per questo ringrazierò sempre il Presidente Fico - ha sospeso le relazioni con il Parlamento egiziano in segno di protesta per il caso Regeni; oppure, come dicevo all'inizio, che numerose città italiane, grandi e piccole, hanno concesso a Zaki la cittadinanza onoraria.

Fanno finta di non vedere! Evidentemente, quindi, quello che abbiamo fatto non è bastato e non basta; abbiamo bisogno di altri gesti forti e chiari, non bastano più le belle parole. La concessione della cittadinanza italiana è uno di questi gesti, chiari e concreti, perché la cittadinanza porta con sé diritti da rispettare: non è un atto amministrativo! Altri dovranno seguirne di atti, se Zaki non sarà liberato, se non ci sarà consentito di raggiungere la verità giudiziaria, perché quella storica è già evidente sulla morte di Giulio Regeni: ne va - lo ripeto - della dignità del nostro Paese.

Personalmente, signor Presidente, credo che dovremmo chiederci, ad esempio, che senso abbia in questo contesto continuare a vendere armamenti da guerra all'Egitto, come nel caso più recente delle due fregate di classe Fremm, anche tenendo conto del fatto che la nostra legge n. 185 - e cito - vieta l'esportazione di armamenti verso Paesi i cui Governi sono responsabili di gravi violazioni delle Convenzioni internazionali. Allora, che senso ha, colleghi e colleghe?

Io mi auguro che ci sia un ampio - possibilmente unanime - consenso nel voto su questa mozione. Sarebbe la dimostrazione, anche alle autorità egiziane, che la liberazione di Patrick Zaki non è una richiesta di parte, ma è condivisa da tutto l'arco parlamentare e che tutte e tutti vogliamo Zaki cittadino italiano, non per un atto, come è stato detto, meramente simbolico, ma per rendere più forte la nostra battaglia per la liberazione sua e di tutti i prigionieri politici presenti nelle carceri egiziani: tanti, signor Presidente, troppi! L'ingiustizia che si verifica in un luogo - scrisse Martin Luther King dalla prigione di Birmingham nel 1963 - è una minaccia alla giustizia ovunque.

Per questo, cari colleghi e care colleghe, la causa di Patrick Zaki è la nostra causa, di tutti coloro che credono nella libertà e nella democrazia (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia Viva – Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Paolo Formentini. Ne ha facoltà.

PAOLO FORMENTINI (LEGA). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, membri del Governo, siamo qui riuniti per discutere un atto di indirizzo, una mozione, concernente la concessione della cittadinanza italiana a Patrick Zaki, studente egiziano iscritto all'università di Bologna e attualmente detenuto nelle carceri del suo Paese d'origine. Si tratta di una vicenda delicata, difficile, quella in cui è coinvolto il giovane, che chiama in causa valori e interessi in perenne tensione nella formulazione vieppiù complessa, invero, della politica estera di una democrazia come la nostra.

Dal nostro punto di vista, non ci sono dubbi: la politica estera italiana non può essere orientata soltanto al mero perseguimento dei nostri interessi nazionali, ma deve anche essere volta alla promozione di valori e alla testimonianza di una visione del mondo, e la difesa dei diritti umani ne è sicuramente, pienamente parte, così come anche per tanti Paesi occidentali, in testa gli Stati Uniti. Siamo egualmente persuasi del fatto che Zaki sia stato vittima di un sopruso e di una palese violazione dei propri diritti individuali, una circostanza che deploriamo con tutte le nostre forze. Siamo anche sicuri che l'abuso di cui è stato vittima non sia affatto un caso isolato, ma sia parte di un fenomeno molto esteso. Non ovunque, infatti, l'azione di tutela dell'ordine pubblico e di applicazione delle leggi si sviluppa secondo i canoni che contraddistinguono la prassi attuata nel nostro Paese. Ma qual è, allora, l'idea di fondo di questa iniziativa parlamentare, sulla quale siamo chiamati a pronunciarci qui? Nel conferimento della cittadinanza italiana a Zaki è stato visto uno strumento atto a permettere alla nostra diplomazia di esercitare un'influenza sulle decisioni della magistratura egiziana e intavolare un negoziato per ottenere la liberazione del ragazzo o, quantomeno, il rispetto dei suoi diritti, tanto nei tribunali, quanto nei luoghi in cui è detenuto, un presupposto per dare al nostro Governo un titolo plausibile per interessarsene. Vogliamo dirlo: condividiamo l'auspicio che questa soluzione - la concessione della cittadinanza - funzioni, ma, allo stesso tempo, temiamo che questo passo possa, al contrario, rivelarsi controproducente; lo vogliamo dire con grande chiarezza.

Capiamo, quindi, le intenzioni ma esprimiamo più di un dubbio sui risultati che ne deriveranno. Come ci ha insegnato Karl Popper, dobbiamo sempre ricordare che esistono conseguenze inintenzionali di azioni umane intenzionali. Si tratterà, come ha detto, inoltre, il nostro Segretario federale, Matteo Salvini, di un intervento spot, isolato, che difficilmente avrà un impatto più ampio e che potrebbe anche - è bene ripeterlo - rivelarsi dannoso per le sorti del ragazzo, non solo perché quanto oggi farà quest'Aula potrebbe essere percepito come un'ingerenza nella sovranità nazionale egiziana, con la conseguenza paradossale di creare un problema aggiuntivo al ragazzo, ma anche e forse soprattutto perché non dobbiamo dimenticare che l'Egitto è un partner importante dal punto di vista economico e anche ai fini del mantenimento della sicurezza internazionale nella regione mediterranea, dalla lotta al traffico illegale di esseri umani, al contrasto al terrorismo jihadista.

Va anche ricordato come l'Egitto è stato il primo Paese arabo a firmare un Trattato di pace, nel 1979, con Israele e, anche in virtù di questo, la mediazione che l'Egitto ha posto in essere tra Hamas e Israele nella recente guerra.

Ecco perché oggi vogliamo ponderare le parole, essere cauti, raccomandando al Governo l'adozione di un approccio diplomatico realistico, improntato alla moderazione e alla prudenza. Voteremo a favore, con le criticità che abbiamo testé espresso, esprimendo, altresì, grande fiducia in quelle verifiche per la concessione della cittadinanza che il Governo vorrà porre in essere (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Iolanda Di Stasio. Ne ha facoltà.

IOLANDA DI STASIO (M5S). Grazie, Presidente. Colleghi, Patrick Zaki è un ragazzo di trent'anni, studente e ricercatore presso l'Università di Bologna, attivista per i diritti umani. Dal 7 febbraio 2020 è rinchiuso nelle carceri egiziane, dove è costretto a subire, quotidianamente, torture fisiche e psicologiche. È stato privato della propria libertà con delle accuse pretestuose, ma soprattutto è stato privato della dignità di essere umano.

Zaki è detenuto nel carcere di Tora senza una condanna e senza imputazioni specifiche. Le accuse mosse dal governo egiziano sono per attivisti, giornalisti, avvocati e oppositori politici sempre le stesse: diffusione di notizie false dirette a minare la pace sociale; incitamento alla protesta senza permesso; istigazione a commettere atti di violenza e terrorismo; gestione di account social che indeboliscono la sicurezza pubblica; appello al rovesciamento dello Stato. E questi sarebbero proprio i cinque reati di cui è accusato Zaki e come lui tantissimi altri uomini e donne colpevoli soltanto delle proprie opinioni. Ad oggi, non si è ancora svolto il processo e le udienze preliminari vengono continuamente rinviate perché non c'è nessuna volontà da parte della magistratura egiziana di indagare e il solo scopo della detenzione è la repressione.

Nel gennaio 2011 scoppia la rivoluzione egiziana, una delle più importanti di quella che passerà alla storia come primavera araba, questo grande movimento di protesta, di disobbedienza civile che porta con sé la speranza di un cambiamento e di un rinnovamento politico e sociale contro i regimi. E sono proprio i giovani, gli studenti e le studentesse universitarie a guidare questa rivoluzione, con la speranza di un vero cambiamento per il proprio Paese e per un riconoscimento vero dei diritti civili. Tuttavia, in Egitto, dalle dimissioni di Mubarak fino ad arrivare al 2021, la situazione non migliora. Anzi, le repressioni da parte delle Forze armate aumentano sempre di più e diventano più violente, con migliaia di morti e feriti, con persone che, con le più banali accuse, vengono letteralmente rapite e portate nelle carceri, senza nessuna forma di garanzia e senza nessun rispetto per la dignità dell'essere umano (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle). Ed è in questo scenario che Patrick Zaki vive, cresce e studia e prende consapevolezza di quello che è e vuole essere come persona che ama il suo Paese e che non accetta la continua violazione dei diritti umani. Sarà proprio la difesa dei diritti umani che spingerà Zaki ad iscriversi al master GEMMA dell'Università di Bologna, un master d'eccellenza sponsorizzato dalla Commissione europea che si occupa di studi di genere e delle donne. Zaki è testimone delle violenze, anche sessuali, delle sevizie fisiche da parte del Governo egiziano ai danni dei suoi concittadini, ai danni anche di minori e non può stare a guardare quello che succede intorno a lui, inerme. Inizia così a lavorare con una ONG egiziana che si occupa di difendere i diritti.

Vedete colleghi, noi come MoVimento 5 Stelle riteniamo fondamentale il lavoro di sensibilizzazione che si sta portando avanti a tutti i livelli delle autorità egiziane. È importantissimo e delicato il lavoro che, con rigore e dedizione, l'Ambasciata italiana al Cairo continua a svolgere, seguendo direttamente tutta l'evoluzione del procedimento giudiziario. Al tempo stesso, stiamo valutando la possibilità di promuovere un ricorso presso il Comitato istituito dalla Convenzione contro la tortura adottata dalle Nazioni Unite nel 1984 affinché sia avviata un'inchiesta internazionale sulle condizioni dei detenuti politici in Egitto, oppure di attivarsi anche in base all'articolo 30 della Convenzione. Secondo questa norma, sono previste tre fasi per risolvere una controversia tra Stati. Una prima fase è di negoziato e, qualora non ci siano soluzioni, si può procedere con una seconda fase, che prevede l'intervento di un giudice esterno, un arbitrato che emette una sentenza chiamata lodo. Nel caso lo Stato in questione non osservi la sentenza allora c'è il terzo step: cioè si può far ricorso unilateralmente alla Corte internazionale di giustizia.

L'impegno che, con questa mozione, si richiede al Governo di assumere è estremamente importante. Per questo Parlamento i diritti umani sono universali, non sono negoziabili e rappresentano le fondamenta dello Stato di diritto (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle). Nostro obiettivo è anche coinvolgere l'Europa che, a questo punto, non può essere mera spettatrice. L'indignazione e la pressione che può e deve esercitare l'Unione europea e le sue istituzioni potrebbero fare la differenza tra la vita e la morte, non solo di questo giovane uomo, ma anche di tanti altri, come lui ingiustamente detenuti.

Non abbandoneremo Zaki, continueremo a batterci contro la sua ingiusta detenzione e non ci fermeremo fin quando non sarà liberato. Abbiamo il dovere di farlo per tutti coloro che sono oppressi da regimi liberticidi, perché possiamo realmente definirci uomini liberi solo se tutti lo sono. È per tale ragione che esprimo, a nome del MoVimento 5 Stelle, un voto favorevole alla mozione (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto.

(Votazione)

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sulla mozione Quartapelle Procopio ed altri n. 1-00421 (Ulteriore nuova formulazione), su cui il Governo - ricordo - ha espresso parere favorevole.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.

La Camera approva (Vedi votazione n. 1) (Applausi dei deputati dei gruppi MoVimento 5 Stelle, Partito Democratico, Italia Viva, Liberi e Uguali e di deputati del gruppo Misto).

Seguito della discussione della mozione Rizzo, Ferrari, Pagani, Maria Tripodi, Occhionero, Deidda, Berardini, Tondo ed altri n. 1-00452 concernente iniziative volte a commemorare il centenario della traslazione del Milite ignoto all'Altare della Patria (ore 10,55).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione della mozione Rizzo, Ferrari, Pagani, Maria Tripodi, Occhionero, Deidda, Berardini, Tondo ed altri n. 1-00452 concernente iniziative volte a commemorare il centenario della traslazione del Milite ignoto all'Altare della Patria (Vedi l'allegato A).

Ricordo che nella seduta di ieri si è svolta la discussione sulle linee generali ed è intervenuto il rappresentante del Governo.

(Parere del Governo)

PRESIDENTE. Invito il rappresentante del Governo ad esprimere il parere sulla mozione all'ordine del giorno.

GIORGIO MULE', Sottosegretario di Stato per la Difesa. Grazie, Presidente. Come è ricordato nelle premesse dell'atto, la IV Commissione (Difesa) ha approvato, il 31 marzo, scorso la risoluzione n. 7-00604, che impegna il Governo a organizzare un viaggio della memoria con un treno d'epoca, nella composizione più fedele possibile a quella originaria, che compia un identico percorso, con le stesse tappe e gli stessi tempi del treno che portò il Milite ignoto a Roma. Prendendo spunto da questa menzione, voglio ricordare il lavoro della Commissione e dei singoli membri che, nella specifica circostanza, hanno condiviso un percorso unitario, manifestando la più ampia convergenza sia in ordine alle premesse che nella parte dispositiva dell'atto di indirizzo. In quella occasione ho avuto modo di manifestare l'intenzione del Governo di incrementare il numero delle tappe che il treno storico ripercorrerà, attraverso il coinvolgimento anche di altre regioni, in modo da diffondere il più possibile la memoria del gesto di quella madre che nella Patria e nelle spoglie irriconoscibili di quanti durante la Prima Guerra mondiale persero la vita sul fronte individuò quelle del proprio figlio, morto in battaglia. Un percorso condiviso, si diceva, che ha prodotto un testo equilibrato, che risponde, da un lato, all'esigenza, ancora molto avvertita in alcune parti del nostro Paese, di mantenere vivo quel ricordo, nel suo originario significato e, dall'altro, di evitare il rischio di produrre lacerazioni o divisioni sul valore altamente simbolico che esso ancora rappresenta per tutti noi. Al riguardo, peraltro, non ci si può esimere dal rilevare un'ulteriore esigenza, ossia la necessità di diffondere efficacemente tra i giovani, affinché permanga nella coscienza dei posteri, il messaggio proprio delle ricorrenze nazionali e, più in generale, il significato della memoria storica quale patrimonio culturale collettivo, i valori profusi da tali celebrazioni, che integrano, rafforzano e si armonizzano perfettamente con gli obiettivi di educazione, formazione e partecipazione.

Presidente, ciò posto, con l'auspicio di condivisione della memoria, nella speranza di poter addivenire, anche in questa occasione, alla formulazione di un atto di indirizzo unanimemente condiviso, si propone di inserire, dopo l'ottavo capoverso delle premesse dell'atto, il seguente assunto: “È opportuno che il messaggio delle ricorrenze nazionali e, più in generale, il significato della memoria storica, quale patrimonio culturale collettivo, sia efficacemente diffuso tra i giovani, accordandosi perfettamente con gli obiettivi di educazione, formazione e partecipazione”.

Tanto premesso, Presidente, con riferimento al primo impegno della mozione relativo al riconoscimento della cittadinanza onoraria al Milite ignoto, pare utile premettere che l'iniziativa esula dal protocollo d'intesa sottoscritto tra il Commissariato generale e il Gruppo delle Medaglie d'oro al valor militare d'Italia, in quanto il progetto stesso enuclea specifiche competenze tra il citato Gruppo e l'Associazione nazionale dei comuni d'Italia (ANCI).

Comunque, per gli aspetti di più diretta competenza, la Difesa, nell'esprimere piena adesione allo spirito dell'iniziativa, ha supportato e supporta tuttora tramite lo Stato maggiore della Difesa, di concerto con i comandi territoriali, ogni possibile azione volta a sensibilizzare le autorità locali per la piena riuscita di tutte le iniziative legate alle commemorazioni previste. In tale ottica, si assicura che il Commissariato generale sta monitorando le varie concessioni della cittadinanza da parte dei comuni. L'impegno, pertanto, è accoglibile. Per quanto riguarda, invece, il secondo impegno, relativo alla promozione di progetti per le scuole di ogni ordine e grado, volti alla diffusione e alla conoscenza delle vicende storiche legate alla figura del Milite ignoto, si rappresenta che lo Stato maggiore della Difesa-Ufficio storico, in collaborazione con il Commissariato generale per le onoranze ai caduti, ha organizzato un convegno ad hoc, coordinando con il Ministero dell'Istruzione le attività di diffusione…

PRESIDENTE. Sottosegretario Mulè, le chiedo scusa, sono costretto ad interromperla. Porti pazienza, aspettiamo che i colleghi rammentino di trovarsi nel Parlamento della Repubblica italiana, di fronte al Governo. Deputata Lorenzin, deputato Del Basso De Caro, deputato Stumpo…deputata Lorenzin, le chiedo scusa… Colleghi, possiamo riprendere? Sempre che non disturbiamo. Prego, sottosegretario Mulè.

GIORGIO MULE', Sottosegretario di Stato per la Difesa. Grazie, Presidente. Dicevo che, riguardo al secondo impegno relativo alla promozione dei progetti, è stato organizzato un convegno ad hoc, coordinando con il Ministero dell'Istruzione le attività di diffusione, in modalità a distanza, negli istituti di ogni ordine e grado che vorranno aderire. È in corso, inoltre, sempre con il Ministero dell'Istruzione, una collaborazione per la definizione di un bando di concorso nazionale, rivolto a tutti gli istituti scolastici, finalizzato alla creazione di un elaborato grafico per ricordare la figura del Milite ignoto. Si sottolinea, inoltre, che è in fase di realizzazione un'iniziativa in collaborazione con il Ministero dello Sviluppo economico relativa all'emissione di un francobollo commemorativo del Milite, anche con il contributo dell'associazione Fortemaso, associazione storica con sede in prossimità del sacrario militare del Pasubio che sta, al momento, coinvolgendo gli istituti delle scuole superiori della provincia di Vicenza per la realizzazione dei bozzetti del francobollo. La presentazione dell'iniziativa è fissata per il prossimo mese di settembre presso il sacrario militare di Bari e vedrà il coinvolgimento delle scuole cittadine e dello stesso comune di Bari. Pertanto, Presidente, il secondo impegno risulta accoglibile con la seguente riformulazione, che vado a leggere: “a rafforzare il grado di consapevolezza, coinvolgimento e partecipazione dei giovani alla celebrazione della ricorrenza in premessa attraverso il ricorso alle nuove tecnologie, ai linguaggi e agli strumenti contemporanei, nonché a promuovere progetti per le scuole di ogni ordine e grado, volti alla diffusione e alla conoscenza delle vicende storiche descritte in premessa, anche attraverso concorsi, mostre e iniziative pubbliche”.

Con riferimento, infine, al terzo impegno sulle iniziative europee atte ad incentivare la cooperazione tra i soggetti tenuti a sovrintendere ai monumenti alla memoria e ai caduti della Prima guerra mondiale, la Difesa, anche in tale ambito, è fortemente impegnata affinché nei convegni di prossima organizzazione siano invitati ospiti stranieri, quali, ad esempio, gli enti stranieri paritetici del Commissariato generale e le rappresentanze diplomatiche dei Paesi che presero parte al conflitto mondiale, nonché relatori stranieri in grado di riferire sugli eventi storici internazionali accaduti nel corso della Grande guerra e nel dopoguerra. L'impegno, pertanto, è accoglibile.

Mi consenta, Presidente, nella fase preparatoria dell'anniversario del centenario della traslazione delle spoglie del Milite ignoto, che già, come ho appena illustrato, è in corso da molto tempo, di sottolineare il lavoro invero assai importante che sta svolgendo il Gruppo delle medaglie d'oro al valor militare, il suo presidente, il generale Aiosa, il segretario, il colonnello Paglia, la nostra centenaria Paola Del Din, medaglia d'oro vivente al valor militare e le altre medaglie d'oro che stanno collaborando in questo anniversario (Applausi), che sottolinea l'amor di patria nei confronti di una patria che, come diceva la Petrarca, è madre benigna e pia. Il fatto di commemorare, ricordare e sottolineare negli impegni l'attenzione che i giovani devono dare all'anniversario del Milite ignoto significa infondere quello che è contenuto in quella bara: il senso del dovere, il senso del sacrificio, in una parola, Presidente, il senso dello Stato (Applausi).

PRESIDENTE. La ringrazio, sottosegretario Mulè, sono certo che tutti abbiano ascoltato la riformulazione.

(Dichiarazioni di voto)

PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto. Ha chiesto di parlare il deputato Fornaro. Ne ha facoltà.

FEDERICO FORNARO (LEU). Grazie, signor Presidente. Signor sottosegretario, credo che sia giusto inserire questa mozione e il ricordo del centesimo anniversario della traslazione del Milite ignoto all'Altare della Patria nel contesto storico per restituire la dimensione di umanità, scevra da retorica, scevra dalla retorica militarista, scevra dalla retorica nazionalista, perché quel Milite ignoto è il simbolo di una guerra tragica, di una guerra che sconvolse letteralmente l'intero continente europeo. Fu - non bisogna dimenticarlo - la prima guerra di massa. Fino ad allora, le guerre erano combattute prevalentemente da militari di professione; fu la prima volta in cui gli eserciti furono composti da milioni di soldati e, per quel che riguarda il nostro Paese, da milioni di contadini strappati alle loro terre. Fu anche la prima volta che il sistema industriale, l'industrializzazione irruppe anche nel conflitto bellico: ci furono i primi casi di utilizzo, ad esempio, dei gas. Fu una guerra che vide decine di migliaia di ragazzi, da entrambi i fronti, morire, spesso, per spostare di poche centinaia di metri i confini nazionali. All'interno di questo dramma nazionale con oltre 600 mila morti (è stato calcolato che non c'è stata famiglia in Italia che non abbia avuto un militare o un caduto o un ferito) che poi è un dramma europeo - il numero dei caduti in altre Nazioni è stato ben oltre quello dei 600 mila -, c'è il dramma nel dramma, il dramma del Milite ignoto, cioè l'essere morto nei teatri di guerra e non poter neppure essere ricordato, non poter consentire ai familiari agli amici di ricordare, mettendo un fiore sulla tomba, su un cippo, in uno dei tanti luoghi della memoria, che sono i cippi commemorativi della Prima guerra mondiale, non a caso presenti in tutti i comuni italiani.

Non c'è un solo comune italiano che non abbia, nella piazza principale o nel luogo simbolo di quella comunità, quel monumento. E non è soltanto un pezzo della storia d'Italia: questa tradizione di commemorazione dei caduti è una caratteristica di tutta Europa. In tutta Europa, se andate in qualsiasi posto in Francia, in Germania o in Belgio, troverete questi cippi, perché fu una delle guerre che entrò maggiormente nelle comunità e ne alterò gli equilibri generazionali.

Mi è capitato di andare nel mio Piemonte, sulle montagne, e fermarmi in una di queste piazze di questi piccoli centri che ormai hanno 100-200 abitanti e scoprire che spesso quel lungo elenco di nomi incisi sulle lapidi era superiore agli abitanti di oggi: un'intera generazione è stata strappata ai suoi affetti e, tra questi, c'è proprio il Milite ignoto, in fondo l'ultimo tra gli ultimi, l'ultimo dramma nel dramma complessivo di quella guerra.

Quindi, io credo che sia giusto ricordare e noi voteremo a favore. Però, lo dico al sottosegretario che credo condividerà: evitiamo che siano commemorazioni, in qualche modo, gonfie di retorica. Crediamo che sia giusto ricordarlo come un gesto di rispetto nei confronti di quell'umanità, di quelle persone. In fondo, credo che sia giusto ricordare anche perché quei ragazzi nelle trincee sono morti anche nella speranza di non essere dimenticati (Applausi dei deputati del gruppo Liberi e Uguali).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Giorgio Silli. Ne ha facoltà.

GIORGIO SILLI (CI). Grazie, Presidente. Mi scuso con il sottosegretario Mulè perché, in effetti, prima stavamo chiacchierando durante il suo intervento, e ha fatto bene il Presidente a richiamarci, perché l'argomento è importante. Spesso e volentieri, nel terzo millennio, si tende a riflettere sui caduti in guerra come se fosse un qualcosa di appartenente al passato; del resto, dalla Prima guerra mondiale è passato più di un secolo, dalla Seconda più di mezzo secolo.

Con riferimento a questo intervento, anziché prepararne uno politico, come spesso avviene in quest'Aula, ieri, quando il mio gruppo mi ha chiesto di intervenire al riguardo, immediatamente la mia mente è andata indietro nel tempo, e mi sono ricordato chi mi parlò per la prima volta del Milite ignoto.

Signor sottosegretario, signor Presidente sono emozionato a fare questo intervento e mi succede ben poco spesso di essere emozionato. Mio nonno aveva fatto la guerra negli Alpini, nella divisione “Monterosa”; era tenente medico degli Alpini (Applausi). Io ho passato l'infanzia con lui e ricordo che ero sul seggiolino della sua bicicletta al mare - sarà stato alla fine degli anni Settanta - e gli chiesi che cosa fosse il Milite ignoto, perché, spesso, ne sentivamo parlare. Lui mi rispose facendo un giro di parole, che io, francamente - ero bambino - capii poco. Riuscii a capire che era qualcuno che si era immolato ed era morto per la Patria; insomma, nel 90 per cento dei casi, non era sicuramente qualcuno che era andato volentieri in guerra o che era partito volontario; era partito ubbidendo a un ordine, sostanzialmente, rispettando la legge per rappresentare e per difendere il suo Paese.

Ebbene, del Milite ignoto si è scritto tanto anche da un punto di vista politico; ci sono stati addirittura cantautori che hanno parlato del Milite ignoto, quasi come ad additare uno Stato cattivo che manda i giovani in guerra, e ci sono state tantissime canzoni, poesie di guerra dei vari corpi che hanno parlato del Milite ignoto. Vi posso garantire che ieri, quando sono andato a cercarmene qualcuna su Internet, mi sono commosso. Una in special modo, che chiaramente faceva parte degli Alpini, che mi cantava mio nonno, riporta due frasi che sono emblematiche di quello che è il Milite ignoto.

Poi non ci dimentichiamo - non so se è stato detto in discussione generale - una cosa che a me era rimasta in mente rispetto al Milite ignoto; la domanda da bambino era una: ma chi ha scelto il corpo da mettere dentro l'Altare della Patria? Sulla base di che cosa? Soprattutto nella Prima guerra mondiale i morti furono centinaia e centinaia di migliaia. Ebbene, questo è un piccolo episodio che fa riflettere tutti quanti; sì, senz'altro gli uomini ma soprattutto le donne alle quali, all'epoca, non era permesso di far parte della Difesa.

Ebbene, furono scelti 11 cadaveri e furono messi tutti in fila all'interno della Basilica di Aquileia e una donna, che aveva perso il figlio che era un sottotenente, in rappresentanza di tutte le donne d'Italia, mogli, madri, sorelle che avevano perso i propri cari in guerra, scelse uno di questi cadaveri. È brutto dire “cadavere” ma rende molto l'idea, signor sottosegretario. All'interno del sacello nell'Altare della Patria c'è il corpo scelto da questa donna.

Riferendomi ai versi di cui parlavo prima, ne voglio leggere un paio all'Assemblea perché veramente toccano il cuore e fanno capire quanto sia ancora attuale la questione del Milite ignoto. Magari nel 2021 di ignoto, ovviamente, c'è poco, perché i sistemi sono cambiati; è difficile avere un numero di caduti nelle battaglie così ampio da non riconoscere chi è e chi non è. In questa canzone degli Alpini un verso dice: “Soldato ignoto, e tu: perduto fra i meandri del destino! Mucchio senza piastrino, eroe senza medaglia, il nome tuo non esisteva più. Finita la battaglia, fu chiesto inutilmente, nessuno per te poteva dir: presente!”.

Questo rende l'idea di quanto difficile sia non solo per i familiari, ma per lo stesso Paese, per lo Stato-Nazione accettare che qualcuno cada sul campo senza sapere chi è questo qualcuno. È una cosa devastante, signor sottosegretario.

Quindi, è chiaro, avrete capito dal mio tono che il voto di Coraggio Italia è assolutamente a favore. Ebbene, il monumento al Milite ignoto, che troviamo quasi in tutto il mondo, sicuramente ovunque in Europa, ridà una sorta di dignità a chi è caduto per la Patria senza avere un nome sulla lapide, sulla tomba. È un qualcosa che tocca le nuove generazioni, che deve essere fatto conoscere alle nuove generazioni, fin troppo pervase da argomenti superficiali, che poco fanno conoscere come si è formato il nostro Paese, come si sono formati i confini del nostro Paese, come abbiamo guadagnato la libertà e l'unità nazionale, che cosa facciamo in quest'Aula, eccetera. È meraviglioso perché alla fine di questo inno, di questa canzone, in tre righe, si riassume perfettamente il perché di un monumento al Milite ignoto da tutte le parti d'Europa e del mondo. Dice: “Tu sei l'eroe che non morrà mai più! E solo la tua salma, che volta ad oriente, da Roma può rispondere: presente!”.

È per questo, signor Presidente e signor sottosegretario, che siamo quanto mai convinti e decisi a votare a favore.

Ringraziamo il presentatore di questa mozione; inoltre, non possiamo che dire grazie non solo al nostro Paese, ma anche ovviamente a tutte le forze di Difesa, all'Esercito, all'Aeronautica e alla Marina che, in questi, anni hanno garantito pace e prosperità al nostro Paese (Applausi dei deputati dei gruppi Coraggio Italia e Fratelli d'Italia).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Giuseppina Occhionero. Ne ha facoltà.

GIUSEPPINA OCCHIONERO (IV). Grazie, Presidente, Governo, colleghe e colleghi. Il 4 novembre 1921 è l'anniversario della fine della Prima guerra mondiale ed è stata deposta la bara del Milite ignoto nella cripta del monumento del Vittoriano a Roma e al caduto ignoto fu conferita la Medaglia d'oro al valor militare. Tale monumento è dedicato ai 651 mila caduti italiani della Prima guerra mondiale, che vennero chiamati a combattere per la patria. Cento anni dopo, nel rispetto del principio pacifista sancito all'articolo 11 della Costituzione, nonché a seguito della nascita dell'Unione europea, che ha unito i popoli che combatterono durante il Primo conflitto mondiale, il senso profondo del Milite ignoto acquista dei nuovi contenuti e si pone come monito per le future generazioni. Tali temi - lo abbiamo detto - sono stati molto sentiti dal gruppo delle Medaglie d'Oro al Valor Militare d'Italia, il quale, a seguito di deliberazione adottata dall'unanimità dei presenti all'Assemblea ordinaria dei soci effettivi, ha delegato l'ANCI a promuovere delle iniziative commemorative finalizzate alla valorizzazione storica, morale e sociale del Milite ignoto. Tra queste, voglio ricordare chiaramente la risoluzione approvata dalla IV Commissione difesa della Camera dei deputati, che impegna il Governo a organizzare un viaggio, il viaggio della memoria, un viaggio che ripercorre le stesse tappe dell'epoca con un treno d'epoca, nella composizione - come è stato già detto - più fedele possibile e che compia un identico percorso con gli stessi tempi di quel treno che portò il Milite ignoto a Roma. È un fortissimo richiamo a una cooperazione con gli Stati membri dell'Unione europea, per quella celebrazione dei caduti del Primo conflitto mondiale che unisce i militi ignoti di tutta Europa in un abbraccio corale, che ricorda l'unità raggiunta e i valori costituenti della pace e della fratellanza tra i popoli, e, oggi più che mai, di quell'abbraccio corale e ideale abbiamo tutti un forte bisogno. Ecco perché ritengo assolutamente pregevole la mozione di cui oggi discutiamo - ringrazio i colleghi e il Governo per l'impegno profuso - perché sostenere il Milite ignoto, il cittadino d'Italia avviato in questa traslazione all'Altare della Patria dal gruppo delle Medaglie d'Oro, diventa fondamentale per il recupero di quella dignità e di quella umanità di cui noi oggi tutti dovremmo più che mai essere fieri ed orgogliosi.

È stato già detto: il progetto mira a rafforzare quel percorso di formazione anche scolastica, e ringrazio il Governo per l'impegno che in questa direzione ha voluto migliorare. È giusto tenere vivo il ricordo del Milite ignoto nella consapevolezza e nel coinvolgimento dei giovani, che sono i veri driver della costruzione di un futuro migliore. Mi piace sottolineare l'impegno del Governo rispetto ai progetti scolastici, di ogni grado e ordine, che sono volti proprio alla diffusione e alla conoscenza di quelle vicende storiche che dobbiamo preservare nel nostro profondo, perché hanno segnato la storia, e il Milite ignoto lo ha fatto. Quindi, ben vengano tutte quelle iniziative - mostre, concorsi, convegni, anche a distanza - che possono e devono necessariamente rinverdire il ricordo di una parte di storia che deve renderci orgogliosi.

In fondo, lo abbiamo detto, è un momento di grande umanità, è un momento di immedesimazione di massa in un evento che unisce moralmente l'Italia. Quel viaggio, quel viaggio ideale che vogliamo ripercorrere, deve preservare il valore storico di quell'evento, lontano da sterili trionfalismi e dalla falsa retorica di cui non abbiamo assolutamente bisogno, ma rinverdirlo attraverso le attività celebrative che hanno proprio l'obiettivo di trasmettere alle nuove generazioni il valore della storia, in particolare del Milite ignoto. Io, noi riteniamo che anche questo sia europeismo, che si rinnova proprio in quel desiderio di pace e di fratellanza tra i popoli. Ecco il perché, sostanzialmente, con grande entusiasmo, io ringrazio tutti coloro che hanno lavorato a questa mozione e non posso che consegnare a quest'Aula il voto convintamente favorevole e positivo di Italia Viva. Grazie (Applausi dei deputati del gruppo Italia Viva).

PRESIDENTE. Grazie a lei, deputata Occhionero.

Ha chiesto di parlare il deputato Salvatore Deidda. Ne ha facoltà.

SALVATORE DEIDDA (FDI). Grazie, Presidente, Sottosegretario, colleghi. Convintamente abbiamo sottoscritto la mozione del Presidente della Commissione, Gianluca Rizzo, del collega Aresta, a dimostrazione che in Commissione difesa, anche con gli altri colleghi, c'è un clima di collaborazione fattiva. È un clima per cui, quando vogliamo, riusciamo a portare avanti provvedimenti - come stiamo facendo - anche su temi di attualità come la legge n. 244, il reclutamento e altri temi, riuscendo a lavorare con unanimità, con pieno spirito di collaborazione e senza divisioni partitiche o ideologiche.

Questo è un tema a cui noi teniamo particolarmente. Abbiamo aderito, come Fratelli d'Italia, all'iniziativa dell'Associazione Medaglie d'oro, portando nei comuni la mozione e cercando di far capire che non è un esercizio di retorica patriottarda. Per questo, abbiamo spiegato anche ai colleghi, per esempio del Partito democratico e della sinistra, che a Cagliari hanno votato contro questa mozione, che qui in Parlamento si respira forse un'altra aria e ci dovrebbe essere magari maggiore sensibilità. Ho apprezzato il voto del collega Fornaro. Egli ha spiegato con le sue motivazioni i suoi timori, anche ovviamente i suoi intenti su come devono essere fatte le iniziative, ma su un tema come questo non ci devono essere divisioni, perché quel Milite ignoto ma anche quei tanti eroi che hanno combattuto quella Grande Guerra lo hanno fatto con uno spirito che dovremmo cercare di insegnare nelle scuole; uno spirito che dovremmo cercare di divulgare in questa nostra società. Attilio Deffenu, Alberto Riva di Villasanta, Eligio Porcu - io parlo a quelli della mia terra - hanno lasciato degli scritti in cui raccontavano le loro paure, il dramma ma anche i loro propositi. Erano ragazzi che scappavano pure dalle loro famiglie per andarsi ad arruolare in nome di un sentimento, quello per l'unità dell'Italia, che rende onore a loro e deve veramente essere di insegnamento per le prossime generazioni, per capire i sacrifici che hanno dovuto portare avanti col sorriso e con l'animo di chi voleva veramente il bene superiore.

Io guardo ancora con commozione quando in quei monti e in quelle terre vengono ritrovati gli scheletri, i resti e le attrezzature di quei militari. Ancora oggi vengono ritrovati degli italiani, ma anche degli austriaci, e guardiamo con rispetto a chi ha donato la propria vita per la patria e per difendere la propria bandiera. Per questo motivo è importante che in ogni comune sia concessa la cittadinanza al Milite ignoto, che questo Parlamento oggi voti all'unanimità, che tutti i cittadini vedano questa grande comunanza di intenti. Declinando questa grande manifestazione che volge lo sguardo indietro, io guardo i militari di oggi: contesti diversi, una società diversa, bisogni diversi, ma lo stesso spirito di sacrificio che hanno incarnato gli uomini che indossavano quella stessa divisa; sono i nostri militari, che vanno in terre lontane, che hanno dimostrato anche in questi giorni, il grande amore che hanno per tutto il popolo italiano, non solo per la campagna di vaccinazione. Ogni giorno, in quelle caserme, non è vero, come qualcuno dice per svilupparli, che giocano a carte e chissà cosa fanno: no, si addestrano, sono sempre pronti; quando c'è un incendio, quando c'è da trasportare un neonato da una terra lontana, da un'isola verso un ospedale più attrezzato, lo fanno veramente al di là di quanto prendono o del loro contratto. Ogni giorno noi ci dovremmo ricordare che chi indossa una divisa, quei militari sono pronti lì a donare la propria vita, a sacrificare la propria famiglia per tutti noi. Celebrando il Milite ignoto noi dobbiamo celebrare quegli uomini e quelle donne della Difesa. Dobbiamo farlo con unanimità, dobbiamo farlo tutti insieme e dobbiamo cercare, fin quando indossano quella divisa ma anche dopo, di garantirgli una vita migliore, perché, appunto, nella loro missione essi mettono in conto che potrebbero perdere la vita, in nome della Patria.

Fratelli d'Italia non mancherà nel sostenere e nel continuare a valorizzare quelle storie, quelle storie che sono fatte di tanti sentimenti, sentimenti che - ripeto - vanno studiati perché dobbiamo smentire chi ha parlato, a volte, di rastrellamenti, di forzature. Persone, che venivano da terre diverse, con lingue diverse, sono andate in una terra lontana. All'inizio, quella guerra sembrava lontana, sembrava che non coinvolgesse tutto il Paese, tutta l'Italia, ma poi il risultato è stato straordinario. Il Milite ignoto è arrivato a Roma lungo un percorso e ringrazio chi - come il collega Ferrari - ha parlato del treno, ha ricordato quel treno che ha viaggiato e ha percorso tutta l'Italia, e ha ricordato con quale commozione il popolo italiano abbia accompagnato le spoglie di quel nostro militare. Tutti dobbiamo recuperare quei sentimenti di unione, per costruire un'Italia del domani che onori sempre la nostra storia, perché la storia di quella vittoria non venga cancellata dai tempi, non venga cancellata da chi vuole sminuire i gesti di queste persone, con rispetto, senza retorica, senza macchiarla con l'ideologia e con le divisioni partitiche.

Non devo dilungarmi perché è un tema per me così semplice che non servono altre parole. La ringrazio, sottosegretario, e non dimentico che anche voi state dimostrando questo sentimento quando vi rapportate con tutte le forze politiche, anche con l'opposizione, nel lavorare per il bene delle Forze armate.

Quindi, annuncio il voto favorevole di Fratelli d'Italia, ricordando sempre che l'Italia è un bene superiore, che tutti noi dobbiamo avere a cuore grazie (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Maria Tripodi. Ne ha facoltà.

MARIA TRIPODI (FI). Onorevoli colleghi, sottosegretario, credo che questo Parlamento oggi si appresti a scrivere una bella pagina di politica, con la “p” maiuscola. La coralità con la quale abbiamo portato avanti la mozione per le iniziative volte a commemorare il centenario del Milite ignoto dimostra come il Paese, esattamente un secolo dopo la traslazione del sacello all'Altare della Patria, abbia la stessa comunanza valoriale che cementò il nostro sentimento nazionale nel 1921. Molti di noi, ieri, hanno ricordato come il Soldato ignoto sia il simbolo di una generazione che ha immolato la vita per la Patria. Vale la pena aggiungere che è anche il simbolo di luoghi e accadimenti diventati stella polare della nostra storia. Il Carso e l'Isonzo, il Piave, Vittorio Veneto: nelle trincee di questi luoghi si combatté aspramente e si contarono tantissimi di quei 600 mila morti che perirono nel Primo conflitto mondiale. Uomini semplici, di ogni ceto sociale, che partirono da ogni parte d'Italia arruolandosi, anche volontariamente, in ossequio a quell'ideale patrio, pilastro non negoziabile e custode delle nostre secolari tradizioni. Tra loro vi erano i Ragazzi del ‘99. Armando Diaz, osservandoli, scrisse anni dopo: li ho visti i Ragazzi del '99, andavano in prima linea cantando; li ho visti tornare in schiera esigua, cantavano ancora. Come non ricordare, signor Presidente, tra i tanti patrioti, Nazario Sauro, mandato al patibolo dagli austroungarici per essersi arruolato nella Regia marina italiana e che lasciò ai figli delle straordinarie lettere di amor patrio?

Credo, Presidente, che oggi è proprio con questo spirito che quest'Aula si appresta a votare una mozione che non è un semplice atto parlamentare, ma un mattone di quel sentire comune nazionale nella casa della memoria di un popolo, quello italiano, che oggi combatte, proprio come durante il conflitto del 1915-1918, una guerra cruenta e subdola contro un nemico che, anche oggi, speriamo di vincere. Speriamo di vincere questa guerra, Presidente, proprio come la vincemmo nel 1918, quando uno degli eserciti più potenti del mondo risalì, in disordine e senza meta, le valli che aveva disceso con orgogliosa sicurezza.

Signor Presidente, mi consenta, prima delle conclusioni, di rivolgere un pensiero commosso, profondamente grato, sentito e deferente ai 12 decorati di medaglia d'oro che il 4 novembre del 1921 portarono a spalla il Milite ignoto, accompagnandolo nella cripta ai piedi della statua della Dea Roma, all'Altare della Patria. Un emblema assoluto di onore e orgoglio, un onore e un orgoglio patrio che oggi, colleghi, rivive nel cuore e nelle azioni di altri decorati che – consentitemi, perché lo dobbiamo dire – hanno una considerazione che non è alla loro altezza e che meriterebbero ben altra considerazione da quella loro riservata dalle istituzioni. Mi riferisco, in particolare, signor Presidente, al Gruppo delle medaglie al valor militare d'Italia, guidato dal generale Rosario Aiosa, che conta al proprio interno eroi del nostro tempo, come Gianfranco Paglia.

Presidente, come diceva una grande italiana, Oriana Fallaci, la Patria non è un'opinione, non è una bandiera e basta; la Patria è un vincolo fatto di molti vincoli, che stanno nella nostra carne e nella nostra anima, nella nostra memoria genetica.

Per tutti questi motivi, annuncio il voto favorevole di Forza Italia (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia-Berlusconi Presidente).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Frailis. Ne ha facoltà.

ANDREA FRAILIS (PD). Grazie, signor Presidente. Sottosegretario Mulè, colleghe e colleghi, i milioni di turisti che ogni anno visitano la nostra meravigliosa città di Roma - dico nostra perché, lavorandoci da anni, la sento anche un poco mia - arrivati in piazza Venezia, si fermano per osservare ma anche per ammirare, fotografare e filmare quel grande monumento in marmo bianco che tutto il mondo conosce con il nome di Altare della Patria. Ma in quanti realmente sanno che cosa rappresenti questo monumento e a chi è dedicato quello che è stato definito un altare laico? Ho provato, nei giorni scorsi, a domandare a qualche giovane se sapesse che cos'è l'Altare della Patria. Ho ottenuto delle risposte confuse, frutto forse di sbiadite reminiscenze scolastiche. Insomma, davvero in pochi sanno che cos'è l'Altare della Patria, chi è sepolto nell'Altare della Patria, che cosa rappresenti per il nostro Paese e per la nostra storia. Ecco perché iniziative come quella di cui oggi discutiamo sono utili, anzi, sono indispensabili. Il monumento è dedicato a un soldato sconosciuto, volutamente non identificato, che rappresenta tutti i 651 mila caduti italiani nel corso della Prima guerra mondiale. In quest'anno, nel quale ricorre il centenario di quella straordinaria tumulazione, che avvenne con una solenne, maestosa e partecipata manifestazione, ci sono immagini in bianco e nero davvero straordinarie che possono essere osservate.

Con una decisione assunta dalla Commissione difesa di questa Camera, di cui faccio parte, si è deciso di ricordare quel grande e doloroso momento, per riviverlo attraverso numerose iniziative. A proposito, sottosegretario Mulè: lei ha detto, nella sua introduzione, che il novero delle manifestazioni verrà ampliato, probabilmente le località saranno anche aumentate di numero. Io spero che nella mia Sardegna qualcosa possa arrivare a ricordo di quella straordinaria manifestazione.

Di queste iniziative saranno protagonisti tutti i comuni italiani attraverso l'ANCI, per ripercorrere il viaggio di quel treno che portò quella salma fino a Roma, il gruppo delle Medaglie d'Oro al valor militare, promotore dell'iniziativa “Milite ignoto, cittadino d'Italia” e, ancora, le scuole di ogni ordine e grado, impegnate nella diffusione della conoscenza di quelle vicende storiche; infine, i Paesi membri dell'Unione europea e i loro alleati.

Appare oggi di grande evidenza come l'iniziativa, della quale discutiamo in quest'aula, tenda a rileggere la storia di quel conflitto con lo spirito e i valori del nostro tempo, senza però dimenticare il coraggio e l'eroismo di molti caduti italiani. L'Italia del 1915 era un Paese a economia prevalentemente agricola; affrontò quel conflitto, chiamando alle armi milioni di contadini e assoggettando, in qualche modo, a un'economia di guerra l'intera popolazione del nostro Paese. Nel corso di quella guerra, furono mobilitati quasi 6 milioni di italiani su una popolazione complessiva di 36 milioni e, come detto, caddero in 651 mila; in tutti i Paesi belligeranti, i morti furono più di 10 milioni. Fu, quindi, un conflitto sanguinoso che, è vero, risparmiò le popolazioni civili, al contrario di quel che accadde poi nella Seconda guerra mondiale, ma quel conflitto ebbe conseguenze catastrofiche per le condizioni di vita di moltissime famiglie in molte parti del nostro Paese. Nella mia Sardegna, i morti furono 13 mila (per noi, più o meno, la popolazione di una cittadina di medie dimensioni); tanti giovani ricevettero la cartolina precetto e quella fu la prima volta per molti, anche purtroppo l'ultima, che avvertirono la presenza dello Stato, del Regno d'Italia, oltre ovviamente alle cartelle dei tributi da pagare. Nelle famiglie dove venne a mancare il sostegno economico del lavoro di un padre, di un marito o di un fratello furono le donne - ancora una volta, le donne - a rimboccarsi le maniche e a mandare avanti la famiglia. Moltissimi ragazzi combatterono, con grande valore, nelle trincee, in molti casi, senza neppure conoscere quelle zone d'Italia, per le quali erano disposti ad offrire le loro vite, eppure lo fecero con grande coraggio e con grande valore. Sappiamo, Presidente, colleghi, che è arduo guardare agli eventi del passato con le lenti del presente. “Un paese dalle solide radici come l'Italia non deve avere il timore di guardare anche alle pagine più buie e controverse della propria storia recente”: lo ha scritto il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo messaggio, in occasione di un convegno a tema svoltosi a Rovereto nel maggio del 2015. Sono parole, queste, che tornano d'attualità nel centenario di quella che fu la vittima più innocente di quel conflitto e che, nel Milite ignoto, trova un simbolo ammonitore. La conduzione del conflitto da parte dei vertici militari del tempo fu, a dir poco, disastrosa, arrivando a scaricare sui soldati, accusati di codardia di fronte al nemico, le proprie evidenti responsabilità, in modo particolare, dopo la disfatta di Caporetto. Vi fu, addirittura, un arbitrario ricorso alla pena di morte per semplici reati contro la disciplina e venne addirittura praticata e incoraggiata la pratica della decimazione. Per inquadrare il capitolo delle fucilazioni e delle decimazioni dei soldati italiani negli anni che vanno dal 1915 al 1918 è necessario ricordare anzitutto le numerose circolari che furono emanate. Scrivono gli storici Mario Isnenghi e Giorgio Rochat ne “La Grande guerra”: La lettura delle numerose circolari sulla disciplina è mortificante, così come l'elenco dei provvedimenti che prescriveva, in termini ultimativi, un'azione immediata ed esemplare di tribunali regolari e straordinari, decimazioni di reparti, abbattimento di vili per mano degli ufficiali, insomma fucilazioni e galera. Nel corso del primo conflitto mondiale, la Brigata Sassari ebbe, in numerose azioni sul Carso e sull'altopiano di Asiago, un alto numero di vittime: 138 sassarini ogni 1.000 incorporati, contro la media nazionale di 104. Le perdite subite furono di 3.817 tra morti e dispersi e 9.104 tra mutilati e feriti. La Brigata, che generalmente inquadrava 6 mila soldati, venne ricostituita due volte e per rigenerarla furono trasferiti nelle sue file i soldati sardi che militavano in altre reggimenti e, alla fine, i giovani, poco più che diciottenni, “i ragazzi del ‘99”, furono chiamati a riscattare la sconfitta di Caporetto. L'ultimo ragazzo del ‘99 è stato Giovanni Antonio Carta, nato a Mores il 28 dicembre 1899, e lì è morto, il 6 giugno 2007, caporal maggiore del 151º Reggimento fanteria Sassari. Pagine drammatiche, veramente tragiche, magistralmente narrate nel libro “Un anno sull'Altipiano” di un altro sardo, Emilio Lussu, a quei tempi ufficiale della Brigata Sassari. Un'altra delle più impressionanti cronache di un sopravvissuto alla guerra c'è stata donata da un altro grande della nostra cultura, Giuseppe Ungaretti, nella sua celeberrima “San Martino del Carso”. Ricordare e capire non vuol dire necessariamente assolvere o giustificare. La memoria di quei mille e più italiani uccisi dai plotoni di esecuzione dello stesso esercito interpella oggi la nostra coscienza di uomini liberi e il nostro senso di umanità: lo ha scritto, ancora una volta, il Capo dello Stato, il Presidente Sergio Mattarella.

Colleghi, nell'anno del centenario, e più precisamente nella seduta del 21 maggio del 2015, la Camera ha approvato, con voto unanime, una proposta di legge del Partito Democratico e del MoVimento 5 Stelle, per riabilitare queste vittime di una giustizia ingiusta. Nel corso di questa legislatura, iniziative nella stessa direzione sono state prese al Senato, con l'approvazione di un ordine del giorno, e dalla regione Friuli-Venezia Giulia, con l'approvazione di una legge apposita. Manca ancora però un atto legislativo che sia pieno e che solo il Parlamento può, anzi dovrebbe emanare. In conclusione, signor Presidente, gentili colleghi, l'occasione del centenario della traslazione della salma del Milite ignoto all'Altare della Patria deve essere utilizzata, a mio parere, per esaltare gli atti di coraggio e di autentico eroismo di centinaia di nostri ragazzi che scrissero pagine indimenticabili nella nostra storia recente, ma anche per una profonda riflessione su quel periodo storico, sul quale molto si è scritto, ma molto rimane ancora da indagare, specie in relazione a quegli episodi di ingiustizia dei quali riferivo poco fa. Per tutti questi motivi, noi, deputati del Partito Democratico, voteremo convintamente a favore di questa mozione (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Fabio Massimo Boniardi. Ne ha facoltà

FABIO MASSIMO BONIARDI (LEGA). Grazie Presidente, per poter meglio comprendere gli impegni della mozione in discussione oggi, con i quali si chiede al Governo di promuovere progetti per le scuole, per far conoscere meglio le vicende storiche, bisogna fare un doveroso passaggio sulla realtà che hanno vissuto i nostri soldati al fronte, durante la Grande guerra. Pensiamo alle trincee, dove i militari vivevano in condizioni igienico-sanitarie pessime; la sporcizia e la mancanza di igiene trasformarono le trincee in luoghi ove malattie, come tifo, dissenteria e colera, oltre alla costante presenza dei topi, rendevano la vita al fronte infernale; la fame, la difficoltà di conservazione degli alimenti, le intemperie, come giustamente è anche citato nel testo della mozione. Riguardo le intemperie climatiche: pensate a quei ragazzi che arrivavano dalle realtà rurali del Mezzogiorno che si trovarono ad affrontare inverni di neve e di gelo con la mancanza di equipaggiamenti adeguati, sia in termini di divise che di armamenti. Abbiamo avuto la fortuna di visitare l'Accademia militare di Modena; all'interno del Museo dell'Accademia c'è proprio una sezione dedicata alla Prima guerra mondiale e c'è una ricostruzione di parte di una trincea, con un impietoso paragone tra gli armamenti e, soprattutto, le divise che avevano i nostri soldati e quelle dei soldati austroungarici. Ricordiamoci anche che la Grande guerra è stato il primo conflitto nel quale sono apparse le prime armi chimiche: venivano utilizzati i gas e si utilizzò l'aviazione per bombardare le trincee. Questo per dare un quadro di insieme della situazione che vivevano i nostri ragazzi. In Commissione difesa abbiamo approvato, su proposta della Lega, poi appoggiata da tutti i partiti dell'asse parlamentare, una risoluzione che chiede la rievocazione storica della traslazione del Milite ignoto all'Altare della Patria, tramite Fondazione Ferrovie dello Stato, per far rivivere ciò che è accaduto in quei giorni del 1921. Ricordiamo la partenza del treno, alle ore 8 del 29 ottobre, dalla stazione di Aquileia, che portava il Milite ignoto, a passo lentissimo, per poter dare a tutta la popolazione la possibilità di rendere omaggio al Milite ignoto, che rappresentava tutte quelle migliaia di ragazzi che sacrificarono la propria vita e non ebbero la fortuna di avere una tomba, in quanto mai identificati. Il convoglio ha attraversato cinque regioni, 120 stazioni, fino ad arrivare, il 4 novembre 1921, alla stazione Termini, per poi finire il suo viaggio tumulato nel sacello posto sull'Altare della Patria. Voteremo convintamente a favore di questa mozione, perché è doveroso, da parte nostra, trasmettere alle nuove generazioni i valori del sacrificio dei nostri soldati.

Faccio un appello a tutti, anche al rappresentante del Governo: è giunto il momento che il 4 novembre torni a essere una festa nazionale (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier).

Io, da amministratore locale, ho sempre posto un'attenzione particolare alla manutenzione del monumento in ricordo dei nostri soldati caduti nella Grande guerra, perché, in una comunità che ha donato i suoi figli, è doveroso che la stessa comunità li ricordi sempre.

Come ieri ha detto il mio collega Ferrari in discussione generale, centinaia di migliaia di uomini, che hanno sacrificato la propria vita, ora come allora, non devono essere dimenticati e non verranno dimenticati, perché, Presidente, un popolo che non onora e non ricorda i propri eroi e che non rispetta e non fa rispettare le proprie tradizioni è un popolo destinato a perdere i propri ideali e a scomparire dalla storia (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Aresta. Ne ha facoltà.

GIOVANNI LUCA ARESTA (M5S). Grazie, Presidente. Colleghe, colleghi, Governo, il MoVimento 5 Stelle voterà convintamente questa mozione. Ringraziamo il presidente della Commissione Difesa Gianluca Rizzo, che oggi siede alle mie spalle, non solo per aver preso questa lodevole ed importante iniziativa, ma anche per aver avuto la capacità di unire intorno ad un medesimo testo l'intero arco delle forze parlamentari. Guardate, è un fatto non banale l'unità delle forze politiche su un tema, quello del Milite ignoto, che affonda le sue radici in una delle tragedie più gravi della nostra Nazione e del nostro continente. Figlio di un periodo storico, la Prima guerra mondiale, in cui i popoli, oggi fratelli, uniti dalla comune appartenenza all'Unione europea, si affrontarono sui campi di battaglia, nella prima guerra combattuta con le armi moderne, dal cielo, dal mare e da terra.

Si sperimentò sulla pelle di quei soldati l'uso delle armi chimiche, l'affondamento di interi incrociatori e altre navi da guerra, a cui in ben pochi sopravvissero.

Papa Benedetto XV definì come “l'inutile strage” quella guerra che sconvolse l'Europa, tanti furono i morti, i mutilati, gli orfani, le vedove, prodotti dal conflitto. È in questo contesto che in tutta Europa prese piede la necessità di metabolizzare quelle tragedie, dandogli un senso di unità della Nazione, facendone un simbolo solenne, affinché l'immenso dolore di tanto sacrificio trovasse una ragione nella trasmissione della memoria e nel riconoscimento delle sue giovani vittime.

Quel corpo del Milite ignoto, spogliato da un tragico destino dell'identità personale e col suo anonimato di tutti i sentimenti negativi che costellano l'esistenza dell'essere umano, ha rappresentato, nei vari contesti culturali susseguitesi nel tempo, la sublimazione del sacrificio individuale nella difesa della Patria e del suo popolo, ma anche e soprattutto un monito per chi era sopravvissuto e per le generazioni future, affinché il ricorso alla guerra venisse sostituito con un altro sistema nelle relazioni internazionali, capace di risolvere per la via del dialogo e della diplomazia le controversie tra gli Stati.

Retorica e la parola “Patria” spesso si accompagnano, sembrano due fratelli gemelli. Eppure, non c'è alcuna retorica nel gesto della scelta della bara, affidata alla signora Maria Bergamas di Gradisca d'Isonzo, madre di Antonio Bergamas, sottotenente del 138° reggimento della brigata “Barletta”. Il figlio era stato un volontario irredentista, che disertò l'esercito austro-ungarico per unirsi a quello italiano; perse la vita in combattimento e i suoi resti non vennero mai ritrovati. Quella madre rappresentava, non solo le madri di chi volontariamente scelse di andare in guerra, ma anche e soprattutto le madri dei tantissimi ragazzi inviati al fronte dalle campagne d'Italia dalla coscrizione obbligatoria, in territori che non conoscevano, e spesso tra di loro non parlavano neppure la stessa lingua. La meglio gioventù perse la vita al fronte.

Tra di loro, anche tantissime donne crocerossine perirono nel servizio. Chi sopravvisse si portò dentro l'angoscia della trincea e il ricordo del commilitone che non ce l'aveva fatta e, poi, la fame, il freddo, i rigidi inverni sul Carso, la disfatta di Caporetto e l'eroica tenuta sul Piave.

Anche un nostro collega, che sedeva proprio in quest'Aula, esattamente un secolo fa, Emilio Lussu, ex tenente del Regio Esercito, partito al fronte anch'egli volontario, descrisse in modo memorabile la vita di trincea, la generosità dei nostri soldati e l'impreparazione di chi doveva condurli. Immagini che Francesco Rosi, regista e sceneggiatore, seppe magistralmente mettere insieme in un bellissimo film, ispirato a quel libro, intitolato Uomini contro.

Moltissime delle lettere dal fronte ai familiari sono custodite dalle associazioni combattentistiche nei loro musei. L'archivio diaristico di Pieve Santo Stefano ha raccolto scritti e diari di centinaia di soldati, ma anche di fidanzate, madri e padri, che vissero quei giorni con la trepidazione e il timore per il destino dei propri cari.

Sono già stati ricordati i versi del poeta soldato Ungaretti e quelli di altri ancora, per capire quanto profonda sia la cicatrice che ci lega a quel periodo, anche perché, all'interno di quel chiaroscuro della storia, l'Italia e l'Europa di allora non riuscirono a costruire un ordine di pace e di giustizia e nacquero i totalitarismi e, con loro, nuove e tragiche guerre.

Oggi ci inchiniamo davanti alla tomba del Soldato ignoto e, davanti a tutti i monumenti dei caduti. Dobbiamo rinnovare l'impegno che in quest'Aula scrissero i costituenti: far sì che la guerra sia ripudiata e bandita dalla storia.

Per questo le Forze armate della Repubblica sono impegnate a garantire la sicurezza della nostra Nazione e la difesa dei valori democratici e di solidarietà, che li vedono, per volontà libera del Parlamento, impegnati nelle missioni di pace e in tanti luoghi di conflitto e di dolore; Forze armate che abbiamo visto spendersi al fianco della società civile durante l'emergenza pandemica. Con l'esplosione del COVID-19, infatti, le nostre Forze armate hanno svolto un ruolo fondamentale di sostegno e vicinanza alla popolazione, mettendosi a disposizione per fare i tamponi ai cittadini, distribuire dispositivi di sicurezza e sanificare gli ambienti, per non parlare del ruolo svolto nel piano di somministrazione, distribuzione e stoccaggio dei vaccini. Per questo grazie, grazie e grazie ancora alle nostre Forze armate (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

Oggi, colleghi, in un mondo che si evolve verso una società multietnica e sovranazionale, il significato profondo e simbolico del Milite ignoto - dei militi ignoti d'Europa, come ci ricorda giustamente la mozione che ci apprestiamo a votare - si è andato sempre più universalizzando, trasformandosi, da simbolo valoriale di una Nazione e di un popolo, in patrimonio dell'umanità, archetipo della perenne lotta per il bene della comunità contro i tanti mali che l'affliggono, dell'affermazione della idealità etica che dà significato al percorso dell'esistenza umana contro ogni egoismo individuale.

Nel fronteggiare la pandemia, l'Europa ha avuto la forza di gettare le basi per un nuovo futuro. Grazie all'impegno del Governo Conte, abbiamo ottenuto il Recovery Fund e riportato in auge proprio l'idea di una comunità. Non possiamo permetterci di riproporre gli errori del passato, ma dobbiamo proseguire nel cammino della integrazione europea.

Per questo, come MoVimento 5 Stelle, promuoviamo una revisione dell'architettura istituzionale dell'Unione, così come una modifica profonda del Patto di stabilità e la creazione di un Recovery Fund permanente, per una Europa più equa, più giusta e più vicina ai cittadini.

Il Milite ignoto assume, così, oggi, una duplice valenza: cittadino onorario in Italia, ma anche in Europa, perché capace di rappresentare in toto i valori di questa nuova Europa, che stiamo costruendo, archiviando oggi le storture del passato.

In questo ponte ideale tra ragazzi di allora e quelli di oggi, chiediamo alle nostre scuole e alle nostre università, ad ogni centro di formazione di coinvolgerli nel racconto condiviso della storia del Milite ignoto, perché la memoria in ogni società è fondamentale: un popolo senza memoria storica è infatti come un albero senza radici.

Per questi motivi, annuncio il “sì” convinto del Movimento 5 Stelle (applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

PRESIDENTE. Il deputato Pettarin ha chiesto la parola? Su cosa?

GUIDO GERMANO PETTARIN (CI). Si, signor Presidente, su questo tema, solo per un minuto intervengo a titolo personale, rapidissimo.

PRESIDENTE. Prego, onorevole Pettarin.

GUIDO GERMANO PETTARIN (CI). La ringrazio, signor Presidente.

Colgo l'occasione per ringraziare tutta l'Aula per l'attenzione dedicata a questo importantissimo tema e mi permetto, sfruttando la presenza del nostro sottosegretario, di spezzare una lancia per il Cimitero degli Eroi di Aquileia, dove sono sepolti gli altri (Applausi). Quindi, quelli che non vennero scelti a rappresentare tutti i nostri soldati e portati all'Altare della Patria, ma che sono sempre lì e che stanno aspettando di poter testimoniare a tutti cosa sono stati e quanto sono stati importanti per noi.

Grazie sottosegretario, grazie all'Aula (Applausi).

PRESIDENTE. Grazie a lei.

Sono così esaurite le dichiarazioni di voto.

(Votazione)

PRESIDENTE. Passiamo dunque ai voti.

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sulla mozione Rizzo, Ferrari, Pagani, Maria Tripodi, Occhionero, Deidda, Berardini, Tondo ed altri n. 1-00452, nel testo riformulato, su cui il Governo ha espresso parere favorevole.

Rammento che la mozione è stata riformulata dal Governo e ne ha dato lettura poco fa il sottosegretario Mulè.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.

La Camera approva all'unanimità (Vedi votazione n. 2) (Applausi).

Rinvio della discussione del Doc. IV-ter, n. 3-A.

PRESIDENTE. Avverto che, secondo le intese intercorse tra i gruppi, l'esame della Relazione della Giunta per le autorizzazioni sulla richiesta di deliberazione in materia di insindacabilità nell'ambito di un procedimento civile nei confronti di Monica Faenzi, deputata all'epoca dei fatti, è rinviato ad altra seduta.

Sospendiamo a questo punto la seduta che riprenderà alle ore 15 con lo svolgimento delle interrogazioni a risposta immediata.

La seduta, sospesa alle 12,05, è ripresa alle 15.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE ETTORE ROSATO

Svolgimento di interrogazioni a risposta immediata.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di interrogazioni a risposta immediata, alle quali risponderanno il Ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili, il Ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, il Ministro della Cultura e il Ministro del Turismo.

Invito gli oratori ad un rigoroso rispetto dei tempi, come sempre.

(Chiarimenti in merito alla mancata nomina a presidente dell'Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico centrale dell'ingegnere Matteo Africano, nonché in ordine alla nomina di un commissario straordinario – n. 3-02382)

PRESIDENTE. Passiamo alla prima interrogazione all'ordine del giorno Lollobrigida n. 3-02382 (Vedi l'allegato A).

Il collega Lollobrigida ha facoltà di illustrare la sua interrogazione. Prego, onorevole.

FRANCESCO LOLLOBRIGIDA (FDI). Grazie, Presidente. Ministro Giovannini, oggi siamo qui per capire se il caos causato dal suo comportamento nella principale autorità del centro Italia, quella di Ancona che presiede i porti dell'Abruzzo e delle Marche, sia frutto di cialtroneria, malafede oppure mancanza totale di rispetto delle istituzioni democraticamente elette.

La ascolteremo, replicheremo e, se non dovessimo essere soddisfatti, porteremo in quest'Aula un dibattito pubblico sulla gestione del rapporto tra questo Governo, che non ha dietro di sé la volontà popolare a corroborarlo, e le regioni che hanno visto presidenti eletti nel segno del cambiamento (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia).

PRESIDENTE. Il Ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili, Enrico Giovannini, ha facoltà di rispondere. Prego, Ministro.

ENRICO GIOVANNINI, Ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili. Grazie, Presidente. La procedura di nomina dei presidenti delle autorità dei sistemi portuali, definita dall'articolo 8 della citata legge n. 84 del 1994, prevede che gli stessi siano scelti tra cittadini dei Paesi membri dell'Unione europea, aventi comprovata esperienza e qualificazione professionale nei settori dell'economia, dei trasporti e portuale e siano nominati dal Ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili, d'intesa con il presidente o i presidenti delle regioni interessate.

Al fine di avviare la procedura di nomina dei presidenti dell'autorità di sistema portuale, in data 27 agosto 2020, è stato pubblicato sul sito istituzionale del Ministero un avviso finalizzato all'acquisizione della manifestazione di interesse, ivi comprese quelle relative al conferimento dell'incarico di presidente dell'autorità di sistema portuale del mar Adriatico centrale.

Alla scadenza del termine previsto per la presentazione delle manifestazioni d'interesse è stata nominata un'apposita commissione con il compito di verificare, sulla base delle informazioni fornite mediante le candidature e, in particolare, dei curricula e autocertificate dagli interessati, l'esistenza dei requisiti richiesti dal citato articolo 8 ovvero la cittadinanza di Paesi membri dell'Unione europea e la comprovata esperienza e qualificazione professionale nei settori dell'economia dei trasporti e portuale.

All'esito dell'attività della commissione, è stato predisposto un elenco di candidati idonei alla nomina di presidente dell'Autorità di sistema portuale del mare Adriatico centrale che è stato trasmesso ai presidenti delle regioni Marche e Abruzzo. All'interno dell'elenco predisposto dalla commissione ministeriale è stata individuata la terna di nominativi composta dal presidente uscente della medesima Autorità e da ulteriori due candidati, tra cui l'ingegnere Matteo Africano. Questa proposta è stata sottoposta ai presidenti delle regioni ai fini del raggiungimento dell'intesa.

Ottenuta l'intesa dei presidenti di regione sul nominativo dell'ingegnere Africano, il Ministero ha trasmesso la proposta di nomina alle Camere ai fini dell'espressione del prescritto parere. Come è noto, la competente Commissione del Senato della Repubblica, in data 15 giugno, respingeva la proposta di parere favorevole del relatore alla nomina dell'ingegner Africano.

La competente Commissione della Camera dei deputati esprimeva invece parere favorevole.

In considerazione delle valutazioni divergenti effettuate dai due rami del Parlamento sulla citata proposta di nomina, ho ritenuto opportuno, in una logica di massima trasparenza e condivisione dei processi decisionali afferenti la nomina dei presidenti e nel rispetto del principio costituzionale del bicameralismo perfetto, di soprassedere e di avviare un nuovo procedimento. Al contempo, a fronte della necessità di assicurare il corretto funzionamento della predetta autorità, lunedì 5 luglio è stato pubblicato sul sito del Ministero l'avviso per l'acquisizione di una nuova manifestazione d'interesse.

Contemporaneamente, come previsto dalla normativa, ho conferito l'incarico di commissario straordinario al comandante generale del Corpo delle capitanerie di porto-Guardia costiera, ammiraglio ispettore capo Giovanni Pettorino, personalità di elevato profilo istituzionale, di assoluta competenza e comprovata esperienza professionale.

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il presidente Lollobrigida, prego.

FRANCESCO LOLLOBRIGIDA (FDI). Ministro, le sue parole non smentiscono quello che sospettavamo: la cialtroneria del Ministero si conferma in quello che lei ha appena affermato e credo che l'affermazione, che lei ha certificato con lettera inviata ai presidenti delle regioni, in cui si attribuiva all'ingegner Africano la qualità professionale per occupare quel ruolo sia stata, come lei ha ricordato, smentita dalla Commissione al Senato, ma alla Camera, invece, il Partito Democratico con un dossieraggio, che lei avrà avuto modo di vedere, dice esattamente il contrario di quello che lei afferma. Quindi, smentiscono lei e bocciano lei quando dicono che quello che lei afferma nella lettera sottoscritta, che diceva che l'ingegnere Africano aveva tutte le competenze, poteva invece essere analogo a quello che il collega Gariglio del Partito Democratico aveva sottolineato esattamente in senso contrario.

Lei smentisce, anche nel suo intervento, un'intesa con i presidenti di regione, i quali hanno chiesto il segno del cambiamento, perché quando avete trasmesso la terna ci avete rimesso quello che c'era prima, del Partito Democratico, che ha fatto disastri in quell'autorità portuale (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia).

Ancora oggi, lei, Ministro, fa un altro errore altrettanto grave. Infatti, è vero che l'ammiraglio Pettorino è un esponente importante della Guardia costiera, che sta combattendo l'immigrazione clandestina e sta salvando vite in mare, ma lei lo distoglierebbe da quell'attività se dovesse potersi occupare del porto.

Un porto che in questo momento deve vedere un coordinamento attento di investimenti strategici per il rilancio di due regioni presiedute dal presidente Acquaroli e dal presidente Marsilio di Fratelli d'Italia, che avevano chiesto di avere oggi un presidente nelle piene funzioni, perché hanno promesso alla loro gente di rilanciare le infrastrutture della loro regione.

Ministro, delle due l'una: o il Partito Democratico - regista di questa strategia per tenere la sacca di potere che da un anno (cioè dalla scadenza della nomina del presidente precedente) continua a mantenere - ha sbagliato, e dimostrano all'interno di questa maggioranza, anche nei confronti dei loro alleati, malafede; o lei è stato incapace di gestire una procedura semplice che la vedeva corresponsabile dell'indicazione del nome. Se così fosse, Ministro, ne prenda atto perché una persona che fa questi errori non può gestire un Piano importante come quello che vede in Italia l'infrastrutturazione dei prossimi dieci anni attraverso il piano legato al PNRR (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia).

(Iniziative di competenza per il monitoraggio dei terreni agricoli siti vicino ad impianti di stoccaggio dei rifiuti, nell'ottica del rilancio dell'agricoltura contadina – n. 3-02383)

PRESIDENTE. Il deputato Nicola Acunzo ha facoltà di illustrare la sua interrogazione n. 3-02383 (Vedi l'allegato A).

NICOLA ACUNZO (MISTO-CD). Grazie, Presidente. Ministro Patuanelli, le risorse provenienti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza lasciano intravedere certamente una ripartenza del settore agroalimentare al quale abbiamo destinato ben 9 miliardi di euro.

Volevo sapere quali sono le misure di intervento del suo Dicastero a sostegno e a tutela di un tipo di agricoltura svantaggiata, quale è quella degli imprenditori e dei proprietari terrieri che si trovano a dover contrastare i miasmi dovuti ad impianti di stoccaggio e smaltimento rifiuti, che creano loro grosse difficoltà.

PRESIDENTE. Il Ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, ha facoltà di rispondere.

STEFANO PATUANELLI, Ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali. Grazie, Presidente. Ringrazio l'onorevole interrogante il quale, nella sua premessa alla domanda di oggi, esalta il ruolo dell'agricoltura nel nostro Paese: non posso che essere d'accordo con lui.

Il settore primario nel nostro Paese è centrale e per mantenerlo serve garantire che la distintività e la qualità dei nostri prodotti agricoli e, in particolare, dell'agricoltura contadina si mantengano intatti, perché sono parte delle tradizioni del nostro Paese, parte sana delle grandi capacità di produrre con qualità e rispetto ambientale, che caratterizza tutte le zone dell'Italia.

Le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza vanno proprio in questa direzione, accompagnano la programmazione tradizionale e di sostegno all'agricoltura, che proviene dalla PAC – quindi, dalle politiche agricole comuni - e si inseriscono proprio nella necessità di innovazione e di attrazione per le giovani generazioni di imprenditori agricoli.

Certamente, il tema della qualità è strettamente legato al territorio dove si produce. È evidente che, rispetto alla domanda puntuale dell'onorevole Acunzo, c'è una competenza primaria del Ministero della Transizione ecologica rispetto all'applicazione delle previsioni normative del codice dell'ambiente (decreto legislativo n. 152 del 2006) che, laddove autorizza l'installazione di impianti di trattamento e gestione dei rifiuti, valuta, attraverso lo screening pre-VIA (Valutazione Impatto Ambientale) e di assoggettabilità, la condizione di rispetto dell'ambiente circostante e quindi ci dice se da un impianto autorizzato è stata fatta automaticamente la valutazione dell'impatto delle esternalità negative di quell'impianto rispetto all'intorno.

Ciò detto, rispetto invece al tema generale del sostegno anche all'agricoltura legata alle giovani generazioni, segnalo due misure in particolare: “Più impresa”, che finanzia con mutui a tasso zero e contributi a fondo perduto le operazioni di subentro e di sviluppo aziendale a conduzione giovanile; nonché, grazie al “decreto Semplificazioni”, un ampliamento della misura “Resto al Sud”, che consente di affiancare al mutuo a tasso zero anche il contributo a fondo perduto per finanziare l'ampliamento di una azienda esistente o per avviare un progetto di start up; ciò era previsto soltanto al Sud, mentre con il “decreto Semplificazioni” è stato allargato a tutto il resto del paese.

PRESIDENTE. Il deputato Nicola Acunzo ha facoltà di replicare.

NICOLA ACUNZO (MISTO-CD). Grazie, Ministro per la risposta. Conoscevo già la sensibilità del suo Dicastero e di questo Governo riguardo all'agricoltura contadina in particolare; un provvedimento sul quale, in qualche modo, abbiamo anche ampiamente discusso in Aula e sul quale abbiamo sensibilizzato l'Aula per quel che concerne questo tipo di agricoltura, che può innanzitutto favorire i giovani. Tuttavia, nella risposta che io accolgo appieno e considerando l'accettazione da parte del suo Governo - ho evinto tale sensibilità -, ebbene, all'interno di questo provvedimento io credo che sia comunque il caso, a mio avviso, di fare un focus rispetto a queste risorse di cui le dicevo in premessa, affinché possano essere, di concerto con il Ministero della Transizione ecologica, destinate alla tutela di quei territori. Penso, ad esempio, al territorio della Piana del Sele, dal quale io provengo; ci sono città, come Battipaglia ed Eboli, che sono delle eccellenze del settore agroalimentare, ma che soffrono questa grave problematica dei miasmi, che, attraverso questi impegni del Piano nazionale di ripresa e resilienza, attraverso queste risorse, di concerto con il Ministero della Transizione ecologica, possiamo tutelare, “coccolare”. Possiamo, cioè, stare vicino a questi giovani imprenditori, che vogliono sicuramente tenere i terreni dei loro genitori, quelli che sono stati loro destinati, che sono anche loro per tradizione, che forse hanno una reale necessità di sentire in qualche modo lo Stato vicino; uno Stato che deve essere ancora più vicino rispetto a quanto già non siano i regolamenti e le norme, che devono quindi essere consolidate attraverso un patto con l'altro Dicastero (quello delle politiche agricole) e lei in primis. La ringrazio per la sensibilità.

(Iniziative di competenza per interrompere gli abbattimenti di bufali in provincia di Caserta, ricorrendo all'utilizzo prioritario della profilassi vaccinale – n. 3-02384)

PRESIDENTE. Il deputato Sarro ha facoltà di illustrare la sua interrogazione n. 3-02384 (Vedi l'allegato A).

CARLO SARRO (FI). Presidente, la provincia di Caserta assicura oltre il 60 per cento della produzione del latte utilizzato nella catena produttiva della mozzarella di bufala, che è una eccellenza italiana nel mondo. Questa altissima concentrazione di allevamenti sta soffrendo una crisi gravissima dovuta alla presenza della brucellosi e della tubercolosi Bovis, ma soprattutto per il fallimento del piano di eradicazione della brucellosi, varato dalla regione Campania e dalle autorità del servizio sanitario regionale. Un fallimento che ha comportato l'abbattimento di circa 40 mila capi di bestiame, molti dei quali, dalle analisi condotte post mortem, sono risultati sani, quindi con la distruzione inutile di un patrimonio e di un valore, proprio perché da tre anni continuiamo a misurarci con questa gravissima emergenza.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Sarro. Il Ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, ha facoltà di rispondere.

STEFANO PATUANELLI, Ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali. Grazie Presidente, ringrazio gli onorevoli interroganti. Sono stato recentemente, a fine giugno, proprio alla Reggia di Caserta per festeggiare i quarant'anni del Consorzio della Mozzarella di bufala DOP, quindi conosco perfettamente il valore, non soltanto per quel territorio ma per il nostro Paese, della mozzarella di bufala e quindi di tutta la filiera bufalina. Peraltro, il tema mi è stato sottoposto anche dalla collega, senatrice Petrenga, che qualche mese fa sottolineava questo problema. A tal riguardo posso dire - poi entrerò nel merito, perché in realtà la competenza come è noto è del Ministero della Salute, quindi risponderò alcune su alcuni punti come da indicazioni del Ministero - che, proprio perché il tema dell'equilibrio tra gli abbattimenti e l'uso delle vaccinazioni - che è necessario - risulta in qualche modo contrastato anche all'interno delle categorie, oltre che dall'autorità regionale e dai ministeri, ho inteso scrivere al Ministro Speranza per costituire un tavolo per affrontare la materia assieme all'autorità regionale oltre che al Ministro della Salute e al Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali; questo tavolo avrà luogo il 22 luglio, in modo da approfondire assieme il tema dell'utilizzo delle vaccinazioni. È evidente che gli abbattimenti hanno portato - sì - a un problema di abbattimento anche di capi sani, ma ricordo che dal 2010 al 2020 i capi sono passati da 255 mila a 295 mila, quindi, comunque, nonostante il piano di abbattimenti c'è stato un aumento dei capi. L'eradicazione della brucellosi rimane comunque una priorità nazionale ed europea (il Regolamento n. 1882 del 2018 la considera una malattia soggetta ad eradicazione obbligatoria). Ciò detto, il Ministero della Salute ritiene che per il controllo e il contenimento della malattia, l'utilizzo della vaccinazione sia efficace, ma che per l'eradicazione della malattia sia necessario l'abbattimento. Per questo, dicevo che va equilibrato in modo puntuale l'utilizzo, laddove necessario, dell'abbattimento - per i capi malati, ovviamente, non sani - ma che l'utilizzo della vaccinazione deve essere implementato proprio per evitare che dove rimane il virus, questo si diffonda in modo incontrollato. Tutti questi temi saranno oggetto del tavolo che si instaurerà per la prima volta il 22 luglio e dove cercheremo di dare delle risposte a quel territorio, la cui economia è fortemente impregnata dalla mozzarella di bufala e dalla filiera bufalina.

PRESIDENTE. Il collega Sarro ha facoltà di replicare.

CARLO SARRO (FI). Grazie, Presidente. Signor Ministro, registriamo con compiacimento la sua risposta perché in essa ritroviamo il principio guida che ha ispirato tutta l'azione che ha mosso il movimento degli allevatori bufalini, cioè l'utilizzo anche della vaccinazione come strumento da affiancare alla profilassi. L'abbattimento - ed esclusivamente l'abbattimento - si è rivelato un fallimento assoluto, perché se è vero che c'è un incremento in termini assoluti dei capi di bestiame, è altrettanto vero che la uccisione spesso non necessaria di quasi 40 mila capi di bestiame è la dispersione di una ricchezza. Quindi, bene all'introduzione del vaccino, in linea anche con le previsioni dei regolamenti comunitari e delle stesse direttive sanitarie, per permettere a questo settore, che un settore come lei ha ricordato, signor Ministro, trainante per l'economia di Terra di Lavoro, e che rappresenta una delle ultime ricchezze vere del patrimonio del Sud Italia, ricordando che la razza di bufala mediterranea è patrimonio genetico di alto valore, ma soprattutto patrimonio zootecnico nazionale in base alla legge del 2002.

Ultimissima, telegrafica osservazione: al tavolo del 22 diamo ovviamente ascolto anche alle istanze che vengono dal territorio, non solo quelle istituzionali degli amministratori locali, ma anche delle associazioni come gli Amici della bufala e della tutela dell'allevamento della bufala mediterranea che tanto si sono spese in questi anni per difendere gli interessi non della categoria, ma di un intero territorio (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia-Berlusconi Presidente).

(Elementi in merito ai contenuti e ai tempi di presentazione alle Camere del disegno di legge delega sulla riforma dello spettacolo approvato il 10 giugno 2021 dal Consiglio dei ministri – n. 3-02385)

PRESIDENTE. La deputata Di Giorgi ha facoltà di illustrare la sua interrogazione n. 3-02385 (Vedi l'allegato A).

ROSA MARIA DI GIORGI (PD). Grazie, Presidente. Signor Ministro, la cultura è tra i settori maggiormente colpiti dalla diffusione del Coronavirus e molti provvedimenti si sono adottati per contenere il contagio. Nell'ultimo anno, l'Esecutivo ha infatti previsto diversi interventi volti a fronteggiare le difficoltà derivanti dalla chiusura, ha istituito due fondi per l'emergenza nel settore dello spettacolo, del cinema e dell'audiovisivo, un fondo emergenza imprese e istituzioni culturali, insomma una serie di interventi. È stato ulteriormente esteso l'art-bonus, sono state riconosciute diverse forme di sostegno ai lavoratori, agli addetti, agli artisti, oltre che alle istituzioni culturali di grandi e piccole dimensioni. Un grande lavoro.

In questa fase occorrono misure strutturali, occorre rivedere e aggiornare un nuovo sistema di welfare in favore dei lavoratori dello spettacolo e avviare un complesso di riforme sul funzionamento del sostegno pubblico. Questo crediamo che sia all'interno del provvedimento che è stato approvato in Consiglio dei Ministri il 10 giugno. Quindi, chiediamo quali siano i contenuti e i tempi di presentazione alle Camere del disegno di legge delega sulla riforma dello spettacolo.

PRESIDENTE. Il Ministro della Cultura, Dario Franceschini, ha facoltà di rispondere.

DARIO FRANCESCHINI, Ministro della Cultura. La richiesta è di conoscere i contenuti e i tempi di presentazione alle Camere del disegno di legge collegato, approvato in Consiglio dei Ministri il 10 giugno: è stato già bollinato e completerà l'iter con la firma del Presidente, nei prossimi giorni.

Come voi tutti sapete, la crisi pandemica ha drammaticamente reso evidente la carenza di tutela dei lavoratori dello spettacolo, portando finalmente al centro dell'agenda politica il tema dell'assetto giuslavoristico e previdenziale dell'intero settore. Muovendo dalle iniziative di riforma, perché da lì siamo partiti, del settore contenute nelle numerose proposte di legge presentate in Parlamento, nonché dai rilievi che sono emersi nel corso di quella interessantissima indagine conoscitiva in materia di lavoro e previdenza delle due Commissioni, il Ministero ha avviato il lavoro per la redazione di un disegno di legge che prevedesse misure per assicurare adeguata tutela assistenziale e previdenziale dei lavoratori dello spettacolo, in modo da correggere tutte le storture esistenti. Molte di queste misure, che erano inizialmente inserite nel disegno di legge, sono state poi anticipate con l'articolo 66 del “decreto Sostegni-bis” per farle entrare in vigore subito, che, fra le altre cose, ha adeguato la disciplina relativa al trattamento pensionistico al carattere discontinuo delle prestazioni lavorative nel settore, così come le forme di tutela a sostegno delle aziende in tale realtà . Ancora, con l'articolo 66 del “decreto Sostegni-bis” è stata resa effettiva la tutela in caso di malattia ed è stata introdotta un'indennità per la disoccupazione per i lavoratori autonomi dello spettacolo, cosiddetta ALAS. Il disegno di legge, dunque, nella versione approvata dal Consiglio dei Ministri propone la riapertura della delega legislativa di riforma dello spettacolo in forza della quale il Governo potrà adottare decreti legislativi per il coordinamento e il riordino delle disposizioni riguardanti l'intero settore.

È evidente che il percorso parlamentare è del tutto aperto e il Governo si presenta con una volontà di massima apertura per raccogliere tutte le osservazioni e le proposte che il Parlamento farà, non solo perché su questo, evidentemente, è sovrano, ma perché sarebbero frutto di un lavoro che è durato mesi e che è culminato con l'indagine conoscitiva.

PRESIDENTE. Il collega Nitti ha facoltà di replicare.

MICHELE NITTI (PD). Grazie, Ministro. Sono molto importanti queste informazioni che ha tracciato su questa delega. Un iter molto articolato, che parte dal 2017 e che ci dà l'idea della complessità del tema. Anche altri provvedimenti impatteranno in modo determinante sul futuro dello spettacolo, dal “Sostegni-bis”, fino ad arrivare alle cosiddette riforme di accompagnamento al Recovery, ma la riapertura della delega è una tappa fondamentale per sanare quella condizione di criticità, pressoché perenne, in cui versa il settore, da decenni.

Come lei ha ricordato, avevamo incardinato in Commissione l'indagine conoscitiva su tutela e previdenza nel mondo dello spettacolo già prima della pandemia, a dimostrazione di quanto certe criticità fossero già note, pregresse; però, adesso è necessario superare la fase dei ristori e arrivare a soluzioni normative di carattere più strutturale, andando oltre l'emergenza. E tutto questo deve avvenire all'interno di una cornice più ampia, che punti anche ad incentivare la domanda culturale - penso alla detraibilità delle spese culturali - e che superi la logica, il paradigma dei consumi culturali, a beneficio, invece, della partecipazione culturale. Quindi, la cultura come strumento di condivisione del patrimonio cognitivo e creativo delle comunità. Il Recovery non rimanda mai esplicitamente al tema dello spettacolo, ma certamente potrà contribuire a rilanciare il settore, a patto che si riesca, da un lato, a coinvolgere le attività performative in tutti i processi di valorizzazione del patrimonio dei territori, dei borghi, e, dall'altro, si riesca ad intervenire complessivamente proprio sul sistema normativo dello spettacolo, come si intende appunto fare, dal welfare alle fondazioni lirico-sinfoniche, fino ad arrivare al grande tema della danza e dei corpi di ballo, che credo non si possa più eludere. Quindi, un riordino complessivo che credo vada valutato con grande fiducia e attenzione.

(Iniziative di competenza volte a tutelare il valore storico e paesaggistico del Monte Echia nella città di Napoli – n. 3-02386)

PRESIDENTE. La deputata De Lorenzo ha facoltà di illustrare la sua interrogazione n. 3-02386 (Vedi l'allegato A).

RINA DE LORENZO (LEU). Grazie, Presidente. Signor Ministro, il progetto dell'ascensore di Pizzofalcone, a Napoli è giunto alla realizzazione, dopo oltre 10 anni dal suo avvio, della cabina di smonto. Si tratta di un parallelepipedo di cemento armato costruito su un promontorio che è simbolo della più antica fondazione di Partenope, che dista solo pochi metri dai ruderi di quella che viene indicata dagli storici come la villa di Licinio Lucullo. Il progetto, costato oltre un milione di euro, presenta, a seguito dell'accesso agli atti effettuato presso la soprintendenza e il comune di Napoli, una serie di gravi mancanze; in particolare, sorprende l'assenza della domanda di autorizzazione archeologica e paesaggistica, la totale assenza dell'applicazione della procedura di VIA e ancor più sorprendente appare la totale assenza, nelle tavole dei progetti, dei disegni rappresentativi dei ruderi romani, come se quei luoghi non fossero mai esistiti.

Le chiedo, quindi, quali iniziative il Governo, il Ministro interrogato intenda adottare al fine di tutelare il luogo storico e paesaggistico del Monte Echia.

PRESIDENTE. Il Ministro della Cultura, Dario Franceschini, ha facoltà di rispondere.

DARIO FRANCESCHINI, Ministro della Cultura. Signor Presidente, capisco le perplessità - ne terrò nota - dell'onorevole interrogante, però in questo caso è evidente che esiste una netta distinzione tra le responsabilità politiche e le competenze tecniche, che sono totalmente autonome, delle soprintendenze. Quindi ritengo, in questa sede, di leggere la nota che la direzione generale archeologia, belle arti e paesaggio e la competente soprintendenza territoriale mi hanno consegnato.

L'iter autorizzativo del progetto di “sistemazione e riqualificazione del belvedere di Monte Echia e di realizzazione dell'impianto elevatore tra Santa Lucia e Monte Echia”, elaborato dal comune di Napoli, è stato avviato nel 2005 e ha subito, nel corso del tempo, diverse modifiche sia in fase di progettazione che in fase di esecuzione.

Tutte le fasi progettuali sono state sottoposte alla competente soprintendenza per il rilascio delle previste autorizzazioni. In particolare, nel 2005 l'allora soprintendenza per i beni architettonici e il paesaggio di Napoli ha autorizzato il progetto di massima, ai sensi dell'articolo 21 del codice dei beni culturali e del paesaggio, dettando prescrizioni per la fase di esecuzione e richiedendo alcune modifiche in fase di progettazione esecutiva.

Successivamente, nel 2007, la soprintendenza ha autorizzato il progetto sotto il profilo paesaggistico, ritenendolo compatibile con il contesto.

Per quanto riguarda la tutela archeologica, l'allora soprintendenza speciale, nel 2009, a seguito dei risultati di indagini preliminari, volte a definire le quote interessate da resti di natura antropica, ha approvato il progetto. Le indagini archeologiche hanno rilevato il banco tufaceo naturale, parzialmente intaccato da interventi di epoca moderna e le uniche evidenze rinvenute sono da riferire a resti di strutture moderne.

Nel complesso, la totale assenza di strutture, stratigrafie e materiali di interesse archeologico, ha evidenziato come l'area sia stata, in epoca storica, soggetta a significativi interventi di restauro che hanno comportato, almeno nel settore oggetto d'intervento, l'asportazione delle eventuali stratigrafie antiche.

Più recentemente, nel 2016 la soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio ha assentito il progetto di variante che prevedeva, tra l'altro, l'abbassamento della quota di smonto degli ascensori di circa un metro rispetto alla selezione approvata nel 2007.

La soprintendenza ha inoltre richiesto, nel 2017, un ulteriore approfondimento per gli aspetti archeologici in merito alle soluzioni previste per la parte circostante la struttura a nicchie che fodera il costone tufaceo.

Nel luglio 2020 la soprintendenza ha quindi espresso parere favorevole per la messa in sicurezza del costone Monte Echia.

Infine, nell'ottobre del 2020, in fase già avanzata delle lavorazioni, è stata presentata alla sovrintendenza un'ulteriore richiesta di variante al progetto esecutivo, corredata da documentazione integrativa, che prevedeva, tra l'altro, la quota definitiva del torrino ascensore pari a 59,28 metri sul livello del mare. In merito a questo ultimo punto, essendo stato il torrino già realizzato, è stato avviato un procedimento di accertamento di compatibilità e conformità paesaggistica, che è attualmente ancora in fase istruttoria. Tutta la documentazione, evidentemente, è conservata presso gli archivi dei competenti uffici ministeriali.

PRESIDENTE. La deputata De Lorenzo ha facoltà di replicare, nei tempi cortesemente.

RINA DE LORENZO (LEU). Grazie, Presidente. Grazie, signor Ministro. Devo dire che la sua risposta non mi soddisfa. Quell'ascensore è uno scempio che deturpa irrimediabilmente il belvedere di Monte Echia, è un piccolo ecomostro che rovina il luogo in cui sorse l'acropoli della città, nonostante il sito sia vincolato con decreto del novembre 1958. Persino i decreti borbonici del 1840 vietavano di alzare fabbriche che togliessero la veduta lungo Mergellina, Posillipo e Capodimonte.

Si tratta di un parallelepipedo di cemento che offende il volto di Napoli e offende in volto dell'Italia intera, un guasto all'immenso patrimonio culturale della città, un perenne monumento dedicato all'incultura delle scelte progettuali dettate dalle mode del tempo, quando non dalla ricerca del profitto ad ogni costo. Il luogo in cui i coloni greci pithecusani fondarono Palepoli è oggetto di una vera e propria aggressione alla storia, che, a Napoli, ha smesso di essere magistra vitae.

E, allora, le chiedo di intervenire per riparare a questo danno, restituendo al luogo la tutela che merita. Riporti indietro le lancette dell'orologio, signor Ministro, utilizzi anche lei la VAR, come l'arbitro, per rimediare all'errore. Ricorra agli strumenti di autotutela per correggere errori di amministratori incapaci, distratti, assenti, insipienti e restituisca alla città di Napoli e al mondo intero le radici, i colori, l'orizzonte, che appartengono a tutti; restituisca ai giovani la memoria cancellata dall'ecomostro.

(Iniziative di competenza a sostegno del comparto delle sale da ballo e delle discoteche, anche al fine del rilancio dell'offerta turistica – n. 3-02387)

PRESIDENTE. La collega Alemanno ha facoltà di illustrare la sua interrogazione n. 3-02387 (Vedi l'allegato A).

MARIA SOAVE ALEMANNO (M5S). Grazie, Presidente. Molte delle attività del comparto sale da ballo e discoteche hanno effettuato investimenti volti al rispetto del protocollo varato nei giorni scorsi dal CTS, tuttavia il mancato via libera alla riapertura delle attività di questo comparto così importante per il nostro Paese rischia di far fallire molte di loro a causa di perdite di fatturato significative. A ciò si sommano effetti negativi in termini di mancato gettito fiscale e ricadute sull'occupazione stagionale.

Considerato che il turismo è ripreso e mentre in Europa le discoteche sono aperte e, in Italia, pur di ritrovarsi a ballare, in questi giorni si stanno moltiplicando eventi legali e feste abusive, chiedo al Ministro se e quali iniziative di competenza intenda intraprendere per sostenere il comparto in questione, anche al fine di una diversificazione dell'offerta turistica, nonché di un servizio più rivolto alla popolazione giovane che il turismo italiano dovrebbe poter garantire.

PRESIDENTE. Il Ministro del Turismo, Massimo Garavaglia, ha facoltà di rispondere.

MASSIMO GARAVAGLIA, Ministro del Turismo. Signor Presidente, onorevoli deputati, sono consapevole dell'importanza della tematica relativa alle sale da ballo e alle discoteche evidenziata dagli onorevoli interroganti, che coinvolge una molteplicità di aspetti e di interessi inerenti al rispetto delle prescrizioni di carattere sanitario ritenute utili al fine di contrastare e contenere l'eventuale contagio pandemico, alle implicazioni sugli utili e sull'indotto locale delle imprese del settore, agli aspetti occupazionali, alla socialità, alla vita di relazione.

È ovvio che, anche se in parte, il tema attiene anche all'attrattività turistica degli ambiti territoriali caratterizzati dalla frequentazione di discoteche e sale da ballo. Il tema è già stato affrontato in seno al Consiglio dei Ministri ed è oggetto di attenzione, oltre che del mio Dicastero, del Ministero della Salute e del Comitato tecnico-scientifico.

Com'è noto, in questa prima fase, le discoteche possono stare aperte in zona bianca, ma senza poter ballare in pista, ossia solo come ristoranti o bar. Tuttavia, si stanno approfondendo tutte le possibili condizioni utili per consentire, in sicurezza, la riapertura a pieno regime delle discoteche e delle sale da ballo per rendere i luoghi di aggregazione e di socialità sicuri e controllati. Del resto, le condizioni per riaprire le discoteche e sale da ballo in una situazione di normalità ci sono, se pensiamo al positivo andamento delle vaccinazioni, all'utilizzo del certificato verde o al tampone negativo, alla misurazione della temperatura all'ingresso, ad una ragionata delimitazione della capienza, alla vaccinazione del personale di servizio dipendente, alla tracciabilità degli utenti.

Inoltre, ritengo che, riaprendo anche il ballo in pista, ma in sicurezza, nelle discoteche o nelle sale da ballo, si riuscirebbe a fronteggiare il fenomeno negativo e pericoloso delle aggregazioni incontrollate e occulte che avverrebbero presso locali o luoghi non idonei e privi di controllo, come, ad esempio, case private, spiagge o altro.

Pertanto, ferme restando le valutazioni del Ministero della Salute e del CTS, non posso che esprimere piena disponibilità a confrontarmi con le altre competenti amministrazioni affinché, nel più breve tempo possibile, sia consentita la piena fruibilità di discoteche e sale da ballo, visto che è stata iniziata e i turisti, fortunatamente, stanno arrivando.

PRESIDENTE. La collega Alemanno ha facoltà di replicare.

MARIA SOAVE ALEMANNO (M5S). Grazie, Presidente. Grazie Ministro, l'ho ascoltata con attenzione, ma vorrei ribadire alcuni concetti che a me sono molto cari. La difficile situazione delle discoteche e dei locali da ballo porta con sé una serie di conseguenze che sarebbero molto gravi da sottovalutare. Certo, in primis, c'è il rischio del destino degli operatori e dei loro dipendenti, collaboratori e di tutto l'indotto e delle famiglie ad esso collegato, ma, se allarghiamo lo sguardo all'Europa, ci accorgeremo che la mancata riapertura sta, di fatto, dirottando verso altri Paesi i tanti turisti che, invece, con le discoteche aperte e in piena sicurezza, avrebbero sicuramente scelto come meta turistica l'Italia. Se non tuteliamo la categoria, quindi, il danno che ne deriverà sarà davvero importante e non solo per i diretti interessati, e questa scelta condannerà, per giunta, all'irrilevanza tante forme di espressione artistica e tante professionalità che sono tipiche dei nostri giovani, del mondo dei ragazzi.

C'è, poi, una considerazione che non possiamo non fare. In attesa di una ripartenza che non arriva, cominciano anche ad emergere, come anche lei diceva, delle situazioni di abusivismo, come anche denunciano le associazioni di categoria in questione, e si creano, quindi, assembramenti incontrollati, come abbiamo potuto vedere anche dalla stampa. Questo significa maggiore pericolo di trasmissione del virus e di focolai.

Tutte le attività hanno il diritto ad una ripresa e consentire l'accesso alle discoteche a chi ha fatto il vaccino o il tampone, spingendo, peraltro, implicitamente anche i nostri ragazzi a vaccinarsi per potersi divertire in sicurezza, significa anche lanciare un segnale, un segnale di una nuova normalità, che, quindi, possiamo tornare ad una normalità, fatta chiaramente di regole, di tracciamento e anche di consapevolezza. Le scelte si esercitano con lungimiranza, si esercitano per tempo e, se questa volta saremo miopi e sceglieremo di non tutelare questo settore, a pagarne le conseguenze non saranno soltanto i gestori e i lavoratori, ma l'intero Paese (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

(Intendimenti del Governo in materia di misure a favore del comparto del turismo – n. 3-02388)

PRESIDENTE. Il deputato Micheli ha facoltà di illustrare l'interrogazione Molinari ed altri n. 3-02388 (Vedi l'allegato A), di cui è cofirmatario.

MATTEO MICHELI (LEGA). Grazie, Presidente. Signor Ministro, la presente interrogazione è volta a sapere se corrisponda al vero quanto riportato dagli organi di stampa, in particolare, su un articolo de Il Sole 24 Ore datato 4 luglio e, quindi, se sia in arrivo un pacchetto rafforzato di aiuti per il settore del turismo, che preveda, tra l'altro, il cosiddetto superbonus semplificato, un nuovo credito di imposta all'80 per cento per la riqualificazione delle strutture alberghiere e ricettive; se vi sia un riconoscimento del tax credit al 65 per cento per gli interventi di riqualificazione già eseguiti sugli alberghi dell'ultimo triennio e una nuova sezione del Fondo rotativo per l'innovazione per le imprese del settore.

Quindi, chiediamo al signor Ministro se intenda confermare e possa esplicitare meglio queste misure, entro quando si prevedano che possono essere attuate e quale impatto potranno avere in termini economici sull'intero settore.

PRESIDENTE. Il Ministro del Turismo, Massimo Garavaglia, ha facoltà di rispondere.

MASSIMO GARAVAGLIA, Ministro del Turismo. Signor Presidente, onorevoli deputati, intendo innanzitutto rassicurare gli onorevoli interroganti in merito alla consapevolezza dei problemi che caratterizzano il comparto turistico e dei danni da quest'ultimo subiti a seguito degli effetti della pandemia. Tant'è che, nonostante il Ministero del Turismo sia stato istituito solo di recente con decreto-legge 1 marzo del 2021, mi sono adoperato da subito per l'introduzione di misure di sostegno al comparto atte a consentire la ripresa e la ripartenza delle attività del settore.

Ciò premesso, anche al fine di attuare in concreto gli interventi previsti dal PNRR relativi al settore del turismo, i miei uffici stanno elaborando una serie di proposte volte a pianificare un'adeguata “Agenda turismo” che prevede innanzitutto incentivi per la ripresa del settore, consistenti in benefici fiscali in capo agli operatori turistico-ricettivi, attraverso la previsione di un credito d'imposta pari all'80 per cento delle spese dell'intervento, tra le quali si prevede di valorizzare, in modo particolare, quelle per la digitalizzazione e la sostenibilità ambientale, oltre a quelle di riqualificazione ed efficientamento energetico e di eliminazione delle barriere architettoniche.

A tale misura si affianca la previsione di un contributo a fondo perduto previsto in percentuale crescente per le iniziative imprenditoriali promosse da giovani, donne e da imprese del Mezzogiorno. Ovviamente, relativamente al credito di imposta, ci si pone in linea di continuità rispetto a quanto già previsto dall'articolo 10 del decreto-legge n. 83 del 2014 e dall'articolo 79, del decreto-legge n. 104 del 2020 migliorando e ampliando la misura e i relativi benefici.

In aggiunta ad altre forme di garanzia e di finanziamento esistenti, si sta studiando la possibilità di mobilitare, con le risorse del PNRR destinate al Ministero del Turismo, il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese disciplinato dall'articolo 2, comma 100, della legge del 23 dicembre 1996, n. 662 per la concessione di garanzie sui finanziamenti erogati alle imprese del settore turistico, finalizzati a realizzare interventi di riqualificazione energetica, innovazione digitale o per assicurare la continuità aziendale delle imprese del settore turistico e garantire il fabbisogno di liquidità e gli investimenti del settore.

Per gli interventi di riqualificazione energetica, sostenibilità ambientale e innovazione digitale, si sta valutando l'istituzione di un fondo per gli investimenti del settore turismo destinato alla concessione di agevolazioni nella forma di contributo diretto alla spesa, da affiancare con la concessione di finanziamenti agevolati a valere sulle risorse del Fondo rotativo per il sostegno alle imprese e gli investimenti in ricerca di cui all'articolo 1, comma 354 della legge n. 331 del 2004.

Per il periodo di attuazione del PNRR è anche allo studio l'utilizzo delle risorse del Fondo nazionale del turismo, partecipato dal Ministero del Turismo, allo scopo di potenziare la strategia di valorizzazione e rilancio del settore turistico.

Infine, sempre nell'ambito dell'impiego delle risorse del PNRR, è allo studio la possibilità di istituire un fondo dedicato al turismo sostenibile, integrato nello strumento finanziario Fondo di fondi RRF Italia, costituito dal Ministero dell'Economia e delle finanze del quale lo Stato italiano è quotista unico e la cui gestione è affidata alla Banca europea degli investimenti, al fine di fornire risorse finanziarie sotto forma di prestiti a tasso agevolato e prodotti finanziari di vario genere alle imprese turistiche che propongono programmi d'investimento sostenibili, volte ad aumentare ancora sostenibilità climatica e digitalizzazione, eccetera.

Concludo. Considerato che l'insieme delle risorse del PNRR dedicato al settore ammonta a 1,8 miliardi di euro, è evidente il rilevante impatto che tali misure avranno in termini di benefici all'intero settore turistico. Circa i tempi di adozione di tale disposizione è intenzione mia e del Governo condividere con il Parlamento le proposte normative non appena saranno disponibili i fondi del PNRR.

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il collega Micheli.

MATTEO MICHELI (LEGA). Ringraziamo il signor Ministro per l'esaustiva risposta che ci soddisfa perché chiarisce l'importante questione posta nella nostra interrogazione. Riteniamo davvero fondamentali queste misure che permettono un forte rilancio del turismo, che è il fiore all'occhiello del Paese Italia, e che sono in piena sintonia anche con l'emendamento presentato a nome del gruppo Lega al “Sostegni-bis”. Misure che permettono forti investimenti di riqualificazione, di miglioramento e di efficientamento delle strutture ricettive. Riteniamo, appunto, che anche la nuova sezione del Fondo rotativo dell'innovazione sia un'ottima soluzione per finanziare grandi investimenti con un mix di contributi a fondo perduto e prestiti di lungo periodo a tassi agevolati. Inoltre, anche l'accesso all'incentivo di durata triennale permetterà agli imprenditori anche di avere certe certezze nella loro pianificazione. Signor Ministro, la strada che vuole intraprendere pensiamo sia quella giusta per un forte rilancio del nostro turismo e siamo certi che verrà molto apprezzata dall'intero settore (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier).

(Intendimenti in merito alla predisposizione di un'“Agenda Turismo” volta al rilancio del relativo comparto, anche con riferimento alla riqualificazione delle strutture ricettive – n. 3-02389)

PRESIDENTE. Il deputato Mattia Mor ha facoltà di illustrare l'interrogazione Moretto ed altri n. 3-02389 (Vedi l'allegato A), di cui è cofirmatario.

MATTIA MOR (IV). Grazie, Presidente. Ministro, il settore del turismo ha registrato un calo del 51 per cento nel 2020, passando da 236 miliardi di euro ai 116 dell'anno scorso. L'impatto sul PIL nazionale è sceso al 7 per cento, dal 13 per cento del 2019. L'occupazione ha registrato un calo molto sensibile, scendendo da 3,5 milioni di occupati a 3,2 milioni dello scorso anno. Quindi, noi pensiamo che, per consolidare la ripresa e per rilanciare un comparto industriale così importante per il nostro Paese, sia necessario pianificare un'”Agenda Turismo” con azioni concrete, con tempi certi per incentivare gli investimenti e lo sviluppo del nostro sistema ricettivo e di accoglienza.

Le ingenti risorse in arrivo dall'Europa, grazie al Next Generation EU, la recente approvazione di questo grande Fondo nazionale di 30,6 miliardi di euro forniscono una concreta opportunità di dare gambe ad una programmazione seria e lungimirante sia sul fronte della digitalizzazione che della mobilità turistica, sia dell'accessibilità del patrimonio culturale, che della riqualificazione delle strutture ricettive.

Con riferimento a quest'ultimo aspetto, negli ultimi giorni il Ministro ha annunciato alla stampa un imminente decreto che prevedrà uno sgravio dell'80 per cento, ma con regole molto semplici, che impiegherà quasi 1,8 miliardi di euro. Noi, quindi, vogliamo sapere da lei se e quando il Ministro intenda sottoporre al Parlamento un'”Agenda Turismo” contenente tutte le misure necessarie al rilancio del settore, inclusa quella relativa al superbonus per la riqualificazione delle strutture ricettive.

PRESIDENTE. Il Ministro del Turismo, Massimo Garavaglia, ha facoltà di rispondere.

MASSIMO GARAVAGLIA, Ministro del Turismo. Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi. Mi ripeto in parte, perché il tema l'abbiamo affrontato con l'interrogazione precedente. È nostra intenzione proporre al Parlamento, in tempi rapidi - mi auguro entro i primi del mese di settembre - un pacchetto di misure che vanno in questa direzione. Innanzitutto un credito d'imposta pari all'80 per cento per le spese di intervento degli operatori finalizzata, in particolare, alla digitalizzazione e alla sostenibilità ambientale, alla riqualificazione e all'efficientamento energetico. Oltre a questo, intendiamo attivare un Fondo per gli investimenti del settore turistico e - come abbiamo detto in precedenza - anche un Fondo nazionale del turismo, partecipato dal Ministero del Turismo, allo scopo di valorizzare e potenziare il rilancio del settore del turismo. Quindi, le risorse del PNRR, questo 1,8 miliardo di euro, verranno utilizzate per l'insieme di queste misure e sarà mia intenzione e cura condividere con il Parlamento, non appena abbiamo la disponibilità delle risorse del PNRR, questo pacchetto di risorse, al fine di ottimizzarlo e migliorarlo per quanto possibile.

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare la collega Moretto.

SARA MORETTO (IV). Grazie, Presidente e grazie signor Ministro degli utili aggiornamenti che ci ha portato quest'oggi. È evidente a tutti che, per gli operatori della filiera del turismo, il sostegno più atteso erano le riaperture. Infatti è con la campagna vaccinale, il piano nazionale di riapertura, il green pass che, finalmente, il comparto ha incominciato a guardare con fiducia al futuro. Ora però - lo dicevamo, ma lo diceva anche lei - bisogna consolidare questa ripartenza e trasformarla in un trend di crescita e di sviluppo a lungo termine. Abbiamo visto ripartire le nostre località, le nostre mete turistiche.

Città come Venezia, Firenze hanno finalmente cominciato a essere di nuovo vive e dovranno cogliere questa occasione per provare a rivedere il modello di turismo di questi ultimi anni. Altre località - penso a molte località del Mezzogiorno - hanno potenzialità enormi che, grazie alle azioni di questo particolare momento storico, possono essere sviluppate.

Investire nel turismo significa investire nel futuro del Paese, nel comparto che, prima della pandemia, contribuiva in misura superiore al 10 per cento al PIL. Ecco perché, dopo la felice notizia dell'istituzione di un Ministero dedicato al turismo, c'è bisogno di dare concretezza e contenuto alla sua azione politica. Da questo punto di vista, ci vedrà assolutamente a suo supporto, se vorrà portare, come ha annunciato oggi, un pacchetto di misure a sostegno del turismo. L'abbiamo voluta chiamare “Agenda turismo” perché vorremmo - ma ci pare che questa sia anche la sua intenzione - che si trattasse di 10 punti, azioni concrete, con tempi chiari, urgenti e brevi, che parlino sia agli operatori del turismo sia all'intero sistema Paese. C'è bisogno che i fondi europei, di 1,8 miliardi, insieme ai fondi nazionali e anche alle risorse ordinarie siano investiti in misure oggi straordinarie, ma anche stabili nel tempo. Quindi, il bonus dell'80 per cento e le altre misure possono essere grandi opportunità. La aspettiamo qui in Parlamento; troverà il nostro sostegno, se le misure avranno visione di lungo termine e andranno davvero nella direzione delle esigenze di un comparto così prezioso per il nostro Paese (Applausi dei deputati del gruppo Italia Viva).

(Iniziative di competenza volte alla celere erogazione dei sostegni previsti per le aziende del settore delle agenzie di viaggi e degli operatori turistici – n. 3-02390)

PRESIDENTE. IL deputato Rizzone ha facoltà di illustrare la sua interrogazione n. 3-02390 (Vedi l'allegato A).

MARCO RIZZONE (CI). Grazie, Presidente. Signor Ministro, come Coraggio Italia, siamo partiti dall'ascolto delle persone che lavorano. Abbiamo parlato con tanti piccoli imprenditori del turismo, persone che si sono messe in gioco, che hanno pagato le tasse e hanno creato posti di lavoro anche per altri. Oggi, purtroppo, a causa della pandemia tante di queste imprese turistiche rischiano di chiudere o di essere fagocitate da grandi operatori stranieri. Se vogliamo aiutarle dobbiamo dare loro certezze. Il settore delle agenzie di viaggio e dei tour operator, in particolare, è quello che sta risentendo maggiormente della crisi, anche perché gli spostamenti degli italiani verso l'estero e dei turisti stranieri verso l'Italia sono ancora ridottissimi, nonostante le vaccinazioni e i protocolli adottati. Il Governo è, sì, intervenuto, prevedendo sostegni economici. Tuttavia, mancano ancora i nuovi bandi. A tal proposito, le chiediamo quali tempistiche preveda e quando gli operatori potranno effettivamente accedere ai nuovi fondi stanziati.

PRESIDENTE. Il Ministro del Turismo, senatore Garavaglia, ha facoltà di rispondere.

MASSIMO GARAVAGLIA, Ministro del Turismo. Grazie, Presidente. Onorevoli deputati, innanzitutto, siamo consapevoli delle grandi difficoltà che tante aziende, piccole e grandi, hanno purtroppo dovuto subire per via della pandemia.

Ciò premesso, con specifico riferimento ai contributi previsti in favore di agenzie di viaggio, tour operator, guide, accompagnatori turistici, bus turistici e imprese ricettive e al Fondo di cui all'articolo 182 del decreto-legge n. 34 del 2020, convertito, con modifiche, dalla legge n. 77 del 2020, in base al decreto del Ministero dei Beni e delle attività culturali del 12 agosto 2020 l'erogazione ha dovuto scontare, innanzitutto, tempi tecnici connessi all'esigenza di completare le procedure amministrative necessarie per poter disporre effettivamente di risorse stanziate nel 2020, ma non distribuite nello stesso anno e, pertanto, da utilizzare nell'anno successivo. Una volta salvate le risorse finanziarie, che altrimenti sarebbero andate in economia entro il 28 febbraio di quest'anno, si è potuto dare avvio alle procedure di liquidazione. In tale processo è emerso che numerose domande, tra quelle presentate dagli operatori, presentavano, anche a causa delle difficili situazioni legate alla gestione delle incombenze in pendenza degli effetti della pandemia, dati incompleti o non corretti. Tale circostanza, che ha comportato l'esigenza della revisione delle migliaia di richieste di contributi pervenute, ha comportato un inevitabile allungamento dei tempi, legato alle verifiche e ai controlli che è stato necessario eseguire, pur con le esigue risorse umane a disposizione del neo istituito Ministero del Turismo.

Più precisamente, per la fattispecie in esame sono state presentate 7.124 domande. Per numerose di queste è risultata la presentazione di domande con allegato un DURC non attuale o altra documentazione non completa, per motivi di carattere formale. Gli uffici del Ministero, piuttosto che disporre il rigetto dell'istanza, hanno avviato un'attività di contatto diretto delle centinaia di operatori interessati, per consentire di approdare a una integrazione della documentazione amministrativa e, quindi, arrivare all'esito auspicato. Per 529 operatori, invece, a fronte delle domande presentate, sono emerse incongruenze che non consentono l'erogazione, come richiesta. Pertanto, per questi operatori sono in corso le verifiche puntuali, preliminari alle liquidazioni effettive. Alla data attuale, per circa il 3,7 per cento delle domande presentate, 267, resta da completare la liquidazione della prima o della seconda tranche di pagamenti. Comunque, le predette attività sono ormai in via di definizione, in maniera da potere rapidamente giungere al completamento della tranche di erogazione interessata.

Per i nuovi fondi, invece, è stato necessario attivare le autorizzazioni comunitarie, che abbiamo attivato subito, per elevare il limite di erogazione. È attualmente in corso - proprio ora - la riunione tecnica dei servizi della Commissione UE per esprimersi in materia e per venerdì 9 luglio è atteso il pronunciamento ufficiale della Commissione che, auspichiamo, potrebbe autorizzare le erogazioni richieste, rivedendo il limite del temporary framework.

In conclusione, si assicura che il Ministero del Turismo sta procedendo, a ritmi sostenuti, a tutte le incombenze in tal senso occorrenti, consapevoli di quanto sia importante per gli operatori del turismo avere le erogazioni effettive, in tempi ragionevolmente brevi.

PRESIDENTE. Il deputato Rizzone ha facoltà di replicare.

MARCO RIZZONE (CI). Grazie, Ministro. Siamo soddisfatti della risposta ma ribadiamo, come diceva anche lei, che bisogna fare presto e, soprattutto, occorre dare certezze a chi, come gli operatori del turismo, le agenzie di viaggio e i tour operator, si è sempre messo in gioco e ora, per colpa della pandemia, si ritrova a dover tirare la cinghia pur di portare avanti la propria attività, frutto, spesso, di sacrifici di una vita.

Chi fa impresa ha bisogno non solo di sostegni economici ma anche di tempistiche certe e regole certe (Applausi dei deputati del gruppo Coraggio Italia) per programmare la propria attività, per investire ancora, per ripartire e far ripartire il nostro Paese. Noi di Coraggio Italia siamo dalla parte di queste persone coraggiose; chi lavora, chi fa impresa e crea posti di lavoro, e persevera nonostante la crisi, è sicuramente un coraggioso (Applausi dei deputati del gruppo Coraggio Italia) e troverà sempre in noi il massimo e pieno sostegno. In Coraggio Italia siamo convinti che oggi più che mai serva concretezza. La politica deve dare ai cittadini risposte chiare e precise. È finita l'era delle dirette Facebook farcite di bei discorsi, è finita la politica dello show, dei like e delle parole vuote. Draghi ha tracciato una nuova linea, quella del pragmatismo, quella del buon senso, quella dei fatti concreti, una linea nella quale noi di Coraggio Italia ci riconosciamo; ed è su questo che noi continueremo a stimolare il Governo, perché faccia sempre meglio, e su questo siamo sicuri che anche i cittadini valuteranno l'operato di tutti noi. Allora, facciamo squadra, colleghi, sosteniamo chi fa impresa e crea posti di lavoro e mettiamo l'Italia nelle condizioni di ripartire. Coraggio, Italia (Applausi dei deputati del gruppo Coraggio Italia)!

PRESIDENTE. È così esaurito lo svolgimento delle interrogazioni a risposta immediata. Sospendiamo la seduta, che riprenderà alle ore 16,10.

La seduta, sospesa alle 16, è ripresa alle 16,10.

Missioni.

PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati Brescia, Casa, Cavandoli, Covolo, Delmastro Delle Vedove, Gebhard, Giachetti, Liuni, Magi, Marin, Mulè, Mura, Occhiuto, Paita, Rizzo e Tasso sono in missione a decorrere dalla ripresa pomeridiana della seduta.

I deputati in missione sono complessivamente 97, come risulta dall'elenco depositato presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell'allegato A al resoconto della seduta odierna.

Discussione del testo unificato delle proposte di legge: Ciprini ed altri; Gribaudo ed altri; Boldrini ed altri; Benedetti ed altri; Gelmini ed altri; Vizzini ed altri; d'iniziativa del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro; Carfagna ed altri; Fusacchia ed altri; Carfagna: Modifiche al codice di cui al decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198, e altre disposizioni in materia di pari opportunità tra uomo e donna in ambito lavorativo (A.C. 522​-615​-1320​-1345​-1675​-1732​-1925​-2338​-2424​-2454-A​).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del testo unificato delle proposte di legge nn. 522-615-1320-1345-1675-1732-1925-2338-2424-2454-A: Modifiche al codice di cui al decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198, e altre disposizioni in materia di pari opportunità tra uomo e donna in ambito lavorativo.

Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato nell'allegato A al resoconto stenografico della seduta del 6 luglio 2021 (Vedi l'allegato A della seduta del 6 luglio 2021).

(Discussione sulle linee generali – Testo unificato - A.C. 522-A​)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.

I presidenti dei gruppi parlamentari MoVimento 5 Stelle e Partito Democratico ne hanno chiesto l'ampliamento.

Avverto che la XI Commissione (Lavoro) si intende autorizzata a riferire oralmente.

Ha facoltà di intervenire la relatrice, onorevole Chiara Gribaudo.

CHIARA GRIBAUDO, Relatrice. Grazie Presidente, onorevoli colleghi, onorevoli colleghe, sottosegretaria, il testo unificato che oggi è all'attenzione di quest'Aula affronta un tema di grande attualità e importanza per il nostro Paese, quello della parità salariale e delle pari opportunità sul luogo di lavoro. Si tratta di una legge che ha affrontato un lungo percorso parlamentare, fin dall'inizio della legislatura, e che affonda le radici nell'impegno di tante donne italiane che, dentro e fuori questo Parlamento, si sono spese per l'uguaglianza, a partire dalla Costituente. Questo testo trova, infatti, due importanti riferimenti nella Carta costituzionale: il primo è certamente all'articolo 3, nel principio di uguaglianza e nella missione affidata alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che, di fatto, limitano la libertà e l'uguaglianza dei cittadini; quel “di fatto”, care colleghe e colleghi, è la concretezza che serve alle donne nell'azione del legislatore e non è un caso che a volerlo sia stata proprio una donna, Nilde Iotti, perché sapeva che non sarebbe bastato scrivere sulla Carta (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico) che uomo e donna sono pari. Il secondo riferimento imprescindibile è all'articolo 37: la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Proprio a questo articolo faceva riferimento un'altra madre costituente, Tina Anselmi, intervenendo, in quest'Aula, il 30 giugno del 1977, in qualità di Ministra del lavoro, prima donna Ministro del nostro Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), all'approvazione, proprio, della prima legge dello Stato sulla parità salariale fra uomo e donna. Da allora sono passati quasi cinquant'anni; l'Italia è cresciuta, è cambiata; le donne hanno conquistato diritti e opportunità, ma ancora la loro e la nostra battaglia non può dirsi conclusa. Le disuguaglianze di genere, in Italia, già laceranti prima della pandemia, oggi si sono ulteriormente allargate e rappresentano un vero e proprio vulnus democratico per il nostro sistema istituzionale. Dobbiamo ricordare le decine di migliaia di donne che perdevano e perdono il lavoro ogni anno perché impossibilitate a tenere insieme il proprio impegno con la cura dei figli, e non solo. La prevalenza di contratti precari fra le donne lavoratrici all'arrivo della crisi ha generato una tremenda onda di licenziamenti: il 70 per cento dei lavori persi nel 2020 erano di donne, di cui 99 mila soltanto a dicembre dello scorso anno. Il tasso di occupazione femminile prima della pandemia era di 18 punti inferiore a quello maschile, una distanza che anche il Presidente Mattarella non aveva giustamente esitato a definire impresentabile per un Paese membro del G7. Anche le opportunità di carriera sono precluse alle donne, se pensiamo che rappresentano il 56 per cento dei laureati italiani, ma soltanto il 28 per cento dei manager; un dato che in Europa ci pone in fondo alla classifica, davanti solo a Cipro. Il gender pay gap totale nel nostro Paese raggiunge la vetta del 44 per cento e, a parità di mansione e di salario, può arrivare fino al 20 per cento della busta paga fra uomo e donna. E' urgente dare una risposta a queste sofferenze e a queste discriminazioni, a maggior ragione dopo un anno terribile come quello che abbiamo trascorso, in cui le donne hanno perso il lavoro e si sono ammalate per prime, perché impiegate nei settori più esposti, negli ospedali, nell'assistenza e nelle pulizie, troppo spesso sfruttate e sottopagate. Nel solco della storia e della missione che ci hanno lasciato le madri costituenti, noi, oggi, abbiamo il dovere di affrontare le disuguaglianze con misure concrete, per costruire un'Italia più giusta, a partire proprio dal mondo del lavoro.

Credo di poter dire, senza timore di essere smentita, che, con la stessa concordia e sensibilità di allora, hanno lavorato tutti i gruppi parlamentari - e li ringrazio per questo - presenti in Commissione. Abbiamo fatto insieme un ottimo lavoro. La proposta di legge di cui discutiamo, infatti, è il frutto di un'unificazione di più proposte di legge, di più testi, provenienti dalle diverse forze politiche e della dimostrazione che il Parlamento, ancora oggi, quando si dà spazio al dialogo e si raccolgono insieme le difficoltà dei cittadini e delle cittadine, è capace di rispondere, in maniera seria, efficace e puntuale ai bisogni del Paese. A questo proposito, apprezziamo che questa discussione avvenga in parallelo all'impegno della Presidenza italiana del G20 e che la centralità di questi argomenti abbia trovato conferma nella dichiarazione finale dei Ministri del lavoro del G20. Faccio mie alcune parole inviate ieri dal Presidente Draghi alla terza sessione del “G20 Empower”, quando afferma che “siamo ancora lontani dal raggiungere una reale parità di genere”, che dobbiamo “pretendere più informazioni da parte delle aziende sul divario salariale e di genere” e che “sta noi dare potere ad una nuova generazione di donne e costruire un mondo migliore e più equo”. Sono parole decisive, che sento di poter sposare totalmente. Sarà fondamentale che, in sede di realizzazione del PNRR, sia garantita la valorizzazione delle imprese che assicurino un adeguato tasso di occupazione femminile e che si caratterizzino per la promozione di un ambiente di lavoro nel quale venga applicata la parità salariale e siano effettivamente riconosciute pari opportunità. Questo testo, in particolare, si occupa di un pezzo di questi aspetti, non soltanto del gender pay gap, inteso come disparità salariale, ma anche di tutte le pari opportunità che alle donne lavoratrici devono essere garantite, dalla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, auspicando, però, signor Presidente, che sempre più si passi a un'idea non solo di conciliazione, che viene declinata in senso femminile, ma anche culturalmente avanzata, anche nel nostro Paese, di condivisione genitoriale. Abbiamo bisogno di fare questo salto culturale, fino alle opportunità di crescita e di carriera dentro le aziende. Vogliamo rafforzare il quadro normativo delle tutele previste dal nostro ordinamento con un approccio basato sul principio della trasparenza, che non vuole essere solo di carattere repressivo ma vuole promuovere anche lo sviluppo di un sistema premiale per i datori di lavoro che abbiano sviluppato politiche aziendali per garantire efficacemente il rispetto delle pari opportunità. Più specificatamente - vengo all'articolato -, l'articolo 1 del testo unificato reca una modifica all'articolo 20 del codice delle pari opportunità tra uomo e donna, per rendere più efficace l'informazione e il controllo delle Camere sull'applicazione della legislazione in materia di pari opportunità; si valorizza il ruolo della consigliera nazionale, che procederà a trasmettere, direttamente lei, la relazione biennale al Parlamento.

L'articolo 2 intende poi prevedere una definizione più ampia e precisa delle discriminazioni sul lavoro, modificando l'articolo 25 del codice; si interviene sulla definizione di discriminazioni indirette, specificando che i comportamenti o gli atti apparentemente neutri, che mettono o possono mettere i lavoratori di un determinato sesso in una posizione di particolare svantaggio, possono consistere anche in atti o scelte di natura organizzativa o incidenti sull'orario di lavoro. Si estende, inoltre, l'area dei trattamenti considerati discriminatori, comprendendo i trattamenti che determinano una discriminazione in ragione del sesso, dell'età anagrafica, delle esigenze di cura personale o familiare, dello stato di gravidanza, nonché di maternità o paternità, ovvero in ragione della titolarità e dell'esercizio dei relativi diritti. In particolare, la discriminazione può tradursi in una posizione di svantaggio rispetto alle generalità degli altri lavoratori, nella limitazione delle opportunità di partecipazione alla vita o alle scelte aziendali, o nella limitazione dell'accesso ai meccanismi di avanzamento e di progressione nella carriera. L'articolo 3 interviene sulla disciplina del rapporto sulla situazione del personale, contenuta nell'articolo 46 del codice, che sostituisce il principale strumento per la verifica del rispetto del principio della parità di genere da parte delle imprese.

Il rapporto, che avrà cadenza biennale, dovrà essere redatto obbligatoriamente dalle aziende con oltre 50 dipendenti - contro i 100 previsti dall'attuale legislazione -, mentre le aziende con meno di 50 dipendenti potranno redigere il rapporto su base volontaria per accedere alla certificazione di parità. Si tratta di un giusto bilanciamento, per non sovraccaricare di oneri amministrativi le imprese di minori dimensioni.

Si prevede che il rapporto sia redatto in modalità esclusivamente telematica e che i consiglieri regionali di parità possano accedere ai dati contenuti nei rapporti compilati dalle aziende. I risultati sono trasmessi alle sedi territoriali dell'Ispettorato nazionale del lavoro, alla consigliera nazionale di parità, al Ministero del Lavoro e delle politiche sociali al Dipartimento delle pari opportunità, alla Presidenza del Consiglio e al CNEL.

La norma prevede, poi, un decreto del Ministro del Lavoro di concerto, con il Ministero delegato per le pari opportunità, per la puntuale definizione dei contenuti del rapporto, provvedendo sin d'ora ad ampliarli e specificarli, facendo riferimento anche a dati relativi ai processi di selezione e reclutamento, all'accesso alla qualificazione e alla formazione professionale, nonché alle misure adottate per promuovere la conciliazione di tempi di vita e di lavoro.

Si rafforza anche il quadro sanzionatorio. Si prevede che la sospensione per un anno dei benefici contributivi goduti dall'azienda si applichi nel caso di inottemperanza protratta per oltre dodici mesi; inoltre, si attribuisce all'Ispettorato nazionale del lavoro il compito di verificare la veridicità dei rapporti, stabilendo, nel caso di rapporti mendaci o incompleti, una sanzione pecuniaria da 1.000 a 5.000 euro.

Come ho detto, tuttavia, questa proposta di legge non punta tanto alla sanzione delle inadempienze, quanto alla promozione di una cultura delle pari opportunità. In questo senso, l'articolo 4 istituisce dal 1° gennaio 2022 una certificazione della parità di genere, per valorizzare le politiche e le misure adottate dai datori di lavori per ridurre il divario di genere, in relazione alle opportunità di crescita in azienda, alla parità salariale a parità di mansioni, alle politiche di gestione delle differenze di genere e alla tutela della maternità.

La misura attua anche l'intervento previsto dal PNRR, in materia di creazione di un sistema di certificazione della parità di genere e sarà più puntualmente definita con uno o più DPCM su proposta del Ministro con delega per le pari opportunità, di concerto con i Ministri del Lavoro e dello Sviluppo economico.

Verrà anche istituito presso il Dipartimento per le pari opportunità di un comitato tecnico permanente sulla certificazione di genere nelle imprese, costituito dai rappresentanti delle amministrazioni interessate, da consiglieri e consigliere di parità, rappresentanti sindacali ed esperti.

Alla certificazione si accompagna, per effetto dell'articolo 5, l'attivazione di un sistema premiale, grazie al quale alle aziende private in possesso della certificazione della parità di genere sarà concesso uno sgravio di complessivi contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro, non superiore all'1 per cento e nel limite massimo di 50 mila euro annui per ciascuna azienda, entro un limite dei 50 milioni annui.

Da ultimo, ma non certamente meno importante, all'articolo 6, viene estesa l'applicazione delle disposizioni relative all'equilibrio tra i generi nella composizione dei consigli di amministrazione delle società quotate nei mercati regolamentati anche alle società controllate dalle pubbliche amministrazioni. In particolare, lo statuto dovrà prevedere che il riparto degli amministratori da eleggere sia effettuato in base a un criterio che assicuri l'equilibrio tra i generi, in modo che il genere meno rappresentato ottenga almeno due quinti degli amministratori eletti.

Mi avvio a concludere, Presidente, e vorrei prendere in prestito proprio alcune parole pronunciate da Tina Anselmi in quest'Aula in quella seduta del 1977: “Credo che l'impegno, che gli onorevoli colleghi, le forze sindacali, le forze politiche, le associazioni femminili e il Ministero del Lavoro hanno posto nella costruzione della nuova disciplina, dovrà essere raddoppiato dopo la sua approvazione, perché la nuova legge possa esplicare compiutamente nella fase applicativa tutti gli effetti che reca in sé, per sconfiggere ogni forma di discriminazione, antica e recente, palese od occulta”. Io, Presidente, faccio mie queste parole. Mi faccio questo auspicio ed è l'auspicio che pongo a chiunque stia in quest'Aula oggi e a chiunque verrà dopo di noi in quest'Aula, perché bisognerà monitorare l'applicazione di questa legge. Avremo un grande bisogno di impegno, da parte non solo dei Ministeri coinvolti, non solo delle consigliere e dei consiglieri di parità, delle rappresentanze sindacali, ma di tutti noi che abbiamo a cuore le pari opportunità e chi ci confronteremo in quest'Aula anche nei prossimi giorni con l'approvazione di questa legge.

Molta attenzione servirà nel passaggio al Senato - lo dico qui - perché questa legge non rimanga lettera morta nei cassetti del Parlamento, ma possa essere rapidamente pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Questo perché i nostri sforzi per le donne si moltiplicano in ogni campo, ma la questione delle pari opportunità fra i sessi passa inevitabilmente dal lavoro. È stato il lavoro, nel secolo scorso, il primo mezzo di emancipazione delle donne ed il lavoro, ancora oggi, determina le discriminazioni e le disuguaglianze che impediscono la libera scelta di coniugare lavoro e famiglia, così come la possibilità di raggiungere l'indipendenza economica e la realizzazione personale, perché di questo si tratta.

L'Italia oggi sta uscendo da uno dei periodi più difficili e tragici della sua storia, ma deve farlo con la consapevolezza che senza uguaglianza, a maggior ragione di genere, non potrà esserci alcuna concreta ripresa. Per quella libertà, per quell'uguaglianza, che è un diritto di tutte le donne, ma di ciascuno di noi, serve oggi la legge sulla parità salariale. Serve farla vivere e dare concretamente attuazione per riuscire a ristabilire un patto tra le donne fuori e dentro le istituzioni e per consentire davvero, anche più di quanto non avvenga oggi - ancora tanta strada abbiamo da fare - alle donne italiane, non solo di partecipare attivamente al mercato del lavoro, ma possibilmente, con atti concreti, di tornare a ricredere nella politica, nel partecipare pienamente alla vita economica e politica del nostro Paese.

Questo in fondo è il più grande auspicio e credo che questa sia la ragione per cui siamo chiamati a svolgere con disciplina ed onore il nostro lavoro. Quindi, grazie ancora una volta a tutte le forze parlamentari per il lavoro che incardiniamo oggi (Applausi).

PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire la rappresentante del Governo, se lo ritiene: non ritiene di farlo.

È iscritta a parlare la collega Boldrini. Ne ha facoltà, Presidente Boldrini.

LAURA BOLDRINI (PD). Grazie, signor Presidente, per la parola. Ringrazio i colleghi e le colleghe presenti in quest'Aula. Mi lasci dire che è con grande soddisfazione, Presidente, che accolgo l'approdo in Aula di questa legge, che segna un passo avanti fondamentale, direi, nella lotta contro il gender pay gap e le discriminazioni di genere sul posto di lavoro.

Con il testo di legge sulla parità salariale, infatti, si punta a istituire un meccanismo di trasparenza e di garanzia che riguarda milioni di donne, che a parità di mansioni oggi non solo vengono pagate meno, ma sono anche escluse dalle opportunità di carriera rispetto ai loro colleghi uomini, come ha detto bene la relatrice Gribaudo.

È una proposta che prevede la creazione di nuovi meccanismi di trasparenza e garanzia per le lavoratrici, attraverso l'introduzione di un rapporto, un rapporto sulla situazione del personale e la creazione di una certificazione della parità di genere, che premia le aziende virtuose. Infatti, investire nella crescita del lavoro femminile e impegnarsi affinché sia lavoro buono - perché oggi molte donne lavorano, ma quel lavoro è un lavoro cattivo, è un lavoro nero, è un lavoro che non dà diritti - è essenziale anche sul piano etico, perché l'occupazione restituisce dignità e non è che le donne non ne abbiano bisogno. Non è giusto e non è normale sottrarre alle donne questa opportunità, impedendo loro, peraltro, di contribuire al benessere di tutta la comunità.

Ne sono talmente convinta, Presidente, che nel 2018 ho presentato una proposta di legge, che consiste in un piano per il sostegno alla genitorialità – attenzione: genitorialità! - legata all'occupazione e all'imprenditoria femminile, che include varie misure, fra cui anche quella della parità salariale. Questa proposta di legge l'ho voluta chiamare “obiettivo 62 per cento”, a significare che si deve superare la grave situazione italiana, che vede meno della metà delle donne impegnate in attività lavorative e professionali. Con la pandemia siamo mi pare al 47 e poco più per cento di donne che lavorano. Vi rendete conto cosa significa? A fronte, appunto, del 62 per cento, che è la media europea. Mi fa piacere ricordarla oggi, anche perché decisi di costruirla con un metodo particolare, cioè quello di finalizzare il provvedimento dopo averlo sottoposto alle donne in giro per l'Italia, in forma aperta, da Trento a Palermo, donne che fanno impresa, rappresentanti sindacali, di categoria, di ordini professionali, responsabili dei centri antiviolenza, lavoratrici, disoccupate, ricercatrici e quant'altro.

Perché mi piaceva l'idea che quella legge fosse il risultato di un lavoro collegiale con il concorso delle idee e delle opinioni di chi vive ogni giorno sul campo dei problemi legati a ogni aspetto del lavoro femminile, da tradurre poi in articoli e commi.

Questa mia proposta, per la sua parte relativa alla parità salariale, era tra quelle abbinate dalle quali poi è scaturito il testo unificato che oggi è al nostro esame, che è il risultato di un lavoro paziente e determinato condotto dalla collega Chiara Gribaudo - lo voglio dire in quest'Aula - che ringrazio per la passione e per la caparbietà (Applausi). Noi sappiamo bene che per ottenere risultati a vantaggio delle donne, che poi è a vantaggio del Paese, ci vuole anche caparbietà.

Un esito importante perché la parità fra uomo e donna è una delle grandi questioni in cui l'Italia è deficitaria; ne ha parlato ieri anche il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, è stato già detto, dicendo - cito testualmente - “Dobbiamo pretendere più informazioni da parte delle aziende sul divario salariale di genere” - ed è quello che la nostra legge, di cui oggi stiamo parlando, vorrebbe fare – “Governi e imprese” - aggiunge il Presidente del Consiglio – “devono lavorare insieme per superare questa disparità”.

Si impone, Presidente, un'inversione di rotta per dare alle donne quello che è delle donne, cioè il riconoscimento della loro affermazione nelle professioni, nel mondo produttivo, della formazione e della conoscenza, che ancora non emerge, un riconoscimento che non emerge. Solo quando le donne avranno il protagonismo che meritano, insieme ad un accesso paritario al mercato del lavoro, allora, solo in quel momento, il nostro Paese potrà essere finalmente competitivo. Ricordo a quest'Aula che anche la Dichiarazione finale dei Ministri del Lavoro del G-20 ha voluto mettere al centro della riflessione e del dibattito di quest'anno l'occupazione femminile e le disparità di genere nel mercato del lavoro, che significa adoperarsi per creare più e migliori, lo ribadisco e lo sottolineo, posti di lavoro per le donne, soprattutto pagati quanto gli uomini, pagati allo stesso modo per le stesse mansioni. Questo tema sarà anche al centro, la prossima settimana dal 13 al 15 luglio, qui a Roma, del Summit conclusivo dell'Engagement group Women 20 voluto dalla Presidenza italiana del G-20. Non dimentichiamo mai, colleghi e colleghe, che abbattere i vari gap di genere non è solo a vantaggio delle donne, ma è a vantaggio di tutte e tutti noi e dell'economia dell'intero Paese. Non significa soltanto rimediare a una clamorosa e odiosa ingiustizia ai danni delle donne che rappresentano la maggioranza della popolazione - siamo il 51 per cento, non una sparuta minoranza, e dunque dobbiamo esigere, a questo punto della storia -, ma significa anche fare un passo avanti a tutta la società, consentirgli di farlo per il progresso e per una crescita che sia davvero equa e sostenibile (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Bucalo. Ne ha facoltà.

CARMELA BUCALO (FDI). Presidente, onorevoli colleghi, oggi si discute un provvedimento che prevede modifiche all'articolo 46 del codice delle pari opportunità tra uomo e donna di cui al decreto legislativo n. 198 dell'11 aprile 2006, testo che, tuttavia, non è riuscito sufficientemente in modo incisivo a tutelare la donna lavoratrice.

Entro subito nel merito della questione, sembra una cosa semplice a prima vista affermare che l'uomo e la donna hanno uguali diritti, visto che sono stati riconosciuti da tante fonti nazionali ed europee, come il diritto alla parità di opportunità, eguale trattamento nell'accesso al lavoro, condizioni di impiego e di retribuzione, tutele in caso di licenziamento, progressioni di carriera. Ciononostante, di fatto, sussistono ancora tante differenze che limitano l'accesso delle donne al mondo del lavoro e restringono la possibilità di arrivare ad una vera ed equa parità. Risultano poi ancora più accentuate se analizziamo il mondo del lavoro privato dove il tasso di disparità arriva quasi al 20 per cento contro il 3,7 per cento del settore pubblico. Elemento chiave di questa differenza è che le donne che lavorano nel settore pubblico riescono meglio a poter conciliare la vita professionale e familiare, anche se il sistema di tutele, quindi la presenza adeguata di reti di servizio alle famiglie e di politiche di supporto alla natalità richiedono ancora interventi incisivi in entrambi i settori. Infatti, il nostro Paese è in coda alla classifica europea dell'occupazione femminile e nonostante i progressi non è riuscito a recuperare il ritardo rispetto agli altri Stati europei. Ritardo accentuato in maniera drastica con la situazione economica che si è creata con il COVID-19; e a pagare il prezzo più alto sono state sempre e comunque ancora le donne. È noto, infatti, come le donne siano impiegate in percentuale molto più alta degli uomini con contratti precari stagionali, spesso col lavoro a tempo parziale, non per scelta ma imposto dalla necessità di badare ai familiari, alla mancanza di servizi o dall'azienda stessa e in genere con salari più bassi e una scarsa prospettiva di carriera. Ma questi lavori sono compatibili con la gestione delle responsabilità familiari. Donne che in questa emergenza sanitaria sono state costrette a rimanere a casa e, purtroppo, in molti casi non sono tornate al lavoro. Un dato: nel 2020 a causa del COVID su 101 mila nuovi disoccupati, 99 mila sono donne. In tutto questo ha inciso oltre alla mancanza cronica dei servizi a tutela della famiglia anche il divario salariale. In questa prospettiva va il presente provvedimento per colmare le disparità di reddito attraverso una maggiore trasparenza nelle politiche retributive aziendali, decontribuzione o altri sgravi ai datori di lavoro per incentivare il lavoro femminile.

Come Fratelli d'Italia abbiamo presentato degli emendamenti che riconoscono agevolazioni che tendono all'incremento del lavoro a favore delle donne; infatti, si vanno a premiare quelle imprese che, indipendentemente dalla soggettività delle risorse umane impiegate, incrementano le assunzioni di donne all'interno del proprio organico.

Quindi, potranno pure diminuire l'inquadramento di soggetti uomini ma incrementare quello delle donne ed avranno riconosciute le agevolazioni sopra descritte. Si vuole pure agevolare tutte quelle imprese pubbliche e private che si rendono partecipi al miglioramento delle condizioni di lavoro delle donne redigendo un rapporto annuale sull'andamento dell'occupazione di genere, prendendo anch'esse coscienza della disparità lavorativa tra i generi, come anche vanno a partecipare alla diminuzione del gap sia tra le varie attività e settori con meno occupazione a favore delle donne e anche all'interno delle mansioni nelle varie attività. Un'ulteriore considerazione può essere fatta: le aziende che assumono risorse lavorative femminili acquisiscono un vantaggio economico e finanziario rispetto alle altre aziende in quanto riescono ad avere una maggiore redditività aziendale sostenendo minori costi di oneri sociali; avendo, quindi, dei benefici non solo di reddito ma anche finanziari, considerato che indici di bilancio più favorevoli permettono un migliore accesso al credito sia di esercizio che di investimento.

Mi accingo alla conclusione evidenziando che gli interventi previsti in questo provvedimento comunque non sono l'unico modo affinché venga raggiunto l'obiettivo di incentivare l'occupazione femminile ed eliminare il divario salariale.

Perché la parità di genere non resti un semplice slogan occorre potenziare il nostro sistema di tutele legate alla famiglia e il supporto alla natalità. I numeri dicono che il nostro è un Paese in cui si fanno pochi figli, soprattutto al Sud Italia, dove mancano maggiormente i servizi essenziali che permetterebbero alle donne di allontanarsi da casa per lavorare. Tutto ciò mette a rischio la sostenibilità del nostro sistema economico.

È necessario, quindi, creare le condizioni affinché le donne non siano più costrette, per i gravi problemi di conciliazione tra lavoro e vita privata, ad accettare impieghi di scarsa qualità, a barattare la flessibilità di orario con una retribuzione più bassa, con un costo non indifferente in termini di pensione o di opportunità di carriera, che rendono le donne ancora più povere o sempre più in difficoltà economiche. Tutto ciò rappresenta una vera priorità per il rilancio della nostra Nazione, una Nazione sostenibile e solidale, consapevole del ruolo fondamentale della donna sullo sviluppo e sulla crescita del nostro Paese (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Bologna. Ne ha facoltà.

FABIOLA BOLOGNA (CI). Grazie, Presidente. Il testo unico in discussione ci permette di trattare il tema delle pari opportunità. Siamo tutti consapevoli che il tema richiede un cambiamento, oltre che normativo, culturale. I dati sulla parità tra donne e uomini nell'Unione Europea ci dicono che nessuno Stato membro ha raggiunto la piena parità di genere e che i progressi procedono lentamente. In particolare, la differenza tra il tasso di occupazione femminile e maschile nell'Unione europea è dell'11,6 per cento, in Italia si attesta al 19,6 per cento.

Sebbene in Europa le laureate superino numericamente i laureati, le donne continuano a essere sottorappresentate nelle professioni più remunerate.

Per quanto riguarda il settore digitale, la percentuale degli uomini che lavorano in tale ambito è tre volte superiore a quella delle donne. Solo il 17 per cento di chi intraprende studi o abbraccia una professione nel settore delle tecnologie dell'informazione e comunicazione e solo il 36 per cento dei laureati nel settore STEM è rappresentato da donne.

Le donne percepiscono salari inferiori, in media, di circa il 16 per cento rispetto a quelli degli uomini. Il divario pensionistico di genere è del 30 per cento e solo il 7,5 per cento dei presidenti dei consigli di amministrazione e il 7,7 per cento degli amministratori delegati delle maggiori società dell'Unione Europea quotate in borsa sono donne.

L'Italia rimane l'ultimo Paese in termini di divari nel dominio del lavoro misurato in termini di partecipazioni e condizioni. Se poi si estende il confronto alle percezioni dell'importanza del tema della parità di genere per garantire una società giusta e democratica ricavate attraverso recenti indagini dell'Eurobarometro, si evidenzia che gli italiani danno poca rilevanza a questo tema. La promozione della parità di genere è fondamentale solo per circa quattro cittadini su dieci; in particolare, sullo stereotipo che il ruolo primario della donna sia occuparsi della cura della casa e della famiglia si rilevano fortissime differenze tra i Paesi e la quota di consenso su questa affermazione raggiunge il 51 per cento in Italia, che si colloca dopo la Grecia e alcuni Paesi dell'Est Europa. In più, l'Italia è il Paese in cui le donne, molto più degli uomini, hanno interiorizzato questo stereotipo: lo condivide addirittura il 53 per cento delle donne, a fronte del 44 per cento degli uomini. È necessario, quindi, davvero un salto culturale.

In Italia, oltre alle norme costituzionali, le politiche per le pari opportunità si sono arricchite nel tempo di norme per promuovere una piena attuazione del principio di uguaglianza, soprattutto in attuazione della disciplina europea. Il codice delle pari opportunità tra uomo e donna raccoglie la normativa sull'uguaglianza di genere nei settori della vita politica, sociale ed economica, dalla promozione delle pari opportunità tra uomo e donna alla promozione delle pari opportunità nei rapporti etico-sociali, nei rapporti economici e nei rapporti civili e politici.

La centralità delle questioni relative al superamento delle disparità di genere viene ribadita anche nel Piano nazionale di ripresa e resilienza per rilanciare lo sviluppo nazionale. Il Piano, infatti, individua la parità di genere come una delle priorità trasversali perseguite in tutte le missioni che compongono il Piano. L'intero Piano dovrà, inoltre, essere valutato in un'ottica di gender mainstreaming.

In tale quadro, viene sottolineato che, alla luce delle disuguaglianze di genere, sociali e territoriali del Paese, che la pandemia ha contribuito ad evidenziare, il piano prevede l'avvio di una decisa azione a favore della parità di genere attraverso il sostegno all'occupazione e all'imprenditorialità femminile, l'attuazione di diversi interventi abilitanti, a partire da servizi sociali quali gli asili nido, e di adeguate politiche per garantire l'effettivo equilibrio tra vita professionale e vita privata, insieme all'impegno per ridurre la precarizzazione del lavoro e gli alti tassi di disoccupazione che colpiscono soprattutto le donne e i giovani.

Nell'ambito del percorso scolastico è necessario educare all'eguaglianza di genere, alla valorizzazione del merito per favorire la crescita di cittadine e cittadini consapevoli e attivi in tutti i contesti di vita, nella società, nella famiglia e nel lavoro. Solo attraverso la conoscenza è possibile acquisire consapevolezza di pregiudizi e stereotipi ancora purtroppo fortemente radicati nella nostra società e la scuola, in quanto istituzione educativa, deve fornire strumenti e metodologie per superarli, proponendo interventi e percorsi di informazione e sensibilizzazione.

Nel mondo del lavoro le pari opportunità valorizzano il talento e le competenze necessarie per il progresso scientifico ed economico e riducono le disuguaglianze nella società.

La pandemia ci ha aperto anche gli occhi sul settore sanitario del nostro Paese e sulla sua importanza. Il settore sanitario è anche paradigmatico di ciò che è il termometro delle pari opportunità nel Paese. I medici uomini sono il 55 per cento, ma se si stratificano i dati per età si scopre che sotto i cinquant'anni i medici donne sono il 60 per cento e tra i 40 e i 44 anni sono il 64 per cento. La femminilizzazione della professione medica è già realtà.

Pertanto, in Italia l'obiettivo di aumentare la presenza femminile nelle materie STEM, almeno per quanto attiene alla facoltà di medicina, è già raggiunto; analogamente, l'obiettivo è già raggiunto per le professioni sanitarie.

Ciò che ancora discrimina le donne rispetto agli uomini è il raggiungimento di posizioni apicali direzionali e di ruoli di management a parità di competenze, legato a retaggi culturali anacronistici e per una carenza di politiche che si traducano in azioni che facilitino la condivisione dell'attività di cura della famiglia e degli anziani e di un rinnovamento degli assetti organizzativi delle professioni sanitarie che rendano compatibile l'attività professionale con la gestione familiare.

Le donne medico, professionisti e sanitari, sono troppo spesso costrette a scegliere privilegiando la famiglia e rinunciando a progressioni di carriera o rinunciando alla famiglia per la carriera. Queste scelte si verificano anche in altri settori strategici del mondo del lavoro. Con la pandemia abbiamo scoperto lo smart working, che nel mondo si pratica da anni con evidenti benefici sia per i lavoratori donne e uomini, che per i datori di lavoro.

Il nostro Paese, però, ha mostrato anche su questo una scarsa capacità di leggere i dati e di comprenderne il beneficio e può davvero perdere una grande opportunità di evoluzione legandosi a degli stereotipi del passato. Infatti, da rilevazioni effettuate nelle aziende si è evidenziato con lo smart working un miglioramento della produttività, del benessere individuale e un bilanciamento tra vita lavorativa e vita personale sia per le donne che per gli uomini; entrambi guadagnano tempo da dedicare alle attività di cura e alle attività domestiche. Si tratta, quindi, di uno strumento in grado di ridurre le differenze di ruoli tra uomini e donne all'interno della famiglia che ad oggi sono un ostacolo alla parità di accesso alle opportunità di lavoro.

In questa direzione riteniamo importante la ridefinizione dell'atto discriminatorio, che interviene nelle condizioni e nei tempi di lavoro e che, in ragione del sesso, dell'età anagrafica, delle esigenze di cura personale o familiare, dello stato di gravidanza nonché di maternità o paternità, anche adottive, pone o può porre il lavoratore in posizione di svantaggio rispetto alla generalità degli altri lavoratori, limita le opportunità di partecipazione alla vita o alle scelte aziendali e limita l'accesso ai meccanismi di avanzamento e di progressione nella carriera. Importante nel testo l'estensione del rapporto biennale sulla situazione del personale anche alle aziende con più di 50 dipendenti e la certificazione della parità di genere legata una premialità con uno sgravio contributivo.

Per noi di Coraggio Italia rimane fondamentale la presenza delle donne anche nelle posizioni decisionali. Bisogna migliorare le opportunità di conciliazione tra lavoro e vita privata in ambito lavorativo, valutare le persone rispetto alla formazione, alle competenze e al merito, integrare la dimensione di genere nella progettazione di politiche e misure normative rilevanti.

Tutto ciò per rendere la parità tra donne e uomini una vera realtà, in modo che tutti i cittadini e le cittadine possano avere le stesse opportunità di realizzazione nella vita personale e lavorativa, a tutto vantaggio della società (Applausi dei deputati del gruppo Coraggio Italia).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Legnaioli. Ne ha facoltà.

DONATELLA LEGNAIOLI (LEGA). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, qui oggi discutiamo e analizziamo le linee generali di una serie di proposte legislative presentate nel corso del tempo, ma accomunate tutte da un unico comune denominatore: la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e la parità retributiva tra i sessi. Si tratta di due temi che molto spesso ricorrono e ritornano nell'agenda politica nazionale, segno evidente che, allo stato attuale, c'è ancora da fare e ci sono ancora degli obiettivi da raggiungere. È pur vero che nel corso degli ultimi anni sono già state introdotte, a livello nazionale, delle disposizioni che, pur difettando talvolta di coordinamento ed armonizzazione, hanno comunque sottolineato l'importanza di questi argomenti, contribuendo comunque a migliorare il quadro d'insieme, dal bonus bebè al congedo di paternità, dal welfare aziendale allo smart working, tema questo sempre più pressante ed importante per la tristemente nota questione COVID, fino agli sgravi contributivi per l'assunzione di donne.

È un fatto, altresì, che, anche grazie – ahinoi - a fatti di cronaca e all'opinione pubblica, il legislatore, in questi ultimi tempi, abbia iniziato finalmente ad avere una sensibilità maggiore a queste argomentazioni, iniziando ad introdurre norme, alcune temporanee, altre più stabili, a sostegno della parità retributiva tra i sessi. E anche oggi noi qui siamo per discutere e analizzare una serie di disposizioni che nel principio e nel merito, come vedremo, non possiamo che condividere.

La Commissione di cui ho l'onore di far parte, del resto, si è chiaramente ed energicamente espressa a favore di una proposta di direttiva volta a rafforzare l'applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro. Le statistiche, del resto, sono impietose quando si parla di differenza tra salari di uomini e donne. Il gap in Italia è del 14,3 per cento: una percentuale incredibile, una sperequazione pesantissima, che finisce inesorabilmente per gravare sullo sviluppo del nostro Paese.

Non potrebbe essere altrimenti, del resto: una reale, concreta ed effettiva parità tra donna e uomo è un elemento essenziale per promuovere e sostenere una crescita sociale, economica e della vita intera del nostro Paese. Questo vale sempre, come principio, ma vale ancora di più in un momento storico come quello attuale, nel quale la crisi del COVID ha ulteriormente allargato la distanza nella parità tra donne e uomini in ambito lavorativo. Non è un caso, del resto, che lo stesso Piano nazionale per la ripresa e resilienza contenga al suo interno uno specifico intervento riferito alla definizione di un sistema nazionale di certificazione della parità di genere in ambito lavorativo e che tenga conto anche del riconoscimento della parità salariale a parità di mansioni, - anche questo aspetto molto importante sul sentiero del raggiungimento dell'obiettivo, una certificazione che accompagni le imprese a ridurre il divario tra donne e uomini sul fronte della parità salariale a parità di mansioni -, dell'opportunità di carriera, della tutela della maternità, che rappresenta una vera priorità per il nostro Paese.

Quello di genere è uno dei tre gap che l'Italia deve recuperare se vuole crescere, insieme a quello territoriale e generazionale, come ha spiegato il Ministro dell'Economia Daniele Franco presentando il Piano italiano di ripresa alla Commissione europea. Un fattore che, dopo l'emergenza Coronavirus, diventa davvero un'impellenza. Basti pensare che, dei 565 mila occupati in meno registrati a marzo 2021 rispetto allo stesso mese del 2020, ben 377 mila sono donne, il 66 per cento, ovvero due su tre. Con la certificazione di parità, la consapevolezza di costruire un contesto nel mondo del lavoro che inizi finalmente a introdurre elementi di equità tra lavoratori e lavoratrici passa da un piano culturale a quello economico e sociale. È questo un fattore molto importante, perché si inizia a prendere atto di un divario tra i generi che, oltre su di un piano retributivo, si focalizza anche, finalmente, sulla necessità di creare un sistema che accompagni e incentivi le imprese ad adottare una policy adeguata a ridurre il gap di genere. Del resto, le donne non solo lavorano meno degli uomini - il tasso di occupazione femminile è al 49 per cento contro il 67,2 dei maschi -, ma guadagnano anche meno. Le donne hanno, quindi, buste paga più leggere in quanto spesso lavorano un numero inferiore di ore e, per motivazioni legate alla vita familiare, sono meno disponibili al lavoro straordinario. Risultano, per questo, impiegate nei lavori più standardizzati, meno remunerativi e più temporanei. In tal modo, a parità di qualifiche, ottengono meno avanzamenti di carriera rispetto ai colleghi. Non è un caso che si parli qui, finalmente, di premialità e di parità: intendo, con questo, il riconoscimento economico sotto forma di sgravio dei complessivi contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro privati in favore delle aziende che siano in possesso della certificazione della parità di genere. Una maggiore e migliore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, in sostanza, garantirà e garantisce sicuramente uno sviluppo e una crescita del Paese nella sua interezza, con benefici, quindi, diffusi ed evidenti sotto molteplici punti di vista, economici, sociali, culturali. E, infatti, ai fini della valutazione del rispetto del principio di parità, è doveroso ampliare la nozione di retribuzione nell'ambito della quale far rientrare tutte le erogazioni e i benefit, anche in natura, riconosciuti a motivo dell'impiego.

La disparità di trattamento tra uomo e donna, infatti, può essere superata anche con iniziative che, oltre al semplice divario economico, rientrino in un più ampio sistema di azioni atte a intervenire sulle cause che hanno determinato questa disparità, provvedendo magari anche a rafforzare l'offerta di servizi per la cura familiare o di servizi educativi dell'infanzia.

In conclusione, possiamo ritenerci soddisfatti delle proposte e delle disposizioni in esame perché senza dubbio contribuiscono in modo positivo e costruttivo a un netto miglioramento di temi e punti che spesso in Italia erano lasciati in zona d'ombra. Le parole di ieri del nostro Primo Ministro Mario Draghi, intervenuto alla terza sessione plenaria del G20, vanno esattamente in questa direzione: Governi e imprese devono lavorare insieme per superare le disparità, i primi rafforzando i servizi per l'infanzia, le imprese trovando il modo di adattare i propri luoghi di lavoro alle esigenze delle madri lavoratrici. Questo dimostra ancora una volta che, quando la politica delle parità abbandona gli spot e le iniziative fini a se stesse, finalizzate più alla ribalta mediatica che all'effettiva soluzione del problema, si può giungere, anche grazie al contributo di tutti, a norme armonizzate, efficienti e soprattutto concrete, come piace a noi della Lega. A noi non interessano marcette o gessetti, lettere all'Accademia della Crusca per introdurre sindaca o Ministra. A noi interessa che le donne siano tutelate con strumenti legislativi efficaci e sostenute con iniziative di sostegno, corpose di risorse. Solo così, con lungimiranza ed investimenti, norme moderne e fattive, si può riuscire insieme, tutti insieme, come Paese, a superare queste disparità (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Librandi. Ne ha facoltà.

GIANFRANCO LIBRANDI (IV). Grazie, Presidente. Onorevoli deputati, il lavoro è il valore fondante del nostro ordinamento e dell'affermazione dell'individuo. Il lavoro rende liberi ed è, insieme allo studio e alla formazione, il più importante fattore di crescita personale e di inclusione sociale nella nostra società. Com'è evidente, anche la questione delle pari opportunità fra i sessi passa inevitabilmente dal lavoro. È stato il lavoro, nel secolo scorso, il primo mezzo di emancipazione delle donne ed è il lavoro, ancora oggi, a determinare le discriminazioni che impediscono la libera scelta di coniugare lavoro e famiglia, così come la possibilità di raggiungere l'indipendenza economica e la realizzazione personale.

Negli scorsi anni su questo tema sono stati compiuti alcuni importanti passi avanti. Con il Jobs Act è stato riconfermato il divieto delle cosiddette dimissioni in bianco e introdotta l'estensione del congedo parentale; è stato finanziato il voucher babysitter e sono state introdotte iniziative di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, fino ad arrivare all'approvazione del generale e innovativo impianto del Family Act. Tutti provvedimenti che hanno agevolato il lavoro delle donne e contribuito a riequilibrare le disparità lavorative tra i generi; tuttavia, dopo questi importanti progressi, i tempi per la parità rischiano di allungarsi di un'altra generazione a causa del COVID.

Le conseguenze economiche della pandemia hanno ampliato le disparità tra i sessi, soprattutto, in ambito economico. Il motivo per cui il crollo occupazionale è una condizione soprattutto femminile ha a che fare con la natura del lavoro stesso: le donne sono impiegate soprattutto nei settori che più di tutti stanno vivendo la crisi, come quello dei servizi e quello domestico, spesso con contratti che danno poca sicurezza e stabilità, come il part time, un fenomeno a cui nemmeno il blocco dei licenziamenti è riuscito a mettere un freno.

Il Global Gender Gap Report del World Economic Forum evidenzia chiaramente il grande divario che separa le donne dagli uomini nel lavoro a livello internazionale. Secondo l'analisi, continuando di questo passo, saranno necessari più di due secoli e mezzo, 267 anni, per colmare il gap. A guidare la classifica dei Paesi più virtuosi c'è il Nord Europa, con Islanda, Finlandia e Norvegia, tutti guidati da Premier donne; al quarto posto, la Nuova Zelanda, anch'essa guidata da una donna, al quinto la Svezia.

Dopo un anno di pandemia emerge un balzo dell'Italia che ha guadagnato 13 posizioni, salendo dal 76° al 63° posto su un panel di 156 Paesi al mondo. La spinta maggiore al miglioramento è venuta dalla politica, dove risultiamo al 41° posto della classifica. L'altra faccia della medaglia, però, è la partecipazione economica, che ci vede scivolare al 114° posto fra le maglie nere a livello europeo. Ci sono, addirittura, 24 punti percentuali fra l'Islanda, con l'84,6 per cento, e l'Italia, con il 61,9 per cento - il livello più basso d'Europa -, nell'indicatore delle opportunità economiche. D'altra parte, i problemi del lavoro femminile sono noti e sono stati più volte sottolineati anche dal Premier Mario Draghi: basso tasso di occupazione (meno del 50 per cento), alta percentuale di contratti part time (49,8 per cento), elevata differenza salariale (al 5,6 per cento dal World Economic Forum, ma per altre rilevazioni, Eurostat, al 12 per cento), mancata possibilità di carriera (solo il 28 per cento dei manager sono donne, peggio di noi, in Europa, solo Cipro) e scarso accesso a formazione STEM, per esempio (il 16 per cento delle donne contro il 34 per cento degli uomini).

In questi mesi, la voce delle donne si è fatta sentire nella discussione sul Recovery Plan. L'iniziativa “Il giusto mezzo”, promossa da molte associazioni e comitati, ha posto tre problemi chiave: l'allargamento dell'offerta sulla cura della prima infanzia dei bambini e della cura familiare in generale; il rilancio dell'occupazione femminile, anche attraverso la leva fiscale; il gender pay gap che, nel caso italiano, è tra i peggiori in Europa. La discussione sulla disparità salariale tra uomini e donne non è solo una questione femminile, ma allontana l'intero Paese da un efficiente utilizzo delle risorse con le quali creare benessere per l'intera popolazione.

È sulla base di queste considerazioni che si ritiene necessario e urgente intervenire con una modifica del Codice delle pari opportunità, in particolare sull'articolo 46, con la pubblicazione del rapporto biennale sulle pari opportunità e il rilascio di un'apposita certificazione. Molti Paesi, negli ultimi anni, hanno provveduto a innovare la loro legislazione in merito alla parità salariale, come la Germania e il Regno Unito, spingendo per una maggiore trasparenza sulle retribuzioni dei dipendenti delle grandi aziende.

Tali innovazioni sarebbero utili anche nel nostro Paese sia per incentivare l'applicazione di una piena parità, prevedendo anche modalità di controllo e sanzioni, sia per offrire un ulteriore elemento di valutazione sul mercato del lavoro, analogamente a ciò che avviene con la certificazione ambientale o di welfare aziendale, con il beneficio per le aziende virtuose di risultare più attraenti per i lavoratori. Non a caso, l'equità di genere nel lavoro è tra gli obiettivi di sostenibilità sociale dell'Agenda 2030 dell'ONU e delle istituzioni europee. È tempo che anche in Italia si agisca in questa direzione, valorizzando la legislazione che va aggiornata e potenziata non in chiave punitiva per le aziende, ma, piuttosto, per accompagnarle nella giusta maniera, con incentivi e leve, al fine di colmare il gap salariale tra uomo e donna.

Oltre alla modifica dell'articolo 46 del Codice delle pari opportunità, bisogna investire nelle infrastrutture sociali, incentivare la formazione delle donne nei settori ad alta occupabilità - scienza, tecnologia e ingegneria - e favorire processi di trasformazione aziendali idonei a eliminare il gap salariale tra uomo e donna e a realizzare un miglior work life balance. A tale proposito, va attentamente valutata l'introduzione della settimana corta di lavoro a parità di salario. Si tratta di un intervento che migliora notevolmente il benessere e il bilanciamento tra lavoro e vita privata dei lavoratori e che potrebbe essere uno strumento molto utile per incidere sulla condizione delle donne nel mondo del lavoro e sulla loro libertà di lavorare senza rinunce alla maternità e alla famiglia. È un'innovazione già adottata da grandi gruppi, come Microsoft, Toyota e Unilever e, di recente, dalla Spagna, che dovrebbe essere sperimentata anche nel nostro Paese.

Infine, c'è un ulteriore tema che riteniamo vada preso in considerazione. Ho depositato un progetto di legge per la partecipazione dei lavoratori agli utili e alla gestione aziendale, che darebbe attuazione agli articoli 46 e 47 della nostra Costituzione. Tale proposta risulta, a nostro avviso, fondamentale per stimolare la produttività e la dinamicità salariale, valorizzando, al contempo, il lavoro. Da un lato, la partecipazione agli utili aumenterebbe i livelli di reddito disponibile dei lavoratori, dall'altro, la partecipazione alle scelte aziendali comporterebbe una maggiore attenzione alle condizioni dei lavoratori e, auspicabilmente, alle eventuali disparità salariali o contrattuali.

Il gap salariale tra uomo e donna è una questione sociale ed economica e si traduce in un freno per lo sviluppo delle aziende e la crescita del sistema economico. Pertanto, tale problema non può essere affrontato solo nella logica del controllo e della sanzione, ma, piuttosto, esige un approccio volto all'innovazione e al miglioramento della produttività. Colmare le disparità salariali conviene a tutti. Alle motivazioni di carattere ideale, che attengono a civiltà e giustizia sociale, si aggiunge la valutazione degli impatti in termini di costi e benefici. Infatti, risolvere il gap salariale si tradurrebbe nell'aumento del reddito medio pro capite e, nel medio periodo, del PIL e del benessere generale del nostro Paese (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Barzotti. Ne ha facoltà.

VALENTINA BARZOTTI (M5S). Grazie, Presidente. Colleghi e colleghe, parità di retribuzione per lavoro di eguale valore: sembra semplice no? C'è qualcuno che può avere dei dubbi su questo concetto? Io direi assolutamente no, anche perché, come ha ricordato la relatrice, questo principio è sancito all'articolo 37 della nostra Costituzione dove, appunto, possiamo leggere che la donna, a parità di lavoro, ha diritto alla stessa retribuzione che spetta al lavoratore.

Risale, pensate, al 1944 il primo accordo sulla parità retributiva, veniva sottoscritto a Biella, nel settore tessile. Parità di retribuzione per lavoro di ugual valore: è un principio riconosciuto da tempo, anche a livello internazionale. È del 1951, ad esempio, la Convenzione ILO n. 100, ratificata dall'Italia sempre in quegli anni. Quindi, di cosa parliamo oggi? Perché noi che guardiamo al 2050 siamo qui in Aula a discutere di un tema tanto caro ai nostri padri costituenti? Lo facciamo per due motivi. C'è un problema di dimensioni globali che riguarda anche l'Italia e non tutti lo vedono; ma se non si vede per motivi culturali, per motivi di trasparenza, per motivi sociali, non vuol dire che non ci sia e che non vada affrontato urgentemente.

Presidente, oggi parliamo di alcune modifiche al codice in materia di pari opportunità tra uomo e donna in ambito lavorativo e ritengo che il testo costituisca un ottimo punto di partenza per affrontare e contrastare il divario retributivo di genere. Il testo oggi in discussione è stato caratterizzato da un lavoro corale della Commissione, trasversale e che ha visto il coinvolgimento di tutte le forze politiche unite nell'intento di portare all'attenzione del Paese la problematica e di sostenere la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, così come la parità retributiva tra i sessi.

Nel discutere della proposta di legge, però, vorrei partire da un semplice concetto. Quando si parla di gender pay gap a volte ho sentito dire: va bene, ma che problema è? Quello che conta è il merito, se sei brava vai avanti, guadagni, se non sei brava no. Cosa c'entra il genere? Mica siamo negli anni Cinquanta! Ebbene, Presidente, questa frase è astrattamente corretta, chiaramente noi donne non vogliamo essere agevolate per il nostro genere, assolutamente no; però vogliamo che le pari opportunità siano reali, e non di facciata. I dati sul mercato del lavoro parlano e non fanno sconti a nessuno. Se nel dicembre 2020, come attesta Istat, ci sono stati 101 mila posti di lavoro persi e 99 mila erano delle donne, è perché tutte e 99 mila erano meno brave di qualcun altro? Se in media solo la metà delle donne del nostro Paese lavora, come rileva il bilancio di genere rispetto all'esercizio finanziario 2019 del MEF, è perché le altre non meritano di lavorare? Ancora, se le donne ricoprono meno posizioni di controllo e sono ampiamente soggette a part time involontario, sarebbe sempre imputabile alla loro minor competenza? Chiedo, Presidente. Non è più probabile che siamo di fronte a una vera e propria ingiustizia sociale? In effetti, l'Organizzazione mondiale della sanità stima che ci siano vari divari, proprio anche all'interno della sanità, così come in tutti i settori del mondo del lavoro. L'ILO ci dice che esiste un divario di salario tra uomo e donna che si attesta attorno al 20 per cento, in media, nel mondo. Secondo il Comitato europeo per i diritti sociali, sarebbero 14 su 15 i Paesi che violano le regole relative all'equità salariale e alle discriminazioni di genere sul posto di lavoro, che sono stabilite dalla Carta sociale europea. Su questo tema l'Italia è stata anche richiamata dall'Europa in materia di trasparenza, dopo una serie di segnalazioni che sono state fatte dalla ONG University Women of Europe.

A livello teorico, ovviamente, tutti gli Stati tendono agli standard promossi dalla Carta sociale europea, però, in realtà, da questo report emerge che soltanto la Svezia rispetta a pieno le linee guida e, quindi, questo provvedimento si pone come una prima azione concreta verso il superamento del problema, quantomeno a livello italiano. Il divario retributivo riguarda, appunto, tutti i settori, anche il lavoro autonomo e le libere professioni. Di recente è uscito un articolo in cui si è analizzato quello che riguarda il settore dell'avvocatura: è emerso che le avvocate guadagnano circa il 40 per cento in meno dei loro colleghi uomini e fanno fatica a raggiungere posizioni apicali negli studi legali, nonostante le avvocate iscritte all'ente previdenziale siano anche di più dei colleghi uomini. A fronte di questi dati, qualcuno può pensare ancora che, in questa situazione, c'entri qualcosa il merito?

Questo divario di genere sulle retribuzioni, a parità di mansioni, non deve esserci, il divario occupazionale nemmeno. Evidentemente, se è un problema che si trascina da anni nel nostro ordinamento ha radici profonde; meccanismi culturali da scardinare, veli da squarciare e questa proposta di legge va in questa direzione. Il testo oggi in discussione prevede, ad esempio, meccanismi di trasparenza delle retribuzioni ampliando la platea dei soggetti che dovranno stilare il cosiddetto rapporto sulla condizione del personale. Saranno tenute a redigere il rapporto le aziende che hanno più di 50 dipendenti, abbassando così quella soglia di 100 dipendenti che, invece, è prevista attualmente. Le altre aziende possono farlo in modo volontario. In ogni caso, si prevede che il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali pubblichi i nominativi delle aziende che hanno trasmesso il rapporto. Questo è sicuramente un passaggio molto utile perché punta sulla trasparenza e sul fatto che le aziende diano tutta una serie di informazioni che vanno dal numero dei lavoratori occupati di sesso femminile e maschile, al numero dei lavoratori assunti nel corso dello stesso anno, le differenze tra retribuzioni iniziali di ciascun sesso, nonché altre informazioni utili, anche sul processo di reclutamento e selezione del personale.

Un altro punto che ritengo cruciale di questo provvedimento è quello di andare a lavorare ancora sul concetto di discriminazione previsto all'articolo 25 del codice delle pari opportunità, inserendo espressamente anche le modifiche organizzative e di orario di lavoro come comportamenti potenzialmente idonei a sostanziare discriminazioni indirette laddove creino, di fatto, posizioni di svantaggio di un genere rispetto a un altro nonché limitazioni, ad esempio, all'accesso ai meccanismi di avanzamento e di progressione della carriera.

Ulteriore aspetto assolutamente imprescindibile è quello di dare centralità alle consigliere di parità, prevedendo un loro maggior coinvolgimento nella presentazione della relazione con gli esiti del monitoraggio sull'applicazione della legislazione in materia di parità al Parlamento, che non sarà più presentata dal Ministro del Lavoro, ma dalle consigliere regionali e territoriali. Queste figure hanno un ruolo fondamentale per sostenere il lavoro femminile e per la prevenzione e il contrasto alle discriminazioni nei luoghi di lavoro, perché costituiscono il principale presidio del Ministero del Lavoro sul territorio, sono radicate nel territorio e possono avere importanti relazioni con le realtà locali imprenditoriali e sindacali. L'auspicio, quindi, è che questo ruolo venga rafforzato il più possibile, promosso e potenziato. I cittadini e le cittadine devono sapere che sul territorio hanno un prezioso alleato che deve rappresentare per loro un fermo punto di riferimento.

In conclusione, Presidente, il gap salariale è soltanto la punta di un iceberg che si posa su una stratificazione di problemi di tipo sociale e culturale che devono essere superati tramite azioni mirate e multilivello. È fondamentale intervenire adesso sul lavoro femminile, incentivarlo e liberarlo da ogni forma di discriminazione, e oggi lo facciamo, partendo da questo provvedimento (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Anna Lisa Baroni. Ne ha facoltà.

ANNA LISA BARONI (FI). Grazie, Presidente. Oggi la Camera avvia il suo dibattito su un provvedimento che consiste in un testo unificato di un gran numero di proposte di legge presentate da tutti i gruppi parlamentari in materia di pari opportunità in ambito lavorativo. Forza Italia ha dato, ovviamente, il proprio contributo di proposte e di idee, con due proposte presentate dalle allora colleghe parlamentari - oggi Ministri del Governo Draghi - Mariastella Gelmini e Mara Carfagna. Quindi, possiamo dire senz'altro che Forza Italia ha dato il suo contributo a questo provvedimento che oggi incardiniamo in Aula, al suo massimo livello. Come detto, oggi arriviamo finalmente in Aula, al termine di un lungo esame in Commissione, di un lavoro che è durato praticamente un anno e mezzo, essendo stato avviato nel novembre 2019. La Commissione ha svolto un corposo ed esaustivo ciclo di audizioni, dopo di cui, la prima importante scelta che siamo stati chiamati a compiere è stata quella di delimitare il perimetro nel quale questa norma si doveva occupare.

Tra le proposte presentate - ad esempio, la proposta Gelmini era una tra queste che interveniva sulla materia a 360 gradi - c'era la volontà di intervenire sul gender pay gap, sulla differenza di retribuzione tra uomo e donna a parità di ruolo e di mansione, ma vi erano anche misure volte a favorire sia l'occupazione femminile che l'imprenditoria femminile; veniva, inoltre, affrontato il tema della conciliazione delle esigenze di vita e lavoro e si interveniva nella materia della tutela della maternità tramite il rafforzamento della rete dei servizi per l'infanzia.

Vi erano, invece, altre proposte di legge che proponevano un intervento più specifico, che riguardava la modifica dell'articolo 46 del codice delle pari opportunità, con particolare riferimento al personale impiegato previsto da questo articolo.

La scelta effettuata è stata di procedere su questa seconda linea di intervento, anche consapevoli del fatto che spesso i provvedimenti parlamentari sono costretti a delle scelte, diciamo, di concretezza. Infatti, quando si interviene su una materia, ampliandola in maniera rilevante e prevedendo anche una parte onerosa nel provvedimento normativo, si corre sempre il rischio di andarsi ad infrangere sul severo occhio e sulla severa attenzione della Commissione bilancio. Però, la Commissione bilancio della Camera ha ritenuto che quello delle pari opportunità e della parità di condizioni tra uomini e donne sul posto di lavoro costituisse un tema sul quale si dovesse comunque intervenire e si è deciso, quindi, di procedere alla modifica di alcuni articoli del codice delle pari opportunità.

Ciò che rileva, e che però è stato detto da tutti coloro che mi hanno preceduto, è che si è trattato di una scelta condivisa, di una discussione trasversale, ampia, che ha portato peraltro al voto all'unanimità in Commissione. Possiamo dire, certamente, che il contesto nel quale sono state fatte alcune valutazioni in Commissione e la consapevolezza di tutti i componenti della Commissione erano che la pandemia certamente ha danneggiato prevalentemente le donne nel mondo sociale e nel mondo del lavoro e che, quindi, questa legge doveva approdare in Aula cercando di porre un primo passo per la soluzione di questo problema così rilevante.

In questa proposta di legge ci sono, direi, due aspetti di rilievo riguardo ai quali giova fare una sottolineatura. Il primo di questi aspetti riguarda il miglioramento dell'articolo 46 del codice delle pari opportunità. Si è giustamente ampliata la platea delle aziende che saranno tenute ad inviare il rapporto biennale, stabilendo che l'obbligo, finora previsto solo per le aziende con almeno 100 dipendenti, oggi è previsto per le aziende con più di 50 dipendenti, lasciando peraltro la facoltà alle piccole e medie imprese - sappiamo che sono la grande maggioranza del tessuto economico italiano quelle fino a 50 dipendenti - la facoltà di presentare e, quindi, la libertà di presentare questo rapporto. Per quale motivo? In Commissione se ne è a lungo discusso e si è detto che probabilmente un rapporto di questo tipo va ad appesantire e crea un ulteriore obbligo di carattere procedurale per una piccola azienda; quindi, si è lasciata la libertà. Perciò, nel caso in cui voglia accedere anche ai benefici che la legge riconosce a coloro che presentano il rapporto biennale, l'azienda avrà la libertà di farlo; nel caso in cui invece ritenga che sia un appesantimento procedurale per la propria vita, potrà scegliere anche di non farlo.

Tuttavia, non ci si è limitati solo all'ampliamento della platea ma, molto opportunamente, è stato rivisto anche il contenuto del rapporto, individuando una serie di criteri più specifici e stringenti che consentiranno di acquisire dati più esaustivi: ad esempio, il riferimento specifico relativo alla distribuzione del personale tra contratti a tempo pieno o parziale, il criterio di un maggior dettaglio che riguarda, oltre all'entità del salario in sé, il riferimento alle componenti accessorie del salario, alle indennità collegate ai risultati e ai bonus.

Un altro aspetto che, però, è rilevante, è importante è quello che riguarda il criterio della incentivazione alla realizzazione delle pari opportunità. Il principio ispiratore di questa norma è un principio premiale, è un principio che preme sul cambiamento culturale. Anche di questo abbiamo discusso, in Commissione. Tra di noi vi erano due diversi punti di vista. C'era il punto di vista - che ha le sue ragioni, che ha un suo fondamento - di coloro che ritenevano che, per cambiare una situazione come quella della quale tutti parliamo, cioè una sperequazione di situazione tra le condizioni di lavoro degli uomini e delle donne, fosse necessario anche apprestare una serie di sanzioni, eventualmente anche di carattere penale. C'era chi, invece, come la sottoscritta, riteneva che, nel percorso, sia pure più lento, di una evoluzione culturale, il criterio della norma, che si traduce anche nel contenuto di questa norma, deve essere un criterio di carattere premiale e di incentivazione alla trasformazione culturale. Nel nostro Paese abbiamo vissuto, infatti, negli ultimi dieci, quindici o vent'anni una “pan-penalizzazione” che ha permeato tutta la vita sociale, culturale ed economica e che, ad avviso di chi vi sta parlando, si è tradotta in un elemento assolutamente negativo per la vita di questo Paese. Bisogna tornare a pensare che la norma ha una struttura e ha una funzione culturale ed educativa, prevalentemente, e credo che questa scelta, che è stata fatta e condivisa da tutti i membri della Commissione, sia una scelta valida e decisamente ottima per la qualità della norma che stiamo per incardinare.

C'è un ulteriore elemento: il principio di discriminazione viene integrato dal comma 2-bis dell'articolo 25 del codice delle pari opportunità. Si prevede, infatti, che costituisca una discriminazione ogni trattamento o modifica dell'organizzazione delle condizioni e dei tempi di lavoro che, in ragione del sesso, dell'età anagrafica e delle esigenze di cura personale, possa svantaggiare il lavoratore e che gli precluda la partecipazione alla vita aziendale o ne limiti l'accesso alla progressione di carriera. Sono numerosi i principi normativi che, all'atto pratico, rimangono inattuati ma, nel caso specifico, è stata una buona cosa, e importante, porre questo principio.

Questa legge, certamente, lo possiamo dire, non è una riforma epocale, è un primo passo per approdare a risultati più importanti; ma certamente nessun risultato importante è mai stato conseguito nella storia se non si è precedentemente fatto un primo passo.

Da ultimo, Presidente, vorrei fare due considerazioni. Una, in particolare, che è stata richiamata dalla relatrice ma anche da altre colleghe, è che per una effettiva attuazione di questa norma sarà necessario che i decreti ministeriali vengano emanati velocemente. Mi pare che siano previsti 60 giorni di tempo per la loro emanazione, dopo l'entrata in vigore. Soltanto l'effettiva emanazione dei decreti ministeriali potrà porre questa legge veramente in condizione di funzionare e di essere tutelante per le donne, soprattutto per quell'elemento della incentivazione che non costituisce un bonus. Abbiamo visto che molti altri provvedimenti di carattere economico si sono costituiti come un bonus una tantum. Qui, invece, l'incentivazione, che arriva fino a 50 milioni di euro all'anno di sgravio contributivo per i datori di lavoro che abbiano scelto di presentare questo rapporto biennale, è stabile e duratura.

L'altra considerazione che vorrei fare riguarda l'articolo 6. Come ha detto la relatrice, è l'ultimo articolo ma è importante, è quell'articolo cioè che estende la normativa che assicura un equilibrio tra generi dalle società di diritto privato quotate alle società pubbliche non quotate. È la norma meglio conosciuta col nome della sua prima firmataria, la cosiddetta legge Golfo. Su quest'ultimo articolo vorrei fare una annotazione di carattere personale. Come tutte le donne che si sono affacciate al mondo della professione a cavallo degli anni novanta, io avevo il convincimento - ed è stato citato anche dalla collega che mi ha preceduto - che anche una donna, una giovane ragazza che si affacciava alla libera professione - io sono un avvocato e svolgo la professione di avvocato nella mia città, Mantova - soltanto con la bravura, con la capacità e con la perseveranza avrebbe trovato piena soddisfazione e piena valorizzazione di se stessa nel mondo del lavoro. Poi, nel 2013 per la prima volta sono stata eletta in una istituzione del nostro Paese, un'importante istituzione del nostro Paese, anche se avevo fatto la cosiddetta gavetta politica per lunghi anni, sempre con riferimento al mio territorio: sono stata eletta al consiglio regionale della Lombardia. Nei cinque anni di intensa vita istituzionale, io sono stata seduta vicino a giovanissime donne, elette anche loro per la prima volta ad un ruolo così importante, le ho viste evolversi, ho visto la loro valorizzazione e ho visto il contributo che hanno dato al Paese e all'Istituzione e ciò che l'istituzione ha dato loro, in senso migliorativo e di valorizzazione. Questo ha cambiato radicalmente il mio punto di vista nei confronti delle quote di genere.

Ho ritenuto, cioè, che questa normativa, che permette alle donne la parità di genere o la quota nelle istituzioni del nostro Paese, sia di carattere eccellente. E a coloro che non hanno cambiato idea - anche in Commissione ne abbiamo discusso a lungo e vi è ancora chi rimane dell'idea che si approderà ad una parità di genere attraverso l'evolversi del tempo e del costume del nostro Paese - dico che, quasi mai, dai relatori e anche nei convegni viene sottolineato un punto, ossia che questa normativa è temporanea, dura solo per sei mandati consecutivi.

Infatti, anche il principio ispiratore della legge Golfo-Mosca, come lo è di questa nostra norma che incardiniamo oggi, è proprio che, al termine di questa tutela rafforzata a favore delle donne, il loro contributo al Paese sarà stato ormai così palese e così evidente da trasformare culturalmente anche il convincimento di tutti e si potrà tornare alla libera concorrenza e alla libera partecipazione nelle istituzioni, con una parità di genere, parità nel mondo del lavoro tra uomini e donne, alla quale saremmo approdati, di fatto, senza più bisogno di alcuna tutela rafforzata (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Bruno Bossio. Ne ha facoltà.

VINCENZA BRUNO BOSSIO (PD). Signor Presidente, signora sottosegretaria, onorevoli colleghe e colleghi, oggi arriva finalmente in Aula la discussione sulla proposta di legge sul superamento del divario retributivo tra donne e uomini, ovvero l'approvazione, nelle prossime ore, della legge sulla parità salariale. Credo che questo sia un grande risultato di tutta l'Aula, di tutti i gruppi parlamentari, delle deputate e dei deputati e, in particolare, voglio anch'io riconoscere come la collega Boldrini, la forte tenacia della relatrice, onorevole Gribaudo.

L'obbligo di garantire la parità delle retribuzioni è sancito dall'articolo 157 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, che vieta la discriminazione basata sul sesso in materia di remunerazione per uno stesso lavoro o un lavoro al quale è attribuito un valore uguale, e dalla direttiva n. 54 del 2006, che riguarda proprio l'attuazione del principio delle pari opportunità. Ed è di qualche settimana fa la nuova direttiva della Commissione europea, la n. 93 del 2021, che prevede, da parte dell'Unione europea e dei Paesi membri, l'adozione di misure in materia di trasparenza retributiva, per garantire pari retribuzione a donne e uomini che svolgano lo stesso lavoro; ed è esattamente quello di cui stiamo discutendo oggi. D'altra parte, la direttiva n. 93 è attuativa della strategia dell'UE per la parità di genere 2020-2025 che stabilisce, attraverso le parole della Presidente Ursula von der Leyen, la parità di genere come valore cardine dell'Unione europea, che rispecchia la nostra identità ed è la condizione essenziale per un'economia europea innovativa, competitiva e prospera. Questa strategia, dunque, è fondata su una visione di un'Europa in cui donne e uomini, ragazzi e ragazze, con tutte le loro diversità, siano liberi da violenze, ma siano soprattutto liberi da stereotipi e abbiano l'opportunità di realizzarsi anche in ruoli di responsabilità. Non è un caso che il nostro PNRR affronta il tema del superamento dei tre gap del nostro Paese: giovani, donne e Mezzogiorno. Allora, possiamo dire che le giovani donne meridionali dovranno essere le principali beneficiarie e protagoniste di un cambio di modello di sviluppo da realizzarsi nel prossimo decennio attraverso gli investimenti del Piano nazionale di ripresa e residenza. Ma perché nasce oggi l'esigenza di una normativa più stringente, nonostante il diritto alla parità di retribuzione sia riconosciuto nell'Unione europea ed è scritto, come hanno ricordato le colleghe, nella nostra Carta costituzionale all'articolo 3 e all'articolo 37? Purtroppo, l'effettiva attuazione di questo principio continua a incontrare ostacoli e non solo in Italia, come dimostra il dato sul divario retributivo di genere nell'Unione europea, in base al quale le donne guadagnano, in media, il 14,1 per cento in meno all'ora rispetto agli uomini - ma questo dato non è completamente esaustivo ed è un dato del 2019 - e come conferma il Global Gender Gap Report 2021del World Economic Forum. Il report - lo hanno detto anche altri - pone l'Italia al 76° posto su 153 Paesi, ma al 17° su 20 Paesi europei, davanti soltanto a Grecia, Malta e Cipro. Quindi, il differenziale tra le retribuzioni non è un fatto meramente finanziario ed economico ma determina ripercussioni sulla qualità della vita delle donne; le espone a un maggior rischio di povertà e, soprattutto, perpetua quel divario retributivo, anche pensionistico che, in questo caso, è ancora più alto rispetto a quello salariale. Ecco perché le modifiche all'articolo 46, che vanno ad affrontare la questione già spiegata molto bene dalla relatrice: la mancanza di trasparenza salariale impedisce alle lavoratrici di sapere in che modo la loro retribuzione sia raffrontabile con quella dei colleghi che svolgono lo stesso lavoro e, non disponendo di queste informazioni, non sono in grado di sapere se siano remunerate conformemente al diritto della parità di retribuzione. Dunque, abbiamo il dovere di modificare la normativa e lo stiamo facendo, anche con una legge che è più avanzata delle stesse indicazioni europee. Infatti, questa modifica della normativa, con una riduzione di 1 punto percentuale rispetto al divario retributivo, comporta un aumento del PIL dello 0,1. E se sarà attuata la normativa che stiamo proponendo, la riduzione complessiva di 3 punti percentuale comporterebbe una forte diminuzione del rischio di povertà, soprattutto per le famiglie monoparentali, l'85 per cento delle quali è rappresentato dalle donne. Tuttavia, c'è una domanda che ci dobbiamo porre: quali sono le cause strutturali che determinano questi divari retributivi? Innanzitutto, c'è la segregazione nell'istruzione e nel mercato del lavoro, una segregazione orizzontale, ovvero la concentrazione di un solo genere in determinati settori professionali, e una segregazione verticale ovvero la concentrazione di un solo genere in determinati gradi e livelli di responsabilità o posizioni.

Secondo la Commissione europea, il 30 per cento del divario retributivo di genere è spiegato dalla sovrarappresentazione delle donne in settori a bassa retribuzione, come l'assistenza e l'istruzione, mentre la percentuale di dipendenti maschi è molto alta, oltre l'80 per cento, nei settori meglio retribuiti, in particolare nelle cosiddette professioni STEM. E questo avviene, nonostante le laureate superino i laureati nell'Unione europea, ma il cosiddetto soffitto di cristallo blocca le promozioni delle donne rispetto agli uomini che, di conseguenza, vengono pagati di più. Ma le donne non guadagnano soltanto di meno all'ora; svolgono anche meno ore di lavoro retribuite rispetto agli uomini. Sul mercato del lavoro si riflette questa differenza: solo l'8,7 per cento degli uomini nell'Unione Europea lavora part time, mentre lo fa quasi 1/3 delle donne. Si consideri, inoltre, che la pandemia - l'abbiamo detto tutti - ha colpito, in modo particolare, le lavoratrici: le donne più degli uomini svolgono lavori interinali, a tempo parziale, precari; sono più soggette alla perdita del posto di lavoro. Del resto, come dimenticare quel dato inquietante che grida vendetta, evidenziato dall'Istat, secondo cui, su 101 mila posti di lavoro in meno, ben 99 mila posti riguardano le donne. La pandemia, dunque, ha esacerbato le disparità esistenti tra donne e uomini in quasi tutti gli ambiti di vita, in Europa e nel resto del mondo, con il rischio di segnare un arretramento rispetto alle conquiste del passato. Le donne si sono fatte carico di una quota di responsabilità, anche in seguito alla chiusura delle scuole e dei servizi di sostegno, e hanno incontrato maggiori difficoltà a reinserirsi nel mercato del lavoro.

Ricordiamo che le donne hanno dedicato, in media, con questa pandemia, 62 ore alla settimana alla cura dei figli, rispetto alle 36 ore degli uomini, e 23 ore a settimana ai lavori domestici.

Ecco perché nel nostro Paese ancora il tempo delle donne rimane un ammortizzatore sociale a costo zero, per il quale non ci sono né ristori né supporti.

Allora, qui c'è una delle questioni strategiche da risolvere, per affrontare in pieno la parità di genere e affrontare quell'equivoco di fondo, che ancora oggi qualcuno continua a riproporre con politiche inefficaci. Qui non si tratta di favorire la conciliazione tra lavoro e cura dei figli solo a carico delle donne: l'obiettivo da raggiungere non è la conciliazione, ma la condivisione della cura (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), la condivisione genitoriale della cura.

Ma c'è un'altra prospettiva - e finisco - che ugualmente merita di essere evidenziata: l'ascesa di un nuovo paradigma della parità di genere, fondata sulla rilevanza dell'occupazione femminile specialmente in ambiti produttivi, quali quelli STEM. Entro il 2024, le imprese avranno bisogno di circa un milione e mezzo di occupati in possesso di competenze digitali; quasi un'azienda su quattro, però, non trova profili STEM di cui ha bisogno. La rivoluzione tecnologica che il mondo sta attraversando richiede persone istruite e specializzate, però, finora, la popolazione femminile si sta trovando in grande parte esclusa da questo cambiamento epocale. Il divario economico di genere dipende, come dice il World Economic Forum, principalmente dalla sottorappresentazione, diffusa e sistematica, delle donne nei ruoli e nelle competenze emergenti, che sono proprio quelle STEM, che non a caso danno accesso a lavori che hanno un tasso di occupazione e anche di retribuzione più alto.

Ma c'è un punto importante. Questo rapporto evidenzia pure che il settore lavorativo, dove però le donne sono maggiormente valorizzate, è proprio quello delle competenze digitali, cioè sono poche, ma è quello dove le donne sono più valorizzate, tant'è che, nella loro minoranza, guadagnano più degli uomini. Quindi, questo ci spinge a ritenere che c'è qualcosa che può segnare una svolta sul gender balance. Infatti, se è vero che la transizione digitale si gioca sul terreno della diffusione e del rafforzamento delle competenze delle giovani donne - il PNRR investe molto su questo -, è altrettanto vero che proprio in questi ambiti disciplinari le donne sono più valorizzate e, quindi, possono acquisire più potere nella società.

D'altra parte, già nel 2017, uno studio di Accenture, che ha analizzato a livello mondiale la situazione accademica e lavorativa di oltre 20.000 soggetti di entrambi i sessi in 29 Paesi, affermava: se l'Italia saprà adottare il digitale in ambito lavorativo e le donne sapranno diventare abili nei settori tecnologici, nel 2049 si potrebbe colmare il divario tra salari di uomini e donne, a parità di lavoro. Vi sembra una data lontanissima? Ebbene, senza questo investimento sulle competenze sul digitale, la data si sposta al 2091. Per questo ha ragione - lo cito anch'io - il Presidente del Consiglio, quando dice che i Governi possono fare di più per aumentare il numero di donne nella scienza e nei settori correlati in rapida crescita. Siamo ancora lontani dal raggiungere una reale parità di genere, ma le decisioni che assumiamo oggi determinano la nostra società in futuro. Sta a noi dare potere a una nuova generazione di donne e costruire così un mondo migliore e più equo.

Le donne, dunque, possono essere le migliori interpreti di questo nuovo modello di sviluppo, per seppellire definitivamente ruoli e stereotipi e riaprire il cuore e la mente verso un lavoro, in prospettiva separato dalla sopravvivenza, per sviluppare creatività e talenti. Sarà la forza delle “bambine ribelli” - prendo in prestito la definizione di Francesca Cavallo ed Elena Favilli - che cambierà, ancora una volta, in meglio il corso della storia (Applausi).

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e, pertanto, dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

(Repliche – Testo unificato - A.C. 522-A​)

PRESIDENTE. Prendo atto che la relatrice e la rappresentante del Governo non intendono intervenire.

Avverto che sul provvedimento in esame la V Commissione (Bilancio) non ha ancora espresso il prescritto parere, in ragione della mancata trasmissione della relazione tecnica.

Il dibattito si intende, pertanto, rinviato alla prossima settimana e, conseguentemente, non sarà iscritto all'ordine del giorno della seduta di domani.

Discussione della mozione Fornaro ed altri n. 1-00499 concernente iniziative volte al rilancio del sito produttivo Whirlpool di Napoli e alla salvaguardia dei relativi livelli occupazionali (ore 17,45).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della mozione Fornaro ed altri n. 1-00499 concernente iniziative volte al rilancio del sito produttivo Whirlpool di Napoli e alla salvaguardia dei relativi livelli occupazionali (Vedi l'allegato A).

La ripartizione dei tempi è pubblicata nell'allegato A al resoconto stenografico della seduta del 6 luglio 2021 (Vedi l'allegato A della seduta del 6 luglio 2021).

(Discussione sulle linee generali)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali della mozione.

E' iscritto a parlare il deputato Federico Fornaro, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00499.

FEDERICO FORNARO (LEU). Grazie, signor Presidente, sottosegretaria. Abbiamo inteso presentare questa mozione - lo dico subito in premessa, con l'obiettivo, non di farne una bandierina di parte, ma, al contrario, di farne uno strumento che possa vedere unitariamente maggioranza e opposizione insieme - per cercare di risolvere una questione che arriva da lontano e che vede mettere in discussione centinaia di posti di lavoro. Sono quasi, infatti, 1.000 gli occupati, tra diretti e indiretti, che sono messi a rischio della chiusura dello stabilimento di Napoli. La questione è già stata, come molti colleghi ricorderanno, al centro dell'attenzione dei media, anche perché la Whirlpool, che è una azienda multinazionale americana, è entrata sul mercato italiano. Per farla breve, nel 2014, ha acquisito la multinazionale italiana Indesit Company e, attraverso questa operazione, il controllo dei marchi Indesit e Hotpoint.

In Italia Whirlpool ha 6 stabilimenti: in provincia di Varese, nella fabbrica di Cassinetta di Biandronno (polo EMEA) si producono elettrodomestici a incasso (microonde, frigoriferi e forni); a Siena (polo EMEA) si producono congelatori a pozzetto; a Melano (polo EMEA) (Ancona) vengono realizzati i piani cottura a gas, elettrici e a induzione e prodotti speciali; a Comunanza (Ascoli Piceno) lavatrici a caricamento frontale e lava-asciuga top di gamma; a Napoli lavatrici a carica frontale top di gamma sempre per mercati EMEA e americano; a Carinaro (Caserta) (polo EMEA) frigoriferi, parti di ricambio e accessori.

La questione, che è poi oggetto della nostra mozione, è che il 1° novembre 2020, disattendendo gli accordi che erano stati assunti con i Governi e, in particolare, quello del 25 ottobre 2018, la multinazionale americana ha cessato la produzione nel sito di Napoli, decidendo di erogare gli stipendi fino al 31 dicembre 2020 per i 355 lavoratori.

La questione - per rimanere nei tempi, signor Presidente - è che, non più tardi del 27 maggio 2021, i lavoratori di Whirlpool di Napoli, uniti alla delegazione dei lavoratori degli stabilimenti di tutta Italia e con la partecipazione di molti parlamentari di quasi tutte le forze politiche, hanno manifestato proprio a Roma, per l'ennesima volta, affinché si trovi una soluzione che eviti la chiusura.

Va sottolineato anche un fatto: questo non è un mercato in crisi. I dati, per esempio, dei primi tre mesi del 2021 indicano le vendite del grande elettrodomestico in aumento del 29,5 per cento, confermando un trend positivo che fa ben sperare per il settore. Quindi, non ci sono, a nostro giudizio, evidenze di crisi di settore e non ci sono evidenze di crisi dell'azienda: è oggettivamente una situazione di chiusura di stabilimento, che si fa fatica a comprendere, in una logica economica.

In ultimo, va ricordato che il 30 giugno scorso, la settimana scorsa, il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto-legge, che introduce misure urgenti in materia fiscale e di tutela del lavoro, tra le quali in qualche modo si cerca di attenuare la fine del divieto di licenziamento, perché sostanzialmente la proroga del blocco dei licenziamenti scade il 1° luglio 2021. Per esempio, anche su questo, Whirlpool non ha ancora sostanzialmente comunicato la possibilità di avere 13 settimane - quindi fino al 31 dicembre 2021 - senza contributi addizionali con una cassa integrazione guadagni straordinaria a carico dello Stato, quindi ulteriore dimostrazione del fatto che Whirlpool continua ad avere un atteggiamento non comprensibile. Così come ci risulta - ma credo che la sottosegretaria Todde lo possa confermare - che Whirlpool non ha partecipato al tavolo di crisi l'altro giorno, annunciando sostanzialmente una sua disponibilità fra una settimana.

Credo che dal Parlamento ciò debba venir fuori con chiarezza - questa è la nostra proposta - e, quindi, si impegna, da questo punto di vista, il Governo affinché si apra un'interlocuzione diretta con Whirlpool Corporation per la salvaguardia del perimetro occupazionale, scongiurando un rischio di desertificazione industriale. Questo è il nostro obiettivo; occorre ricercare, valutare e sostenere ogni ulteriore progetto industriale per l'eventuale rigenerazione economica e produttiva dello stabilimento. Detto in altri termini: si vada fino in fondo, si metta Whirlpool di fronte alle sue responsabilità, anche di tipo sociale, e, se questo non fosse possibile, ricercare, attraverso i fondi e tutti gli strumenti che il Governo, il MISE e, se del caso, anche la stessa Presidenza del Consiglio possono mettere in campo per salvare - chiudo, signor Presidente - un patrimonio, cioè Whirlpool; Napoli, in particolare, è un grande patrimonio di conoscenze e industriale che riteniamo possa essere ancora utile all'azienda, alla nostra economia e, ovviamente, al tessuto sociale di quel territorio (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Galli, prego.

DARIO GALLI (LEGA). Grazie Presidente, ringraziamo il collega Fornaro per aver portato avanti questa iniziativa con questa mozione che, peraltro, la Lega, anche negli ultimi anni, ha perseguito con interventi a vario titolo. Sicuramente c'è un problema specifico e puntuale riguardante lo stabilimento di Napoli che, come è stato illustrato precedentemente, è quello che in questa situazione ha subito sicuramente il danno maggiore; ci sono, comunque, questi mille lavoratori, tra diretti e indiretti, che devono essere assolutamente tutelati in maniera adeguata. Noi vorremmo però cogliere da questa mozione anche l'occasione per introdurre - tutti noi insieme ai rappresentanti del Governo - qualche considerazione generale su quello che la situazione particolare di Napoli, con lo stabilimento Whirlpool, porta avanti in maniera così evidente. Faccio riferimento alla questione legata alla politica che è stata seguita nel nostro Paese in campo industriale negli ultimi decenni. Giustamente è stato ricordato che, in realtà, in questo momento non esiste una crisi di settore particolare e anche la multinazionale di riferimento non ha particolari problemi di carattere generale a livello aziendale, però ugualmente assistiamo a queste situazioni che, nel caso specifico, sono particolarmente rilevanti dal punto di vista numerico, ma che, in realtà, abbiamo visto in questi ultimi mesi, potremmo dire in questi ultimi anni, anche in altre situazioni, che comunque assomigliano a quella che stiamo affrontando. Occorre quindi riuscire a capire come mai nel nostro Paese l'attrattività industriale da parte di investimenti stranieri si sia così drammaticamente abbassata negli ultimi anni e come mai stabilimenti che teoricamente non dovrebbero avere problemi rischiano invece la chiusura, oppure, come in questo caso, la chiusura effettivamente c'è già stata. Vorremmo invitare tutti quelli che lavorano come parlamentari o come rappresentanti del Governo ad approfittare di questa situazione per cercare di proporre per il futuro soluzioni adeguate in modo da rilanciare complessivamente le attività industriali nel nostro Paese. Nel caso specifico, è evidente che ci debba essere l'impegno da parte di tutti noi per affrontare nella maniera migliore la situazione specifica. Nella mozione, che noi poi chiederemo al collega Fornaro di integrare eventualmente o comunque di rivedere in alcuni punti, si fa riferimento solo parzialmente al MiSE, mentre invece si fa un riferimento più pregnante nei confronti della Presidenza del Consiglio. Noi riteniamo che il Ministero competente ci sia, ovvero il MiSE stesso e che il Ministro competente non solo segua per ovvi motivi la questione: egli, infatti, abita a pochissima distanza da uno degli stabilimenti citati, pertanto conosce benissimo la situazione.

Credo sia questo l'ambiente in cui si deve portare avanti la questione. Sicuramente un interessamento generale da parte anche del Primo Ministro Draghi non potrà che accentuare l'impegno di tutti in questa situazione.

Sullo stabilimento di Napoli è evidente che ci debba essere l'impegno affinché, da una parte, i lavoratori possano affrontare questa situazione particolarmente drammatica nel migliore dei modi, per loro e per le loro famiglie; dall'altra, per evitare che, nel settore o in altri, eventualmente compatibili, l'entità fisica dello stabilimento, con tutte le sue competenze, professionalità ed i suoi asset tecnici, quali impiantistica, logistica e quant'altro, non vada definitivamente persa nel panorama industriale generale. Vorremmo però che questo esempio, ripeto, una volta fatto tutto quello che serve per garantire il più possibile una soluzione adeguata, ci faccia riflettere su quello che vogliamo fare nei prossimi anni. In questo senso, sia la pandemia sia il discorso del PNRR ci devono far ragionare su come vogliamo affrontare la questione industriale nel nostro Paese.

Ricordo che, al di là delle cose che vengono dette e di tutte le altre cose importanti che sicuramente abbiamo a livello economico, il nostro è un Paese straordinariamente bello, con una produzione agricola straordinariamente elevata dal punto di vista qualitativo ed un patrimonio culturale che, da solo, rappresenta veramente una ricchezza incommensurabile; però, se andiamo a vedere i dati che effettivamente contano nel Paese, da dove arriva la ricchezza reale della maggior parte delle famiglie e da dove arrivano i gettiti significativi, dal punto di vista fiscale e contributivo, riscontriamo, senza particolari difficoltà, che tutto questo arriva dal manifatturiero, dalle aziende industriali in senso stretto, da tutto quello che sta sul mercato ed affronta in maniera adeguata la concorrenza, producendo articoli che vengono venduti nel nostro Paese; in gran parte vengono esportati e fanno parte della nostra bilancia commerciale, particolarmente favorevole nel settore industriale che registra fortunatamente il nostro Paese.

Noi abbiamo l'obbligo di mantenere tutte queste presenze industriali che abbiamo e soprattutto quello di utilizzare al meglio la capacità, che hanno moltissimi cittadini italiani di fare azienda, di fare industria, mettendoli nelle condizioni di lavorare al meglio nei prossimi anni.

Ricordo - lo cito solo come nota proprio per non dimenticare la questione - che, negli ultimi decenni, non è che i legislatori italiani si siano particolarmente distinti in questa azione di favorire al meglio il substrato proprio per la crescita delle nostre aziende.

Se andiamo semplicemente a vedere le questioni legislative che sono state portate avanti, quali l'atteggiamento fiscale e non solo che si ha nei confronti delle aziende, anche in quest'ultimo periodo, pur con tutte le difficoltà, stiamo assistendo a cose oggettivamente poco comprensibili. Per fare cose banalissime - ne cito una su tutte - sul 110 per cento, che dovrebbe essere una misura che dovrebbe incentivare un settore importante come l'edilizia, ci si sta accapigliando per portarla avanti un anno in più o un anno in meno. Ma qual è il problema, di fronte ad un intervento che si ritiene utile per la situazione economica generale? Occorre fare un piano decisamente adeguato a chi deve lavorare al fine di avere un minimo di possibilità, di orizzonte economico davanti.

Ancora, abbiamo cercato di aiutare, pur con grandi difficoltà e in maniera abbastanza piccola, anche dal punto di vista finanziario, tutte le imprese che hanno avuto difficoltà in questo anno e mezzo; adesso, solo perché c'è un minimo di ripresa in atto, che poi bisognerà vedere se verrà consolidata o meno, siamo qui a discutere se spostare i pagamenti, gli F-24, i contributi e le varie tasse di 20-30 giorni, quando sappiamo benissimo che la maggior parte delle aziende non ce la farà a pagare in tempo utile; e, quindi, di mese in mese dovremo comunque rinviare queste scadenze quando, con un minimo di buonsenso, potremmo semplicemente stabilire un piano adeguatamente lungo, dal punto di vista temporale, per permettere a tutti di fare i propri ragionamenti.

Potremmo allargare di moltissimo questo ragionamento; abbiamo introdotto un paio d'anni fa la fatturazione elettronica con grande difficoltà da parte delle aziende che comunque hanno dovuto spendere per adeguarsi e, a due anni di distanza, vi è ancora la necessità di fare un doppio bilancio, quello fiscale e gli altri bilanci, per cui, alla fine, non abbiamo ridotto di un minimo la burocrazia per le aziende, a fronte di un impegno che esse hanno avuto.

Per le aziende piccole, a fronte di multinazionali che fatturano decine di miliardi nel Paese e sostanzialmente non pagano le tasse, per le PMI che hanno un fatturato al di sotto dei 5 milioni abbiamo ancora gli studi di settore, che adesso chiamiamo ISA - abbiamo fatto questa grande modifica -, per cui andiamo a far pagare le tasse, non poche, su un utile presunto che spesso queste aziende non hanno. Infatti, come sapete tutti voi che seguite queste questioni, l'utile è calcolato con entrate e uscite, dove le uscite spesso non vengono considerate perché comunque sono costi, come si dice, indeducibili. Ma potremmo elencare tantissime altre cose che si dovrebbero fare. C'è la questione della giustizia: adesso si sta parlando dei referendum su cui si stanno raccogliendo le firme. Tutti siamo d'accordo nel dire che la lentezza della giustizia, soprattutto civile, comunque scoraggia le aziende, soprattutto straniere, a investire nel nostro Paese. Però, poi di fatto, ogni volta che vi è una proposta per migliorare la tempistica dei processi di tipo civile, amministrativo, aziendale o comunque riguardanti il mondo del lavoro, subito tutti si cerca di frenare nella direzione di migliorare questa situazione. Per non parlare poi degli interventi che si dovrebbero fare a livello infrastrutturale dove, da una parte, si dice che il Paese deve diventare più moderno, dall'altra, ogni volta che c'è da fare un'opera pubblica significativa, comunque ci sono moltissime persone che si mettono di traverso in qualunque situazione. Quindi, per chiudere questa parte di ragionamento, approfittiamo di questa situazione, da una parte, per intervenire sulla situazione specifica; dall'altra, approfittiamo di questa grandissima occasione, di questo piano di rilancio del Paese - insieme ai soldi che eventualmente arriveranno, all'elenco di cose da fare, a tutti gli interventi su cui tutti in qualche modo siamo d'accordo - per intervenire in maniera ideologica nel trasformare il nostro Paese in un Paese dove la possibilità di fare azienda sia una possibilità reale, e non virtuale.

La pandemia ha anche evidenziato un'altra cosa che noi della Lega diciamo da tanti anni, anche in situazioni diverse, ma che ormai è diventata evidente a tutti: la globalizzazione, anche in campo economico, è sostanzialmente una cosa virtuale che nella realtà non esiste. In condizioni normali, moltissime aziende si sono trasferite in Paesi dove comunque le condizioni di lavoro, soprattutto salariali e ambientali, erano o sono ancora decisamente diverse da quelle del nostro Paese; hanno spostato una parte importante della catena del valore in Paesi dove 5 centesimi, 10 centesimi, il 5 per cento, il 10 per cento o il 20 per cento in meno di costo unitario sembravano poter risolvere chissà quali altri problemi, col risultato di chiudere aziende importanti nel settore manifatturiero del nostro Paese per spostarle in quei Paesi. Poi, ci siamo accorti che, quando arrivano situazioni di questo tipo, chi ha esigenze particolari quello che produce in casa se lo tiene per sé - l'abbiamo visto prima per le questioni medicali e adesso, dopo un minimo di ripresa, per tutto quello che riguarda le materie prime e i semilavorati – e che l'Estremo Oriente, la Cina e gli altri Paesi emergenti sono tutt'altro che vicini, e comunque la questione trasporti è tutt'altro che trascurabile. E chi pensava di aver fatto grandi affari con la Cina perché si potevano portare in Italia, in Europa o nel mondo occidentale in genere prodotti a basso costo con container che costavano 700 dollari un anno e mezzo fa, si ritrova adesso con gli stessi prodotti che comunque costano di più e i container di colpo sono andati a 3.500 dollari e spesso non arrivano.

Quindi, anche questa situazione deve farci ragionare. Come Italia, ma come Unione europea, visto che ci si riempie spesso la bocca di questa parola nel complesso, occorre andare a rivedere la situazione industriale, di produzione di oggetti di base, di semilavorati, di materie prime che qualche decennio fa producevamo tranquillamente nel nostro Paese e nel resto d'Europa e che abbiamo perso negli ultimi decenni; e riportare in casa con interventi adeguati, con l'incentivazione delle imprese, il minimo indispensabile per avere una sicurezza nel campo della produzione industriale.

Quello che si diceva prima degli elettrodomestici è estremamente indicativo. Ricordo che la Whirlpool di cui parliamo, attraverso Philips e attraverso altre aziende, ha acquisito in Italia quella che qualche decennio fa era la gloriosissima Ignis della famiglia Borghi. Un caso industriale da portare - come è stato fatto spesso - nelle nostre scuole, nelle nostre università. Un'azienda familiare iniziata nel dopoguerra che, proprio in un Paese che in quel momento metteva nelle condizioni ideali chi voleva fare impresa di poterla fare e di crescere - è diventata una multinazionale, che ha costruito prima moltissimi stabilimenti in Italia e che poi si è sparsa anche fuori dal nostro Paese. Quella tradizione si è persa: non c'è più la persona, la famiglia, l'azionariato italiano di riferimento con cui si possono fare ragionamenti, e il risultato è quello di essere in mano a proprietà straniere che, in situazioni così drammatiche, nemmeno si presentano quando il Ministro di riferimento le convoca per affrontare e cercare di risolvere una situazione così importante. Anche questo è un altro ragionamento che dobbiamo fare: come sia stato possibile che tantissime nostre imprese siano passate di mano, spesso per quattro soldi, ad aziende straniere che sono venute e quando gli ha fatto comodo hanno mantenuto, quando gli ha fatto meno comodo hanno assorbito il know-how, hanno ottenuto la parte migliore delle nostre aziende e quello che meno le interessava l'hanno esportato nei loro Paesi o in Paesi terzi dove, ripeto, le condizioni di lavoro sono completamente diverse dalle nostre.

Quindi, per concludere, noi ovviamente ringraziamo il presentatore della mozione perché ha riportato una questione che anche noi abbiamo sottolineato in questi ultimi anni. Sicuramente ci deve essere l'impegno di tutti per affrontare la questione puntuale nelle migliori condizioni possibili, però approfittiamo di questa situazione, del PNRR, di quello che molte aziende multinazionali e molti Governi europei stanno cominciando a capire a seguito di quanto è successo nell'ultimo anno e mezzo e rifacciamo un ragionamento sull'importanza del saper fare le cose, di avere aziende comunque sul territorio, di avere proprietà legate al territorio non solo per questioni di interessi strettamente economici, di guadagno banalmente, ma anche per tutto quello che fa parte dell'essere impresa territoriale nel luogo dove si vive, dove si ha la propria famiglia, dove si hanno tutti i rapporti sociali che comunque contribuiscono ad avere poi anche relazioni industriali e relazioni sindacali di qualità decisamente diversa.

E non dimentichiamo mai che, alla fine, chi è capace di fare le cose, in qualche modo, ha qualcosa di importante da mettere nelle questioni economiche, nelle trattative con altri Paesi, nei rapporti economici in generale ed è sicuramente avvantaggiato rispetto a chi pensa di fare, come dire, economia solo di carta, di gestire tutto esclusivamente con i servizi, di far fare ad altri le cose più scomode e tenere per sé solo le cose più comode, dove si guadagna di più o dove è più facile realizzare profitti. Non funziona così, lo abbiamo visto nel mondo e lo abbiamo visto dopo qualche decennio di ubriacatura, come dire, globalizzatrice: in realtà, le situazioni sono un pochino diverse, ci sono dei valori di base e, come dire, dei principi economici di base che assolutamente non possono essere trascurati, perché prima o poi presentano il conto.

Quindi, chiederemo all'onorevole Fornaro di dare un contributo a questa mozione, che comunque condividiamo e per la quale lo ringraziamo, aggiungendo alcune cose che abbiamo detto e facendo sicuramente riferimento al fatto che questa occasione specifica deve essere l'occasione per un ragionamento complessivo di tutti noi che stiamo affrontando l'uscita - speriamo - da questa pandemia, con tutte le sue conseguenze economiche, che siamo all'inizio dell'applicazione del PNRR nel nostro Paese, ma soprattutto che abbiamo l'obbligo di pensare per i prossimi anni una riforma veramente sostanziale dei sistemi di funzionamento del nostro Paese anche in campo economico, anche in campo industriale.

Credo che, alla fine, riusciremo ad arrivare ad una formulazione complessiva che tenga conto di tutte queste esigenze.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Rizzetto. Ne ha facoltà.

WALTER RIZZETTO (FDI). Grazie, Presidente Rosato e buonasera sottosegretario. Dunque, forse mi ripeto, ma per quanto mi riguarda questo, Presidente, è un tema particolare, perché sono anni che oramai ce ne stiamo occupando. Particolare oggi - e me lo permetteranno i colleghi di LeU - perché l'ultima apparizione - e voglio ancora ricordarlo - ad un comizio politico di Guglielmo Epifani, del collega Guglielmo Epifani, fu proprio in piazza qui vicino, adesso non ricordo la piazza (Applausi). Se pensa, Presidente, che era probabilmente poco più di un mese fa, questa cosa effettivamente colpisce e colpisce in modo importante, perché oggi probabilmente Guglielmo Epifani sarebbe stato lì, su quei banchi, a parlare di Whirlpool. Venivo subito dopo di lui a parlare a questo comizio, a questo incontro che sindacati, parti sociali, operai, dipendenti di Whirlpool hanno fatto qui a Roma. E, allora, sottosegretario, vado a citare e a ricordare - non me ne voglia, ma lo devo fare - un comunicato stampa, un post che circa tre anni fa fece l'allora Ministro dello Sviluppo economico, laddove disse: “Whirlpool non licenzierà nessuno, e anzi riporterà in Italia parte della sua produzione che aveva spostato in Polonia. Questo è il frutto di una lunga contrattazione che siamo riusciti a chiudere al Ministero dello Sviluppo economico. Sono quindi orgoglioso di dire che ce l'abbiamo fatta, stiamo riportando il lavoro in Italia”.

Questo per dirle, sottosegretario, che fare politica è molto difficile, fare questo tipo di trattativa è molto difficile. Con questo non voglio insegnare nulla a nessuno, ma prima di cantare vittoria serve evidentemente avere il gatto nel sacco, come ricordava l'allora allenatore Trapattoni. Così non è stato. E per dirle che apprezzo la sua presenza qui oggi, lei è persona accorta ed attenta a queste dinamiche, lo sappiamo, ma oggi, Presidente, avrebbe dovuto essere, quantomeno per correttezza, in Aula anche l'ex Ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, che allora annunciò urbi et orbi - meno male che quella volta non si arrampicò su un balcone - che Whirlpool era salva, che i posti di lavoro sarebbero addirittura rientrati dalla Polonia. Oggi lo stato dell'arte è che Whirlpool ha chiuso; e Whirlpool, che fa capo chiaramente ad una multinazionale, non chiude - il paradosso è questo - perché è in crisi. Whirlpool chiude perché manager d'oltreoceano guardano più alla grande finanza e al protettorato nei confronti degli investitori internazionali che non agli operai, che non ai dipendenti. Questo è drammatico perché, sottosegretario, Whirlpool è sì localizzata in Campania, sì a Napoli, però Whirlpool oggi è simbolo di quanto il nostro Paese sta vivendo. E sa la cosa drammatica qual è? La cosa drammatica è che da questi banchi, per molti anni, abbiamo urlato, da soli, quasi, nel deserto, nel contestare, Presidente, un'Europa matrigna che sta stringendoci al collo il peggiore dei cappi, perché oggi non si va più a delocalizzare dall'altra parte del mondo. Una volta si delocalizzava in Cina, si delocalizzava in India, si delocalizzava in Brasile. Oggi, per ottenere uno sconto sul costo del lavoro, basta delocalizzare ad un'ora e un quarto di aereo dall'aeroporto di Ronchi dei Legionari, a Trieste, che il Presidente Rosato conosce bene, questo è il dramma. E quindi vorrei cercare umilmente di trasferire questo concetto che, se il Governo italiano, il Parlamento, la politica in Italia non riescono evidentemente a fare pressione, forte, sull'Europa rispetto, ad esempio, ad un livellamento della tassazione entro tutti gli Stati intramoenia di questa nostra pessima Comunità europea, vuol dire che casi come Whirlpool e altre multinazionali ce ne saranno settimanalmente. Vengo dal Friuli-Venezia Giulia, ci metto 25 minuti ad arrivare in Slovenia, ci metto 40 minuti ad arrivare in Austria. In Slovenia la tassazione unica sui redditi delle imprese, delle aziende è al 19 per cento; noi qui abbiamo tre o quattro volte tanto.

E allora, sottosegretario, l'azienda madre di Whirlpool, questa multinazionale, prima citavo, d'oltreoceano, questa multinazionale statunitense - vado a ricordare - nel 2020 ha fatturato 19,5 miliardi, con un margine operativo del 9,1 per cento. Si bacerebbero i gomiti i nostri imprenditori per arrivare alla metà di un margine del 9,1 per cento. Le previsioni rispetto al 2021 saranno del 10,5 per cento rispetto al margine operativo. Allora, bisogna avere il coraggio: oltre agli interventi illustri dell'onorevole Fornaro o del rappresentante della Lega, che hanno spiegato anche tecnicamente quello che sta accadendo, cerco di essere poco politicamente corretto perché, a un certo punto, serve andare a prendere per il bavero questi manager e dire loro, al Ministero dello Sviluppo economico, al Ministero del Lavoro, presso la Whirlpool a Napoli, che Whirlpool da qui non si sposta perché Whirlpool ha preso, come lei sa, contributi pubblici per milioni di euro, abbiamo e avremmo promesso altri 17 milioni di euro. Ha promesso un piano di fronte alla politica, in un tavolo al Ministero dello Sviluppo economico; ha promesso un piano di rilancio industriale e ci ha preso per il naso. Allora, a questo punto, serve mostrare i muscoli, perché la politica non serve più o serve poco.

Quindi, sottosegretario, il problema che oggi si pone, oltre a quello che ho cercato di evidenziare e di spiegare, è anche un altro. E mi permetta, mi tolgo qualche sasso dalle scarpe: i licenziamenti collettivi sono stati votati in quest'Aula esattamente da coloro che scendono in piazza e dicono di voler difendere il lavoro. Mi rivolgo all'area sinistra di quest'Aula: i licenziamenti collettivi li avete votati voi, con Matteo Renzi al Governo, l'aggiramento dell'articolo 18 lo avete votato voi, con Matteo Renzi al Governo! E quindi, forse, al netto del fatto che molto probabilmente l'articolo 18 poteva rappresentare forse quasi un totem ideologico, che dopo molti anni poteva essere rivisto, però i licenziamenti collettivi sono stati votati dalla sinistra di questo Paese! E noi da questa parte ci troviamo spiazzati innanzi a tutto questo. Però, al netto delle polemiche, che secondo me, in questo caso sono propedeutiche alla ricerca di un risultato, diciamo che – e, guarda caso, prima abbiamo votato una mozione che parla di differenze, purtroppo, tra uomo e donna in termini di salari, ad esempio - il 60 per cento dei dipendenti Whirlpool di Napoli sono donne! Quindi c'è un accavallarsi di promesse non mantenute. Sottosegretario, questi lavoratori sono stati molto spesso prigionieri di promesse, sempre con la speranza che quella promessa il giorno dopo venisse mantenuta; non è stato così, purtroppo.

C'è un netto aumento della produzione, come prima ricordato, e una altrettanto esponenziale crescita dei volumi per questa azienda. I 355 lavoratori, queste centinaia di lavoratori non possono evidentemente permettere che il loro lavoro, tutto quello che loro hanno fatto, tutto quello che è il capitale umano di un'azienda possa andarsene semplicemente perché un elettrodomestico costa il 70 per cento, 80 per cento in meno non dall'altra parte del mondo, ma a qualche ora, abbiamo capito, di aereo e soprattutto laddove il costo del lavoro non guarda, tra l'altro, le professionalità, perché anche sotto questo punto di vista si aprono ed esplodono molte contraddizioni. Oggi, Ministero del Lavoro, Ministero dello Sviluppo economico e Governo dovrebbero puntare, ad esempio, moltissimo sulla formazione dei nostri dipendenti, dei nostri lavoratori, dei nostri operai; soltanto con una formazione importante è molto probabile che queste multinazionali non troveranno la stessa formazione in Polonia, in Romania, dall'altra parte dell'Europa.

E una delle proposte di Fratelli d'Italia, a mia firma, in seno al “decreto Sostegni-bis” è quella di applicare, ad esempio - quale occasione - una formazione obbligatoria durante i periodi di sussidio, durante la cassa integrazione, durante la NASpI, durante anche il reddito di cittadinanza. Per queste persone che sono lì parcheggiate è giusto che ci sia la cassa integrazione, anche se ritengo che evidentemente forse non è più lo strumento così moderno per poter andare incontro alle crisi aziendali.

Ecco che, se questi dipendenti sono obbligati a fare formazione durante un periodo di sussidio, succede che, se l'azienda riassorbe la crisi, magicamente si troverà dei lavoratori più formati, se, invece, l'azienda, purtroppo, non riassorbe la crisi, riverseremo, ahimè, sul mercato del lavoro e dei licenziamenti dei lavoratori più formati, che, quindi, probabilmente, avranno più possibilità di un posto di lavoro, più o meno stabile. Quindi questa, secondo me, è una fase dirimente per il nostro Paese.

Prima ascoltavo i colleghi che, rispetto al PNRR, ricordavano: abbiamo dei fondi, utilizziamolo. Bene, abbiamo dei fondi e utilizziamolo, ma nel sentire che un'azienda, dopo che ha preso contributi pubblici, se ne va e cerca di andarsene proprio per i motivi succitati e sentire anche, Presidente, che la cassa integrazione e, quindi, la collettività del nostro Paese paga per questa azienda, io ritengo, sottosegretario, che la politica debba andare insieme - destra, sinistra, centro, non me ne frega nulla delle bandiere - a mettersi di traverso rispetto ai cancelli di questa azienda per poter fermare questa delocalizzazione, che è soltanto una pallina di neve sulla montagna che ci sta arrivando addosso, e ci arriverà addosso come una valanga e non come una pallina di neve.

Siamo in corso, sottosegretario - e chiudo, ringraziandola, Presidente - di presentazione di una mozione anche a firma di Fratelli d'Italia, pur comprendendo e apprezzando la mozione del collega Fornaro e del gruppo LeU.

Io ritengo che si possa fare un lavoro importante, però, dopo le votazioni e dopo la votazione di questo atto parlamentare, sottosegretario, il Governo ha il pieno mandato di tutto il Parlamento per andare a fare esattamente quello che dicevo io prima: convocare di nuovo il management di Whirlpool e obbligarli, perché, come ci hanno preso in giro loro, a questo punto, noi mostriamo i muscoli. Soltanto così, riusciremo, forse, a fare qualche cosa rispetto a tutti i posti di lavoro, che sono sacri, perché lei sa - chiudo, ringraziandola - che dietro ad ogni singolo posto di lavoro c'è un indotto di almeno tre o quattro persone. Dietro ad ogni singolo lavoratore, c'è una madre, c'è un padre, c'è un figlio, c'è una figlia, ci sono dei nomi, c'è una famiglia. Le chiedo un mandato, che vi daremo forte rispetto a questo tema; per cortesia, non abbassate la testa di fronte a questa multinazionale (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Napoli. Ne ha facoltà.

OSVALDO NAPOLI (CI). Grazie, Presidente. Presidente, mi permetta un piccolo rilievo. Veniamo a conoscenza in questi minuti che domani non ci sarà più Aula e non ci saranno più votazioni. Io credo che lei possa trasmettere al Presidente Fico alcune osservazioni, perché anche per noi parlamentari diventa una problematica lavorare in questa maniera, organizzandoci i lavori sia in termini romani sia sul territorio, per cui, all'ultimo momento, si cambiano i programmi, diversi rispetto a quelli che sono, invece, stati decisi in precedenza.

Io mi auguro che lei possa trasmettere una modesta richiesta, ripeto, con profondo rispetto istituzionale, al Presidente: se è possibile non ripetere queste situazioni, che, a mio giudizio, per la poca esperienza che ho, non sono rispettose dello stesso Parlamento.

Io intervengo per quanto riguarda il caso Whirlpool. Mi permetta, faccio riferimento all'intervento di Fornaro, e intervengo perché mi sta un po' nel cuore, è un tipo di romanticismo. Vede, io ricordo, quando ero giovane, migliaia di lavoratori alla Indesit di None, vicino a casa mia; gli operai partivano alle cinque del mattino per andare a lavorare alla Indesit, che allora era una delle maggiori aziende di un certo livello nel torinese; il grande dispiacere di vedere le vicende di un marchio allora come la Indesit, dove le case italiane avevano quasi tutte questo marchio.

E mi permetta anche un altro esempio - lo dico agli amici qui presenti - che esula dal caso Whirlpool, ma che è un caso di tutti i giorni, cioè l'Embraco di Moncalieri, una situazione, anche quella, nel torinese, estremamente delicata in termini occupazionali, che tocca decine e decine di famiglie.

Vede, Presidente, la vicenda della società Whirlpool ha un suo indubbio significato emblematico nel più generale contesto di difficoltà del settore industriale. Non ripercorro la vicenda, spiegata molto bene nei suoi dettagli dalla mozione Fornaro ed altri, e vado subito alla sostanza o a quella che a me appare tale.

La disponibilità dell'azienda multinazionale a considerare la possibilità di ulteriori 13 settimane di cassa integrazione, fatto sicuramente positivo, è soltanto un tentativo di traccheggiare - cosa che avviene dal dicembre 2020 - oppure è il presupposto per lavorare ad un serio piano di rilancio industriale, a partire dal sito di Napoli, per investire tutti gli altri siti industriali presenti in Italia? È un interrogativo che dobbiamo porci.

Il ricorso a nuova cassa integrazione è sicuramente motivo di sollievo sul piano sociale, perché significa garantire gli stipendi a 355 lavoratori e alle loro famiglie. Il destino dei lavoratori napoletani non è separato, però, dal destino di tutti gli altri lavoratori sparsi in Italia: parliamo, infatti, di circa 5 mila dipendenti.

Whirlpool ha conosciuto, al pari di altri grandi gruppi industriali, momenti di grande difficoltà a causa della pandemia e dei conseguenti pesanti cali nelle vendite. In questo senso, non si può negare che la società abbia diritto, come ogni gruppo industriale, ad accedere agli aiuti dello Stato per compensare il calo di fatturato. Attenzione, però: il calo del fatturato in Italia, se viene compensato dallo Stato con i soldi dei contribuenti italiani, deve avere come contropartita il rilancio industriale dei siti italiani, sennò sarebbe un po' una presa in giro.

Non è in gioco, colleghi, un principio, perché, come si sa, quando si mettono in gioco i principi, si finisce spesso in un vicolo cieco; più concretamente, sono in gioco alcuni elementi essenziali della politica industriale dell'Italia. Mi riferisco alla necessità, non solo per la vicenda Whirlpool, ma per tutte le crisi industriali, grandi o piccole che siano, di collocare ogni crisi all'interno di un contesto di riferimento territoriale. Mi spiego meglio.

Nello stabilimento Whirlpool di Napoli ci sono competenze professionali di ottimo livello e l'idea che esse possano essere disperse sul territorio o costrette a una riqualificazione in seguito alla chiusura dello stabilimento stesso rappresenta un'ipotesi pesante sulla politica industriale del Governo, perché significa che ogni politica industriale andrebbe impostata non sulle effettive capacità di sviluppo e crescita di un mercato, ma sulla profittabilità immediata dello stesso. In questo caso, saremmo in presenza di una prevalenza della finanza e nell'impossibilità di ricondurre la vicenda sul piano della logica industriale.

Questo è l'aspetto, a giudizio di Coraggio Italia, che va chiarito in modo preliminare con l'azienda americana. In questo caso, le ulteriori 13 settimane di cassa integrazione hanno un senso non solo come strumento per assorbire il malessere sociale, ma come strumento per intavolare, fra il Ministero e l'azienda, un confronto serio di politica industriale, perché, da un lato, il PNRR e, dall'altro, la ripresa dei consumi prevista dai maggiori istituti sono due passaggi fondamentali che consentono, già oggi, alla Whirlpool di guardare con più ottimismo ai propri bilanci. Un più 5 per cento di come si stima oggi nel 2021 e un più 7 per cento, come si stimerà nel 2022, fa in maniera tale che la Wirlpool, ma lo stesso mondo industriale, sappiano riprendere quell'atteggiamento positivo che è necessario per il rilancio del nostro Paese.

Ebbene, Presidente, sulla base di queste considerazioni, esprimo certamente, a nome di Coraggio Italia, il voto favorevole alla mozione presentata dai colleghi Fornaro ed altri, perché la riteniamo estremamente importante per la tranquillità dei lavoratori e per il rilancio del lavoro nel nostro Paese (Applausi dei deputati del gruppo Coraggio Italia).

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Napoli, anche per le considerazioni iniziali fatte. Naturalmente, come lei sa, c'era un'intesa tra tutti i gruppi sull'organizzazione dei lavori di questa settimana.

È iscritta a parlare l'onorevole Costanzo. Ne ha facoltà.

JESSICA COSTANZO (MISTO-L'A.C'È). Grazie, Presidente. Dagli annunci del “ce l'abbiamo fatta, accordo raggiunto con Whirlpool, Whirlpool non chiuderà a Napoli” al licenziamento dei 400 dipendenti c'è un abisso temporale. Tra l'enfasi di allora e la drammaticità dell'oggi, una sorta di buco nero.

I diversi quattro Governi presero ogni volta per buoni gli impegni sottoscritti dai manager italiani del gruppo; in realtà, nonostante la massima disponibilità nei confronti dell'azienda, con incentivi, decontribuzione fino al 30 per cento, garanzia SACE su eventuali prestiti, nulla ha smosso la multinazionale americana. Eppure, i numeri del presente e del futuro dicono il contrario: nel 2020 Whirlpool ha fatturato, a livello globale, 19,5 miliardi di dollari, con un margine salito in un anno dal 6 al 9 per cento. Non solo, ma che Whirlpool stia bene finanziariamente lo dice anche il fatto che ha investito 2 miliardi, più che per investimenti produttivi, per ricomprarsi le proprie azioni. Quindi, al Governo Draghi e anche all'Unione europea chiedo: vi siete accorti che la liquidità in eccesso viene impiegata per remunerare i propri soci, anziché investire nel prodotto? È un assurdo meccanismo che porta al collasso; è un'ottica miope e bulimica di profitto. L'altro segnale di buona salute: i dividendi sono saliti ulteriormente per l'ottavo anno consecutivo; non è la prima volta che succede con Whirlpool. Stiamo parlando dello stabilimento di Napoli; io sono torinese e potrei portarvi altri due esempi sul territorio, quello di None, dove c'era un centro di ricerche che nel 2015 ha chiuso, e poi quello dei lavoratori ex Embraco e, quindi, del gruppo Whirlpool, anche loro sono 400 famiglie in mezzo ad una strada. Questa vertenza ripropone i fenomeni della delocalizzazione e della deindustrializzazione delle multinazionali. Il “decreto Dignità” nel 2018 ha fatto un primo passo, però, a distanza di tre anni, dobbiamo riconoscere, per onestà intellettuale, che è troppo timido. Infatti, in molti casi le imprese che delocalizzano e che hanno già goduto di finanziamenti pubblici preferiscono restituire le agevolazioni o pagare le eventuali sanzioni, pur di poter godere dei vantaggi derivanti dalla delocalizzazione. Poi dobbiamo considerare anche l'ambito europeo. Proprio in un'interrogazione fatta, la risposta della Commissione europea sul caso della Whirlpool di Napoli è stata: la Commissione non interviene nelle decisioni tra imprese private, esiste già il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG), che può aiutare i lavoratori licenziati a trovare un nuovo impiego. La domanda è: ma quante crisi aziendali ha risolto questo Fondo di adeguamento alla globalizzazione? Perché io ricordo che se ne parlava con la famosa crisi della De Tomaso, con l'ex Embraco, però poi non se ne è fatto nulla. Il dumping fiscale è già stato affrontato con 6 raccomandazioni specifiche Paese per Paese e dovrà essere preso in considerazione nell'elaborazione dei piani nazionali. Queste risposte sono sufficienti? Sono adeguate ai problemi? Quali fatti concreti comporta la promozione della responsabilità sociale? E, soprattutto, con quale fondatezza la Whirlpool, infine, ci può confermare il piano di investimenti di 250 milioni, che riguarda gli altri stabilimenti italiani? Con la stessa coerenza con cui avevano annunciato il ritiro dei licenziamenti? O con la stessa credibilità con cui, tra il 2014 e il 2019, ha goduto di 24 milioni di fondi pubblici italiani? Tredici settimane di cassa integrazione sono un palliativo, un prolungamento dell'agonia, leniscono, ma non guariscono. Serve uno sforzo maggiore. Dove sono le strabilianti capacità di mediazione, con colossi come la Whirlpool, del Premier Draghi? Personalità stimata e rispettata tra la finanza che conta. E dei suoi Ministri? Uno fra tutti, Giorgetti, che non risponde e non crede nei progetti tutti italiani, come il polo dei compressori. Con la Commissione europea sarebbe forse giunta l'ora di far notare che i verbi incoraggiare, promuovere, forse non sono più sufficienti. Crediamo che i lavoratori della Whirlpool di Napoli e tutti i lavoratori coinvolti nelle crisi aziendali della Whirlpool in tutto il Paese, e ce ne sono molti, meritino molto di più.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Migliore. Ne ha facoltà.

GENNARO MIGLIORE (IV). Grazie, Presidente. Grazie, signor sottosegretaria. Vorrei innanzitutto esprimere non solo il consenso, ma anche il mio apprezzamento nei confronti dei presentatori della mozione, a partire dal collega Fornaro. Si tratta di una vicenda ben nota e che, peraltro, la stessa sottosegretaria conosce bene. So che il 14 mattina lei incontrerà le organizzazioni sindacali, c'è stata la convocazione ufficiale e, quindi, mi pare che sia evidente che l'urgenza e anche l'attività di valutazione su quali debbano essere le azioni da intraprendere da parte del Governo siano ormai arrivate a un redde rationem. In primo luogo, dobbiamo dire una cosa, perché io penso che, in questi casi, bisogna innanzitutto seguire passo passo ed avere anche una competenza sulle questioni attuali, poi possiamo fare anche dei ragionamenti generali. La Whirlpool deve accettare innanzitutto le 13 settimane di cassa integrazione previste per quella parte dell'industria italiana per la quale non c'è più la copertura del blocco dei licenziamenti dal 1° luglio. Deve accettarlo perché è una precondizione per aprire il tavolo, è una precondizione per intervenire sugli elementi fattuali sui quali bisogna, evidentemente, confrontarsi, ma, soprattutto, bisogna pretendere che ci sia il rispetto della nostra Nazione, del nostro Governo e dei nostri cittadini, perché sono cittadini quei lavoratori che in questo momento stanno continuando a lottare, dando un esempio anche ad altri che, magari, ritengono che le lotte operaie siano un archivio del passato, un arsenale del passato, un'idea stanca di come vive il mondo del conflitto operaio all'interno di una dinamica contemporanea. Noi dobbiamo sapere quali sono i compiti di un Governo e quali sono i sostegni che bisogna dare ad una lotta sacrosanta - e lo dico anche ai presentatori della mozione - non perché deve essere una battaglia di retroguardia o per garantire i livelli occupazionali, quello è la base, è il minimo, è la rappresentazione di quello che deve essere una giusta relazione con una multinazionale, che ha più volte disatteso quelli che sono stati gli impegni presi con il Governo del Paese. Oltre ad aver investito molti milioni c'è stata la cosa più grave, cioè il non mantenere la parola ed è questo quello che va sottolineato, innanzitutto non hanno mantenuto la parola i signori della Whirlpool, esponendo centinaia di lavoratori e le loro famiglie ad un rischio che è quello delle procedure di licenziamento. Peraltro - come veniva detto anche all'interno del dibattito - mandando in frantumi quella che è innanzitutto la valutazione di merito di quali sono le capacità, le competenze, la qualità di quella compagine operaia che orgogliosamente ha presidiato, anche dal punto di vista della legalità, quel territorio. Perché vede - io sono credo il primo napoletano che interviene in questo dibattito oggi - quell'area industriale ad est di Napoli è un'area che è stata sottratta al degrado ed è stata sottratta alla desertificazione sociale perché c'erano quegli operai ed altri che, purtroppo, nel corso del tempo hanno perso la loro collocazione. È un presidio civile oltre che un presidio lavorativo e, quindi, io chiedo al Governo il massimo impegno da questo punto di vista, perché oggi bisogna chiarire che quella non è una battaglia di retroguardia, non si può risolvere con ammortizzatori sociali, bisogna immaginare una vera e propria strategia per una sostenibilità di un progetto industriale complesso, che deve riguardare tutto il Mezzogiorno, in particolare l'area di Napoli e della sua provincia. Una soluzione industriale sostenibile con aziende che possano investire. Io non sono per l'autarchia o per dire che bisogna solamente avere industrie legate al territorio, anzi io sono perché questi nostri territori, soprattutto quelli del Mezzogiorno, diventino effettivamente attraenti per coloro i quali vogliono investire.

Ed è per questo motivo che, nell'ambito delle riforme anche del PNRR, dobbiamo immaginare che il Sud deve essere la punta avanzata del rilancio dell'Italia: non solo resilienza ma anche ripresa e la ripresa parte dal Mezzogiorno d'Italia, dove ci sono le competenze e dove, fino agli anni novanta, c'è stata la capacità di attrarre investimenti, anche industriali, che oggi invece vengono a mancare.

Voglio fare una considerazione generale. Facciamo il caso dell'annuncio che Stellantis ha fatto recentemente sulla gigafactory delle batterie, dicendo: la faccio in Italia. È il futuro; è una parte della transizione ecologica quella di investire sugli strumenti e sulle infrastrutture che possono garantire anche la crescita di una consapevolezza ecologica nei consumi e nei trasporti. Allora, la si faccia al Sud! Il Governo si impegni a trattare fin da oggi per avere strutture che consentano di investire nel Mezzogiorno, perché quello che noi stiamo rischiando è che i più importanti insediamenti industriali del Paese, che erano previsti per il Mezzogiorno, possano essere smantellati. Non lo possiamo assolutamente accettare, nel momento in cui abbiamo ricevuto 240 miliardi del PNRR e, soprattutto, perché doveva essere ridotto il gap che esiste nello sviluppo produttivo ed economico tra Nord e Sud del Paese. Allora, il Governo - mi affido a lei, sottosegretaria, che è seria su questo punto e abbiamo più volte avuto modo di apprezzarne anche la linearità dei comportamenti - alzi il livello della discussione; non tratti semplicemente in maniera difensiva ma allarghi lo sguardo; dica quali sono i modelli industriali di sviluppo sostenibile e io penso che troverà dalla sua parte anche le forze del lavoro. In questa battaglia, le forze delle rappresentanze sindacali spesso dicono la stessa cosa anche delle compagini industriale. Io parlo spesso sia con i lavoratori, sia con coloro i quali rappresentano la parte datoriale, quella vera, che si è costruita nel Sud e che ha anche avuto una capacità di lettura e la capacità di non abbandonare quel territorio. Tutti pensano che deve esserci un vero reinvestimento nelle nostre aree, che passa per la decontribuzione, che passa per i sostegni, ma che passa soprattutto per l'individuazione di quale debba essere il destino di questa parte del Paese. Io penso che il destino dell'Italia sia il destino del Mezzogiorno perché, se falliamo nel Mezzogiorno, fallisce anche il Paese. Questa è l'idea che molti di noi hanno cercato di trasferire anche quando abbiamo fatto un intergruppo. Io sono qui con il collega Vitiello, con il quale, insieme a tanti altri rappresentanti di tutte le forze politiche, anche quelle che oggi sono all'opposizione, abbiamo cercato di costituire un intergruppo parlamentare che parlasse del Mezzogiorno non in termini residuali, non in termini vittimistici, ma per raccontarne le potenzialità, che innanzitutto sono potenzialità umane. Quello che dobbiamo cercare di evitare - e dovremo lottare perché questo accada - è soprattutto che non se ne vadano le energie migliori dal nostro territorio, siano esse giovani, siano esse lavoratori, siano esse imprese. In questo senso, abbiamo capito che c'è bisogno di fare una strada comune. Oggi io penso, a differenza di chi mi ha preceduto, che il Governo Draghi possa avere questa autorevolezza anche nel trattare con i grandi colossi internazionali. Infatti, se si è riusciti a sconfiggere la più grande speculazione della storia con il whatever it takes, penso che si possa anche, non alzare la voce ma pretendere il rispetto da chi ritiene che la deterritorializzazione delle imprese sia un fattore del tutto legato alla finanza e non alla vita vera delle persone. Noi siamo qui come sostenitori, non solo di una mozione, ma di un progetto di futuro. Ci aspettiamo che il Governo faccia fino in fondo la sua parte in questa direzione (Applausi dei deputati del gruppo Italia Viva).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Terzoni. Ne ha facoltà.

PATRIZIA TERZONI (M5S). Grazie, Presidente. Siamo a luglio 2021 e, purtroppo, ancora parliamo del caso Whirlpool. La prima volta che ho parlato di questo caso, in questa sede, fu sempre a luglio, ma del 2014, quindi ben sette anni fa. Non voglio ricordare tutta la vicenda della vendita della Indesit all'americana Whirlpool, ma è bene ricordare che i problemi sono nati proprio da quella vendita che l'allora Premier Renzi commentò così, imputando al suo lavoro questo grande traguardo di vendita. Renzi disse: la considero un'operazione fantastica; ho parlato personalmente io con gli americani a Palazzo Chigi. Purtroppo, per chi conosce bene il settore i campanelli d'allarme si sono accesi immediatamente, avendo quest'azienda già altre sedi in Italia; quindi, è logico che un'azienda americana che compra sedi in Italia ma ha già altre sedi in Italia sicuramente poi farà dei cambi strutturali non di poco conto. Infatti, da Nord a Sud dello stivale, di fatto, sono iniziati i problemi degli stabilimenti ex Indesit e non solo: da None, in Piemonte, passando per l'allora sede centrale della Indesit, a Fabriano, nelle Marche, e con gli stabilimenti di Melano e quello di Albacina, che ormai non c'è più, o meglio, per fortuna un'azienda locale lo ha preso per sé. Ancora, ricordo quello di Comunanza e, poi, verso la Campania, quello di Carinaro, facendo una sosta in Toscana (e non li sto neanche elencando tutti). Questo solo per ricordare i numeri di sette anni fa: 1350 esuberi. Oggi, certamente i numeri sono notevolmente diminuiti, ma perché, tra buonuscite, pensionamenti, stabilimenti chiusi, piani industriali ed accordi di programma non rispettati ed altro, i numeri oggi sono di certo inferiori. Ciò conferma solo che di fantastico in questa operazione non c'è proprio nulla, tanto che oggi ancora siamo qui a chiedere all'ennesimo Governo di trovare una soluzione di continuità per queste famiglie di onesti lavoratori.

Ma veniamo alla situazione di oggi, alla situazione che è ora in corso, al piano industriale che scade proprio in questo anno, nel 2021, e a ciò che chiediamo al Governo. Come è noto, il 1° novembre 2020 la multinazionale americana ha cessato la produzione nel sito di Napoli, decidendo di erogare gli stipendi fino a dicembre 2020 per i 355 lavoratori. La chiusura del sito produttivo era già stata annunciata e così la multinazionale ha disatteso gli impegni precedentemente assunti, il 25 ottobre del 2018, nell'ambito dell'accordo quadro firmato con le parti sociali e con l'Esecutivo. Questo significa che ha disatteso l'impegno di portare avanti il piano industriale concordato, che prevedeva addirittura investimenti fino a 250 milioni di euro e, tra l'altro, il rientro di alcune linee produttive in Italia. L'interlocuzione tra il Ministero dello Sviluppo economico e la multinazionale, che si è protratto per mesi - anzi, direi anni - ha tuttora l'obiettivo di individuare una soluzione di compromesso tra le esigenze della produzione e le istanze portate avanti dai sindacati e dai lavoratori. Questa interlocuzione deve proseguire anche se, a tutt'oggi, non sono chiare oggettivamente le motivazioni che spingono l'azienda ad assumere queste decisioni. Ci sono i buoni risultati economici conseguiti dall'azienda negli ultimi trimestri ed, in realtà, anche nel sito di Napoli sono stati fatti degli investimenti; le linee sono all'avanguardia e sono linee di produzione automatizzate che hanno anche una grande capacità produttiva. È per questo che non sono del tutto chiare le motivazioni di tale decisione da parte dell'azienda, o meglio, sicuramente l'azienda vuole massimizzare i suoi profitti però non si preoccupa del deserto che lascia dietro di sé. La chiusura dell'impianto Whirlpool di Napoli avrebbe, infatti, come effetto il conseguente impoverimento del tessuto sociale dell'area, con ricadute drammatiche in termini di occupazione e anche in termini sociali. Lo dico io che sono di Fabriano, che vengo dal Fabrianese e ho già assistito al continuo depauperamento di un territorio in cui le aziende, le multinazionali hanno preso e se ne sono andate via (e lo sto vivendo tuttora e la Vice Ministra Todde lo sa perché è stata anche recentemente a Fabriano, per la vertenza Elica, e la ringrazio anche per questo). Siamo arrivati ad oggi senza licenziamenti grazie alla misura, presa dal Governo “Conte I”, di bloccare i licenziamenti durante la pandemia. Purtroppo, questa grande misura che ha messo in campo Conte, è stata prorogata da marzo 2021 solo fino a giugno 2021, mentre, obiettivamente ed oggettivamente, sarebbe stato meglio prorogarla almeno fino alla fine del mese di agosto.

In ogni caso, il Governo, recentemente, ha approvato, nel decreto-legge n. 99 del 2021, la possibilità di ottenere ulteriori 13 settimane di Cassa integrazione. Sicuramente ora è importante che Whirlpool non effettui licenziamenti ed attivi queste 13 settimane di Cassa integrazione. In questo modo, si ha un po' di tempo per individuare una soluzione necessaria per il mantenimento dei livelli occupazionali nel sito e per favorire la ricerca di una soluzione industriale che metta in sicurezza il futuro lavorativo di queste centinaia di famiglie. Tuttavia, sappiamo che non basta la Cassa integrazione. Occorre che il Governo metta a disposizione tutti gli strumenti affinché l'azienda faccia un passo indietro per garantire che quelle persone non perdano il lavoro, ma che rimangano operative in quello stabilimento, incalzando e sollecitando l'azienda, più e più volte, affinché si impegni anche ad una diversificazione produttiva, soprattutto alla luce delle risorse che abbiamo stanziato per il potenziamento della cosiddetta economia green e digitale, anche con il coinvolgimento delle istituzioni regionali e locali, in modo da ricercare e sostenere ogni ulteriore progetto industriale che possa offrire prospettive a quei lavoratori e a quel territorio.

Per questi motivi, sono condivisibili gli obiettivi della mozione, finalizzata a riaprire un confronto con l'azienda, ma anche a valutare e a sostenere ogni ulteriore progetto industriale per l'eventuale rigenerazione economica e produttiva dello stabilimento di Napoli che abbia, come obiettivo prioritario, la salvaguardia del sito e il mantenimento dei livelli occupazionali. Ricordo però che in ballo non c'è solo Napoli; il piano industriale della Whirlpool scade quest'anno e, visti i precedenti della Whirlpool che non ha mai mantenuto gli accordi presi, è bene, comunque, mantenere l'asticella del controllo ben alta e controllare anche gli altri stabilimenti: anche se la situazione è più rosea rispetto a quella di Napoli, comunque non si dormono sonni tranquilli. Faccio solo l'esempio della situazione del Fabrianese: nello stabilimento di Melano, si lavora con la massima saturazione. Sono presenti circa 40 lavoratori. Nello stesso tempo, però, ci sono 60 lavoratori con ridotte capacità lavorative, i cosiddetti RCL che, per le loro limitazioni, non possono lavorare in linea di produzione. Pertanto, ora lavorano pochi giorni al mese, sulle poche postazioni idonee tramite una rotazione che prevede l'utilizzo della Cassa integrazione. Tuttavia, lo stabilimento di Melano può ancora usufruire di un contratto di solidarietà sospeso a marzo 2020 di circa nove mesi, cosa che invece negli altri stabilimenti non c'è.

Il problema del cosiddetti RCL non collocati deriva soprattutto da tre aspetti principali: il primo, il ritardo dell'impegno della Whirlpool nel trovare soluzioni, investendo sulle postazioni di lavoro, anche nelle linee di produzione; il secondo, il ritardo nel riportare le attività svolte presso terzisti all'interno del sito; il terzo, l'aumento del numero degli RCL, dovuto, purtroppo, in questi sette anni, all'avanzamento dell'età e, quindi, all'aumento di patologie.

Oltre all'aspetto della produzione, ci sono anche sedi impiegatizie che non sono immuni alla crisi, anzi, molti impiegati, attraverso contratti non seguiti da sindacati, se ne sono andati con i bonus che ha dato la stessa Whirlpool ma, a tutt'oggi, sono rimasti circa 25 lavoratori posti in Cassa integrazione a zero ore: sono circa 25 nel Fabrianese e poco meno di 20 a Pero. Tuttavia, la differenza più grande con riferimento all'aspetto impiegatizio, alla situazione presso gli stabilimenti produttivi (in questo caso, parlo della situazione marchigiana), è che, dopo la cessazione della Cassa COVID, non hanno più la Cassa integrazione; praticamente, hanno la stessa sorte di Napoli, Comunanza, che oggi è satura, e Siena, anch'essa oggi satura. Quindi, hanno terminato gli ammortizzatori sociali, pertanto, sono senza copertura di Cassa integrazione.

Per questo, chiediamo ulteriori interventi, come l'adozione di tutte le iniziative opportune, anche con il coinvolgimento, come ho detto già prima, delle istituzioni regionali e locali interessate, al fine di favorire la definizione di un nuovo piano industriale che confermi la centralità dell'Italia nelle strategie di Whirlpool e le missioni produttive in essere, che preveda investimenti e sviluppo per tutti i siti presenti sul territorio nazionale, per gli enti centrali. Ciò, con l'obiettivo di salvaguardare e incrementare i livelli occupazionali e le competenze di tutti i territori dove Whirlpool è ancora presente, nell'interesse, non solo della stessa multinazionale, ma di tutto il Paese. Inoltre, bisogna anche assicurare adeguate forme di sostegno al reddito, o meglio, garantire specifici percorsi di politica attiva del lavoro, con la collaborazione degli enti regionali interessati, volta alla riqualificazione e al ricollocamento del personale.

Concludo Presidente, Viceministro Todde, chiedendo a lei, al Governo - già so che lei lo sta facendo - di metterci il cuore in tutte le crisi industriali che state affrontando, perché avete in mano le sorti non solo dei nostri territori, ma anche quelle di intere famiglie.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole De Luca. Ne ha facoltà.

PIERO DE LUCA (PD). Grazie Presidente, discutiamo oggi di un tema estremamente delicato, sensibile, che tocca un po' tutti quanti noi, tutte le nostre comunità, e ringrazio soprattutto il gruppo LeU per aver deciso di presentare questa mozione.

Whirlpool Corporation è una multinazionale statunitense che produce elettrodomestici sin dal 1911 e oggi è leader mondiale nella produzione e commercializzazione di questi apparecchi, quindi grandi elettrodomestici. Come veniva ricordato prima, nel 2020 ha un fatturato di circa 20 miliardi di dollari, 67 centri di produzione e ricerca tecnologica in tutto il mondo, più di 80 mila persone occupate. Sembrano dati freddi, ma, in realtà, sono dati molto, molto significativi.

In Italia, questa multinazionale ha ben sei stabilimenti; in Campania sono due, uno a Carinaro, Caserta (un centro ricambi con 320 dipendenti) e uno a Napoli, che dovrebbe produrre lavatrici, con 430 dipendenti: 430.

Nell'ottobre del 2018, con la presentazione del Piano industriale per il triennio 2019-2021, Whirlpool aveva preso un impegno chiaro con il Governo allora “Conte 1”, quindi con il nostro Paese, per il mantenimento degli stabilimenti e del personale impiegato in Italia. Il piano prevedeva la centralità del nostro Paese, la conferma del mantenimento di tutte le fabbriche in Italia, seguendo, in particolare, la logica della specializzazione dei siti, anche attraverso quella tecnica chiamata reshoring, ossia il rientro di produzioni dall'estero. Era questo l'impegno che Whirlpool aveva assunto con l'Italia. Gli investimenti previsti ammontavano a circa 250 milioni di euro e ben 17 milioni erano previsti proprio per il sito di Napoli (quindi, parliamo di pochi anni fa: proposte e promesse di investimento solo nel sito produttivo di Napoli per 17 milioni di euro), con la missione di produrre lavatrici di alta gamma. Nonostante questi impegni, invece, il 31 maggio 2019 l'azienda ha comunicato alle organizzazioni sindacali la volontà di disimpegnarsi proprio dal sito di Napoli, perché comportava una perdita di 20 milioni di euro l'anno, con conseguente avvio della procedura di licenziamento di circa 350 lavoratori - e questo credo sia giusto ricordarlo -, dopo aver ricevuto (ciò è stato richiamato anche in Aula), a partire dal 2014, ben 27 milioni di euro di fondi pubblici: 27 milioni di euro di fondi pubblici ricevuti da Whirlpool nel nostro Paese, dal 2014 ad oggi.

Il 1° primo novembre 2020, la multinazionale ha cessato la produzione nel sito di Napoli e ha deciso di erogare gli stipendi fino al 31 dicembre dello scorso anno. È intervenuto poi - come tutti sappiamo - il blocco dei licenziamenti, deciso prima dal Governo “Conte 2”, confermato, fino alle ultime settimane, dal Governo Draghi, in relazione alla pandemia.

Grazie a questo blocco, la situazione è rimasta congelata fino al 23 giugno scorso quando, a seguito di un incontro convocato dal Ministero dello Sviluppo economico, in contemporanea con uno sciopero di otto ore, che ha bloccato gran parte della circolazione e delle produzioni in tutti gli stabilimenti Whirlpool, la multinazionale non ha fatto nient'altro che ribadire la propria intenzione, a partire dal 1° luglio, di avviare la procedura di licenziamento dei lavoratori dello stabilimento di Napoli. Tale decisione appare gravissima, soprattutto ingiustificata. Vorrei fosse chiara la nostra posizione. Dai dati globali, peraltro - e questo rende ancor più insopportabile questa decisione -, il momento storico ed economico dell'industria del bianco, quella che riguarda Whirlpool, è tra i momenti più favorevoli.

C'è una contingenza economica estremamente favorevole. I dati che abbiamo ricordato lo testimoniano: il 2020 l'azienda ha fatturato a livello globale 20 miliardi di dollari, con un margine operativo salito in un anno dal 6,3 per cento al 9,1 per cento, con un ritorno sugli investimenti addirittura record dell'11 per cento e un utile netto addirittura da un miliardo di dollari. Numeri non di una multinazionale in crisi, tutt'altro. La volontà allora di dismissione del sito produttivo di Napoli appare davvero irragionevole, considerato questo mutato scenario del mercato degli elettrodomestici, che è in forte miglioramento e che ha generato un aumento dei volumi dell'azienda, tanto che in alcuni stabilimenti si è dovuto ricorrere ad alcuni interinali per soddisfare la domanda di mercato. Allora, queste sono le condizioni di mercato, le condizioni economiche e le condizioni sociali che attualmente riguardano l'azienda Whirlpool e riguardano soprattutto il sito di Napoli. Per questa ragione noi chiediamo con forza al Governo, affinché si impegni a sostenere e a supportare presso l'azienda l'attivazione delle 13 settimane, come veniva richiesto, di cassa integrazione ulteriore, che sono state previste dal nostro Paese per l'emergenza COVID e per la progressiva uscita da una situazione di congelamento dei licenziamenti, e a mettere in campo ogni possibile azione per favorire la ripresa del confronto su quello che era il piano industriale presentato da Whirlpool al Governo italiano, per il sito di Napoli come per gli altri siti del gruppo, con l'obiettivo di salvaguardare e poter poi, nel caso, aumentare anche i livelli produttivi e occupazionali, nella consapevolezza, come abbiamo ricordato prima, che il mercato del settore non è in crisi, ma un mercato in crescita e che, peraltro, si prevedono delle opportunità enormi di investimenti anche grazie alle risorse del PNRR, per quanto riguarda il potenziamento dell'energia, dell'economia green e digitale, che potrebbero essere utilizzate proprio per rilanciare questo stesso sito di Napoli.

Noi dobbiamo assolutamente fare ogni sforzo per scongiurare il rischio di desertificazione industriale di un'area del Paese, le cui strategie di intervento sono determinanti per lo sviluppo dell'intero sistema Paese. Questo vorrei che fosse chiaro. Intendiamo, dunque, porre la questione della tutela e del rilancio del sito produttivo di Napoli come tema di interesse nazionale, condividendo quello che è stato finora rappresentato anche dagli altri colleghi. In questa prospettiva crediamo, allora, che sia necessario fare ogni sforzo anche da parte del Governo - ed è un invito che facciamo al rappresentante del Governo - per ricercare, valutare e sostenere ogni eventuale ulteriore progetto industriale, che abbia un piano di rilancio serio e credibile per la rigenerazione e la ripresa economica e produttiva dello stabilimento. A nostro avviso ci sono le condizioni per farlo; il Governo davvero faccia ogni sforzo, da questo punto di vista, per creare e ricercare queste eventuali condizioni.

Non possiamo davvero permetterci quello che sarebbe un disastro occupazionale e direi sociale, di proporzioni drammatiche per il Sud e per l'intero Paese, in un momento peraltro nel quale, come tutti sappiamo, ci stiamo impegnando e ci siamo impegnati affinché proprio nel Piano nazionale di ripresa e resilienza fossero destinate risorse importanti, circa il 40 per cento delle risorse, al rilancio, allo sviluppo e alla ricostruzione del Mezzogiorno. Un momento in cui - l'ultimo provvedimento è stato approvato in legge di bilancio - abbiamo approvato una norma che era oggetto di una nostra proposta di legge, la proposta di legge a mia prima firma, elaborata con l'ex Ministro Padoan e sostenuta da tutto il gruppo del Partito Democratico, per una serie di incentivi fiscali straordinari per gli investimenti nelle zone economiche speciali nel Mezzogiorno d'Italia. Ricordiamo che nell'ultima legge di bilancio questa norma è stata approvata e, dal 1° gennaio di quest'anno, per tutte le nuove attività economiche che si intraprendono e si avviano nelle aree delle zone economiche speciali nel Mezzogiorno, vi è un regime di incentivazione fiscale straordinario, che porta a dimezzare l'Ires per i successivi sei anni rispetto all'apertura di ogni attività economica, con due condizioni per noi decisive e che si riferiscono proprio a quanto sta accadendo a Napoli, ovvero che le aziende che beneficiano di questo sgravio e riduzione dell'Ires mantengano per dieci anni lo stabilimento, il sito, la sede dell'attività economica lì nella zona economica speciale in cui si sono insediati e mantengano inalterati i livelli occupazionali per i successivi dieci anni. Ecco, noi riteniamo che debba essere fatto, come sistema Paese, col sostegno di tutte le forze politiche, uno sforzo enorme, davvero decisivo, affinché possa essere incentivata l'apertura di nuove attività economiche, soprattutto nel Mezzogiorno d'Italia, nella consapevolezza, come veniva ricordato prima, che, se non riparte il Mezzogiorno - e non è retorica -, non riparte l'intero Paese. Soprattutto, dovremmo fare uno sforzo straordinario - e ci rivolgiamo al Governo perché davvero raccolga questo invito - affinché le aziende che attualmente esistono nel Mezzogiorno, nel nostro territorio, non delocalizzino e non chiudano le proprie attività. Quello della Whirlpool potrebbe essere davvero un disastro di proporzioni enormi, per cui dobbiamo fare ogni sforzo per evitare la vera e propria desertificazione sociale, industriale, economica e occupazionale del Mezzogiorno e di tutto il Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole De Lorenzo. Ne ha facoltà.

RINA DE LORENZO (LEU). Grazie, signor Presidente. Signora Vice Ministro, nel tempo sospeso dettato dalla pandemia, si snodano quelle che sono le battaglie dei lavoratori della Whirlpool. Innanzi alle porte chiuse della fabbrica si sentono le voci forti di chi chiede il lavoro, di chi ha perso il lavoro, di chi esige rispetto e dignità. La lotta in difesa del lavoro portata avanti dai lavoratori della Whirlpool è il caso simbolo, è emblematico del diritto rivendicato da questi lavoratori, su cui si misura la volontà reale di tutte le forze politiche di affrontare e risolvere i problemi che quella fabbrica presenta, ma che sono i problemi del Mezzogiorno. È necessario intervenire con forza e con determinazione, perché quella fabbrica non chiuda, perché si spenga ogni conflittualità in un Paese attraversato dalla più grave crisi economica e sociale dal secondo dopoguerra. La fabbrica Whirlpool di via Argine, a Napoli, non è soltanto un insieme di lamiere e di strutture in cemento, che delimitano uno spazio fisico nell'area cosiddetta industriale della città. È un corpo sociale di donne e di uomini, che con orgoglio, con tenacia e con dignità senza pari difendono un obiettivo fermo e unico, quello di far rispettare un accordo firmato dalla multinazionale Whirlpool ben due anni fa. Si tratta di una battaglia davvero importante, una battaglia che sembra ricordare quella di Davide contro Golia, un colosso industriale leader nella produzione di elettrodomestici e la forza evocativa dei lavoratori della Whirlpool, che presidiano la loro fabbrica e chiedono di poter lavorare, chiedono il rispetto di un diritto costituzionale, garantito all'articolo 1 della nostra Carta. È la storia di centinaia di donne e di uomini, che difendono, dunque, quella fabbrica e, con essa, la città, il Mezzogiorno e l'intero Paese. Io non parlo di numeri, perché preferisco parlare dei volti e dei nomi, che rappresenta un esercizio molto utile, perché abbiamo bisogno di umanizzare la questione occupazionale, che non può essere relegata nei post sui social. Si tratta di materia viva, su cui la politica ha il dovere di intervenire responsabilmente. È, dunque, necessario agire con immediatezza e non restare fermi nell'attesa messianica dei fondi del Recovery. Il caso Whirlpool è un'esperienza paradigmatica per la città, in un'area geografica in cui la crisi morde più che altrove, in cui continuano a registrarsi tassi elevatissimi di disoccupazione, soprattutto giovanile e femminile. Mentre cresce il divario con il Nord, gli operai della Whirlpool - parliamo di oltre 1.000 lavoratori tra occupati diretti ed indiretti - rivendicano un bisogno di legalità, perché, signora Vice Ministro, il diritto al lavoro è diritto alla legalità, consapevoli prima di tutto che quella fabbrica rappresenta, come la scuola, un presidio di legalità. Grazie alla loro occupazione, infatti, si costruisce e si produce economia locale pulita.

Ecco, perché il loro richiamo costante alla responsabilità del Governo e del Paese: perché si tratta di lavoratori e lavoratrici che sono consapevoli che il loro futuro e il futuro delle loro famiglie è legato alla vita della fabbrica.

È soltanto investendo fortemente in quel tessuto industriale che cresce il Meridione d'Italia e che cresce in un quadro democratico, che va rinforzato e con esso la coscienza dei cittadini che ci richiama ad un progetto per la costruzione di una società più equa, più giusta, più solidale, governata da una politica che si fa responsabile. Quella che noi oggi chiamiamo questione meridionale, è in realtà una questione nazionale - lo abbiamo letto attentamente dalle pagine del Recovery Plan - e affrontare dunque la questione Whirlpool significa affrontare la questione meridionale; significa consentire attraverso un intervento importante, a garanzia del diritto dei lavoratori al mantenimento del loro posto di lavoro; significa cominciare a colmare quel gap che esiste tra due aree geografiche del territorio e che necessita di un intervento. La preoccupazione non si limita però alle emergenze imminenti sull'opificio napoletano; la nostra preoccupazione si estende alla circostanza che l'azienda non ha realizzato gli investimenti e quelle politiche commerciali previste dall'accordo del 2018 che riguardano tutti gli stabilimenti, ovvero gli altri sei stabilimenti presenti nel territorio nazionale. Allora, è compito di questo Governo, è compito della politica intervenire per contrastare quel processo di delocalizzazione in altri Paesi dove il costo del lavoro risulta sicuramente più basso di quello registrato in Italia. È una lotta impari, sicuramente, quella delle operaie e degli operai della Whirlpool contro questo gigante della multinazionale americana che continua a fare profitto e profitto molto alto.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Paolo Russo, prego.

PAOLO RUSSO (FI). Grazie, Presidente. Whirlpool è una vicenda emblematica, rappresentativa in primo luogo delle fragilità, o, se volete, della fragilità delle politiche industriali che abbiamo registrato negli scorsi anni; una sorta di politica che, come lo struzzo, provava a risolvere ogni problema negandolo, consegnandosi al non vederlo, pensando a quella politica che poi avrebbe potuto, in un secondo momento, affrontare la medesima questione con delle risorse. La politica industriale che diventa sostegno al reddito, la politica industriale che diventa l'occasione per investire in qualche modo e tamponare questioni che hanno problemi antichi, difficoltà di gestione, questioni più complesse. Siamo proprio sicuri che è tutta colpa e assolutamente colpa della  SP.E.C.T.R.E internazionale delle multinazionali che, in chiave predatoria, utilizzano i territori, li saccheggiano per fare utili altrove? Siamo proprio sicuri che non vi è alcuna responsabilità del nostro Paese nelle sensibilità istituzionali (penso a quelle nazionali e anche a quelle regionali)? Io non ne sarei così sicuro. Su questa questione la politica è arrivata con ritardo, con colpevole ritardo e ha provato a rabberciare con soluzioni, il più delle volte, improvvisate ed impraticabili.

Ho ascoltato qui con attenzione il dibattito e sento spesso declamare la necessità di tutelare i lavoratori: come non potremmo essere d'accordo? Si tratta di centinaia e centinaia di famiglie, si tratta di un luogo anche fisicamente emblematico e rappresentativo; si tratta di un pezzo della storia del lavoro di quella città e di quella provincia.

Mi piacerebbe di più che si provasse, però, a lavorare ad un progetto complessivo che tuteli i lavoratori, ma per tutelare i lavoratori bisogna provare a tutelare il lavoro, a tutelare le aziende, a valorizzare le competenze.

Qui si sconta il balbettio degli anni scorsi del Ministero dello Sviluppo economico, ma qui si sconta anche il “ghe pensi mi” della regione Campania che, prima assente, poi tardivamente arriva con un piglio tipicamente ottocentesco, per provare a risolvere la questione mettendo un po' di risorse sul piatto; come se la questione non fosse produrre, valorizzare le competenze, le sensibilità, le capacità, le intelligenze dei lavoratori; come se fosse “diamo un incentivo una volta ai lavoratori e una volta ai capi azienda”.

In questo modo, in una sorta di liberismo al contrario, una sorta di sovietizzazione dell'economia meridionale, si genera un pernicioso percorso capace di determinare ulteriori disastri. Le risorse possono essere utilizzate per dare sostegno al reddito - certo -, ma possono anche essere utilizzate per alimentare politiche industriali e di settore, capaci di valorizzare e garantire filiere che possono, loro stesse, essere occasione e volano per nuove opportunità, non soltanto per quei lavoratori e quelle lavoratrici che meritano attenzione.

Noi pensiamo che la strategia sia esattamente la seconda, cioè quella di focalizzare l'attenzione e, magari, questo intervento si sarebbe dovuto celebrare qualche anno fa. Noi pensiamo che la partita si giochi nel disegnare, se volete, anche in chiave sartoriale, politiche industriali e di settore capaci di valorizzare il grande bagaglio di competenze che lì si registra. Noi pensiamo che non sia utile risolvere il problema con una valanga di risorse che genera una sorta di sovietizzazione dell'economia che tampona talune emergenze per alimentarne esattamente eguali di lì a breve. Noi pensiamo, piuttosto, che occorra un progetto complessivo. Massimo sostegno a quelle qualificate maestranze, a quei lavoratori, a quelle lavoratrici frastornati tra promesse e delusioni. Noi vorremmo che Whirlpool diventi un simbolo, se volete un modello, un modello di approccio.

Proviamo a leggere tutto ciò che è stato e facciamo il contrario! Sicuramente ci troveremmo meglio e sicuramente avremmo maggiori efficienze sul fronte dei risultati: ritardo delle azioni, forse anche ritardo nella comprensione di ciò che stava accadendo in un'azienda importante come Whirlpool; forse sottovalutazione; ritardo nelle scelte, ritardo nelle tutele. Tutto questo ha generato la condizione nella quale sono posti oggi i lavoratori ed una comunità; una comunità sociale, una comunità cittadina.

Una vicenda sinora digerita e condotta dalle strutture ministeriali - e non mi riferisco, ovviamente, agli ultimi mesi - in chiave burocratica; una sorta di pratica come tante altre, non comprendendo che, dietro quella pratica, vi erano non soltanto la legittimazione di centinaia e centinaia di visi, di famiglie, di uomini e donne.

Lasciamo questa narrazione da parte ma, dietro quella pratica, c'è una storia di un pezzo del Mezzogiorno che pretende ancora riscatto in una chiave produttiva, non in una chiave assistenziale. Una sorta di incombenza, una pratica in qualche modo da smaltire, una sorta di incombenza che deriva da un destino cinico e baro, quando anche ineludibile. Un percorso, insomma, governato come se il destino fosse già segnato, una sorta di accompagnamento pietoso. A questo abbiamo assistito negli ultimi anni; non un guizzo, non una soluzione, non un'iniziativa di politica industriale, ma di volta in volta qualche milione di euro prospettato in una chiave macro o micro clientelare. Dicevamo, abbiamo registrato una sorta di pietas di responsabilità istituzionali che, mentre esprimeva quella pietà, si sottraeva alla responsabilità dell'esercizio delle proprie competenze. E allora noi abbiamo apprezzato molto la mozione presentata che ha consentito un dibattito, che consente anche di esprimere un indirizzo al Governo. Lo abbiamo apprezzato e molto, ma vogliamo anche evitare la narrazione un po' demodé che in qualche modo ci vede tutti dalla stessa parte e tutti a difendere i lavoratori, punto.

Noi vogliamo difendere i lavoratori, difendendo il lavoro; riprendiamo la partita della politica. Certo, tutele per i lavoratori, misure effettive a sostegno di attività di impresa, esercizio concreto per alimentare un sistema virtuoso che generi i luoghi dove è possibile produrre un bene che sa stare sul mercato, sa competere nel mercato e vincere le sfide del mercato.

Il paradigma della Whirlpool deve essere capovolto per consentire al lavoro di prevalere. Si possono fare due operazioni: alimentare l'assistenza, che sottrae e sopprime dignità, o alimentare percorsi che generino ulteriore condivisione sul piano della forza e sul piano, soprattutto, della valorizzazione di competenze e capacità. Il lavoro non è una cosa statica; il lavoro è una cosa dinamica, è una cosa che spiega e rende plastico il pensiero che diventa oggetto, il progetto che diventa un elemento che può essere venduto nei mercati.

E non dobbiamo negare che, se quell'elemento non è venduto nei mercati e non trova un sufficiente risultato d'impresa, è evidente che, se non c'è quel successo, diventa difficile qualunque operazione a tempo. Noi vogliamo lavorare su questo fronte e chiediamo e speriamo che il Governo lo faccia nel migliore dei modi, sollecitandolo ad un'attenzione massima. Mentre facciamo questo, abbiamo espresso un apprezzamento al lavoro che è stato presentato in quest'Aula, che magari auspichiamo possa essere anche ulteriormente integrato e, se è possibile, anche appieno condiviso. In questo senso, vi è la nostra valutazione e attenzione. Di Whirlpool nel nostro Paese ce ne sono tante: dovremmo imparare ad affrontare queste questioni, partendo da un pezzo prima, partendo da una politica industriale che consenta di valorizzare quelle competenze e, soprattutto, che incida a monte sui punti di criticità.

Per questa ragione, il nostro apprezzamento nei confronti del lavoro sin qui fatto, magari integrabile, è particolarmente significativo.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Frate. Ne ha facoltà.

FLORA FRATE (MISTO). Grazie, Presidente. Colleghi, sottosegretario, con la pandemia si sono acuiti i problemi sociali del nostro Paese, oggi più che mai lacerato dalla contrapposizione tra garantiti e non garantiti, una dicotomia che ricorda la dialettica del secolo scorso, ma che trova incredibile attualità se pensiamo alla precarietà diffusa, al dilatarsi delle disuguaglianze e alle differenze socioeconomiche che caratterizzano, purtroppo, le regioni del Nord e quelle del Sud, alla crisi del lavoro che, anche quando c'è, non riesce ad affrancare dalla povertà.

La pandemia non soltanto ha ingigantito questi aspetti, ma, a conti fatti, ha messo in crisi l'assetto produttivo e industriale del nostro Paese, con la chiusura di imprese e con la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro, soprattutto nel Mezzogiorno.

In tale contesto generale, Presidente, si colloca la vertenza Whirlpool, la cui chiusura sarebbe devastante per la tenuta sociale ed economica del territorio e per i lavoratori che verrebbero licenziati nonostante l'azienda goda di buona salute. Questo non lo possiamo permettere, Presidente. La Whirlpool rappresenta un presidio di legalità, in una città dove le periferie sembrano essere condannate all'emarginazione sociale e agli appetiti criminali.

Il nostro sforzo, come politica e come istituzioni, deve essere duplice: da un lato, contrastare la desertificazione lavorativa ed industriale del Sud, dall'altro, tutelare il lavoro e la dignità dei lavoratori. Mi auguro che si possa trovare un'intesa sulla mozione - ringrazio il collega Fornaro per averla presentata - e mi auguro che ci sarà un conseguente impegno concreto da parte del Governo.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Zardini. Ne ha facoltà.

DIEGO ZARDINI (PD). Grazie, Presidente. Sottosegretaria, anche per me questa è l'occasione per ringraziare il collega Fornaro perché possiamo finalmente parlare di politiche industriali nel nostro Paese e, ascoltando il dibattito, ciò mi viene confermato.

Colgo anche l'occasione per accorciare il mio intervento, dato che è intervenuto il vice presidente del gruppo del Partito Democratico, il collega Piero De Luca, che ha illustrato il nostro contributo, il documento che porteremo in discussione, sperando, poi, che la mozione del collega Fornaro possa essere debitamente integrata e ci possa essere una convergenza molto larga delle forze politiche presenti in Parlamento, in questa Camera.

Quindi, vorrei parlare, sostanzialmente, delle politiche industriali che sono state citate anche da diversi colleghi oggi. È evidente che il caso Whirlpool, come è stato detto più volte, è emblematico nella sua particolarità, dato che non stiamo parlando di un'azienda che ha difficoltà, come diceva prima il collega Russo, a vendere i propri prodotti; anzi, negli ultimi anni, anche se la situazione nel mercato del bianco è molto cambiata dal 2014 ad oggi, abbiamo visto evolvere questo settore della produzione italiana e mondiale: da una situazione di grave crisi si è passati ad una situazione molto rosea e positiva.

Tuttavia, il caso di Whirlpool ci richiama, perché, dopo essere arrivato uno dei tanti interlocutori importanti a livello mondiale in questo campo e aver investito nel nostro Paese, piuttosto che rispettare gli impegni che erano stati fissati, quando è stato approvato il piano industriale, sostanzialmente si è girata la situazione: c'è stata quasi una sorta di shopping nel nostro Paese per provare a distorcere la concorrenza e, quindi, chiudere alcune realtà che riguardavano anche marchi importantissimi della produzione italiana.

Da questo punto di vista, quindi, è forte la nostra posizione nel dire che è inaccettabile questo modello, per cui player internazionali possono permettersi di arrivare nel nostro Paese, acquistare la proprietà e, quindi, la golden share di importanti marchi italiani e, nel volgere di pochissimi anni, anziché mantenere gli impegni presi, arrivare, poi, alle chiusure.

Ciò, a nostro avviso, è inaccettabile e chiediamo al Governo, anche con la credibilità del Premier dal punto di vista internazionale, che si metta in campo ogni azione per non consentire ciò, perché questo messaggio sarebbe fortemente critico rispetto anche alle migliaia di altri casi che possono essere presenti nel nostro Paese. Quindi, è ovvio che l'occasione ci è gradita anche per provare ad affrontare i problemi che il settore produttivo ha nel nostro Paese.

È evidente che il gap di competitività che noi paghiamo nei confronti di molte altre realtà internazionali, è un tema vero. Possiamo parlare del costo del lavoro, possiamo parlare del costo dell'energia, della burocrazia, possiamo parlare della carenza infrastrutturale, tanto più vera nel Meridione rispetto, magari, ad altre regioni d'Italia. È ovvio che noi dobbiamo lavorare su tutti questi fronti per cercare di offrire un habitat - se si può usare questo termine - sostanzialmente idoneo a far sì che nella competizione globale ci possano essere dei successi. È evidente che non ci possiamo sottrarre a questa discussione. Qui mi verrebbe da rispondere ad alcuni dei colleghi, che ora purtroppo non ci sono più, che i licenziamenti collettivi non li ha inventati il Governo di centrosinistra, ma la sostanziale mancanza di politiche industriali serie negli ultimi tre anni.

Noi siamo davanti a un declino che dura da almeno trent'anni e se non riusciamo ad affrontarlo in maniera seria, ci troveremo, magari tra qualche anno, a parlare di altri casi che non abbiamo potuto portare a soluzione. È evidente che dobbiamo vedere tutta questa operazione dentro un quadro di carattere europeo. Anche quando si parlava della competizione di altri Paesi, addirittura in Europa, oltre che ovviamente in altri continenti, rispetto ai costi della manodopera è ovvio che una risposta che a me verrebbe da dare è che servirebbe una maggiore integrazione, anche all'interno dell'Unione europea sia sul piano fiscale sia, per esempio, sui livelli retributivi. Quindi, vorrei che non si potesse immaginare di lavorare nel mondo dell'economia e dell'impresa con una competizione al ribasso, che comporterebbe sicuramente un detrimento delle condizioni di lavoro, di salute e ambientali nel nostro Paese. È evidente che deve essere fatto un lavoro del tutto diverso. Da questo punto di vista, occorre fare tutto questo lavoro di carattere generale e mi pare che negli ultimi anni si sia anche tentato di farlo in maniera positiva. Io ricordo soltanto uno degli interventi maggiori per quanto riguarda le politiche industriali, Industria 4.0 che ha consentito alle imprese che investivano di avere una maggiore competitività sul mercato globale; quella, secondo noi, è la linea da provare a tracciare.

Per quanto riguarda Whirlpool nel particolare, è evidente che noi dobbiamo adottare tutti gli strumenti e anche gli impegni che propone la mozione di Fornaro per riuscire a salvare, anche emblematicamente, quella realtà specifica, per dare anche un segnale al sistema economico e produttivo. Il nostro appoggio rispetto al documento c'è; vogliamo dare anche il nostro contributo e ci auguriamo sul serio che possa essere votata in maniera larghissima. Questo sarebbe un messaggio, anche al di fuori della giusta propaganda che talvolta fra le forze politiche può esserci, con le varie ipocrisie. Davvero non è facile, dentro al contesto di un mercato libero e globalizzato, riuscire a incidere dal punto di vista delle istituzioni rispetto a queste cose qui. Anche quando - mi sento anche di citarla, visto che è stata menzionata - la regione Campania ha approvato alcune misure di sostegno, queste dovevano essere dentro un quadro di ristrutturazione del sito industriale per riuscire a dare quella sostenibilità economica su cui, ormai, non si può transigere. È evidente che non c'è alcuna realtà che possa far finta di non essere sostenibile su un piano economico. È per quello che non credo che fossero interventi di carattere sovietico o del genere, come è stato citato prima, bensì interventi tesi a dare degli strumenti operativi per riuscire a salvaguardare il sito industriale e, ovviamente, il maggior numero possibile di posti di lavoro. Da questo punto di vista, quindi, il Partito Democratico è a disposizione del confronto e del dibattito e vedremo come si potrà riuscire ad essere efficaci. L'importante, sul serio, è salvare Whirlpool per dare un segnale forte a tutto il sistema imprenditoriale economico e a tutti i lavoratori.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare sull'ordine dei lavori l'onorevole Fornaro. Ne ha facoltà.

FEDERICO FORNARO (LEU). Presidente, volevo soltanto ribadire, anche alla luce del dibattito, assoluta e piena disponibilità a ricevere contributi e osservazioni per arrivare ad una stesura unitaria di questa mozione.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole.

Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

Il Governo non ritiene di intervenire. Il seguito dell'esame è rinviato ad altra seduta.

Sui lavori dell'Assemblea.

PRESIDENTE. Avverto che, secondo le intese intercorse tra tutti i gruppi, nella seduta di domani non avranno luogo votazioni.

Il seguito dell'esame del testo unificato delle proposte di legge recante ridefinizione della missione e dell'organizzazione del Sistema di istruzione e formazione tecnica superiore in attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza si intende pertanto rinviato alla prossima settimana e sarà iscritto all'ordine del giorno dopo il decreto-legge recante misure urgenti connesse all'emergenza da COVID-19, per le imprese, il lavoro, i giovani, la salute e i servizi territoriali.

Avverto infine che, nell'allegato A al resoconto della seduta odierna, sarà pubblicata l'organizzazione dei tempi per l'esame della proposta di legge n. 3179-A ed abbinate, recante disposizioni in materia di equo compenso delle prestazioni professionali.

Interventi di fine seduta.

PRESIDENTE. Passiamo agli interventi di fine seduta. Ha chiesto di parlare la collega De Giorgi. Ne ha facoltà.

ROSALBA DE GIORGI (MISTO). Grazie, Presidente. Alcuni giorni fa, la Corte di Cassazione ha riconosciuto ad un gruppo di cittadini residenti nel quartiere Tamburi di Taranto il diritto al risarcimento dei danni arrecati alle loro abitazioni dall'inquinamento provocato dall'ex Ilva. La decisione pone fine ad un lungo procedimento giudiziario - è durato circa 15 anni - avviato proprio a causa degli effetti nocivi dell'attività industriale legata alla produzione dell'acciaio, effetti che sono andati a minare non soltanto la salute della cittadinanza - a tal proposito si rammentano le condanne inflitte al termine del maxiprocesso “Ambiente svenduto” - ma anche le case che insistono a ridosso dello stabilimento siderurgico. La sentenza della Suprema Corte andrà a rappresentare di sicuro un importante precedente giurisprudenziale, magari anche per altri abitanti del quartiere Tamburi che, trovandosi nelle stesse condizioni, potrebbero avviare una causa allo scopo di rivalersi su chi ha contribuito a danneggiare vistosamente palazzi che, proprio perché imbrattati e deturpati dall'incessante azione di fumi e polveri, hanno visto drasticamente ridursi il loro valore economico. Ma il problema, per questi ultimi cittadini, è che anche qualora dovessero risultare titolari del diritto al risarcimento del danno a seguito di una sentenza passata in giudicato, avrebbero come interlocutrice un'azienda sottoposta a procedura concorsuale - ricordo che l'ILVA Spa è in amministrazione straordinaria - che non ha a disposizione risorse finanziarie per poter fronteggiare simili impegni. In poche parole, quei cittadini rischierebbero di subire, oltre al danno, anche la beffa.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Rossi. Ne ha facoltà.

ANDREA ROSSI (PD). Grazie, Presidente. In questo momento, la città di Reggio Emilia, alla presenza del Ministro Orlando, sta celebrando i fatti di Reggio Emilia. Era il 7 luglio 1960 quando Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli, giovani antifascisti reggiani, persero la vita per la libertà, la giustizia e il progresso del Paese. Ricordiamo, quindi, oggi i nostri concittadini reggiani, per non dimenticare il loro sacrificio: cinque giovani operai uccisi durante una manifestazione sindacale, durante uno dei periodi più bui dell'Italia, segnato da lotte e tensioni sociali altissime, esacerbato dal conflitto politico in tutto il Paese. Furono uccisi, appunto, durante una mobilitazione che coinvolgeva migliaia di operai scesi in piazza per far valere le proprie istanze e i propri diritti, per la salvaguardia della libertà, della democrazia e dell'antifascismo. Oggi il ricordo dei fatti di quella stagione deve essere un monito per tutti noi. Mantenere viva la memoria è la migliore garanzia per il futuro ed è proprio attraverso il loro ricordo e di tutti coloro caduti in difesa della libertà che dobbiamo continuare a lottare e combattere per i nostri diritti, in difesa della democrazia. Ancora oggi non possiamo dare per scontati quei diritti che abbiamo acquisito con grandi sofferenze e dobbiamo continuarci a impegnare in difesa delle libertà fondamentali, estendendo i nuovi diritti sociali e civili alla nostra società. I morti di Reggio Emilia ci ricordano, ancora una volta, come i diritti collettivi sono indispensabili per la nostra democrazia, costruendo dalle radici della nostra memoria una stagione di uguaglianze, di libertà e di dignità per ognuno di noi.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Bagnasco, che mi sembra non sia presente; quindi, si intende che vi abbia rinunciato.

Ha chiesto di parlare l'onorevole Racchella. Ne ha facoltà.

GERMANO RACCHELLA (LEGA). Grazie, Presidente. In questi ultimi mesi sentiamo spesso parlare di ripresa e resilienza. A volte, purtroppo, sentiamo solo parlare di ripresa e resilienza, senza dare alle parole un contenuto reale e una continuità nei fatti. Oltre a rappresentare i cittadini in Parlamento, sono anche sindaco di un paese nel Vicentino.

In questa provincia, a Marostica, si sta consumando una profonda crisi occupazionale dovuta alle insensate scelte di una multinazionale svizzero-svedese, la ABB, la cui proprietà, al netto di un costante aumento di fatturato, intende licenziare oltre 100 lavoratori, trasferendo l'intera produzione in Bulgaria. A niente sono valsi i tentativi di dialogo delle organizzazioni sindacali e della regione Veneto con l'azienda. La situazione necessita di un intervento da parte del Governo. Serve una dimostrazione che “ripresa” e “resilienza” non sono parole vuote, ma impegni reali e concreti, a tutela del lavoro, della dignità delle famiglie e della salvaguardia di un territorio che, oggi, è il vicentino, ma, che domani, potrebbe essere qualunque altro (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Migliore. Ne ha facoltà.

GENNARO MIGLIORE (IV). Grazie, signor Presidente, oggi la mia città, la città di Napoli, piange la scomparsa di uno dei suoi esponenti più eminenti e straordinari, Giuseppe Tesauro, illustre giurista che, tra i suoi tanti incarichi, è stato anche Presidente della Corte Costituzionale, proseguendo la tradizione dei Presidenti della Corte Costituzionale napoletani, iniziata con De Nicola, fin dalla sua costituzione. Si tratta di una personalità straordinaria; chi l'ha potuto conoscere ne ha apprezzato le qualità, dal punto di vista del giurista illuminato, del suo discorso sull'Europa, essendo stato un grandissimo esperto di diritto internazionale. È stato anche presidente dell'Autorità garante della privacy, ma è stato anche un uomo di grandissima umanità. Lo si poteva incontrare ad ascoltare l'opera, al San Carlo, o a scambiare una parola con chiunque gli si rivolgesse. Lui aveva questa capacità di trasfondere la sua enorme, immensa cultura in questo gesto di condivisione. È stato un grande professore, è stato un grande giurista e io mi associo a tanti che hanno inviato le proprie condoglianze alla sua famiglia e a tutti coloro che l'hanno conosciuto, ricordandolo come una delle più importanti figure che il nostro Paese ha avuto, nel campo non solo del diritto, ma della intellettualità (Applausi).

PRESIDENTE. Grazie a lei, onorevole Migliore, per questo opportuno ricordo a cui, sono certo, si associa tutta l'Aula. Ha chiesto di parlare l'onorevole Trizzino. Ne ha facoltà.

GIORGIO TRIZZINO (MISTO). Grazie Presidente, da alcune settimane questa Camera si riunisce soltanto per pochi provvedimenti marginali; questa settimana, noi abbiamo mosso 600 deputati per approvare soltanto due mozioni. Ma non era questo il motivo del mio intervento. Volevo ricordare che la missione in Afghanistan si è conclusa in questi giorni, e il comandante della Brigata Folgore, con l'ultima aliquota di uomini e la bandiera di guerra del 186° Reggimento, è da poco rientrato in Italia e non c'era nessuno ad attenderlo in quell'aeroporto, nessuna autorità politica o militare; stranamente gli hangar dei nostri aeroporti sono pieni di Ministri che si danno un po' il turno a ricevere chiunque. Ecco, in questa occasione, nessuno ha ritenuto di essere presente. Ma vede, può darsi che, da un punto di vista regolamentare o di cerimoniale, non ci fosse la possibilità di farlo, però è una questione di opportunità che questi uomini, che hanno rappresentato il nostro Paese, fossero accolti dignitosamente e adeguatamente dal nostro Paese, dalla nostra rappresentanza politica: persone che hanno perduto uomini, che hanno subito perdite importanti. Allora, spero soltanto che questa mia riflessione serva per ricordare che i tricolori non devono sventolare soltanto per le partite di calcio degli europei, certamente importanti, ma che, per questa circostanza, si possa pensare ad una cerimonia conclusiva della missione, come fu fatto ai tempi della missione Antica Babilonia e, in questo modo, i massimi rappresentanti del Paese possano essere presenti.

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Trizzino, sono certo che tutto il Parlamento e tutto il Paese è riconoscente e ringrazia le nostre Forze armate per l'incredibile sforzo fatto nelle nostre missioni all'estero.

Ordine del giorno della prossima seduta.

PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta.

Giovedì 8 luglio 2021 - Ore 9:

1. Discussione sulle linee generali della proposta di legge:

MELONI ed altri: Disposizioni in materia di equo compenso delle prestazioni professionali. (C. 3179-A​)

e delle abbinate proposte di legge: MELONI ed altri; MANDELLI ed altri; MORRONE ed altri; BITONCI ed altri; DI SARNO ed altri.

(C. 301​-1979​-2192​-2741​-3058​)

Relatrice: BISA.

La seduta termina alle 19,45.

SEGNALAZIONI RELATIVE ALLE VOTAZIONI EFFETTUATE NEL CORSO DELLA SEDUTA

Nel corso della seduta sono pervenute le seguenti segnalazioni in ordine a votazioni qualificate effettuate mediante procedimento elettronico (vedi Elenchi seguenti):

nella votazione n. 1 i deputati Miceli e De Girolamo hanno segnalato che non sono riusciti ad esprimere voto favorevole;

nella votazione n. 2 le deputate Boldrini, Pezzopane e Cardinale hanno segnalato che non sono riuscite ad esprimere voto favorevole.

VOTAZIONI QUALIFICATE EFFETTUATE MEDIANTE PROCEDIMENTO ELETTRONICO

INDICE ELENCO N. 1 DI 1 (VOTAZIONI DAL N. 1 AL N. 2)
Votazione O G G E T T O Risultato Esito
Num Tipo Pres Vot Ast Magg Fav Contr Miss
1 Nominale Mozione Quartapelle Procopio e a. n. 1-421 u.n.f. 388 358 30 180 358 0 82 Appr.
2 Nominale Mozione Rizzo e a. n. 1-452 rif. 417 417 0 209 417 0 80 Appr.

F = Voto favorevole (in votazione palese). - C = Voto contrario (in votazione palese). - V = Partecipazione al voto (in votazione segreta). - A = Astensione. - M = Deputato in missione. - T = Presidente di turno. - P = Partecipazione a votazione in cui é mancato il numero legale. - X = Non in carica.
Le votazioni annullate sono riportate senza alcun simbolo. Ogni singolo elenco contiene fino a 13 votazioni. Agli elenchi é premesso un indice che riporta il numero, il tipo, l'oggetto, il risultato e l'esito di ogni singola votazione.