XVI LEGISLATURA


Resoconto stenografico dell'Assemblea

Seduta n. 540 di lunedì 24 ottobre 2011

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PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE ROSY BINDI

La seduta comincia alle 13,30.

DONATO LAMORTE, Segretario, legge il processo verbale della seduta del 20 ottobre 2011.
(È approvato).

Missioni.

PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati Albonetti, Alessandri, Barbieri, Berlusconi, Bernini Bovicelli, Bonaiuti, Bossi, Brambilla, Brunetta, Carfagna, Casero, Catone, Cicchitto, Colucci, Gianfranco Conte, Cossiga, Crimi, Crosetto, D'Alema, Della Vedova, Fitto, Frattini, Gelmini, Alberto Giorgetti, Giancarlo Giorgetti, Giro, La Russa, Lupi, Mantini, Mantovano, Maroni, Martini, Meloni, Miccichè, Migliori, Misiti, Moffa, Leoluca Orlando, Polidori, Prestigiacomo, Ravetto, Reguzzoni, Roccella, Romani, Rotondi, Saglia, Stefani, Tremonti e Vito sono in missione a decorrere dalla seduta odierna.
Pertanto i deputati in missione sono complessivamente cinquantatré, come risulta dall'elenco depositato presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell'allegato A al resoconto della seduta odierna.

Ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicate nell'allegato A al resoconto della seduta odierna.

Sull'ordine dei lavori (ore 13,36).

GIORGIO LA MALFA. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GIORGIO LA MALFA. Signor Presidente, mi riferisco alla riunione del Consiglio europeo di ieri e agli incontri anche bilaterali che si sono registrati. Devo dire, signor Presidente, che è la prima volta, in un'ormai lunga esperienza politica, che ho visto il mio Paese, l'Italia, trattato in questa maniera a livello internazionale. Nemmeno nella crisi drammatica del 1976, quando dovemmo impegnare l'oro della Banca d'Italia per fronteggiare una crisi valutaria, ho sentito rivolgersi con sarcasmo, ironia e toni ultimativi al nostro Paese.
Non voglio, però, entrare, diciamo così, in un giudizio politico del perché si sia arrivati a questo. Mi limito a richiamare, attraverso la cortesia della Presidenza, l'attenzione del Governo e a dire che il signor Van Rompuy, il Presidente dell'Unione europea, ha chiesto con tono fermo - non voglio dire ultimativo - che entro mercoledì - cito testualmente - «serve un segnale forte da parte dell'Italia sulla sua intenzione di applicare i contenuti della lettera ...». Dunque, mercoledì il Presidente del Consiglio è chiamato a riferire davanti al Consiglio europeo.
Mi chiedo, signor Presidente della Camera, se il Presidente del Consiglio possa andare a Bruxelles senza prima avere esposto, davanti al Parlamento nazionale, ciò che egli intende esporre ai nostri colleghi e amici europei. Pertanto, la mia richiesta è che la Presidenza della Camera si faccia interprete dell'assoluto e imprescindibile obbligo del Presidente del Consiglio di parlare all'Italia, prima di parlare agli altri colleghi europei. Del resto, la Cancelliera Merkel ha ottenuto il rinvio del Consiglio europeo di mercoledì perché essa è obbligata a parlare dinanzi al Pag. 2Bundestag, al quale esporre ciò che si profila come essere l'orientamento europeo.
Chiediamo che vi sia un'analoga disponibilità a riferire alle Camere su quali siano i temi di quella giornata e, in particolare, su ciò che il Presidente del Consiglio si appresta a comunicare ai nostri amici e colleghi europei. Crediamo che questo sia assolutamente indispensabile. In questo senso, la pregherei di farsi interprete, presso il Governo, di questa che, del resto, a me sembra non certo una richiesta polemica ma, in un certo senso, anche un modo per dare al Governo, in un momento molto difficile, il conforto del Parlamento della Repubblica. Pertanto, è un senso di responsabilità nazionale che mi induce a pronunciare questo discorso.

BENEDETTO DELLA VEDOVA. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BENEDETTO DELLA VEDOVA. Signor Presidente, intervengo per sostenere la richiesta del collega La Malfa. Credo che le immagini e le parole che abbiamo ascoltato ieri, nel vertice europeo, segnalino due questioni. In primo luogo, vi è la gravità assoluta della situazione in cui ci troviamo, che forse da alcune parti si era sperato non si manifestasse. Tale gravità assoluta, come richiamava il collega La Malfa, è stata sintetizzata con il richiamo ai tre giorni per arrivare a quelle misure che forse andavano assunte non tre giorni, non tre mesi, ma tre anni fa (ma questa è un'altra discussione). Quindi, vi è la gravità assoluta della situazione in cui siamo, con il piede già dentro il baratro. In secondo luogo, vi è il poco credito politico di cui il Governo italiano dispone. Questo lo abbiamo visto ieri, con argomenti irricevibili dal punto di vista istituzionale e politico.
Proprio per questo credo che sarebbe importante ed opportuno, stante la situazione di gravità assoluta e stante il fazzoletto di ore che abbiamo davanti, un passaggio parlamentare anche per consentire al Presidente Berlusconi di andare suffragando le ipotesi che vorrà presentare di riforma della «qualità», che possono venire solo da un confronto parlamentare che ci doveva essere e che, in qualche modo, è meglio anticipare. Mi spiego e chiudo: non è che un decreto approvato a maggioranza, che pure può entrare in vigore, ma di cui tutti sanno in Italia - e soprattutto, in questo caso, fuori - che avrà davanti un iter di conversione difficoltoso sul piano parlamentare, può essere considerato come la risposta alle domande e alla richiesta di impegni che è stata avanzata ieri in sede europea.
Credo che sarebbe opportuno e doveroso un passaggio parlamentare per spiegarci quali sono le risposte che il Governo intende portare - e non può trattarsi di vuote promesse perché non siamo in una sede politica italiana -, quali sono le misure che intende adottare e quale credibilità, dal punto di vista della sostenibilità parlamentare, quelle misure abbiano, anche perché le notizie di agenzia che abbiamo visto e la discussione che si è aperta questa mattina all'interno della maggioranza destano preoccupazione sulla credibilità delle risposte che eventualmente il Presidente del Consiglio pensa di dare dopodomani in sede europea.

FRANCESCO BOCCIA. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FRANCESCO BOCCIA. Signor Presidente, intervengo per ribadire a nome del gruppo del Partito Democratico la richiesta, che i colleghi hanno già anticipato qui in Aula, al Governo di venire qui e di rappresentare a questa Camera la condizione effettiva che in questo momento regola i rapporti tra il Governo italiano e le istituzioni comunitarie.
È evidente che da ieri sera tutto è cambiato, che gli effetti delle manovre congiunte di questa estate purtroppo si sono esauriti e - cosa più grave - che l'Italia è trattata dalle istituzioni comunitarie nello stesso modo in cui sono trattati Pag. 3i Paesi che hanno chiesto l'intervento del Fondo di salvataggio. Noi non abbiamo visto nessuna differenza nel trattamento che il nostro Governo ha avuto rispetto al trattamento di tutti quei Paesi che hanno richiesto e ottenuto in condizioni disperate, nei mesi che abbiamo alle spalle, l'intervento del Fondo di salvataggio. Non è più tollerabile la condizione nella quale si trova il Paese e nella quale il Governo sta trascinando il Paese intero, le famiglie, gli italiani in generale e le imprese, che non riescono a fare programmazione. In queste ore, arrivano centinaia di segnali d'allarme da parte delle imprese italiane che non sono più nella condizione di fare programmazione. Ci sono molte nostre imprese che sono sui mercati internazionali alle quali vengono chiuse le porte in faccia rispetto anche ad operazioni che riguardano la programmazione su materie prime e l'utilizzo di valute rispetto alle materie prime, che portano le nostre imprese ad essere considerate delle Cenerentole. Non capire tutto questo e fare finta che tutto passerà con l'ennesimo incontro e l'ennesimo vertice disperato significa essere degli irresponsabili.
Chiediamo questo alla vigilia di un autunno che si preannuncia molto complesso anche sul piano finanziario.
Signor Presidente, ci saranno nelle prossime settimane aste superiori ai 50 o 60 miliardi di euro e per l'intero 2012 il nostro Paese avrà titoli in scadenza per oltre 200 miliardi (tra i 200 ed i 250 miliardi).
Far finta di non capire che ogni asta ogni volta è una via crucis e che se non ci fosse la Banca centrale europea e - noi ci auguriamo - il Fondo di salvataggio, quando sarà finalmente riformato, che interviene, far finta di non capire che, in sua assenza, i tassi schizzano in alto e tra qualche settimana rischiamo di avere tassi incontrollabili, significa essere degli irresponsabili.
Non ha senso - lo dico al sottosegretario Pizza che rappresenta qui il Governo - continuare a restare aggrappati a quelle sedie ad un costo così alto, oggi economico e finanziario, domani sociale. Pertanto, signor Presidente, noi ci aspettiamo che il Governo nelle prossime ore ci dia un segnale, che si presenti qui in Aula e coinvolga il Parlamento tutto in questa vicenda, che è molto più seria e grave di quanto non appaia.

MARIO TASSONE. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARIO TASSONE. Signor Presidente, così come hanno fatto i colleghi, anche io, a nome del mio gruppo, chiedo di sapere. Vogliamo conoscere e vogliamo capire, anche perché in queste ore si sta commentando ciò che è avvenuto l'altro giorno fuori dal nostro Paese, in merito a questo rapporto sempre più difficile tra l'Italia e il resto dell'Europa. Vogliamo avere conoscenza della situazione economica del nostro Paese, ma soprattutto delle misure che sono state annunciate ed enfatizzate. Vogliamo sapere quali sono le iniziative del Governo. Questo nostro Paese sta andando avanti attraverso una serie di misure di carattere economico e finanziario - un'altra misura si annuncia e ci sono anche le iniziative a livello europeo - e forse perdiamo la contezza di una situazione complessiva del nostro Paese e dell'Europa, dove poi dobbiamo anche andare a individuare le responsabilità. Non sono fra coloro che hanno delle verità o soprattutto dei preconcetti e dei pregiudizi. Il nostro giudizio sul Governo credo che sia abbastanza chiaro, ma non comprendiamo, a dire la verità, alcuni atteggiamenti irriguardosi e irrispettosi a livello internazionale - mi riferisco al Presidente della Repubblica francese - nei confronti del nostro Paese. Se da parte del Presidente della Repubblica francese c'è un giudizio negativo, non di stima, nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri, noi dobbiamo sapere che egli è il Presidente del Consiglio dei ministri che rappresenta il nostro Paese. Lo dico con estrema chiarezza, anche perché dovremmo capire che cosa si muove in Europa, perché la visione biconsolare tra Francia e Germania nella gestione dell'Europa Pag. 4ritorna in ogni momento e credo si sia riproposta anche in questa occasione. Signor Presidente, detto questo, non c'è dubbio che sarebbe auspicabile, se è necessario e opportuno, che il Parlamento venisse coinvolto in tutto il dibattito a livello europeo e nelle misure che vengono annunciate che, secondo il Presidente del Consiglio, sono esaustive e soddisfacenti per il futuro del nostro Paese e per la sua collocazione all'interno dell'Europa. Detto questo, signor Presidente, auspichiamo che ci sia finalmente un dibattito di politica economica legata all'Europa, senza «rincalzare» misure e senza emendamenti complessivi e di sintesi su cui poi il Parlamento è chiamato ad esprimere la fiducia, un dibattito e un confronto più veritiero, più effettivo e più realistico rispetto alle situazioni che abbiamo dinanzi a noi.

PRESIDENTE. Colleghi, sarà mia cura informare il Presidente della Camera delle richieste che sono state avanzate e sicuramente si farà carico a sua volta di onorare l'impegno che è stato richiesto.

Discussione delle mozioni Boccia ed altri n. 1-00714 ed Evangelisti ed altri n. 1-00722 concernenti iniziative volte a garantire un adeguato risarcimento a favore delle persone che hanno subito danni da incidenti stradali (ore 13,55).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni Boccia ed altri n. 1-00714 ed Evangelisti ed altri n. 1-00722 concernenti iniziative volte a garantire un adeguato risarcimento a favore delle persone che hanno subito danni da incidenti stradali (Vedi l'allegato A - Mozioni).
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi riservati alla discussione delle mozioni è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (vedi calendario).
Avverto che sono state altresì presentate le mozioni Nunzio Francesco Testa ed altri n. 1-00734 e Valducci ed altri n. 1-00737 che, vertendo su materia analoga a quella trattata dalle mozioni all'ordine del giorno, verranno svolte congiuntamente. I relativi testi sono in distribuzione.
Avverto inoltre che la mozione Evangelisti ed altri n. 1-00722 è stata sottoscritta anche dall'onorevole Monai.

(Discussione sulle linee generali)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni presentate.
È iscritto a parlare l'onorevole Ginefra, che illustrerà la mozione Boccia ed altri n. 1-00714, di cui è cofirmatario. Ne ha facoltà.

DARIO GINEFRA. Signor Presidente, sottosegretario Pizza, con la legge 5 marzo 2001, n. 57, il legislatore si era occupato di regolamentare la materia della valutazione medico-legale del danno derivante da incidenti stradali al fine del risarcimento RC auto (responsabilità civile autoveicoli), prevedendo la tabella unica per le menomazioni all'integrità psicofisica comprese tra 1 e 9 punti di invalidità. Il sistema era stato poi completato dalla legge 12 dicembre 2002, n. 273, in tema di misure per favorire l'iniziativa privata e lo sviluppo della concorrenza che all'articolo 23 aveva previsto l'inserimento di una tabella unica, anch'essa valida per tutto il territorio nazionale e concernente le menomazioni all'integrità psicofisica comprese tra i 10 e i 100 punti. Questa previsione è stata successivamente ribadita dall'articolo 138 del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209 recante il codice delle assicurazioni che ha previsto la predisposizione di una specifica tabella, unica su tutto il territorio della Repubblica, per la quantificazione dei punti di invalidità relativi alle menomazioni all'integrità psicofisica. La disposizione, come abbiamo riportato nella narrativa delle mozioni che oggi stiamo discutendo, traeva fondamento dal fatto che la monetizzazione dei danni conseguiti a incidente stradale non avveniva in modo uniforme su tutto il territorio nazionale Pag. 5poiché effettuata in base a tabelle elaborate da ciascun tribunale. Il tribunale di Siracusa il 14 aprile 2005 aveva sentenziato che in tema di risarcimento danni da infortunio durante l'attività lavorativa, nella liquidazione del danno biologico, in omaggio ad un principio di uniformità di trattamento risarcitorio, si doveva procedere nell'ambito della valutazione equitativa di cui all'articolo 1226 del codice civile facendo applicazione di quelle tabelle elaborate in uffici giudiziari geograficamente vicini. È a questa prescrizione che la giurisprudenza si è uniformata anche in ambito di risarcimento per quelle lesioni che derivano dai sinistri stradali. Questa interpretazione poteva determinare un'ingiustificata disparità di trattamento nei risarcimenti a svantaggio dei danneggiati da sinistri avvenuti nelle circoscrizioni di quei tribunali che osservavano criteri di quantificazione più restrittivi in via sostanziale, quindi violando il principio di uguaglianza. È proprio per questo che, al fine di procedere alla predisposizione di una tabella che andasse ad omogeneizzare i punti di riconoscimento delle invalidità, è stata istituita presso il Ministero della salute una Commissione di studio che ha concluso i suoi lavori con la redazione di uno schema recante l'indicazione delle menomazioni e del relativo punto percentuale di invalidità da rinviare poi al Ministero dello sviluppo economico per la predisposizione dei valori pecuniari da assegnare ai vari punti di invalidità. Come confermato dal Ministro Fazio in replica ad una interpellanza presentata dal Partito Democratico il 7 settembre scorso, l'iter dei lavori di questa Commissione si è concluso il 3 agosto 2011 e il Consiglio dei Ministri ha approvato uno schema di decreto del Presidente della Repubblica che è stato considerato dalle principali associazioni delle vittime come «fortemente lesivo della dignità umana e non rispondente alle esigenze di solidarietà consolatorie, riparatorie e satisfattive del danno da RC auto». Lo schema infatti adegua al ribasso quelli che sono i valori risarcitori, che risultano di gran lunga inferiori ai valori proposti dalle tabelle del tribunale di Milano, considerate congrue dalla Suprema Corte ed utilizzate dalla maggior parte dei tribunali italiani. Il nostro parere corrisponde a quello delle associazioni vittime della strada.
Tali tabelle sono inadatte a risarcire integralmente il danno subito rispetto al costo della vita nelle principali città italiane.
A questo punto, faccio un esempio per rendere la fotografia di quello che accadrebbe qualora questo decreto del Presidente della Repubblica fosse licenziato. Un soggetto di 20 anni che abbia subito una lesione del 30 per cento si vede oggi riconoscere dal tribunale di Milano una somma che può oscillare tra i 156 mila e i 200 mila euro (questo quale massima personalizzazione); per la stessa lesione la tabella ministeriale compenserà il danno alla salute con la cifra di 75 mila euro, che cresce fino a 98 mila circa per la quota prevista come massima dal terzo comma dell'articolo 138 del codice delle assicurazioni; qualora la menomazione accertata incida in maniera rilevante su specifici aspetti dinamico relazionali di carattere personale l'ammontare del danno potrà essere aumentato fino a un massimo del 30 per cento con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato.
Se, invece, ci trovassimo di fronte ad una lesione più grave (del 90 per cento, ad esempio) lo stesso soggetto potrebbe avere oggi dal tribunale di Milano un risarcimento che oscillerebbe tra i 919 mila e il milione e 150 mila euro, mentre il dato ministeriale - quello delle tabelle - varia tra i 524 mila e i 681 mila. In termini percentuali, nel primo caso il danneggiato percepirà una somma mediamente inferiore nella misura del 50 per cento, mentre nel secondo caso la riduzione sarà circa del 38 per cento.
Lo sviluppo pratico del raffronto che vi ho proposto rende conto di un sostanziale abbattimento della liquidazione per effetto del valore ministeriale che si aggira, come dicevamo, tra il 40 e il 50 per cento di quanto sino ad oggi liquidato nei tribunali dello Stato italiano che, ad esempio, adottano Pag. 6la tabella di liquidazione, quella confermata dalla suprema Corte di cui parlavamo prima (quella del tribunale di Milano).
Tale diversità tra il valore di legge e quello empirico dei tribunali la si registra, dunque, sia che si metta in comparazione il valore del punto biologico di base, sia che si ponga raffronto tra il margine previsto dal terzo comma dell'articolo 138 del codice delle assicurazioni e la variabile di personalizzazione adottata dalla tabella milanese.
Ad integrazione possiamo, inoltre, affermare che, poiché si interviene su parametri formatisi nel corso degli anni presso un'autorità giudicante competente, è evidente il rischio di un aumento esponenziale del contenzioso sia in relazione al danno biologico, ma anche per garantire alle vittime il risarcimento globale del danno secondo quelli che sono i più recenti orientamenti giurisprudenziali in materia.
È prevedibile che il vero punto centrale del prossimo confronto dottrinale giudiziale verterà sulla capacità del dato normativo di includere ogni aspetto dinamico relazionale della lesione della salute nel suo contesto indennitario, nonché - aggiungo - sulla valutazione di costituzionalità della limitazione del potere equitativo del giudice verso il risarcimento di un danno al quale l'ordinamento riconosce tutela primaria e per il quale pone un onere di integralità della sua compensazione.
A tal riguardo, occorre sottolineare che la salute è un bene primario tutelato dalla Costituzione. La lesione del danno alla salute, quindi, dovrebbe essere risarcita attestandosi sui valori massimi e non con un livellamento verso il basso.
Incidentalmente, vorrei sottolineare che è lecito interrogarsi se sia stato corretto prevedere che, al fine di predisporre queste tabelle, si siano chiamati a far parte della commissione anche quei rappresentanti dell'ANIA che sono evidentemente portatori di una serie di competenze, però - vorrei sottolineare - indubbiamente anche di un piccolo conflitto di interesse.
Insomma, in qualsiasi modo si voglia leggere questa vicenda, il dato obiettivo è che viene complessivamente disconosciuto e disatteso tutto quanto elaborato sino ad oggi dalla magistratura, frutto certamente di dati empirici, ma basati su anni di esperienza e di analisi condotte caso per caso, il che di per sé costituirà - come abbiamo già sottolineato - materia di enorme contenzioso.
Occorre, infine, considerare che la Corte di cassazione più volte, in più di un'occasione (anche recentemente, nella sentenza n. 12408 del giugno scorso) ha stabilito che, su tutto il territorio nazionale, dovessero essere applicate le tabelle del tribunale di Milano, che evidentemente sono state individuate come corrispondenti a quella quantificazione oggettiva di cui si parlava.
In conclusione, possiamo dire che, a nostro avviso, l'elaborazione della tabella unica per la quantificazione del danno biologico per lesioni di non lieve entità, contenuta nello schema di decreto approvato dal Consiglio dei ministri, costituisce un drammatico arretramento della tutela dei diritti dei cittadini.
Lo schema di decreto - lo ribadiamo - prevede un'inspiegabile e drastica riduzione dell'importo dei risarcimenti; da un lato, si dichiara di voler tutelare le vittime della strada e, per questo, si inaspriscono pene e si prevedono nuove fattispecie di reato e, dall'altro, con questo provvedimento, si decide di dimezzare i risarcimenti in loro favore, evidentemente pregiudicandone seriamente le prospettive di vita futura.
Oltre a queste conseguenze immediate e che direttamente graverebbero sulle vittime dei sinistri stradali, non possiamo nasconderci, poi, un'ulteriore e altrettanto grave e possibile ripercussione: costituendo, questa tabella, l'unica quantificazione del valore del risarcimento per l'invalidità contenuta in un provvedimento di legge, questi valori potranno essere utilizzati per analogia in tutti i casi di risarcimento delle lesioni gravi. Parlo, evidentemente, di quei danni subiti dai lavoratori o da chi è rimasto vittima di episodi di Pag. 7malasanità. Si tratta, quindi, di una penalizzazione che noi consideriamo drammatica dei diritti di tutti i cittadini a beneficio, evidentemente, di pochissimi, ma potenti soggetti.
L'entrata in vigore del regolamento presentato in queste ore determinerà l'applicazione vincolante dei suoi valori per tutti i giudici dello Stato ed in ogni contenzioso pendente al momento dell'emanazione del provvedimento.
Si consente alle compagnie assicuratrici, le più care e le meno controllate d'Europa, sottosegretario Pizza, di operare notevoli risparmi cui solo ipoteticamente dovrebbero corrispondere vantaggi per i consumatori. A tal riguardo, occorre ribadire che tutte le associazioni di consumatori, nonché quelle delle vittime della strada, hanno espresso la loro unanime dissociazione da questa previsione.
Il Governo, anziché impegnarsi nel rilevare eventuali casi fraudolenti, quelli che caratterizzano alcune truffe che si possono realizzare in questa fattispecie e in queste circostanze, colpisce tutti i cittadini e, quindi, danneggia le vittime di sinistri con conseguenti danni alle persone.
È per questo, signor Presidente, sottosegretario Pizza, che noi chiediamo a tutti i gruppi parlamentari e, quindi, a tutti i colleghi e le colleghe, di impegnare il Governo ad evitare l'ingiusta penalizzazione di migliaia di famiglie che hanno già subito gravissimi danni. Ritirate il provvedimento di cui in premessa, in vista dell'adozione di una nuova tabella delle menomazioni che risulti più equilibrata e rappresentativa dei valori presi a riferimento dalla consolidata giurisprudenza al riguardo, e parlo, evidentemente, di quella del tribunale di Milano così come confermata dalla Suprema Corte (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Tassone, che illustrerà anche la mozione Nunzio Francesco Testa ed altri n. 1-00734, di cui è cofirmatario. Ne ha facoltà.

MARIO TASSONE. Signor Presidente, illustro questa mozione, il cui primo firmatario è l'onorevole Nunzio Francesco Testa, che ovviamente non farà mancare il suo contributo nel prosieguo dell'esame.
Gli incidenti della strada, le sue vittime, sono stati sempre oggetto di grande riflessione, di convegni, di letterature e di commenti vari. Sono stati l'occasione di dibattiti parlamentari, anche per operare e mettere mano alla normativa che regola la circolazione stradale che va sotto il nome, ovviamente, di codice della strada.
Tanti sono stati gli appuntamenti, un codice della strada in termini complessivi non si è mai potuto realizzare in questi ultimi anni, ma si è andati avanti attraverso provvedimenti di urgenza, provvedimenti tampone, proprio per prevenire e per contrastare quello che è un fenomeno drammatico e tragico di vittime e, quindi, di morti e di feriti con lesioni gravi e permanenti.
C'è stata sempre questa attenzione del nostro Paese? Ritengo di sì. È un'attenzione molte volte sincopata, molte volte con grandi intermezzi. Non c'è stata mai una grande scelta culturale del nostro Paese proprio per prevenire e, soprattutto, per contrastare, non soltanto attraverso la normativa, quello che ormai è un fenomeno che sta dissanguando, che sta vanificando e distruggendo una generazione di giovani e, certamente, anche di meno giovani all'interno del nostro Paese.
Non c'è dubbio che questa mozione è l'occasione per porre l'accento su questo tema e su questo problema, e mi dispiace che si debba partire proprio da una valutazione economica, così come faceva il collega che mi ha preceduto con un'illustrazione molto puntuale, molto incisiva e molto chiara, devo dargliene atto.
Qui c'è da capire - lo dico, signor Presidente, a lei e al rappresentante del Governo, il sottosegretario per l'istruzione Pizza, la cui presenza qui al posto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti non è occasionale - che forse è un problema di formazione e di educazione alla strada. Non penso che sia stato mandato lei semplicemente perché non c'è nessuna disponibilità di quel Ministero. Infatti, sarebbe grave che il Ministero delle Pag. 8infrastrutture e dei trasporti non avesse il tempo di venire a parlare di questi temi, di questi problemi nell'Aula di Montecitorio. Sarebbe drammatico. E che sia presente il sottosegretario per l'istruzione a me fa piacere doppiamente perché, tra l'altro, è pure un carissimo amico. Certamente, mi auguro che sia questo il progetto.
Se questo è il progetto, non vi è dubbio che, forse, vedo la presenza del sottosegretario Pizza in termini positivi perché si sposta il dato (riprendo il discorso di prima) dall'interesse contingente di alcune strutture assicurative a un problema umano e serio che abbiamo messo in evidenza anche nella nostra mozione.
Non è qui il problema di vedere e di capire qual è la remunerazione del danno biologico derivante dall'incidentistica stradale. Qui c'è da capire il grado di maturità, di sensibilità e di coscienza che questo Paese ha nei confronti della tragedia della strada. E non c'è dubbio che il codice delle assicurazioni, approvato nel 2005, trova una soluzione oggi nel regolamento del Ministero dello sviluppo economico. Con il codice delle assicurazioni si tentava di dare un regolamento e, quindi, un risarcimento ai danni biologici - e cioè a dire alle infermità permanenti - uniforme su tutto il territorio nazionale, sottraendolo ovviamente ai tribunali e quindi, evitando disparità di trattamento, evitando ingiustizie, evitando squilibri. Ritengo che questo fosse un dato molto importante.
Invece, attraverso questo schema predisposto dal Consiglio dei ministri, che ha licenziato il proprio lavoro il 3 agosto 2011, si è arrivati, invece, ad una riduzione del corrispettivo monetario rispetto a quella che è stata un'indicazione, ma soprattutto uno schema e una decisione dei valori proposti dal tribunale di Milano. Peraltro, questi valori risarcitori sono stati definiti congrui anche dalla Cassazione.
Perché questa riduzione del risarcimento e della pecunia, della moneta? Questa è la solita questione, signor Presidente.
La gente muore sulla strada e, molte volte, ovviamente, il dato vero è che vi è chi lucra anche sulla morte per incidenti o sull'invalidità permanente.
Quante guerre abbiamo fatto a suo tempo per imporre il patentino ai ciclomotori! Quante guerre abbiamo fatto e quante resistenze abbiamo trovato, perché qui ci sono i produttori delle macchine, ci sono i produttori delle motociclette e le assicurazioni.
Non ho capito se le assicurazioni sono intervenute sul Ministero dello sviluppo economico; infatti, se il dato remunerativo previsto è incongruo, perché dimezza quello ritenuto congruo dalla Cassazione e quello che è stato adottato dal tribunale di Milano, non c'è dubbio che è una situazione inquietante.
Colleghi, non è solo una semplice mozione quella che dobbiamo portare in evidenza, è una situazione di costume. Ecco perché il fatto educativo e della formazione non c'è dubbio che è importante, ma io voglio capire se c'è e ci sarà il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti anche nella conclusione di questo dibattito, ed anche il Ministro dello sviluppo economico. Qualcuno ce lo deve spiegare, anche perché l'associazione vittime della strada ha detto chiaramente che questo regolamento, questo schema di decreto del Presidente della Repubblica è fortemente lesivo della dignità umana e non rispondente alle esigenze di solidarietà, consolatorie, riparatorie e soddisfacenti del danno della RC auto.
Se questo è il dato, signor Presidente - sto concludendo e le chiedo scusa per questo mio oltrepassare i limiti temporali - allora, non c'è dubbio che questo è un problema di costume, è un problema culturale, è un problema di dignità e di decoro.
Ci sono interessi in campo: quali prevalgono, quelli della dignità delle famiglie delle vittime sulla strada o quelli degli interessi economici sempre presenti? Questa credo che sia la grande questione aperta, che io voglio ovviamente riproporre in quest'Aula con la speranza e con l'augurio che certamente ci facciamo - le Pag. 9speranze e gli auguri bisogna sempre richiamarli con forza - che questa mozione sarà approvata e che qualche resipiscenza e qualche rivisitazione vi sarà da parte del Governo e, quindi, si recuperi le tabelle adottate dal tribunale di Milano (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Simeoni, che illustrerà anche la mozione Valducci ed altri n. 1-00737, di cui è cofirmatario. Ne ha facoltà.

GIORGIO SIMEONI. Signor Presidente, sottosegretario Pizza e sottosegretario Misiti, colleghe e colleghi, la mozione che sto illustrando ha come primo firmatario l'onorevole Valducci, presidente della Commissione trasporti, che sempre si è contraddistinto e si è impegnato nei confronti di un problema, di un tragico problema, qual è appunto quello che riguarda gli incidenti stradali.
Ho ascoltato con grande attenzione gli interventi dei colleghi che mi hanno preceduto e devo dire che davvero sono stati chiari, precisi e puntuali, anzi sono riusciti anche a far sorgere dei dubbi, a far venir fuori spunti per qualche riflessione.
Qualche dubbio, come per esempio quello esposto dall'onorevole Tassone, è stato pure inquietante, a fronte di un problema che vi è. Tuttavia, è vero che il nostro principale dovere, anche oggi con le mozioni che andiamo ad approvare riguardo a questo aspetto, è proprio quello di andare incontro a questo problema e di fare in modo che qualcosa di veramente efficiente si possa mettere in campo.
Certo, oggi, di fatto, andiamo a chiedere un impegno al Governo principalmente proprio sull'attuazione di un decreto concernente una problematica rispetto a cui già il Governo Berlusconi ha mostrato un grande interesse, giacché nel settembre del 2005 è stato approvato l'articolo 138 del decreto legislativo n. 209, che è appunto il codice delle assicurazioni private.
Nel codice delle assicurazioni private è prevista una specifica tabella delle menomazioni all'integrità psicofisica. La ragione dell'intervento, dunque, è chiara, perché la legge magari viene fatta bene, ma poi, come sappiamo, nella sua applicazione, spesso, può anche venir meno lo spirito iniziale di uguaglianza.
La mozione in oggetto va in questo senso: si avverte la necessità di intervenire affinché non si verifichino disparità di trattamento a danno di cittadini vittime di incidenti stradali e la monetizzazione avvenga in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale. La ragione dell'intervento risiede, appunto, nella necessità che non si verifichino disparità, eliminando possibili disparità di trattamento nella valutazione - come è già stato illustrato - del danno biologico da incidente stradale anche in caso di lesioni di gravi entità.
A seguito dell'intervento legislativo, i tribunali dovranno, infatti, uniformare i criteri di liquidazione sin qui adottati ai nuovi parametri fissati dal Governo e validi per tutto il territorio nazionale - lo ripeto - sulla falsariga di quanto già stabilito per i danni di più lieve entità. Le tabelle ed i coefficienti sono stati uniformati per fare giustizia di un sistema eterogeneo e suscettibile di creare disuguaglianze tra categorie di vittime identiche, ma residenti in regioni diverse; sappiamo bene qual è il problema.
Il provvedimento definisce una tabella nazionale unica per le menomazioni all'integrità psicofisica comprese tra 10 e 100 punti di invalidità. I principi di monetizzazione del danno, resi uniformi dal decreto interministeriale del 3 luglio 2003 per le lesioni comprese tra 1 e 9 punti, saranno ora estesi, con gli opportuni adattamenti, anche a quelle di maggiore gravità. E questo sulla base di coefficienti di variazione proporzionali all'entità della lesione, ma decrescenti in funzione dell'età della persona danneggiata.
Nello specifico, il decreto definisce, in primo luogo, i casi di confine, stabilendo che il danno biologico permanente in misura inferiore al 10 per cento deve essere valutato in base ai parametri individuati nelle tabelle sulle menomazioni comprese tra 1 e 9 punti. I quadri clinici più Pag. 10complessi dovranno, invece, essere decisi secondo i nuovi criteri, che racchiudono un'ampia ed elastica casistica, vista la necessità di personalizzare le varie tipologie di lesione. In tale ambito, rientrano le ipotesi in cui la valutazione varia da soggetto a soggetto, come i disturbi post traumatici da stress o il pregiudizio estetico complessivo, che sarà considerato «moderato» se caratterizzato da cicatrici evidenti comprese tra il sopracciglio o il labbro inferiore, «grave» qualora comporti la perdita di gran parte del naso e «gravissimo» in caso di deformazione tanto severa da comprometterne l'accettazione.
In coerenza con il metodo adottato per le invalidità «micropermanenti», si è stabilito che l'importo si riduce con il crescere dell'età ad un tasso dello 0,5 per cento annuo a partire dall'undicesimo anno di vita. Un soggetto di 35 anni con invalidità pari a 10 punti percepirà, quindi, circa 13.600 euro di risarcimento, che diventeranno 560 mila in caso di invalidità totale, mentre un anziano di 95 anni ne otterrà, rispettivamente, circa 8.470 e 356 mila.
L'intervento si motiva anche con lo scopo di voler evitare possibili richieste di risarcimento non motivate che, nell'eterogeneità del sistema previgente, potevano trovare maggiore spazio; in effetti, in Italia, la percentuale di sinistri con danni alla persona è crescente negli ultimi anni: nel 2009, è arrivata al 21,8 per cento rispetto al totale dei sinistri, a fronte di una media europea valutata intorno al 10 per cento. Il costo totale dei risarcimenti nel 2010, in Italia, è stato di 14 miliardi di euro. Il provvedimento, sollecitato anche dal Forum dei consumatori, di cui fanno parte otto delle associazioni che sono più rappresentative, si basa, quindi, anche sul presupposto di riuscire a contribuire alla riduzione delle tariffe assicurative.
Gli importi della tabella unica nazionale saranno definitivamente stabiliti con apposita delibera del Consiglio dei ministri a seguito dell'acquisizione del prescritto parere del Consiglio di Stato e saranno, comunque, aggiornati annualmente con decreto del Ministro dello sviluppo economico.
Per questo, la nostra mozione impegna il Governo a valutare l'opportunità di esaminare, comunque, in occasione dei primi aggiornamenti annuali delle tabelle, necessariamente vincolati all'indice ISTAT di adeguamento al costo della vita, anche altri indici più particolarmente caratteristici del settore, quali quelli di sinistrosità, di invalidità per incidente, di mortalità per singolo evento, nonché gli effetti del provvedimento relativamente alle auspicate riduzioni delle tariffe assicurative, al fine di rivalutare l'effettiva corrispondenza della tabella unica nazionale agli obiettivi perseguiti anche in relazione al congruo risarcimento del danno subito dalle vittime di incidenti stradali e, ove occorre, ad avviare le opportune ulteriori iniziative normative di adeguamento delle tabelle stesse.
Contestualmente, essa impegna il Governo a mettere in campo tutti gli strumenti e gli interventi di competenza necessari affinché siano meglio individuati i rischi di frode e scoraggiati e repressi i raggiri in ambito assicurativo, i quali creano - come ben sappiamo - danno a tutta la collettività.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Monai, che illustrerà anche la mozione Evangelisti ed altri n. 1-00722, di cui è cofirmatario. Ne ha facoltà.

CARLO MONAI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor sottosegretario, come è stato già illustrato dai colleghi che mi hanno preceduto, vi è il problema di dare una regolamentazione equa e rispondente anche ai canoni costituzionali, i quali, all'articolo 2 e 32 della Costituzione, sostanziano l'essenza di quel danno biologico che è stato frutto di una lunga elaborazione giurisprudenziale, la quale risale ormai al 1974, quando il tribunale di Genova, il 25 maggio, emise la sentenza sul caso Rocca, individuando per primo la figura del danno all'integrità psicofisica, come danno autonomo rispetto alla tradizionale Pag. 11ripartizione - tra danno patrimoniale e non patrimoniale - che trovavamo nel sistema del codice civile.
Alla luce di questo orientamento, poi suffragato autorevolmente dalla Corte costituzionale con la famosa sentenza n. 184 del 1986, il danno biologico è stato qualificato come danno-evento - quindi, coessenziale allo stesso fatto illecito quando questo colpisca l'integrità psicofisica del danneggiato - distinguibile dal danno-conseguenza, il quale è solo eventuale e non coessenziale all'illecito, e può differenziarsi tra danno patrimoniale (quindi, il richiamo alla famosa regola del calzolaio, che prima era il pilastro su cui si misuravano le entità dei risarcimenti) e il danno non patrimoniale, o cosiddetto danno morale: quella pecunia doloris che andava a ripristinare e a consolare la sfera afflittiva, sensibile del danneggiato.
L'evoluzione giurisprudenziale ha fatto sì che questo danno biologico avesse una diversità di applicazioni pratiche abbastanza critica, tant'è che alle tabelle elaborate dal tribunale di Milano - il quale, per entità e numero delle decisioni, aveva in qualche modo elaborato una sorta di media ponderata di queste ultime decisioni - si affiancavano altri criteri: quello equitativo puro, piuttosto che quello del valore medio di punto, o del sistema a punto, il quale, sostanzialmente, faceva una media ponderata tra tutte le sentenze rilevanti in questa materia che si fossero pronunciate in tutta la penisola italiana, sia al nord, che al centro, che al sud, che nelle isole.
A fronte delle criticità applicative di questa norma, che avevano in qualche modo favorito anche fenomeni piuttosto deprecabili, qualificati come forum shopping - nel senso che, proprio in funzione della diversa applicazione di queste regole da parte dei tribunali italiani, vi erano studi legali che sceglievano il foro più generoso per ottenere dei risarcimenti più pingui rispetto a fori magari competenti dal punto di vista territoriale che però assicuravano liquidazioni più esigue -, bene ha fatto il codice delle assicurazioni private del 2005 a demandare al Governo l'elaborazione di una tabella unica su tutto il territorio nazionale. In seguito a ciò, la III sezione della Corte di Cassazione, con la famosa sentenza n. 12408 del 7 giugno 2011, ha preso le mosse proprio da questa norma dell'articolo 138 del codice della assicurazioni private per dire che, se il legislatore ha dato l'indirizzo di applicare in tutto il territorio nazionale un'unica regola, demandando ad un successivo atto normativo la predisposizione di tabelle uniche, a questo punto, mancando l'atto attuativo, la Corte stessa, ha elaborato la regola della validità, su tutto il territorio nazionale, delle tabelle di Milano. Con ciò, sottolineando come queste fossero le più rispondenti a quei criteri di uniformità e di equità a cui la stessa Corte di Cassazione faceva riferimento, desumendoli dall'articolo 32 della Costituzione e da altri principi costituzionali tesi ad evitare l'arbitrio delle decisioni piuttosto che la loro equità. La Corte di Cassazione ci ha quindi insegnato la distinzione, ricavabile dall'articolo 1226 del Codice civile, del concetto di equità: intesa sia come adeguamento al caso concreto della legge generale ed astratta, cosa che rimane affidata ai giudici di merito, sia come parità di trattamento desumibile dall'articolo 3 della Costituzione e, da questo punto di vista, sindacabile anche nel giudizio di legittimità.
Per i non addetti ai lavori, la sostanza di tutto questo ragionamento è che il diritto vivente, e cioè quella modalità di decidere le vertenze che attuano i tribunali, nella mancanza di una norma specifica ma nella consolidata giurisprudenza applicativa, ha elaborato il principio che il danno biologico debba essere risarcito secondo le tabelle di Milano. Alla luce di questo fatto appare una forzatura inammissibile e anche incostituzionale, per le ragioni che ho appena detto, che il Governo ipotizzi una tabella di liquidazione dei danni biologici non lievi, quelli dal 10 per cento al 100 per cento, in modo così apodittico, così acritico, così avulso dalle individuazioni di quei canoni che questo profluvio di sentenze ha ormai dato per acquisito. Non si capisce quale sia la ratioPag. 12di questa decurtazione così draconiana dei risarcimenti, atteso che, negli ultimi dieci anni, i dati dell'ISTAT ci dicono che i sinistri stradali sono sensibilmente diminuiti e che, a fronte dell'attuazione dell'articolo 139 del codice delle assicurazioni private che si riferiva alle piccole invalidità, le cosiddette «micro permanenti», le assicurazioni hanno già avuto un forte sconto e una forte riduzione degli indennizzi e dei risarcimenti pagati per i piccoli incidenti stradali. Inoltre, non vi è stato alcuno sconto dei premi assicurativi; anzi, è di questi giorni la pratica delle assicurazioni di mandare disdette abbastanza sibilline dei contratti assicurativi con l'intenzione di specularci sopra e di costringere il conducente o il proprietario del veicolo a polizze ben più esose con premi assolutamente sperequati rispetto all'equità.
Allora, di fronte a ciò, vi è un evidente conflitto di interessi da parte del Governo, il cui Presidente del Consiglio mi risulta sia anche titolare o proprietario di una delle assicurazioni che sono sul mercato anche della RC auto obbligatoria. Chiariamo pertanto questo punto: vi interessa, come Governo, tutelare i cittadini italiani o vi interessa garantire ancora più i lauti profitti alle assicurazioni?
Noi dell'Italia dei valori chiediamo che questo schema di decreto non sia emanato e che sia modificato, tenendo in considerazione il diritto vivente. Non inventiamoci cose diverse: c'è già una giurisprudenza consolidata che individua nelle tabelle di Milano il giusto risarcimento del danno biologico. Adottiamo quel criterio ed evitiamo le truffe assicurative - e ricordo che c'è una nostra proposta di legge al Senato, già licenziata dalla Camera, che istituisce un'autorità ispettiva per evitare questo fenomeno che incide sull'aumento dei premi e delle frodi assicurative - ma dobbiamo tenere in considerazione anche l'appello degli addetti ai lavori.
Ricordo, a tale proposito, l'assemblea dell'organismo unitario dell'avvocatura che il 17 settembre di quest'anno ha deliberato di chiedere l'annullamento di questo schema di decreto, sostanzialmente evidenziando che questo decreto non mette al centro la persona rispetto ai suoi diritti ma il mero calcolo economico aziendale. Anche l'associazione italiana dei familiari delle vittime della strada ha recentemente sottolineato al sottosegretario Stefano Saia come questo schema di decreto favorisca di fatto i profitti economici delle aziende assicuratrici piuttosto che le esigenze di solidarietà sociale di rilievo costituzionale.
Quindi giù la maschera! Affrontate questo tema che è molto delicato e tocca interessi diffusi e diritti di rilevanza costituzionale fondamentali della persona umana e abdicate a questa vostra sempre indulgente presa di posizione a favore delle grandi lobby economiche italiane e non. (Applausi dei deputati dei gruppi Italia dei Valori e Partito Democratico).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Pedoto. Ne ha facoltà.

LUCIANA PEDOTO. Signor Presidente, c'è una storia brutta che ha inizio quest'anno, durante l'estate. Questa estate, come ha giustamente spiegato il collega Ginefra che ha parlato prima di me, ha concluso i lavori una commissione istituita presso il Ministero della salute per la redazione di uno schema unico a livello nazionale che individuasse le possibili menomazioni alla persona ed il relativo punteggio di invalidità. Sulla base di questo documento il Ministero dello sviluppo economico ha poi definito i valori pecuniari da assegnare ai vari punti di invalidità.
Di cosa si tratta? Si tratta della monetizzazione dei danni alle persone conseguenti agli incidenti stradali, quindi stiamo parlando di vittime della strada.
Perché è stato fatto tutto questo? È stato fatto per ovviare ad una disparità. In effetti, come ha già anticipato chi mi ha preceduto, la monetizzazione dei danni da incidente stradale era effettuata sulla base di giudizi e tabelle elaborate da ciascun tribunale e questo poteva provocare una disomogeneità di valutazione, per cui poteva accadere che lo stesso tipo di sinistro avesse differenti valutazioni a seconda del luogo in cui era accaduto. Per cui lo stesso Pag. 13incidente veniva valutato in un modo a Roma e magari in un modo significativamente diverso a Siracusa.
Si potevano, è stato notato, creare delle disparità ingiustificate, delle sperequazioni, delle differenze territoriali, delle incertezze, specialmente in quei tribunali che osservavano criteri più restrittivi rispetto ad altri.
Fin qui tutto, direi, appare come molto ragionevole, ma andiamo a vedere cosa davvero è accaduto. È accaduto che la commissione che ha lavorato per unificare le tabelle in un'unica tabella nazionale ha, sì, unificato i valori a livello nazionale, ma li ha allineati al livello più basso, paurosamente basso, al limite della decenza.
Il Governo si era impegnato a stabilire una regola nazionale che, evidentemente, dovendo omogeneizzare i valori a livello nazionale, avrebbe potuto e dovuto attestarsi almeno sui valori medi e invece si è attestato ai livelli più bassi.
Se mi viene concesso, vorrei fare un esempio un po' più diretto e più scabroso di quello che ha fatto il collega Ginefra durante la sua illustrazione. Marco, vent'anni, ha perso entrambe le gambe in un incidente stradale: risarcimento monetario, prima dell'agosto 2011, un milione di euro; Giovanna, vent'anni, ha perso entrambe le gambe in un incidente statale: risarcimento monetario, dopo l'agosto 2011, 500 mila euro. Cos'è scabroso? Che a Marco pagheranno due gambe, a Giovanna pagheranno solo una gamba, eppure sia Marco che Giovanna hanno perso entrambe le gambe in un incidente stradale.
Quest'estate si è aperto un nuovo dibattito sull'opportunità di inserire il reato di omicidio stradale. Questo dibattito ha visto una spaccatura ampia all'interno del Partito Democratico: alcuni esponenti dello stesso si sono espressi a favore dell'introduzione di questo nuovo reato, altri, invece, hanno giustamente ricordato che l'omicidio stradale già attualmente può costituire reato e che il giudice è chiamato valutarne la gravità, potendo arrivare fino all'accusa di omicidio volontario laddove il responsabile, avendo guidato in stato di ebbrezza da alcol o sotto l'effetto di droghe, si sia reso colpevole di un atteggiamento altamente irresponsabile. Così, mentre nella calura estiva imperversava questo dibattito, per la verità molto suggestivo e demagogico (il dibattito se introdurre un nuovo reato, appunto il reato di omicidio stradale), dall'altra parte si procedeva a ridurre drasticamente i risarcimenti alle vittime della strada.
Signor Presidente, vorrei richiamare l'attenzione su una dichiarazione che ha fatto il Ministro della salute in questa Assemblea, Ministro della salute che dovrebbe avere a cuore più la salute dei suoi cittadini che la salute delle imprese assicuratrici. Il Ministro, in un recente intervento in Aula, ci ha ragguagliati su un dato: in Italia la percentuale di sinistri con danni alla persona è cresciuta negli ultimi anni, sino ad arrivare, nel 2009, al 21,8 per cento rispetto al totale dei sinistri; questo a fronte di una media europea valutata intorno al 10 per cento.
Mi chiedo e chiedo anche a voi: è questo il rimedio? Gli incidenti aumentano, il Governo di cosa si preoccupa? Di ridurre i costi dei risarcimenti a carico delle imprese di assicurazione. Immagino di vivere in un Paese in cui se sono così alti i costi pagati per monetizzare le vittime da incidente stradale forse significa che vi sono molti, troppi incidenti stradali. È allora necessario fare qualcosa in più per informare la popolazione e i cittadini tutti, per informarli di quanto può essere grave mettersi alla guida in modo irresponsabile.
Immagino di vivere in un Paese in cui si intensifichino le campagne informative e le attività di prevenzione. Ad esempio, vorrei fossero più chiare le tabelle con i tassi alcolemici. Se un ragazzo va a cena fuori con gli amici o va in discoteca e beve un bicchiere di vino o di birra di troppo deve poter sapere facilmente, senza fare strani calcoli o equazioni, che no, non può mettersi alla guida.
Inoltre, cominciamo a pensare seriamente a quali messaggi fuorvianti vengono continuamente diffusi dai principali media, con la pubblicità quale prima responsabile. Ad esempio, pensiamo davvero che la Pag. 14formula generica «bevi responsabilmente» - perché questa è la dicitura che accompagna la pubblicità per le sostanze alcoliche - ci possa mettere al riparo dalle tragedie che si consumano il sabato sera sulle strade?
Signor Presidente, domenica 9 ottobre, durante un servizio mandato in onda all'ora di pranzo sul Tg2, si commentavano le caratteristiche di una vettura e se ne descriveva la guida come una «guida divertente». Possiamo ritenere possibile mandare in onda alla TV una pubblicità che definisca una guida come divertente? In una circostanza di gravità come quella che stiamo esaminando, con la riduzione dei risarcimenti per le vittime degli incidenti sulle strade, con i genitori preoccupati perché il loro figliolo che esce il sabato sera con gli amici potrebbe trasformarsi in vittima o in omicida o non tornare affatto, e con le forze dell'ordine impegnate a risolvere i numerosi problemi sulle nostre strade di giorno e anche di notte, credo che il telegiornale di una televisione pubblica non dovrebbe permettersi di accostare la guida di un auto al concetto di divertimento.
Tale concetto, forse, si adatta meglio al gioco delle autoscontro o alle gare di Formula 1. Insomma, se la circolazione stradale è diventata più pericolosa, ci aspettiamo che il Governo intensifichi le campagne di sensibilizzazione, che aumenti i controlli sulle strade, che metta un argine ai messaggi fuorvianti che arrivano dai media e non che semplicemente si limiti a tutelare gli interessi delle imprese assicuratrici abbassando i risarcimenti assicurativi e, quindi, penalizzando le vittime e le loro famiglie che hanno già subito gravissimi danni.
Facciamo un passo indietro: se vogliamo evitare una grave ingiustizia, ritiriamo il provvedimento e adottiamone un altro che risulti unico - sì, certamente - ma più equilibrato e rappresentativo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni.

(Intervento del Governo)

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il sottosegretario di Stato per l'istruzione, l'università e la ricerca, Giuseppe Pizza.

GIUSEPPE PIZZA, Sottosegretario di Stato per l'istruzione, l'università e la ricerca. Signor Presidente, voglio dare una risposta alle mozioni che hanno come primo firmatario gli onorevoli Boccia, Evangelisti, Nunzio Francesco Testa e Valducci, sottolineando che il regolamento previsto dall'articolo 138 del codice delle assicurazioni (il decreto legislativo n. 209 del 2005), è finalizzato a fissare in maniera univoca, con un'unica tabella valida per l'intero territorio nazionale, ai fini dei risarcimento del danno in sede assicurativa RC-auto, i valori economici e medico-legali per la valutazione del danno alla persona derivante da lesioni di maggiore gravità che abbiano determinato invalidità pari o superiori a 10 punti.
Per le lesioni di minore gravità (da uno a 9 punti di invalidità) esiste già da tempo un'analoga disciplina. L'obiettivo è quello di stabilire criteri risarcitori certi, uniformi, adeguati e sostenibili. In altre parole, si vuole dare maggiore certezza ai diritti spettanti ai danneggiati, evitando sperequazioni e differenziazioni territoriali e, nel contempo, maggiori garanzie in termini di stabilità e sostenibilità della spesa assicurativa complessiva, evitando incertezze ed incrementi riguardo al costo dei risarcimenti che si tradurrebbero inevitabilmente in aumenti dei prezzi dell'assicurazione.
Il provvedimento è molto atteso ed è stato più volte sollecitato sia dall'associazione delle imprese assicurative e, più recentemente, dal Forum ANIA-Consumatori di cui fanno parte otto delle associazioni dei consumatori più rappresentative a livello nazionale. Si ritiene, infatti, che detto provvedimento sia una delle misure che possano contribuire ad una riduzione Pag. 15delle tariffe della assicurazione RC-auto, superando le incertezze applicative ed il costante aumento dei costi connesso agli interventi in sede giurisprudenziale che hanno finora supplito meritoriamente, ma con effetti talora controproducenti, al ritardo di attuazione della disposizione normativa.
Ai fini dell'adozione del regolamento, la cui competenza primaria è del Ministero della salute, il Ministro dello sviluppo economico ha avuto un ruolo attivo prima nella redazione delle tabelle dei valori economici e poi della concertazione interministeriale e nella sollecitazione dell'iniziativa.
Tutto ciò premesso, e con specifico riferimento a quanto evidenziato nelle predette mozioni in merito al raffronto dello schema di regolamento in questione con le attuali tabelle del tribunale di Milano (che condurrebbero a valori risarcitori più elevati rispetto alla tabella unica contenuta nello schema di decreto in questione), si osserva in primo luogo che comparare la tabella unica di legge con le suddette tabelle non appare corretto sul piano metodologico e che le connesse preoccupazioni in merito all'entità dei risarcimenti che conseguono all'attuazione delle innovazioni normative in questione non sono fondate.
Infatti, l'obiettivo della norma, come già precisato, non è quello di un allineamento dei risarcimenti ai livelli massimi di risarcimento possibili, ma quello di unificare a livello nazionale i relativi criteri che contemperino l'esigenza di un risarcimento adeguato con quella del contenimento delle tariffe dell'assicurazione obbligatoria.
Le tabelle adottate dal tribunale di Milano, pur essendo riferimento per diversi tribunali nazionali, hanno finora avuto un valore puramente indicativo per la loro natura giurisprudenziale e non normativa. Solo con la recente sentenza n. 12408 del 7 giugno 2011, la Corte di Cassazione ha individuato nelle nuove tabelle del tribunale di Milano il valore medio di riferimento da porre a base del risarcimento del danno alla persona, quale che sia il territorio o la regione in cui si radica la controversia.
Tuttavia, tale riferimento giurisprudenziale è individuato soltanto, secondo le affermazioni della stessa Corte, nella perdurante mancanza di riferimenti normativi per le invalidità dal 10 al 100 per cento e considerato che il legislatore ha già espresso, quanto meno per i sinistri stradali, la chiara opzione per una tabella unica da applicare su tutto il territorio nazionale.
Le suddette tabelle, attualmente in vigore dal 2009, hanno inglobato, accanto al danno biologico, anche il danno morale, con riferimento quindi ad una liquidazione congiunta, complessiva in sede giudiziaria dei danni a vario titolo riconosciuti. Viceversa, la tabella unica di cui allo schema di decreto (per le invalidità permanenti dal 10 al 100 per cento), così come quella già vigente per lesioni di lieve entità (per le invalidità dall'1 al 9 per cento), si riferisce, per espressa previsione di legge, al solo danno biologico standard.
Entrambe le norme del Codice delle assicurazioni, che prevedono tali tabelle agli articoli 138 e 139, consentono peraltro di aumentare, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato, l'importo risultante dall'applicazione della tabella, nella misura massima del 30 per cento per le macro lesioni e del 20 per cento per le lesioni lievi, quando la menomazione accertata incida in modo rilevante su specifici aspetti dinamico-relazionali della persona.
La tabella unica di cui allo schema di regolamento in questione prevede, inoltre, forchette ampie di valutazione del danno biologico proprio per la necessità di personalizzazione del danno in base ai singoli casi considerati, rispettando le esigenze e i criteri di giustizia per ogni persona.
In ogni caso, il raffronto dovrebbe essere fatto tenendo conto anche delle differenze nell'articolazione delle tabelle in questione e comunque con riferimento ai valori di risarcimento rivalutati in relazione al tempo trascorso e alle variazioni del pertinente indice ISTAT (attualmente il Pag. 16valore del punto base di invalidità ai fini dei calcoli è pari ad euro 759,04), come determinati nel regolamento a conclusione del suo iter e poi annualmente aggiornati secondo le previsioni del Codice. Al contrario cioè di quanto erroneamente evidenziato dalla stampa ed anche in una delle due mozioni, quella con primo firmatario Boccia n. 1-00714, con i valori a suo tempo individuati dall'apposita commissione ministeriale risalenti al 2005 (valore del punto base pari a euro 674,78).
Infine, il regolamento dovrà comunque essere sottoposto ad un nuovo definitivo esame del Consiglio dei ministri dopo l'acquisizione del prescritto parere del Consiglio di Stato. La piena rispondenza della tabella al rispetto delle esigenze di giustizia per i risarcimenti potrà essere adeguatamente valutata anche da tale alto organo consultivo, delle cui eventuali indicazioni il Governo dovrà naturalmente tenere conto. In merito agli ulteriori profili critici sollevati, gli stessi non appaiono condivisibili in ragione delle seguenti considerazioni.
Si sostiene, infatti, che la «tabella disattende i criteri progressivi di cui all'articolo 139 del Codice delle assicurazioni private che se, invece, fossero stati applicati analogicamente avrebbero portato a valori pecuniari superiori alla tabella milanese».
Tale affermazione risulta priva di qualsiasi riscontro. Lo schema di decreto, infatti, in considerazione di quanto previsto dall'articolo 138, comma 2, lettera c), ai sensi del quale il risarcimento del danno biologico deve essere rappresentato da un importo crescente in misura più che proporzionale in relazione ad ogni punto percentuale di invalidità, in mancanza di un criterio puntuale di riferimento dettato dalla norma primaria, ha espressamente tenuto conto, nel determinare il coefficiente di progressione, per le macrolesioni, di quelli previsti dal legislatore per le lesioni micropermanenti. Si legge, infatti, nell'allegato allo schema di tabella, che «il metodo applicato ha preso, come base di partenza, i coefficienti moltiplicatori per punti di danno biologico da 1 a 9 e, sulla base di questi, si è determinata, attraverso un'estrapolazione statistica di una curva di potenza, il valore dei coefficienti per i punti successivi».
È stato sostenuto che i valori della tabella in consultazione non sarebbero stati aggiornati e risulterebbero fermi al 2005. Risulta, invece, che il testo inviato al Consiglio di Stato contenga i valori aggiornati all'indice ISTAT 2011, anche per effetto di espressa precisazione della competente Direzione generale del Ministero dello sviluppo economico, in occasione della corrispondenza intercorsa con il Ministero della salute. Proprio in considerazione di ciò, per essere coerenti il confronto dalle tabelle giurisprudenziali e l'emananda tabella di legge andrebbe fatto utilizzando dati aggiornati.
Inoltre, la differenziazione tra valori risarcitori in considerazione del sesso - uomini e donne - non è frutto di una scelta discrezionale e innovativa di chi ha redatto il provvedimento, al di fuori di ogni previsione normativa, ma, al contrario, trova il suo fondamento proprio nella norma primaria, l'articolo 138, comma 2, lettera d), in base alla quale il valore del punto è funzione decrescente dell'età del soggetto, sulla base delle tavole di mortalità elaborate dall'ISTAT. Come è noto, le tavole ISTAT sono diverse in funzione del sesso, in quanto generalmente l'aspettativa di vita delle donne è più elevata di quella degli uomini.
Infine, sotto il profilo quantitativo le mozioni in esame affermano che «l'adozione delle nuove tabelle di legge per le lesioni macropermanenti porterebbe ad una riduzione del valore dei risarcimenti di circa il 50 per cento e, addirittura, inferiori a quelli previsti dalle tabelle INAIL». Tale ricostruzione appare errata in quanto, come sopra specificato, è basata su valori risarcitori non aggiornati all'indice ISTAT 2011. Il confronto effettuato, prendendo come riferimento il valore aggiunto del 2011, evidenza che la distanza tra i valori del tribunale di Milano e quelli recati dallo schema di decreto presidenziale va da meno 40, per i casi meno gravi, a meno 35 per le lesioni più gravi. Un Pag. 17confronto operato solo sulla componente biologica del danno non patrimoniale, che secondo la Corte di Cassazione dovrebbe essere peraltro una categoria unitaria, evidenzia, invece, una sostanziale equivalenza dei valori citati.
In merito al confronto con le tabelle INAIL, con riferimento alla sola componente del danno biologico, si segnala che i risarcimenti accordati dall'assicuratore sociale, con riferimento alla sola componente del danno biologico, risultano ben al di sotto di quelli previsti dalla tabella di cui allo schema di decreto presidenziale, con rivalutazione al 2011.
Da ultimo, in merito alle valutazioni dei danni non patrimoniali adottate in ambito europeo, si rileva che i valori economici dei risarcimenti riconosciuti in Italia sono attualmente di gran lunga superiori a quelli praticati in tutti i Paesi dell'Unione europea. Pertanto, le critiche mosse alla tabella di legge da varie interrogazioni parlamentari, circa il carattere fortemente lesivo della dignità umana e non rispondente alle esigenze di solidarietà consolatoria, riparatoria e satisfattiva del danno, non possono trovare giustificazione, a meno che non si voglia sostenere che in Europa si pratichino criteri e valutazioni risarcitorie inadeguati e offensivi della dignità umana.
In conclusione, nel sistema di risarcimento delle vittime di incidenti stradali attraverso l'assicurazione obbligatoria RC-auto, la questione si pone nei seguenti termini.
La circolazione dei veicoli a motore nelle società moderne è ancora considerata un'attività essenziale per la mobilità di persone e merci e contribuisce alla tenuta e allo sviluppo delle iniziative economiche e industriali di ogni realtà nazionale. La stessa circolazione è, pertanto, un rischio accettato dalla società per quanto riguarda gli effetti che può produrre in termini di incidentalità stradale e, per queste conseguenze - riducibili ma non eliminabili del tutto -, è assistita da un sistema di protezione sociale per le vittime che si esplica attraverso l'assicurazione obbligatoria RC-auto. Considerati i due tipi di interessi contrapposti (diritto di circolare e diritto di essere risarciti per i danni da circolazione) il sistema assicurativo deve realizzare un contemperamento tale da raggiungere un livello di equilibrio tra le risorse disponibili per assicurarsi e le risorse necessarie per risarcire le vittime. La sostenibilità economica del sistema di protezione assicurativa dipende quindi anche dai livelli economici dei risarcimenti dei danni alla persona. A maggiori livelli di protezione corrispondono ovviamente maggiori risorse da riservare in termini di premi assicurativi.
Disquisire sulla congruità dei valori economici ai fini dell'equo e integrale risarcimento del danno alla persona di natura non patrimoniale è un esercizio che non può condurre a risultati di certezza assoluta, in considerazione dell'incommensurabilità del bene persona.
Né avrebbe senso far prevalere profili emozionali sulla presunta ingiustizia derivante da una parziale riduzione economica dei risarcimenti. I valori economici, nel rispetto di una congruità e di una proporzione di fondo riguardo alla gravità della lesione, vanno valutati in relazione alle risorse che la collettività può esprimere in un determinato contesto storico. Andare oltre significherebbe superare la soglia di sostenibilità del sistema risarcitorio.
Signor Presidente, vuole che dia il parere del Governo sulle mozioni?

PRESIDENTE. Sottosegretario Pizza, è preferibile che le lo esprima nella seduta nella quale avverrà la votazione.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

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Discussione del testo unificato delle proposte di legge: Binetti ed altri; Sbai e Contento; Cota ed altri; Mantini e Tassone; Amici ed altri; Lanzillotta; Vassallo ed altri; Vaccaro ed altri; Reguzzoni ed altri; Garagnani; Bertolini: Disposizioni concernenti il divieto di indossare indumenti o utilizzare altri mezzi che impediscono il riconoscimento personale, l'introduzione del reato di costrizione all'occultamento del volto e modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di cittadinanza (A.C. 627-2422-2769-3018-3020-3183-3205-3368-3715-3719-3760-A) (ore 15).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del testo unificato delle proposte di legge di iniziativa dei deputati Binetti ed altri; Sbai e Contento; Cota ed altri; Mantini e Tassone; Amici ed altri; Lanzillotta; Vassallo ed altri; Vaccaro ed altri; Reguzzoni ed altri; Garagnani; Bertolini: Disposizioni concernenti il divieto di indossare indumenti o utilizzare altri mezzi che impediscono il riconoscimento personale, l'introduzione del reato di costrizione all'occultamento del volto e modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di cittadinanza.
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi per la discussione sulle linee generali è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (vedi calendario).

(Discussione sulle linee generali - A.C. 627-A ed abbinate)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Avverto che il presidente del gruppo parlamentare del Partito Democratico ne ha chiesto l'ampliamento senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare, ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del Regolamento.
Avverto, altresì, che la I Commissione (Affari Costituzionali) si intende autorizzata a riferire oralmente.
La relatrice, onorevole Sbai, ha facoltà di svolgere la relazione.

SOUAD SBAI, Relatore. Signor Presidente, in una società liberale, la libertà non è assoluta e il velo integrale è una violazione del principio dell'eguale dignità dell'individuo perché è segno di sottomissione, come scriveva Sofia Ventura, cui va il mio grazie più profondo all'indomani dell'approvazione in Commissione del provvedimento.
Non ci possiamo nascondere, cari colleghi e care colleghe, il fatto che dietro la richiesta normativa di vietare gli indumenti denominati burqa e niqab, ormai impellente in ambiti tratti dalla nostra società e dalla dimensione musulmana moderata, ci sia un universo di diritti negati alle donne, di sofferenze indicibili e di blocco delle libertà per la sfera femminile.
Chi vive nel mondo dell'immigrazione e che ha a cuore quel mondo e le sue dinamiche più profonde sa bene che il burqa e il niqab non sono e non saranno mai segni religiosi, ma solo ed esclusivamente tribali, provenienti da quei Paesi nel mondo in cui la donna non è più nulla, uno strumento di demarcazione, predominio estremista e - aggiungo - salafita. Non esiste infatti nel Corano alcun riferimento all'obbligo del velo per le donne, che lo vivono come un'imposizione odiosa e opprimente, una prigione di stoffa in cui l'estremismo oscurantista soffoca le loro legittime aspirazioni di uguaglianza e di dignità personale.
Ed è proprio dinanzi a questa afganizzazione della condizione nelle donne immigrate della prima e della seconda generazione che la legge assume una portata storica di civiltà e di diritto. Diventa una necessità urgentissima per arginare la volontà di controllo che alcune lobby estremiste vorrebbero esercitare sulla sfera immigrata di religione musulmana nel nostro Paese.
Del resto, cari colleghi e care colleghe, dall'Italia è partita questa battaglia per la libertà, ma in altri Paesi il provvedimento paradossalmente ha preso forma prima che da noi. In Francia e in Belgio ormai è realtà la legge che vieta il velo nei luoghi pubblici, sulla scorta dei principi della riconoscibilità in pubblico. In Olanda è in preparazione un provvedimento che vieta il velo in pubblico. La Catalogna sta seguendo la stessa via, ma persino in Marocco, come anche in Tunisia e in Turchia, è vietato coprirsi il volto. Pag. 19
Il panorama in cui la legge in Italia si affaccia in quest'Aula, dunque, è di comprensione del pericolo che si corre avallando un sistema di oppressione e di annullamento della donna, come quello che l'estremismo di palazzo vorrebbe imporre anche qui. Il testo che la Commissione affari costituzionali porta oggi all'attenzione dell'Assemblea è il risultato di un'approfondita istruttoria. Oltre due anni fa, il 2 ottobre 2009, la Commissione affari costituzionali ha avviato l'esame in sede referente della proposta di legge Atto Camera n. 2422, di iniziativa mia e del collega Manlio Contento, che introduce nell'ordinamento il divieto di indossare gli indumenti denominati burqa e niqab. A questa prima proposta di legge sono state successivamente abbinate, via via che venivano assegnate alla Commissione, altre dieci proposte di legge di iniziativa di deputati dei più diversi gruppi, Binetti, Cota, Mantini, Tassone, Amici, Lanzillotta, Vassallo, Vaccaro, Reguzzoni, Garagnani e Bertolini.
Il 1o dicembre 2009 sono state audite la comunità musulmana presente in Italia e quella che si occupa anche dei diritti delle donne musulmane. Ad ulteriore arricchimento dell'istruttoria, la relatrice ha illustrato nel corso del dibattito la legislazione degli altri Paesi europei su questa materia, con particolare riguardo a quelle del Belgio e della Francia, che nel 2010 hanno introdotto apposite norme per vietare l'utilizzo del velo integrale nei luoghi pubblici.
La discussione di carattere preliminare ha visto intervenire un gran numero di deputati, appartenenti a quasi tutti i gruppi, e il Governo, con l'eccezione di alcune posizioni espresse a titolo personale. L'orientamento pressoché unanime della Commissione è stato nel senso di riconoscere l'esistenza e l'importanza del problema sollevato dalle diverse proposte di legge e l'opportunità di intervenire anche se sulle forme e sui concreti contenuti di questo intervento le opinioni sono apparse da subito diverse, come testimoniato dal numero delle proposte di legge presentate.
Il 5 febbraio di quest'anno è stato quindi costituito un Comitato ristretto con il compito di procedere all'elaborazione di un testo unificato delle proposte in esame. Nella seduta del 13 luglio 2011 la I Commissione (Affari Costituzionali) ha quindi adottato come testo base un testo unificato proposto ed anche elaborato da me all'esito dei lavori del Comitato ristretto.
Nella seduta del 2 agosto 2011, la I Commissione ha esaminato gli emendamenti presentati al testo base approfondendone alcuni: il testo risultato dall'esame degli emendamenti è stato quindi sottoposto alle Commissione competenti in sede consultiva che si sono espresse in queste ultime settimane. I pareri sono stati i seguenti: favorevole con una condizione e un'osservazione quello della Commissione giustizia; favorevole con un'osservazione quello della Commissione lavoro; favorevole quello delle Commissioni cultura, trasporti e affari sociali.
Alla luce dei contributi venuti nel dibattito concernente le proposte di legge e le proposte emendative si può dire in sintesi che il principale problema emerso è stato se si dovesse menzionare espressamente il burqa o il niqab vietandone l'uso oppure se bastasse far riferimento più in generale agli indumenti propri di tradizione etnica o religiosa oppure addirittura se non si dovesse fare alcun riferimento esemplificativo al tipo di indumento vietato, limitandosi in generale a proibire l'occultamento del volto che rende irriconoscibili e quindi non identificabili. È stato sostenuto che menzionare espressamente il burqa o il niqab avrebbe potuto portare ad un'incostituzionalità della norma per violazione del principio costituzionale di tutela della libertà religiosa.
Al riguardo, l'avviso della maggioranza è che capi di abbigliamento quali il burqa e il niqab non siano indumenti a carattere religioso. Questa opinione è suffragata dal parere espresso dal Comitato per l'islam italiano che è l'unico comitato, un organismo consultivo dunque, riconosciuto nel nostro Paese e costituito nell'ambito del Ministero dell'interno. Tale parere è stato acquisito dalla Commissione. Pag. 20
Il nucleo fondamentale della proposta di legge in discussione è la modifica dell'articolo 5 della legge 22 maggio 1975, n. 152, la cosiddetta «legge Reale», che reca disposizioni a tutela dell'ordine pubblico. Tale articolo nella vigente formulazione vieta l'uso senza giustificato motivo in luogo pubblico o aperto al pubblico di caschi protettivi e di qualsiasi altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona. Prevede, inoltre, che in ogni caso sia vietato l'uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico tranne quelle di carattere sportivo che comportino tale uso. La disposizione è stata modificata in senso restrittivo nel 2005 con l'articolo 10, comma 4-bis, del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, recante misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale, che ha reso più severa la sanzione per la trasgressione del divieto, prevedendo l'arresto da uno a due anni e l'ammenda da mille a duemila euro.
È previsto inoltre come facoltativo l'arresto in flagranza.
L'ambito di applicazione della norma citata è stato tuttavia circoscritto dalla giurisprudenza. Infatti, secondo la Corte di cassazione tale ambito è limitato alla sola ipotesi in cui l'individuo compaia in luogo pubblico o aperto al pubblico in condizioni idonee a dissimulare o a nascondere la propria persona nei suoi caratteri esteriori percepibili, sia occultando i dati somatici del viso con caschi o altri mezzi idonei, sia usando tali mezzi per travisare o alterare caratteristiche fisiche (si veda la sentenza n. 11977 del 13 dicembre 1985, I sezione penale). Il Consiglio di Stato, a sua volta, con la sentenza 19 giugno 2008, n. 3076 della VI sezione, ha considerato non pertinente il richiamo all'articolo 5 della legge Reale nel caso di utilizzo del burqa, in ragione del fatto che il suo utilizzo non sarebbe generalmente diretto ad evitare il riconoscimento ma costituirebbe attenzione di una tradizione di determinate popolazioni e culture tribali.
Con la proposta di legge in esame si intende quindi innanzitutto precisare che il divieto di cui all'articolo 5 della legge n. 152 del 1975 riguarda anche l'uso di indumenti quali il burqa e il niqab. Tali indumenti, infatti, coprono il volto integralmente allo stesso modo di un casco, se non di più, e rendono la persona irriconoscibile.
L'articolo 1 della proposta in esame modifica l'articolo 5 della legge n. 152 del 1975 con l'introduzione, dopo il secondo comma, di un ulteriore comma che definisce una circostanza attenuante. Più precisamente il nuovo comma introdotto all'articolo 5 stabilisce che nei casi di violazione del divieto di coprirsi il volto enunciato dal primo comma si applica soltanto la pena dell'ammenda da mille a duemila euro, e non anche l'arresto da uno a due anni, a condizione che il divieto sia violato con l'uso di indumenti accessori di qualsiasi tipo compresi quelli di origine etnica e culturale, quali sono il burqa e il niqab (che non ha niente a che vedere con la religione), che il fatto sia di lieve entità e che la violenza del divieto non avvenga in occasione di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico.
Tale formulazione dell'articolo 1 è stata introdotta dalla Commissione con un emendamento della relatrice volto a recepire la condizione posta dalla Commissione giustizia che in sostanza tendeva a graduare meglio e a proporzionare la sanzione prevista dalla norma con riferimento alle diverse circostanze in cui avviene la trasgressione. Altro è infatti il caso in cui il travisamento del volto mediante questo tipo di indumento dovesse avvenire nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, altro è il caso in cui il volto venga velato in luogo pubblico o aperto al pubblico ma al di fuori di manifestazioni. Questo per quanto riguarda l'articolo 1.
Gli articoli 2 e 3 della proposta in esame vanno invece nella direzione di reprimere i casi, purtroppo frequenti, di imposizione dell'utilizzo del velo integrale. L'articolo 2 interviene sul codice penale per inserirvi una nuova fattispecie, quella di costrizione all'occultamento del volto: è previsto che, salvo che il fatto costituisca Pag. 21più grave reato, è punito con la reclusione da quattro a dodici mesi e con la multa da diecimila a trentamila euro chiunque costringa altri all'occultamento del volto con violenza, minaccia o abuso di autorità in modo da cagionargli un perdurante grave stato di ansia o di paura, o da ingenerare in lui un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto; la pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di minore o di persona con disabilità di cui all'articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104.
L'articolo 3, a sua volta, novella la legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di cittadinanza, aggiungendovi un nuovo articolo, ai sensi del quale la condanna in via definitiva per il nuovo reato di costrizione all'occultamento del volto preclude l'acquisizione della cittadinanza. E qui si innesta un discorso, cari colleghi e care colleghe, che guarda al futuro e non al passato, come qualcuno voleva far passare: si preclude l'acquisizione e non la permanenza della cittadinanza. Occorre prevedere una normativa di questo genere per due motivi: evitare che ognuno si senta libero di usare sulle donne e sulle ragazze di seconda generazione, immigrate e non, ogni tipo di violenza e costrizione - burqa e niqab compresi - ed introdurre, per via differita, un sistema premiale di acquisizione della cittadinanza per formare buoni cittadini del domani, capaci di mettere in moto un circolo virtuoso di prevenzione e contrasto di questo fenomeno all'interno delle proprie comunità.
In conclusione, cari colleghi e care colleghe, siamo davanti ad un provvedimento per le donne immigrate e non. La sofferenza ed il dolore che provoca un'oppressione come quella di un niqab - non lo auguro a nessuno di andare in giro con un niqab o un burqa, basta vedere le donne afgane come sono ridotte, e non erano così nel 1979, o le donne iraniane che, nel 1978, non andavano in questo modo e oggi sono ridotte ormai a nulla - o di qualsiasi altro mezzo di annullamento della persona, è un male che va estirpato alla radice, senza se e senza ma. Il momento è più che mai idoneo ad un provvedimento come quello di cui stiamo parlando.
In piena «primavera araba», mentre gli sconvolgimenti in atto potrebbero portare ad un imbarbarimento della condizione della donna - è già déjà-vu -, nei Paesi in cui si verificano occorre dare un segno di controtendenza, occorre dire alle donne immigrate, alle donne italiane e a quelle ragazze che lo diventeranno, che l'Italia c'è, è al loro fianco e sa bene che vivono in Italia, sognano in italiano, mangiano italiano, vivono all'italiana. Io che vengo dal mondo arabo mi trovo di fronte ad un provvedimento che in Europa non avrei mai, ma mai, pensato di dover proporre. Qualcuno dice che sono poche le donne in Italia che indossano il burqa e il niqab. Anche in Iran e in Afghanistan, prima del 1979, si diceva la stessa cosa e dopo l'arrivo di Khomeini e dei talebani, oggi non c'è più una donna che non indossa il burqa e il niqab. Anche se fosse una sola donna costretta, cari colleghi e care colleghe, la battaglia andrebbe fatta ugualmente e con la stessa forza ed onestà intellettuale.
Mi appello, non alle donne del PD, perché qualsiasi donna del mondo vorrebbe mai essere costretta ad annullarsi, ma agli uomini del PD - lo ripeto: agli uomini del PD - che hanno avuto un accanimento incredibile nel trovare qualsiasi cavillo per fermare questo provvedimento in Commissione. Non si tratta della vostra testa, ma di quella delle donne. Ed oggi noi siamo qui per proteggerle e fare il nostro dovere nel compiere questa missione.
Del resto, sulla legge contro l'infibulazione, pratica barbara sulle donne immigrate, fu la stessa identica forma di resistenza. Questa non è islamofobia. Islamofobia è far finta di nulla (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).

PRESIDENTE. Prendo atto che il rappresentante del Governo si riserva di intervenire in sede di replica.
È iscritta a parlare l'onorevole Binetti. Ne ha facoltà.

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PAOLA BINETTI. Con la descrizione del provvedimento che ha fatto la collega Souad Sbai sembra che in questi giorni l'Aula dovrà discutere sulla possibilità di introdurre nel nostro Paese il divieto di indossare il burqa e il niqab, il velo che copre interamente la figura della donna lasciandole scoperti soltanto gli occhi. In entrambi i casi la donna è coperta di nero, dalla testa ai piedi, come una sorta di fantasma. In realtà il titolo del testo unificato reca un'indicazione un po' diversa. Infatti recita: Disposizioni concernenti il divieto di indossare indumenti o utilizzare altri mezzi che impediscono il riconoscimento personale, l'introduzione del reato di costrizione all'occultamento del volto e modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di cittadinanza.
Voglio dire che qui corriamo il rischio che una parte del problema diventi il tutto di questo problema. Il niqab è un aspetto che in qualche modo investe anche una modifica dell'assetto culturale delle persone che arrivano in Italia. In realtà il provvedimento nasce con una visione un po' più orientata verso il senso della sicurezza che non verso il senso specifico del divieto di indossare determinati indumenti. Mi dispiace contraddire, sotto questo profilo marginale, la collega Souad Sbai ma, in realtà, la prima proposta di legge in questo senso la presentai io e, come evidenziano i numeri stessi del disegno di legge, quello era l'Atto Camera n. 627, mentre il suo è l'Atto Camera n. 2422. Questo per dire che tra le due proposte di legge comunque c'è stato uno spazio, comunque c'è stato un tempo in cui in qualche modo l'intenzione originaria è andata cambiando. È bene chiarire subito, tuttavia, come ha fatto anche l'onorevole Sbai, che sia il burqa che il niqab definiscono uno stile, un modo di vestirsi e di presentarsi da parte delle donne musulmane di natura etnica, ma non religiosa, né peraltro musulmana nel senso di assumere la religione musulmana come parametro di riferimento. Indubbiamente rappresentano un segno di paura nei confronti della donna. La si rende invisibile per impedirle di esistere socialmente, sessualmente, economicamente. L'uso del burqa e del niqab è un'abitudine introdotta soltanto relativamente e recentemente da frange estremiste che vogliono fare politica sulla testa delle donne, spiegando il credo religioso ad un'ideologia che non ha nulla a che vedere con la professione stessa del culto.
D'altra parte, però, se è difficile dimostrare che tutte le donne indossano il burqa volontariamente, è altrettanto difficile sostenere che lo portino soltanto perché costrette. Quello che è certo è che lo Stato ha l'obbligo di proteggere le donne contro la coercizione subita all'interno delle loro case o comunità, un'imposizione che le obbliga a soggiacere a determinati codici la cui razionalità è ampiamente discutibile.
Ma vorrei richiamare l'attenzione su un passaggio che c'è stato nel Governo precedente, nel Governo Prodi, concretamente il 23 aprile 2007, quando con decreto del Ministro dell'interno si approvò la Carta dei valori della cittadinanza e dell'integrazione. In quel momento, per una precisa scelta politica più o meno condivisibile, la Carta dei valori non acquisì un carattere vincolante. Sembrava piuttosto rappresentare uno strumento utile per i soggetti dell'immigrazione, per le comunità religiose, per i cittadini italiani, soprattutto i giovani, per aiutarli a diffondere una migliore conoscenza dei problemi dell'immigrazione e della libertà religiosa. Tuttavia, come stabilisce l'articolo 1 del decreto del Ministero, il Ministro dell'interno nell'esercizio delle proprie attribuzioni si ispira alla Carta dei valori della cittadinanza e dell'integrazione. Cosa dice la Carta dei valori al punto 26?
La Carta stabilisce che in Italia non si pongono restrizioni all'abbigliamento della persona, purché liberamente scelto e non lesivo della sua dignità. Non sono accettabili però forme di vestiario che coprano il volto, perché ciò impedisce il riconoscimento della persona e la ostacola nell'entrare in rapporto con gli altri. Attenzione, perché questo era un passaggio estremamente interessante: non si trattava soltanto di impedire il riconoscimento della Pag. 23persona, si trattava anche di avere un approccio positivo al tema, che era quello di facilitarle la possibilità di entrare in rapporto con gli altri, come accade a tutti noi quando interagiamo con una persona a volto scoperto.
Il provvedimento che stiamo analizzando nasce quindi con l'intento di garantire tre tipi di diritti fondamentali: il diritto alla libertà, anche nel modo concreto di vestirsi e di presentarsi agli altri, il diritto ad esprimere in gesti e comportamenti coerenti le proprie convinzioni culturali e religiose, il diritto alla sicurezza e quindi il dovere di mostrare agli altri il proprio voto per essere riconosciuti nella propria identità e nelle proprie intenzionalità. Di fatto, è proprio questo punto quello che dà il nome oggi al provvedimento che stiamo discutendo.
Sono diritti che acquistano un particolare rilievo in questo caso proprio perché il soggetto dei primi due diritti citati è la donna, che continua ad essere ancora oggi oggetto di discriminazioni in alcune culture. Non c'è dubbio che il terzo diritto in questione riguarda tutti noi ed assume una valenza del tutto particolare anche in coincidenza con i recenti fatti drammatici di sabato scorso, in cui la violenza si è mascherata proprio dietro volti irriconoscibili - i famosi «incappucciati» - protetti da un anonimato che sembrava garantire irresponsabilità ed impunità dei protagonisti. È significativo, a mio avviso, che poi il riconoscimento di alcuni sia stato fatto attraverso i tatuaggi, proprio perché il volto era stato coperto.
In quanto ai due primi diritti, la libertà di vestirsi secondo un proprio stile ed una propria cultura, il provvedimento, nella sua versione definitiva, sostiene la necessità di vietare espressamente in Italia l'uso del burqa e del niqab, in quanto simboli di una concezione lesiva dei diritti fondamentali della donna. Tali indumenti non risultano simboli religiosi, come hanno confermato molte delle audizioni svolte durante l'iter del provvedimento in Commissione e come ha ribadito più di una volta e pochi minuti fa la collega Sbai. Sono espressioni di una recente tradizione fondamentalista, che impone alle donne un determinato modo di vestirsi, soprattutto nei luoghi pubblici. In questo modo una volontà estranea alla donna, sotto pretesto di criteri religiosi, le impone un modo di vestire che ne mortifica la libertà di scelta e ne limita la possibilità di esprimersi e di valorizzare la propria persona. Il mix di diritti individuali caratterizzato dalla libertà personale di vestirsi come si preferisce ed il diritto a seguire i criteri della propria religione sembrano in questo caso entrare in rotta di collisione, perché né il burqa né il niqab sono considerati simboli religiosi. Per questo nella proposta di legge da me presentata - la prima in questo campo, lo ribadisco - non si faceva cenno né al burqa né al niqab, proprio per non riconoscere loro alcuna dignità sul piano dei simboli religiosi, mentre si valorizzava esclusivamente la componente della libertà della donna di scegliere come vestirsi in coerenza con i suoi desideri e nel rispetto della sicurezza altrui. Peraltro mi rallegro che, nonostante nel corpo del testo unificato si faccia un riferimento concreto ed esplicito al burqa ed al niqab, con il rischio che questo provvedimento passi sotto il nome di legge che proibisce il burqa ed il niqab, di fatto la corretta dizione del testo ha un approccio più ampio, più articolato, più concreto e, dal mio punto di vista, più rispettoso di quelle che sono anche le situazioni sociali e politiche che si potrebbero incontrare in un prossimo futuro.
Ciò che interessa in questo contesto infatti è la valorizzazione della donna come soggetto con pari dignità e pari capacità di decisione in tutto ciò che caratterizza la sfera della sua autonomia e della sua indipendenza. Penso ad esempio - recentemente è uscito fuori nel dibattito - al diritto a guidare la macchina, al diritto a muoversi in un mondo globalizzato e cosmopolita, scegliendo di volta in volta il modo di presentarsi, al modo di gestire anche i propri conti correnti, al modo di entrare in banca e via dicendo ed al modo di entrare complessivamente in relazione con gli altri. Burqa e niqab sono solo simboli di un modo di esercitare il Pag. 24potere su di lei, come molti altri simboli, ed è contro tutta questa simbologia che noi esprimiamo il nostro profondo e radicale dissenso, proprio perché noi vorremmo estendere una sorta - se volete - di progetto di liberazione della donna da schemi e pregiudizi che ne limitano l'autonomia riconducendola nella sfera del potere maschile (padre, marito, fratello e via dicendo).
Le donne musulmane che arrivano in Europa e che vivono in Italia, come ha ben detto la collega poco fa, esprimono il desiderio di vestirsi come le loro coetanee, di frequentare i loro stessi luoghi - l'università, i posti di lavoro, gli spazi dedicati al tempo libero -, sentendosi non solo simili alle altre donne, ma uguali a loro nella possibilità di scelta e di autodeterminazione.
Il fondamentalismo, inteso come equazione che si esercita nei confronti di un soggetto più debole per manipolarne la volontà, sia pure con motivazioni apparentemente alte e nobili come sono quelle religiose, va sconfitto dalla radice, perché contraddice a quel principio di ragionevolezza che è alla base della dignità della donna e dell'uomo. Infatti, un uomo che esercita la violenza calpesta prima di tutto la sua dignità di uomo e, poi, quella della donna; è un uomo che offende i principi elementari della ragione e, come tale, merita la condanna della pubblica opinione, prima ancora di quella penale.
Vietare il burqa e il niqab non significherebbe nulla, e meno di nulla, in tal senso, se non si ribadisse la grandezza del diritto delle donne ad una condizione di parità nella propria capacità di autodeterminazione. D'altra parte, non possiamo ignorare situazioni e circostanze in cui, anche in Europa, si può andare incontro alla possibilità di vestirsi con il volto coperto.
La scorsa estate, come molti sanno, abbiamo partecipato ad un pellegrinaggio in Giordania e siano stati nel deserto, il famoso deserto di Lawrence d'Arabia. Ebbene, se proviamo a ricordare l'immagine di un volto coperto, la prima che mi viene in mente è proprio l'immagine dei cavalieri del deserto che si proteggono dalla sabbia. Se penso alla nostra cultura italiana, penso al freddo, alle persone che, magari, nel prossimo inverno, anche per proteggersi dalle infreddature, andranno in giro con una sciarpa che copre il volto; o, ancora, penso a qualche tempo fa, quando andava di moda il famoso passamontagna. Questo modo di vestirsi non può mai, in nessun caso - sia femminile che maschile - mettere in discussione il tema della sicurezza. Infatti, è ben diverso il terzo diritto in questione: quello della sicurezza, che impone a tutti, ma proprio a tutti, uomini e donne, di girare a volto scoperto per rendere riconoscibile la nostra faccia e le nostre intenzioni, ciò che siamo e ciò che intendiamo fare. Il diritto alla sicurezza non ammette sconti, neppure sconti di genere; impone, oggi, il rispetto più assoluto per la vita degli altri, che non devono fare i conti con le angosce e con i timori che li assalgono quando frequentano un luogo pubblico o quando entrano in contatto con un soggetto dall'aspetto ambiguo. Vale la pena sottolineare, soprattutto, l'importanza dei contesti: penso ai contesti pubblici, penso ai contesti in cui si realizzano manifestazioni di carattere politico o sportivo, anche se dubito che le donne vadano allo stadio con il niqab e il burqa a fare il tifo per qualche squadra.
Il provvedimento che avremmo voluto aveva una semplicità ed una linearità riconducibile a queste due sole premesse: sì alla libertà e sì alla sicurezza; sì ad un diritto individuale e sì ad una responsabilità sociale; sì alla dignità della donna e no alla violenza, soprattutto, a quella del maschio che si arroga il diritto di comprimerne le libertà fondamentali. Sì alla libertà di religione, ma no ai pregiudizi e alla superstizione priva di contenuto; sì alla parità uomo-donna nelle scelte che coinvolgono la sicurezza e sì alla parità uomo-donna nel modo di definire come vestirsi; sì alla libertà di religione nel rispetto pieno delle reciproche diversità; sì, quindi, anche al diritto di cambiare religione quando vi sono motivazioni solide, senza che questo pregiudichi i legami Pag. 25familiari e l'appartenenza al proprio nucleo affettivo. Questo vorremmo che restasse nel provvedimento: rispetto della libertà personale e rispetto della sicurezza nella responsabilità sociale.
Dove il provvedimento è profondamente positivo è proprio nella sua proposta di tutela e di rispetto per i minori o dei disabili...

PRESIDENTE. La invito a concludere, onorevole Binetti.

PAOLA BINETTI....perché è lì - ho concluso, signor Presidente - che si mette in evidenza la malizia, perché è lì che si mette in evidenza come è contro la violenza che nasce questo provvedimento, nel momento in cui sentiamo il bisogno di accentuare la tutela dei minori e la tutela dei disabili. Ed è giusto non solo punire, ma addirittura precludere la cittadinanza a chi, di fatto, si macchia di violenza nelle molteplici forme in cui anche un contesto familiare può scivolare. È un provvedimento contro la violenza psicologica prima ancora che fisica, ma è un provvedimento che in quanto a sicurezza tocca tutti, uomini e donne. Mi auguro, quindi, che, nella sua forma definitiva, il provvedimento in oggetto rifletta nel suo corpo ciò che il titolo afferma come principio (Applausi dei deputati dei gruppi Unione di Centro per il Terzo Polo e Popolo della Libertà).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Zaccaria. Ne ha facoltà.

ROBERTO ZACCARIA. Signora Presidente, credo che questa proposta di legge, almeno nella versione che la maggioranza ci offre sotto forma di testo della Commissione, rappresenti una grande occasione perduta, perlomeno finora perché, naturalmente, seguirà la fase dell'esame in Aula che potrebbe smentirmi. Non è in discussione il fine che questa proposta di legge si propone, cioè quello di evitare che nel luogo pubblico le persone circolino col volto coperto perché si tratta di un principio che condividiamo, che generalmente si condivide in omaggio ai principi di convivenza civile; è il mezzo che il provvedimento adotta, le modalità, la strumentazione di questa proposta di legge, che sono del tutto inadeguati.
Mi pare inappropriato dire che gli uomini del Partito Democratico si sono «attaccati» a cavilli per frenare questa proposta di legge; onorevole Sbai, se lei considera la Costituzione e le obiezioni di costituzionalità dei cavilli, mi pare che siamo molto lontani dal poter raggiungere un'intesa. Tuttavia, dirò più ordinatamente le motivazioni che sono alla base della nostra, o almeno della mia, visione di questo argomento. Vorrei fare innanzitutto due premesse: la prima riguarda il fatto che su un problema che tocca obiettivamente la religione, o profili religiosi, possa essere affrontato, con una legge particolare. In questa legislatura, si è usata la stessa impostazione anche per gli edifici di culto; ricordo a questo proposito la proposta di legge Gibelli e addirittura la mozione Cota che voleva sospendere l'edificazione di edifici di culto, come se si potesse sospendere un diritto costituzionale. Fortunatamente dopo la discussione sulle linee generali, tale proposta è scomparsa; tuttavia, resta il fatto che non si affrontano singoli tasselli di una visione generale con leggi particolari, ci vogliono leggi generali. In fondo, il centrodestra, nella XIV legislatura aveva acconsentito all'impostazione di fare una legge generale all'interno della quale fossero affrontati singoli nodi particolari: il velo, gli edifici di culto, l'ora di religione e così via.
La seconda premessa è che anche in altri Paesi, da ultimo in Francia e in Belgio, questo problema è stato affrontato ma, colleghi, permettetemi di dirvi, con ben altro respiro: in quei Paesi si sono fatti rapporti, si sono ascoltati esperti, si è aperto un dibattito nel Paese che è durato molto a lungo. Quel dibattito poi ha portato ad una legge mite; si può discutere, la si può preferire ad un altro modello, ma certo il metodo è stato molto diverso; da noi, mi dispiace, è da molto tempo che esaminiamo il provvedimento in Commissione, ma il dibattito è stato insufficiente, Pag. 26non significativamente esteso. Certamente abbiamo svolto delle audizioni, durante le quali hanno parlato dei prestigiosi giuristi: Sara Domianello, Alessandro Ferrari, Marco Ventura, Roberta Aluffi: tutti costoro hanno dato un contributo perché questi giuristi hanno seguito il dibattito europeo e hanno portato qui, in qualche modo, l'eco di questo dibattito.
Invece, tutto questo non è servito; noi oggi arriviamo in Aula con il divieto di indossare due tipi di abbigliamento, che testardamente si sono voluti specificare, burqa e niqab, inserendo questa normativa nell'ambito di una legge del 1975, già citata dalla relatrice, che tutela essenzialmente la sicurezza pubblica.
Ebbene, dirò perché questo intervento è propagandistico, è pasticciato, è contraddittorio, presenta profili di irrazionalità e diversi di profili di incostituzionalità.
Devo dire che negli altri Paesi, quando si affrontano tali questioni, ci si mette d'accordo su alcuni elementi di fatto quali la conoscenza dei casi in cui, nel Paese, quel fenomeno si presenta, ma anche le nozioni relative a questi abbigliamenti.
Abbiamo discusso, continuando ad impugnare reciproche posizioni, ma senza arrivare ad una posizione condivisa. Ho provato a consultare alcuni ambienti islamici, ma è una consultazione mia e non voglio certo pretendere di imporla alla Commissione.
Secondo queste visioni, il burqa non è considerato un indumento islamico, ma è un antico costume tipicamente afgano e preislamico. Questo indumento è stato ripristinato dall'ideologia dei talebani, ma non vi è alcuna scuola giuridica islamica ortodossa che ne difenda l'utilizzo.
Diverso è il caso del niqab diffuso prevalentemente nell'Islam sciita iraniano e costituito, come noto, da un velo integrale che lascia scoperti gli occhi.
Per quanto riguarda il niqab non vi è unanimità nella comunità islamica nel ritenerlo illegittimo. Vi sono alcuni giuristi musulmani appartenenti alle scuole sciite regolari che si rifanno ad una particolare, anche se minoritaria, interpretazione del Corano che ne legittimerebbe la possibilità, ovviamente come libera scelta e non come imposizione a terzi.
Se questo fosse vero, anche questa più prudente ricostruzione del significato di tali abbigliamenti, contiene una indiscutibile venatura religiosa, almeno soggettiva. Ciò vuol dire, con riferimento al fatto di indossare tali abbigliamenti, al di là del loro significato obiettivo e considerato il fatto che la libertà religiosa è una libertà individuale (questo è il motivo di cui vi parlavo prima), che si può «toccare» oggettivamente la dimensione religiosa e, se così fosse, bisogna andarci con i piedi di piombo.
Quindi, vediamo come stanno le cose. Il divieto assoluto per gli «incappucciati» in piazza, tema che ha sollevato anche la collega Binetti, non è nitido nella formulazione attuale della legge al punto che nel testo precedente si era addirittura ridotta la pena. Questa è una cosa un po' grottesca, ma pare il caso di dirlo in quest'Aula. Siccome l'obiettivo dell'intervento sull'articolo 5 riguardava essenzialmente il burqa ed il niqab e non si poteva dare a chi indossava il burqa ed il niqab un anno o due di reclusione o l'arresto facoltativo in flagranza, e quindi si è ridotta la pena, ma per tutti.
Quindi, mentre nel Paese si sviluppava un dibattito su leggi speciali che inasprissero la pena dopo i fatti di Roma, nella nostra Commissione si era addirittura ridotta la pena. Hanno detto di no, però poi il giorno dopo si è modificata in tutta fretta la norma, ristabilendo i due livelli di pena. Questo per dirvi con quale riflessione si è lavorato su questo argomento.
Vorrei però svolgere un'ulteriore osservazione su quanto dicevo prima relativamente alla confusa struttura normativa di questa proposta che arriva in Aula. Leggerei l'ultima proposta emendativa sulla quale dobbiamo pronunciarci: fermo restando quanto previsto dall'articolo 5 della legge 22 maggio 1975 n. 152 in ordine al divieto di circolare con caschi e altri indumenti che coprano il volto senza giustificato motivo, si afferma che «nei casi di cui al primo comma, limitatamente Pag. 27all'uso di indumenti o accessori di qualsiasi tipo, compresi quelli di origine etnica e culturale» (ci si poteva fermare qui e invece no «quali il burqa ed il niqab» quindi vuol dire che c'è proprio un accanimento su tale punto) «se il fatto è di lieve entità e non risulta commesso in occasione di manifestazioni (...)» e via dicendo, si applica una pena ridotta.
Siccome rimane in piedi il giustificato motivo che applicano amministratori e giudici come hanno fatto finora, io mi domando se questa formulazione semplifica l'applicazione del giustificato motivo o la complica?
Io penso che la complichi, perché rende ancora più discrezionale la valutazione sul giustificato motivo. Inoltre, vi è questo capolavoro: «se il fatto è di lieve entità (...)» che apre una infinità di dubbi. Colleghi, già sappiamo cos'era la «modica quantità» - che riguarda però un altro settore -, ma in questo caso stiamo parlando di indossare un abbigliamento. «Se il fatto è di lieve entità»: ci rendiamo conto che questa disposizione è inapplicabile? Lo dico perché, sostanzialmente, così si fanno dei pasticci, è evidente che così si improvvisa in una materia dove non si può assolutamente improvvisare.
Inoltre, il riferimento esplicito al burqa e al niqab - ripeto quello che ho detto in Commissione più volte - è incostituzionale. I francesi e i belgi, che hanno approvato di recente leggi che avevano la stessa finalità di non far girare per le strade le persone con il volto coperto, perché non hanno menzionato questi abbigliamenti, che sono molto più frequenti da loro che non da noi? Non li hanno menzionati perché menzionare un abbigliamento correlato ad un particolare tipo di cultura o religione, è incostituzionale ed è anche discriminatorio. Quindi, hanno fatto leggi, come quella francese, semplicissime: nessuno può nello spazio pubblico portare una tenuta destinata a dissimulare il volto.

DONATO BRUNO, Presidente della I Commissione. È uguale!

ROBERTO ZACCARIA. La ringrazio, Presidente, dell'interruzione, ma non è uguale, perché se il testo si fosse fermato qui sarebbe stato non uguale ma simile, ma aggiungendo quell'elemento diventa incostituzionale. Questo è certo, tant'è che la professoressa Roberta Aluffi, che insegna diritto comparato e si occupa di diritto islamico, scrive: è, tuttavia, noto che la norma della maggioranza è pensata per indumenti specifici portati da alcune donne musulmane.
Quando dicevo che vi è la mania di fare qualcosa che suoni antislamico, questa ne è la conferma. Si è tolto questo riferimento nella rubrica della legge, ma si è mantenuto nel corpo della stessa. Tra l'altro, vi è un altro elemento, che non è secondario. In Francia, il Consiglio costituzionale francese ha in qualche modo corretto la legge francese, perché ha detto: attenzione, parlate di luoghi pubblici e di luoghi aperti al pubblico, ma poiché i luoghi di culto sono luoghi aperti al pubblico, dovete eccettuare anche questi, perché altrimenti anche la legge francese - secondo me molto migliore - sarebbe incostituzionale.
Penso che, se volete cercare una strada che abbia degli agganci comuni, dovete cercare di fare una cosa molto semplice. Vi sono due formulazioni normative chiaramente diverse nella legge del 1975: la prima è quella che contiene il divieto generale di andare in luogo pubblico e aperto al pubblico con il volto coperto. È pacifico che questa disposizione - e i francesi lo hanno detto molto bene - presenta delle eccezioni, l'onorevole Binetti le ha ricordate. I francesi richiamano le eccezioni previste da disposizioni legislative o regolamentari, parlano di condizioni climatiche, di motivi sanitari o professionali, oppure fanno riferimento a manifestazioni sportive, artistiche o tradizionali.
Vi è, quindi, una prima regola di convivenza civile che presenta delle eccezioni, che sono estremamente ragionevoli, perché, altrimenti, la norma diventerebbe troppo perentoria. Se uno tira di scherma è chiaro che si copre il volto e, quindi, Pag. 28bisogna prevederle queste eccezioni. In questa categoria, rientra anche il problema degli indumenti che possono coprire interamente il volto e, allora, si dica esplicitamente, senza menzionare burqa e niqab, che non è giustificato motivo indossare indumenti che coprano il volto.
Vogliamo che, nelle piazze italiane, la gente si possa guardare in faccia, ma per fare questo non c'è bisogno di indirizzarsi contro una certa cultura o religione. Su un piano diverso c'è una norma perentoria o inderogabile che afferma che nelle manifestazioni (politiche, sindacali e così via) non si può comunque andare a volto coperto. In quel caso, non regge l'eccezione: è una norma generale.
È facile farlo, ma non avete voluto fino a questo momento. Avete mantenuto una norma assolutamente pasticciata e contraddittoria e poi avete aggiunto due perle finali. Qui permettetemi: si vuole configurare un nuovo reato per chi induce, con minacce, ad indossare il burqa. Sul punto si è scagliata la relatrice, dicendo che non si può fare.
Anche i francesi hanno previsto qualcosa di questo tipo, ma vorrei porre una domanda alla relatrice. Per tale reato sono previste sanzioni non molto pesanti, soprattutto simboliche e lo capisco: la reclusione da quattro a dodici mesi e la multa da diecimila a trentamila euro. Tuttavia, devo rilevare che questa fattispecie speciale nel nostro codice penale è già contemplata nel contesto della violenza privata o dello stalking (nel reato di violenza privata per i comportamenti descritti in questa norma speciale sono previsti quattro anni di reclusione).
Pertanto, pongo la seguente domanda: poniamo in essere una norma speciale per chi vuole costringere a usare questo abbigliamento con il volto coperto e prevediamo una pena ridotta rispetto al caso che qui contempliamo? Violenza privata e stalking, infatti, prevedono pene più severe.
Non sarà irrazionale tutto ciò? Da un lato, si vuole punire di più e, dall'altro, si punisce di meno. Presenteremo un emendamento soppressivo in ordine a tale questione, non perché siamo contrari al principio: condividiamo, in particolare, il principio di sanzionare chi costringe ad indossare tale abbigliamento, che è ancora più colpevole di chi lo indossa, ma perché ciò deve essere fatto a condizione che, nel nostro ordinamento, non vi sia già una norma più severa, altrimenti il risultato è di depenalizzare, ossia di abbassare la sanzione penale.
Signor Presidente, e con questo riferimento concludo, in tal modo veramente diventiamo noi il Paese «talebano». Mi riferisco al divieto di acquisto della cittadinanza per chi si possa macchiare del reato, non quello che dice la maggioranza perché, secondo me, si tratta di un reato attenuato, ma comunque del reato di violenza; si prevede come sanzione accessoria la condanna a non poter acquisire più la cittadinanza italiana.
Questo - altro che cavilli! - è discriminatorio, aberrante ed incostituzionale, perché se ci sono degli italiani di religione o cultura islamica che praticano questa cosa subiranno la sanzione, ma non quella della perdita della cittadinanza, ovviamente. Chi, invece, è uno straniero, magari musulmano, si vedrà comminata la sanzione di non poter acquisire la cittadinanza.
Questo vuol dire discriminare, ossia fare l'equazione mussulmani uguale stranieri e, automaticamente, distinguere i cittadini dagli stranieri in base ad una ragione che la Costituzione non consente. Quindi, il fine è accettabile, ma il mezzo è assolutamente improponibile. C'è forse ancora la possibilità di scrivere in maniera decente questo testo, ma certo bisogna sedersi ad un tavolo, tirando giù la maschera dei pregiudizi e dicendo che cosa vogliamo fare in questo nostro Paese.
Adesso non è tanto di moda dire «facciamo come hanno fatto i francesi», perché forse Sarkozy non piacerà tanto alla maggioranza in questo momento, però non voglio fare delle battute. Devo dire sostanzialmente che quella cosa è stata fatta prima.

PRESIDENTE. La prego di concludere.

Pag. 29

ROBERTO ZACCARIA. Credo che le incostituzionalità siano per noi un motivo assoluto per non votare questo provvedimento. Il resto ci potrebbe consentire un dialogo diverso. Non credo che potremo mai votare a favore, perché la nostra visione è una legge generale sulla libertà religiosa (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Lorenzin. Ne ha facoltà.

BEATRICE LORENZIN. Signor Presidente, devo dire che l'intervento estremamente articolato dell'onorevole Zaccaria mi ha provocato alcune riflessioni, soprattutto nella sua affermazione finale. Credo che una proposta di legge come questa è forse una di quelle norme che andrebbero veramente discusse, elaborate, prodotte dai Parlamenti nazionali, perché incidono e incideranno sulla visione della società che noi vorremmo aiutare a costruire.
Spero che la dichiarazione finale dell'onorevole Zaccaria sia stato un colpo dialettico al termine di un brillante intervento, ma che non corrisponda al sentimento del Partito Democratico. Lo dico semplicemente per tutto ciò abbiamo analizzato in due anni e mezzo di audizioni, che sono state forse tra le audizioni più interessanti che si sono svolte nella Commissione affari costituzionali. Infatti, per trovare la sintesi su una normativa complessa per le dinamiche che va a toccare e che sono state da lei così brillantemente esposte, abbiamo audito e ascoltato giuristi, professori universitari, addetti del settore, imam, comunità islamiche, rappresentanti dei diritti civili, associazioni a tutela dei minori. Lo spaccato di un mondo sommerso e invisibile che c'è nel nostro Paese ci ha chiamato tutti e tutte - lo ribadisco - ad una presa di responsabilità e alla volontà di mettere mano ad una proposta di legge che sicuramente nessuno di noi avrebbe voluto fare, ma che invece ci è richiesta dalla necessità di andare incontro alla storia. Non si tratta di niente che abbia a che fare con un pregiudizio nei confronti dell'Islam.
Cito testualmente l'intervento di uno studioso dell'Islam che è intervenuto in audizione e che ha citato uno scrittore da noi - almeno da me - molto amato e penso conosciuto dal grande pubblico italiano, che è Tahar Ben Jelloun, mi scuso per la mia pronuncia che è disastrosa. Egli si era espresso in un suo articolo intitolato Perché le donne velate sono un insulto all'Islam, dichiarando «Questo comportamento, che è etnico e non religioso (non è infatti assolutamente musulmano), è la prova della paura della donna. La si rende invisibile per impedirle di esistere socialmente, sessualmente ed economicamente. È anche la prova di grande ignoranza».
Sempre lo scrittore dice che «Allah», Dio, «ha dato all'uomo non solo il suo libero arbitrio, ma lo ha anche reso responsabile delle sue azioni. Così, il marito che rende sua moglie un fantasma nel nome dell'Islam è un ignorante che offende la parola di Dio. Pensa, coprendo sua moglie, di essere devoto all'Islam. Errore, è devoto al visibile, all'apparenza, che fa della donna una schiava del suo desiderio; uccide in lei ogni libertà, cosa che Dio non gli perdonerà». Questo è il Dio islamico.
Questo passaggio così vibrante è stato reso anche in termini diversi da molti degli imam che sono intervenuti e che ci hanno descritto come, sia l'utilizzo del burqa che l'utilizzo del niqab, sono stati introdotti, l'uno, dalla rivoluzione talebana, l'altro, dai Fratelli musulmani negli anni Settanta. Sono stati strumenti di radicalizzazione che, fino a quei tempi, sopravvivevano solo in alcune remote tribù dei Paesi più radicali, dell'Islam più radicale nel mondo islamico, non presenti in Siria, in Egitto, in Marocco, non presenti nella patria dell'Islam e della cultura islamica. Tant'è vero che tutte - lo ribadisco, tutte - le organizzazioni che abbiamo ascoltato, anche quelle più radicali, hanno sostenuto nelle nostre audizioni che, né il niqab né il burqa, sono degli indumenti di evidenza religiosa.
Ciò per sgomberare l'argomento dal sospetto che ci fosse stata, in questa Commissione, la volontà di una sorta di «jihadPag. 30al contrario», culturale. In realtà, ci siamo trovati ad affrontare una vera e propria jihad culturale a danno delle donne, innanzitutto islamiche, e delle tante bambine, ragazze, di seconda generazione, nate nel nostro Paese, che si trovano a subire delle vessazioni fin dalla più tenera età che probabilmente le loro stesse madri oggi non devono subire nei Paesi di appartenenza, né in Marocco, né in Egitto, né in Siria, né in Tunisia, né in Libia, né in Iraq.
Arrivo a dire che nello stesso Iran, così integralista dopo la rivoluzione khomeinista, negli ultimi anni chi gira per la capitale troverà sicuramente meno donne velate rispetto alle città di Mombasa, di Delhi o di altre che sono state oggetto di immigrazione.
Un altro aspetto estremamente interessante, valutato dalle nostre audizioni, è il richiamo che ci è pervenuto dall'analisi compiuta da molti esponenti dell'associazionismo musulmano e anche da donne che, negli ultimi anni, hanno combattuto e hanno rivendicato la libertà delle donne musulmane in Europa e nei Paesi di provenienza. Questi soggetti ci hanno lanciato un grido di allarme. Attenzione, ci hanno detto, perché sempre più spesso negli ultimi decenni, all'ombra delle vostre Costituzioni e all'ombra dei meccanismi democratici occidentali, i radicalismi hanno trovato gli strumenti per poter proliferare più facilmente rispetto ai Paesi di origine.
Questa è un'argomentazione molto forte per chi come noi, tra l'altro, vive delle radici del nostro diritto e delle nostre tradizioni, delle battaglie, spesso anche cruente, su cui si sono formate le Costituzioni occidentali, che sono oggi - possiamo dirlo - ancora il tempio della democrazia e della libertà. Ebbene, i nostri templi sono stati costruiti in tempi in cui i nemici della libertà e della democrazia erano diversi e le armi con cui questi combattevano erano le stesse di chi voleva, invece, battersi per esse. Oggi ci confrontiamo con delle realtà diverse che, in nome del multiculturalismo o di una falsa integrazione, pensano di poter utilizzare quelle stesse nostre leggi, fatte a tutela dei diritti civili e umani, per piegarle ad altri scopi.
Questa è la riflessione di un dibattito che va oltre questa norma - e che interroga tutto l'Occidente - sui modi e sulle forme con cui avviare un vero processo di integrazione, nel rispetto dei diritti umani. Non vi sono diritti di serie A o di serie B, ma vi sono solo i diritti umani. Le bambine non italiane, che nascono in questo Paese, devono avere le stesse possibilità e le stesse opportunità di svilupparsi liberamente, come le bambine italiane. Questo è il senso della cittadinanza, ma è anche il senso di una convivenza nel nome dei diritti più alti e più nobili.
Questa è stata la complessità di tale norma, che sicuramente è ancora perfettibile. Non credo che il relatore sia chiuso a possibilità di perfezionamento per renderla inattaccabile. Però, il senso fortissimo è questo: salvaguardare i diritti di chi oggi nasce, viene, vive e vuole essere educata sui nostri territori.
È stato citato il Belgio. Il Belgio è giunto ad una norma soltanto in quest'estate, dopo che praticamente in nome, appunto, di una lettura della propria Costituzione e delle proprie leggi democratiche, è stato invaso, di fatto, da burqa, da scuole quasi separate e da bambine - questo accadeva anche in Francia - che vanno a scuola completamente velate, fin dalla più tenera età. Quindi, vi è un'imposizione culturale fortissima che, lo ribadisco, non avviene nei propri Paesi di origine e che non ha nulla a che vedere con il senso, il sentimento o la prassi religiosa dei propri Paesi.
Mi rendo conto che si tratta di un argomento delicatissimo che ha suscitato, in tutti noi, grande passione e anche grandi interrogativi. Quando ci si trova a doversi confrontare con un bilanciamento dei diritti costituzionalmente garantiti e con la consapevolezza che mettendo mano a determinate norme probabilmente si cambia, in profondità, l'assetto di una società, è evidente che questo lavoro è stato compiuto con delicatezza e anche con estrema cautela. Pag. 31
Ricordo un altro studioso, che è stato citato prima anche dall'onorevole Zaccaria. Si tratta del professor Marco Ventura, che durante la sua audizione, da giurista fine qual è, ha sollevato alcuni punti.
Il problema su cui ci siamo dovuti confrontare è poi relativo a come la norma venga applicata e come essa non dia adito a diverse interpretazioni.
Un'altra professoressa ha sollevato poi il problema di quello che accade nelle aule di tribunale, di fronte a determinate questioni. Credo che la legge non debba lasciare adito a possibilità di false interpretazioni, tanto è vero che uno dei rilievi che ha sollevato l'onorevole Zaccaria sul fatto di lieve entità, solleva dubbi anche in me; invece non mi solleva alcun dubbio il fatto che possano essere citati il burqa ed il niqab perché qui c'è una volontà reale del Parlamento di intervenire - anche e non solo - su questi aspetti proprio a tutela di quello che oggi forse è rimasto il nostro ultimo baluardo e cioè i diritti umani e civili nel nostro Paese (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Perina. Ne ha facoltà.

FLAVIA PERINA. Signor Presidente, cari colleghi, condivido la sintesi finissima del collega Zaccaria. L'obiettivo di questa legge è condivisibile, ma il testo presenta molti profili dubbi.
Vorrei allargare il discorso a uno sguardo più generale. Se il nostro problema era quello di fare un divieto generalizzato di travisamento del volto bastava scrivere così: «è vietato coprirsi il volto in pubblico», non c'era la necessità di fare riferimento a nessuno specifico abbigliamento, così come nel testo originario, quello della «legge Reale», non si parla di caschi, cappelli, bavagli, passamontagna e così via, ma si dice semplicemente che è vietato coprirsi il volto.
Altro ovviamente sarebbe stato l'approccio se si fosse voluti entrare nel merito dei diritti delle donne in Italia, ma allora se questo era il merito nel quale si voleva entrare, mi sembra quanto meno opinabile il collegamento di un ragionamento sui diritti delle donne alla «legge Reale», che si occupa di ordine pubblico perché i diritti delle donne non sono un problema di ordine pubblico, ma di libertà civile e quindi, sicuramente, se questa era l'intenzione, avrebbe dovuto essere contestualizzata, a mio giudizio, in altro contesto e raccontata in altro modo.
L'altro profilo che mi lascia perplessa - proprio per il collegamento che invece si è fatto tra questo tema ed una legge che si occupa di ordine pubblico - è quello concernente la sanzione alle donne: se stiamo parlando di diritti e di libertà civili e, in qualche modo, abbiamo definito, anche negli interventi precedenti dei colleghi, le donne come vittime di questa situazione e di una imposizione, è davvero bizzarro immaginare di sanzionare una vittima per una responsabilità che evidentemente non è sua, come se fosse lei la responsabile di un reato.
Questa è una contraddizione in termini. Non so poi a quale finale della storia porterebbe: le eventuali donne che fossero sanzionate in questo contesto cosa faranno? Saranno donne più libere o saranno donne che verranno chiuse dentro casa? Questi sono punti interrogativi molto presenti anche nella discussione in Commissione e credo che sarebbero stati affrontati molto meglio se non si fosse trattata questa come una questione di ordine pubblico, ma come una questione di libertà civili all'interno del perimetro della cittadinanza e di quelli che solo i diritti delle donne.
È sicuramente positivo - ho letto gli atti dei lavori della Commissione - avere eliminato ogni riferimento diretto alla religione musulmana, ma il riferimento a specifici capi di abbigliamento che comunque nell'immaginario collettivo, al di là di quello che dicono tutti quanti o gran parte degli esperti, vengono collegati comunque alla cultura musulmana, è sicuramente un di più non necessario. Non è necessario fare riferimento ad indumenti specifici quando si afferma un divieto di coprirsi il voto. In questa direzione, il mantenimento Pag. 32e la conservazione di questi due riferimenti lascia credere che questa norma - più che alla libertà e all'interesse delle donne ed alle norme uguali per tutti della nostra società - strizzi l'occhio al vecchio tema dello scontro di civiltà, più che alle libertà femminili, individuando la religione musulmana come una sorta di potenziale nemica delle donne.
Quindi, in definitiva, abbiamo sentito qui parlare di integrazione, di libertà e di cittadinanza ma dobbiamo domandarci: questo aspetto impositivo, di disposizione tassativa, siamo sicuri che sia quello più efficace?
Credo che se, ad esempio, avessimo affrontato il tema della libertà femminile, della libertà delle immigrate e della libertà delle ragazze nate in Italia da famiglie immigrate nell'ambito di un dibattito serio sulla nuova cittadinanza, avremmo saputo dare risposte più efficaci.
Noi sappiamo ad esempio - vi ha fatto riferimento prima la collega Lorenzin e mi spiace che non sia qui -, per quanto riguarda i diritti delle bambine e delle ragazze, che abbiamo 300 mila ragazze nate in Italia, che hanno fatto le scuole da noi, molte delle quali - immagino - verranno da Paesi di religione musulmana. Noi le consideriamo delle straniere. Spariscono - questo lo so per esperienza diretta, perché ho figli che vanno a scuola - dalle nostre scuole, magari spedite da qualche parte a sposare qualche anziano cugino. Tuteliamo i loro diritti limitandoci esclusivamente ad affermare il divieto di burqa o tuteliamo i loro diritti nel momento in cui abbiamo il coraggio, come la politica dovrebbe fare in questo momento, di affrontare il tema di un pieno godimento dei diritti civili delle ragazze e delle bambine che in Italia sono nate e che in Italia hanno frequentato le scuole?
Non mi spiego perché la maggioranza sia così affezionata a questo tema del burqa e sia così poco affezionata invece al tema della nuova cittadinanza. O meglio me lo spiego benissimo, perché anche qui purtroppo si subisce, secondo me, l'influenza della cultura leghista, che individua il tema dell'integrazione esclusivamente come un tema di ordine pubblico e di conseguenza si comporta. Noi abbiamo ragazze e bambine che sono fantasmi della nostra società, non tanto perché debbano nascondersi la testa o la faccia, ma perché sono socialmente inesistenti e civilmente prive di qualunque tipo di diritto. Quindi, ritengo che alla fine ci sia un'ipocrisia di fondo in questo dibattito. Se stiamo parlando di disposizioni sull'ordine pubblico, è sufficiente una norma semplice che vieti di coprirsi il volto in alcun modo in luoghi pubblici e che si limiti ad affermare con maggiore applicabilità quello che era contenuto nel vecchio testo della «legge Reale».
Se parliamo di diritti delle ragazze, delle donne e delle bambine, dobbiamo parlarne in un altro contesto. Dobbiamo allargare lo sguardo, dobbiamo essere capaci di capire che tutto questo, tra l'altro, riguarda una serie di casi molto piccola, mentre ci sono problemi enormi che riguardano oggi in Italia decine di migliaia di ragazze, di donne e di bambine. Comunque, questo dibattito credo che sia positivo. Ho sentito dalle colleghe e dai colleghi parole sagge sui diritti e sulle libertà delle donne che potranno fare testo anche quando si parlerà della libertà e della dignità delle ragazze e delle donne italiane, che qualche problema ad essere cittadine come gli altri in questo momento ce l'hanno, anche se non sono obbligate a mettersi in testa né il burqa né il niqab né il chador. Quindi, alla fine ben venga questo tipo di discussione. Abbiamo il coraggio di approfondirla e soprattutto di produrre una norma che sia applicabile, che non abbia un retroterra ideologico, che non abbia come retropensiero in qualche modo di rialimentare uno scontro di civiltà, che davvero sarebbe ridicolo in un momento in cui il nostro Paese è alle prese con altri problemi (Applausi dei deputati del gruppo Futuro e Libertà per il Terzo Polo).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Villecco Calipari. Ne ha facoltà.

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ROSA MARIA VILLECCO CALIPARI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, onestamente la prima cosa che sento la necessità di manifestarvi è il mio sconcerto di fronte a questo ennesimo provvedimento che ci troviamo a discutere in quest'Aula del Parlamento, che non ha nulla a che fare con i reali e drammatici problemi che il nostro Paese vive da troppo tempo, quelli che incidono negativamente sulla vita quotidiana degli italiani. Mi riferisco alla crisi economica e alle sue conseguenze, ma anche alla mancata presentazione da parte di questa maggioranza e di questo Governo di misure per la crescita, al problema dell'aumento della disoccupazione in generale e, in particolare, di quella giovanile. Sono questi i problemi che mi aspetterei che questo Parlamento discutesse, ai quali soprattutto una classe dirigente responsabile dovrebbe dare delle risposte. Invece, si presentano e si continuano a presentare provvedimenti di legge che ritengo inutili per la vita dei cittadini, che non ne sentono assolutamente l'esigenza, ma ritenuti utili - sembra - da questa maggioranza, sul piano - immagino - della comunicazione mediatica e propagandistica.
Dicevo che il Paese, secondo me, non avverte nessun esigenza di questa norma, ed essa non è che la rappresentazione più emblematica dell'enorme distanza che si continua a vivere e che divide ormai voi dal resto del mondo. La non necessità di questa norma non me la sto inventando io, non ce la stiamo inventando noi nel tentativo di rallentare una legge «bandierina», peraltro ingiusta così come viene formulata, ma traspare chiaramente dalle parole del sottosegretario Mantovano in risposta ad un'interrogazione dell'onorevole Vassallo del maggio scorso. Ve la cito testualmente, perché si va ad incidere sul problema della sicurezza e quella che state proponendo è una norma di carattere securitario.
Il sottosegretario Mantovano dice: «Anche i dati più recenti relativi alle persone denunciate all'autorità giudiziaria per la violazione dell'articolo 5 della legge 22 maggio 1975, n. 152, confermano che la normativa viene osservata e applicata, nel rispetto della dignità umana. In particolare risulta che le persone denunciate o arrestate nel primo trimestre del 2011 per la violazione del predetto articolo sono state 137, di cui 111 italiani e 26 stranieri. Il dato si riferisce a tutte le forme di violazione del citato articolo 5 e non solo quelle realizzate mediante il burqa o il niqab». «È noto comunque», continua Mantovano, «che l'utilizzo del burqa e del niqab non presenta particolare diffusione sul territorio italiano». Aggiunge, infine, che «alcune prefetture hanno rilevato che le donne appartenenti a comunità islamiche portano copricapi o velature parziali della testa o del volto (hijab, chador e kefiah), ma non fanno uso di coperture integrali quali il burqa o il niqab». Non lo dico io, lo dice l'onorevole Mantovano, sottosegretario di Stato per l'interno.
Queste parole ci dicono chiaramente che non c'è nessuna esigenza immediata, se non del tutto politica, di questa legge, ma ci dicono anche che affrontare la delicata questione di burqa e niqab sotto la lente della sicurezza e dell'ordine pubblico trova ben pochi riscontri in termini di reati accertati. Questa considerazione permette quindi di affermare che, sin dalla presentazione della prima proposta sottoscritta dagli onorevoli Sbai e Contento e per tutta la durata dell'iter del provvedimento, si è rilevata un'assoluta mancanza di metodo. Lo ha detto anche prima l'onorevole Zaccaria, facendo riferimento a come si sono comportati in Francia: la costituzione della Commissione parlamentare Gérin, volta ad accertare se il burqa fosse compatibile con i principi della Repubblica, un dibattito che ha coinvolto anche il Paese e la società francese, dove però le esperienze sono diverse e c'è una percentuale che incide all'interno del Paese e non, come abbiamo ascoltato dalle stesse parole dell'onorevole Mantovano, una società come la nostra dove questo non ha alcuna incidenza.
Questa norma poi ha il grande pregio di costituire - voglio dirlo alla relatrice onorevole Sbai - una specie di cattedrale nel deserto, poiché non è accompagnata da Pag. 34nulla: non ci sono proposte parallele o collegate tese a rafforzare politiche di integrazione o di dialogo interculturale. Mi domando - per non parlare ovviamente di quelle che sarebbero poi le risorse da stanziare in questo caso - da quanto tempo il nostro Paese attenda un legge seria sulla mediazione culturale. Viene da sé la conseguenza che questa proposta di legge nasce non solo con forti dubbi sul piano del metodo utilizzato e soprattutto dell'ideologia retrostante, che ne mettono a rischio e ne compromettono l'intero impianto ma, come giustamente ha osservato con grande saggezza l'onorevole Zaccaria, anche dal punto di vista prettamente giuridico.
Non dovrei ricordare la discussione in sede di Commissione affari costituzionale che, come è stato già prima rilevato, ha portato a sottolineare più volte l'opportunità di non intervenire con una norma che esplicitamente richiami l'uso del burqa e del niqab. Bastava fermarsi ben prima, ma rimane invece questo volere a tutti i costi inserire il concetto di burqa o il niqab che porta ad una doppia discriminazione: una discriminazione innanzitutto sulla base del sesso ma anche della religione, un modo autoritario di affrontare le cose, una discriminazione dagli esiti sociali che non credo abbiate considerato e quindi previsto, poiché questa legge è viziata da un incommensurabile pregiudizio, secondo me, nei confronti della religione islamica, pregiudizio che emerge in maniera palese quando si cancellano alcune garanzie come ad esempio il concetto di giustificato motivo.
Ma veniamo al «pezzo forte» di questo testo unificato, gli articoli 2 e 3, i quali non possono essere scissi l'uno dall'altro poiché il primo introduce nel codice penale il reato di costrizione all'occultamento del volto e il secondo dà la possibilità di precludere l'ottenimento della cittadinanza a chi fosse stato condannato in via definitiva per questo nuovo reato. Questa la vorrei definire la ciliegina sulla torta, dal momento che istituisce un nuovo reato quando già nell'ordinamento esistono reati principali (questo sarebbe un reato secondario) che puniscono già questi comportamenti, come la violenza privata (articolo 610 del codice penale), gli atti persecutori (articolo 612-bis del codice penale) o i maltrattamenti in famiglia verso minori (articolo 572 del codice penale). Non c'era nessuna esigenza di intervenire sulla materia, se non per colpire i cittadini immigrati che desiderano far richiesta di cittadinanza.
La verità è che stiamo assistendo al maldestro tentativo di costringere tramite la legge un modellamento dei comportamenti su di un tema come quello del burqa strettamente connesso a fattori culturali o a fattori religiosi, per il quale io credo sia molto complicato, salvo rare eccezioni, riuscire a comprendere fino a che punto arrivano le volontà rispetto ai condizionamenti.
In conclusione, questa legge, che io ribadisco non essere un'esigenza del Paese, è viziata dal pregiudizio di gran parte della maggioranza (e credo anche in particolare della Lega Nord) verso la religione islamica. È una legge frettolosa, mal scritta, e soprattutto ingiusta, con la quale secondo me si contribuirà ad aumentare le già numerose fratture del Paese, oltre che le diseguaglianze (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Tassone. Ne ha facoltà.

MARIO TASSONE. Signor Presidente, stiamo parlando di questo provvedimento ormai da parecchio tempo. La I Commissione (Affari costituzionali) si è interessata a questo tema ormai in termini anche datati. Vi è stato un confronto, si sono tenute una serie di audizioni. Ritengo che questa discussione, che stiamo facendo, sulle linee generali sia importante anche per avere un saggio, una visione complessiva generale delle varie posizioni su un tema, su un argomento che ritengo sia importante. Era importante quando abbiamo avviato la discussione in I Commissione, ma questa importanza è andata via via dilatandosi e aumentando.
Sarebbe a mio avviso minimale se noi pensassimo che questo provvedimento nasca Pag. 35da una visione legata semplicemente all'ordine pubblico; avremmo finito lì, avremmo terminato anche in breve tempo la discussione in Commissione, se fosse stato semplicemente una rivisitazione di una legge esistente che vieta le maschere, la copertura dei volti nelle manifestazioni o quant'altro, anche nel libero agire da parte dei cittadini (questo è vietato per motivi di ordine pubblico). È un provvedimento - l'ho sentito da qualcuno - legato anche ad una rivisitazione della «legge Reale» (si è fatto riferimento alle manifestazioni violente dei giorni scorsi a Roma, con il richiamo ai black bloc).
Può darsi che sia anche questo un dato che possiamo mettere lì. Credo, però, sia un dato più importante quello che, oggi, abbiamo ben presente. Signor Presidente, molti anni fa questo Parlamento, nelle varie Commissioni, affrontò il tema dell'Islam. Lo affrontò in termini seri, come un dato emergente rispetto a quella che era un po' una visione parziale del nostro Paese ed una sottovalutazione di un fenomeno che era sempre più in espansione e andava affermandosi con i suoi bisogni, le sue esigenze. A livello internazionale, vi erano pressioni, anche per quanto riguarda i problemi di immigrazione che investivano direttamente la sicurezza del nostro continente.
Ci fu un chiaro riferimento alla Turchia di Atatürk e, quindi, all'uscita dal feudalesimo di quel Paese grazie al medesimo Atatürk. E dobbiamo ricordare che ci fu, in quel periodo storico, la liberazione delle donne che erano considerate quasi un niente; c'era anche lì il volto nascosto, la copertura intera delle donne stesse. Il riferimento ad Atatürk si fa sempre, lo facciamo sempre, come un modo nuovo e come una rivoluzione che intervenne in questo Paese quasi emblematica di quello che dovrebbe essere e doveva essere anche per i Paesi arabi e per i Paesi del Medio Oriente.
Oggi noi ci troviamo di fronte a fatti nuovi: le vicende dell'altro giorno con la morte di Gheddafi, la «primavera» che ha accompagnato l'Egitto e la Tunisia, i movimenti dell'Algeria. È come se ci trovassimo di fronte a vicende nuove, sconvolgenti, di emancipazione e di democratizzazione che noi auspichiamo e dove vi è sempre il dato religioso, vi è sempre una legge coranica, vi è sempre una teocrazia che domina anche le storie e le vicende di questi popoli. È difficile certamente mutuare o, meglio ancora, comprendere quello che accade in questi Paesi a cui facevo un richiamo: la vicenda dei sunniti e degli sciiti, dei fratelli musulmani in Egitto. Sono storie e culture distanti da noi e noi pensiamo che, quando parliamo del burqa e del niqab, siano semplicemente espressioni astratte o concrete, secondo da quale punto di vista le vediamo, e non sono dati o aspetti di un modo di essere e di stare sul quale il nostro Paese certamente deve porsi il problema.
È un problema di ordine pubblico, ma c'è qualcosa di più: c'è un dato importante e fondamentale che è quello di far crescere o di evidenziare sempre di più la parte moderata e pacifica dell'Islam, quella che accetta la democrazia e la pacificazione, quello che è l'insegnamento vero di Maometto e non la radicalizzazione che ha creato fratture e storture all'interno di questi Paesi con un grande ripercussione nel Mezzogiorno. Non si tratta di una vicenda particolare che riguarda semplicemente gli uomini o le donne, in questo particolare momento, del Medio Oriente, ma che riguarda anche noi, Paese di immigrazione, che dovrebbe avere certamente un riferimento e un ruolo molto più importante nell'area del Mediterraneo.
Abbiamo presentato questa proposta, ma abbiamo sentito le varie associazioni. Che cosa ci hanno detto le varie associazioni? No al niqab e no al burqa perché sono espressione di violenza, di soggezione e di mortificazione della donna, e noi abbiamo ben presente quella che è la dignità della persona che bisogna recuperare e garantire.
Vi è, poi, il ragionamento svolto dall'onorevole Binetti e dall'onorevole Zaccaria. Certamente, su questo ragionamento possiamo anche ritornare e confrontarci sempre di più, come sul problema del Pag. 36multiculturalismo e delle vicende un po' più articolate e complesse che possono venir fuori.
Ma dobbiamo essere d'accordo su una considerazione importante e fondamentale: le coperture e soprattutto le fessure della donna per quanto riguarda il niqab (hanno soltanto la fessura degli occhi) o queste grate, che chiamo così, per quanto riguarda il burqa, certamente richiamano aspetti decadenti anche dell'Islam, l'affermazione di un radicalismo. Dunque è certamente un problema di accoglienza e di una politica di immigrazione, una politica di una cultura nuova che deve nascere fuori anche attraverso la nostra storia, e non faccio alcun riferimento alla Francia perché la Francia proibisce i simboli religiosi.
Non sarebbe così se fosse semplicemente un fatto di rispetto religioso, ma questa è religione? Questo non credo che sia un fatto di religione. Questa è violenza nei confronti della donna e non può esser un dato di religione. Rispetto i segni della regione e la Francia toglie tutto perché toglie anche la bandana, toglie il hijab, lo chador nelle scuole oltre ovviamente il burqa è il niqab. Ma ritengo che, in questo particolare momento, abbiamo una responsabilità in più di guidare i processi. Riusciamo a guidare i processi? L'invito che posso rivolgere ai colleghi è che, sul provvedimento in esame, dovremmo trovarci d'accordo ma non sul provvedimento in se stesso quanto su quelli che sono gli sbocchi e le politiche. E il Governo è in ritardo sulle politiche rispetto a quelle che sono le strategie. Se il Parlamento ha discusso dal 2009 in Commissione affari costituzionali per due anni di seguito, abbiamo trovato un Governo attento sul piano formale ma in ritardo sul piano sostanziale perché è in ritardo nella politica estera e nei rapporti con gli altri. Infatti i rapporti con questi Paesi non possono essere semplicemente relativi al piano economico e i trattati non possono fermarsi al piano economico ma devono avere un'articolazione, una proiezione di valenza, un'integrazione diversa, un rapporto quindi culturalmente più aggiornato, più forte e più incisivo per dare una prospettiva e per dare uno sbocco anche a questi Paesi.
Bisogna affermare questa nostra tradizione e questa nostra cultura del «no» al radicalismo, del «no» alle parti più estreme di una certa religione portata alle estreme conseguenze nel rispetto non di quella che è la legge coranica ma di un'interpretazione di parte della legge coranica per affermare supremazie, imposizioni e coercizione all'interno di alcuni popoli. Perciò questa è una battaglia certamente di liberazione di popoli e delle donne restituendo dignità alla persona umana e il Vecchio Continente, l'Europa, deve dare anche una lezione, un riferimento più appropriato per costruire assieme all'Islam una società migliore, un mondo migliore rispetto a quelle che sono le deflagrazioni sempre più forti e sempre più irrecuperabili sul piano di una convivenza pacifica.
Credo che sia questo lo spirito con cui ci siamo accinti a discutere in questa sede avendo lavorato sul provvedimento in esame, come dicevo poc'anzi, molti mesi. Se ognuno di noi - invito i colleghi a farlo - si andasse a leggere quello che hanno detto e quello che ci hanno chiesto le associazioni che non rappresentano soltanto se stesse ma rappresentano questo mondo, vedrebbe che esse hanno bisogno di questo provvedimento per quello che vogliamo costruire con l'Islam, perché non c'è uno scontro culturale, uno scontro totale, uno scontro di società. Chi ha parlato di scontro di cultura, di scontro di società, sbaglia. Possiamo andare avanti nel rispetto delle religioni, nel rispetto delle tradizioni ma di religione e di tradizione che vanno nel segno del rispetto e, quindi, della dignità della persona umana, del recupero della persona umana e soprattutto di una devozione culturale più adeguata ai tempi di oggi, soprattutto ad un avvenire pacifico sul piano politico, sul piano economico e sul piano della civiltà.
Questa è la grande sfida che il nostro Paese deve portare avanti senza tentennamenti ma con grande coraggio, con grande forza e con grande determinazione e che Pag. 37gli deriva dal suo passato e dalla sua storia. Non possiamo solo invocarla in astratto; queste sono le grandi occasioni per farla vivere soprattutto attraverso le scelte e gli impegni che chiediamo e che dobbiamo certamente onorare (Applausi dei deputati dei gruppi Unione di Centro per il Terzo Polo e Popolo della Libertà).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Pastore. Ne ha facoltà.

MARIA PIERA PASTORE. Signor Presidente, stiamo discutendo di questo provvedimento da due anni, dal 2 ottobre 2009. In Commissione si è fatto un grande lavoro, con l'obiettivo di garantire la dignità della persona ed il rispetto delle nostre leggi, andando a modificare l'articolo 5 della legge n. 152 del 1975. Come è stato detto, vi sono state numerose audizioni, abbiamo ascoltato le associazioni, abbiamo ascoltato anche il rappresentante dell'UCOII e tutti coloro che sono stati auditi hanno confermato che l'uso del burqa e del niqab non corrisponde ad un precetto di tipo religioso. Sull'argomento si è poi anche espresso negli stessi termini, nel luglio del 2010, il Comitato per l'Islam italiano.
Per noi l'uso del burqa e del niqab da parte delle donne che si trovano nel nostro Paese rappresenta una forma di violenza, rappresenta un'offesa alle donne, rappresenta una forma di contrasto a quel che dice la nostra Costituzione all'articolo 51, dove si prevede la parità tra uomo e donna e la pari dignità fra uomo e donna. Stiamo discutendo di una proposta che mira all'integrazione e che non è assolutamente discriminatoria, posto che integrazione significa anche rispetto delle nostre regole, rispetto dei nostri costumi e rispetto dei nostri usi.
Altri Paesi, come è stato detto, hanno adottato provvedimenti analoghi (la Francia, il Belgio, la Danimarca, la Germania), ma anche in Italia è stato ricordato come nel 2007 la Carta dei valori della cittadinanza e dell'integrazione ha previsto che non siano accettabili forme di vestiario che coprano il volto, perché impediscono il riconoscimento della persona ed ostacolano l'instaurazione del rapporto con gli altri.
Vi è anche una circolare del Ministero dell'interno del 2000, che precisa che gli indumenti, anche di carattere religioso, devono mantenere il volto scoperto. Per la Lega Nord è vero, la materia non è nuova, tanto che già nel 2004 erano state presentate delle interrogazioni. Tra i provvedimenti che sono stati discussi in Commissione affari costituzionali ve ne sono due, l'uno avente come primo firmatario l'onorevole Cota, del 2009, e l'altro che ha come primo firmatario l'onorevole Reguzzoni, del settembre 2010. È vero anche che il carattere del provvedimento che stiamo discutendo è più ampio, dato che si inserisce nella legge n. 152 del 1975, che riguarda la tutela dell'ordine pubblico.
Aprirei un inciso, perché vorrei sottolineare come questo Governo, e soprattutto il Ministero dell'interno, molto ha fatto durante questa legislatura in tema di sicurezza e di ordine pubblico, ma anche questo provvedimento rappresenta un passo in più, una maggiore attenzione verso i cittadini ed anche verso il lavoro e l'impegno delle forze dell'ordine, che avrebbero vita più facile se tutti dovessero rendere riconoscibile il proprio volto.
Ho ascoltato con attenzione le osservazioni del collega Zaccaria, che ribadisce più volte che il provvedimento tocca i profili religiosi. A mio parere, posto che il burqa ed il niqab non costituiscono precetti religiosi, non si può quindi affermare che questo provvedimento tocca principi religiosi. Quando poi richiama le iniziative sugli edifici di culto o sull'uso che si fa delle moschee vorrei evidenziare come le nostre proposte fossero e sono mirate ad introdurre l'uso della lingua italiana, a verificare chi diventi imam - visto che non c'è una legge che regolamenta questa carica e questo incarico - ad evitare che i luoghi di culto si trasformino in luoghi in cui si fa del fondamentalismo e a prevedere il rispetto delle norme urbanistiche. Detto questo, contesto anche l'affermazione in base alla quale da noi il dibattito è stato insufficiente: discutere per due Pag. 38anni credo che sia stato sufficiente e credo che il Parlamento tutto abbia a disposizione quanto è emerso dalle audizioni.
Contesto anche l'affermazione che noi ci soffermiamo principalmente su due tipi di abbigliamento: se andiamo a leggere quanto dice la proposta di legge, vediamo che si dice che sono vietati indumenti o accessori di qualsiasi tipo, compresi quelli di origine etnica e culturale, quali il burqa e il niqab. Ciò a titolo esemplificativo, posto che sono gli unici due indumenti che nel nostro Paese consentono ad una persona di coprire interamente il volto.
Si tratta, a parere del Partito Democratico, di un provvedimento antislamico e anticostituzionale. A mio parere, non si tratta di un provvedimento antislamico, poiché non stiamo parlando di Islam né di libertà religiosa. È stato fatto un elenco di Paesi islamici in cui viene utilizzato sempre di più il burqa e il niqab non come espressione della religione islamica, ma come espressione di tradizioni culturali che non sono contenute nei precetti coranici. Visto che non si tocca l'aspetto religioso, perché la nostra Costituzione, comunque, consente a tutti di manifestare liberamente la propria religione, non vedo come questo provvedimento potrebbe essere anticostituzionale.
Dopo di che, viene detto che queste disposizioni sono già contenute in altre norme, come ad esempio la violenza privata. Se così fosse, perché fra gli undici progetti di legge che sono stati discussi per due anni in Commissione affari costituzionali, ce n'è anche uno presentato del Partito Democratico, firmato anche dall'onorevole Zaccaria, in cui si ribadisce che è necessaria la condizione che la persona mantenga il volto scoperto chiaramente e riconoscibile, e che il titolo del progetto di legge presentato sia proprio: «Modifica della legge in materia di tutela dell'ordine pubblico e di uso di indumenti indossati per ragioni di natura religiosa, etnica o culturale»? Forse era errato il titolo del vostro progetto di legge, ma non era errato il contenuto. Se così fosse, mi chiedo perché quest'Aula abbia dovuto meglio precisare il reato di stalking: anche per quello, infatti, si poteva configurare semplicemente il caso di violenza privata.
Inoltre, credo che sia compito, comunque, del legislatore approvare le leggi e della magistratura applicarle: ma se fosse così chiaro, allora non si capiscono alcune sentenze che hanno, in qualche modo, consentito che le persone circolassero con il volto coperto. E questo - lo ribadisco - anche contravvenendo ad un minimo senso comune, che vuole che vengano applicate con maggiore rigore tutte quelle norme che sono a tutela dell'ordine pubblico e della sicurezza pubblica.
Allo stesso modo, è stato detto che questa proposta di legge è inutile per i cittadini. Io credo, invece, che sia utile per i futuri cittadini e che sia assolutamente utile affinché le donne che vivono in questo Paese possano sentirsi cittadine.
È vero che sul provvedimento si può ancora intervenire. Io stessa ho presentato un emendamento che elimina il riferimento alla lieve entità. A mio parere, sarebbe più corretto mantenere una distinzione tra il primo comma dell'articolo 5 della legge n. 152 del 1975, che si riferisce alle manifestazioni pubbliche o in luogo pubblico, e, invece, il nuovo comma dell'articolo stesso, in cui si fa riferimento ad un reato commesso non in occasione di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico. Detto questo, condividiamo pienamente l'inserimento dell'articolo 612-ter nel codice penale, che istituisce la fattispecie di costrizione all'occultamento del volto. Su questo credo che si sia soffermata con grande precisione l'onorevole Binetti.
Allo stesso modo, credo che sia essenziale prevedere la preclusione dell'acquisto della cittadinanza a tutti coloro che costringono le donne che vivono nel nostro Paese a indossare abiti che impediscono non solo di vedere il volto, ma anche di avere relazioni sociali in forma paritaria, e che impediscono ad una persona di sentirsi appartenente ad una comunità.
Credo quindi che questo sia stato un grande lavoro svolto in Commissione; un lavoro che può essere ancora migliorato ma che in ogni caso darà vita ad un Pag. 39risultato importante, un risultato di civiltà per tutte le donne che vivono nel nostro Paese. Magari potrebbe essere un esempio anche per coloro che vivono in altri Paesi (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

(Repliche del relatore e del Governo - A.C. 627-A ed abbinate)

PRESIDENTE. Prendo atto che la relatrice, onorevole Sbai, ed il rappresentante del Governo rinunziano alla replica.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

Discussione delle mozioni Iannaccone ed altri n. 1-00701 e Di Pietro ed altri n. 1-00732 concernenti iniziative in relazione alla annunciata chiusura dello stabilimento Irisbus di Flumeri (Avellino) (ore 16,45).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni Iannaccone ed altri n. 1-00701 e Di Pietro ed altri n. 1-00732 concernenti iniziative in relazione alla annunciata chiusura dello stabilimento Irisbus di Flumeri (Avellino) (Vedi l'allegato A - Mozioni).
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi riservati alla discussione delle mozioni è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (vedi calendario).
Avverto che sono state altresì presentate le mozioni Nunzio Francesco Testa ed altri n. 1-00735, Di Biagio ed altri n. 1-00736, Lulli ed altri n. 1-00738 e Lombardo ed altri n. 1-00739 che, vertendo su materia analoga a quella trattata dalle mozioni all'ordine del giorno, verranno svolte congiuntamente. I relativi testi sono in distribuzione.
Avverto inoltre che la mozione Iannaccone ed altri n. 1-00701 è stata sottoscritta anche dagli onorevoli Landolfi, Paolo Russo e Desiderati.
Avverto infine che, con il consenso degli altri firmatari, l'onorevole Landolfi e l'onorevole Desiderati diventano rispettivamente secondo e terzo firmatario della mozione Iannaccone n. 1-00701.

(Discussione sulle linee generali)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni presentate.
È iscritto a parlare l'onorevole Barbato, che illustrerà la mozione Di Pietro ed altri n. 1-00732, di cui è cofirmatario. Ne ha facoltà.

FRANCESCO BARBATO. Deputato Presidente, deputati colleghi, conto: ci sono oggi in Aula uno, due, tre, quattro, cinque colleghi che partecipano ad una discussione che tratta la questione del lavoro, che tratta della Irisbus, e che, per meglio dire, parla delle cose vere che riguardano il Paese. Tuttavia, la presenza di soli cinque deputati dimostra il livello di interesse che ha la politica; la settimana scorsa, quando parlavo dei lavoratori Alenia che correvano lo stesso rischio di quelli della Irisbus, ce ne erano quattro, quindi c'è un piccolo miglioramento, c'è un parlamentare in più oggi che è interessato, che vuole conoscere, che vuole parlare e che dovrebbe tra l'altro aiutare a risolvere questo, che è il vero problema del nostro Paese.
Per la verità, non più tardi di sabato scorso, quando la FIOM ha organizzato una manifestazione qui a Roma, a Piazza del Popolo, ero l'unico parlamentare, insieme al senatore Pedica dell'Italia dei Valori, che partecipava a quella iniziativa e, per la verità, sono rimasto davvero emozionato quando al mio arrivo in piazza i lavoratori dell'Irisbus mi hanno accolto con applausi e con cori perché vedono in noi l'ultimo presidio che resta davvero vicino ai lavoratori, a chi sta Pag. 40difendendo con i denti e con le unghie il proprio posto di lavoro e il proprio futuro. Forse anche perché noi siamo quelli che non mollano mai così come abbiamo imparato stando tra la gente, tra i lavoratori, tra i cortei, tra le manifestazioni, tra le proteste di questo mondo di indignati che in Italia diventa sempre più ampio, tra i lavoratori indignati, dell'Irisbus, della Alenia, della FIAT, di Eutelia e abbiamo imparato insieme a loro che noi non molliamo mai.
E non molliamo mai non solo stando al loro fianco nelle piazze e davanti ai cancelli delle fabbriche, ma anche stando nel palazzo, nelle istituzioni, lavorando in sede legislativa, mettendo in campo quelle iniziative che la politica dovrebbe puntualmente mettere in campo per dare delle risposte concrete ai problemi degli italiani.
Ricordo a quest'Aula, deserta, che sul tema Irisbus, lavoratori dell'Irisbus di Valle Ufita, nell'agosto scorso, quando ci fu la terza manovra economica, proposi come gruppo dell'Italia dei Valori un emendamento. Già allora, infatti, dopo che avevamo seguito per mesi questa vertenza presso il Ministero dello sviluppo economico, negli incontri con i sindacati e con la FIAT, presentai un emendamento con il quale cercavo di alimentare il piano nazionale trasporti perché è il punto di partenza. Infatti all'Irisbus di Avellino costruiscono gli autobus e in Italia non c'è un euro per il piano nazionale trasporti, quindi il trasporto pubblico locale attuato dai comuni e dalle regioni, se non ha un euro come fa a rinnovare i parchi automezzi che, tra l'altro, sono già oggi fuori norma? I nostri autobus sono euro 0, euro 1, euro 2, euro 3, insomma sono quasi tutti fuorilegge, quindi inquinano. Noi volevamo che ci fosse il rinnovo del parco automezzi per il trasporto pubblico locale, ma soprattutto per essere più europei, per adeguarci alle norme europee, per adeguarci alla vita media di un automezzo pubblico, che in Europa è di circa sette anni, mentre in Italia è di dodici anni. Tutto questo ha già messo in moto un meccanismo per effetto del quale noi andremo incontro ad una procedura di infrazione da parte dell'Unione europea perché abbiamo dei mezzi fuori norma, che sono inquinanti e che non sono a basso impatto ambientale come vuole la normativa.
Sia in quell'occasione, sia nella successiva mozione, la n. 1-00713, che abbiamo illustrato due settimane fa, sul trasporto pubblico locale - questa è la differenza dell'Italia dei Valori rispetto alla casta, alla partitocrazia: cerchiamo di stare non solo vicino agli italiani e alle italiane nelle piazze, ma soprattutto nelle istituzioni cerchiamo di trasformare le loro domande, le loro aspettative, le richieste che ascoltiamo, perché ascoltiamo i cittadini e parliamo con i cittadini -, abbiamo constatato il fare orecchie da mercante da parte del Governo, ahimè, e purtroppo vediamo a quali conseguenze si arriva. Si arriva al punto in cui poi crolla tutto. Sta crollando tutto. L'altro ieri è di nuovo crollato anche un altro pezzo importante della storia del nostro Paese, crollano di nuovo le mura di Pompei, patrimonio dell'umanità. In quell'occasione il sottosegretario di Stato ai beni e alle attività culturali, Riccardo Villari, ha detto che si trattava di una piccola scorticatura. Insomma è questa l'idea che loro hanno del Governo, perché probabilmente il sottosegretario aveva più interesse a fare il salto della quaglia dal PD al centrodestra per diventare appunto sottosegretario, quindi è più preoccupato di tutelare il suo posto nella casta piuttosto che tutelare un bene dell'umanità quale è Pompei e quindi ritiene «una scorticatura» quello che è successo. Infatti, quando si è in politica semplicemente perché bisogna fare i contrabbandieri di voto, come ha fatto, facendosi votare dal PD e quindi dal centrosinistra, per poi diventare uomo di Governo del centrodestra, queste sono le conseguenze, che si considera «una scorticatura» quello che è successo. Come è «una scorticatura» quello che sta succedendo ai lavoratori dell'Irisbus, quello che sta succedendo lì all'Irisbus.
Vorrei parlarvi di questo problema. Anzi, vorrei parlarvi, per la verità, dei black bloc, perché l'altro giorno mi sono visto in prima pagina sul giornale perché Pag. 41avevo portato in Parlamento alcuni cittadini che erano fuori Montecitorio, dei lavoratori, dei pensionati, un pensionato degli alpini e un'insegnante pensionata, che l'unica arma che avevano era una fascia tricolore indosso. Questa era l'unica arma che avevano.
Questi cittadini, che sicuramente sono indignati per come non funziona la politica oggi nel nostro Paese e per come non funziona il Governo, sono venuti qui e sono stati catalogati come black bloc. Vorrei parlarvi allora degli altri black bloc: vi parlo dei lavoratori dell'Irisbus.
Signor Presidente, vi sono sei lavoratori dell'Irisbus che si sono visti recapitare una lettera - il 20 ottobre 2011 è la data di partenza della lettera dalla Irisbus Iveco - di contestazione disciplinare e, quindi, di una minaccia che si trasforma in una sospensione in via meramente cautelare di questi sei lavoratori. Ciò perché si erano permessi di manifestare, di scioperare davanti ai cancelli della Irisbus di Flumeri, in provincia di Avellino, e perché hanno fatto blocco per evitare che si svuotasse quella fabbrica e per evitare che la FIAT e Marchionne scappassero da quella azienda e portassero via tutto, che li scippassero del loro lavoro, del loro futuro e della loro azienda, che non più tardi di un anno fa era stata rimessa a nuovo e dove vi erano stati tutti gli adeguamenti per la sicurezza ed una nuova impiantistica.
Dopo un anno si trovano ad essere scippati, e sono lì a protestare, come gli altri 685 lavoratori. Ma la FIAT, naturalmente, in questo momento pensa di poter fare la voce grossa. Ciò perché ha avuto un regalo da questo Governo: il famigerato articolo 8 del recente decreto-legge che è stato approvato da questo Governo, e ha spianato la strada perché si possa chiudere immediatamente l'Irisbus di Avellino. Inoltre, la settimana scorsa vi era all'ordine del giorno della Camera la modifica dell'articolo 41 della Costituzione, con il quale si vuole consentire tutto ciò che non è proibito e vietato. Ciò significa dare ancora di più mani libere a questi «prenditori» italiani, non imprenditori. Dare più le mani sciolte, poter operare senza regole: così vuole operare la FIAT di Marchionne.
Allora, per questa ragione, l'Italia dei Valori è solidale e vicina a tutti i lavoratori dell'Irisbus di Avellino, come ha sempre fatto, rimanendo con loro davanti ai cancelli e pranzando con loro. I loro figli portavano sostegno ai genitori. «I figli della FIAT», così si chiamano quei ragazzi che stavano lì per dare una mano, per sostenere anche psicologicamente i genitori che non riescono più a guardare negli occhi i loro figli.
Vorrei ricordare subito questi sei black bloc, che sono i sei lavoratori destinatari di questa infame lettera che si sono visti recapitare l'altro ieri dalla Irisbus Iveco: Nicola Palmarozza, Gennaro Ianniciello, Dario Meninno, Lello Colella, Antonio Steriti, Salvatore D'Amato. L'Italia dei Valori è al fianco di tutti questi lavoratori, è con loro. Anzi, vorrei dire al signor Marchionne di mettere anche me nella lista, perché ero anch'io lì a protestare; mi contestasse e mi citasse in sede legale, faccia quello che vuole, ma una cosa è certa: troverà muro da parte nostra. Con noi non la passerà liscia, Marchionne, con questi suoi metodi da SS, da tagliatore di teste.
Non così si fa sistema in Italia, non così si fa crescere un'azienda, ma mettendo a frutto le esperienze, le conoscenze e il know-how dei nostri lavoratori, degli operai e dei nostri impiegati che già oggi danno prova del massimo di efficienza e di produttività, superando anche vecchi luoghi comuni e vecchi pregiudizi.
A questi sei lavoratori va tutto il nostro sostegno, ma non solo, porteremo avanti una battaglia e non ci fermeremo mai. Noi, non molleremo mai e andremo avanti, perché vogliamo dire una cosa molto precisa: se FIAT, Marchionne e Montezemolo pensano di fare industria in questo modo, hanno sbagliato strada.
Noi non glielo consentiremo e ci metteremo di traverso, perché questo tipo di pseudo-industria, che smobilita solo i presidi industriali e crea nuova disoccupazione, non ci interessa. Immaginate la Pag. 42situazione in provincia di Avellino, dove vi sono punte di disoccupazione che raggiungono il 35 per cento e già ottantamila disoccupati (è una piccola provincia): ebbene, andiamo ancora di più a portare corda in casa dell'impiccato con queste attività.
Vorrei ricordare, invece, l'importanza strategica che ha nell'industria italiana l'Irisbus di Flumeri, perché è l'unica azienda dove si costruiscono gli autobus. Dopo, dove andremo a comprare gli autobus? In Francia o nella Repubblica Ceca, dove ci sono due analoghi stabilimenti industriali di Irisbus? Lì, però, la FIAT non tocca nulla, non licenzia nessuno, non chiude nessuno stabilimento, perché non immagina neanche lontanamente di potere avere atteggiamenti negli altri Paesi europei come li tiene qui Italia. Perché qui c'è o, meglio, non c'è un Governo. Questo è il punto vero e perciò la FIAT può alzare la voce in questo Paese.
Inoltre noi, che abbiamo detto che non la diamo buona a nessuno - l'Italia dei Valori non abbassa la testa di fronte ai potenti e ai prepotenti -, cominciamo già a dire un'altra cosa: la FIAT la smettesse di mettere in campo questo tipo di attività violente e prepotenti nei confronti dei lavoratori e di fare delle strane politiche finanziarie e di bilancio, o meglio di fare addirittura falsi in bilancio.
Infatti, non mi riesco ancora a spiegare come mai nel bilancio della CF Gomma Holding nella nota integrativa (allegato 1) si evidenzi nel corso del 2006 un finanziamento erogato dalla FIAT Auto Spa fruttifero per 36 milioni e 750 mila euro e poi, guarda caso, nello stesso periodo nel bilancio della FIAT Auto Spa vi sia iscritto il finanziamento verso i fornitori e, tra questi, nella nota integrativa, alla pagina 92, forse per errore, venga indicato il finanziamento in bilancio a favore della fornitrice CF Gomma Spa.
In realtà, come vi dicevo dall'altro bilancio letto, ossia quello della CF Gomma Holding Spa, che è la holding che detiene la CF Gomma, il finanziamento è stato erogato alla CF Gomma Holding, che è una società non operativa. Poiché nell'oggetto sociale della FIAT Auto Spa è riportato che la società può concedere finanziamenti per il perseguimento dell'oggetto sociale, come fa la FIAT Auto Spa a finanziare una holding?
Mica la FIAT è una banca, una finanziaria, mica può svolgere un'attività finanziaria! Cominciasse a chiedersi questo la politica, soprattutto chi nella politica ha una funzione di controllo. Oggi sono deputato dell'opposizione e tra i miei compiti costituzionali è prevista soprattutto l'attività di controllo e di critica su quanto succede nel Governo. Nessuno parla di questo tipo di strana finanza che mette in campo la FIAT.
Infatti, tutta l'operazione maschera un'acquisizione da parte della FIAT Auto Spa della partecipazione in C.F. Gomma Spa, senza naturalmente aver osservato, signor Presidente, le disposizioni di legge a cui è assoggettata una società quotata in borsa, qual è appunto FIAT, e senza neanche rispettare le normative che sono previste per l'acquisizione di altre società rispetto all'Antitrust.
Vogliamo allora cominciare a guardare bene che cosa sta succedendo nella nostra economia e nella nostra industria, questa «roba», a cui avrebbe dovuto guardare sino ad oggi il Governo, facendo attenzione, con i suoi organismi, a ciò che sta accadendo per evitare che in questo Paese ci si muova secondo le regole della giungla, dove ognuno fa ciò che gli pare? Non va bene così, perché vediamo che cosa accade se non ci fosse l'Italia dei Valori, che mette a nudo queste situazioni, che non vuole che vengano maltrattati i sei lavoratori dell'Irisbus ed altri 685, più l'indotto, per un totale di 1.412 lavoratori.
Ebbene, qui nessuno ne parla, nessuno fa queste denunce rispetto a ciò che sta accadendo nel nostro Paese. Ma, poi, soprattutto in termini costruttivi, mentre con un braccio vi diciamo che cosa non bisogna fare, con l'altro, vi diciamo cosa bisogna fare per fornire delle risposte, per mettere in campo delle politiche concrete che riguardino davvero i problemi degli italiani. Allora, con riferimento ad una precedente proposta emendativa, vi dissi, Pag. 43caro Governo, che era possibile, per finanziare il Piano nazionale del trasporto pubblico, mettere mano in un'altra «casa», quella di altri potenti e vi feci l'esempio dei concessionari dei giochi, quelli che hanno un contenzioso con lo Stato per circa 98 miliardi di euro, in particolare un debito che viene contestato dalla Corte dei conti per 98 miliardi di euro.
Si vuole, dunque, mettere mano in questo settore, anziché chiedere di sacrificarsi ai soliti contribuenti, ai lavoratori, agli insegnanti, ai dipendenti, agli impiegati, ai pensionati? Si tratta di una solita tiritera che abbiamo già sentito, ossia lacrime e sangue sempre per i soliti. Mettiamo mano sui concessionari dei giochi. Indicai anche la copertura finanziaria, dove prendere il denaro per finanziare il Piano nazionale del trasporto pubblico locale.
Non più tardi della settimana scorsa, una risoluzione sui giochi da me presentata in Commissione finanze - perché questa è l'attività propositiva, costruttiva ed attiva di Italia dei Valori - mirava appunto ad aprire un varco su quel settore. Proprio giovedì scorso, il sottosegretario alle finanze Giorgetti mi ha detto che se ne può parlare. Quindi, come vedete, vi stiamo dando delle indicazioni per risolvere i problemi di questo Paese, perché siamo a fianco di chi ha bisogno oggi di risposte, di chi non ne può più, di chi è stufo dell'inattività e dell'improduttività di questo Governo.
Anche su questo tema - mi avvio alle conclusioni, Presidente -, con questa mozione abbiamo dato una serie di indicazioni, prima per la copertura finanziaria, poi naturalmente per la necessità inderogabile di tenere vivo e in piedi lo stabilimento dell'Irisbus in Valle Ufita. Non è, infatti, possibile e non vi verrà permesso di calpestare questa realtà industriale per un primo motivo, per un motivo proprio economico e di politica industriale, perché il nostro Paese non può rinunciare all'unica industria italiana che produce gli autobus.
Vi è quindi una motivazione vera alla base di questa nostra richiesta, perché, per la verità, se in quello stabilimento, in quell'opificio, si fossero costruite le lanterne a petrolio, che non hanno più mercato, avrei detto a quei lavoratori che vi è bisogno di una riconversione e di andare in altre aziende: vediamo come si può fare, ma per voi non c'è futuro.
Invece, è davvero scellerato chiudere l'unico stabilimento italiano che realizza gli autobus. Quindi, vi è questa motivazione di fondo che vogliamo portare avanti nella mozione testé presentata. Poi, vi diciamo come bisogna dare copertura. Poi, vi diciamo che non permetteremo mai che in un'azienda e in una realtà quale è quella irpina, con un altissimo livello di disoccupazione, vi sia un'ulteriore disgregazione del tessuto industriale che impoverirebbe ancora di più quel territorio.
Signor Presidente - e concludo -, da questo si può vedere che a volte siete voi che costruite gli indignati. L'indignazione e la rabbia della gente, che non ne può più, siete voi a fomentarla. Spero, con riferimento a questa mozione, che abbiamo presentato, così com'è articolata, che serva non solo per mantenere vivo e in piedi lo stabilimento dell'Irisbus di Valle Ufita, ma dia anche la possibilità di portare avanti e di mantenere un'industria importante qual è quella della realizzazione degli autobus. Questo è il lavoro che noi, come Italia dei Valori, vogliamo fare, cioè una politica che sia davvero al fianco dei cittadini e che sia vicina ai lavoratori, insomma, la politica delle cose concrete (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)!

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Iannaccone, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00701. Ne ha facoltà.

ARTURO IANNACCONE. Signor Presidente, onorevole viceministro, onorevoli colleghi, oggi discutiamo di questo argomento di particolare attualità e gravità, in virtù di una mozione che è stata presentata dal sottoscritto e che discutiamo oggi in quanto il gruppo Popolo e Territorio, di Pag. 44cui la componente politica Noi Sud-Libertà ed Autonomia fa parte, ne ha chiesto la calendarizzazione. Si tratta di una mozione presentata l'11 agosto, quando questa vicenda è entrata nel vivo e quando abbiamo cominciato ad avere la consapevolezza che la FIAT non scherzava o, peggio ancora, scherzava sulla pelle dei lavoratori.
Questa dell'Irisbus di Flumeri, onorevole Presidente, è una vicenda particolarmente grave, perché mai la FIAT aveva ipotizzato una dismissione di questo stabilimento. Pertanto, si è trattato di una sorta di pugnalata alla schiena. Quando la FIAT ha parlato della chiusura dello stabilimento Irisbus di Flumeri l'attenzione era concentrata su altri stabilimenti della FIAT, che venivano segnalati in crisi.
Pertanto, ritengo che tutte le iniziative che in queste settimane - dall'estate in poi - sono state assunte dai vari gruppi parlamentari di maggioranza e di opposizione, gli atti di sindacato ispettivo e la partecipazione dei parlamentari alle iniziative dei lavoratori sostenute dagli enti locali, siano state tutte importanti per arrivare - mi auguro - ad una riflessione seria su quello che sta accadendo in Italia a proposito della FIAT e del futuro della FIAT.
Voglio ringraziare i gruppi parlamentari di maggioranza: il Popolo della Libertà che, attraverso l'onorevole Landolfi, ha firmato la mozione da me presentata ed il gruppo parlamentare della Lega, che ha sottoscritto ugualmente questa mozione attraverso il capogruppo della Lega in Commissione trasporti, l'onorevole Desiderati, a testimonianza del fatto che c'è un'unità della maggioranza sulla valutazione del rilievo che ha questa vicenda nel panorama industriale del nostro Paese.
Voglio sottolineare come sia rilevante la firma - non solo evidentemente nostra e del Popolo della Libertà - della Lega perché la vicenda riguarda uno stabilimento del sud del nostro Paese, in modo particolare della provincia di Avellino; dico ciò per sottolineare che quando ci sono vicende anche relative ad una parte del Paese a cui non si rivolge in modo particolare la Lega, ma che hanno rilievo nazionale, anche la Lega mostra sensibilità rispetto a questioni gravi che riguardano un territorio già in difficoltà come quello del sud del nostro Paese e, in modo particolare, quello della provincia di Avellino, che è la parte interna della regione Campania, quella che un illustre meridionalista, Manlio Rossi-Doria definiva «l'osso», la parte più povera di una regione già povera perché inserita all'interno di un contesto economico in difficoltà, quale quello del sud.
Onorevole Viceministro, vorrei ricordare alcune vicende che riguardano in modo specifico questo stabilimento per segnalare alla sua attenzione e a quella del Governo che, quando si compiono delle scelte, quelle scelte devono avere un futuro, non si possono rivedere solo alla luce di dati economicistici, che guardano solo ad una presunta logica di mercato.
Abbiamo discusso in quest'Aula della modifica dell'articolo 41 della Costituzione: si è sviluppato un dibattito molto rilevante sull'utilità sociale della libera impresa. Ebbene, quello stabilimento è stato insediato agli inizi degli anni Settanta nella provincia di Avellino in virtù di un intervento pubblico di particolare rilievo perché esso insiste su un milione di metri quadri di superficie; si tratta di terreni agricoli che sono stati sottratti alla produzione agricola ed agli agricoltori con l'impegno che in quell'area si sarebbe costruito il futuro di intere generazioni della provincia di Avellino. Decine di mestieri che hanno fatto grande una provincia come la nostra - faccio riferimento, in modo particolare, ai mestieri artigianali - sono stati abbandonati dai giovani che sono stati richiamati dal lavoro in fabbrica.
La provincia di Avellino, in virtù di quell'insediamento FIAT, ha rinunciato ad essere sede di università. La provincia di Avellino è l'unica provincia campana a non essere sede di università, Napoli, Benevento, Salerno e Caserta invece lo sono.
La FIAT ha ottenuto i terreni gratis, praticamente lo stabilimento l'ha realizzato lo Stato, diciamo le cose come stanno. Pag. 45Il denaro pubblico ha realizzato un impianto che è diventato di proprietà della FIAT.
Ora vi è un gioco a rimpiattino dietro cui si nasconde Marchionne, che manda avanti i suoi amministratori dell'Irisbus. Non vendiamo più autobus - dicono gli amministratori dell'Irisbus - perché quando partecipiamo alle gare europee le condizioni sono tali per cui per noi non è conveniente addirittura vendere gli autobus, in virtù delle condizioni che vengono previste nei bandi di gara.
Onorevole Viceministro, abbiamo un dato nel nostro Paese: il parco circolante ha un'età media di dodici anni, mentre l'età media del parco circolante dei mezzi pubblici in Europa è di sette anni. Questo vuol dire che noi dobbiamo investire per essere al passo con l'Europa. Evidentemente dobbiamo ridurre l'impatto ambientale, l'inquinamento atmosferico e quello acustico, rendere più sicuri i mezzi pubblici circolanti, che trasportano migliaia di lavoratori, di studenti e di anziani, tutti coloro che insomma utilizzano il mezzo pubblico invece dell'auto privata.
A quale paradosso potremmo assistere? Se chiude l'Irisbus di Avellino, che la FIAT vuole cedere ad un imprenditore la cui solidità non convince nessuno, ma per fare altre cose, non per realizzare autobus di nessun tipo, praticamente uno stabilimento dove sono stati sempre costruiti autobus dovrebbe, nella testa di questi grandi pensatori della FIAT, realizzare altre cose. La FIAT, infatti, mica rinuncia a realizzare autobus, mica rinuncia a partecipare a gare anche in Italia.
La FIAT mica rinuncia ai proventi rilevanti che derivano dalla vendita degli autobus prodotti, ma vuole semplicemente continuare a produrli, da quello che ho capito negli incontri ai quali ho partecipato, visto che ad un certo punto il Ministero si è blindato e i parlamentari, anche quelli della provincia di Avellino, mentre si sviluppavano questi ragionamenti, sono stati tenuti fuori dalla porta. Onorevole Viceministro, denuncio anche questa anomalia: in uno degli ultimi incontri i parlamentari non hanno potuto partecipare al tavolo con il sindacato. La FIAT vuole continuare a realizzare questi autobus in Francia e nella Repubblica Ceca, per cui al danno sommeremo la beffa. Oltre al danno della chiusura dello stabilimento Irisbus di Flumeri - non ci sono in Italia altri produttori di autobus, tanto per intenderci - praticamente vedremo circolare nelle nostre strade, urbane ed extraurbane, mezzi pubblici o privati con il marchio Irisbus, quindi FIAT, ma che vengono realizzati in Francia o nella Repubblica Ceca.
Questo è intollerabile! Questo è un punto rispetto al quale ritengo che il Governo debba esercitare tutto ciò che può mettere in campo in termini di cosiddetta moral suasion, di spinta per convincere la FIAT a continuare a produrre in Italia anche perché quello che sta accadendo è in contrasto con le dichiarazioni di oggi di Marchionne, quindi non di un altro secolo o di un'altra epoca, ma è meglio avere un Marchionne per secolo, quindi ci accontentiamo di questo che purtroppo è già duro da sopportare.
Marchionne dichiara: «Insieme a Chrysler noi quest'anno venderemo 4,2 milioni di vetture, diventando il quinto produttore al mondo». Poi aggiunge, e qui veramente ci sarebbe da essere tranquilli: «Nei limiti del possibile intendiamo mantenere i posti di lavoro che abbiamo in Italia. Non abbiamo ridotto la nostra forza lavoro nel momento peggiore della crisi, non intendiamo certo farlo ora che stiamo lavorando alla realizzazione delle condizioni per crescere in futuro».
Quindi, alla luce anche di queste dichiarazioni e delle premesse che ho fatto, quella della Irisbus di Flumeri diventa una vicenda kafkiana, che fa correre il rischio di avere un ulteriore crollo della credibilità delle nostre istituzioni, della credibilità del nostro Paese e delle possibilità per l'Italia di continuare a competere. Dico ciò perché se FIAT-Chrysler vende 4,2 milioni di autovetture ma solo 650 mila unità vengono prodotte in Italia rispetto al milione 400 mila che venivano prodotte solo Pag. 46qualche anno fa, allora vuol dire che la FIAT intende dismettere i propri investimenti in Italia e andare altrove.
Noi, onorevole Viceministro, dobbiamo - ritengo mettere in campo ogni sforzo per evitare che l'Italia non produca più autobus, perché quello della FIAT è un disegno cinico; il disegno non solo di chiudere uno stabilimento ma di impedire che chiunque possa continuare a produrre autobus in quello stabilimento cambiando completamente l'identità e la natura produttiva dello stabilimento Irisbus di Flumeri. Quindi, la FIAT deve dire al Governo - che deve richiamare la FIAT alle sue responsabilità - che futuro vuole garantire ai lavoratori. Non voglio fare riferimento - ma ci sarebbe da farlo, ho qui tanti dati di cui sicuramente lei dispone meglio di me - alle ingenti risorse pubbliche di cui ha goduto la FIAT dal 1975 ad oggi. Addirittura si parla di 220 mila miliardi di lire che la FIAT ha avuto dallo Stato in varie forme.
Allora è così complicato chiedere alla FIAT di mantenere in vita uno stabilimento che tra l'altro non occupa le migliaia di persone che invece la FIAT occupa negli stabilimenti in Polonia, o in Brasile? Infatti altrove, quasi per magia, aumentano i posti di lavoro negli stabilimenti FIAT (in Brasile, in Polonia, in Argentina), mentre solo in Italia gli stabilimenti FIAT continuano a perdere posti di lavoro.
Ritengo che se non si opera un intervento, avendo consentito che la FIAT avesse il monopolio della produzione di automobili e di autobus nel nostro Paese, se dunque non si interviene, noi smantelliamo un pezzo importante della nostra produzione industriale. Non viene meno solo la produzione industriale in quello stabilimento, ma anche l'indotto. Se in provincia di Avellino, dove ci sono già più di 80 mila disoccupati, se ne dovessero aggiungere altri duemila-duemilacinquecento tra lo stabilimento Irisbus e l'indotto si arriverebbe a una soglia di pericolosità sociale; aumenterebbe la tensione sociale in un territorio già devastato dai problemi della disoccupazione e della povertà.
Ma cosa bisogna fare per avere un briciolo di buon senso da parte degli amministratori della FIAT? Cosa bisogna fare per fargli aprire gli occhi rispetto ad una realtà che non può essere abbandonata al suo destino dopo essere stata illusa rispetto ad un futuro industriale che non c'è stato? Da quello stabilimento doveva partire il cosiddetto sviluppo a raggiera, doveva irradiarsi lo sviluppo da quello stabilimento per attivare altre imprese, per attivare un indotto ancora più solido che avrebbe dovuto produrre a cascata altre centinaia e migliaia di posti di lavoro.
La provincia di Avellino è stata ingannata, la provincia di Avellino è stata ingannata da una proprietà della FIAT che non merita nessuna considerazione sul piano morale dal nostro punto di vista. Quando si fanno scelte così gravi a danno dei lavoratori, delle loro famiglie, del destino di tanti uomini e di tante donne, coloro che si rendono responsabili di questo delitto non hanno da parte nostra nessuna considerazione.
Allora chiediamo che il Governo faccia sentire la sua voce in virtù delle risorse generose che sono state versate alla FIAT.
Altro che quello che ha dichiarato quest'altro «illustre marziano», Montezemolo, Cordero (come diavolo si chiama lui), che dice che la FIAT non ha ricevuto mai una lira dallo Stato. Ci sarebbe da chiedersi se questo, che ipotizza il futuro, ci sia stato mai nel presente e nel passato. Come si fa a dire che la FIAT non abbia goduto di finanziamenti pubblici! Allora quando un'industria di fatto è pubblica, anche se di proprietà privata, deve ragionare. Deve ragionare con il Governo, deve ragionare con le parti sociali, con i sindacati che stanno facendo la loro parte, con molte difficoltà. Deve ragionare con gli enti locali, con la provincia, con i comuni, con i sindaci che sono venuti decine di volte a Roma nella speranza, con la loro presenza, di fare aprire gli occhi e di concorrere alla salvezza di una realtà.
Mi auguro, onorevole Presidente, mosso dai sentimenti di uno che viene dalla provincia di Avellino, di non aver limitato troppo l'analisi. Stretto da questa onda di Pag. 47sentimento e di passione, ho focalizzato l'attenzione solo su un pezzo, sia pure importante del nostro territorio, del nostro Sud, della nostra Italia.
Ma la mia intenzione era anche quella di invitare il Governo a non sottovalutare quello che sta accadendo in Italia, a partire dall'Irisbus di Flumeri, a dare speranza ai lavoratori e, così come ci aspettiamo nella mozione, a prevedere il finanziamento di un piano di trasporti per rinnovare i mezzi pubblici e fare in modo che la FIAT non abbandoni l'Irisbus di Flumeri.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Tassone, che illustrerà anche la mozione Nunzio Francesco Testa n. 1-00735, di cui è cofirmatario. Ne ha facoltà.

MARIO TASSONE. Signor Presidente, il primo firmatario della mozione è l'onorevole Nunzio Francesco Testa, con altri parlamentari della Campania, in buona parte anche del gruppo dell'UdC. Ovviamente, essi si impegneranno anche nel prosieguo della trattazione di questa mozione che verrà nei giorni successivi.
Mi fa piacere che vi sia a rappresentare il Governo il Viceministro Misiti. Ritengo che questa vicenda dello stabilimento Irisbus di Flumeri sia emblematica di una situazione che è un po' comune nelle aree del Mezzogiorno. Ho ascoltato i colleghi che mi hanno preceduto e, tra questi, l'onorevole Iannaccone che ha svolto una valutazione molto serrata della vicenda. Questi riferimenti sono già contenuti nella nostra mozione. Vi è uno stabilimento che sta per essere dismesso dalla FIAT e la FIAT stessa, ovviamente, afferma che ci troviamo di fronte ad una crisi dell'autobus. Vi è, inoltre, una storia molto più ampia che è quella del trasporto pubblico locale.
Attraverso la nostra mozione chiediamo al Governo un confronto molto più vasto e complessivo rispetto alla politica del trasporto pubblico locale e della costruzione degli autobus che avviene soltanto in questo stabilimento. Vi è il tema, ovviamente, della conservazione e del mantenimento dei posti di lavoro, ma vi è, in termini molto forti e stringenti, anche l'esigenza di capire quali sono le prospettive di questo stabilimento e le intenzioni da parte della FIAT, se cedere, cioè, questo ramo d'azienda dove ci sono state le trattative ed i tavoli e dove, poi, tutto questo è saltato. Vi era stata anche una proroga della cassa integrazione; doveva essere fino a tutto il 2011 e, invece, si è esaurita al 21 agosto del 2011.
Ci sono temi, argomenti e punti interrogativi che, certamente, devono vedere, nel Governo, un interlocutore molto forte. Non svolgo nessun'altra valutazione: se ciò nasce da un disegno, da parte della FIAT, di spostare i suoi stabilimenti e le sue linee di produzione fuori dal nostro Paese, si tratta certamente di una situazione grave.
Il Governo può mantenersi neutrale, ma la sua neutralità non credo possa avere una sua giustificazione. Il Governo deve essere parte attiva per la conservazione dei posti di lavoro, ma anche per la linea di produzione; deve capire perché sta venendo meno, ad esempio, la produzione di autobus. L'altro giorno siamo stati a confrontarci, in termini anche positivi e costruttivi, con il Governo, rappresentato dallo stesso Viceministro Misiti, sulla vicenda della società Ferrovie della Calabria Srl che ha un qualche risvolto analogo rispetto al trasporto pubblico e a quella che è l'eliminazione del trasporto su gomma di questa società. Allora, qualche dato e qualche aspetto dobbiamo pure affrontarlo in termini complessivi.
Questa è una politica che, a nostro avviso, lascia tutto nell'indistinto, nell'indeterminato, all'eventuale, e questo certamente crea ripercussioni in termini negativi molto forti in aree già indebolite, già colpite da grande disoccupazione. Ciò toglie veramente la speranza, toglie il futuro all'economia, alla possibilità dello sviluppo economico di questi territori e di queste zone. Ritengo, signor Presidente, che il Governo debba trovare una qualche soluzione, una qualche soluzione molto forte, una qualche soluzione che corrisponda a quelle che sono le attese di alcuni territori. Non voglio mettere in croce nessuno. Non Pag. 48faccio attacchi a Marchionne. Conosco quali sono stati i vantaggi che la FIAT ha avuto nel prosieguo degli anni, nel corso degli anni Settanta, delle leggi fatte ad hoc. Adesso tutto questo è finito. C'è l'Europa, non ci possono più essere sovvenzioni dello Stato. Tuttavia ritengo che un Governo degno di questo nome debba avere anche la responsabilità di avviare i processi. Ho sentito con molta attenzione, come dicevo poc'anzi, l'intervento dell'onorevole Iannaccone e in esso era contenuta una critica nei confronti del Governo. Quando diciamo che questo Governo non ha autorevolezza e forza, onorevole Iannaccone, ci riferiamo soprattutto anche a questi aspetti.
C'è disinvoltura nell'assenza, una disinvoltura nell'apatia, una disinvoltura nell'indifferenza rispetto a quello che si muove nell'area del Mezzogiorno e non soltanto lì, ma questo cos'è? Il dato di un riferimento forte e che storicamente ritorna nei nostri dibattiti, le posizioni della Lega, questo disinteresse nei confronti dell'area del Mezzogiorno. Abbiamo attraversato una serie di vicende quasi analoga: industrie, sovvenzionate con gli interventi straordinari per il Mezzogiorno, che chiudono, ma questa Irisbus doveva essere un punto di riferimento importante, doveva essere il fiore all'occhiello, come si suol dire, anche per un certo tipo di produzione. Si pensava di riqualificare la produzione, ma perché non si pensa di riconvertire? Però bisogna capire se veramente è finita la domanda della costruzione di pullman e di autobus all'interno del nostro Paese.
Manca il quadro complessivo: infatti se limitiamo questa vicenda semplicemente ad una situazione particolare della provincia di Avellino, ritengo che questa sia una visione minimale, non una visione completa, non è un'attenzione forte rispetto a quella che è la complessità dei problemi industriali e preindustriali all'interno del nostro Paese. Ecco perché con questa nostra mozione chiediamo al Governo di assumere iniziative concrete, certamente consapevoli che non vi possono essere aiuti di Stato, ma ci deve essere un qualcosa che permette a quest'industria di continuare la propria attività. Inoltre c'è anche una proposta che avanziamo per quanto riguarda la possibilità di destinare una quota parte del maggiore gettito proveniente dall'aumento dell'IVA perché tutto questo possa andare avanti, perché queste politiche di ammodernamento delle reti di trasporto, in particolare quello pubblico locale, possano avere una loro certezza e soprattutto una loro attualità.
Ritorna l'interrogativo che facevo poc'anzi, signor Presidente. Qual è la politica per il trasporto pubblico locale? Quale è poi la responsabilità delle regioni, perché in tutto questo dobbiamo richiamare anche la responsabilità delle regioni. Non c'è dubbio che sulla mozione si può dire di sì, si può dire di no. Si può anche dilazionare, si può fare anche, come si suol dire, melina, ma questo non è il momento di deflazionare e di procrastinare. Qui c'è da capire quali sono le intenzioni da parte del Governo, visto e considerato che il Presidente del Consiglio dei ministri ha detto che c'è una soluzione soprattutto per l'area del Mezzogiorno e che il Ministro dell'economia e delle finanze parla del Mezzogiorno. Noi ci troviamo di fronte ad una situazione emblematica di molte vicende analoghe a quella che oggi colpisce l'Irisbus di Flumeri, nella provincia di Avellino.
Ho concluso signor Presidente: credo che questa mozione dia l'occasione al Governo di confrontarsi seriamente con il Parlamento corrispondendo alle sue sollecitazioni. Io mi pongo in termini costruttivi: come vede, signor Viceministro, io sono molto più sereno rispetto a qualche collega che fa parte della maggioranza, perché noi siamo una forza che ha una sua responsabilità. Logicamente saremo attestati su una posizione di rigidità, se il Governo darà risposte generiche, senza assumersi responsabilità e senza assumersi impegni. Mi auguro che questo dibattito parlamentare possa servire a dare al Governo la possibilità e soprattutto gli strumenti per poter aprire un confronto molto Pag. 49serio sulle politiche che venivano richiamate dai colleghi e che ho sottolineato anch'io nel mio intervento.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Di Biagio, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00736. Ne ha facoltà.

ALDO DI BIAGIO. Signor Presidente, onorevoli colleghi e Viceministro Misiti, negli ultimi mesi abbiamo seguito le vicende dell'Irisbus di Flumeri, che sono state oggetto di numerosi interventi ed atti parlamentari, anche del sottoscritto. Abbiamo assistito ad una prima ipotesi di vendita alla DRG Motor Company, produttrice di SUV. Abbiamo visto il fallimento della trattativa, che comunque avrebbe comportato uno snaturamento della vocazione industriale del sito e di un comparto che sta subendo un drastico calo dei livelli occupazionali.
Oggi, il panorama è precipitato nella definitiva decisione, da parte della FIAT, di chiudere lo stabilimento ed avviare le procedure di mobilità per i dipendenti, lo scorso 30 settembre. Tale decisione determina una situazione di gravissima criticità per tutto il territorio irpino e per il panorama industriale italiano. La chiusura dello stabilimento di Valle Ufita crea infatti in primo luogo una situazione di forte crisi sociale che si allarga alla regione Campania e a tutto il suo complesso. Infatti è ben noto che, oltre ai 690 lavoratori direttamente impiegati nello stabilimento, le criticità colpiscono anche tutto l'indotto locale, che deriva la sua produzione interamente dalle attività dell'Irisbus. Parliamo dunque di più di 2.000 posti di lavoro cancellati.
Sappiamo poi che il sito Irisbus di Flumeri rappresenta un unicum sul territorio nazionale. A seguito della chiusura dello stabilimento, il nostro Paese si trova a dipendere interamente dall'estero per quanto riguarda la produzione e l'approvvigionamento di autobus per il trasporto pubblico e per il granturismo. Questo significa che abbiamo assistito inermi alla cancellazione di un'intera fetta di made in Italy.
Oggi, questo ramo è in crisi per le condizioni economiche e la mancanza di piani di finanziamento del trasporto pubblico. Tuttavia un domani è presumibile, anzi è certo, che riacquisterà tutta la priorità rilevante ed il proprio impatto sui bilanci dei comuni stessi.
Il nostro parco degli autobus pubblici è vecchio, obsoleto, inquinante. Questo nei prossimi anni imporrà necessariamente alle aziende di ammodernarlo e di rinnovarlo, sia per le esigenze di servizio sia per la necessità di rispondere agli standard europei relativi all'inquinamento, una misura che interessa la quasi totalità dei veicoli autonomamente circolanti e la quasi totalità dei comuni italiani. Allora le produzioni estere la faranno da padrone in casa nostra, mentre noi assistiamo oggi alla chiusura dell'unica fonte di produzione italiana di questi autobus.
Questa situazione grave può essere collocata tra le peggiori pagine della storia industriale del nostro Paese. Essa è il risultato di politiche miopi ed incapaci di valutare e fronteggiare la crisi in atto, ma anche di scelte aziendali dissennate da parte di un gruppo aziendale, la FIAT, che negli ultimi anni ha ricevuto ingenti sostegni dallo Stato e li ha ripagati con la chiusura delle sedi, la cancellazione di posti di lavoro, l'annullamento della presenza italiana in intere fette di produzione.
Di fronte a questo, il Governo non può rimanere impassibile, signor Viceministro. Al contrario, deve intervenire con forza, recuperando una capacità di intervento che finora, in questi mesi di criticità attraversati dall'Irisbus, è venuta totalmente a mancare. Abbiamo sentito annunciare tavoli e tavoli di confronto, ma nulla è stato ottenuto: delle misure strutturali che avrebbero potuto evitare il disastro, neanche l'ombra. La crisi economica ha colpito il comparto degli autobus; le manovre finanziarie, i tagli agli enti locali e la mancanza di piani di rilancio del trasporto pubblico hanno dato il colpo di grazia.
A fronte di questa grave situazione, la mozione in discussione vuole impegnare il Pag. 50Governo a farsi promotore di un'azione efficace di intervento e ad attivare, quindi, le misure necessarie per identificare ed avviare un percorso di recupero delle attività dello stabilimento irpino, al fine di non perdere l'unico sito in grado di garantire una partecipazione italiana nella produzione degli autobus e di non sprecare le eccellenze acquisite negli anni, anche in termini di tecnologie e di difesa dell'ambiente.
Questo si può fare anche in accordo con le istituzioni competenti sia a livello nazionale che a livello regionale, coinvolgendo tutti gli operatori potenzialmente interessati, ma soprattutto, assumendosi la responsabilità di reperire le opportune risorse finanziarie. Non si può, infatti, continuare a pensare strategie di risanamento dei comparti industriali con il vincolo del «costo zero». Certo, se ci si riuscisse sarebbe meglio, ma alcune situazioni hanno bisogno di fondi. Si tratta di misure indispensabili, per salvaguardare i livelli occupazionali, rispettando la vocazione industriale di un sito, in questo caso, che copre un intero settore industriale italiano.

PRESIDENTE. La invito a concludere.

ALDO DI BIAGIO. La strada per fare questo prende le mosse da un piano strutturale per il trasporto pubblico urbano da vario tempo, un piano sul quale avviare un confronto, anche con la FIAT, ma non unicamente con essa. A fronte del grave atteggiamento dimissionario del gruppo, vanno infatti coinvolti tutti gli operatori potenziali interessati al rilancio del comparto. Su questo punto non si può accettare alcuna pressione da parte del gruppo torinese, perché le nostre priorità sono ben definite: il lavoro e il sistema Paese sono i primi aspetti, poi vengono le scelte aziendali di chi sembrerebbe non aver capito le priorità.
Per varare il piano di risanamento, inoltre, è indispensabile che si utilizzino finalmente le risorse del FAS residue ancora da destinare, predisponendo gli adeguati meccanismi che ne consentano l'utilizzo immediato da parte degli enti locali, con la specifica e vincolante finalità di rinnovo del parco autoveicoli per il trasporto pubblico.

PRESIDENTE. Deve concludere.

ALDO DI BIAGIO. Per tutto questo, è necessario un intervento tempestivo ed efficace - e concludo, signor Presidente - del Governo, che, finora, tra tante belle parole, non ha lasciato molti dubbi sulle sue reali capacità di intervenire in questa, come in altre situazioni analoghe.
Vorrei ricordare all'onorevole Iannaccone che, da «responsabile», è chiamato per la sua maggioranza a rispondere sulla questione. Ma avete chiaro che siete al Governo? Non si può pensare di essere nella maggioranza, quando conviene e all'opposizione quando non vi conviene. Al di là della vostra unità di maggioranza, adesso, si presenta una nuova possibilità: è tempo di fare i fatti e non più le parole.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Lulli, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00738. Ne ha facoltà.

ANDREA LULLI. Signor Presidente, se mi permette, innanzitutto, vorrei mandare un saluto, che è un messaggio di solidarietà, a quelle lavoratrici e a quei lavoratori dello stabilimento Irisbus che, da 107 giorni, stanno presidiando e stanno combattendo contro la chiusura, per il lavoro, per il futuro loro, dei loro figli e della loro terra.
Ho conosciuto molti di loro e, in questa sede, vorrei parlare di una signora operaia, una madre, che mi ha raccontato che per andare a lavorare presso lo stabilimento Irisbus percorre 70 chilometri in andata e 70 chilometri al ritorno.
Ora, credo che ci sia una grande responsabilità da parte del Governo; vedo qui l'onorevole Misiti in rappresentanza del Ministro Matteoli, ma, senza voler niente togliere a quel Ministero, non vedo la presenza del Ministro dello sviluppo economico che non ha dato risposte. Questo è molto grave; non ha dato risposte alle Pag. 51organizzazioni sindacali, non ha dato risposte a quelle lavoratrici e a quei lavoratori che difendono la loro vita, non ha dato risposte ai sindaci di quei paesi che insistono sullo stabilimento nella provincia di Avellino, non ha dato risposte, semplicemente. Non si sa che cosa fa il Ministro dello sviluppo economico in una situazione di questo tipo.
Anche noi riteniamo che ci sia da rifinanziare il piano del trasporto pubblico. Ho sentito le cose dette dall'onorevole Iannaccone: abbiamo il parco autobus più vecchio d'Europa, abbiamo sicuramente grandi problemi; certo, e ci si accorge di ciò dopo tre anni e mezzo di questo Governo che non ha finanziato un euro per il trasporto pubblico.
Credo che, per la situazione in cui siamo, certamente le cose si fanno più complicate e rischiamo di perdere un pezzo importante dell'apparato produttivo del Paese, peraltro in una zona che dovrebbe essere vista da tutti noi, dall'insieme del Paese stesso, come una delle zone di occasione per rilanciare lo sviluppo nel Paese, affrontare la crisi e uscirne fuori come si merita un grande Paese come l'Italia che è ancora la sesta o settima potenza economica al mondo. Invece il Governo latita, non c'è politica industriale, non si capisce cosa si voglia fare, addirittura non ci si presenta, come Ministero dello sviluppo economico, in una discussione, nell'Aula del Parlamento, su una questione rilevante.
Nella mozione affrontiamo una serie di problemi; il problema non è che FIAT vuole delocalizzare, ha due stabilimenti in Francia che producono pullman e non credo che la Francia abbia un costo del lavoro molto diverso da quello dell'Italia. Qui c'è un problema che richiama la capacità del Paese e del suo Governo di mantenere e di dare indicazioni, di creare un contesto che consenta lo sviluppo dell'industria. Non è possibile perdere un pezzo importante come Irisbus, in una situazione nella quale abbiamo problemi che riguardano il riassetto di tutta l'industria della mobilità nella direzione dei parametri che l'Europa ci assegna e che anche noi abbiamo concorso a determinare: l'obiettivo del «20-20-20». Sappiamo che il traffico e il trasporto pubblico sono uno dei vettori principali con cui cogliere quegli obiettivi e sono anche, o dovrebbero essere, tra i vettori principali per ricostruire le condizioni dello sviluppo in questo Paese. L'assenza è totale.
Non voglio fare polemica più di tanto, ma mi auguro che la maggioranza non si accontenti di raccomandazioni o di impegni generici da parte del Governo, perché si sta giocando sulla pelle di migliaia di persone, e si sta giocando una partita ancora più importante che riguarda lo sviluppo dell'industria in questo Paese. Qui non è più dato giocare a nascondino e fare il gioco delle parti; non siamo in un teatro, qui è giunta l'ora della responsabilità vera, non di quella nominale. Qui, dobbiamo decidere di assumere in prima persona questi impegni e chiediamo al Governo che faccia fino in fondo la propria parte, perché anch'io sono per chiamare in causa la FIAT, tant'è che la nostra mozione al quarto punto prevede un impegno per il Governo che richiama la FIAT, su cui tra poco arrivo a dire qualcosa.
La questione principale è tuttavia la volontà politica. Siamo o non siamo per mantenere l'industria manifatturiera? Siamo o non siamo per fare politiche che consentano il rilancio dei punti di forza di un'azienda che ha avuto investimenti produttivi fino a pochi mesi prima della chiusura? Siamo o non siamo per accettare la sfida dell'innovazione sulla mobilità, per avere una mobilità più sostenibile? Queste sono domande che rimandano ai problemi che abbiamo come Paese oggi e su questo bisogna quindi dire qualcosa di serio.
Certo i soldi sono un problema, è vero, ma noi uno sforzo l'abbiamo fatto. Possiamo investire qui quelli sulle frequenze della televisione analogica oppure possiamo prendere i soldi, se ci sono, che erano destinati al ponte sullo Stretto e fare investimenti più diretti e importanti che possano dare una prospettiva industriale immediata al Paese. Pag. 52
Poi certo c'è un problema anche relativo alla FIAT, ma cari colleghi di maggioranza, sono d'accordo che la FIAT mostra disimpegno però vogliamo o no - e noi lo chiediamo - che il Governo assuma una posizione e chieda l'apertura di un tavolo per capire quali siano gli impegni della FIAT sul mercato italiano, con questi 20 miliardi promessi e che ancora oggi non sappiamo che fine faranno, al punto che perfino la Consob è costretta a chiedere chiarimenti alla FIAT?
Nel silenzio assoluto della Presidenza del Consiglio e del Ministro per lo sviluppo economico è la Consob che si attiva. Ma vogliamo scherzare? Non è ammissibile continuare a giocare questa partita in modo così truccato. C'è questo impegno che la FIAT ha preso anche nei confronti dei lavoratori che si sono assunti grandi responsabilità nell'approvare determinati referendum e che hanno dato nella loro grande maggioranza, credo anche quelli che hanno votato contro, la disponibilità a fare sacrifici. Eppure, ancora oggi, non sappiamo cosa accade, non sappiamo se questo investimento si farà, anzi arriva la chiusura dell'altro stabilimento e dopo che la FIAT aveva avuto la pretesa di indicare un possibile destinatario di questo stabilimento palesemente inadeguato. Così è apparso alle organizzazioni sindacali, agli amministratori locali e non capisco perché non al Governo.
Vorrei quindi chiedere, tra l'altro, qual è la volontà di FIAT rispetto ai piani sui 20 miliardi illustrati. Quando Marchionne è venuto qui in audizione alla Camera, ci ha parlato di sviluppo industriale, ci ha detto che la FIAT investirà, ma che non lo poteva dire con certezza. Ormai è passato del tempo e non si sa che fine fa. E se non hanno intenzione di mantenere lo stabilimento Irisbus direttamente qua con una soluzione credibile italiana, mi permetto di dire che il Governo deve chiedere alla FIAT che si renda disponibile a vedere se vi è qualche grande imprenditore a livello internazionale che decida di venire qui. Infatti la FIAT non può pensare che questa fabbrica non si dia a qualche concorrente e pur di non darla a qualche concorrente la si chiuda.
Ma se la FIAT lo pensa, il Governo non può essere succube di questa scelta. Il Governo deve esigere una risposta chiara e deve dirlo chiaramente, finanziando il piano del trasporto pubblico, ma anche chiedendo una soluzione produttiva a quello stabilimento. Infatti si tratta di ricchezza che si distrugge e oggi di ricchezza da distruggere, signori, non ne abbiamo più (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni. Prendo atto che il rappresentante del Governo si riserva di intervenire nel prosieguo del dibattito, che è rinviato ad altra seduta.

Assegnazione alla V Commissione (Bilancio) del disegno di legge relativo al rendiconto generale dell'Amministrazione dello Stato per l'esercizio finanziario 2010.

PRESIDENTE. Comunico che, a norma del comma 1 del dell'articolo 72 del Regolamento, il seguente disegno di legge è assegnato alla V Commissione (Bilancio), in sede referente, con il parere di tutte le altre Commissioni permanenti e della Commissione parlamentare per le questioni regionali:
S. 2967 - «Rendiconto generale dell'Amministrazione dello Stato per l'esercizio finanziario 2010» (approvato dal Senato) (4707).

Le Commissioni, ai fini dell'espressione dei pareri e della conclusione dell'esame in sede referente, dovranno tener conto delle determinazioni assunte dalla Conferenza dei presidenti di gruppo in ordine all'inserimento del disegno di legge nel calendario dei lavori dell'Assemblea.

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Ordine del giorno della seduta di domani.

PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della seduta di domani.

Martedì 25 ottobre 2011, alle 15:

1. - Informativa urgente del Governo sui gravi incidenti verificatisi a Roma il 15 ottobre 2011.

(ore 16,30)

2. - Seguito della discussione del disegno di legge:
S. 1474 - Ratifica ed esecuzione dei Protocolli di attuazione della Convenzione internazionale per la protezione delle Alpi con annessi, fatta a Salisburgo il 7 novembre 1991 (Approvato dal Senato) (C. 2451-A);
e delle abbinate proposte di legge: ZELLER ed altri; FRONER. (C. 12-1298).
- Relatore: Dozzo.

3. - Seguito della discussione del disegno di legge costituzionale:
Modifiche agli articoli 41, 45, 97 e 118, comma quarto, della Costituzione (C. 4144-A);
e delle abbinate proposte di legge costituzionali: VIGNALI ed altri; VIGNALI ed altri; BELTRANDI ed altri; MANTINI ed altri (C. 3039-3054-3967-4328).
- Relatore: Bruno.

4. - Seguito della discussione delle mozioni Boccia ed altri n. 1-00714, Evangelisti ed altri n. 1-00722, Nunzio Francesco Testa, Toto ed altri n. 1-00734, Valducci, Pionati ed altri n. 1-00737 e Commercio ed altri n. 1-00740 concernenti iniziative volte a garantire un adeguato risarcimento a favore delle persone che hanno subito danni da incidenti stradali.

5. - Seguito della discussione del testo unificato delle proposte di legge:
BINETTI ed altri; SBAI e CONTENTO; COTA ed altri; MANTINI e TASSONE; AMICI ed altri; LANZILLOTTA; VASSALLO ed altri; VACCARO ed altri; REGUZZONI ed altri; GARAGNANI; BERTOLINI: Disposizioni concernenti il divieto di indossare indumenti o utilizzare altri mezzi che impediscono il riconoscimento personale, l'introduzione del reato di costrizione all'occultamento del volto e modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, in materia di cittadinanza (C. 627-2422-2769-3018-3020-3183-3205-3368-3715-3719-3760-A).
- Relatore: Sbai.

6. - Seguito della discussione delle mozioni Iannaccone, Landolfi, Desiderati ed altri n. 1-00701, Di Pietro ed altri n. 1-00732, Nunzio Francesco Testa ed altri n. 1-00735, Di Biagio ed altri n. 1-00736, Lulli ed altri n. 1-00738 e Lombardo ed altri n. 1-00739 concernenti iniziative in relazione alla annunciata chiusura dello stabilimento Irisbus di Flumeri (Avellino).

7. - Seguito della discussione del disegno di legge:
Norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali. Modifica della disciplina in materia di astensione del giudice e degli atti di indagine. Integrazione della disciplina sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche (Approvato dalla Camera e modificato dal Senato) (C. 1415-C).
- Relatore: Costa.

8. - Seguito della discussione delle mozioni Di Pietro ed altri n. 1-00391, Tempestini ed altri n. 1-00621, Pezzotta ed altri n. 1-00623, Antonione, Dozzo, Sardelli ed altri n. 1-00625, Pisicchio ed altri n. 1-00629, Di Biagio e Della Vedova n. 1-00712 e Oliveri ed altri n. 1-00726 concernenti iniziative per garantire la trasparenza delle informazioni relative all'aiuto pubblico allo sviluppo.

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9. - Seguito della discussione delle mozioni Garavini ed altri n. 1-00655, Di Biagio ed altri n. 1-00663, Zacchera ed altri n. 1-00672, Tassone ed altri n. 1-00716, Leoluca Orlando ed altri n. 1-00717, Mosella ed altri n. 1-00718 e Lo Monte ed altri n. 1-00727 concernenti iniziative relative alle procedure per il voto degli italiani all'estero, alla luce delle vicende delle ultime consultazioni referendarie.

10. - Seguito della discussione delle mozioni Borghesi ed altri n. 1-00713, Meta ed altri n. 1-00715, Mereu ed altri 1-00723, Valducci, Desiderati, Pionati ed altri n. 1-00724, Commercio ed altri n. 1-00728 e Mosella ed altri n. 1-00729 concernenti misure a favore del trasporto pubblico locale.

La seduta termina alle 18,10.