XVI LEGISLATURA


Resoconto stenografico dell'Assemblea

Seduta n. 359 di martedì 27 luglio 2010

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PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE ROCCO BUTTIGLIONE

La seduta comincia alle 9,30.

MIMMO LUCÀ, Segretario, legge il processo verbale della seduta di ieri.
(È approvato).

Missioni.

PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati Bindi, Bongiorno, Brugger, Caparini, Cirielli, Donadi, Gregorio Fontana, Leone, Lo Monte, Antonio Martino, Melchiorre, Migliavacca, Mura, Nucara, Leoluca Orlando, Sardelli, Stucchi, Tabacci e Vegas sono in missione a decorrere dalla seduta odierna.
Pertanto i deputati in missione sono complessivamente sessantatré, come risulta dall'elenco depositato presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell'allegato A al resoconto della seduta odierna.

Ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicate nell'allegato A al resoconto della seduta odierna.

Seguito della discussione del disegno di legge: S. 2228 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, recante misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica (Approvato dal Senato) (A.C. 3638) (ore 9,34).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, recante misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica.
Ricordo che nella seduta di ieri è iniziata la discussione sulle linee generali.

(Ripresa discussione sulle linee generali - A.C. 3638)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Giovanelli. Ne ha facoltà.

ORIANO GIOVANELLI. Signor Presidente, prendo la parola brevemente, perché sono ancora molti gli iscritti del mio gruppo che vogliono giustamente intervenire sul provvedimento in esame. Già ieri sono stati sviscerati tanti argomenti, sono stati messi a nudo tante contraddizioni e tanti numeri. Vorrei questa mattina ribadire un concetto: a me sembra che quello che non emerge ancora in modo sufficiente è il carattere devastante di questa manovra. Si parla di insufficienza della manovra, si parla di inadeguatezza, si parla del suo carattere recessivo, ma non si mette a sufficienza in evidenza quanto essa devasterà la condizione di vita e di lavoro di migliaia, centinaia di migliaia di famiglie e di persone.
Solo ieri Il Sole 24 Ore dava conto che 1.300 lavoratori precari e lavoratori interinali assunti dalle nostre questure per svolgere le funzioni di verifica delle domande di sanatoria relative a badanti ed immigrati in genere perderanno il lavoro: 1.300 entro il 31 dicembre, 600 a partire dal 31 luglio. Tale gravissimo fenomeno si ripeterà nelle corsie di ospedale, dove i lavoratori a tempo determinato non sono Pag. 2un di più rispetto ad organici già pieni, ma sono essenziali per il mantenimento dei servizi; si ripeterà nelle scuole materne, negli asili nido, dove il personale a contratto a tempo determinato che il provvedimento impedisce di rinnovare oltre la misura del 50 per cento di quello del 2009, è fondamentale per l'erogazione dei servizi ai bambini.
Credo che questa dimensione, la dimensione sociale sia stata artatamente occultata con una strategia colpevole di questo Governo. Questa è una manovra che segna - lo dicono in molti, non aggiungo niente di nuovo - il declino, direi la fine di una lunga parentesi berlusconiana in questo nostro Paese. Essa rappresenta un po' lo specchio di Narciso che va in pezzi: tanta è la pesantezza dei suoi contenuti, e tanto è significativa la coincidenza della sua pesantezza con la crisi morale che attraversa la vita della maggioranza e di questo Governo, e il conflitto istituzionale che continua ad essere aperto. La somma di questi tre fattori segna evidentemente la fine di un ciclo politico.
Nonostante questo si è cercato di occultare il carattere della manovra, di nasconderlo dietro la vicenda della Grecia, si è cercato di costruirvi attorno la divisione del Paese, la divisione fra i sindacati, la divisione tra i lavoratori pubblici e i lavoratori privati, la divisione tra il nord e il sud, perché questo si ritiene possa depotenziare la reazione alla pesantezza sociale della manovra stessa.
Inoltre si è cercato di introdurre un elemento di ulteriore illusione, dicendo che questa manovra, tutto sommato, va nella direzione della soluzione dei problemi, quando invece non è altro che una manovra distruttiva. Voglio portare alcuni esempi perché si capisca, ancora una volta, di che cosa stiamo parlando. Il comune di Imola, immediatamente dopo il varo della manovra, fece un po' di conti e disse: beh, noi per stare dentro a quello che ci viene chiesto dobbiamo passare da 420 posti di asili nido a 100 (lo ripeto: da 420 a 100). Il mio comune si trova in questo momento a discutere - e non basterà - se vendere un suo pezzo eccellente, che è la casa di riposo per anziani, e ci sono i parenti delle persone che sono ricoverate lì che stanno discutendo con il comune e propongono allo stesso di abbassare la soglia di qualità del servizio per risparmiare, pur di non vendere quella casa di riposo. Capite il paradosso cui siamo arrivati? Sempre nel mio comune trenta insegnanti andranno in pensione (e sono decisivi per mantenere aperte le scuole materne), e il mio comune non sa come sostituirli a seguito di questa manovra. Accade a caso tutto ciò? È questo che mi chiedo. Accade a caso, o non c'è una cifra ideologica dietro questa manovra? Secondo me sì. Secondo me dietro questa manovra c'è una cifra ideologica, e la cifra ideologica è quella di colpire tutto ciò che va nella direzione dei servizi per la collettività. Il ragionamento che credo facciano figure come Tremonti, come Sacconi, come Calderoli (perché ormai non è più in mano al Presidente del Consiglio il governo di questa maggioranza), è che - tutto sommato - quei servizi di cui ho parlato non rappresentino soltanto dei servizi, ma rappresentino un modello sociale, un'idea di Paese, e si ritiene che quell'idea di Paese non sia più sostenibile. Ma perché non dovrebbe essere più sostenibile nella misura in cui si lasciano assolutamente indisturbati i redditi più alti, i grandi capitali, le speculazioni finanziarie, e si lasciano indisturbati gli evasori fiscali, e ci si rende soprattutto conto di che cosa significa demolire quel sistema sociale ai fini di un'idea di Paese? Perché se ci sono i servizi sociali le donne lavorano, e uno dei punti più deboli del nostro Paese è proprio il tasso di occupazione femminile. Tutto si tiene. Credo che ci venga servita, dietro la logica dell'emergenza, un'idea di Paese inaccettabile, per cercare di coprire e di darle una dignità. Pochi giorni fa, ad Arezzo, il Ministro Tremonti, che non abbandona mai l'idea appunto di essere una sorta di ideologo di questa maggioranza, ha detto: quel sistema è finito con il Novecento, non ce lo possiamo più permettere, è un sistema che oggi va sostituito. Da che? Ha Pag. 3proposto l'ultima cosa nuova, di cui scrivono i giornali: la Big Society modello Cameron in Inghilterra. Anche lì la stanno criticando come una scelta di smantellamento, ma proviamo a prendere la Big Society per buona: è un'idea di sussidiarietà, ma la sussidiarietà cosa comporta? Che la società si autoorganizzi per la gestione dei servizi e per rispondere alle emergenze sociali. Ma per rispondere alle emergenze sociali dal punto di vista della sussidiarietà bisogna abbassare le tasse, e questo è un Paese che continua ad avere la più alta pressione fiscale. Per mettere in moto la società che si autoorganizzi bisogna fare il federalismo, quello vero, e invece voi state massacrando i comuni, le province, le regioni, cioè i soggetti del federalismo. Quindi anche questa illusione, questa parvenza di cambiamento, di costruzione di un nuovo modello, cade all'evidenza dei fatti, cioè crolla di fronte alla realtà.
Ci vuole una società civile, sana, che si sappia organizzare e questo Paese, invece, ha un altissimo tasso di criminalità. La Big Society, in Sicilia, in Calabria, in Campania, si chiama mafia, 'ndrangheta e camorra; quella è la Big Society italiana! Vogliamo lasciare questo nostro Paese a tale logica ideologica, facendo arretrare drammaticamente l'intervento pubblico, la presenza del sistema pubblico come garanzia di valori, di diritti, di servizi? Credo che, sostanzialmente, state facendo questo, state cercando di devastare un sistema sociale, di abbassare il livello della civiltà, dei diritti e delle condizioni di vita delle persone. Non avete un briciolo di idea su come ricostruire questo sistema, gli date una pittata di ideologia ma, in verità, state soltanto creando un'Italia più insicura (1 miliardo e 700 milioni di euro in meno per la sicurezza tra il 2009 il 2013), più ingiusta, perché questa manovra colpirà soprattutto le famiglie, specie quelle numerose, e i lavoratori dipendenti, siano essi del settore pubblico o del settore privato. Inoltre, colpirete i precari e, soprattutto, costruirete un Paese più povero, perché dietro lo smantellamento di un modello sociale vi è anche l'impossibilità, per il sistema delle imprese, di attecchire, di crescere, di svilupparsi, di dare lavoro. A me rimane sempre in mente una ricerca fatta, qualche anno fa, dalla CNA, dalla Confederazione Nazionale dell'Artigianato e della Piccola e Media Impresa: alla domanda, rivolta agli artigiani, su quali fossero le questioni più importanti alle quali guardavano e che chiedevano alla pubblica amministrazione, al sistema istituzionale, la risposta non era: meno tasse, ma era: meno burocrazia e più servizi, perché le nostre imprese familiari hanno bisogno di avere un retroterra di servizi solido per potersi sviluppare, a meno che anche questi, quelli che oggi si raccolgono nella rete delle imprese, cioè delle imprese piccole e piccolissime, non siano già considerati, da questo Governo, come soggetti da sacrificare ad un nuovo modello che, in verità, fa salvi soltanto gli evasori e gli speculatori (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Calvisi. Ne ha facoltà.

GIULIO CALVISI. Signor Presidente, mi limiterò, in questo intervento, ad alcune considerazioni di natura politica piuttosto che attinenti al merito del provvedimento stesso. Rinvio, perciò, per le nostre proposte, alla relazione di minoranza presentata dal nostro capogruppo in Commissione bilancio, l'onorevole Baretta. Prima considerazione: mi pare che questa sia l'ottava volta su 35 voti di fiducia complessivi che questo Parlamento viene costretto ad un voto di fiducia su un provvedimento di natura economica. È già un fatto grave aver fatto ricorso a questa procedura del prendere o lasciare, dell'espropriazione del Parlamento e delle sue prerogative in altre occasioni, ancora di più è grave averlo fatto in questa circostanza. La manovra è stata presentata come un qualche cosa che atteneva più all'interesse dello Stato che ad un indirizzo di politica economica del Governo. Si chiamava il Paese ad affrontare sacrifici (la prima volta che il Presidente del Consiglio usava la parola «sacrifici», lui che è Pag. 4così attento alla comunicazione), in nome, appunto, di un interesse nazionale superiore per evitare la deriva greca, per evitare una situazione di non controllo dei conti pubblici e per dare esplicita attuazione ad una richiesta da parte dell'Unione europea. Se le cose stanno così, come opposizione abbiamo fatto un discorso molto chiaro e vi abbiamo detto che non ci sottrarremo alle nostre responsabilità come una forza di opposizione che guarda, innanzitutto, all'interesse nazionale. Non faremo come voi faceste, quando eravate all'opposizione, votando contro la manovra che portò l'Italia nell'euro. Vi abbiamo detto, ve l'hanno detto l'onorevole Franceschini e l'onorevole Bersani, che per noi non sono in discussione la necessità di una manovra, l'entità della manovra medesima e la necessità di ridurre la stessa spesa pubblica.
Tra di noi si poteva anche aprire un dibattito se votare a favore o se astenerci su questo provvedimento. Del resto siamo un'opposizione responsabile. Le uniche riforme che ha fatto questo Governo sono avvenute con il concorso dell'opposizione: la legge di contabilità e la legge sul federalismo fiscale. Di fronte a questa apertura voi invece avete deciso di procedere nel solito modo. Avete sottratto il Parlamento ad una discussione su decisioni economiche della portata di 25 miliardi di euro. Avete posto la fiducia al Senato su modifiche alla proposta inizialmente presentata dal Governo stesso. Porrete la fiducia alla Camera su un testo non modificabile e blindato. Con la vostra maggioranza parlamentare ormai annichilita, con i vostri deputati che neanche possono parlare perché devono obbedir tacendo. Con il Parlamento ancora una volta ridotto ad un «votificio». Una prova di forza dell'Esecutivo: può darsi. Tuttavia penso che si sia trattato di una prova di debolezza perché non solo avete dimostrato che questa maggioranza può legiferare solo con la fiducia altrimenti emergono le vostre contraddizioni e divisioni; non solo perché nel porre la questione di fiducia vi siete sottratti a qualsiasi confronto di merito sui problemi ma perché il ricorso alla fiducia ha reso meno credibili i presupposti dai quali siete partiti, i presupposti della manovra: l'interesse nazionale, la deriva greca e il rischio spagnolo, ce lo chiede l'Europa. Non è così. Altri Paesi stanno facendo altre manovre. Le stanno facendo e le hanno fatte la Germania, l'Inghilterra e gli Stati Uniti: manovre dure, manovre pesanti. Ma c'è una grande differenza tra loro: infatti oggi quei Paesi mettono in campo tagli e misure di contenimento della spesa pubblica dopo che lo scorso anno hanno messo in campo misure anticicliche per rimettere i conti a posto, per intervenire a sostegno delle famiglie e delle imprese, per salvare le banche. Da noi niente di tutto questo è stato fatto. E attenzione: gli altri non fanno soltanto tagli. Infatti è vero che la Germania fa una manovra dura di 80 miliardi nei quattro anni ma non fa soltanto tagli alla spesa pubblica perché la Germania investe 12 miliardi nella scuola, nell'università e nel sistema formativo. Voi invece avete tagliato 12 miliardi a partire dal decreto-legge n. 112 del 2008 per la scuola, l'università e il sistema formativo. I macro indicatori sono impietosi per voi: il PIL - 6,3 per cento; il rapporto debito/PIL, l'avanzo primario, il deficit. Deficit che l'Europa ci chiede di dimezzare in tre anni per arrivare a 40 miliardi e voi non avete risposto alla domanda che con insistenza vi ha rivolto il collega Vannucci in Commissione: da 80 miliardi, quale è il deficit oggi, dovete arrivare a 40 e oggi ne prendete 25. Gli altri 15 quando li mettete, dove li trovate? Dunque al di là delle rassicurazioni del Ministro Tremonti è chiaro che si va incontro ad un'altra manovra correttiva dei conti pubblici. Siamo dunque in questa situazione perché voi avete negato la crisi, perché voi non avete messo in campo misure anticrisi, perché avete definito la crisi come psicologica, perché avete definito la crisi come alle nostre spalle.
Oggi facciamo i conti con le vostre scelte sbagliate quando avete eliminato le misure di contrasto all'evasione fiscale, quando avete eliminato l'ICI, quando avete tagliato i fondi FAS, quando avete fatto la Pag. 5più grande riduzione della spesa in conto capitale della storia della Repubblica, quando avete scelto non per ritardo o per errori, ma per scelta ben precisa di bloccare i pagamenti, dalla pubblica amministrazione verso le imprese. Ve ne siete pure fatto vanto nella relazione al rendiconto: in quello di quest'anno vi siete vantati del blocco dei debiti commerciali della pubblica amministrazione. Quando avete imposto il patto di stabilità assurdo ai comuni. Oggi ci riproponete la solita solfa che già avevamo visto con il decreto-legge n. 112: tagli agli enti locali, alle regioni, ai comuni, ulteriori tagli ai Ministeri, tagli al pubblico impiego, pesanti interventi sul sistema pensionistico. Altri colleghi hanno esposto le cifre e io non ci tornerò. Però guardate io voglio sottolineare un punto e chiudo il mio intervento.
Voi oggi alle regioni chiedete di fare il lavoro sporco per voi, di aumentare le tasse perché voi non avete il coraggio di presentarvi direttamente agli italiani con questa proposizione. Tuttavia non fate una politica di tagli per innescare un processo di crescita come ieri diceva entusiasta l'onorevole Marinello nel suo intervento. Non fate la scelta che pure sarebbe stata coraggiosa di dare preferenza alla crescita, alle politiche di sviluppo rispetto al welfare. Non siete e non avete fatto come Reagan e la Thatcher negli anni Ottanta quando ci fu un'imponente riduzione dello Stato sociale a fronte di un grande piano di riduzione fiscale per imprese e famiglie.
Neanche per sogno: qui non vi è crescita e vi sono i tagli, il rigore, il contenimento puro e semplice della spesa, la politica di bilancio che coincide e si sovrappone alla politica economica, questo è. E attenzione: qui non vi è solo una mancanza di coraggio da parte vostra, ma siamo al fallimento della vostra politica. Ve lo ha ricordato ieri sempre il collega La Malfa nel suo intervento: con il decreto-legge in esame fallisce l'idea che era stata alla base della vittoria di Berlusconi sia nel 2001 sia nel 2008, cioè che questo Paese avesse bisogno, per crescere, di una politica che liberasse il Paese da lacci e lacciuoli, di un grande programma di riduzione fiscale. Avete messo fine a questa parola d'ordine. La pressione fiscale in questo Paese ha raggiunto il suo record, non avete attuato la riduzione delle tasse: non la fate adesso e non la farete mai.
Oggi ci proponete un rigore fine a se stesso, destinato a produrre forse qualche effetto positivo sulla riduzione del deficit, ma che non innesca processi di crescita e neanche processi strutturali di riduzione del debito che come un macigno pesa sulle spalle del nostro Paese.
Non costruite neanche un posto di lavoro in più, a fronte di un Paese con un tasso di disoccupazione ormai sopra il 10 per cento: nelle regioni del sud la disoccupazione giovanile è al 40 per cento, con 2 milioni di ragazze e ragazzi del nostro Paese che non lavorano, non studiano e non stanno cercando lavoro.
Sempre l'onorevole La Malfa ieri diceva: attenzione, siamo di fronte ad una svolta, Tremonti è diventato come Padoa Schioppa, ci propone politiche di risanamento che uccidono le prospettive di sviluppo. È un paragone interessante. Sicuramente voi tornate indietro sulle politiche di risanamento, sull'importanza dell'evasione fiscale, sulla centralità dell'Europa, su quelle cose sulle quali, cioè, avete sempre attaccato i Governi di centrosinistra. Quindi, vi è una sorta di rivincita della storia per chi vi ha preceduto. Ma da qui a dire che le politiche sono le stesse un po' ve ne passa.
Io non lo so, però è certo che nessun Governo di centrosinistra e nessun ministro di centrosinistra, a fronte di una tassazione del 23 per cento sulle pensioni che supera il minimo imponibile, avrebbe mai potuto tassare del 5 per cento i titolari di oltre 105 miliardi trattenuti all'estero. Forse un Governo di centrosinistra avrebbe chiesto un contributo ai dipendenti pubblici che guadagnano tra i 90.000 e i 150.000 euro del 5 e del 10 per cento, quindi portando le aliquote al 48 e al 53 per cento. Sicuramente, però, non avrebbe lasciato milionari come il Presidente del Consiglio con un'aliquota del 43 per cento. Forse un Governo di centrosinistra avrebbe tagliato i trasferimenti alle regioni Pag. 6e agli enti locali, ma non lo avrebbe fatto lasciando intonse le rendite finanziarie come invece avete fatto voi. Nessun Governo di centrosinistra avrebbe tradito il patto intergenerazionale e infragenerazionale sulle pensioni come avete fatto voi. Nessun Governo di centrosinistra sarebbe intervenuto sulla pubblica amministrazione, mettendo in mora sia i propositi di Bassanini sia di Brunetta di valorizzare il merito. Nessun Governo di centrosinistra per eliminare il precariato nella pubblica amministrazione avrebbe fatto la scelta che avete fatto voi: noi abbiamo fatto la scelta di ridurre il precariato stabilizzando i lavoratori, voi i lavoratori semplicemente li licenziate.
Quindi, siamo di fronte ad una politica economica diversa: questa è la vostra politica economica, questa è la vostra politica di finanza pubblica. La nostra politica è diversa e spero che gli elettori e i cittadini si renderanno conto che la nostra cultura politica si ispira ad altri principi ed altri valori rispetto a quelli ai quali vi ispirate voi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Duilio. Ne ha facoltà.

Testo sostituito con errata corrige volante LINO DUILIO. Signor Presidente, inizierei il mio intervento esordendo col dire: «di nuovo». Lo dico all'indirizzo non tanto dei colleghi che ascoltano, ma di chi ci ascolta attraverso i circuiti mediatici. Di nuovo con un decreto-legge: in 24 mesi siamo a 64 decreti, contro i 45 dello stesso periodo nella legislatura scorsa e, se non ricordo male, alla trentaseiesima fiducia. Quindi, la maggior parte di questi decreti è stata convertita con la fiducia, senza poter modificare assolutamente nulla. Siamo alla Camera nella condizione di un Parlamento annichilito.
Infatti, non vi è stata nemmeno la prassi virtuosa, che avevamo instaurato, di lavorare in Commissione, sopportando - tra virgolette - la posizione di una questione di fiducia in Aula sul testo della Commissione, quand'anche non lo avessimo condiviso. Adesso, invece, non abbiamo la possibilità nemmeno di modificare il testo in Commissione.
Questa situazione potrebbe suggerirci - ma non ho il tempo di farlo - considerazioni che abbiamo svolto in altra sede con riferimento alla situazione democratica del nostro Paese, all'annichilimento, come dicevo prima, del Parlamento, alla sua inutilità e al fatto che sia considerato un ingombro. Me ne astengo. Siamo ridotti - dico semplicemente così - alla perorazione, quasi all'esortazione, dell'accoglimento di un ordine del giorno: credo, infatti, che assisteremo in Aula allo spettacolo - tra virgolette - della presentazione di numerosi ordini del giorno, che sono semplicemente la traslazione dei possibili emendamenti che avremmo potuto discutere in Commissione.
Peraltro, attraverso i vostri potenti mezzi - dei quali, paradossalmente, il Presidente del Consiglio si lamenta - si dice che il Governo è costretto a porre la questione di fiducia; infatti, ascoltando la radio questa mattina, ho appreso che sono stati presentati circa seicento emendamenti, anche se non ho capito bene da parte di chi. Questa è la situazione.
In questi pochi minuti, vorrei offrirvi delle considerazioni che non attengono tanto al discorso delle cifre, che è stato, peraltro, ampiamente esplorato dai miei colleghi con dovizia di particolari e con la solita competente passione con cui le nostre considerazioni sono illustrate in Parlamento.
Voi presentate questa manovra correttiva dopo aver detto, per mesi e mesi, attraverso il Ministro Tremonti che non sarebbe stata necessaria, e lo fate in una situazione di finanza pubblica che definirei magmatica e poco affidabile. Vi avevamo chiesto di presentarci una nota di aggiornamento rispetto alle previsioni che erano state fatte anche attraverso la relazione unificata sull'economia e la finanza pubblica, durante i primi giorni dell'anno, ma non avete fatto nemmeno questo. Ci avete inviato un pezzo di carta al Senato, via fax, una cosiddetta nota informativa, in cui, peraltro, vengono fatte affermazioni piuttosto serie e piuttosto importanti. Pag. 7
Abbiamo approvato un provvedimento di stabilità, che dovrebbe consentirci di arrivare alla prossima sessione di bilancio per fare un po' di ordine sulle prossime manovre, attraverso un ciclo di programmazione che consenta a ciascuno di dire cosa è possibile fare per il bene del nostro Paese. Dovevate presentare, entro il 15 luglio, le linee guida della decisione di finanza pubblica. Dove sono? Non ci sono. Non avete presentato niente. Tra poco, arriverà il «generale agosto»: il 15 settembre vi presenterete, inventando una decisione di finanza pubblica e, di nuovo, riducendo il Parlamento in una condizione - tra virgolette - un poco miserabile. Lo dico con grandissima amarezza.
In questo quadro - lo dico sempre a beneficio di chi ascolta all'esterno - credo che dovremmo fare «un'operazione verità». Infatti, gli italiani si sveglieranno da questo sonno della ragione in cui li avete precipitati, dopo vent'anni di menzogne che sono state pronunciate sulla condizione del nostro Paese. Mi rivolgo ai colleghi leghisti che, con la solita goliardia simpatica, due anni fa, hanno esibito un pinocchietto - me lo sono portato dietro - con su scritto «Prodi». Lo dico al presidente Giorgetti e al sottosegretario, che non mi ascolta: tutti i leghisti erano qui in Aula con un pinocchietto con su scritto «Prodi, è un bugiardo».
Non è vero che la finanza pubblica è in difficoltà, non è vero che dovete realizzare le manovre correttive, non è vero niente. Avete raccontato un sacco di bugie e di menzogne agli italiani. Sarebbe il caso che si cominciasse a fare «un'operazione verità», perché abbiamo perso due anni: adesso ci troviamo in una situazione di finanza pubblica molto più difficile rispetto a quella di due anni fa, quando avevamo iniziato a fare delle operazioni molto più organiche e molto meno demagogiche delle vostre, come, tra l'altro, state facendo da dieci anni a questa parte.
Sempre a beneficio degli italiani, sperando che escano dal sonno della ragione, vorrei ricordare che, in questi ultimi dieci anni, tranne venti mesi, avete governato voi, solo voi. E la situazione in cui ci troviamo - cioè, di declino del Paese, di finanza fuori controllo, di indici tutti sballati - è dovuta esclusivamente alla vostra responsabilità. Non ho il tempo, ma se andassimo a vedere cosa è accaduto prima della crisi internazionale, cioè durante la legislatura 2001-2006, dopo due anni e mezzo circa, andando a fare i conti, ci troveremo esattamente nella stessa condizione in cui ci troviamo adesso, quando dite che è la crisi internazionale a produrre questa situazione.
Faccio solo questa citazione, cari colleghi, e lo dico sempre a beneficio di chi ascolta: alla fine della legislatura precedente, quindi dopo cinque anni di Governo di centrodestra, Il Sole 24 Ore, che notoriamente non è un giornale di sinistra o di centrosinistra, con uno dei suoi migliori giornalisti economici, Fabrizio Galimberti, scriveva: «Il combinato disposto Tremonti-Siniscalco ha aggiunto quasi due punti e mezzo di PIL alla spesa. Questi punti in più valgono almeno 30 miliardi di euro. Insomma, se solo il Governo non avesse dissipato l'eredità dell'Esecutivo precedente» - cioè del Governo Prodi, della legislatura di centrosinistra precedente - «oggi non ci sarebbe stato alcun bisogno di fare una finanziaria difficile e i conti italiani terrebbero la testa alta in Europa». Fabrizio Galimberti, Il Sole 24 Ore, titolo «Il piombo della spesa», del 5 ottobre 2005.
La stessa cosa è successa prima della crisi internazionale sul fronte della competitività e della produttività. Il nostro Paese è precipitato nella crescita del PIL e sempre Il Sole 24 Ore, che, ripeto, non è un bollettino del centrosinistra, come tutti sappiamo, facendo riferimento all'indice del World Economic Forum, cioè all'indice di competitività comparato a livello internazionale, ci dava agli ultimi posti con riferimento a tutti e tre i sotto-indici di riferimento che riguardano quell'indice generale - l'indice tecnologico, l'indice della qualità delle istituzioni pubbliche e quello della qualità del contesto macroeconomico - e scriveva: «(...) negli ultimi cinque anni la governance della competitività del sistema Paese si è come dissolta, dando Pag. 8luogo a una dinamica involutiva che non ha equivalenti in nessun altro Paese sviluppato». Pier Luigi Sacco, «Competitività, chi l'ha vista?», del 2 novembre 2005.
Perché ho citato questa fonte? Perché dopo due anni e mezzo di Governo di centrodestra in questa legislatura siamo esattamente nella stessa situazione. Adesso voi dite che è colpa della crisi internazionale, ma ricordo alla vostra memoria, come ho detto poco fa, che prima non c'era la crisi internazionale ed eravamo nella stessa situazione. Quindi, il lupo perde il pelo ma non il vizio. Voi siete la nostra malattia, non siete il nostro rimedio perché, in ogni situazione, dopo che avete cominciato a governare, si verifica esattamente l'opposto di quello che dovrebbe succedere: aumentano le spese, diminuiscono le entrate, in un Paese in cui dovrebbero diminuire le spese e aumentare le entrate. Aumentano le spese correnti, peraltro...
LINO DUILIO. Signor Presidente, inizierei il mio intervento esordendo col dire: «di nuovo». Lo dico all'indirizzo non tanto dei colleghi che ascoltano, ma di chi ci ascolta attraverso i circuiti mediatici. Di nuovo con un decreto-legge: in 24 mesi siamo a 64 decreti, contro i 45 dello stesso periodo nella legislatura scorsa e, se non ricordo male, alla trentaseiesima fiducia. Quindi, la maggior parte di questi decreti è stata convertita con la fiducia, senza poter modificare assolutamente nulla. Siamo alla Camera nella condizione di un Parlamento annichilito.
Infatti, non vi è stata nemmeno la prassi virtuosa, che avevamo instaurato, di lavorare in Commissione, sopportando - tra virgolette - la posizione di una questione di fiducia in Aula sul testo della Commissione, quand'anche non lo avessimo condiviso. Adesso, invece, non abbiamo la possibilità nemmeno di modificare il testo in Commissione.
Questa situazione potrebbe suggerirci - ma non ho il tempo di farlo - considerazioni che abbiamo svolto in altra sede con riferimento alla situazione democratica del nostro Paese, all'annichilimento, come dicevo prima, del Parlamento, alla sua inutilità e al fatto che sia considerato un ingombro. Me ne astengo. Siamo ridotti - dico semplicemente così - alla perorazione, quasi all'esortazione, dell'accoglimento di un ordine del giorno: credo, infatti, che assisteremo in Aula allo spettacolo - tra virgolette - della presentazione di numerosi ordini del giorno, che sono semplicemente la traslazione dei possibili emendamenti che avremmo potuto discutere in Commissione.
Peraltro, attraverso i vostri potenti mezzi - dei quali, paradossalmente, il Presidente del Consiglio si lamenta - si dice che il Governo è costretto a porre la questione di fiducia; infatti, ascoltando la radio questa mattina, ho appreso che sono stati presentati circa seicento emendamenti, anche se non ho capito bene da parte di chi. Questa è la situazione.
In questi pochi minuti, vorrei offrirvi delle considerazioni che non attengono tanto al discorso delle cifre, che è stato, peraltro, ampiamente esplorato dai miei colleghi con dovizia di particolari e con la solita competente passione con cui le nostre considerazioni sono illustrate in Parlamento.
Voi presentate questa manovra correttiva dopo aver detto, per mesi e mesi, attraverso il Ministro Tremonti che non sarebbe stata necessaria, e lo fate in una situazione di finanza pubblica che definirei magmatica e poco affidabile. Vi avevamo chiesto di presentarci una nota di aggiornamento rispetto alle previsioni che erano state fatte anche attraverso la relazione unificata sull'economia e la finanza pubblica, durante i primi giorni dell'anno, ma non avete fatto nemmeno questo. Ci avete inviato un pezzo di carta al Senato, via fax, una cosiddetta nota informativa, in cui, peraltro, vengono fatte affermazioni piuttosto serie e piuttosto importanti. Pag. 7
Abbiamo approvato un provvedimento di stabilità, che dovrebbe consentirci di arrivare alla prossima sessione di bilancio per fare un po' di ordine sulle prossime manovre, attraverso un ciclo di programmazione che consenta a ciascuno di dire cosa è possibile fare per il bene del nostro Paese. Dovevate presentare, entro il 15 luglio, le linee guida della decisione di finanza pubblica. Dove sono? Non ci sono. Non avete presentato niente. Tra poco, arriverà il «generale agosto»: il 15 settembre vi presenterete, inventando una decisione di finanza pubblica e, di nuovo, riducendo il Parlamento in una condizione - tra virgolette - un poco miserabile. Lo dico con grandissima amarezza.
In questo quadro - lo dico sempre a beneficio di chi ascolta all'esterno - credo che dovremmo fare «un'operazione verità». Infatti, gli italiani si sveglieranno da questo sonno della ragione in cui li avete precipitati, dopo venti mesi di menzogne che sono state pronunciate sulla condizione del nostro Paese. Mi rivolgo ai colleghi leghisti che, con la solita goliardia simpatica, due anni fa, hanno esibito un pinocchietto - me lo sono portato dietro - con su scritto «Prodi». Lo dico al presidente Giorgetti e al sottosegretario, che non mi ascolta: tutti i leghisti erano qui in Aula con un pinocchietto con su scritto «Prodi, è un bugiardo».
Non è vero che la finanza pubblica è in difficoltà, non è vero che dovete realizzare le manovre correttive, non è vero niente. Avete raccontato un sacco di bugie e di menzogne agli italiani. Sarebbe il caso che si cominciasse a fare «un'operazione verità», perché abbiamo perso due anni: adesso ci troviamo in una situazione di finanza pubblica molto più difficile rispetto a quella di due anni fa, quando avevamo iniziato a fare delle operazioni molto più organiche e molto meno demagogiche delle vostre, come, tra l'altro, state facendo da dieci anni a questa parte.
Sempre a beneficio degli italiani, sperando che escano dal sonno della ragione, vorrei ricordare che, in questi ultimi dieci anni, tranne venti mesi, avete governato voi, solo voi. E la situazione in cui ci troviamo - cioè, di declino del Paese, di finanza fuori controllo, di indici tutti sballati - è dovuta esclusivamente alla vostra responsabilità. Non ho il tempo, ma se andassimo a vedere cosa è accaduto prima della crisi internazionale, cioè durante la legislatura 2001-2006, dopo due anni e mezzo circa, andando a fare i conti, scopriremo che eravamo esattamente nella stessa condizione in cui ci troviamo adesso, quando dite che è la crisi internazionale a produrre questa situazione.
Faccio solo questa citazione, cari colleghi, e lo dico sempre a beneficio di chi ascolta: alla fine della legislatura precedente, quindi dopo cinque anni di Governo di centrodestra, Il Sole 24 Ore, che notoriamente non è un giornale di sinistra o di centrosinistra, con uno dei suoi migliori giornalisti economici, Fabrizio Galimberti, scriveva: «Il combinato disposto Tremonti-Siniscalco ha aggiunto quasi due punti e mezzo di PIL alla spesa. Questi punti in più valgono almeno 30 miliardi di euro. Insomma, se solo il Governo non avesse dissipato l'eredità dell'Esecutivo precedente» - cioè del Governo Prodi, della legislatura di centrosinistra precedente - «oggi non ci sarebbe stato alcun bisogno di fare una finanziaria difficile e i conti italiani terrebbero la testa alta in Europa». Fabrizio Galimberti, Il Sole 24 Ore, titolo «Il piombo della spesa», del 5 ottobre 2005.
La stessa cosa è successa prima della crisi internazionale sul fronte della competitività e della produttività. Il nostro Paese è precipitato nella crescita del PIL e sempre Il Sole 24 Ore, che, ripeto, non è un bollettino del centrosinistra, come tutti sappiamo, facendo riferimento all'indice del World Economic Forum, cioè all'indice di competitività comparato a livello internazionale, ci dava agli ultimi posti con riferimento a tutti e tre i sotto-indici di riferimento che riguardano quell'indice generale - l'indice tecnologico, l'indice della qualità delle istituzioni pubbliche e quello della qualità del contesto macroeconomico - e scriveva: «(...) negli ultimi cinque anni la governance della competitività del sistema Paese si è come dissolta, dando Pag. 8luogo a una dinamica involutiva che non ha equivalenti in nessun altro Paese sviluppato». Pier Luigi Sacco, «Competitività, chi l'ha vista?», del 2 novembre 2005.
Perché ho citato questa fonte? Perché dopo due anni e mezzo di Governo di centrodestra in questa legislatura siamo esattamente nella stessa situazione. Adesso voi dite che è colpa della crisi internazionale, ma ricordo alla vostra memoria, come ho detto poco fa, che prima non c'era la crisi internazionale ed eravamo nella stessa situazione. Quindi, il lupo perde il pelo ma non il vizio. Voi siete la nostra malattia, non siete il nostro rimedio perché, in ogni situazione, dopo che avete cominciato a governare, si verifica esattamente l'opposto di quello che dovrebbe succedere: aumentano le spese, diminuiscono le entrate, in un Paese in cui dovrebbero diminuire le spese e aumentare le entrate. Aumentano le spese correnti, peraltro...

PRESIDENTE. La invito a concludere.

LINO DUILIO. Chiudo, signor Presidente, so che avete concordato interventi di dieci minuti, nonostante potessimo parlare più a lungo, ma almeno questo, in Parlamento; siamo ridotti a questo, al bisogno di parlare. Lei, peraltro, in una precedente occasione, non mi ha fatto nemmeno parlare, spero che almeno due minuti me li dia per farmi concludere.
Come provvedete, voi, rispetto a questa situazione di aumento delle spese? Nemmeno andando a vedere perché aumentano le spese, dove bisogna incidere eliminando sprechi, inefficienze e dove invece non bisogna incidere. Voi fate i tagli lineari. I tagli lineari li abbiamo fatti anche noi, ma abbiamo scritto nella relazione unificata della legislatura scorsa che questa è una misura straordinaria, dopodiché bisogna andare a vedere perché aumentano le spese e, quindi, bisogna intervenire in modo chirurgico cercando di eliminare le spese dove vanno eliminate e non colpendo alla cieca, come si fa con i tagli lineari.
Tanto per fare un esempio sulla pubblica amministrazione, avete definito con questo decreto-legge, con questa manovra, delle nuove regole, non del nuovo sul nuovo, ma del nuovo sul vecchio. Per esempio, per quanto riguarda l'alta dirigenza della pubblica amministrazione, quella che, come sappiamo tutti, maggioranza e opposizione, è il cuore dello Stato, la crema della pubblica amministrazione, il meglio della professionalità del nostro Paese, siete andati a dire loro: «sapete che c'è? Se fate domanda di pensione, intanto andate in pensione l'anno dopo e poi la liquidazione non ve la diamo più, ve la diamo a rate». Per cui se uno aveva previsto di comprare, per esempio, una casa al proprio figlio dopo 40, 42, 43 anni di onorato servizio, di eccellente servizio nella pubblica amministrazione, si è sentito trattato così.
La conseguenza quale è stata? Che molti se ne sono andati prima che venisse emanato il provvedimento. Voi state distruggendo il cuore della pubblica amministrazione, portando acqua al mulino di uno spoil system spurio, che fondamentalmente obbedisce alla logica di privatizzare tutto e di eliminare lo Stato. Questo per quanto riguarda il versante delle spese.
Chiudo con riferimento al versante delle entrate.
Avete scritto in questa manovra delle cifre improbabili per quanto riguarda la possibilità di entrate. Tra poco, come ho detto un po' ironicamente in Commissione, in bilancio iscriverete le speranze o le illusioni di entrata; l'unica cosa che siete riusciti a fare aumentare, come entrate, sono i giochi del lotto, le lotterie.
Sempre alla radio, stamattina, si diceva che siamo arrivati a circa 60 miliardi di euro di giocate nel nostro Paese, istigando la gente a giocare perché aumentate le lotterie. Fra poco, ogni giorno, vi sarà una lotteria perché vi sono macchinette e slot machine dappertutto; 25 miliardi di euro dei 60 miliardi di euro sono dovuti alle entrate da giochi e macchinette. Peraltro, molto spesso inducendo una dipendenza dal gioco che rovina un sacco di gente che viene distrutta in quella speranza che si rivela, Pag. 9appunto, una illusione di poter diventare ricco dopo che invece si trova in una condizione di povertà.
Chiedo scusa per la passione e concludo veramente. Noi riteniamo che questa manovra inevitabilmente si debba fare perché abbiamo un decennio perduto alle spalle, come è stato scritto nel recente rapporto sulla finanza pubblica italiana. Dieci anni persi, ed è chiaro che, con tutti gli indici fuori controllo, con il debito che è tornato a schizzare all'insù mentre noi lo avevamo portato giù, con l'avanzo primario che è diventato negativo (e senza avanzo primario non riusciremo a ridurre il debito), con il deficit che è schizzato su, con il PIL che è andato tremendamente giù e così via, dobbiamo fare una manovra correttiva.
Tuttavia, la manovra correttiva è un vincolo per riportare sotto controllo i conti, non è l'obiettivo, come abbiamo detto.
Nella relazione che avete fatto in Commissione su questa manovra, su diciotto pagine ce ne sono sedici e mezzo dedicate alla correzione dei conti, e una e mezza alla crescita, in cui, peraltro, vi sono quattro cose abbastanza insignificanti.
Noi non contestiamo la necessità di questa manovra ma riteniamo che essa sia iniqua, inutile e forse dannosa. Speriamo che con la prossima sessione di bilancio ci sia un poco di ravvedimento ma soprattutto speriamo che gli italiani escano dal sonno della ragione in cui sono precipitati, in cui li avete precipitati, anche grazie ai vostri potenti mezzi, e si possa ristabilire la verità, che è, mi spiace dirlo - ovviamente a vostro favore rimane la nostra personale cortesia, parafrasando, perché rimangono i rapporti umani -, che a vostro favore non vi è nulla che viene detto in questa legislatura e in questo decennio, tirando le somme e facendo i conti.
Per questo spero che, uscendo da quel sonno della ragione, gli italiani si convincano che l'unico modo per tentare di far uscire il nostro Paese da questa condizione di inevitabile declino, se si continua così, è tornare alle elezioni, togliervi il potere, mandarvi via dal Governo, mandarvi all'opposizione, perché, altrimenti, voi rischiate di far precipitare il nostro Paese in un tunnel laddove non si vede la via d'uscita (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. Onorevole Duilio, ho il dovere di precisarle che non le ho tolto la parola, ma ho scampanellato, come gesto di cortesia verso il suo gruppo che me lo ha chiesto, per ricordare ai suoi deputati qual è la ripartizione interna dei tempi che il gruppo ha deciso.

ROBERTO GIACHETTI. Lo sa benissimo!

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Gozi. Ne ha facoltà.

SANDRO GOZI. Signor Presidente, il Governo Berlusconi ha mentito per due anni agli italiani.
La crisi non c'è, diceva Tremonti aiutato dal suo miglior portavoce di questo periodo: Silvio Berlusconi, il Presidente del Consiglio. Anzi, è passata; all'improvviso l'ineffabile Ministro, che si vuol far credere filosofo, sempre Tremonti, scopre una crisi storica, con cui tutti gli italiani, in realtà, si scontrano da mesi, se non da anni.
Scopre, inoltre, che l'Italia, che ha governato Tremonti per più di otto anni su dieci, va male. Il Ministro ha aggiunto che aveva previsto tutto nei suoi libri, gli mancava solo la data.
Ci chiediamo, caro Ministro, perché lei non ha fatto nulla se aveva previsto tutto da anni.
Tremonti, poi, di recente, sembra anche aver scoperto qualcosa che si chiama Europa, che si chiama Unione europea.
Ne parla, male; la invoca, a sproposito; addirittura invoca oggi quella governance economica (non pronuncia mai la parola governo economico) che nel 2002 lui stesso in uno dei suoi libri scadenti definiva un pericoloso neofascismo.
Insomma, si conferma quello che è: incompetente, falso e pericoloso. Pag. 10
L'Europa ci chiede di mantenere certi impegni, non entra certamente nel merito e non ci chiede quelle non misure che invece voi state adottando con un ennesimo voto di fiducia. Anche da un punto di vista europeo, se entriamo nel merito, una manovra come la vostra, per come è strutturata, è inutile ed è tipica di un Governo che non ha strategia, che non ha visione e che non ha a cuore il futuro della gente e del Paese.
Il Governo ha improvvisato. Ho detto che il Governo ha mentito e ora aggiungo che il Governo ha improvvisato. Siamo partiti dalle province: province sì, province no. Poi aboliamo l'Istituto nazionale per il commercio estero, anzi no salviamolo. Eliminiamo, però, l'Istituto di studi e analisi economica. Certamente, rispetto all'Europa è troppo imbarazzante avere un istituto indipendente che svolge analisi indipendenti in materia di economia e finanza in Italia. È molto meglio riportarlo sotto controllo del Ministro.
Certamente, occorrono tagli non orizzontali. Occorrono tagli, ma sulla base di una valutazione di efficienza di tutte le amministrazioni centrali. È stato detto da vari colleghi, da ultimo Duilio, e non tornerò su questo punto. Il Governo, poi, ha smentito se stesso. Dopo averci attaccato dal 2006 al 2008 per la nostra lotta efficace all'evasione fiscale, dopo aver abolito tutte le misure antievasione varate dal nostro Governo precedente, ora basa praticamente la metà della sua manovra su misure ideate da noi e che ora Tremonti reintroduce in maniera parziale.
Secondo il Ministro queste misure di lotta contro l'evasione fiscale dovrebbero garantire dagli 8 ai 10 miliardi di nuove entrate. Se la matematica non è un'opinione ciò significa che se nel 2008 queste misure non fossero state abolite, oggi avremmo almeno tra i 18 e i 20 miliardi di entrate in più e questa manovra non sarebbe stata necessaria. Peccato, però, per noi tutti perché in realtà, anche in un quadro europeo, se guardiamo ad un'imposta che ha una dimensione europea, quale è l'IVA, e ne analizziamo i dati, la credibilità delle destre italiane nella lotta contro l'evasione fiscale è assolutamente zero. Infatti, se andate a guardare gli ultimi dieci anni e tutti i periodi in cui il centrodestra è stato al Governo, l'evasione dell'IVA è sempre aumentata, mentre è diminuita nei pochi periodi in cui noi del centrosinistra eravamo al Governo. Quindi, anche sull'evasione fiscale vi è un dato contabile e un'originalità, perché di solito non si prendono in considerazione i risultati che deriveranno dall'evasione fiscale. Vi è un dato di credibilità - soprattutto in materia di IVA, ma non solo - che depone in maniera molto negativa rispetto al Governo.
Ma veniamo ad altre considerazioni. L'Italia è, tra i Paesi europei e in generale tra i Paesi sviluppati, il Paese in cui stiamo vedendo le disparità di reddito più ampie. Le disparità di reddito in Italia crescono a ritmi molto più veloci e molto più preoccupanti rispetto ad altri Paesi europei e sviluppati. Si sta veramente creando un divario sempre più grande tra ricchi e poveri e tra i poveri ora vi sono anche i cosiddetti colletti bianchi, i liberi professionisti e la famosa classe media che anche in Italia soffre sempre di più, per non parlare degli operai. Il coefficiente di Gini, che calcola il tasso di disparità nella distribuzione del reddito dei Paesi, assegna a noi italiani un valore di 35, contro il 28 della Francia e il 23 di Svezia e Danimarca. Peggio di noi in Europa, per quanto riguarda le disparità del reddito, ci sono solo il Portogallo e la Polonia. Fuori dell'Europa fanno peggio di noi la Turchia e il Messico.
È stata presentata, quindi, una manovra «europea» dal Ministro, ma mica tanto europea. Nei Paesi del nord Europa si chiedono sacrifici maggiori ai cittadini più abbienti con le manovre (basta guardare alla Svezia). In Francia e in Germania certamente si tagliano gli sprechi, ma non si sacrificano famiglie e scuola. Se andiamo oltreoceano, gli Stati Uniti di Obama combattono la crisi con stimoli all'economia e con la riforma storica della sanità e del welfare.
Non chiediamo di punire i ricchi in Italia per una malcelata invidia sociale. Pag. 11Certo, in altri tempi questa manovra si sarebbe definita una manovra classista, perché colpisce solo alcuni ceti e, guarda caso, i ceti medi e quelli più deboli. Però, si tratta di chiedere a chi sta meglio un piccolo sacrificio, un aiuto per sostenere e riavviare l'economia di un Paese che non uscirà mai dalla crisi con queste misure.
Ce ne sono varie: invece di condannare il Paese alla stagnazione, basterebbe un contributo - e parlo solo dell'Italia - una tantum dello 0,3 per cento sul patrimonio dei 2 milioni di contribuenti superricchi, che sono compresi in quel 10 per cento della popolazione che in Italia detiene ormai più del 50 per cento della ricchezza nazionale, e si ricaverebbero 10 miliardi di euro.
Per non parlare di quanto si potrebbe fare contro la crisi a livello europeo: abbiamo già parlato della possibilità di una imposizione sulle operazioni finanziarie di borsa a livello europeo, ma Berlusconi si è opposto. Vorrei ricordare che, imponendo dello 0,05 per cento ogni singola operazione finanziaria nello spazio europeo, si ricaverebbero in Europa circa 200 miliardi, pari all'1,3 per cento del prodotto interno lordo. Ovviamente Berlusconi si è opposto nell'ultimo Consiglio europeo anche a questa ipotesi.
Non parliamo nemmeno del regalo che stiamo facendo con lo scudo fiscale: anche questo è un tema che è stato sollevato. Vengo, prima di terminare, ad alcuni punti che invece, non solo non ci mettono in linea politica con le grandi tendenze europee, ma ci mettono nella ambiguità comunitaria e nella piena illegalità comunitaria.
Ambiguità comunitaria significa che le poche disposizioni che dovrebbero, secondo Tremonti, favorire la crescita, come ad esempio la riduzione dell'IRAP o le agevolazioni fiscali per le imprese aderenti ai contratti di rete, sono misure del tutto ipotetiche. Lo sono perché ogni singolo progetto che riguardi la riduzione dell'IRAP in certe zone del Paese o le agevolazioni fiscali per i contratti di rete andrà previamente, progetto per progetto, notificato alla Commissione europea.
La Commissione europea, progetto per progetto, ci dirà se quelle agevolazioni fiscali sono o meno compatibili con le norme del mercato unico. Quindi, quelle pochissime misure che presentate per la crescita sono del tutto ipotetiche, non solo dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista giuridico.
Vengo alla cosa più flagrante e veramente non credo vi siano precedenti nella storia della politica agricola comune, che è la vicenda delle quote latte. Si tratta di una vicenda veramente grave, perché per la prima volta abbiamo una maggioranza che sta adottando una manovra in flagrante violazione degli impegni giuridici e politici che abbiamo preso con un gentlemen's agreement con la Commissione europea (ma evidentemente ce ne sono pochi di gentiluomini della maggioranza). Durante l'approvazione il Ministro dell'agricoltura scrive al Commissario europeo che ritiene questa misura incompatibile e in violazione con gli impegni politici presi in materia di rateizzazione delle quote latte.

PRESIDENTE. La prego di concludere.

SANDRO GOZI. Il Commissario europeo risponde al Ministro dell'agricoltura dicendogli che ha perfettamente ragione e che, sospendendo i pagamenti, l'Italia si mette nella piena illegalità comunitaria. Quindi, non abbiamo nemmeno il beneficio del dubbio: sappiamo perfettamente che ci stiamo mettendo nuovamente nell'illegalità comunitaria. Lo stiamo facendo per un piccolo gruppetto di produttori che continuano a violare i loro impegni a danno di tutti i produttori che, invece, le regole le stanno rispettando; stiamo calpestando l'immagine dell'Italia e la maggioranza sfiducia di fatto il suo Ministro dell'agricoltura solo per far piacere al figlio del capo (perché questo è).
Il PdL guarda le manovre della Lega e tutti i contribuenti italiani dovranno pagare i favori che il figlio del capo fa ad un gruppetto di produttori che non vogliono rispettare regole e impegni. È questa l'Italia delle destre, è questa l'Italia che ci sta rendendo totalmente ininfluenti in Europa ed Pag. 12è tempo, signor Presidente, di voltare pagina (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Rubinato. Ne ha facoltà.

SIMONETTA RUBINATO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, rappresentante del Governo, vorrei tornare velocemente su un punto che ha già illustrato il collega Duilio. Quando si entra al lavoro in una qualsiasi azienda, si presenta un curriculum che dà le proprie credenziali e la misura delle proprie competenze e della capacità di affrontare e risolvere i problemi.
Recentemente è stato pubblicato il Rapporto 2010 sulla finanza pubblica. È molto interessante la lettura di questo volume fatto da studiosi ed economisti, che analizzano l'ultimo decennio della finanza pubblica e, in particolare, della spesa pubblica.
Purtroppo, solo a scorrere i titoli di questo Rapporto c'è di che scoraggiarsi e francamente fa pensare che il problema che abbiamo in questo Paese sia assolutamente non affrontabile. Ma, in realtà, per il bilancio dell'ultimo decennio può dire delle cose importanti anche per il futuro, perché dà conto della responsabilità di chi lo ha governato e, da questo punto di vista, misuriamo le credenziali di chi sta guidando anche in questo momento il Paese, atteso che gli ultimi dieci anni ormai sono stati gestiti dall'attuale maggioranza e praticamente quasi tutti anche dall'attuale Ministro dell'economia e delle finanze.
Mentre gli anni Novanta si sono caratterizzati per un faticoso ma continuo processo di stabilizzazione, il primo decennio del 2000 evidenzia invece un deterioramento dei conti pubblici fortissimo. È un processo di deterioramento continuo, se si esclude la cesura - questo è scritto nel Rapporto - rappresentata dal biennio 2006-2007 sotto la guida del Governo Prodi. C'è poi il culmine del drastico peggioramento dei conti pubblici che ha luogo in concomitanza con la crisi economica dell'ultimo biennio.
Vi è un indicatore che ci racconta velocemente questa storia e che la rappresenta plasticamente, ossia l'avanzo primario, che si è mantenuto intorno al 5 per cento del PIL per tutta la seconda metà del decennio precedente e che poi è precipitato nel 2005, quando si è praticamente azzerato; è risalito, nel biennio 2006-2007 ad oltre 53 miliardi e poi ce lo troviamo come valore negativo (9 miliardi di disavanzo primario) nel 2009.
Quindi, nel nostro Paese una crescita economica modesta, l'incapacità dei Governi (che hanno un nome e un cognome) in questo decennio di contrastare il trend di crescita della spesa pubblica e la temporanea diminuzione della pressione fiscale nella prima metà del decennio hanno fatto sì che l'Italia entrasse nella crisi con un quadro di finanza pubblica già compromesso.
Tutti i Paesi hanno visto peggiorare i loro conti pubblici, ma sono intervenuti a sostegno delle famiglie, delle imprese e della loro economia. Noi non abbiamo potuto farlo sostanzialmente: infatti anche tutti gli interventi anticrisi sono stati interventi a impatto zero sui saldi pubblici, perché non potevamo permettercelo. Questa è forse una delle verità che dice il Ministro Tremonti: non potevamo permettercelo.
Ma non direi che non abbiano potuto permettercelo perché siamo entrati in questa situazione di crisi in un certo modo e ciò non è colpa del destino e della fatalità, ma è responsabilità di chi ha governato e, in questi dieci anni, avete governato voi questo Paese per la maggior parte del tempo.
Tra l'altro, non dobbiamo dimenticare che nel giugno 2008 chi ci ha detto che aveva addirittura previsto la crisi ha fatto approvare da questo Parlamento una manovra di finanza pubblica non espansiva, ma che prevedeva tagli alla spesa netti per 25,4 miliardi e aumenti di entrate per 5,5 miliardi spalmati sul triennio 2009-2011, che sono tuttora vincoli stringenti sul Paese, sulle amministrazioni pubbliche e sugli enti locali, ai quali si aggiunge l'attuale manovra. Pag. 13
Si è trattato di un'impostazione restrittiva che dimostra la non consapevolezza della crisi già in atto e non la previsione della stessa. La non consapevolezza della crisi non è stata poi modificata dai successivi decreti-legge e tutte le previsioni ufficiali sui conti pubblici ne scontano gli effetti in un rincorrersi di aggiustamenti che arrivano fino all'attuale manovra correttiva, che è diversa da quella degli altri Paesi. Gli altri Paesi anticipano il rientro del deficit pubblico dopo manovre di espansione a sostegno dell'economia, noi facciamo l'ennesima manovra correttiva dopo la prima straordinaria cosiddetta manovra «salva conti pubblici» del giugno 2008.
Eppure, dopo due anni di questa ricetta e di questa cura, ci ritroviamo con un PIL che sappiamo qual è, con un incontrastato trend di crescita di alcune tipologie di spesa pubblica che non avete saputo controllare (come non le avete controllate negli anni precedenti in cui avete governato), con la ripresa dell'evasione fiscale.
Nel frattempo si parla di federalismo fiscale, mentre la cronaca delle relazioni finanziarie tra Stato ed enti decentrati si è trascinata in questi ultimi anni in un crescendo di misure di controllo delle finanza locale di stampo chiaramente centralistico, tra revisioni del Patto di stabilità interno, vincoli di spesa e congelamento dell'autonomia fiscale. Tutti, anche questi, sono segni della vostra incompetenza e incapacità di governare, di far seguire alle parole i fatti.
Si tratta certamente di un tema difficile per tutti - di questo vi va dato atto - qual'è quello di mettere ordine nei conti pubblici italiani. Ma questi interventi di breve respiro sono anche altamente distorsivi in attesa - si dice - del riordino del federalismo che verrà e che ancora non si vede.
La Corte dei conti ha lanciato - sia pure in modo sommesso - l'allarme sulla politica di bilancio per il triennio 2010-2012 e sull'impostazione di questa manovra correttiva. Avvisa che le misure messe in campo sono finalizzate esclusivamente alla riduzione del disavanzo, che non vi sono risorse per sostenere famiglie e imprese e contrastare la crisi e segnala un rischio di impatto di segno negativo sulla crescita economica. Ritiene non idonea la piena contabilizzazione come mezzo di copertura dei rilevanti introiti stimati a fronte delle misure di contrasto dell'evasione fiscale. Si permette, inoltre, di dubitare della realizzabilità e sostenibilità delle misure che chiedono un contributo all'equilibrio dei conti pubblici alle amministrazioni locali pari al 50 per cento dell'intera manovra 2011-2012.
Questo campanello d'allarme, sia pure sommesso, ci preoccupa perché ci fa temere che, se già ora è questa la lettura delle misure adottate tale sarà l'impatto negativo sulla nostra economia, e dunque temiamo che questa manovra peggiorerà e non migliorerà la situazione del Paese. Nessuno di noi lo spera: ovviamente non siamo delle Cassandre, speriamo di sbagliarci e che abbiate ragione voi. Però dobbiamo dirlo prima perché è nostro dovere come forza di opposizione. È l'ennesima prova che questo Governo sino ad ora non è riuscito a conciliare obiettivi di sostegno all'economia con gli ineludibili obiettivi di finanza pubblica, facendo pagare tra l'altro questo in modo molto incisivo ad enti locali e territoriali, alle risorse destinate alle attività produttive e agli investimenti, alle politiche di coesione per il Mezzogiorno.
Certo, dobbiamo anche fare proposte e ne abbiamo fatte molte. E ribadisco che è difficile il compito che qualsiasi Governo avrebbe davanti in questo Paese. C'è un'aggravante, però, che è quella di una corresponsabilità di questa maggioranza se siamo entrati nella crisi in questa situazione. Il settore della manovra che più delinea l'incapacità di affrontare seriamente la riqualificazione della spesa pubblica è quello che riguarda le autonomie locali. Su questo vorrei aggiungere qualcosa, innanzitutto quanto alla vostra concezione di pubblica amministrazione. Può pagare nel breve periodo nella propaganda politica il fatto di dividere questo Paese tra il settore pubblico e quello privato. Un settore privato che produce e si impegna, fa Pag. 14crescere il PIL di questo Paese e un settore pubblico parassitario, incapace e inefficiente.
Da questo punto di vista avete venduto la manovra ai mezzi di comunicazione come una manovra che mette in qualche modo le mani in tasca allo spendaccione settore pubblico e ai ricchi dipendenti comunali e che, invece, lascia integra le tasche del settore privato e dei cittadini.

PRESIDENTE. Onorevole Rubinato, la prego di concludere.

SIMONETTA RUBINATO. Signor Presidente, la ringrazio dell'avviso. Questo propaganda conferma come non abbiate una soluzione seria per la sostenibilità dei conti pubblici. La pubblica amministrazione è il settore principale in cui il Paese può recuperare competitività e produttività per dare aiuto, sostegno e rilancio anche al settore privato di questo Paese, che ha già fatto la sua parte sino a qui. Quando si parla di pubblica amministrazione si parla di scuola, del comparto dell'istruzione e della formazione, che è fondamentale per rendere talenti, per il presente e per il futuro le nostre giovani generazioni.
Quando si parla di pubblica amministrazione si parla di sicurezza, da quella stradale a quella che i cittadini sentono molto importante nella loro vita quotidiana come strumento essenziale di qualità della vita. Si parla di una pubblica amministrazione che sa far pagare, per esempio, le tasse a tutti e che persegue con durezza chi quelle tasse non le paga costringendo chi le paga a pagarne troppo.
Si parla di giustizia: è indispensabile per attrarre investimenti stranieri, non certo come la norma che avete inserito all'articolo 41 che discrimina, tra l'altro, tra le imprese europee e quelle italiane. Anche qui la giustizia è un settore strategico per le nostre imprese: in otto anni non avete fatto nulla verso un progressivo miglioramento dell'efficienza della giustizia in questo Paese, da cui trarrebbe giovamento sicuramente soprattutto il settore privato.
Il tema è questo: non si tratta solo di tagliare, ma di capire i meccanismi della spesa, di riqualificarla, per dare slancio, produttività e competitività al sistema della pubblica amministrazione, perché non sia una zavorra, ma un formidabile aiuto al settore privato per la crescita del PIL di questo Paese e della qualità della vita dei cittadini.
Quando un Governo taglia in questo modo, quando non ha rapporti di leale collaborazione con gli enti locali e territoriali, quando sa benissimo che, dal ghiacciaio che si scioglie (i tagli), scenderà il torrente, che arriverà certo prima agli enti locali, ma arriverà, poi, anche ai cittadini meno abbienti e ai territori, quando il Patto di stabilità, ferma gli enti locali della parte più dinamica del Paese (la maggior parte degli sforatori del Patto sono comuni della Lombardia e del Veneto), quando avete rallentato i loro investimenti di oltre il 60 per cento con questo Patto di stabilità, significa che non avete idea di come far crescere il Paese. Certo che il Patto - mi viene sempre ricordato - è stato introdotto con queste modalità dal precedente Governo, ma bisogna considerare che le regole si introducono, si sperimentano e si correggono.
Comunque, la stretta sui saldi che chiedete agli enti locali è assolutamente insostenibile. Il 50 per cento di questi enti locali, pur virtuosi, sarà costretti a sforare. Voi che soluzione trovate, anziché aiutarli a riqualificare la spesa, semmai ne avessero bisogno, visto che per lo più sono quelli che hanno i costi standard più bassi, se andassimo a misurarli?
La soluzione è: il tuo sforamento rispetto al saldo che ti viene assegnato si traduce in una ulteriore riduzione dei trasferimenti statali. È una cosa assolutamente allucinante! I trasferimenti servono per dare servizi ai cittadini più deboli e voi vi inventate una sanzione come questa, senza neppure prendere in mano uno di questi bilanci. Sono 220 gli enti sforatori del Patto di stabilità nel 2009 in questo Paese. Avete qualche funzionario al Ministero che ha qualche ora di tempo per Pag. 15leggere questi bilanci e vedere se si tratta di comuni a posto con i conti e con bilanci in equilibrio oppure no?
Francamente, è triste dire queste cose, perché significa che non avete ancora idea di dove cominciare a mettere le mani per riqualificare la spesa; se non la riqualifichiamo, le conseguenze sono due: la prima, immediata, è l'impossibilità per molti enti locali di fare la loro parte nell'uscita dalla crisi per questo Paese, l'impossibilità di sostenere le famiglie, gli anziani, la scuola, i minori, i più disagiati.
Addirittura, dopo questa manovra, non sono più funzioni fondamentali dei comuni lo sport e la funzione ricreativa, il che significa che il federalismo vuole dire: vuoi la palestra per i tuoi anziani e per i tuoi bambini? Te la paghi.
La prima ricaduta sarà concreta, sui municipi e poi sui cittadini, che se ne accorgeranno dopo, perché cominceranno a pagare tutto, con danno soprattutto di quelli che, ovviamente, sono più in difficoltà.
La seconda ricaduta sarà sull'economia, perché gli investimenti degli enti locali nella mia provincia in due anni si sono ridotti: i cantieri aperti sono diminuiti del 60 per cento. Se pagheremo gli investimenti già fatti, perché abbiamo dei residui passivi da pagare, ci saranno sottratti i trasferimenti, attraverso la nuova sanzione che avete introdotto, senza neppure controllare i nostri bilanci. Qualcun altro invece continuerà a spendere allegramente, perché non si individuano davvero i responsabili della cattiva spesa pubblica. Inoltre, poiché cose necessarie vanno comunque fatte, per cui - lo abbiamo già visto in passato - probabilmente vi sarà l'emersione di debiti, che, in questo momento, non sono visibili.
Signor Presidente, concludendo, nelle nostre proposte vi erano delle soluzioni praticabili, ma quando - qui concludo davvero: avrei tante cose da dire, ma, giustamente, devono parlare anche altri colleghi - in questa manovra, come il comma 10 dell'articolo 8, che è una cartina di tornasole, anticipandone l'entrata in vigore rispetto al disegno di legge anticorruzione che avete depositato al Senato, ma norme che, dopo gli scandali, le ultime vicende giudiziarie, la corruzione, il malaffare e le cricche, che sappiamo essere emerse in questo periodo, addirittura estende ai dirigenti dei ministeri la possibilità di secretare gli appalti pubblici, mentre fino ad ora la responsabilità era politica, del ministro, della Presidenza del Consiglio, quando inserite una norma come questa, in un momento come questo, con le evidenze che ci sono in questo momento, significa che non avete alcuna volontà non solo di aggredire l'inefficiente spesa pubblica, ma anche di fare davvero chiarezza e trasparenza nei meccanismi della spesa pubblica.
Infatti, voi sapete benissimo che nel settore degli appalti pubblici secretati purtroppo è accaduto di tutto e di più.
Ci vogliono norme che fanno esattamente il contrario, che non allargano i settori dell'opacità, della mancanza di trasparenza, della possibilità di fare affari con il denaro pubblico, ma che aumentano la trasparenza, la concorrenza e il merito nelle pubbliche amministrazioni. Se voi introducete una norma come questa, in un decreto come questo, in un momento come questo, in cui il Paese avrebbe bisogno di ben altro, allora vuol dire che i vostri obiettivi sono altri, non sono quelli che enunciate.
Concludo con la citazione di un grandissimo statista, il grande Abraham Lincoln. «Potrete ingannare tutti per un po', potrete ingannare qualcuno per sempre, ma non potrete ingannare tutti per sempre» (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Narducci. Ne ha facoltà.

FRANCO NARDUCCI. Signor Presidente, molto è stato detto ieri, dal pomeriggio fino a sera, dai colleghi che mi hanno proceduto su questo provvedimento che stiamo esaminando, per cui vorrei sviluppare alcune considerazioni, riservandomi di consegnare, se lei lo consente, signor Presidente, il testo del mio intervento Pag. 16per la pubblicazione in calce al resoconto stenografico della seduta odierna.
La manovra che stiamo discutendo, pur rappresentando un atto necessario in questa particolare situazione economico-finanziaria internazionale e anche in ottemperanza al vincolo europeo circa la stabilizzazione della spesa pubblica, risulta - e lo hanno detto in molti - iniqua nel suo complesso, poiché i sacrifici richiesti non possono dirsi equamente distribuiti tra i più e i meno abbienti o, per essere più chiari, tra ricchi e poveri.
Non mettiamo in dubbio che si debbano fare sacrifici, ma abbiamo bisogno che i sacrifici siano condivisi da tutti e che si discuta, qui in Parlamento, apportando il contributo di ciascuno. Abbiamo bisogno che il Parlamento possa discutere liberamente senza imposizioni, senza le minacce di fiducia, come ormai è prassi. Proprio perché la crisi, alla quale cerchiamo di porre argine, è stata generata in primis da una profonda crisi morale e di regole, è necessario che proprio da questo luogo della democrazia arrivi un segnale chiaro, di attenzione a tutti i cittadini, ridando centralità ai valori etici in questa fase caratterizzata da ruberie e mal costume, puntando con attenzione al bene della coesione sociale, secondo un modello di sviluppo economico e sociale nuovo e orientato al bene della comunità.
È certamente curioso notare che, se la crisi ha un'origine essenzialmente centrata sulle regole e sulla dimensione morale, nel provvedimento al nostro esame si taglia la formazione del personale delle pubbliche amministrazioni e ciò in un momento di transizione, in cui lo strumento della formazione è un'arma essenziale per governare il cambiamento e ridefinire quindi le priorità.
Nella società della conoscenza e della competitività si continua a penalizzare settori strategici per la formazione dei giovani, che dovranno affrontare molte sfide nello scenario globale e cercare di costruire un futuro sostenibile. Proprio nel momento in cui l'Unione europea lancia la strategia Europa 2020, al fine di uscire dalla crisi e preparare l'economia europea ad affrontare il prossimo decennio, il Governo, nel provvedimento in esame, perde di vista le prospettive indicate dall'Unione europea, limitandosi ad una semplice operazione di bilancio, che è necessaria, ma che non incide sullo sviluppo né sull'occupazione, con una pericolosa incidenza sulla tenuta della coesione sociale, che rappresenta uno dei tre punti cardine della strategia europea, assieme alla promozione di una crescita intelligente, basata sulla conoscenza, sull'innovazione e sullo sviluppo sostenibile.
Ma si favorisce la coesione sociale, operando tagli lineari sulle attuali strutture retributive, o si determinano effetti regressivi, che ricadono sui più deboli e sui più giovani?
Come facciamo ad infondere fiducia nei giovani se si agisce in maniera iniqua, senza mostrare attenzione alla voglia di futuro che si legge negli occhi di chi da poco si è affacciato al mondo del lavoro oppure cerca di inserirvisi dando con entusiasmo il proprio contributo per costruire un mondo migliore? Come ridare fiducia alle famiglie quando a loro viene precluso l'accesso ai servizi, diventati più cari? Spesse volte sono servizi che dovrebbero essere erogati dal sistema delle autonomie locali, che sono colpite dai tagli per oltre il 60 per cento del totale e vedono azzerati i trasferimenti derivanti dalle riforme del centrosinistra, con uno schiaffo a quel federalismo tanto declamato quanto agognato dalla Lega Nord.
Purtroppo non vi è un nesso di proporzionalità nei tagli contenuti nel provvedimento che stiamo esaminando e quindi manca un senso profondo di giustizia che renderebbe più accettabili i sacrifici e più coesa la società: non si costruisce il futuro senza un consenso etico di fondo e senza che ogni cittadino si senta partecipe di un progetto di società e parte di una comunità, di quella comunità che l'anno prossimo vuole festeggiare i suoi 150 anni di storia.
Nel nostro Paese il tasso di disoccupazione è arrivato all'8,7 per cento con punte del 14 per cento nel Mezzogiorno (dove, Pag. 17secondo le recentissime stime del CNEL, se consideriamo anche gli inattivi si arriva a cifre del 25 per cento): è una tendenza che dimostra come il dibattito sul mercato del lavoro sia fortemente attuale e che desta enormi preoccupazioni tra le famiglie, poiché i tempi di ripresa non sembrano sufficienti a venire incontro alla domanda di lavoro a volte inespressa per sfiducia ma che pure è presente nella società. Questa sfiducia sta portando tanti giovani a scegliere ancora volta - come avveniva in passato - la strada dell'emigrazione, con gravi perdite per il nostro Paese in termini di know-how.
Ci aspettavamo che a questa domanda volesse rispondere il Governo con politiche in grado di sostenere la stabilità dell'occupazione, aiutando le imprese a realizzarla, sostenendo i redditi delle famiglie in difficoltà e in condizioni di disagio, ma è una risposta che francamente non riusciamo a vedere. In un Paese come l'Italia che ha bisogno di rilanciare le esportazioni con un protagonismo nuovo sui mercati internazionali, oltre che di competere in innovazione, i tagli lineari rappresentano una scelta miope, come senz'altro sono quelli al Ministero degli affari esteri, già gravemente provato da ripetuti ridimensionamenti effettuati negli anni precedenti.
Se vi è una riduzione lineare del 10 per cento delle dotazioni finanziarie di ciascun ministero, per quanto riguarda il Dicastero degli affari esteri essa ha effetti gravissimi poiché intacca la capacità di attività istituzionale del Ministero stesso, un'attività ancor più essenziale in un periodo di crisi dove le imprese hanno bisogno di sbocchi internazionali per riattivare la produttività puntando anche strategicamente sul favore di cui gode il made in Italy in ogni parte del mondo.
È un'attività istituzionale che, assieme alla rete degli italiani nel mondo, può offrire al nostro Paese una marcia in più, ma si taglia senza riflettere e si tagliano anche i servizi verso le nostre comunità nel mondo: insomma, si fa di tutto per scardinare quel sistema Italia che invece - opportunamente riformato - tanto potrebbe dare al nostro Paese.
I continui tagli al bilancio del Ministero degli affari esteri hanno creato una situazione estrema di malumore ad ogni livello, sfociata nella manifestazione di protesta del personale amministrativo e diplomatico andata in scena ieri. Ma ci dica, il Ministro Tremonti: come può un Ministero che rappresenta l'Italia nel mondo e che ha caratteristiche uniche di specificità professionale svolgere seriamente i propri compiti istituzionali con risorse al di sotto di ogni limite di sopportabilità? Fino ad ora la scure dei tagli al bilancio del MAE ha colpito abbondantemente la cooperazione allo sviluppo e tutto ciò che concerne gli italiani residenti all'estero: ma fino a quando ciò sarà possibile? Gli italiani all'estero sono stati esclusi dall'esenzione dell'ICI sulla prima casa, nonostante i pertinenti riferimenti normativi e nonostante il fatto che il precedente Governo Prodi avesse loro riconosciuto l'ulteriore detrazione fino a 300 euro di tale imposta.
Tutto ciò che riguarda milioni di cittadini italiani residenti all'estero è stato preso di mira: tagli all'assistenza sanitaria, smantellamento della rete consolare e chiusura degli uffici, una sforbiciata pesantissima alle risorse destinate alla promozione ed alla diffusione della nostra lingua e del nostro patrimonio culturale, con i risultati sulla bilancia del turismo che si conoscono.
Questi tagli sono stati introdotti già a partire dai primi provvedimenti di natura finanziaria decisi dal Governo nel 2008, e successivamente con la manovra finanziaria triennale 2009-2011. Si tratta di un ridimensionamento drastico, che esprime una preoccupante rinuncia alla proiezione internazionale dell'Italia e al ruolo di accompagnamento al sistema economico italiano in un contesto globalizzato che la nostra lingua e la nostra cultura possono esercitare, con il contributo attivo delle comunità italiane sparse nel mondo.
Ed è in questa logica assolutamente inaccettabile, signor Presidente, che alla Pag. 18benemerita Società Dante Alighieri, che da oltre un secolo opera con grande beneficio per il nostro Paese in un numero impressionante di nazioni, si infligge con un solo colpo una riduzione del 53,5 per cento del contributo ministeriale, dopo averlo ridotto consistentemente già lo scorso anno.
Per il Ministero degli affari esteri il taglio del 10 per cento significa una riduzione di 44 milioni di euro per il 2011, di 44 milioni per il 2012 e di 43 milioni per il 2013: tagli che vanno ad aggiungersi agli oltre 89 milioni di euro tagliati in sede di legge finanziaria al bilancio ed al taglio di ben 500 milioni di euro operato nel 2008. Sono tagli che nel presente provvedimento si aggiungono comunque a quelli di cui all'articolo 6, sulla riduzione della spesa per la pubblica amministrazione, compresa la formazione e le missioni all'estero, che significa andare ad incidere sull'attività dell'Istituto diplomatico «Mario Toscano» per la formazione dei giovani diplomatici: un gesto poco accettabile, in un contesto dove la situazione geopolitica internazionale è in continua evoluzione, ed il nostro Paese ha bisogno di personale altamente qualificato sia per far fronte alle esigenze dell'Unione europea, soprattutto in fase di avvio del Servizio europeo per l'azione esterna, sia per esercitare un ruolo guida in un rinnovato sistema multilaterale.
Come fare in un quadro siffatto a mantenere fede agli impegni internazionali del nostro Paese e ad assicurare la dovuta attenzione ai connazionali all'estero ed alle imprese italiane attraverso la rete diplomatico-consolare, che si trova ridotta a lavorare dovendo fare i conti con l'essenziale? Come si fa a chiedere ancora sacrifici agli italiani all'estero, e andare ad intaccare un Ministero che incide solo per lo 0,4 per cento sul bilancio dello Stato? Vi sarà un ulteriore doloroso ridimensionamento della rete diplomatico-consolare, senza aver avuto la possibilità di avviare un dibattito sereno sia in Parlamento sia tra le comunità italiane all'estero interessate, cercando di mettere a punto un progetto di ristrutturazione ed ammodernamento condiviso ed efficace, oltre che efficiente.
Ma nel provvedimento in esame si taglia senza tener conto delle esigenze reali dei cittadini italiani, che pure hanno contribuito al successo dell'Italia nel mondo, e senza tener conto degli impegni internazionali assunti, a cominciare da quelli per il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio delle Nazioni Unite. L'Italia è il Paese che ha sempre difeso la dignità della persona sullo scenario internazionale: il Paese che ha condotto battaglie per l'abolizione della pena di morte, che si batte per la difesa della vita, si dimentica ora dei diritti umani. Non è un buon biglietto da visita, non è coerente con la nostra identità ed il nostro ruolo nel mondo, come non lo è il provvedimento che stiamo esaminando nel suo insieme, ed al quale non possiamo dare il nostro consenso.
Il Governo ancora una volta ha perso un'importante occasione, signor Presidente, per mettere a punto un provvedimento di ampio respiro, capace di guardare al futuro, offrendo all'Italia un assetto economico e finanziario più solido, con un fisco più giusto e difficile da evadere, in una prospettiva di crescita in cui il nostro Paese è proiettato proficuamente sullo scenario internazionale. La prudenza economica - e concludo, signor Presidente -, come ricordava un noto autore passato, non può consistere semplicemente nel guardarsi dalle spese, ma deve rintracciarsi nel saper spendere con vantaggio, e questa manovra sicuramente non lo fa (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Signor Presidente, chiedo che la Presidenza autorizzi la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo integrale del mio intervento.

PRESIDENTE. Onorevole Narducci, la Presidenza lo consente, sulla base dei criteri costantemente seguiti.
È iscritto a parlare l'onorevole Garofani. Ne ha facoltà.

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FRANCESCO SAVERIO GAROFANI. Signor Presidente, ci troviamo in Aula a discutere una manovra finanziaria che si pone in linea di continuità con le precedenti manovre del Governo, e questo non è un complimento. Si potrebbe dire: niente di nuovo.
Dietro lo slogan pervasivo che ripete ossessivamente «non metteremo le mani nelle tasche degli italiani» si decide in realtà di bloccare gli stipendi, di licenziare i precari, di ridurre risorse umane e finanziarie a settori fondamentali per la qualità della vita (come la scuola, la ricerca, la sanità), e tutto a carico dei soli noti: i lavoratori a reddito fisso o del pubblico impiego (un'operazione preparata dall'offensiva mediatica in questi anni del Ministro Brunetta), e la finanza locale, con i tagli pesanti agli enti locali e alle regioni, lasciando tranquilla, probabilmente per un malcelato calcolo elettorale, l'altra metà del cielo, cioè coloro che non pagano mai. In questo senso potremmo definire, con parole forse desuete nel linguaggio politico, che questa è una manovra classista e anche ideologica. Questa manovra è ingiusta, è sbagliata, perché costringe una parte del Paese a sacrifici pesanti; è sbagliata per gli errori previsionali e la sottovalutazione della gravità della crisi da parte del Governo da cui sono derivati arretramenti e peggioramenti consistenti sotto i profili della finanza pubblica, della tenuta della struttura sociale, e della conservazione della struttura produttiva; è sbagliata la decisione del Governo di non adottare una politica di bilancio anticiclica adeguata alla gravità della crisi economica e finanziaria del Paese (lo hanno detto bene e compiutamente tanti colleghi intervenuti in questo dibattito); è sbagliata l'assenza di una reale strategia volta alla diminuzione del debito e al recupero di capacità competitive del Paese; è sbagliata infine la mancata definizione di obiettivi programmatici sul terreno della ripresa economica e del controllo della finanza pubblica.
Dunque questa manovra è iniqua, squilibrata, al di sotto delle necessità del Paese, e certifica in via definitiva l'incapacità, lo stato di confusione del Governo nella gestione della finanza pubblica, nonché l'assenza di qualsiasi idea politica di sviluppo, di politica economica anticiclica in grado di sostenere le famiglie e il sistema produttivo a fronte della grave crisi economica che stiamo vivendo. Nell'articolato di questa manovra non c'è traccia di misure di carattere strutturale tali da garantire un duraturo risanamento dei conti pubblici. L'insieme degli interventi avrà un ulteriore effetto depressivo sui consumi: ridurrà la capacità di risparmio delle famiglie e impatterà negativamente sulla capacità di investimento complessivo del sistema Italia. In sostanza si tratta di una manovra recessiva che aggredisce e depotenzia i fattori alla base della crescita economica del nostro sistema produttivo. Sono considerazioni generali che abbiamo già sentito, ma che vale la pena di ripetere. Voglio dire qualcosa di più specifico sulla materia che abbiamo affrontato in IV Commissione (Difesa), a cui appartengo. Ci troviamo di fronte ad un enorme quanto evidente paradosso: il comunicato stampa di qualche giorno fa in cui i Ministri La Russa e Maroni annunciavano la presentazione di un ordine del giorno che impegna il Governo non applicare le norme che sopprimono la valenza economica alle variazioni di stato giuridico e alle promozioni e all'assunzione di funzioni diverse; norme che rappresentano un accanimento vessatorio nei confronti del personale militare, delle forze di polizia e dei vigili del fuoco, norme per le quali sono scesi in piazza o hanno protestato i sindacati e i COCER dell'intero comparto sicurezza; norme che La Russa e Maroni vorrebbero disinnescare con un ordine del giorno (un ordine del giorno del Governo che impegna il Governo stesso: è un paradosso cui non ci abituiamo, a cui non ci rassegniamo). Ci rendiamo conto che i Ministri si sentono in una posizione minoritaria, e quasi di opposizione all'interno del Governo, per cui si ricorre ad uno strumento classico delle opposizioni: l'ordine del giorno. Mi domando: non farebbero meglio i due Ministri a fare opera di convincimento e a battersi Pag. 20per le loro ragioni, per le loro convinzioni (che noi pure condividiamo) all'interno del Consiglio dei Ministri? Hanno modo di farlo - più semplicemente che sostenendo un ordine del giorno - sostenendo e votando gli emendamenti che l'opposizione, il Partito Democratico in particolare, ha presentato a questo proposito. Le ragioni per farlo sono molte (per sostenere questi emendamenti), e per renderlo evidente è sufficiente esaminare le misure di specifico interesse che, appunto, abbiamo discusso nel dibattito svolto in IV Commissione, e che riguardano le Forze armate.
Mi limito a segnalare quelle più gravi, più negative, che assolutamente non ci sentiamo e non possiamo condividere. Innanzitutto, l'introduzione del principio di definanziamento delle leggi di spesa non utilizzate negli ultimi tre anni che costituisce un fattore particolarmente negativo che mette a rischio la capacità di spesa soprattutto nel settore della manutenzione dei mezzi e dei sistemi d'arma, non sempre programmabile con largo anticipo. Poi, il taglio lineare del 10 per cento dei bilanci di tutti i Ministeri per le spese rimodulabili nel triennio 2011-2013 che colpisce pesantemente, nel Ministero della difesa, l'esercizio, cioè l'addestramento delle Forze armate, la manutenzione, l'ammodernamento dei mezzi, ma anche la messa in efficienza e la produttività dell'area industriale della difesa. Tagli all'esercizio che aggravano una situazione già molto pesante e che incidono sulla sicurezza anche dei nostri militari. Le misure contenute nell'articolo 9, che si prefiggono un contenimento delle spese in materia di pubblico impiego, agiscono nei confronti del personale militare, non solo operando il blocco dei rinnovi contrattuali, misura già grave in sé, soprattutto quando applicata a stipendi molto bassi, quali possono essere considerati quelli percepiti da due terzi degli operatori del comparto sicurezza e difesa, ma vanno oltre, intervenendo sui trattamenti economici che dovrebbero essere corrisposti in relazione a funzioni attribuite al personale per la promozione ad un grado più elevato o per l'avvicendamento negli incarichi e che si cancelleranno in quanto la manovra prevede che, nel triennio 2011-2013, non si potrà corrispondere un trattamento superiore a quello conseguito nel 2010. La norma in questione può avere effetti devastanti sulla funzionalità dello strumento militare e appare di dubbia costituzionalità (anche questo lo abbiamo segnalato nel dibattito che abbiamo avuto in Commissione).
Appare paradossale, inoltre, quanto accadrà ai soldati volontari che, dopo quattro o sei anni di precariato, durante il quale percepiscono 800 euro al mese, vinto il concorso in servizio permanente, non potranno vedersi corrispondere il nuovo stipendio di 1.100 euro. E ancora: le compensazioni perequative, previste per il Fondo sulla specificità, all'articolo 8, comma 11-bis, risultano insufficienti per l'esiguità dei fondi assegnati e inadeguate per quanto riguarda il procedimento di ripartizione dei fondi stessi. Vi è anche la riduzione del 30 per cento delle risorse stanziate per l'anno 2008 per l'indennità di impiego operativo per i reparti di campagna, la quale, anche se avrà effetti dal 2014, contrariamente a quanto sostenuto pubblicamente dal Governo, comporterà, per la busta paga di un certo numero di militari, di ogni ordine e grado, la diminuzione di un importo variabile da 80 fino ad un massimo di 130 euro mensili di trattamenti già percepiti. Stiamo parlando di retribuzioni il cui livello lo conoscete meglio di me. L'introduzione, attraverso un emendamento del Governo al Senato, della possibilità di applicare, ad alcuni utenti di alloggi di servizio, il canone di libero mercato, con il fine apertamente dichiarato di renderlo insostenibile da parte dei conduttori degli alloggi stessi, mette ancora a rischio sfratto per morosità numerose famiglie ed entra in contrasto con le norme in vigore che disciplinano in maniera equilibrata il canone da applicare nelle diverse situazioni di conduzione dell'alloggio. Si tratta di una norma destinata a creare preoccupazione e che, comunque, sicuramente non potrà essere applicata nei confronti di conduttori Pag. 21di alloggi che dispongono di un reddito familiare annuo lordo non superiore a quello fissato annualmente dal Ministero della difesa, in esecuzione della specifica normativa in vigore.
E ancora le norme contenute nell'articolo 12, al comma 10, che intervengono in materia di trattamento di fine rapporto risultano, se applicate al personale militare, ancora più penalizzanti in quanto in contrasto con i limiti di età per la cessazione dal servizio previsti dalle norme sullo stato giuridico e l'avanzamento e con le norme che disciplinano i vari ordinamenti del personale militare e delle forze di polizia che sono, tuttora, privi di un fondo di previdenza complementare. L'introduzione, attraverso un emendamento, dell'istituto della mini-naia - e questa è probabilmente una ciliegina - non ha assolutamente carattere di urgenza e, anzi, rappresenta, per le Forze armate, un impegno di risorse finanziarie operative che avrebbero potuto trovare sicuramente migliore e più utile destinazione. Infine, vi è l'estensione di limitazione nel reclutamento delle forze di polizia e dei vigili del fuoco che rinvia alla possibilità di ripianare pienamente il turnover in questi Corpi. Questa manovra, dunque, ci preoccupa per gli effetti, non solo materiali, che avrà sul personale, ma anche per quelli che avrà sul morale del personale stesso, sottoposto ad impegni crescenti (abbiamo votato appena qualche giorno fa il rifinanziamento delle missioni all'estero) da portare avanti in condizioni sempre più difficili.
Tuttavia questa manovra ci preoccupa anche per quello che non c'è, soprattutto per quello che non c'è, e mi riferisco all'occasione mancata della soppressione della Difesa servizi Spa prevista nelle prime bozze della manovra che, invece, rimane in piedi con la conseguenza di costituire un ulteriore centro di spesa che avrà effetti negativi sull'attività del Ministero come segnalato dalla Corte dei conti a sezioni riunite in sede di controllo nella relazione al rendiconto generale dello Stato 2009.
Per tutte queste ragioni e per quanto riguarda le ragioni che abbiamo discusso in Commissione difesa, l'opposizione del gruppo del Partito Democratico a questa manovra è determinata, rigorosa, seria. Discuteremo i nostri emendamenti, sosterremo i nostri emendamenti, sappiamo che probabilmente tutto questo non servirà ma la responsabilità del danno e delle ricadute gravi sull'intero comparto sicurezza e difesa che sicuramente questa manovra determinerà ricadranno sulla responsabilità politica di questo Governo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

SIMONE BALDELLI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SIMONE BALDELLI. Signor Presidente, intervengo per chiederle ai sensi dell'articolo 44, comma 1, del Regolamento di porre in votazione la chiusura della discussione sulle linee generali del disegno di legge di conversione del decreto-legge in esame.

PRESIDENTE. È stata formulata una richiesta di chiusura della discussione sulle linee generali. A norma dell'articolo 44, comma 1, del Regolamento darò adesso la parola ad un oratore contrario e ad uno a favore per non più di cinque minuti ciascuno.

Preavviso di votazioni elettroniche (ore 11,04).

PRESIDENTE. Poiché nel corso della seduta potranno aver luogo votazioni mediante procedimento elettronico, decorrono da questo momento i termini di preavviso di cinque e venti minuti previsti dall'articolo 49, comma 5, del Regolamento.

Pag. 22

Si riprende la discussione.

(Ripresa della discussione sulle linee generali - A.C. 3638)

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE GIANFRANCO FINI (ore 11,05)

ROBERTO GIACHETTI. Chiedo di parlare contro.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ROBERTO GIACHETTI. Signor Presidente, devo dire che apprezzo il fatto che l'onorevole Baldelli non abbia motivato la ragione della chiusura della discussione sulle linee generali - e si sia semplicemente limitato a chiederne la chiusura - e non abbia argomentato, come è accaduto in tante altre occasioni, magari per evidenziare un presunto ostruzionismo da parte dell'opposizione o per evidenziare che si è avuto molto tempo per discutere.
Stiamo parlando di un provvedimento di straordinaria importanza che ha subito un soffocamento del dibattito già al Senato attraverso la posizione della questione di fiducia addirittura preventivamente annunciata mentre era in corso l'esame al Senato anche per quanto riguardava la Camera dei deputati. È inutile che io ricordi a tutti noi qual è stato l'iter di questo provvedimento alla Camera con sole poche ore a disposizione della Commissione bilancio e di tutte le altre Commissioni per esprimere pareri. Abbiamo iniziato ieri sera una discussione sulle linee generali che peraltro è stata anche caratterizzata da interventi non solo delle opposizioni ma anche di alcuni deputati della maggioranza cioè quello che in termini naturali, normali e ordinari dovrebbe accadere in un'Aula parlamentare dove si ha la possibilità di intervenire, di confrontarsi e dove l'opposizione potrebbe anche avere il diritto di vedere le proprie proposte sottoposte al voto dell'Assemblea e, se del caso, bocciate o forse, come spesso accade negli ultimi tempi, approvate al contrario grazie all'assenso o ai dissensi all'interno della maggioranza. Tutto questo non accade perché ancora una volta il Governo, dopo avere chiuso la discussione sulle linee generali con questa forzatura e dopo, presumo - vedremo se ci saranno i numeri -, aver votato contro la questione pregiudiziale di costituzionalità che abbiamo presentato, si accinge a porre la fiducia e definitivamente a mettere una pietra sopra a questo dibattito e anche, come noi spesso abbiamo detto, ai diritti dell'opposizione.
Non ho molto da aggiungere, quindi, per esprimere la mia contrarietà a questa chiusura della discussione sulle linee generali se non appunto prendere atto che ovviamente non ci sono motivazioni di nessuna natura ma semplicemente ancora una volta una decisione parlamentarmente violenta che impedisce a tutti noi non soltanto di poterci confrontare ma anche di poterci misurare sulla base di proposte concrete. Arriverà la questione di fiducia, prenderete probabilmente l'ennesima fiducia ma otterrete ancora una volta l'umiliazione del Parlamento e dei diritti dei parlamentari (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

SIMONE BALDELLI. Chiedo di parlare a favore.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SIMONE BALDELLI. Signor Presidente, io ho formulato la richiesta alla Presidenza. Adesso nel dibattito tra un oratore a favore e un oratore contro mi corre anche l'obbligo morale di intervenire favorevolmente sulla mia proposta, non adducendo altre motivazioni se non quella degli oltre 200 iscritti in discussione generale, che quindi impone una chiusura della discussione generale, ai fini di procedere alla fase successiva.
Quindi, accolgo l'apprezzamento dell'onorevole Giachetti e mi limito semplicemente a far rilevare questo dato di fatto, per cui questo è servito a motivare la richiesta di chiusura della discussione generale e ovviamente preannuncio il voto favorevole a questa richiesta da parte del mio gruppo.

Pag. 23

PRESIDENTE. Avverto che è stata chiesta la votazione nominale mediante procedimento elettronico.
Per consentire l'ulteriore decorso del termine regolamentare di preavviso, sospendo la seduta, che riprenderà alle 11,25.

La seduta, sospesa alle 11,10, è ripresa alle 11,25.

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sulla proposta di chiusura della discussione sulle linee generali avanzata dall'onorevole Baldelli.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).

I colleghi hanno votato? Onorevole Ascierto, non riesce a votare? Onorevole Ascierto, la aspettiamo. Colleghi, ha diritto di votare, se non funziona lo strumento. È necessario un tecnico per la verifica anche per l'onorevole Martinelli... Onorevole Ascierto ha votato? Onorevole Orlando... I colleghi hanno votato?
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione:

Presenti e votanti 561
Maggioranza 281
Hanno votato 299
Hanno votato no 262
(La Camera approva - Vedi votazionia ).

Prendo atto che i deputati Genovese e Barbato hanno segnalato che non sono riusciti ad esprimere voto contrario.
Ricordo che, essendo stata deliberata la chiusura della discussione sulle linee generali a norma dell'articolo 44, comma 2, del Regolamento, ha facoltà di parlare per non più di trenta minuti un deputato, tra gli iscritti non ancora intervenuti nella discussione, per ciascuno dei gruppi che ne facciano richiesta.
Per il gruppo del Partito Democratico, ha chiesto di parlare l'onorevole Causi. Ne ha facoltà.

MARCO CAUSI. Signor Presidente, concentrerò il mio intervento sulla parte della manovra che interviene sulle entrate fiscali; successivamente, parlerò delle tariffe, perché stanno avendo, in questi mesi, un andamento molto preoccupante, e vi è una preoccupante assenza del Governo in merito a questo aspetto; infine, concluderò il mio intervento con alcune osservazioni di politica economica più generali.
Entrate fiscali: nella manovra economica, rappresentanti del Governo e relatore di maggioranza, avete prodotto alcuni ripensamenti rispetto all'indirizzo politico prevalso negli ultimi due anni. Questi ripensamenti, tuttavia, non riducono i danni e gli errori politici che negli ultimi due anni la conduzione della politica fiscale del Governo ha comunque prodotto.
Avete, in questa manovra, reintrodotto, in base alle normative europee antiriciclaggio, il divieto all'utilizzo dei contanti come mezzi di pagamento, per tutti i pagamenti superiori a cinquemila euro. Questo limite di cinquemila euro per l'utilizzo dei contanti era già stato stabilito da questo Parlamento durante la precedente legislatura ma voi stessi, con questo Governo, lo avete poi nell'estate del 2008 riportato a 12 mila 500 euro; oggi ci ripensate, riportate il limite a cinquemila euro.
Naturalmente, il ripensamento è apprezzabile, ma dobbiamo ricordarvi che questo ripensamento implica che, per due anni, c'è stata una caduta di attenzione sulle politiche antiriciclaggio e, peraltro, le norme che in merito all'antiriciclaggio sono state introdotte all'interno del cosiddetto scudo fiscale lo confermano.
Avete poi, in questa manovra, introdotto l'obbligo di fatturazione elettronica per tutte le fatture superiori a tremila euro; si tratta di un provvedimento condivisibile, giusto, che va nella direzione delle direttive europee. Portare su base telematica le fatture è il futuro del rapporto fra contribuenti e fisco e il futuro anche del rapporto fra piccoli contribuenti e fisco, può esser una leva per semplificare Pag. 24il rapporto fra piccoli contribuenti e fisco, ma dobbiamo dire che si tratta di una introduzione troppo timida.
Le direttive europee permettono e consentono di fare di più; una delle proposte emendative che il Partito Democratico ha presentato, e che la posizione del voto di fiducia impedirà a questo Parlamento di discutere, è di portare l'obbligo di fatturazione elettronica fino a millecinquecento euro. La fatturazione elettronica infatti può esser la modalità attraverso cui ricostruire un rapporto semplificato, soprattutto fra le piccole imprese, le ditte individuali, i microimprenditori e il fisco.
La connessione telematica quindi va incentivata, soprattutto per i piccoli, e vanno pensati (voi non lo avete ancora fatto in questa manovra) sistemi di incentivo per i piccoli e piccolissimi contribuenti per attivare, tramite la connessione elettronica, non solo modalità di pagamento più semplici ma anche modalità di valutazione del carico fiscale più forfettarie, più parametriche e più semplici.
In questa manovra poi ci sono altri due interventi sostanzialmente condivisibili come abbiamo detto in Commissione finanze, interventi di contrasto per le frodi carosello, interventi di contrasto per gli usi distorti delle compensazioni fiscali.
Lasciateci però dire che altri interventi sulle entrate, compresi in questa manovra, ci sembrano molto meno convincenti. È poco convincente ad esempio, il rilancio degli accertamenti presuntivi, il cosiddetto redditometro. Noi non contestiamo l'utilità dei meccanismi di accertamento presuntivo - il redditometro - ma contestiamo l'enfasi che il Governo pone sui risultati ottenibili con questo strumento.
Il Governo ritiene e stima, nelle relazioni tecniche, dei risultati macroaggregati, tramite questi strumenti, che a noi sembrano sovrastimati, troppo ottimistici.
Bisogna ricordare, ad esempio, che all'interno del redditometro, dei meccanismi di accertamento presuntivo, non verranno considerati i capitali «scudati», i capitali che rientrano dall'estero. Ben strano come redditometro, che non tiene conto di 200 mila contribuenti che hanno fatto rientrare più di 100 miliardi di euro di capitali dall'estero.
Tuttavia, se mai l'amministrazione fiscale dovesse prendere uno di questi 200 mila contribuenti, egli o ella non verrà accertato indirettamente per le somme che ha fatto rientrare dall'estero; è un redditometro monco, zoppo.
Inoltre, uno strumento come il redditometro, che può avere effetti di impatto forse più limitati, forse più micro, rispetto a quelli che sperate, comunque li può avere solo se si investe in modo convinto sulle strutture dell'amministrazione fiscale. Senza investimenti in personale, in tecnologia, in organizzazione dell'amministrazione delle Agenzie, gli accertamenti presuntivi rischiano di restare una petizione di tipo propagandistico; e non ci sembra che questo Governo stia facendo questi investimenti, e non ci sembra che questo Governo, al di là degli annunci, stia lavorando sulla macchina dell'amministrazione fiscale per cogliere questi obiettivi.
Allo stesso modo è poco convincente il risultato che vi aspettate dalla partecipazione dei comuni e degli enti locali alle attività di accertamento delle entrate erariali. Questa enfasi, anche molto propagandata, nell'ottica del federalismo fiscale, è un'enfasi che non trova riscontro nei dati.
Nel primo anno di approvazione delle prime norme che incentivano i comuni a collaborare all'accertamento delle imposte erariali, il gettito prodotto è stato appena di 6 milioni di euro; è molto probabile che, se si andasse a fare un'analisi costi-benefici della partecipazione all'accertamento da parte dei comuni, troveremmo che, sicuramente, essa è costata più dei 6 milioni di euro che ha prodotto.
Si tratta, di nuovo, di norme di bandiera, di norme di propaganda, un po' come quelle sul federalismo fiscale che si scontrano poi con un'attività concreta, quotidiana, di governo e di amministrazione che non va dietro a queste bandiere, e non risponde a questa propaganda. Si mantiene un assetto fortemente neocentralistico Pag. 25e l'apertura ai comuni, come anche nel caso del catasto, è molto più di forma che di sostanza.
Inoltre, non ci convince per nulla - l'abbiamo detto più volte - il ripescaggio e la riproposizione dei consigli tributari locali: un'inutile e barocca istituzione ripescata da un passato molto lontano, e che già, in passato, non aveva funzionato.
Infine, nella manovra proponete in sostanza quello che, per semplicità, potremmo chiamare un condono catastale basato sul lavoro delle operazioni aerofotogrammetriche fatte dalle Agenzie del territorio, cominciato e varato dal precedente Governo nella precedente legislatura.
Va bene, allora, che l'Agenzia del territorio si sia dotata di questo apparato informativo, va bene che, grazie a questo apparato informativo, si offra la possibilità di sistemare tutte le pratiche catastali ma, attenzione, non va bene se questa diventa una porta per un futuro condono, non delle questioni catastali, ma di quelle di tipo urbanistico, e, inoltre, non va bene se queste ipotesi dovessero comportare dei passi indietro verso l'obiettivo di una gestione delle banche dati del catasto sempre più condivisa e concertata con i comuni.
Non vorremmo, cioè, che le nuove dotazioni informatiche, telematiche e cartografiche dell'Agenzia del territorio costruite, lo ripeto, con provvedimenti e atti amministrativi della precedente legislatura e del precedente Governo, diventassero un alibi per interrompere il processo di decentramento del catasto e di gestione condivisa di queste banche dati con i comuni e con gli enti locali. Anche questo si desume alla luce di ciò che si legge nella relazione del Governo sul federalismo fiscale in merito alla prima fase dell'autonomia impositiva dei comuni, una prima fase in cui proponete - e lo discuteremo in Commissione bicamerale e nel Paese - di concentrare, trasferendolo ai comuni, il gettito delle imposte di registro e di quelle ipotecarie e catastali e, quindi, il gettito di imposte collegate alla gestione del catasto. Se i comuni, nel loro complesso, diventeranno in futuro dipendenti da quei gettiti è ulteriormente giusto, corretto, sensato e logico che i comuni condividano sempre di più la gestione dell'Agenzia del territorio e delle sue banche dati.
Abbiamo presentato nei nostri emendamenti non un'ipotesi ostruzionistica ma - vorrei dirlo ai signori del Governo, ai relatori e alla maggioranza - una vera e propria proposta alternativa e migliorativa dell'intero assetto della politica economica di questo Paese e, in particolare, anche delle politiche delle entrate, con l'obiettivo di introdurre in questa manovra due elementi che mancano. Si tratta di un elemento di equità, perché questa manovra non chiede un contributo di sacrificio a tutti i cittadini ma soltanto ad alcune categorie e, in particolare, al lavoro pubblico e ai ceti medi e medio-bassi né si chiede un contributo agli strati più ricchi e abbienti del Paese. Inoltre, manca in questa manovra un elemento di sviluppo e di sostegno allo sviluppo e alla struttura produttiva di questo Paese per uscire dalla crisi.
Le nostre proposte, quindi, configurano una vera e propria alternativa di politica economica. Per quanto riguarda le politiche delle entrate, queste si concentrano su quattro elementi. In primo luogo, proponiamo - e avremmo voluto votare in questo Parlamento - una misura che ci sembra abbia un vero senso di equità, ossia chiedere ai contribuenti italiani che hanno riportato dall'estero i loro capitali con lo scudo fiscale un contributo aggiuntivo. Questi hanno pagato soltanto il 5 per cento su somme che, molto probabilmente, erano state originariamente sottratte al fisco e che quindi, se accertate correttamente, avrebbero comportato l'esborso di almeno il 40 per cento, abbonando anche ulteriori sanzioni e interessi. Dunque, crediamo che sarebbe equo, rispetto a un Paese che ha paura dell'impoverimento e della crisi economica, chiedere un ulteriore contributo a questi 200 mila italiani.
In secondo luogo, abbiamo proposto una nuova imposta che si basi sulla leva finanziaria degli istituti bancari e che quindi colpisca, in modo progressivo, al crescere della leva finanziaria e del rapporto Pag. 26fra patrimonio e massa attiva. Nulla si deve fino a dieci volte; l'1 per mille tra 10 e 15; il 2 per mille fra 15 e 20; il 3 per mille sopra 20. È un incentivo agli istituti bancari a controllare il rapporto fra patrimonio e massa attiva e, quindi, a rimanere dentro i parametri di prudenzialità fissati dalle normative europee. Anche questo è un elemento di equità, perché si chiede agli istituti bancari di dare un contributo, che sarebbe di un miliardo e mezzo di euro, volto al risanamento delle finanze pubbliche e a favore delle politiche da mettere in atto.
In terzo luogo, abbiamo proposto nei nostri emendamenti una riforma importante e che non potrete eludere nei prossimi mesi e nella prossima fase, cioè la riforma della tassazione delle rendite finanziarie, portando tutte le aliquote su tutte le rendite finanziarie al 20 per cento e quindi superando la storica distorsione che c'è in Italia fra rendite finanziarie, che sono tassate al 12,5 per cento, ed altre rendite finanziare tassate dal 27 per cento, escludendo da questa riforma i titoli di Stato e i risparmi previdenziali. Tra l'altro, le seconde (i depositi bancari) sono quelle utilizzate soprattutto dai contribuenti e dai cittadini di reddito più basso e medio-basso.
La quarta proposta è quella di assegnare le frequenze sulla televisione digitale terrestre come si è fatto in Germania. Tante volte il vostro Governo e il Ministro dell'economia fanno riferimento alla Germania. In questo caso siamo noi a proporvi di parlare in tedesco: facciamo anche noi come in Germania, dove le aste sulle frequenze del digitale terrestre hanno fruttato alla Repubblica federale 4,4 miliardi di euro. Pensiamo che aste fatte in modo onesto e trasparente potrebbero fruttare 3 miliardi di euro.
Nel complesso, le misure che proponiamo valgono fra i 10 e i 12 miliardi di euro e dicono a voi e al Paese come si potrebbe cambiare il profilo complessivo di questa manovra, che è così insoddisfacente sul piano dell'equità e dello sviluppo.
Proponiamo inoltre di rafforzare un pochino questo vostro ripensamento sulla lotta all'evasione e di essere un po' meno timidi sulla lotta all'evasione. Proponiamo, quindi, di introdurre la tracciabilità per i compensi dei professionisti dai 1.000 euro in su, di abbattere la fatturazione elettronica dai 3.000 ai 1.500 euro, con l'obbligo anche di indicare le modalità di pagamento. Vi proponiamo di introdurre un obbligo di tracciabilità dei pagamenti per tutte quelle spese che diventano oneri deducibili o detraibili per i contribuenti persone fisiche e, infine, vi proponiamo di estendere le procedure di accertamento presuntivo (redditometro) ai cinque anni precedenti e non soltanto all'anno in corso.
Voglio ricordare che tutte queste misure non danno copertura finanziaria alla nostra proposta alternativa, perché riteniamo che queste misure non debbano fornire una copertura finanziaria poiché la si vede soltanto ex post. I risultati della lotta all'evasione vanno contabilizzati soltanto ex post, anzi siamo un po' preoccupati per alcune quantificazioni delle vostre relazioni tecniche sui vostri primi timidi segnali di ripensamento su questo tema. Sono le altre nostre quattro proposte, invece, che danno copertura finanziaria ai nostri emendamenti.
Come avevo preannunciato, signor Presidente, toccherò poi, nel secondo punto del mio intervento, il tema delle tariffe. Credo che la preoccupazione sull'andamento del potere di acquisto dei redditi degli italiani sia una preoccupazione di tutti. Il declino del potere di acquisto certamente dipende dalla crisi economica e da un andamento negativo e insoddisfacente della produttività del nostro sistema, ma anche da come si evolvono i prezzi.
Viviamo da più di un anno in un mondo molto strano, in cui i prezzi di mercato (contratti fra recessione e addirittura anche tendenze deflattive) stanno andando avanti molto lentamente. L'ultima misura aggregata di inflazione è appena l'1,5 per cento, invece ci sono numerosissime tariffe pubbliche e regolamentate che stanno correndo in un modo enorme. Vi leggo l'ultimo dato ISTAT dell'inflazione di giugno: l'acqua potabile cresce Pag. 27del 6,3 per cento rispetto al giugno dell'anno precedente, la raccolta dei rifiuti cresce del 2,3 per cento rispetto all'anno precedente. Ricordo che l'inflazione media è all'1,5 per cento.
I trasporti ferroviari, signori, sono cresciuti del 9,6 per cento in un anno, i trasporti marittimi del 7,3 per cento, i servizi postali dell'11,2 per cento, le assicurazioni sui mezzi di trasporto del 7,7 per cento. Vi è un blocco di tariffe, tutte pubbliche o regolamentate, che è impazzito nella crescita e ciò ha a che fare con il potere d'acquisto del reddito degli italiani.
Qualcuno dovrebbe occuparsene e potrebbe certamente farlo, se ci fosse, il Ministro dello sviluppo economico, presso il cui Ministero è istituita una Direzione generale per il mercato, la concorrenza, il consumatore, la sorveglianza. Questa Direzione, nell'ambito della normativa di tutela dei consumatori, dovrebbe essere attivata con grande forza da un forte indirizzo politico a esercitare tutto quello che può per frenare l'andamento delle tariffe pubbliche e regolamentate.
Anche in questo non soltanto manca a voi e a questo Governo una politica industriale e un Ministro che la eserciti dopo le dimissioni del precedente Ministro pro tempore, ma l'assenza di quel Ministro ha anche un ulteriore effetto. Non che il Ministro precedente nello scorso anno avesse fatto un granché sul piano delle tariffe, ma certamente, mancando anche l'indirizzo politico centrale, quel Ministero non esercita alcun intervento sulla questione tariffaria.
Noi abbiamo presentato una proposta emendativa - annuncio subito che la tradurremo naturalmente in un ordine del giorno - e chiediamo alla maggioranza e al Governo un'attenzione nei confronti di questo ordine del giorno perché - ripeto - il potere d'acquisto delle famiglie italiane è un problema di tutti e l'evoluzione impazzita di tante tariffe pubbliche e regolamentate è una vera preoccupazione. Vi proponiamo di intervenire istituendo, presso la Direzione generale per il mercato, la concorrenza e il consumatore del Ministero per lo sviluppo economico, una consulta per il controllo dei prezzi e delle tariffe regolamentate.
Questa consulta deve avere un ruolo di moral suasion nei confronti di tutti quelli che fissano questi prezzi e queste tariffe, deve verificare e valutare la congruità degli interventi chiesti, deve avere a nostro parere anche il potere di irrogare sanzioni nei confronti di soggetti ed enti pubblici che, nonostante il parere contrario della consulta, provvedono ad aumenti delle tariffe che siano eccessivamente superiori rispetto all'andamento della tasso di inflazione programmato.
Qualcuno potrebbe storcere il naso e pensare che questa sia una proposta un po' troppo dirigista. Voglio rammentarvi che, come abbiamo visto poco fa, settori come acqua, rifiuti, trasporti, poste, comunicazioni sono tutti non regolamentati da autorità nazionali. Non è un caso che nei settori come energia, gas o comunicazioni, regolamentati da autorità nazionali, le tariffe sono sotto controllo, mentre nei settori come acqua, rifiuti o trasporti, dove non ci sono autorità nazionali (in questo caso di tipo federale, perché si tratta di settori di legislazione concorrente con le regioni), le tariffe sono fuori controllo e mordono, incidono sul potere d'acquisto dei redditi della nostre famiglie.
Pertanto, qui non si tratta di discutere una misura dirigista o meno dirigista, si tratta di fare finalmente alcune profonde riforme nell'apparato di regolazione dei settori oggi non regolamentati, ovvero non regolamentati con autorità nazionali. Nel caso dell'acqua, ad esempio - lo sapete -, nella proposta del Partito Democratico e di tutte le opposizioni suggeriamo di istituire un'autorità nazionale federale sull'acqua, che assista le regioni e gli enti locali nei loro obblighi di soggetto di regolamentazione locale, ma che permetta anche di avere una visione nazionale del funzionamento del servizio idrico integrato sul territorio italiano, dell'andamento delle tariffe e del buon funzionamento dei contratti di servizio.
Recentemente abbiamo letto qualche apertura del Governo intorno all'ipotesi Pag. 28dell'autorità. Voglio ancora qui ricordarlo: dobbiamo fare qualcosa per frenare l'andamento delle tariffe pubbliche regolamentate. È uno scandalo politico che nessuno se ne occupi. Non se n'è occupato il Ministro pro tempore dello sviluppo economico e, naturalmente, da alcune settimane dopo le sue dimissioni non se ne occupa davvero più nessuno.
Infine, concludo il mio intervento, signor Presidente, ricordando che questa manovra è arrivata in Parlamento sull'onda di una emergenza europea, ma ci sta facendo dimenticare che non più di sei mesi fa avevamo approvato una legge di riforma della contabilità della finanza pubblica che riformava il processo di costruzione del bilancio e che prevedeva, anzi prevede - perché la legge è in vigore - che il Governo mandi entro il 15 luglio le linee guida del nuovo documento di finanza pubblica, quello che una volta si chiamava DPEF, al Parlamento, alle regioni e agli enti locali. Tali linee guida debbono contenere non più, come nel vecchio DPEF, solo la finanza aggregata, ma la manovra finanziaria prevista per sottosettori, quindi per tutti i livelli di governo. Poi, è previsto che questo Parlamento approvi tale documento entro il 15 settembre.
Il nuovo documento di finanza pubblica, insomma, incardina nelle decisioni di bilancio centrale l'intera finanza di tutti i livelli di governo. La riforma della legge di contabilità ha in qualche modo inserito nel bilancio statale l'impostazione federalistica del Titolo V della Costituzione. Peccato però che di queste linee guida non ci sia ancora traccia. Siamo arrivati ormai alla fine del mese di luglio e di queste linee guida non c'è traccia. Non c'è traccia, quindi, del nuovo Documento di finanza pubblica e restiamo, quindi, schiacciati ad una visione della finanza pubblica e della manovra economica tutta schiacciata sull'emergenza e sui paletti che ci pone l'Europa, come se, a ricaduta delle decisioni di Bruxelles, noi come Stato italiano, come Governo, come Parlamento e come collettività italiana non avessimo nulla da decidere. Non è così e lo sapete.
La legge n. 42 del 2009 e la legge n. 196 del 2009 introducono la finanza multilivello nella manovra di bilancio ordinaria. Si tratta di quello che impedisce l'emersione di queste riforme e, quindi, anche un ruolo diverso del Parlamento nel concertare e anche nel mediare possibili conflitti tra Stato, regioni e comuni, perché avete scelto per l'ennesima volta la strada della decretazione d'urgenza, intervenendo al di fuori del normale e ordinario svolgimento della manovra di bilancio, che pure avevamo riformato in questo Parlamento con uno sforzo concorde e comune non più di sei mesi fa

PRESIDENTE. Onorevole Causi, la prego di concludere.

MARCO CAUSI. Ho concluso, signor Presidente. Invito, quindi, in modo pressante il Governo a emanare le linee guida del Documento di finanza pubblica. Si tratta, infatti, di un documento importante per incardinare questa manovra in un processo di bilancio ordinario e che abbia una prospettiva non soltanto congiunturale ma di medio termine: questo Paese ha bisogno di certezze, di prospettive di medio termine, di progetti per il futuro e questo Governo e questa maggioranza miopi lo tengono, invece, incastrato nell'incertezza, nella miopia e nell'assenza di una prospettiva certa per il futuro (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, per il gruppo Italia dei Valori, l'onorevole Leoluca Orlando. Ne ha facoltà.

LEOLUCA ORLANDO. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, questo Parlamento è chiamato ad approvare una manovra finanziaria che è stata ancora una volta adottata con ricorso alla decretazione d'urgenza e sulla quale viene detto e ripetuto che verrà posta la questione di fiducia.
Siamo ancora una volta in presenza di una mortificazione del Parlamento e avremo modo di dimostrare che siamo in Pag. 29presenza di una violazione dell'impianto costituzionale attraverso le apposite eccezioni di costituzionalità che abbiamo presentato.
Avremo modo di parlare di queste eccezioni, ma temo che non avremo modo di parlare del contenuto di merito di questa manovra. Per questo, l'Italia dei Valori presenta in questo dibattito la propria posizione, in un momento nel quale si strozza il dibattito parlamentare e si impedisce ogni possibilità di miglioramento della manovra proposta, anche da parte di quanti, all'interno della maggioranza, ritengo che abbiano delle perplessità sulla stessa, su singoli aspetti, ma anche sull'impianto complessivo.
In questa condizione, fuori dal palazzo, rimangono senza interlocuzione i disabili e gli operatori del servizio civile, le forze dell'ordine tutte, per la prima volta tutte, coerentemente e compattamente schierate contro la manovra finanziaria, i precari, gli operatori economici, che sono chiamati a doversi confrontare con concorrenti che evadono le tasse, essendo loro, in larga misura, non evasori ed essendo chiamati, altresì, a dover fare fronte ad un Governo che non li aiuta nel loro sforzo di aumento di produzione.
Rimangono senza interlocuzione i precari, gli operatori della scuola e i ricercatori universitari, in un sistema nel quale si sta perdendo, per effetto di manovre finanziarie ed economiche come questa, ogni pregio della professionalità. Se qualcuno, interrogato, risponde che fa il violinista, si sente incalzare dicendo: sì, ma cosa fai? Questa domanda, riferita ad attività artistiche, ormai si estende anche ad ogni attività professionale.
Se qualcuno dice che fa l'insegnante, si sente dire: sì, va bene, ma cosa fai? I precari non sono soltanto i lavoratori della scuola, ma precaria oggi è la scuola. Se qualcuno afferma di fare il giornalista, è chiaro che gli verrà chiesto: sì, va bene, ma cosa fai? Lo stesso per i medici e i ricercatori universitari.
Credo che questa manovra sia, in qualche modo, la pietra tombale in ordine al rispetto della professionalità dei lavoratori tutti, anche quelli del pubblico impiego, che si trovano, quelli fortunati, a 1.100-1.200 euro al mese, ad essere trattati alla stessa maniera in cui vengono trattati i grand commis di Stato, che 1.200 euro li guadagnano in mezza giornata, non in un mese.
Come non bastasse, siamo in presenza di una manovra finanziaria che non tiene conto di quale sia il tema da affrontare. Si fa riferimento alla situazione internazionale: quest'ultima non si verifica in Italia con le stesse caratteristiche con le quali si verifica in altri Paesi europei.
In altri Paesi europei e negli Stati Uniti d'America, infatti, la crisi finanziaria è data da una patologia che non ha riguardato il sistema italiano, che invece soffre di altre patologie, che hanno funzionato da anticorpo. L'arretratezza del nostro sistema bancario, che è certamente un limite, ha finito con l'essere, in qualche misura, un'occasione per non cadere nella fantasia finanziaria di altri Paesi europei e degli Stati Uniti d'America.
Come non ricordare, inoltre, che lo sforzo per l'ingresso nell'euro del nostro Paese, alla fine del secolo scorso e all'inizio di questo millennio, certamente ha determinato, sostanzialmente, una severità di impostazione, che è servita a prevenire possibili guasti, che in altri Paesi, invece, non sono stati in alcun modo evitati?
Tutto questo perché, in effetti, il nostro tema - è quello che abbiamo tentato di dire nella nostra contromanovra finanziaria - è che oggi in Italia il problema non riguarda tanto gli aspetti finanziari, quanto la circostanza che l'Italia è un Paese che da decenni, ormai, purtroppo non cresce più; si tratta di quello che viene evidenziato dai dati 2008-2009 del PIL: meno 6,1 per cento. Accanto a questa diminuzione del prodotto interno lordo, si assiste ad un aumento del debito pubblico: nel 2008 eravamo a quota 105 per cento, nel 2009 siamo al 115 per cento del PIL. Siamo ai livelli massimi raggiunti dal debito pubblico del nostro Paese.
Da questo punto di vista viene fuori un Paese che non produce e un Governo che sfascia i conti pubblici e lascia precipitare l'economia italiana. Pag. 30
Come Italia dei Valori abbiamo presentato una contromanovra con un apposito progetto di legge, che vogliamo richiamare, perché non avremo altra occasione per richiamare il dato che esiste un modo diverso per affrontare la crisi, un modo diverso di garantire lo sviluppo e un modo più equo di affrontare la crisi e garantire lo sviluppo - che non fa questa manovra che noi contestiamo - un modo diverso che tenga presente quanto siano importanti, per la crescita dell'attività produttiva, affinché l'Italia torni a essere un Paese in crescita, i redditi dei lavoratori e i profitti delle imprese.
È evidente che da questo punto di vista una maggiore ripresa comporta anche una diminuzione del carico fiscale. Noi ci muoviamo secondo tre direttrici: la crescita, il risanamento e l'equità. Per questo vi sono da parte nostra alcune proposte molto forti di lotta all'evasione fiscale e ciò non rappresenta un dettaglio, una posizione, come qualcuno va dicendo, moralistica. Basterebbe pensare che negli ultimi anni abbiamo avuto 20 miliardi di evasione fiscale in più rispetto alle quote precedenti. Ciò equivale a dire che sarebbe bastato evadere come nel passato, senza aumentare l'evasione, per fare una manovra finanziaria di 24 miliardi di euro.
Credo che sia esattamente questa mancanza di attenzione agli aspetti anche di equità del nostro sistema che costituisce il fondamento delle nostre critiche. Basti pensare che l'evasione fiscale è stata autorevolmente definita una vera «macelleria sociale» e a fronte di questo siamo davanti alla conferma di un Governo, il quale ritiene di dover in qualche misura teorizzare che chi evade in fondo è bravo e chi non evade probabilmente è fesso, se è vero, come è vero, che tutte le volte che questo coalizione ha governato il Paese ha approvato condono fiscale e condono edilizio nel 1994, condono fiscale e scudo fiscale nel 2003, condono edilizio nel 2004 e scudo fiscale nel 2009.
Noi riteniamo invece che criteri di equità dovrebbero portare ad una diversa impostazione. Intanto, iniziando con l'applicare un'addizionale del 7,5 a tutte quelle risorse che sono rientrate dall'estero. È denaro che è rientrato «sporco» dall'estero, perché «sporco» era quando se ne è andato, o «sporco» è diventato, perché ha disatteso la normale imposizione fiscale, e che torna anonimo nel nostro Paese. Se si è fatto pagare il 5 per cento; basterebbe un'addizionale del 7,5 per portarlo al livello delle altre plusvalenze finanziarie, per potere avere sostanzialmente un gettito ingente con la nostra manovra (oltre che realizzare un principio di equità nei confronti di chi è stato beneficato da questa disposizione, che costituisce un vero patto per legge tra la criminalità e lo Stato).
Chiediamo inoltre che vengano ripristinate le norme, già previste dal Governo Prodi, rispetto alla tracciabilità. Chiediamo anche che vi sia una diversa impostazione per le plusvalenze finanziarie, riteniamo cioè che per le plusvalenze finanziarie - non sto parlando ovviamente, come qualcuno vorrebbe strumentalmente, di titoli di Stato - si potrebbe passare dal 12,5 al 20 per cento, recuperando in questo modo una quota di risorse finanziarie, secondo il principio che bisogna in qualche modo privilegiare in termini fiscali il lavoro e non già privilegiare, come invece si fa, le rendite e soprattutto quelle divenute parassitarie.
Proponiamo ancora che si limiti la detrazione dell'ICI, così come era stato impostato dal Governo precedente, che poneva una distinzione di carattere sociale tra il pagamento dell'ICI, da parte di chi neanche si accorge di pagarla, e il pagamento di chi, pagando l'ICI, ne ha un danno sulle proprie condizioni di reddito.
Abbiamo anche proposto che vi fosse una tassazione sulle stock option perché è veramente singolare che imprenditori e manager, anche di aziende del settore parapubblico, ricevano enormi quantità di risorse in forma di stock option che non vengono tassate come dovrebbero essere tassate (e siamo molte volte in presenza di amministratori che hanno rovinato e non certamente salvato le aziende che hanno amministrato). Pag. 31
Chiediamo ancora che si faccia una normale asta per l'assegnazione delle frequenze libere del digitale terrestre e che vi siano i tagli ai costi della politica attraverso la possibile soppressione delle province e l'eliminazione di tutta una serie di privilegi che sono di competenza delle rispettive Camere (e in quella sede faremo valere le nostre proposte).
Siamo ancora convinti che bisogna procedere in maniera molto forte alla riduzione della spesa pubblica iniziando con la soppressione del «sogno-bufala» del ponte sullo Stretto. Si era detto infatti che il ponte sullo Stretto non sarebbe stato un costo per le casse pubbliche ma abbiamo già assistito ai primi 1.400 milioni di euro che sono interamente a carico pubblico e a quella normativa che prevede sostanzialmente la garanzia del Governo per quanto riguarda i prestiti bancari del consorzio di imprese che realizzerà l'opera. Con la conseguenza che se chi realizza l'opera ad un certo momento prenderà atto che manca - perché manca - un progetto esecutivo e che l'opera non si potrà realizzare, Pantalone pagherà i 1.400 milioni che ha già previsto di pagare per quanto riguarda la quota interamente a carico pubblico e dovrà far fronte anche agli impegni assunti dal consorzio di impresa nei confronti delle banche (salvo poi fare un contenzioso che magari verrà chiuso con un arbitrato manipolato da qualcuno della «cricca» o da qualcuno degli affaristi che circolano nel nostro Paese, alla faccia evidentemente del ponte).
Ma come si fa ad essere contro un ponte? Io personalmente in termini ideologici sono per i ponti e contro i muri: ma questo non è un ponte, è una «bufala» perché l'unico collegamento che realizza è quello tra la mafia siciliana e la 'ndrangheta calabrese se è vero, come è vero, che quei 1.400 milioni di euro verranno utilizzati proprio per quel movimento di terra che pure i bambini sanno nel nostro Paese essere al 99,9 per cento interamente controllato - sotto forma di pizzo sostanzialmente occulto - dalle imprese mafiose. E casualmente quei 1.400 milioni sono proprio quelli pubblici, quelli che vengono pagati a carico dei contribuenti e subito, in modo da assicurare chi sta da una e dall'altra parte del ponte non che un giorno potrà attraversarlo ma che lo Stato pensa anche alle famiglie dei mafiosi e della 'ndrangheta.
Questo è il tema di fondo che vogliamo porre, così come vogliamo richiamare l'attenzione verso i lavoratori e le famiglie attraverso gli aumenti delle detrazioni familiari. Riteniamo infatti che bisogna avere una forma di estensione generalizzata degli ammortizzatori sociali anche per i precari e crediamo che tutto ciò si possa fare, perché in questo modo sostanzialmente creiamo, attraverso il sostegno dei redditi, quel sostegno alla domanda che costituisce un elemento fondamentale per quanto riguarda il sostegno alla produzione.
Credo che da questo punto di vista la nostra posizione sia assolutamente chiara, tanto chiara che questo Governo si rifiuta di accettarla ancorché - fatemelo dire con molta franchezza - se accettasse almeno alcune di queste proposte ne avrebbe un ritorno anche utilitaristico ed elettorale. Ma la realtà vera è che questo Governo non si occupa più della politica, si occupa soltanto degli affari e degli affari di un numero sempre inferiore e sempre minore di persone.
Se qualcuno usa l'espressione «casta», lo fa soltanto evidentemente per una forma di eufemismo perché non vuole usare altre espressioni più pesanti rispetto all'espressione «casta». Era giusto che queste cose restassero a verbale. L'Italia dei Valori ha combattuto una battaglia molto dura in Commissione, Antonio Borghesi e Renato Cambursano hanno con molta forza sostenuto le tesi del nostro gruppo: a me spetta qui riportare le posizioni già espresse perché resti a memoria che vi è stato qualcuno che ha tentato di evitare il disastro, ma vi è un Governo che purtroppo sembra avere la vocazione al disastro altrui e all'arricchimento proprio (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori)

Pag. 32

PRESIDENTE. Sono così esauriti gli interventi ai sensi dell'articolo 44, comma 2, del Regolamento.

(Repliche dei relatori e del Governo - A.C. 3638)

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore di minoranza, onorevole Baretta, al quale ricordo che ha due minuti di tempo a disposizione.
L'onorevole Baretta non è in Aula: s'intende che vi abbia rinunciato.
Ha facoltà di replicare il relatore per la maggioranza, onorevole Gioacchino Alfano.

GIOACCHINO ALFANO. Relatore per la maggioranza. Signor Presidente, rinuncio alla replica.

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il rappresentante del Governo.

LUIGI CASERO, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Signor Presidente, il Governo rinuncia.

LEOLUCA ORLANDO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LEOLUCA ORLANDO. Signor Presidente, intervengo soltanto perché resti traccia che considero non decorosa la rinuncia del Governo a dire almeno tre parole, che sarebbero di rispetto nei confronti dell'Aula.

PRESIDENTE. Onorevole Leoluca Orlando, le sue opinioni rimangono agli atti.

(Esame di questioni pregiudiziali - A.C. 3638)

PRESIDENTE. Ricordo che sono state presentate le questioni pregiudiziali Ventura ed altri n. 1, Borghesi ed altri n. 2 e Casini ed altri n. 3.
A norma del comma 4 dell'articolo 40 del Regolamento, nel concorso di più questioni pregiudiziali ha luogo un'unica discussione. In tale discussione, ai sensi del comma 3 del medesimo articolo 40, può intervenire, oltre ad uno dei proponenti (purché appartenenti a gruppi diversi), per illustrare ciascuno degli strumenti presentati per non più di dieci minuti, un deputato per ognuno degli altri gruppi, per non più di cinque minuti.
Al termine della discussione si procederà, ai sensi dell'articolo 96-bis, comma 3, quarto periodo, del Regolamento, ad un'unica votazione sulle questioni pregiudiziali presentate.
Ha facoltà di illustrare la questione pregiudiziale Ventura ed altri n. 1, di cui è cofirmatario, l'onorevole Zaccaria.

ROBERTO ZACCARIA. Signor Presidente, il decreto-legge, che la Camera si accinge a convertire, contiene una serie così numerosa di scostamenti, mancanze, violazioni aperte rispetto al modello costituzionale del decreto-legge, che è impossibile elencarle tutte. L'articolo 77 della Costituzione, l'articolo 15 della legge n. 400 del 1988 che ha dato ad esso attuazione sono ormai un lontano ricordo rispetto ad un modello, riguardo al quale credo che sarebbe più esatto parlare non di decreto-legge, non di norma di legge, ma di «editto». Si tratta di un termine che risale ai Governi assoluti, ma qui vi sono molte caratteristiche che lo richiamano.
Voglio soltanto ricordare che nel parere del Comitato per la legislazione, che è uno dei più imponenti pareri che esso abbia scritto, si dice sostanzialmente - nel raccomandare, ovviamente, di non fare più cose di questo genere - che si approfitta spesso di atti di questo tipo, di decreti-legge, per mettere dentro di tutto e di più; ed è quello che succede in questo testo.
Basta vedere questo parere, basta leggere il parere della Commissione affari costituzionali, che contiene numerose osservazioni, che sono più decentemente qualificabili come condizioni, per capire che abbiamo una situazione senza precedenti: quindici condizioni Pag. 33nei vari pareri delle Commissioni, una cinquantina di osservazioni. Le critiche possono essere sintetizzate per titoli: manca l'omogeneità, al di là del criterio funzionale che pure è molto largo; molte norme sono ad applicazione differita, non c'entrano niente coi decreti-legge; più di una disposizione è apertamente incostituzionale con un decreto-legge che ne «mangia» un altro, un decreto-legge che interviene su delega, un decreto-legge che fa salva la responsabilità per colpa grave di fronte alla Corte dei conti e i «colletti bianchi» vanno sotto processo solo per dolo. Ciò è previsto per i delitti, ma non nella colpa di questo genere.
Vi è un uso dell'interpretazione autentica estremamente disinvolto. In alcuni casi lo si fa per far retroagire norme in disprezzo totale di quanto ha affermato la Corte costituzionale. C'è un'invasione di campo plateale nelle competenze regionali. Si tratta di un intervento in cui le norme si autoqualificano come norme di principio, mentre la Corte ha sostenuto che non devono essere autoqualificate ma oggettivamente tali. Si interviene a «piedi giunti» in materia di autonomie locali (lo hanno detto molti colleghi). C'è una disparità tra lavoro pubblico e lavoro privato, che ormai era stata archiviata e sulla quale la Corte costituzionale probabilmente dovrà intervenire nuovamente.
Ma quello che è più preoccupante è un altro aspetto: il provvedimento - non è noto, ma lo voglio dire in questa sede, perché resti in qualche modo agli atti - è lievitato da 56 articoli iniziali a 63, da 360 commi a 480; se uno volesse contare i caratteri (non ve lo consiglio, ve lo dico io) si è passati da 280 mila a 400 mila caratteri. Quindi si è fatto un vero e proprio miracolo di crescita, e si è battuto anche il record del decreto-legge n. 112 del 2008 (ma questo non è un collegato). Allora una prima elusione riguarda il controllo del Capo dello Stato che, dopo aver verificato un testo, alla fine ne troverà uno radicalmente diverso grazie a queste tecniche parlamentari di cui parleremo. Ma l'elemento decisamente più grave rispetto a questo, non decreto, ma «editto» è il sistema della doppia fiducia, doppia fiducia preannunciata, programmata, ostentata, e sbandierata.
Siamo ormai alla trentaseiesima fiducia, siamo al decreto numero sessantacinque, le leggi significative sono non più di una dozzina, e questo vuol dire colleghi che noi ormai viaggiamo ad una fiducia ogni due o tre leggi. L'istituto della fiducia in altre parole è diventato ordinario. Basta leggersi l'articolo 94 della Costituzione per capire che questo non è previsto dalla stessa Carta costituzionale. Guardiamo la natura di questo decreto, guardiamo quello che dice la I Commissione (Affari costituzionali): misure di riduzione della spesa ed aumento delle entrate. Le misure appaiono riconducibili in maniera prevalente al sistema tributario e contabile dello Stato. Non ci sono formalmente delle tasse, ma in alcuni casi il risultato è equivalente: basta leggere gli articoli 6 e 9. La riduzione delle risorse regionali e locali avrà una conseguenza inevitabile sulle tariffe, sui costi dei servizi. Lo ha detto l'onorevole Causi: blocco di tariffe pubbliche; sono sostanzialmente impazzite, ed è una conseguenza di questo intervento. Ma un decreto che incide in misura così diretta e così iniqua sulle risorse dei cittadini, decidendo chi, come, dove e quando debba pagare, è fatto dal Governo, anzi, no, è fatto dal Ministro dell'economia e delle finanze in solitario, e viene in Parlamento con una doppia fiducia.
Nel 2003 il Governo provò a teorizzare il sistema della doppia fiducia, ma in presenza di un collegato. Questo è l'elemento centrale della nostra riflessione. Il principio fondamentale alla base della nascita stessa dei Parlamenti dello Stato liberale, il principio «no tasse senza rappresentanza», viene totalmente travolto da un sistema in cui si arriva con un testo, un «editto», che il Governo sottopone due volte alla fiducia al Senato e alla Camera, e l'Esecutivo poi pretende che siano i rappresentanti del popolo a votare una manovra di questo genere (non lo pretende Pag. 34neppure). Ma questo urta contro i principi fondamentali, ancora prima che contro norme esplicite.
Poi, naturalmente, vi sono delle per le - e su questo vorrei concludere -, ossia le quote latte, una vicenda emblematica di malcostume politico ed istituzionale, ma anche una palese violazione degli articoli 11 e 117 della Costituzione. Prima si era realizzato un accordo, in sede europea, nel 2003, in seguito, nel 2009, in qualche modo se ne era parlato, adesso neppure questo, il Commissario europeo per l'agricoltura e lo sviluppo rurale ci dice che questa violazione comporterà un'infrazione europea. Vincono sempre i soliti. Inoltre, signor Presidente, mi consenta di ricordare quello che ho appena accennato, ovvero la responsabilità dinanzi alla Corte dei conti. Cosa c'entra togliere e, sostanzialmente, spogliare la responsabilità della colpa grave, limitandola solo al dolo, in materia di danno erariale e di contabilità pubblica? La Corte Costituzionale aveva detto che questa è una questione altamente disdicevole e noi approfittiamo perché la mettiamo all'interno di questo editto. Il re, il monarca assoluto, quindi, non si priva di nulla, non si priva della violazione delle prerogative del Parlamento e del fatto che i cittadini vengono sostanzialmente tassati in maniera iniqua attraverso un provvedimento che non vede la loro partecipazione, ma mette dentro anche una serie di accessori, che rendono il provvedimento stesso ancora più inaccettabile (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. L'onorevole Borghesi ha facoltà di illustrare la sua questione pregiudiziale n. 2.

ANTONIO BORGHESI. Signor Presidente, uno dei motivi che viene addotto a giustificazione del ricorso al decreto-legge in questo provvedimento è la questione europea, il fatto che sia nato in una sede connessa alla questione della Grecia e che, quindi, ciò giustifichi quei requisiti di urgenza che sono richiesti dalla Costituzione. Potrei persino accedere ad un fatto del genere e, quindi, accettare l'idea che, in un argomento come questo, e per la situazione di crisi, si intervenga con decreto-legge, ma il Ministro Tremonti, che è venuto in Commissione a chiudere la replica mercoledì scorso e che, come è noto, ricorre spesso al sarcasmo per giudicare ciò che fanno gli altri, in particolare chi sta all'opposizione, ha fatto un'affermazione molto perentoria, dichiarando che, in realtà, siamo molto bravi perché quasi tutti i Paesi europei hanno dichiarato che avrebbero fatto, ma ancora non sono passati all'azione. Allora, questa urgenza dovuta all'Europa c'era o ce la siamo inventata in realtà per un fatto interno? Perché, se realmente vi era l'urgenza, gli altri Paesi sono ancora ad uno stadio molto più arretrato del nostro nell'applicare la manovra? Se l'urgenza non c'era, forse mancano anche i requisiti che l'articolo 77 della Costituzione pone a base di un intervento come questo. Vi sono, però, due questioni collaterali - certamente non ho la capacità del collega Zaccaria di approfondire, sul piano strettamente giuridico e del diritto costituzionale, il tema - che giudichiamo particolarmente rilevanti e stridenti all'interno di questo decreto-legge (che, peraltro, non è più quello che è stato firmato dal Presidente della Repubblica, in quanto sono state introdotte norme che modificano sostanzialmente alcuni elementi e che, in particolare, non intervengono strettamente sulle questioni principali concernenti la manovra economica) le quali, evidentemente, rendono altamente disomogeneo il contenuto che, oggi, ha il decreto-legge medesimo a seguito dell'intervento che è stato operato al Senato. Mi riferisco, in particolare, alle questioni delle quote-latte e dei reati fallimentari. La questione delle quote latte perché, come è noto, l'articolo 40-bis, aggiunto, appunto, al Senato, prevede che il pagamento degli importi in scadenza al 30 giugno, già previsti dai piani di rateizzazione nel decreto legge n. 119 del 2003 e nel decreto-legge n. 5 del 10 febbraio 2009, è prorogato al 31 dicembre 2010.
In sostanza quindi il piano di rateizzazione che risale al 2003, previsto per Pag. 35consentire ai produttori di estinguere i propri debiti per eccesso di produzione lattiera dal 1995-1996 al 2001-2002, era parte di un accordo politico sottoscritto tra l'Italia e l'Unione europea e sancito da una precisa decisione n. 2003/530 della Commissione europea proprio per mettere fine ad una nota ed annosa questione. Ora effettivamente con questa modifica andiamo di fatto in contrasto con il diritto dell'Unione europea e anche con i ripetuti impegni che il Governo italiano aveva assunto di imporre una rigorosa ed efficiente applicazione del regime delle quote latte in Italia. Quindi noi ci troviamo con una dichiarazione già resa da parte del Commissario europeo per l'agricoltura e lo sviluppo rurale che dice: attenzione perché saremo costretti ad avviare le procedure previste dal Trattato nei confronti dell'Italia. Il che vuol dire che l'Italia si troverà esposta a sanzioni immediate e già di fatto sarà sanzionata ma a partire, con effetto da quando questo decreto-legge sarà approvato.
Quindi noi all'interno di un decreto-legge che originariamente non le prevedeva andiamo a disciplinare una questione che nulla ha a che vedere con la manovra economica, che ha altri fondamenti e che deve servire per raggiungere un obiettivo che è quello di intervenire nella riduzione del debito pubblico per i famosi 24 miliardi. Questa manovra non tocca minimamente, anzi peggiora, perché ovviamente qualcuno deve pagare gli interessi e questi sono stati conteggiati in 5 milioni di euro e noi qui andiamo a fare un'operazione che non c'entra nulla con il decreto-legge originario. Pertanto a noi pare che l'articolo 40-bis si ponga in contrasto con l'articolo 11 e con l'articolo 117, primo comma, della Costituzione.
L'altra questione a nostro giudizio ancora marcatamente peggiore, se possibile, riguarda la modifica che è stata introdotta alle questioni dei reati fallimentari. Com'è noto sono state inserite al Senato alcune ipotesi, un nuovo articolo 217-bis nel regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, che introduce ipotesi di esenzione dei reati di bancarotta: in pratica si tratta di una causa di esclusione della punibilità rispetto alla fattispecie incriminatrice della bancarotta preferenziale nell'ambito della bancarotta fraudolenta e della bancarotta semplice nei casi di pagamento compiuti in esecuzione di tentativi di ristrutturazione dei debiti. Ma in particolare la questione riguarda il fatto che una delle ipotesi di ristrutturazione è priva di qualunque intervento dell'autorità giudiziaria e quindi può essere realizzata da esperti che neppure hanno l'obbligo di essere iscritti a particolari albi professionali. Quindi qualunque consulente di qualunque genere potrà sottoscrivere un accordo perché il tema reale è un altro, non è semplicemente l'applicazione d'ora in avanti ma l'aggravamento del principio del favor rei che rende tale questione retroattiva e, quindi, lesiva dei principi di ragionevolezza e certezza del diritto.
Infatti ribadisco che la sua retroattività renderà possibile dire che qualunque pagamento eseguito in una certa situazione e in uno stato di effettiva insolvenza dell'impresa è stato reso sulla base di un piano per il quale non è più neppure richiesta la certezza della data certa e che può essere sottoscritto da chiunque. Quindi sarà facilissimo immaginarsi che in una serie di grandi questioni, di grandi fallimenti, di grandi situazioni di bancarotta che sono perseguite da parte dei magistrati ci sarà di fatto un lavaggio, una pulizia, una cancellazione di reati che pure sono stati compiuti.
Credo che questo sia un altro motivo che giustifica la lesione della nostra Costituzione da parte del decreto-legge in esame, in particolare - per riassumere e per concludere - principalmente per il fatto che al Presidente della Repubblica viene oggi propinata una polpetta che è completamente diversa da quella che egli aveva firmato quando il decreto-legge è stato emanato e già questo rende comunque incostituzionale un decreto-legge come quello in esame. Infatti potevano essere compiute solo modifiche al testo che servivano soltanto come chiarimento o che andavano nel senso generale prospettato dal decreto-legge, e non certo introduzioni Pag. 36di nuove fattispecie di reati di natura penale (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei valori).

PRESIDENTE. L'onorevole Ruvolo ha facoltà di illustrare la questione pregiudiziale Casini ed altri n. 3, di cui è cofirmatario.

GIUSEPPE RUVOLO. Signor Presidente, il gruppo dell'Unione di Centro ha presentato la questione pregiudiziale di costituzionalità sull'articolo 40-bis della manovra in relazione alle cosiddette quote latte. Riteniamo che sia in palese violazione dell'articolo 117, comma 1, della Costituzione e oltre a ciò vogliamo anche sottolineare alcuni aspetti del tema, ormai assai noto anche in quest'Aula e non solo, delle cosiddette quote latte. Vorrei cominciare col dire che questa proroga, solo questo rinvio, costerà agli italiani, ma anche e soprattutto agli agricoltori italiani, un miliardo e mezzo circa di infrazione, cioè di multe non pagate. Se aggiungiamo complessivamente che nell'ultimo decennio sono stati erogati e quindi infrazionati e pagati oltre 4 miliardi di euro, questo la dice tutta: si poteva fare - ahimè - una finanziaria leggera.
Questo avviene anche nelle dichiarazioni spontanee e per così dire anche intellettualmente oneste dell'attuale Ministro dell'agricoltura, il Ministro Galan, che dichiara con molta serenità ma anche con molta onestà quello che in effetti scaturisce dal provvedimento in esame. Il Ministro ha sostenuto e dichiarato che questo non è un atteggiamento di un Paese civile rispetto a questa problematica, che il Paese Italia fa una figuraccia nei confronti dell'Europa, che il Ministro Tremonti si gioca la reputazione per un emendamento, che l'emendamento difende un manipolo di trasgressori comunemente detti splafonatori, che un parlamentare della Repubblica ha dichiarato di avere venduto le quote di produzione senza smettere mai di produrre latte, che il suo gruppo dovrebbe fare dietrofront sull'emendamento e che qualcuno, a causa delle multe e infrazioni, dovrebbe a suo avviso dimettersi da parlamentare. Queste sono affermazioni del Ministro dell'agricoltura Galan. Se questo è poco per dichiarare anche incostituzionale, oltre che politicamente poco corretto, un atteggiamento di prepotenza e di arroganza di una forza politica di questo Parlamento, la situazione lo dice ben chiaro a tutti gli italiani.
Sulla manovra cito ancora alcune dichiarazioni del Ministro Galan, che dice che va bene, tutto sommato l'agricoltura non è stata toccata. Ma Ministro Galan, dove ha la sua attenzione dopo queste dichiarazioni che lei ha fatto? Lei ha sostanzialmente detto che tutto sommato ci è andata bene. Io dico che è andata malissimo, perché lei non è stato in condizione di far prendere una somma di solo 80 milioni di euro per gli sgravi contributivi per le aree montane e sottoutilizzate.
Infatti, il 31 luglio, cioè dopodomani, scadranno i benefici per le aree di montagna protette. Non avete saputo dare neanche questa risposta, figuriamoci quale approccio avete nei confronti dell'agricoltura!
Quindi, questa è stata una scelta miope, con cui è stato dato un messaggio molto chiaro al Paese, al quale dite: organizzatevi in lobby territoriali e offriamo alla controparte il nostro consenso politico-elettorale per meglio difendere gli interessi, anche illeciti, del territorio, alla faccia della legalità! Questo emerge, oggi, da quanto state facendo e da quanto avete prodotto con grave nocumento e danno nei confronti dell'agricoltura italiana. L'ho detto in altre occasioni al Ministro Galan, e l'ho detto in Commissione: ciò che, oggi, viene tolto agli agricoltori è anche la possibilità di essere remunerati per il frumento e per l'olio. L'Unione europea sottrarrà da questo peso specifico tutto ciò che sarà a favore dell'agricoltura. Il suo Governo e la sua maggioranza hanno prodotto un obbrobrio politico - lo sottolineo - qualcosa di nefasto.
Oggi, il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali deve presentarsi alla nuova rivisitazione della Politica agricola comune (PAC), ma, nella sostanza, è delegittimato (Applausi dei deputati del gruppo Unione di Centro). Ecco ciò che Pag. 37 non riusciamo ancora a capire: Ministro Galan, quale Europa potrà ascoltare la voce dell'Italia e del suo Governo? Ma quando mai?
Queste sono le ragioni per le quali vi invitiamo, ancora una volta, a soprassedere sul provvedimento in oggetto, che è un'offesa agli italiani onesti, agli allevatori onesti, contro gli splafonatori e coloro che hanno trasgredito la legge (Applausi dei deputati del gruppo Unione di Centro). Questo oggi ci presentano: altro che Governo «del fare», questo è un Governo «del fare male» (Applausi dei deputati del gruppo Unione di Centro)! Non aggiungo altro; non aggiungo assolutamente altro. Per questa ragione, vi chiediamo di non procedere all'esame del provvedimento in oggetto (Applausi dei deputati del gruppo Unione di Centro).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole La Malfa. Ne ha facoltà, per due minuti.

GIORGIO LA MALFA. Signor Presidente, ieri, ho avuto occasione di esprimere lungamente il mio giudizio sul provvedimento in oggetto, con riferimento al quale ho detto tre cose. Innanzitutto, ho dichiarato che esso sancisce la fine dell'affermazione che il Governo ha ripetutamente fatto, che l'Italia stava meglio di qualunque altro Paese europeo e che non aveva bisogno di manovre per mettere ordine nei conti. Il Governo è stato costretto a presentare un provvedimento di urgenza per sostenere che i conti erano in disordine e, quindi, contraddire questa sua affermazione.
Inoltre, ho affermato che questo provvedimento significa la fine dell'ambizione di questa maggioranza e del suo Presidente del Consiglio di dichiarare una politica di sviluppo legata alla politica del risanamento finanziario; una politica di abbassamento del prelievo fiscale, che aumenta, una politica ordinata di riduzione della spesa corrente per far spazio a imposte più basse e a maggiori spese per le infrastrutture.
Infine, ho affermato che il tema dello stock del debito pubblico, che è il vero problema che minaccia la stabilità del sistema finanziario italiano, è colpevolmente assente dal provvedimento in oggetto.
Queste ragioni - mi rivolgo agli onorevoli colleghi dell'opposizione che hanno presentato le questioni pregiudiziali - non mi conducono a sostenere tali questioni pregiudiziali. Abbiamo davanti a noi un Governo sconfitto che chiede al Parlamento fondi con cui tappare dei buchi che, colpevolmente, ha lasciato aperti per due anni. A mio avviso, il Parlamento può criticare il Governo: deve chiedere un cambiamento di rotta politica per il Paese e deve esprimere un voto favorevole a questa manovra, per quanto sia scadente.

PRESIDENTE. La invito a concludere.

GIORGIO LA MALFA. Non possiamo assumerci la responsabilità di un voto contrario a qualcosa che può aiutare, comunque, la stabilità del Paese.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Leone. Ne ha facoltà.

ANTONIO LEONE. Signor Presidente, le pregiudiziali proposte all'attenzione dell'Assemblea mirano, in relazione a tre argomenti previsti dal decreto-legge, ad inficiarne la costituzionalità. La pregiudiziale Ventura ed altri n. 1 nonché la pregiudiziale Borghesi ed altri n. 2 fanno riferimento all'articolo 40-bis del decreto-legge. In verità, l'intervento proposto nel decreto-legge, a ben vedere, reca unicamente una rateizzazione del pagamento delle multe irrogate e non è minimamente inficiato il rispetto degli obblighi comunitari e costituzionali che prevedono l'adempimento di sanzioni deliberate da un organo comunitario, non modificandosi (come non si possono modificare) la disciplina regolatrice della materia, la cui violazione ha generato proprio la sanzione stessa.
L'altro punto preso di mira riguarda l'articolo 6, comma 21-quinquies, richiamato Pag. 38dalla pregiudiziale Ventura ed altri n. 1, che concerne la vendita dei titoli sequestrati. Va rilevato che la norma non reca effetti negativi sulla finanza pubblica ai fini della rilevata violazione dell'articolo 81 della Costituzione, in quanto dalla vendita stessa possono addirittura derivare maggiori entrate rispetto al valore dei titoli al momento del sequestro. Inoltre, la disposizione è volta a precisare la responsabilità patrimoniale di Equitalia, assicurando che quest'ultima, ove non sia possibile restituire i titoli sequestrati in quanto già alienati, debba garantire all'avente diritto soltanto il quantum rilevato dalla vendita stessa.
L'ultimo punto riguarda la legge fallimentare: è semplice il rilievo da contrapporre che riguarda la modifica recata alla legge fallimentare in materia penale. Voglio ricordare ai colleghi, con riferimento alla violazione rilevata dell'articolo 77 della Costituzione, che la materia penale non è esclusa dall'intervento legislativo di urgenza purché rimangano fermi i principi legati alla non retroattività. Sono principi generali che sono rispettati.
L'obiettivo della manovra predisposta dal Governo è quello di dare risposta ad una congiuntura negativa di carattere economico, determinatasi a livello europeo, con riferimento alla quale è richiesta una manovra coordinata e coerente nei singoli Stati, così come è avvenuto. Obiettivo fondamentale è quello di garantire le basi per la ripresa, i cui segnali peraltro sono già evidenti e sono già rilevati da alcuni indicatori.
Insomma, un intervento correttivo assolutamente necessitato. Non mi voglio sottrarre dal rilevare come, per la verità, basterebbero e bastano questi motivi a rendere incomprensibile in sé la presentazione di questioni pregiudiziali la cui finalità sarebbe quella di far decadere l'intero impianto della manovra, iniziativa che io ritengo irresponsabile e che non dovrebbe incontrare il favore di nessuna forza politica che abbia a cuore veramente il bene del Paese.
Grazie, signor Presidente, esprimeremo convintamente un voto contrario (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).

PRESIDENTE. Nessun altro chiedendo di parlare, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sulle questioni pregiudiziali Ventura ed altri n. 1, Borghesi ed altri n. 2, Casini ed altri n. 3.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione:

Presenti e votanti 563
Maggioranza 282
Hanno votato 259
Hanno votato no 304
(La Camera respinge - Vedi votazionia ).

Prendo atto che i deputati Barbato, Genovese, De Pasquale, Mattesini e Porfidia hanno segnalato che non sono riusciti ad esprimere voto favorevole e che i deputati Jannone e Barbieri hanno segnalato che non sono riusciti ad esprimere voto contrario.
Essendo state respinte le questioni pregiudiziali passiamo al seguito dell'esame del disegno di legge di conversione del decreto 31 maggio 2010, n. 78.

(Esame dell'articolo unico - A.C. 3638)

PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo unico del disegno di legge di conversione (Vedi l'allegato A - A.C. 3638), nel testo recante le modificazioni apportate dal Senato (Vedi l'allegato A - A.C. 3638).
Avverto che le proposte emendative presentate sono riferite agli articoli del decreto-legge, nel testo recante le modificazioni apportate dal Senato (Vedi l'allegato A - A.C. 3638). Pag. 39
Avverto che la I Commissione (Affari costituzionali) ha espresso il prescritto parere (Vedi l'allegato A - A.C. 3638).

(Posizione della questione di fiducia - Articolo unico - A.C. 3638)

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il Ministro per i rapporti con il Parlamento, onorevole Vito. Ne ha facoltà.

ROBERTO GIACHETTI. Presidente, Presidente, chiedo di parlare!

PRESIDENTE. Onorevole Giachetti, sia più sollecito a chiedere la parola. Prego, ne ha facoltà.

ROBERTO GIACHETTI. Signor Presidente, ho avvisato gli uffici, volevo dirlo prima che il Ministro Vito pronunciasse la formula magica. Mi permetto di porre alla sua attenzione il seguente problema.
Noi ci troviamo, in questo momento, a ridosso della riunione del Parlamento in seduta comune. Come è noto, l'articolo 35, comma 1, del Regolamento prevede che il Parlamento in seduta comune è presieduto dal Presidente della Camera, e, infatti, normalmente accade questo.
Purtroppo, vi è un secondo comma che prevede, esattamente, che, «il Regolamento della Camera è applicato normalmente nelle riunioni del Parlamento in seduta comune dei suoi membri».
Mi permetto di rivolgere a lei una riflessione e la pregherei di riflettere attentamente su questo: siamo in prossimità della riunione del Parlamento in seduta comune, per il quale vige il Regolamento della Camera che, nel momento in cui il Ministro Vito pone la fiducia, blocca i lavori della Camera e non consente riunioni di Commissioni, votazioni e altro. Suggerirei che la «formula magica» fosse posticipata a dopo la riunione del Parlamento in seduta comune, perché dobbiamo applicare il Regolamento della Camera.

PRESIDENTE. Onorevole Giachetti, mi permetta di ricordarle, ma lei lo sa bene, che il Parlamento in seduta comune è un organo diverso rispetto alla Camera dei deputati (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).
È certamente vero quello che lei dice, si applica il Regolamento della Camera, ma si tratta di organo di altra natura. Prego, Ministro Vito.

ELIO VITO, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, il Governo attribuisce particolare importanza, per il Paese, alla definitiva approvazione di questo provvedimento, che è in scadenza. Pertanto, autorizzato dal Consiglio dei ministri, pongo la questione di fiducia sull'approvazione, senza emendamenti ed articoli aggiuntivi, dell'articolo unico del disegno di legge: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, recante misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica, nel testo della Commissione che è identico a quello approvato dal Senato.

ERMINIO ANGELO QUARTIANI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ERMINIO ANGELO QUARTIANI. Signor Presidente, a norma del Regolamento e sull'ordine dei lavori credo sia doveroso fare presente che il Governo, per la trentaseiesima volta dall'inizio della legislatura, pone la questione di fiducia su un decreto-legge che non è potuto stare all'attenzione dell'Aula, ma soprattutto delle Commissioni, neanche una settimana.
Infatti, esso ci è giunto dal Senato - come è stato detto anche dai colleghi che sono intervenuti in ordine alle questioni di costituzionalità - dopo più di 40 giorni, ed è stato mutato rispetto agli indirizzi e ai contenuti che originariamente erano stati posti all'attenzione e alla firma del Presidente della Repubblica.
Ancora una volta, si usa un decreto-legge, e la fiducia, per impedire al Parlamento Pag. 40di svolgere il proprio ruolo, che è quello di correggere gli indirizzi, in questo caso di un decreto che ha l'obiettivo di una manovra rilevante di rientro dal debito e dal deficit accumulatosi, in questi due anni, dall'inizio della legislatura, pari a 24 miliardi di euro.
Signor Presidente, 24 miliardi di euro sono il 2 per cento del PIL. In questo ramo del Parlamento si impedisce - non solo all'opposizione, ma in questo caso anche alla maggioranza, essendo anche stata chiusa la discussione sulle linee generali - la possibilità di discutere gli emendamenti, così come sono state respinte tutte le proposte emendative presentate dall'opposizione, come è stato anche riconosciuto dal relatore e dal presidente della Commissione.
L'opposizione, infatti, in Commissione, non ha tenuto un atteggiamento ostruzionistico. Nonostante questo, e senza alcuna motivazione, a freddo, il Governo decide di porre la questione di fiducia, che era stata preannunziata ancora prima che il decreto arrivasse alla discussione dell'Assemblea, fiducia preannunziata dal Ministro dell'economia nel corso del suo intervento alla Commissione bilancio.
Signor Presidente, non è questo il modo attraverso il quale si migliorano i rapporti tra il Parlamento e il Governo, e, soprattutto, non è questo il modo di dare all'Italia la soluzione che merita in una contingenza così grave, che è quella della crisi e dei provvedimenti che devono far fronte ad essa.
È del tutto evidente che vi è un obbligo assunto in sede internazionale e in sede europea da parte dell'Italia, e a quell'obbligo occorre tener fede.
Ventiquattro miliardi di euro, non è una manovra quantitativamente posta in discussione dall'opposizione.
È il merito attraverso il quale si fa questo decreto-legge che evidentemente comporta che due terzi del peso della manovra si riferiscano al taglio agli enti locali e alle regioni e che l'altro terzo della manovra sia sulle spalle dei ceti e dei redditi medio-bassi. Questa questione è di grande rilevanza perché determina anche l'orientamento dell'attività nel prossimo futuro e l'orientamento della futura sessione di bilancio.
Signor Presidente, è del tutto evidente che nel momento in cui il Governo pone la questione di fiducia si assume tutta la responsabilità di una discussione parlamentare che come lei sa, signor Presidente, non si conclude alla Camera con il voto di fiducia di domani, ma avrà una coda assai rilevante anche in termini di tempo. Il Governo sa che il giorno 30 questo decreto-legge scadrà. Il Governo lo dica: non chiedo di dirlo al signor Presidente perché spetta al Governo dire se ritiene, avendo posto la questione di fiducia, di aver risolto il problema dei rapporti con il Parlamento, perché il Parlamento è in grado, se vuole, di portare questa discussione oltre i termini della scadenza del decreto-legge. Non si può fare appello solo al senso di responsabilità dell'opposizione e del Partito Democratico perché questa c'è stata e sempre ci sarà anche sui provvedimenti finanziari.
Signor Presidente, anche a lei spetta la responsabilità di indicare la strada. Spero lo faccia anche alla Conferenza dei presidenti di gruppo che si svolgerà tra poco...

PRESIDENTE. La prego di concludere.

ERMINIO ANGELO QUARTIANI. ... per indicare le modalità con le quali lei garantirà a questa Assemblea tutto il tempo e lo spazio necessari perché vi sia la discussione e siano assegnati all'opposizione i tempi per potere discutere.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Quartiani.

ANTONIO BORGHESI. Chiedo di parlare per un richiamo al Regolamento.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ANTONIO BORGHESI. Signor Presidente, Aristotele diceva che la legge la fa il comportamento. Però, di fatto la fa il comportamento quando e libero. Qui vi è un comportamento indotto e forzato per Pag. 41quanto riguarda le procedure costituzionali. Non si tratta di una questione di fiducia qualunque, perché è un ulteriore nuovo passo verso una sorta di norma che prevede l'esautoramento delle funzioni del Parlamento. Potremmo definirla come una nuova fattispecie, il decreto-legge a fiducia preventiva.
Come è noto, molto prima che il Senato approvasse il decreto-legge è stato diramato un comunicato ufficiale, a firma del Presidente del Consiglio Berlusconi e del Ministro Tremonti, nel quale si dichiarava che la questione di fiducia sarebbe stata posta sia al Senato sia alla Camera. Così è stato. Per questo si tratta di un decreto-legge a fiducia preventiva.
Aggiungo, inoltre, che se fino a questa questione di fiducia vi era e vi è stata una parvenza di discussione, invece in questo ramo del Parlamento non vi è stata la discussione neppure in Commissione perché in tale sede reiteratamente il Ministro Tremonti in persona e altri rappresentanti del Governo hanno più volte affermato che la questione di fiducia sarebbe stata posta sul testo del Senato. Ecco perché siamo dinanzi ad un'ulteriore grave involuzione, ad una norma e a una prassi che rischia di diventare prassi costituzionale - e perciò norma -, a uno svuotamento della funzione almeno di uno dei rami del Parlamento e, in questo caso, della Camera dei deputati. Noi ci opporremo a questo andazzo...

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Borghesi.
A seguito dell'intervento del Governo avverto che la Conferenza dei presidenti di gruppo, che organizzerà il prosieguo della discussione, dopo la posizione della questione di fiducia, è convocata alle 13,30 nella biblioteca del Presidente.
Ricordo, altresì, che alle ore 13 è convocato il Parlamento in seduta comune per l'elezione di otto componenti il Consiglio superiore della magistratura.
Dovendo procedere all'allestimento dell'Aula, sospendo la seduta, che riprenderà al termine della votazione per l'elezione degli otto componenti il Consiglio superiore della magistratura e per la comunicazione dell'esito della Conferenza dei presidenti di gruppo.

La seduta, sospesa alle 13, è ripresa alle 16,45.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE ROCCO BUTTIGLIONE

Missioni.

PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati Albonetti, Alessandri, Angelino Alfano, Bonaiuti, Bongiorno, Brunetta, Buonfiglio, Caparini, Carfagna, Casero, Cicchitto, Cirielli, Colucci, Cossiga, Crimi, D'Alema, Dal Lago, Fava, Fitto, Gregorio Fontana, Franceschini, Frattini, Gelmini, Alberto Giorgetti, Giancarlo Giorgetti, Giro, La Russa, Jannone, Mantovano, Maroni, Martini, Meloni, Menia, Migliavacca, Leoluca Orlando, Pescante, Ravetto, Reguzzoni, Roccella, Romani, Rotondi, Saglia, Sardelli, Stucchi, Tabacci, Tremonti, Urso, Vegas e Vito sono in missione a decorrere dalla ripresa pomeridiana della seduta.
Pertanto i deputati in missione sono complessivamente sessantasette, come risulta dall'elenco depositato presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell'allegato A al resoconto della seduta odierna.

Modifica del vigente calendario dei lavori dell'Assemblea e conseguente aggiornamento del programma (ore 16,47).

PRESIDENTE. Comunico che la Conferenza dei presidenti di gruppo si è riunita per definire l'organizzazione del dibattito conseguente alla posizione della questione di fiducia sull'approvazione, senza emendamenti e articoli aggiuntivi, dell'articolo unico del disegno di legge n. 3638 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, recante misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di Pag. 42competitività economica (Approvato dal Senato - scadenza: 30 luglio 2010), nel testo della Commissione, identico a quello approvato dal Senato.
Nella seduta odierna avranno luogo interventi per l'illustrazione degli emendamenti, con eventuale prosecuzione notturna e nella mattinata di domani.
Le dichiarazioni di voto sulla fiducia avranno luogo domani, mercoledì 28 luglio, a partire dalle ore 15,30, dopo lo svolgimento della votazione per l'elezione degli otto componenti del Consiglio superiore della magistratura da parte del Parlamento in seduta comune, con ripresa televisiva diretta degli interventi dei rappresentanti dei gruppi e delle componenti politiche del gruppo Misto. Seguirà, intorno alle ore 17, la votazione per appello nominale sulla questione di fiducia.
Domani, dopo il voto di fiducia, si passerà alle successive fasi dell'esame del disegno di legge di conversione.
Il termine per la presentazione degli ordini del giorno è fissato alle ore 10 di domani.
Lo svolgimento del question time, previsto per domani, dalle ore 15, non avrà luogo.
A seguito dell'odierna riunione della Conferenza è stato altresì stabilito che giovedì 29 luglio, dopo la conclusione dell'esame del disegno di legge di conversione n. 3638, avrà luogo l'esame della questione pregiudiziale riferita al disegno di legge di conversione n. 3646 in materia di trasporto marittimo.
Seguirà la deliberazione in merito alla costituzione in giudizio della Camera dei deputati in relazione ad un conflitto di attribuzione sollevato innanzi alla Corte costituzionale dal Tribunale ordinario di Livorno, concernente un procedimento nei confronti del senatore Matteoli.
Dopo gli argomenti già previsti dal calendario vigente sarà inserito l'esame del disegno di legge n. 3646 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 6 luglio 2010, n. 103, recante disposizioni urgenti per assicurare la regolarità del servizio pubblico di trasporto marittimo (Approvato dal Senato - scadenza: 5 settembre 2010) e del disegno di legge n. 3660 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 8 luglio 2010, n. 105, recante misure urgenti in materia di energia. Proroga di termine per l'esercizio di delega legislativa in materia di riordino del sistema degli incentivi (Approvato dal Senato - scadenza: 7 settembre 2010), nonché della mozione Di Stanislao ed altri n. 1-00418 - Iniziative per il rafforzamento dei controlli e delle tutele in materia di giochi e scommesse.
È previsto che i lavori dell'Assemblea proseguano per l'esame degli argomenti sopra indicati anche nella giornata di sabato 31 luglio (antimeridiana e pomeridiana, con eventuale prosecuzione notturna) (con votazioni).
L'organizzazione dei tempia per la discussione della mozione n. 1-00418 sarà pubblicata in calce al resoconto stenografico della seduta odierna.
Il programma si intende conseguentemente aggiornato.

Annunzio di petizioni (ore 16,49).

PRESIDENTE. Invito l'onorevole segretario a dare lettura delle petizioni pervenute alla Presidenza, che saranno trasmesse alle sottoindicate Commissioni.
EMILIA GRAZIA DE BIASI, Segretario, legge:
JODI FEDERICO PROIETTI, da Milano, e altri cittadini chiedono modifiche alla disciplina in materia di riforma dell'accesso alla professione forense in corso di elaborazione presso il Parlamento (1030) - alla II Commissione (Giustizia);
ALESSANDRO POMPEI, da Martinsicuro (Teramo), chiede l'adozione di un provvedimento legislativo in materia di giuramento di fedeltà alla Patria (1031) - alla I Commissione (Affari costituzionali);
SALVATORE GERMINARA, da Pistoia, chiede la riapertura dei termini processuali concernenti i contenziosi con gli istituti bancari (1032) - alla II Commissione (Giustizia); Pag. 43
IOANNIS LIOUMIS, da Modena, e numerosissimi altri cittadini chiedono provvedimenti in materia di diritti e obblighi nell'individuazione dei criteri per la formazione delle classi (1033) - alla VII Commissione (Cultura);
EDOARDO IOVINE, da Napoli, e altri cittadini chiedono l'emissione di un nuovo bando di gara per la concessione di lotterie e nuovi giochi (1034) - alla VI Commissione (Finanze);
MORENO SGARALLINO, da Terracina (Latina), chiede:
norme volte a regolamentare l'imitazione di personaggi nell'ambito di pubblici spettacoli e l'introduzione di forme di remunerazione per i personaggi oggetto di imitazione (1035) - alla VII Commissione (Cultura);
misure per evitare che le conseguenze economiche dei reati contro il patrimonio delle imprese commerciali e di servizi ricadano sui consumatori (1036) - alla X Commissione (Attività produttive);
interventi per garantire il sereno svolgimento delle funzioni dei titolari di alte cariche dello Stato, senza peraltro prevedere la sospensione dei relativi procedimenti penali (1037) - alle Commissioni riunite I (Affari costituzionali) e II (Giustizia);
MATTEO LA CARA, da Vercelli, chiede:
misure per favorire la diffusione di centri commerciali per la vendita di prodotti «made in Italy» (1038) - alla X Commissione (Attività produttive);
l'abolizione del canone di abbonamento alla RAI (1039) - alla IX Commissione (Trasporti);
GIUSEPPE CATANZARO, da Tricesimo (Udine), chiede la riduzione del 50 per cento, con effetto retroattivo, dell'imposizione fiscale sulle famiglie monoreddito (1040) - alla VI Commissione (Finanze);
CLAUDIO CANDURA, da Catania, e numerosissimi altri cittadini chiedono la riduzione dei costi della politica, la revoca del blocco al rinnovo dei contratti della pubblica amministrazione e altre modifiche al decreto-legge n. 78 del 2010 (1041) - alla V Commissione (Bilancio);
MIRKO ANTONIO SPAMPINATO, da Motta Sant'Anastasia (Catania), chiede:
una riforma in senso meritocratico delle norme sui concorsi pubblici, tramite la valorizzazione dei titoli di studio (1042) - alla XI Commissione (Lavoro);
il riordino del ruolo dei marescialli delle Forze armate e degli ispettori di polizia (1043) - alle Commissioni riunite I (Affari costituzionali) e IV (Difesa);
EDOARDO CANATO, da Vignale Monferrato (Alessandria), chiede interventi per assicurare la piena attuazione e applicazione della Costituzione repubblicana (1044) - alla I Commissione (Affari costituzionali);
BIAGIO BARBERIS, da San Felice a Cancello (Caserta), ed altri cittadini chiedono che le cure in base a medicine alternative siano inserite tra quelle convenzionate con il Servizio sanitario nazionale (1045) - alla XII Commissione (Affari sociali).

Sull'ordine dei lavori (ore 16,55).

FILIPPO ASCIERTO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FILIPPO ASCIERTO. Signor Presidente, intervengo per rendere noto un fatto e poi ringraziare un'amministrazione locale. Venerdì scorso si è verificata, nella zona a sud di Padova, nei comuni di Montegrotto, Abano e Albignasego, una tromba d'aria che ha creato notevoli danni e, soprattutto, disagi alla popolazione. Un evento così forte forse non si era mai registrato. Una trentina di case sono state scoperchiate e il 60 per cento del verde di un comune Pag. 44come quello di Montegrotto è stato abbattuto e sicuramente danneggiato. Ci sono alberi di alto fusto che, purtroppo, sono stati rasi al solo e abbattuti.
In tutto questo l'amministrazione comunale, ad esempio come quella di Montegrotto, ha dato un grande senso di responsabilità e civico, mettendosi a disposizione della popolazione con un consiglio comunale aperto dove maggioranza e opposizione hanno condiviso la necessità di uno sportello unico e soprattutto di andare incontro ai cittadini e alle loro esigenze.
C'è stata una visita di Bertolaso proprio ieri e per questo intervengo. Viste le condizioni estremamente difficili della popolazione e dell'amministrazione comunale, chiedo se si possano adottare i provvedimenti necessari. Ad esempio, un comune che deve affrontare l'emergenza nei confronti dei cittadini ha bisogno anche di andare un po' al di là di quello che è il Patto di stabilità.
C'è la necessità di aiutare quelle imprese che, in alcuni cantieri, stavano sviluppando dei lavori e che vedono messo in difficoltà tutto quello che era stato impostato e c'è anche la necessità di aiutare i cittadini attraverso il comune stesso. Per questi motivi le chiedo, signor Presidente, di fare il possibile affinché il sottosegretario riferisca e si impegni perché venga riconosciuto in quella zona di Abano, Montegrotto e Albignasego in provincia di Padova lo stato di calamità.

PRESIDENTE. La Presidenza porterà a conoscenza del Governo le sue richieste.

Si riprende la discussione del disegno di legge di conversione n. 3638 (ore 16,58).

(Illustrazione delle proposte emendative - A.C. 3638)

PRESIDENTE. Essendo stata posta dal rappresentante del Governo la questione di fiducia, il dibattito proseguirà a norma dell'articolo 116, comma 2, del Regolamento, così come costantemente interpretato su conforme parere della Giunta per il Regolamento. Potranno, pertanto, intervenire i presentatori degli emendamenti che non siano stati già illustrati, per non più di 30 minuti ciascuno.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Rosato. Ne ha facoltà.

ETTORE ROSATO. Signor Presidente, intervengo in Aula, dove mi trovo con alcuni colleghi, mentre il gruppo del Partito Democratico si è recato all'Aquila, poiché il Governo ha messo in atto una delle più grandi truffe mediatiche di questi anni, facendo credere al Paese, ma non agli aquilani, che fosse tutto risolto.
Invece, il gruppo del Partito Democratico è andato all'Aquila, chiedendo alla stampa e alle televisioni di seguirlo per svelare ciò che il Governo ha affermato fino ad oggi. Quei cittadini, tutti gli aquilani e gli abitanti delle zone terremotate dell'Abruzzo, sono stati abbandonati, senza le risorse per recuperare quella tragedia immane che ha portato tante vittime e tante distruzioni.
Oggi gli enti locali (il comune dell'Aquila e tutti i comuni di quei territori) sono senza risorse per pagare le spese essenziali per la loro sopravvivenza. Tante sono state le inchieste non solo giornalistiche, ma anche della magistratura. Abbiamo assistito a lavori fatti male, con materiali scadenti, con tempi non conformi e abbiamo assistito ad imprese di subappalto e ad imprese locali che dovevano ottenere dai lavori della ricostruzione il beneficio per poter ripartire, ma queste ultime non sono state pagate perché i soldi promessi, i soldi pubblici, non sono arrivati.
Abbiamo assistito ad imprese esecutrici che sono fallite perché il Governo non ha messo a disposizione le risorse per pagare il lavoro fatto e, oltre ad essere stati abbandonati, gli aquilani sono stati anche offesi da questo Governo che ha detto che aveva fatto tutta la sua parte e che, se ora le cose non vanno avanti, è colpa degli aquilani. Pag. 45
Sono stati fatti molti paragoni rispetto ai terremoti e alle gravi tragedie che hanno colpito il nostro Paese negli anni. Uno dei paragoni che è stato fatto e che voglio ricordare è quello con il terremoto del Friuli del 1976. È vero che, come in questa circostanza, vi fu tutta la solidarietà del Paese; con riferimento al terremoto dell'Abruzzo c'è stata la reale solidarietà del Paese, dei cittadini e delle tante comunità locali che hanno inviato volontari per dare una mano, ma c'è stata anche la solidarietà delle istituzioni, per quanto riguarda il terremoto del 1976, una solidarietà concreta, di risorse e di provvedimenti legislativi.
Invece, questo Governo non è riuscito neanche a bloccare il pagamento delle tasse. I cittadini dell'Aquila sono tenuti ancora a pagare il canone RAI per televisori che sono sotto le macerie e gli imprenditori continuano a pagare le tasse per attività che sono chiuse.
C'è bisogno di risorse, avevamo presentato i nostri emendamenti su questa manovra per rimettere in moto quell'economia, per ridare una speranza a quelle persone che attendono una risposta da parte dello Stato, mentre le televisioni di informazione, e non le puntate televisive, hanno dimostrato unicamente che tutto va bene.
Il collega Ascierto adesso interveniva impropriamente sull'ordine dei lavori per ricordare però delle cose importanti...

PRESIDENTE. Onorevole Rosato, a proposito di «impropriamente», devo invitarla a stare al tema dell'ordine del giorno che è la manovra...

ETTORE ROSATO. Signor Presidente, credo che possa documentarle qualche decina di emendamenti...

PRESIDENTE. ...con l'illustrazione degli emendamenti relativi alla manovra.

ETTORE ROSATO. Signor Presidente, se vuole cerco (e glieli fornisco personalmente) gli emendamenti sull'Abruzzo, come quelli sulla Protezione civile...

PRESIDENTE. Ecco, qualche riferimento nel suo intervento sarebbe utile.

ETTORE ROSATO. Sì, ho fatto il riferimento, possiamo controllare il resoconto stenografico. Apprezzo la sua puntualità, che è sempre dovuta, e la richiamo proprio perché i nostri emendamenti tendevano a rimettere a posto quelle situazioni drammatiche che questo Governo non ha messo a posto, ma di questo le fornirò copia perché è giusta la sua precisione su questi temi.
Con riguardo alla Protezione civile, lo ripeto, il collega Ascierto faceva prima impropriamente riferimento all'ordine dei lavori per ricordare, tuttavia, un tema importante che è anche nei nostri emendamenti. Lui ricordava quello che è accaduto solo qualche giorno fa ad Albignasego, a Montegrotto Terme, che sono in provincia di Padova, ma anche a Venezia, nell'isola di Pellestrina. Forti danni hanno colpito quella popolazione e i fondi del Governo per queste emergenze sono stati ancora una volta tagliati in questa manovra. In più, non ci sono regole certe per la determinazione e per l'assegnazione di risorse a queste amministrazioni.
Le amministrazioni continuano a sperare in un atteggiamento benevolo da parte del Governo, invece di avere la certezza di un'amministrazione dello Stato che, in questi casi, interviene in maniera propria e pronta per fronteggiare le emergenze.
Questa manovra è fatta di due anni di tentativi falliti e non fatti per risanare i conti pubblici; tentativi che si sono trasformati nel nulla dopo due anni di bugie, dicendo che tutto va bene (per due anni questo Governo ci ha detto che tutto andava bene), dopo due anni di promesse mancate dove delle promesse elettorali non se ne è verificata una sola. Su neanche una delle promesse elettorali il Governo è venuto in quest'Aula con un provvedimento conseguente alle stesse. Ricordo, su tutte, quelle del taglio delle tasse.
Ci propongono oggi una manovra iniqua ed inefficace. La sua iniquità sta nella considerazione che continuano a pagare Pag. 46sempre gli stessi. Sono sempre gli stessi che pagano, sempre i lavoratori dipendenti, sempre le piccole e medie imprese (non c'è nessuna norma che consente alle piccole e medie imprese di ricevere l'aiuto dello Stato che oggi servirebbe per affrontare in maniera determinante la crisi esistente), mentre i soliti noti continuano a non pagare. Infatti, questa manovra, mentre taglia ai pensionati, ai lavoratori dipendenti, a chi ogni giorno si reca nel suo posto di lavoro, mettendo la sua faccia e la sua disponibilità a svolgerlo, apre nuovamente un contenzioso con l'Unione europea per non far pagare le quote latte a tutti quegli allevatori disonesti (sono molto pochi) così come invece imponevano le norme comunitarie e nazionali.
Si tratta di una manovra inefficace - ce lo ha detto la Corte dei conti - per quanto attiene la lotta all'evasione fiscale. Anche in questa occasione, il Governo non ha saputo essere coerente con il pensiero e le cose dichiarate. Prima, in campagna elettorale, ha detto che le norme che avevamo approvato per la tracciabilità dei pagamenti erano sbagliate. Tali norme sono state abrogate appena il Governo si è insediato e oggi ce le ripropongono in maniera molto più ammorbidita, dicendo che la reintroduzione di quelle norme consente l'incasso di 9 miliardi di euro dall'evasione fiscale.
Allora, sono due le cose: o quelle norme erano sbagliate all'origine e questi 9 miliardi di euro non arriveranno mai oppure quelle norme, come noi sosteniamo, erano utili e lo erano ancora di più quelle che il Governo precedente aveva approvato.
Dunque, i 9 miliardi che abbiamo perso in questi due anni sono ancora a carico di questo Governo per la sua incapacità di leggere il nostro Paese, per la sua incapacità di identificare le priorità.
Noi abbiamo ritenuto che una manovra andasse fatta: l'abbiamo affermato due anni fa, l'anno scorso e lo continuiamo ad affermare ancora di più oggi, ma questa manovra contiene tagli grandissimi apportati a tutti i settori. Per tornare a parlare degli uomini della Protezione civile, per esempio, o del comparto difesa e sicurezza, si tratta di persone che hanno protestato qui fuori in tutte queste settimane, continuamente, ogni giorno, per rivendicare la loro dignità, oltre che il loro stipendio; di persone che, ogni giorno, rischiano la vita per noi e di cui anche questo Governo si riempie la bocca, elogiando le loro gesta. Ebbene, anche questa manovra finanziaria continua quel percorso iniziato nelle ultime due leggi finanziarie che è un percorso di tagli: tagli sulle indennità, tagli agli straordinari, tagli alle progressioni di carriera. Questa è una manovra ingiusta anche per costoro che sono i primi servitori dello Stato.
È una manovra ingiusta anche per le Forze armate, con riferimento alle quali il Ministro La Russa, in cambio del suo giocattolino, che è la naja breve, ha assistito indifferente ai tagli agli strumenti essenziali per la tutela dei nostri militari all'estero; ha guardato in maniera indifferente alla diminuzione dei livelli di sicurezza di chi oggi è in addestramento, di chi oggi opera nei teatri internazionali per avere 20 milioni per una cosa inutile, perché se si dovevano tagliare le cose inutili sarebbe stato anche opportuno non inserire altre cose inutili in questa manovra, e la naja breve è sicuramente una di queste.
Signor rappresentante del Governo, si pone inoltre la questione della responsabilità politica delle vostre scelte, responsabilità politica che non avete esercitato fino ad oggi. Il PIL italiano in questi anni è sceso del 6,3 per cento; la media europea è stata di meno 3,5 per cento, negli Stati Uniti, che rappresentano il cuore della crisi internazionale, vi è stato un calo del PIL del 2 per cento. La disoccupazione è arrivata al 9,1 per cento e inoltre ci sono 625 mila italiani che sono in cassa integrazione. Sempre i dati dell'ISTAT ci dicono che vi sono 2 milioni di giovani tra i 18 e i 29 anni che non lavorano e non studiano (quindi mi chiedo cosa facciano) che rappresentano quasi il 30 per cento della popolazione giovanile. Rispetto a questa situazione, quali interventi troviamo in questa manovra, nelle vostre Pag. 47proposte, nelle vostre azioni, nella concretezza dell'azione di un Governo che dovrebbe affrontare la crisi che questo Paese sta attraversando? Quale misura è prevista per il lavoro? Quale intervento per intensificare e dare strumenti aggiuntivi alle imprese al fine di aumentare la loro produttività e la loro competitività nei mercati internazionali? Non c'è nulla, è inutile che si cerca perché non c'è veramente nulla.
Il deficit del nostro bilancio è passato dall'1,5 al 5,3 per cento e il debito è arrivato al 115,8 per cento, è tra i più alti in Europa, solo la Grecia naturalmente ce l'ha più alto di noi. Anche i deficit degli altri Paesi sono aumentati, ma sono aumentati con una logica virtuosa perché gli altri Paesi hanno rilanciato sull'economia, hanno investito risorse finanziarie come la Germania, hanno investito risorse finanziarie per far ripartire l'economia. Noi, invece, non abbiamo fatto tutte queste operazioni: abbiamo compiuto un'operazione di taglio sugli stipendi medio-bassi, pericolosa per gli effetti che produrrà; oggi non li vediamo, ma li vedremo tra qualche mese sugli enti locali e le regioni, perché i tagli apportati ai bilanci degli enti locali e delle regioni avranno una conseguenza decisa, netta, vale a dire i tagli dei servizi.
Il taglio alle regioni si produrrà in un taglio dei servizi della sanità, e chi ha bisogno della sanità pubblica naturalmente? Non i redditi alti, ma i redditi medio-bassi. Chi ha bisogno del funzionamento degli asili nido, delle case di riposo, delle scuole comunali? Sempre quelli di prima, ossia i redditi medio-bassi. Quindi, il taglio prodotto da questo Governo, con questa manovra, colpirà i redditi bassi sia in maniera diretta, con le norme contenute in questo provvedimento, sia in maniera indiretta, con le norme che colpiscono comuni e regioni.
Si riscontra una carenza degli investimenti. Al riguardo i dati dell'ISTAT devono essere sempre citati perché sono la nostra fonte sull'evolversi dell'economia di questo Paese, altrimenti, se ascoltiamo solo il TG1 di Minzolini per capire come va il Paese, rischiamo di avere un'immagine distorta perché sembra che tutto funzioni, che non ci sia nessun problema, che si tratti solo del mormorio dell'opposizione, che non ha altro di meglio da fare che brontolare rispetto ad un Governo dell'efficienza. Il Governo dell'efficienza invece non esiste. Quest'anno gli investimenti lordi sono calati del 12,1 per cento, si tratta del più grande taglio agli investimenti dal 1970. Non sappiamo se prima di tale data vi sia stato un taglio maggiore, perché soltanto nel 1970 sono cominciate queste analisi. Quindi voi avete inflitto il taglio più pesante agli investimenti. Potete fregiarvi anche di questa medaglia.
Il nostro è un Paese che non investe in infrastrutture, mentre nel Mezzogiorno le infrastrutture sono straordinariamente indispensabili per la ripresa dell'economia. Nel nord-est sono le regioni che finanziano le infrastrutture e il Governo non finanzia mai nulla, mette solo a disposizione la burocrazia, per ritardare gli adempimenti. Per la terza corsia da Venezia a Trieste il Governo ci ha messo mesi solo per dire che le due regioni, con i loro soldi, potevano realizzare l'opera. Ci avete messo mesi solo per concedere l'autorizzazione e la situazione si è sbloccata soltanto grazie ad un emendamento parlamentare.
Da subito noi abbiamo testimoniato la nostra disponibilità alla manovra, perché la manovra serve - l'ho detto prima - per le condizioni economiche in cui avete portato questo Paese. Tuttavia la responsabilità di questa manovra non è dell'Europa, che continuate a richiamare per coprire qualsiasi cosa. Sostenete che adesso naturalmente varate questa manovra perché è colpa dell'Europa, è colpa dell'Europa se servono 24 miliardi di euro, perché se non c'era l'Europa tutti questi soldi non servivano. Invece questo è completamente sbagliato, anzi è il contrario perché se non ci fosse stata l'Europa la situazione dell'Italia sarebbe ancora più grave. Se avessimo seguito gli umori del Ministro Tremonti, quando combatteva contro l'euro fino a poco tempo fa, saremmo in una situazione ancora più grave, con tassi di interesse altissimi sul nostro debito Pag. 48pubblico, che gravano sia sul debito pubblico del Paese, sia sul debito dei cittadini e delle imprese.
Invece abbiamo bisogno di un'Italia più europea, non meno europea, abbiamo bisogno di non andare semplicemente al seguito, ma di condividere la guida nel non essere passivi esecutori degli orientamenti dell'Europa, spesso al rimorchio della Germania che, fortunatamente, è un motore di questa Europa. Infatti la ripresa economica europea è iniziata ed è meglio essere a rimorchio di questa ripresa economica, piuttosto che non esserlo. Sarebbe, però, meglio condividere la guida e i ritmi di crescita della ripresa che c'è in Europa.
Mi auguro che il Governo cambi la sua rotta, la sua marcia, che impari ad ascoltare di più perché questa manovra si è caratterizzata per l'incapacità di ascolto, l'incapacità di ascolto delle categorie economico-sociali, e l'incapacità di ascolto di chi veniva lì fuori in piazza non perché è politicamente contrario a questo Governo, ma perché è culturalmente contrario alle scelte che voi avete fatto, alle scelte inique ed ingiuste che voi avete fatto, perché questo Governo non ha saputo neanche ascoltare il Parlamento. Oggi, noi stiamo svolgendo qui un dibattito che serve solo a dare voce alle ragione di milioni di italiani che si vedono maltrattati da questo Governo, non ascoltati, ma è un dibattito inefficace perché non avete voluto discutere della manovra finanziaria nelle sedi opportune, cioè il Parlamento, con la disponibilità a verificare nel merito gli emendamenti.
Io mi auguro che questo Governo cambi rotta, cambi marcia e cambi anche la capacità di ascolto, perché se questo non accadrà il nostro Paese soffrirà momenti molto più amari di quelli che già sta soffrendo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

ROBERTO GIACHETTI. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ROBERTO GIACHETTI. Signor Presidente intervengo per un richiamo al Regolamento. Vorrei ringraziarla, paradossalmente, per la «reprimenda» che lei ha fatto al collega Rosato sia perché dimostra un'attività che raramente si riscontra, il fatto che si ascoltino gli interventi degli oratori e questo è un fatto assolutamente positivo, ma soprattutto perché ci consente di stigmatizzare nel modo più semplice il porre la fiducia, chiudere la discussione sulle linee generali, in quanto riteniamo umili il Parlamento e impedisca l'attività dei deputati.
Lei giustamente fa riferimento agli emendamenti. Il collega Rosato ed altri colleghi del Partito Democratico hanno presentato decine di emendamenti sulla Protezione civile e sui temi più disparati, che ovviamente riguardano, quando si parla di manovra finanziaria, soprattutto finanziamenti. Noi saremmo voluti intervenire volentieri sul singolo emendamento e spiegarne la ragione e la ratio, cosa che la procedura normale all'interno di quest'Aula ci consente.
La decisione di chiudere la discussione sulle linee generali prima e di porre la questione di fiducia obbliga necessariamente il deputato, in base all'articolo che lei ha letto, che riguarda la famosa applicazione del cosiddetto lodo Iotti, a dover concentrare in mezz'ora - ovviamente a questo punto solo a carattere generale su alcune materie - gli argomenti che certamente ci sarebbe piaciuto molto di più non solo poter illustrare singolarmente, ma anche votare per ogni singolo emendamento. Lei giustamente evidenziava che forse era di carattere troppo generico l'intervento da parte dell'onorevole Rosato riguardo alle materie, ma difficilmente si può entrare nel merito, quando in mezz'ora si deve illustrare il senso degli emendamenti all'intera manovra.

PRESIDENTE. Onorevole Giachetti, non vi è nessuna reprimenda da parte mia, ma un semplice invito a restare sul tema. Tra l'altro, gli uffici mi hanno anche portato Pag. 49l'emendamento relativo al terremoto dell'Aquila presentato dall'onorevole Rosato.

ETTORE ROSATO. Sono stato perdonato?

PRESIDENTE. «Perdonato» è una parola esagerata, diciamo lodato.
Ha chiesto di parlare l'onorevole De Biasi. Ne ha facoltà.

Testo sostituito con errata corrige volante EMILIA GRAZIA DE BIASI. Signor Presidente, all'economista Rawls viene attribuita la frase che abbiamo sentito molto spesso in questo periodo. La citerò in italiano, e la traduzione è più o meno così: una crisi è un avvenimento terribile, che sarebbe un peccato sprecare. O meglio, se vogliamo spiegarla, è un'occasione da non sprecare. Siamo partiti da questo per fare la nostra analisi della manovra. È una frase che è stata usata dalla maggioranza e dall'opposizione allo stesso modo e con finalità ed esiti che ritengo molto diversi.
Sono convinta che questa crisi avrebbe potuto significare una manovra di bilancio seriamente in grado di ammodernare finalmente questo Paese, che richiede e abbisogna di un grande ammodernamento nella strategia degli interventi e nelle prospettive di crescita. Ci troviamo di fronte, viceversa, ad una manovra che è fondamentalmente di contenimento della spesa pubblica, fatto di per sé assolutamente meritorio, ma al quale non corrisponde nel modo più assoluto una prospettiva di crescita del Paese. Questo è il primo grande limite da cui derivano poi le scelte che afferiscono ai diversi comparti di intervento.
In questo quadro stanno i tagli lineari e la depressione di settori che nel mondo rappresentano settori importanti di crescita, per fare in modo appunto che la crisi diventi un'occasione da non sprecare, per proporre quel cambiamento e quella velocizzazione della crescita di cui questo Paese ha bisogno. Per velocizzare la crescita bisogna puntare sugli elementi della modernità e, segnatamente, sulla società della conoscenza, cosa che viceversa questa manovra deprime in modo assoluto e totale, con l'umiliazione dell'università, con i tagli agli enti di ricerca, con l'incertezza molto grande sul numero degli enti su cui si spalma il taglio per gli istituti culturali. Non è cosa di poco conto. Non riusciamo a capire - aspettiamo risposte convincenti dal Governo - se il taglio avvenga solo ed esclusivamente sugli istituti di cultura - pure ridotto e questo va ammesso - o se viceversa si spalmi su un ventaglio più ampio di enti, il che significherebbe, per esempio, tagliare una parte del finanziamento al CNR. Mi pare che in generale la ricerca e l'università in questo Paese non abbisognino esattamente di essere ulteriormente tagliate.
In questo quadro, stanno la depressione e il calo, che trovo davvero vergognoso, dell'investimento nella spesa nel campo della cultura, come lo stesso Ministro Bondi ha ammesso.
Con questi tagli il nostro Paese scende al di sotto dello 0,3 per cento del prodotto interno lordo per la spesa in cultura; significa che si scende sotto quei quasi 1.700 milioni, che rappresentano, appunto, lo 0,3 per cento del PIL, a fronte di Paesi europei che investono quanto meno l'1 per cento, ripeto, che investono, perché ricordo che Sarkozy ha speso e ha investito nell'agenzia del cinema il doppio di quanto viene previsto in Italia solo ed esclusivamente per il Fondo unico per lo spettacolo, cioè per l'intero mondo dello spettacolo dal vivo e della cinematografia.
Siamo, io credo, abbastanza alla vergogna, non solo perché l'Italia possiede il 52 per cento del patrimonio artistico mondiale, secondo i dati dell'UNESCO, e altri Paesi, con molto meno, fanno molto di più, ma anche perché la cultura è un volano non soltanto di crescita civile e umana, che sarebbe già di per sé meritorio e giustificherebbe un forte intervento pubblico, come succede in tutte le parti del mondo, in quanto non esiste Paese in cui la cultura possa vivere senza l'intervento pubblico. Inoltre, vogliamo porci dal punto di vista del Ministro Tremonti? Guardiamo dal punto di vista dei bilanci: sappiamo che, per ogni euro speso nella Pag. 50cultura, ne ritornano sette. La possibilità di sinergie tra la cultura ed il turismo è amplissima e la possibilità di reperire finanziamenti da un rapporto virtuoso con i privati, integrativo e non sostitutivo (poi ne parlerò), è amplissima. Non si capisce davvero la ratio dello svuotamento del Ministero dei beni culturali con poche direzioni, con un aumento del personale, che deriva, a sua volta, dall'abolizione di alcuni enti, come l'ETI, o dalla ristatalizzazione, se vogliamo chiamarla così, dell'Ales, che è stata fatta l'anno scorso.
È un Ministero che si troverà con moltissimo personale, non si capisce in quale settore di qualificazione, a meno che non riteniamo che un lavoratore che ha lavorato fino ad oggi nel campo del teatro sia come un pacco postale e possa andare a fare il custode di un museo, ammesso e non concesso che i custodi dei musei continuino ad esserci, perché mi pare che, anche su questo, si addensino nubi molto grandi, come peraltro oggi espresso non dall'onorevole De Biasi, ma dal presidente del FAI, Ilaria Buitoni Borletti, che dichiara che in Italia la cultura resta una «cenerentola»: in cinque anni, fondi tagliati del 25 per cento.
Mi pare che l'allarme sia davvero molto ma molto grande. Inoltre, si dice che dobbiamo eliminare gli sprechi. Sono completamente d'accordo e mi pare di averlo anche dimostrato nelle occasioni che si sono presentate, come, per esempio, la discussione sul decreto sulle fondazioni lirico-sinfoniche. Se, però, gli sprechi vanno eliminati, mi si deve spiegare per quale motivo si procede con i tagli lineari, che sono esattamente l'opposto di qualunque reperimento serio degli sprechi, perché tagliano ovunque, tagliano la testa. Mi permetto sommessamente di rilevare che, ad esempio, noi chiediamo da mesi, mesi e mesi la relazione annuale su Arcus, che è dovuta per legge.
Con riguardo a questa Arcus, che sappiamo prendere una quota rilevante dalle opere pubbliche, consistente per quel che riguarda il piccolo budget della cultura, vorremmo capire se essa è un investimento, serve alla spesa corrente, può finanziare lo spettacolo, è l'argent de poche.
Bisogna capire tutto questo e non ne sappiamo nulla. Ci si chiede perché, in una manovra del genere, non vi sia chiarezza su questo punto. Sono la prima a dire di eliminare questi sprechi e di andare a vedere, settore per settore, cosa sta succedendo. Si taglia del 50 per cento, ancora una volta, il paesaggio e l'arte contemporanea, il che significa la deregolamentazione. Questo non è uno spreco? È uno spreco enorme! Dopodiché il Ministro Bondi, nella sua relazione sulla manovra e sui risultati ottenuti dal Ministero dei beni culturali, dichiara che bisogna liberare la cultura dall'abbraccio soffocante dello Stato.
Ma dall'abbraccio soffocante dello Stato, ammesso e non concesso che esso esista, vista l'esiguità delle risorse, ci si libera in due modi: uno, allargando il sistema dei finanziamenti ai soggetti della Repubblica, ma non credo proprio che le regioni e i comuni, nelle condizioni in cui vengono messi da questa manovra, possano permettersi ulteriori ambiti di finanziamento. Tanto più, voglio ricordare anche che la legge sul federalismo fiscale non contempla la cultura tra le funzioni fondamentali; la Carta delle autonomie la contempla, ma ne rimanda l'attuazione fra sette anni, se non ho capito male dal dibattito piuttosto confuso sul provvedimento che si è tenuto in quest'Aula.
Non si può dunque allargare ai soggetti della Repubblica, perché la coperta è corta, ma bisogna liberarsi dall'abbraccio soffocante dello Stato: restano i privati. Bene, ma con i privati cosa succede? Succede che quando si possono immettere, come nel caso delle fondazioni lirico-sinfoniche, si vieta la loro presenza, poiché non ci sono incentivi fiscali coerenti che consentano l'intervento integrativo dei privati. In compenso però il dottor Mario Resca, direttore generale del patrimonio, ha rilasciato dichiarazioni in lungo e in largo e io ho ottenuto in occasione di un atto di sindacato ispettivo una risposta, fatto che trovo ulteriormente grave, signor Presidente. Infatti, dopo che mi è stato Pag. 51detto che il progetto Grande Brera aveva più di 50 milioni di finanziamento e che lo stesso dottor Mario Resca avrebbe disposto di una quota di questi finanziamenti sulla base degli accordi che erano intercorsi, la settimana scorsa apprendo da un grande giornale, a tiratura nazionale, semi-indipendente, senza che vi sia mai stata una smentita, che, viceversa, il progetto Grande Brera richiede 100 milioni di intervento dei privati.
EMILIA GRAZIA DE BIASI. Signor Presidente, all'economista Rohe viene attribuita la frase che abbiamo sentito molto spesso in questo periodo. La citerò in italiano, e la traduzione è più o meno così: una crisi è un avvenimento terribile, che sarebbe un peccato sprecare. O meglio, se vogliamo spiegarla, è un'occasione da non sprecare. Siamo partiti da questo per fare la nostra analisi della manovra. È una frase che è stata usata dalla maggioranza e dall'opposizione allo stesso modo e con finalità ed esiti che ritengo molto diversi.
Sono convinta che questa crisi avrebbe potuto significare una manovra di bilancio seriamente in grado di ammodernare finalmente questo Paese, che richiede e abbisogna di un grande ammodernamento nella strategia degli interventi e nelle prospettive di crescita. Ci troviamo di fronte, viceversa, ad una manovra che è fondamentalmente di contenimento della spesa pubblica, fatto di per sé assolutamente meritorio, ma al quale non corrisponde nel modo più assoluto una prospettiva di crescita del Paese. Questo è il primo grande limite da cui derivano poi le scelte che afferiscono ai diversi comparti di intervento.
In questo quadro stanno i tagli lineari e la depressione di settori che nel mondo rappresentano settori importanti di crescita, per fare in modo appunto che la crisi diventi un'occasione da non sprecare, per proporre quel cambiamento e quella velocizzazione della crescita di cui questo Paese ha bisogno. Per velocizzare la crescita bisogna puntare sugli elementi della modernità e, segnatamente, sulla società della conoscenza, cosa che viceversa questa manovra deprime in modo assoluto e totale, con l'umiliazione dell'università, con i tagli agli enti di ricerca, con l'incertezza molto grande sul numero degli enti su cui si spalma il taglio per gli istituti culturali. Non è cosa di poco conto. Non riusciamo a capire - aspettiamo risposte convincenti dal Governo - se il taglio avvenga solo ed esclusivamente sugli istituti di cultura - pure ridotto e questo va ammesso - o se viceversa si spalmi su un ventaglio più ampio di enti, il che significherebbe, per esempio, tagliare una parte del finanziamento al CNR. Mi pare che in generale la ricerca e l'università in questo Paese non abbisognino esattamente di essere ulteriormente tagliate.
In questo quadro, stanno la depressione e il calo, che trovo davvero vergognoso, dell'investimento nella spesa nel campo della cultura, come lo stesso Ministro Bondi ha ammesso.
Con questi tagli il nostro Paese scende al di sotto dello 0,3 per cento del prodotto interno lordo per la spesa in cultura; significa che si scende sotto quei quasi 1.700 milioni, che rappresentano, appunto, lo 0,3 per cento del PIL, a fronte di Paesi europei che investono quanto meno l'1 per cento, ripeto, che investono, perché ricordo che Sarkozy ha speso e ha investito nell'agenzia del cinema il doppio di quanto viene previsto in Italia solo ed esclusivamente per il Fondo unico per lo spettacolo, cioè per l'intero mondo dello spettacolo dal vivo e della cinematografia.
Siamo, io credo, abbastanza alla vergogna, non solo perché l'Italia possiede il 52 per cento del patrimonio artistico mondiale, secondo i dati dell'UNESCO, e altri Paesi, con molto meno, fanno molto di più, ma anche perché la cultura è un volano non soltanto di crescita civile e umana, che sarebbe già di per sé meritorio e giustificherebbe un forte intervento pubblico, come succede in tutte le parti del mondo, in quanto non esiste Paese in cui la cultura possa vivere senza l'intervento pubblico. Inoltre, vogliamo porci dal punto di vista del Ministro Tremonti? Guardiamo dal punto di vista dei bilanci: sappiamo che, per ogni euro speso nella Pag. 50cultura, ne ritornano sette. La possibilità di sinergie tra la cultura ed il turismo è amplissima e la possibilità di reperire finanziamenti da un rapporto virtuoso con i privati, integrativo e non sostitutivo (poi ne parlerò), è amplissima. Non si capisce davvero la ratio dello svuotamento del Ministero dei beni culturali con poche direzioni, con un aumento del personale, che deriva, a sua volta, dall'abolizione di alcuni enti, come l'ETI, o dalla ristatalizzazione, se vogliamo chiamarla così, dell'Ales, che è stata fatta l'anno scorso.
È un Ministero che si troverà con moltissimo personale, non si capisce in quale settore di qualificazione, a meno che non riteniamo che un lavoratore che ha lavorato fino ad oggi nel campo del teatro sia come un pacco postale e possa andare a fare il custode di un museo, ammesso e non concesso che i custodi dei musei continuino ad esserci, perché mi pare che, anche su questo, si addensino nubi molto grandi, come peraltro oggi espresso non dall'onorevole De Biasi, ma dal presidente del FAI, Ilaria Buitoni Borletti, che dichiara che in Italia la cultura resta una «cenerentola»: in cinque anni, fondi tagliati del 25 per cento.
Mi pare che l'allarme sia davvero molto ma molto grande. Inoltre, si dice che dobbiamo eliminare gli sprechi. Sono completamente d'accordo e mi pare di averlo anche dimostrato nelle occasioni che si sono presentate, come, per esempio, la discussione sul decreto sulle fondazioni lirico-sinfoniche. Se, però, gli sprechi vanno eliminati, mi si deve spiegare per quale motivo si procede con i tagli lineari, che sono esattamente l'opposto di qualunque reperimento serio degli sprechi, perché tagliano ovunque, tagliano la testa. Mi permetto sommessamente di rilevare che, ad esempio, noi chiediamo da mesi, mesi e mesi la relazione annuale su Arcus, che è dovuta per legge.
Con riguardo a questa Arcus, che sappiamo prendere una quota rilevante dalle opere pubbliche, consistente per quel che riguarda il piccolo budget della cultura, vorremmo capire se essa è un investimento, serve alla spesa corrente, può finanziare lo spettacolo, è l'argent de poche.
Bisogna capire tutto questo e non ne sappiamo nulla. Ci si chiede perché, in una manovra del genere, non vi sia chiarezza su questo punto. Sono la prima a dire di eliminare questi sprechi e di andare a vedere, settore per settore, cosa sta succedendo. Si taglia del 50 per cento, ancora una volta, il paesaggio e l'arte contemporanea, il che significa la deregolamentazione. Questo non è uno spreco? È uno spreco enorme! Dopodiché il Ministro Bondi, nella sua relazione sulla manovra e sui risultati ottenuti dal Ministero dei beni culturali, dichiara che bisogna liberare la cultura dall'abbraccio soffocante dello Stato.
Ma dall'abbraccio soffocante dello Stato, ammesso e non concesso che esso esista, vista l'esiguità delle risorse, ci si libera in due modi: uno, allargando il sistema dei finanziamenti ai soggetti della Repubblica, ma non credo proprio che le regioni e i comuni, nelle condizioni in cui vengono messi da questa manovra, possano permettersi ulteriori ambiti di finanziamento. Tanto più, voglio ricordare anche che la legge sul federalismo fiscale non contempla la cultura tra le funzioni fondamentali; la Carta delle autonomie la contempla, ma ne rimanda l'attuazione fra sette anni, se non ho capito male dal dibattito piuttosto confuso sul provvedimento che si è tenuto in quest'Aula.
Non si può dunque allargare ai soggetti della Repubblica, perché la coperta è corta, ma bisogna liberarsi dall'abbraccio soffocante dello Stato: restano i privati. Bene, ma con i privati cosa succede? Succede che quando si possono immettere, come nel caso delle fondazioni lirico-sinfoniche, si vieta la loro presenza, poiché non ci sono incentivi fiscali coerenti che consentano l'intervento integrativo dei privati. In compenso però il dottor Mario Resca, direttore generale del patrimonio, ha rilasciato dichiarazioni in lungo e in largo e io ho ottenuto in occasione di un atto di sindacato ispettivo una risposta, fatto che trovo ulteriormente grave, signor Presidente. Infatti, dopo che mi è stato Pag. 51detto che il progetto Grande Brera aveva più di 50 milioni di finanziamento e che lo stesso dottor Mario Resca avrebbe disposto di una quota di questi finanziamenti sulla base degli accordi che erano intercorsi, la settimana scorsa apprendo da un grande giornale, a tiratura nazionale, semi-indipendente, senza che vi sia mai stata una smentita, che, viceversa, il progetto Grande Brera richiede 100 milioni di intervento dei privati.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE MAURIZIO LUPI (17,30)

EMILIA GRAZIA DE BIASI. Non vi sarebbe nulla di male, se non fosse però che mi si raccontano evidentemente delle bugie.
Se vogliamo poi andare ancora avanti, lo stesso Mario Resca dichiara, non più tardi di ieri, che c'è una soluzione molto importante, che è quella prospettata da Emma Marcegaglia: la privatizzazione dei musei. Ma la privatizzazione è cosa molto diversa dal rapporto pubblico-privato ed è cosa assai diversa da un rapporto integrativo e virtuoso delle risorse private attraverso una coerente defiscalizzazione.
Finché questo Governo continuerà a considerare la defiscalizzazione come una mancata entrata, ovviamente, non si arriverà mai ad approvarne una, perché i contributi privati non possono arrivare, in quanto non sono defiscalizzati e perché non c'è una convenienza; in compenso lo Stato taglia i suoi finanziamenti e non si capisce bene quali possano essere le risorse, su cui questi soggetti della cultura possono contare e, peraltro, per fare cosa? Allo stato attuale, per sopravvivere! Sbaglieremmo se considerassimo questi quali settori improduttivi; essi sono produttivi e solo nello spettacolo vi sono più di 250 mila lavoratori: non si producono eventi effimeri, ma cultura stabile, cultura diffusa, cultura del territorio, cultura, per così dire, intergenerazionale.
È molto rilevante ed è oltretutto grave che proprio in questo contesto, ancora una volta, non siano presenti, neanche in questa manovra, i finanziamenti relativi alla riforma quadro dello spettacolo dal vivo, su cui il Ministro Bondi si è impegnato pubblicamente, in Commissione e in quest'Aula. Non si è impegnato quindi in un privato colloquio, ma, evidentemente, ciò che si dice pubblicamente poi non si fa.
Vengo allora al punto del Fondo unico per lo spettacolo. È stato dichiarato estraneo per materia il nostro emendamento, che prevedeva il ripristino di 100 milioni sul Fondo unico per lo spettacolo. Anche in tale contesto infatti i dati devono essere chiari: dall'inizio di questa legislatura il Fondo unico per lo spettacolo è passato da 550 a poco più di 300 milioni, che sono previsti per il 2011. Chi sa fare i conti, può valutare l'entità del taglio. Il Fondo unico per lo spettacolo, ovvero questi 300 milioni, servono a finanziare il cinema, la prosa, la musica, le fondazioni lirico-sinfoniche - che, alla faccia dei grandi cambiamenti, grazie alla grande riforma continuano a drenare il 50 per cento del Fondo unico per lo spettacolo - la danza, lo spettacolo viaggiante, i circhi, ed altri eventi.
Si tratta di 300 milioni che non garantiscono neanche il minimo di sopravvivenza, peraltro avevamo anche chiesto che si procedesse almeno a tamponare la falla per quest'anno, che ammonta intorno ai 30 milioni, perché capite che in assenza di una riforma del credito coerente - altra cosa non presente in questa manovra ed ugualmente molto grave - questi soggetti sono posti rispetto al sistema bancario in una situazione di debolezza indubbia, con il costante finanziamento a debito dei propri centri di produzione ed istituzioni culturali.
Vengono tagliate le istituzioni culturali ma anche la ricerca in questo Paese, la sua memoria storica, l'osservazione e il monitoraggio costante degli stili di vita, dei costumi, dei movimenti, della storia di questo Paese. Questo non vi interessa perché - posso capire - non fa denaro e non fa cassetta, perché - posso capirlo altrettanto - non fa argent de poche, ma ciò è gravissimo. Mi riferisco a grandi istituzioni come la Triennale di Milano e Pag. 52il Museo della scienza e della tecnica (e potremmo proseguire perché l'Italia per fortuna è piena di queste eccellenze) che in altri Paesi sarebbero trattate con un minimo di rispetto in più perché rappresentano uno dei biglietti da visita dell'Italia all'estero (e noi ne abbiamo moltissimi). Ma del resto i tagli alla diplomazia dimostrano il disinteresse totale nel sentirsi collocati nella globalizzazione anche dal punto di vista culturale.
Tornando al Fondo unico per lo spettacolo, le orchestre sono giunte ad un punto limite: dal Lazio in giù le orchestre sono tutte chiuse. Non ci interessa? Andranno avanti per conto loro? Ma con quali soldi? Quelli di qualche mecenate di turno? Ma non esiste al mondo: il disegno vero è la privatizzazione della cultura. Ma se è così, allora si deve sapere che - a fronte degli unici soggetti che saranno in grado di reggere non una gestione, ma anche il personale, a meno che questo Stato voglia prendere su di sé il personale e lasciare la gestione ai privati, il che vuol dire che con la prossima manovra si dirà, come è stato detto per la scuola, che il personale è in eccedenza e che occorre tagliarlo, procedendo quindi ai licenziamenti - la privatizzazione della cultura significa fondamentalmente questo: chi potrà ce la farà, chi non potrà chiuderà!
Allora faremo le cartolarizzazioni e venderemo all'incanto alcuni musei o il Colosseo: pensavo che fossero cose soltanto da film di Totò e Peppino, ma evidentemente stiamo arrivando a questo perché il disinteresse o il silenzio su tale punto è assordante e non è ulteriormente tollerabile in un Paese civile.
Capisco che tutto il discorso culturale non viene considerato parte dell'economia di questo Paese, ma ciò rivela il provincialismo, perché l'economia della cultura è uno dei filoni di studio più interessanti di cui si avvalgono i grandi Paesi industrializzati e civili (basta leggere Amartya Sen per rendersene conto, ma possiamo anche restare un pochino più in basso).
Nel frattempo - mentre assistiamo a questi tagli lineari e al fatto che non devono esservi controlli, al fatto che il paesaggio si taglia e si dice che le direzioni regionali e provinciali dei beni culturali vadano pure avanti come possono - si trovano dei fossili a Verona che diventano blu e ciò viene considerato dagli studiosi del mondo come una delle catastrofi culturali, a meno che non vogliamo dire - come facevano, mi pare, Cochi e Renato - che la Sicilia è tutta sassi, che i fossili sono quattro sassi e che, dunque, cosa ci interessa a noi? I fossili che sono diventati blu per mancanza di manutenzione è un fatto gravissimo! Andando avanti possiamo anche parlare di Pompei che ora è chiuso dopo che l'avete trasferito alla Protezione civile in modo del tutto arbitrario come peraltro ben recita la relazione preoccupatissima dalla Corte dei conti sul bilancio della cultura e del Ministero dei beni e delle attività culturali, che lancia allarmi davvero pesanti.
Voi avete trasferito Pompei alla Protezione civile ma oggi Pompei è chiusa ai visitatori (credo fosse il TG1, peraltro vostro caro amico, a realizzare questo servizio perché si vede che proprio non se ne può più). Forse manca il personale, forse non c'è la manutenzione ma resta il fatto che siamo d'estate e che i visitatori ci sono.
Il turismo non è soltanto - lo vorrei dire al Ministro Brambilla - consentire ai cani di stare sulle spiagge (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico): il Ministero per il turismo potrebbe anche interessarsi un po' di più di come entrare in sinergia con il sistema culturale. Silenzio anche su questo!
E poi, ancora, siamo nel Paese - vorrei anche aggiungere - dove nella città mia e del Presidente Lupi, che mi dispiace si senta tutto il dibattito, anche sulla cultura oltre che sull'università...

PRESIDENTE. È sempre un piacere essere citato da lei.

EMILIA GRAZIA DE BIASI. È un onore per me poterlo fare, signor Presidente.

PRESIDENTE. La ringrazio.

Pag. 53

EMILIA GRAZIA DE BIASI. Nella nostra città, signor Presidente, Milano, succede anche questo...

PRESIDENTE. Grande città, come lei sa.

EMILIA GRAZIA DE BIASI. Grandissima. Purtroppo non sempre ben amministrata, visto che succedono cose del tipo che quando vi è un invito a teatro...

PRESIDENTE. Il Presidente non può interloquire su questo suo giudizio.

EMILIA GRAZIA DE BIASI. Tutti i gusti sono gusti, e non tutti i gusti sono alla menta, signor Presidente, come si suol dire.
Nella nostra città succede che si decide un calendario di spettacoli, sottoposti ad una convenzione che si chiama «Invito a teatro», e si chiede ai produttori di teatro di togliere dall'elenco degli spettacoli quelli che possono turbare la coscienza giovanile; e si chiede perfino di cambiare il titolo a Orgia di Pasolini, perché i giovani potrebbero turbarsi, capite? E nulla viene fatto sul piano della violenza sessuale, del femminicidio che viene perpetrato ogni giorno sulle donne in questo Paese; e però si viene a dire che si devono eliminare alcuni spettacoli. Siamo alla censura! Siamo alla censura, poi smentita, ma di fatto affermata, visto che vi è stato bisogno di operare una smentita.
Potremmo andare ancora avanti a lungo, ma mi preme parlare di un altro aspetto, che è davvero molto, ma molto grave, ed è quello che riguarda l'editoria. In questo quadro di disastro, di depressione di quella che dovrebbe essere una delle forze del nostro Paese, cioè la cultura, si inserisce anche il taglio alla libertà di informazione. Sull'editoria erano stati presi degli impegni molto precisi, che sono stati completamente disattesi. Il primo impegno era quello relativo al rifinanziamento delle televisioni e delle radio locali, della stampa all'estero, che è l'unico elemento di collegamento per le comunità italiane all'estero (non diamo loro il diritto di voto, se poi li consideriamo fratelli separati), e dei giornali dei consumatori. Di questo impegno non vi è traccia.
Non vi è traccia del diritto soggettivo. Sono stati tagliati i contributi postali, il che significa un'enorme penalizzazione anche per i grandi giornali. Vi è un regolamento, che noi abbiamo chiesto, e con l'ANSA abbiamo ottenuto, dopo anni di lotte, vista la latitanza del sottosegretario Bonaiuti: tale regolamento non è ancora applicato. In questo caso abbiamo chiesto una maggiore rigidità, perché è giusto separare il grano dal loglio, e vedere quali sono i giornali che davvero vengono distribuiti e venduti e quelli che invece sono elementi di parassitismo istituzionale ed economico. Tale regolamento, lo ripeto, non è applicato.
La riforma per l'editoria è stata proclamata più volte, e non se ne è fatto assolutamente nulla; e allora, dell'articolo 21 della Costituzione ve ne fate sinceramente, devo dire, due baffi a manubrio. E ciò è ancora più grave, perché quando non vi è la possibilità di informare e di essere informati si arriva ad un punto limite anche per la democrazia; una democrazia che, modestamente, in questo Paese dovrebbe e potrebbe vivere di parole, di idee, di coerenza di comportamenti e di moralità: perché di fronte ad un Governo in cui ogni giorno si scopre un nuovo inquisito, sinceramente i tagli alla cultura, al bene comune e a quel patrimonio di idee e di valori che hanno fatto grande il nostro Paese, sono davvero uno scempio non ulteriormente tollerabile (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. Onorevole De Biasi, la ringrazio, anche per le citazioni.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Fedi. Ne ha facoltà.

MARCO FEDI. Signor Presidente, le segnalo - anche se penso la cosa interessasse più la Presidenza Buttiglione - che interverrò nel merito di ben 11 emendamenti che portano la mia firma, e 2 di questi portano la mia prima firma; e mi riservo fin d'ora di poter chiedere di Pag. 54consegnare un testo scritto, ove superassi i tempi che sono stati assegnati.

PRESIDENTE. Sta bene. Ha un tempo abbondante, però...

MARCO FEDI. Svolgerò, naturalmente, alcune considerazioni di carattere generale. Una considerazione utile e necessaria: la manovra economica che il Governo ha predisposto con il decreto-legge n. 78 del 2010, che la maggioranza si appresta a convertire in legge con l'ennesimo voto di fiducia, rappresenta la sconfitta della linea governativa che, per mesi, ha sostenuto la tesi dell'invincibilità nazionale rispetto alla crisi economica che si accingeva, invece, ad attanagliare il mondo, l'Europa e l'Italia. Il miglior ottimismo è quello dell'azione, Governo e maggioranza hanno fatto, però, davvero poco per metterci in condizione di uscire prima dalla crisi con l'unico vero e possibile canale d'uscita, cioè favorendo la crescita e la ripresa economica. In questa manovra c'è davvero poco. L'opposizione può legittimamente dire che aveva ragione; riconosce, allo stesso tempo, con questa vittoria politica e morale, la necessità di una manovra e ne riconosce anche l'urgenza, ma non questa manovra, non con questi contenuti. Una necessità ed urgenza che, in questo caso, sono entrambe risultato di una stasi del Governo che è durata troppo tempo, di una sottovalutazione che persiste, di una carenza di prospettive e di investimenti che porterà ad ulteriori ritardi sul fronte della ripresa e dello sviluppo. Avremmo voluto una necessità ed un'urgenza legate alle ragioni dello sviluppo e degli investimenti per le imprese, per le famiglie, per il mondo del lavoro.
Si tratta di una manovra che, secondo Governo e maggioranza, è realistica ed equa. Signor Presidente, se qualcuno ti dice che sta per prendere una decisione realistica, capisci immediatamente che sta per fare qualcosa di brutto. A ciò si aggiunge la certezza, ora matematica - ce lo dicono le cifre della presente manovra - che questa non è una manovra equa, mettendo, infatti, le mani nelle tasche degli italiani, ma di quelli più deboli. Inoltre, non è una manovra certamente federalista - lo ricordo ai colleghi della Lega Nord Padania - dato che i tagli lineari sono una misura da Stato centralista. Quando prendiamo una decisione dobbiamo sempre pensare alle conseguenze che essa avrà sugli altri. Avreste dovuto pensare alle conseguenze che sarebbero derivate da alcuni maxi-interventi, come l'esonero ICI sulla prima casa, misura anti-federalista, poiché ha eliminato una tassa comunale senza restituire ai comuni quelle risorse, ed iniqua, perché ha favorito i proprietari di prima casa a scapito di chi una casa non ha e, probabilmente, in questo clima, in queste condizioni economiche di oggi, aspira ad avere, ma non potrà avere mai. Ed ha fatto risparmiare briciole a coloro che avevano già diritto alle detrazioni, anche all'ulteriore detrazione ICI che, ricordo, era stata introdotta dal Governo Prodi. Invece, ha fatto risparmiare ingenti somme a chi ha abitazioni di alto valore. Vi è poi la madre di tutte le iniquità, cioè l'esclusione dei residenti all'estero dall'esonero ICI; oltre all'intervento Alitalia, assolutamente protezionistico e statalista.
È sempre facile decidere quando non si ascoltano o si guardano con attenzione le alternative. Governo e maggioranza avevano alternative, avevano altre soluzioni da adottare. Lo dobbiamo dire con chiarezza, da opposizione responsabile quale siamo: avete ignorato le nostre proposte alternative, avete voluto fare le scelte sbagliate, che arrivano, con questa ennesima offesa al Parlamento ed al Paese, attraverso un voto di fiducia che serve unicamente allo scopo di tenere salda la maggioranza che, altrimenti, cadrebbe a pezzi. Serve a limitare il dibattito nel tentativo di far decadere le ragioni della minoranza che, invece, sono negli emendamenti che abbiamo presentato. La minoranza ha sempre ragione quando dall'altra parte vi è mancanza di ascolto ed ha ragione da vendere quando sostiene le battaglie dei più deboli, pensionandi, coloro che si accingono ad andare in pensione, lavoratori dipendenti, anche pubblici, oggi penalizzati, Pag. 55e le proteste dei cittadini de L'Aquila (voglio ricordare che sto intervenendo anche per alcuni colleghi eletti all'estero che sono oggi, con il gruppo del PD, a manifestare la solidarietà ai cittadini de L'Aquila), perché ancora poco si sta facendo. Sosteniamo le proteste del settore pubblico, dalle forze dell'ordine agli insegnanti, dai vigili del fuoco alla guardia di finanza, dal personale delle nostre pubbliche amministrazioni al settore privato, ai lavoratori della FIAT e dell'indotto FIAT, dai lavoratori in cassa integrazione fino ai disoccupati, per non parlare dei giovani in cerca di prima occupazione. A questo mondo che, oggi, richiama fortemente anche i parlamentari dell'opposizione, per un'attenzione vera ai problemi del nostro Paese, voi avete risposto con l'ennesimo voto di fiducia.
L'unica differenza, signor Presidente, è che noi ascoltiamo, mentre questo Governo e questa maggioranza sono diventati insensibili all'ascolto. La nostra proposta avrebbe fatto pagare a tutti una parte dei costi della ripresa economica, una ripresa che voi allontanate con questa manovra, una ripresa che andava costruita con incentivi, con progetti infrastrutturali, con il sostegno all'economia reale e quindi alle famiglie e al lavoro e tassando i tanti, troppi profitti speculativi che grazie alla crisi crescono (è una bolla speculativa che davvero dovrebbe spaventarci tutti).
Signor Presidente, la manovra è profondamente iniqua perché prevede tagli brutali, che colpiranno i diritti dei cittadini, dei lavoratori, degli studenti, dei pensionati, delle micro e piccole imprese; pesanti sono i tagli ai trasferimenti a regioni, province e comuni.
Il Governo aveva assicurato che non avrebbe nuovamente toccato il settore delle pensioni e della previdenza, mentre queste sono al centro della manovra finanziaria del Governo. Le novità introdotte con il decreto-legge n. 78 del 2010 avranno un peso tutt'altro che marginale, anche per gli italiani all'estero. L'allungamento dell'età pensionabile, dell'età in cui si potrà andare in pensione, è talvolta consistente: questa novità interessa anche i pensionandi residenti all'estero. La pensione sarà più lontana, sia quella di vecchiaia sia quella di anzianità e interesserà chi matura i requisiti a partire dal 2011. Dal 2011 si aboliscono le finestre attuali ed entra in vigore la finestra unica mobile. La nuova decorrenza per le pensioni di vecchiaia e di anzianità dei lavoratori dipendenti è fissata a 12 mesi dopo il momento in cui si raggiungono i requisiti, mentre quella dei lavoratori autonomi è fissata a 18 mesi dopo il momento della maturazione dei requisiti. Quindi, rispetto alle norme vigenti i lavoratori dipendenti andranno in pensione dai 7 ai 9 mesi più tardi, mentre per i lavoratori autonomi la maggiore attesa sarà dai 10 ai 12 mesi. In pratica l'età pensionabile per la vecchiaia dei lavoratori dipendenti sale a 66 anni per gli uomini e 61 per le donne. I lavoratori italiani all'estero, al compimento del sessantacinquesimo anno di età non avranno, come invece avverrà per i lavoratori in Italia, l'opportunità di rimanere occupati, ma dovranno cessare il lavoro e non potranno ottenere la pensione italiana se non con la nuova finestra e quindi con un forte ritardo.
La manovra economica Tremonti introduce poi una novità sul recupero degli indebiti contributivi e pensionistici, con un meccanismo di esproprio su beni immobili e mobili nei confronti di coloro i quali devono restituire un debito. Altra durissima azione nei confronti di una fascia sociale debole della nostra società, i pensionati, e particolarmente dura nei confronti dei residenti all'estero, che avranno notevole difficoltà a tutelare i propri interessi.
La questione ICI interessa tutti coloro che hanno una casa in Italia: il decreto-legge n. 93 del 2008, convertito dalla legge n. 126 del 24 luglio 2008, sulla salvaguardia del potere d'acquisto delle famiglie, ha abolito l'ICI sulla prima casa, ma ha escluso da questa norma i residenti all'estero, che sono invece tornati a pagare l'importo pieno dell'ICI, essendo state abolite anche le detrazioni introdotte dal Governo Prodi. L'Agenzia delle entrate ha smentito interpretazioni di esponenti della Pag. 56maggioranza, che ipotizzavano una sorta di capacità decisionale dei comuni su questo tema. Non è possibile interpretare una norma che è chiara ed esclude, non per errore ma per scelta, i residenti all'estero. In ogni decreto economico-fiscale e in ogni legge di bilancio abbiamo provato ad apportare emendamenti e il Governo ha preso generici impegni a ripensare questa norma, ma fino ad oggi è tutto immutato. È stata presentata, a questo proposito, anche una proposta di legge per estendere l'esonero ICI anche ai residenti all'estero, firmata dai deputati del PD eletti all'estero e sottoscritta anche da esponenti della maggioranza.
Analogamente le detrazioni fiscali per carichi di famiglia introdotte dal Governo Prodi ed estese anche ai residenti all'estero scadono il prossimo anno e necessitano di una proroga o del definitivo inserimento nel panorama fiscale italiano. Il Governo ha preso impegni con numerosi ordini del giorno e siamo in attesa di un riscontro politico a questa esigenza, che è molto sentita.
Signor Presidente, su questi temi abbiamo presentato una serie di emendamenti, tesi a dare risposta ad alcune delle questioni che riguardano le comunità italiane nel mondo. Per gli italiani all'estero la musica non è cambiata e non vi è accenno alcuno a qualche variazione sul tema: confermati i tagli con l'assestamento di bilancio, nessun recupero di risorse o segnali positivi da Governo e maggioranza, nessun segnale di attenzione.
È una politica di soli tagli, senza investimenti e senza riforme. È questo il giudizio che abbiamo espresso con riferimento all'approvazione del Rendiconto generale dello Stato e dell'assestamento di bilancio.
I segnali sono davvero molto preoccupanti. Da un lato, vi è la bocciatura da parte della maggioranza di proposte emendative del Partito Democratico tendenti a recuperare risorse per la Direzione generale per gli italiani all'estero e le politiche migratorie in due settori fortemente a rischio, come la promozione e la diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo e l'assistenza ai connazionali indigenti; dall'altro lato, vi è un'intera stagione di soli tagli inaugurata dal Governo Berlusconi. Dopo tagli e tagli, attendevamo un segnale positivo, almeno, con l'assestamento di bilancio. Sarebbe stato un segnale di vicinanza agli italiani nel mondo più deboli, che rischiano di pagare un prezzo altissimo per la crisi economica, e nei confronti dei quali chiediamo unicamente l'affermazione del principio della parità di trattamento.
Sarebbe stato un segnale di attenzione anche in vista della manovra economica, che tornerà a penalizzare il Ministero degli affari esteri, con la logica dei tagli lineari e le misure sul pubblico impiego, e le comunità italiane nel mondo, sia con i tagli ai capitoli di bilancio, che con la riduzione degli investimenti sulla rete diplomatico-consolare. La penalizzazione riguarderà anche il comparto previdenziale con le nuove finestre, che per i residenti all'estero si tradurranno in un vero e proprio innalzamento dell'età pensionabile.
Il giudizio politico sulla manovra economica approntata dal Governo, quindi, è nettamente negativo, perché si tratta di un provvedimento che dimentica una parte importante dell'intervento dello Stato nell'economia reale di un Paese: gli stimoli alla ripresa, lo sviluppo e la crescita.
È vero che oggi è più difficile di ieri fare sviluppo e garantire la crescita e le ripresa, ma è stata la sottovalutazione iniziale dell'impatto della crisi finanziaria sull'economia italiana ad aver causato tanti danni, ed è stato un grave errore da parte del Governo. Oltre alle scelte concernenti l'esonero ICI per la prima casa e la vicenda Alitalia, in sostanza, avete fatto scelte strategiche antifederaliste, antisviluppo e anticrescita, stataliste nella forma e nella sostanza, fatte di tagli lineari e di riduzione degli investimenti, ed avete colpito, in modo particolarmente severo, il Ministero degli affari esteri.
Oggi paghiamo il dato storico della nostra spesa per il Ministero degli affari esteri: una spesa largamente insufficiente a realizzare una vera politica internazionale, Pag. 57una percentuale di prodotto interno lordo ampiamente inadeguata, a cui si aggiungono i tagli, ormai, anch'essi storicizzati, che hanno colpito il Ministero degli affari esteri nella sua complessa organizzazione. Essi hanno colpito la cooperazione internazionale allo sviluppo e la nostra presenza in Europa e nel mondo, con una particolare attenzione negativa nei confronti delle comunità italiane nel mondo.
Le conseguenze negative della manovra economica sul Ministero degli affari esteri sono molteplici: concernono le misure che riguardano il settore del pubblico impiego, con il blocco del turnover e dei trattamenti economici; riguardano i tagli alla formazione, particolarmente rilevanti per l'aggiornamento informatico della rete diplomatico-consolare; riguardano i tagli lineari. Le conseguenze della manovra si rifletteranno, con drammatiche conseguenze, anche sulla proposta di riforma del Ministero degli affari esteri.
Signor Presidente, le nostre proposte emendative si prefiggono di dare una risposta a questi problemi, si propongono di riportare attenzione positiva e propositiva sul rapporto con le comunità italiane nel mondo. Tali proposte sarebbero arrivate all'esame dell'Assemblea, auspicando e chiedendo un pronunciamento positivo della maggioranza e, quindi, un segnale di vicinanza nei confronti dei nostri connazionali. Un segnale di vicinanza agli italiani più deboli del mondo, che rischiano di pagare un prezzo altissimo per la crisi economica, verso i quali chiediamo, quindi, attenzione. Ciò con la consapevolezza che la prossima manovra finanziaria continuerà con i tagli, senza una vera strategia di riforme e, soprattutto, con la peggiore linearità che ha contraddistinto l'azione del Governo.
Signor Presidente, siamo preoccupati anche per le forti riduzioni ai contributi volontari nell'area dei diritti umani, in particolare, per quanto riguarda i programmi specifici realizzati da altri organismi internazionali, come l'Alto commissariato per i diritti umani, l'Alto commissariato per i rifugiati, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni ed altre agenzie delle Nazioni Unite che dipendono da fondi volontari.
Per l'Italia, non è solo una questione di credibilità internazionale, stanti anche gli impegni assunti in sede di G8 e G20, ma anche di coerenza, con le raccomandazioni per l'adeguamento legislativo e l'adozione di norme e protocolli internazionali a tutela dei diritti umani e contro la tortura.
I tagli ci consegneranno un Ministero degli affari esteri che subirà un ulteriore ridimensionamento della rete diplomatico-consolare, in assenza di una vera strategia di innovazione e soprattutto, in assenza di una vera strategia di servizio nei confronti dei cittadini italiani nel mondo. Una rete già oggi insufficiente a rispondere alle esigenze di cittadini, imprese e autonomie locali nella fase di internazionalizzazione del nostro Paese, compiti, competenze, obblighi, servizi in continua crescita ed espansione qualitativa, ed anche quantitativa; e risorse umane, finanziarie e tecnologiche in continua drastica riduzione.
Non crediamo sia possibile continuare su questa strada, con il forte rischio di cancellare anche il lavoro fino a qui svolto di costruzione di un nuovo rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione improntato all'innovazione tecnologica. Con il rischio di ridurre a mero esercizio propagandistico il consolato digitale e ridurre a esercizio di tagli contabili la stessa riforma del Ministero degli affari esteri. Scatenare una guerra tra diplomatici, personale di ruolo, personale a contratto non farà bene alla rete e al nostro sistema di rappresentanza consolare e diplomatica. Il mondo politico, anche con coloro i quali hanno responsabilità di Governo e non solo, bene farebbe a tessere le fila di un lavoro comune tra le varie categorie che operano presso la nostra rete diplomatico-consolare senza privilegiare gli uni a scapito degli altri. Per queste ragioni, signor Presidente diremo un chiaro «no» a questo Governo e voteremo contro questa manovra economica (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

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PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Naccarato. Ne ha facoltà.

ALESSANDRO NACCARATO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, intervengo per illustrare i contenuti di alcuni emendamenti che abbiamo presentato come gruppo del Partito Democratico. Purtroppo gli emendamenti non verranno posti in votazione perché il Governo ha posto la questione di fiducia dando l'ennesima prova di disprezzo verso il Parlamento e per la dialettica democratica. Abbiamo scelto di illustrare ugualmente gli emendamenti per dimostrare che era, ed è possibile una politica economica diversa da quella contenuta nel decreto-legge in discussione. Mentre interveniamo, i nostri colleghi, del gruppo del Partito Democratico, sono a L'Aquila per testimoniare con la loro presenza la solidarietà verso le popolazioni colpite dal terremoto, popolazioni che aspettano una soluzione vera per la ricostruzione e che non possono più accettare le bugie e le promesse che questo Governo ha raccontato e che avrebbe dovuto risolvere anche con questa manovra adesso in discussione.
Il decreto-legge in esame è un provvedimento sbagliato, inutile e ingiusto. È sbagliato perché non sostiene l'economia e lo sviluppo, non favorisce la crescita, non consente alle famiglie e alle imprese di affrontare la crisi con strumenti adeguati. È inutile perché si basa su previsioni ottimistiche e illusorie e sarà necessario un decreto correttivo già in autunno. Sotto questo aspetto il provvedimento conferma l'immobilismo e la superficialità del Governo di fronte alla crisi. La crisi è stata prima negata, poi si è aspettato che passasse, si è perso tempo prezioso che ha fortemente indebolito la nostra economia. È un provvedimento ingiusto perché colpisce in modo selettivo e pesante alcune categorie: i lavoratori dipendenti del pubblico impiego, in particolare nei comparti scuola e sicurezza, i giovani con contratto a tempo determinato, il sistema delle autonomie locali. Questi soggetti pagheranno un costo altissimo, mentre altri staranno a guardare. L'ingiustizia del provvedimento è data anche dal fatto che il Governo scarica su regioni, province e comuni i tagli e obbligherà questi enti a ridurre i servizi essenziali.
Il massimo dell'ingiustizia, e su questo abbiamo presentato diversi emendamenti, si è raggiunto inserendo l'articolo 40-bis, quello che riguarda la questione delle quote latte. In questo caso si è inserita una norma, che riguarda soltanto 109 allevatori che vengono premiati dopo che non hanno pagato le multe, i cosiddetti splafonatori, e che fanno pagare a tutta la collettività, a tutto il Paese gli errori che hanno commesso, le truffe che hanno commesso ai danni dell'Unione europea. Il Ministro Galan aveva addirittura annunciato le proprie dimissioni se si fosse presentato questo emendamento, naturalmente le dimissioni non ci sono state, e questa credo sia un'ulteriore presa in giro che la dice lunga sulla credibilità di alcuni ministri all'interno di questo Governo.
Nel decreto non ci sono interventi per lo sviluppo, per sostenere la domanda e l'offerta, per aiutare famiglie più colpite dalla crisi. I nostri emendamenti avanzano delle proposte alternative che vanno in questa direzione: in primo luogo rispetto all'evasione fiscale.
Dopo aver insultato le misure dei Governi di centrosinistra - le uniche che hanno consentito di ridurre l'evasione in tempi recenti, basta pensare che, da quando siete tornati a governare il Paese, l'evasione è cresciuta di nuovo e ha raggiunto la cifra di 124,5 miliardi di euro, pari all'8,2 per cento del PIL, risorse che anche in piccola parte sarebbero state indispensabili e fondamentali per alleviare le situazioni di difficoltà della nostra economia - ora riproponete alcune di quelle misure che avete criticato per tanto tempo.
A parte la figuraccia che fate di fronte al Paese, perché smentite anni di propaganda becera sulla questione delle tasse, non siete credibili da questo punto di vista. La vicenda dello scudo fiscale è indicativa e la dice lunga su come intendete le politiche fiscali del Paese. Avete Pag. 59fatto un regalo ai grandi evasori che hanno riportato in Italia, con costi irrisori, grandi capitali. Là era possibile recuperare risorse fondamentali per lo sviluppo del Paese, e questo noi abbiamo chiesto in più occasioni.
In secondo luogo la questione della formazione, la scuola, la ricerca, il riconoscimento del merito. Il decreto pregiudica lo sviluppo futuro dell'Italia da questo punto di vista; è questo, finora, l'unico dato certo del decreto Tremonti.
Il provvedimento smantella l'unico settore che può garantire la competitività del Paese in un mercato globale sempre più tecnologico: la conoscenza. Il tutto mentre gli altri Governi dell'Unione predispongono massicci investimenti in questi settori strategici.
La Germania, ad esempio, sta varando una manovra triennale di 86 miliardi di euro con un taglio di 15 mila dipendenti pubblici, senza ridurre i finanziamenti alla scuola e alla ricerca. Là rigore sulla spesa pubblica e la lotta alle inefficienze vanno di pari passo con un piano di sviluppo senza precedenti, che fa perno proprio sull'innovazione culturale, scientifica e tecnologica.
Al contrario, l'azione del Governo Berlusconi si contraddistingue unicamente per i tagli orizzontali indiscriminati: dalle materie di studio alle ore di insediamento, dagli stipendi dei ricercatori alla fornitura di carta per fotocopie nelle università.
Nel mirino scuole e atenei tutti, senza distinzione fra realtà virtuose e inefficienti.
A questo si aggiungono decisioni gravi assunte in precedenza, a partire dall'abbassamento a 15 anni dell'obbligo scolastico - limite che il Governo Prodi aveva innalzato a 16 anni - e dall'introduzione spregiudicata dell'apprendistato lavorativo.
Nella scuola le pesanti riduzioni di organico, decise dal Ministro Tremonti del 2008, furono giustificate con la promessa di aumenti di stipendio in base alle competenze professionali. Oggi il blocco della contrattazione per il personale scolastico vanifica quell'impegno e smaschera le bugie del centrodestra sulla valorizzazione del merito.
A queste pesanti riduzioni di organico avrebbe dovuto far seguito la valorizzazione economica delle competenze professionali attraverso la contrattazione integrativa; oggi tutto questo non è più possibile perché nel decreto avete determinato la disapplicazione del meccanismo che prevedeva la riassegnazione alla contrattazione collettiva di parte dei risparmi conseguiti dalla riduzione degli organici.
Queste risorse, già destinate alla valorizzazione e allo sviluppo professionale delle carriere, sono definitivamente spostate dalla manovra verso impieghi di carattere ordinario: il ripianamento dei debiti pregressi nelle istituzioni scolastiche ed il rifinanziamento delle spese per le supplenze brevi.
Per di più, allo stesso personale scolastico è applicata la sospensione degli automatismi retributivi legati all'anzianità di servizio, realizzando a loro spese un risparmio aggiuntivo pari a 320 milioni di euro l'anno. Tutto ciò testimonia il pesantissimo disinvestimento, economico e motivazionale, operato sul personale della scuola pubblica, al quale, non solo oggi è richiesto dalla manovra un sacrificio economico maggiore rispetto agli altri dipendenti pubblici, ma è addirittura negato l'accesso alle risorse promesse dal Governo a compensazione di sacrifici già imposti e già ottenuti.
L'istruzione, la formazione e la ricerca devono essere considerate fondamentali per la crescita e lo sviluppo. Bisogna rafforzare la scuola pubblica, finanziarie l'autonomia scolastica, collegare l'offerta formativa al territorio e al sistema produttivo, realizzare un patto educativo tra scuola, famiglie e studenti.
Per invertire la tendenza bisogna investire di più nella scuola e nelle università, e assegnare le risorse in base ad una scrupolosa valutazione dei servizi offerti, premiando le strutture migliori.
Per l'università deve essere eliminato il blocco del turnover che non permette il ricambio generazionale e l'accesso alla Pag. 60professione dei più meritevoli. I problemi non si risolvono con le trovate demagogiche, costose e dannose alla didattica come il pensionamento a 65 anni dei professori, contenute nel disegno di legge all'attenzione adesso del Senato.
Va rafforzata l'autonomia dei singoli atenei e avviata una seria discussione sull'accesso e la progressione della carriera universitaria, l'unica misura che permetterà di arginare la fuga di cervelli verso l'estero. Una perdita doppia, per il know-how del Paese e per le casse dello Stato, visto che i ricercatori vengono formati in Italia prima di essere impiegati dalle università straniere.
Per questo serve un contratto unico di formazione e ricerca con durata quadriennale e l'istituzione del ruolo unico di docenza, con la possibilità di chiamata diretta dei ricercatori che svolgono l'attività da sei anni. Infine, serve il superamento di un precariato divenuto endemico, predisponendo un contratto unico per i dottorandi, con diritti sociali e previdenziali. Invece, sull'economia della conoscenza peseranno anche i tagli delle risorse agli enti locali previsti in questo decreto-legge, con un'ulteriore ricaduta sul sistema educativo gestito dai comuni - gli asili e le scuole elementari - e sul diritto allo studio a carico delle regioni. Con il decreto-legge la maggioranza taglia fondi vitali alla scuola, all'università e alla ricerca, considerando l'educazione, la formazione e l'innovazione come degli elementi di spreco della pubblica amministrazione. Così il nostro Paese non avrà un futuro e sarà destinato a un inesorabile declino economico e culturale.
In terzo luogo la questione dell'innovazione e dello sviluppo della banda larga. In questo settore non vi è nessun investimento nonostante le promesse molte volte sbandierate e a differenza del resto d'Europa dove la banda larga è ormai divenuta l'infrastruttura base del futuro, che produce un indotto enorme e consente al Paese di stare al passo con i tempi.
In quarto luogo le opere pubbliche, in particolare quelle negli enti locali che rappresentano il 60 per cento delle opere pubbliche che si realizzano nel nostro Paese. I vincoli del Patto di stabilità non consentiranno ai comuni - e soprattutto a quelli virtuosi - di investire risorse loro (ossia già dei comuni e frutto anche dei risparmi che questi comuni hanno messo in atto negli anni passati) per le opere pubbliche. In questo modo l'economia locale avrà un blocco consistente.
Il decreto-legge in esame smentisce le due principali promesse che la maggioranza ha sbandierato in questi anni: la questione del federalismo e quella della sicurezza. Sul federalismo, al di là delle chiacchiere, vi sono solo tagli pesantissimi alle autonomie locali. Regioni, province e comuni che già svolgono con grande difficoltà le proprie funzioni sono investite dalla più totale confusione legislativa sul proprio assetto (basta pensare alla vicenda della Carta delle autonomie locali) e da una riduzione di risorse senza precedenti. Le regioni si vedono sottrarre, per decreto-legge e con la questione di fiducia posta oggi, un miliardo per il trasporto pubblico locale, 670 milioni di incentivi alle imprese, 500 milioni per la viabilità, 400 milioni per il Fondo per i non autosufficienti, 350 milioni per il Fondo per le politiche delle famiglie, 460 milioni per le politiche della casa, 42 milioni per il lavoro dei disabili.
È questa l'idea di autonomia che ha il Governo di centrodestra e che ha la Lega Nord? Il federalismo, per noi, significa che una parte sempre maggiore delle risorse raccolte con la fiscalità generale deve essere spesa nei territori dove viene prodotta. Voi fate esattamente il contrario. Promettete il federalismo di giorno e di notte togliete le risorse alle autonomie locali, non consentendo loro di svolgere le loro funzioni. Basta guardare il trattamento di assoluto privilegio che avete regalato, anche questa volta, alla città di Roma. Cari colleghi della Lega, altro che Roma ladrona! Sono tre anni che Roma riceve, in maniera del tutto ingiustificata e senza nessun tipo di motivazione o di valutazione su ciò che accade, una quantità di risorse consistenti e tutto questo viene accuratamente taciuto per evitare di Pag. 61andare dagli elettori che hanno scelto la Lega anche perché ci si aspettava una distribuzione diversa delle risorse. Del resto, abbiamo sentito ieri l'onorevole Polledri paventare una sorta di scambio: la Lega ha ottenuto la questione delle quote latte, che ricordavo prima, e in cambio altri settori della maggioranza hanno ottenuto i finanziamenti per Roma capitale. Se questo è l'impianto - e secondo noi è proprio questo - con cui la manovra è costruita i risultati, purtroppo, non saranno raggiunti e le finanze pubbliche del Paese avranno un andamento sempre peggiore.
Nei Ministeri, al centro le spese crescono. Nei territori, nelle regioni, nelle province e nei comuni le risorse vengono tolte e sottratte. Oltre alle regioni anche agli altri enti locali i trasferimenti correnti vengono ridimensionati di 1,8 miliardi nel 2011 e di 2 miliardi e mezzo nel 2012. Questo lascia peraltro prefigurare un ulteriore peggioramento della finanza locale e dei conti pubblici. I tagli non sono proporzionali agli enti in termini di popolazione e non sono selettivi per qualità e tipologia della spesa. Non vi è alcuna logica premiale. I tagli si basano sulla spesa storica. Così i comuni virtuosi, che hanno ridotto le spese negli ultimi anni, saranno più penalizzati degli altri. Anche questo è un argomento che al nord spiegheremo molto bene, perché la maggior parte di questi comuni è collocata nelle regioni settentrionali del Paese. Si tratta di regioni, province e comuni che negli anni passati si sono rimboccati le maniche e a fatica hanno rimesso in ordine i propri conti e adesso vengono doppiamente penalizzati dal decreto-legge e dalla manovra in corso, ancora una volta alla faccia delle promesse e degli slogan che la Lega Nord ha sbandierato nelle regioni settentrionali.
C'è, infine, per gli enti locali il dramma del trasporto pubblico locale. L'ultima legge finanziaria del Governo Prodi aveva introdotto un adeguamento delle misure della compartecipazione al gettito dell'accisa sul gasolio per autotrazione in sostituzione dei trasferimenti statali per il trasporto pubblico locale.
Ora questa norma, di segno federalista e di decentramento fiscale, viene abrogata e si tradurrà in un ulteriore taglio generalizzato ai servizi di trasporto, anche per i gestori con il bilancio in pareggio. Quindi, anche in questo caso, si penalizzeranno i più virtuosi e quelli che governano meglio e si premieranno quelli che invece sprecano e governano male.
La seconda promessa mancata, la seconda bugia smascherata di cui parlavo prima, è il tema della sicurezza e, anche in questo caso, le risorse subiscono un ulteriore 10 per cento di tagli. Dopo 3 miliardi e mezzo tagliati con la manovra del giugno 2008 la missione «ordine pubblico e sicurezza» viene ridotta di più di 230 milioni di euro. In tre anni questa missione ha subìto tagli per un miliardo e 700 milioni.
Cosa significa? Significa meno mezzi e strumenti alle forze di polizia, un ulteriore peggioramento del trattamento economico degli operatori del comparto, il blocco del contratto, la riduzione delle risorse per le attività di missione e che scompaiono le risorse per il riordino delle carriere.
Tutto ciò significa che i cittadini troveranno sempre meno forze dell'ordine nei territori e che la sicurezza dei cittadini diminuirà. Anche qui vi è un'ingiustizia molto pesante: si taglia il trattamento economico e si deludono le aspettative a lungo alimentate in modo ipocrita di donne e uomini che svolgono una funzione fondamentale e delicatissima e che sono un punto di riferimento certo per i cittadini.
Il Governo umilia gli operatori delle forze di polizia e, del resto, cosa c'era da aspettarsi da un Governo in cui il Ministro Brunetta aveva definito i poliziotti dei «panzoni chiusi negli uffici»? Sono parole del Ministro. Dietro a questa propaganda, poi, seguono i tagli e i fatti. Avete preso in giro i cittadini con provvedimenti propagandistici quanto inutili, e penso all'attribuzione di maggiori poteri ai sindaci, poiché, se da una parte gli hanno dato maggiori poteri, dall'altra, hanno tagliato le risorse e quindi quei poteri non possono essere esercitati. Pag. 62
E poi vi è la vicenda delle ronde. Ho l'impressione che, se andiamo avanti di questo passo, forse sarà utile promuovere le ronde per controllare gli splafonatori delle quote latte, visto che sono pochi, e in quel modo potremo risolvere entrambi i problemi, visto quanto si sta verificando nel Paese.
Credo che per avere maggiore sicurezza servano i professionisti della sicurezza che sono le forze dell'ordine e non le improvvisazioni alle quali ci avete fin qui abituato e, siccome questi professionisti ci sono, bisogna valorizzarli, pagarli meglio e metterli in condizione di operare con strumenti efficaci.
Faccio un esempio: vi eravate impegnati a sopprimere la Difesa Servizi SpA. Nel decreto-legge non c'è traccia di tutto questo. Vorrei ricordare - concludo, signor Presidente - che proprio in questi giorni tutte le organizzazioni dei sindacati della Polizia di Stato, della Polizia penitenziaria, del Corpo forestale dello Stato e il Cocer della Guardia di finanza e dell'aeronautica militare si sono rivolti all'onorevole Gianni Letta con una lettera di cui vorrei leggere rapidamente un pezzo perché riprende alcuni degli emendamenti e dei ragionamenti che abbiamo provato a presentare e che non verranno discussi.
Scrivono i sindacati delle forze dell'ordine: «(...) le scriventi organizzazioni sindacali e le rappresentanze militari, pur non condividendo il merito e il metodo seguito per l'elaborazione dei contenuti della manovra, avendo avanzato per questo aspre, argomentate e fondate critiche, tuttavia hanno mantenuto un rapporto di leale e corretto confronto con il Governo, al fine di evidenziare concretamente i profili di iniquità, le sperequazioni e gli aspetti della manovra che minano la stessa funzionalità del sistema sicurezza del Paese, ma incide sul morale, la dignità del personale e l'affezione all'istituzione degli uomini, l'effetto combinato di alcune norme pone in discussione il sistema gerarchico funzionale delle istituzioni di appartenenza (...). La nostra politica di mediazione e propositivo stimolo è stata condivisa da molti esponenti del Governo, però soltanto a parole. Con sconcertante sorpresa e in occasione del voto per la conversione in legge in Aula della manovra, le scriventi organizzazioni prendevano atto che il maxiemendamento governativo presentato al Senato lasciava inalterati gli effetti di alcune norme gravemente penalizzanti per il personale e per la funzionalità del sistema previsto dalla manovra in materia di blocco del trattamento economico complessivo relativo alla massa salariale, blocco degli avanzamenti stipendiali legati a funzioni e grave penalizzazione del trattamento di fine rapporto per gli operatori del comparto».
Queste sono parole usate con tono e stile di servitori dello Stato, che non riescono a capire la logica delle vostre scelte politiche e che non riescono a capire le bugie che gli sono state propinate costantemente nell'arco della discussione che c'è stata sulla manovra. Si è arrivati al punto di promettere, da una parte, e, dall'altra, con il testo del maxiemendamento - e non è stato variato perché è lo stesso testo su cui questa mattina il Governo ha posto la fiducia - si facevano cose esattamente contrarie.
Ecco, in questo modo credo che non si possa governare un Paese. La manovra segna il fallimento di due anni di Governo del centrodestra, il Paese ha ormai bisogno di un altro Governo e i nostri emendamenti vanno in questa direzione.
Credo che, poiché i nodi alla fine vengono al pettine, come dimostrano le proteste diffuse nel Paese alla luce dei contenuti della manovra, avete ormai perso la credibilità e la fiducia degli italiani. La propaganda e le illusioni non bastano più, il Paese ha bisogno di un altro Governo e di altre politiche.
I nostri emendamenti, che purtroppo non verranno votati, avevano e hanno l'intenzione di dimostrare come sia possibile una politica economica diversa, alternativa alla vostra e in grado di portare il Paese fuori dalla crisi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Schirru. Ne ha facoltà.

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AMALIA SCHIRRU. Signor Presidente, è imbarazzante prendere la parola in quest'Aula per discutere sull'ennesimo provvedimento bloccato che, a ben vedere, sembra proprio non piacere a nessuno, neppure alla maggioranza, come testimonia l'uso di questa ennesima questione di fiducia.
Questa è la terza manovra economica, dal 2008 ad oggi, definita correttiva e finalizzata alla sostenibilità dei conti pubblici, ma nei fatti è solo l'ultimo degli sforzi del Governo che, al di là dei proclami, pare porsi come unico obiettivo quello di colpire la parte più debole della cittadinanza. Parliamo degli statali, dei lavoratori precari e di quelli prossimi al pensionamento, tutte categorie già in passato oggetto di duri attacchi da parte dei membri del Governo e della maggioranza.
Un Governo che rincorre costantemente il consenso, disinteressandosi delle reali esigenze economiche, fa pesare sui conti pubblici provvedimenti rischiosi, azzardati ed errati, frutto delle solite promesse come - lo voglio ricordare - la vicenda di Alitalia, l'abolizione delle norme antievasione, le misure per il ponte sullo stretto di Messina e via discorrendo.
Un macigno di diversi miliardi di euro che ha gravato sui conti pubblici proprio nel momento in cui si profilavano i primi segnali di instabilità economica e finanziaria dei mercati internazionali. Si è passati poi al saccheggiamento delle risorse per il sostegno del Mezzogiorno e delle aree sottoutilizzate, all'azzeramento delle risorse del FAS di competenza statale con un nuovo pesante taglio di risorse che incide proprio sul Mezzogiorno, evidenziando in ciò l'intento del Governo di allargare la discrepanza sociale e territoriale fra le aree del centro-nord e quelle meridionali del nostro Paese.
Proseguendo ancora, sono seguiti nuovi tagli di bilancio e stavolta il sacco dei fondi destinati alle imprese, attraverso la drastica riduzione delle risorse stanziate dal precedente Governo per Industria 2015. Infine, abbiamo assistito all'approvazione di varie misure una tantum tra cui - lo ricordo - quella dello scudo fiscale, le cui entrate sono servite a poco lasciando irrisolti tutti i nodi strutturali e i fattori di debolezza economica del Paese.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: 600 mila cassintegrati nel 2010 solo nell'industria, migliaia di lavoratori dei call center di Eutelia e Vol2 a rischio di licenziamento, a seguire gli operai della chimica, dell'Eurallumina, della FIAT e tanti altri che stanno perdendo ormai anche la speranza di poter rientrare al lavoro. Ci sono poi i disoccupati di lungo periodo, i giovani e le donne ancora alla ricerca di un nuovo lavoro.
Ma il punto è un altro: posta la necessità di una manovra finanziaria, se questa maggioranza avesse attuato una gestione più attenta e oculata della politica economica e dei conti pubblici nel corso dei primi due anni della legislatura, oggi potremmo affrontare la crisi economica e finanziaria in ben altro modo. Anche uno sguardo meno attento si accorgerebbe che il 90 per cento dei tagli previsti da questa manovra andrà a gravare sulle regioni e, a ruota, sulle province e sui comuni.
Saranno così indeboliti i servizi essenziali ai cittadini e si costringeranno gli enti locali ad innalzare le imposte, anche con la prossima tassa unica locale appena annunciata, se non addirittura a tagliare sui servizi fondamentali soprattutto per le fasce di reddito medio-basso o per chi vive nella vera e propria povertà.
Si è detto che questa manovra economica è correttiva, ma in realtà non corregge proprio nulla: non definisce alcun obiettivo strategico sul terreno della ripresa economica, non indica strategie da seguire, non accenna minimamente alla necessità di interventi strutturali per le scuole, le carceri, le strade, né alla necessità di investire per la competitività del Paese e a tutela del lavoro. Non è bastato il «no» deciso e più volte ribadito a questa manovra dalla Conferenza delle regioni e delle province autonome che nettamente, senza differenza tra centro, sinistra e destra, ha ribadito la propria contrarietà.
La parte più consistente delle risorse viene recuperata dai tagli alle regioni e agli enti locali per i quali viene previsto un Pag. 64nuovo Patto di stabilità per gli anni 2011-2013. Ma vi è di più: il Governo procede senza ascoltare le posizioni delle categorie coinvolte del settore pubblico, della scuola, dell'università, non ascolta il dissenso degli amministratori, dei sindaci, né tanto meno quello dei nostri insegnanti, dei giovani precari che con il blocco delle assunzioni rischiano di vedere vanificati anni di studi e sacrifici.
L'istruzione, come è stato detto anche negli ultimi interventi, sta diventando il nuovo campo di battaglia: nelle nostre università sono messe a rischio le discipline facoltative che arricchiscono l'offerta didattica e formativa delle facoltà, ma sono anche a rischio le discipline fondamentali. A Cagliari, per esempio, il senato accademico si è trovato di fronte alla scelta se far slittare il manifesto degli studi, e quindi il termine delle iscrizioni, con il rischio che interi corsi di laurea avrebbero potuto non essere avviati, oppure accettare di fatto la riqualificazione dell'ateneo con una lunga serie di insegnamenti che sarebbero potuti essere spazzati via.
Anche nel settore della sanità, interessato ormai da tempo da un blocco del turnover che ha significativamente ridotto il personale in servizio, si prevedono tagli. Hanno fatto bene, ma temo invano, i medici, tutto il personale tecnico-infermieristico e gli OSS a scioperare per sottolineare il rischio che queste misure, dirette ed indirette, adottate dal Governo nei confronti del personale sanitario, finiranno per compromettere la capacità del Servizio sanitario nazionale di assicurare anche i livelli minimi essenziali di assistenza e di cura.
Con questo provvedimento si vuole risparmiare, ma lo si fa sulla pelle dei lavoratori e dei soggetti deboli della società, finanche sui disabili, facendo scontare ingiustamente a tali soggetti gli errori di politica economica commessi dal Governo fin dai primi provvedimenti. Proprio in materia di sostegno ai disabili avremmo voluto una riflessione più approfondita sul tema della non autosufficienza e dell'assistenza al fine di evitare che la lotta agli abusi si risolva, ancora una volta, a scapito dei soggetti realmente in difficoltà.
Anche qui vorrei sottolineare la lunga battaglia, vittoriosa su alcuni fronti, che stiamo conducendo a fianco dei disabili da ben due anni per la tutela dei loro diritti costantemente messi in discussione. Nel testo approvato definitivamente dalla Commissione bilancio del Senato è scomparso qualsiasi riferimento restrittivo all'indennità di accompagnamento grazie, però, soprattutto all'importante manifestazione del 7 luglio. Anche l'abrogazione dell'innalzamento della percentuale di invalidità necessaria per l'assegno agli invalidi parziali è sparita; si è tornati al 74 per cento, ma ciò è stato possibile solo grazie all'imponente manifestazione e all'azione congiunta delle due federazioni, FAND e FISH, e delle organizzazioni sindacali, insieme alle interlocuzioni, ai contatti politici, alla sensibilizzazione e mobilitazione dei cittadini.
Tuttavia, dopo aver rinunciato alle suddette disposizioni, la Commissione bilancio del Senato ha rivolto la sua attenzione anche ai bambini disabili così che tutto questo mondo, anziché contribuire giustamente e con proprie proposte, si è dovuto difendere, ancora una volta, dalla manovra correttiva.
Voglio ricordare, infatti, che nel maxiemendamento governativo era presente - e poi è stato ritirato - l'emendamento approvato in Commissione Bilancio del Senato, che innalzava il numero degli alunni nelle classi in cui sono presenti bambini disabili. Si trattava di una misura non solo discriminante, ma lesiva del diritto allo studio, priva di qualsiasi risparmio effettivo per lo Stato, che si prestava a numerosi contenziosi tra le famiglie e le scuole.
Pare che il Governo, proprio oggi, abbia dato rassicurazioni sulla formazione delle classi con presenza di minori disabili, tuttavia, su questo tema, dovremo vigilare ancora. Il Governo, sconfitto su questo fronte, quasi per ripicca, ha inserito nella manovra l'aumento del numero dei controlli di invalidità da 100 mila, previsti per Pag. 65il 2009, a 250 mila per il 2010, facendo un piano delle verifiche che dovrà effettuare l'INPS, avvalendosi di commissioni mediche dell'ASL, per scovare i falsi invalidi. È di questi giorni la notizia che l'INPS - forse anche a seguito di diverse interrogazioni presentate al Ministro Sacconi per conoscere i dati relativi alle verifiche sui falsi invalidi del 2009 - si sia prestato a rinviare migliaia di lettere agli invalidi, per acquisire ulteriore documentazione sanitaria. Come avevamo intuito e denunciato altre volte, anche in quest'Aula, siamo di fronte all'ennesima beffa, ad un'ingiustizia, alla penalizzazione delle persone più deboli. Per i controlli alla persona invalida viene richiesta un'altra certificazione sanitaria, che dovrà essere prodotta entro 15 giorni, costringendo i malati a nuove visite mediche specialistiche, i quali, date le liste d'attesa per determinate patologie negli ospedali o negli ambulatori pubblici, saranno a loro volta costretti a rivolgersi a strutture private, naturalmente pagando di tasca propria. Come mi scrive una mamma, che ha una figlia disabile grave, si stanno investendo milioni di euro per cercare falsi invalidi e - visto che non si trovano (non ci riescono) - si vessano quelli veri.
Abbiamo proposto di mettere ordine in questa materia, di incrementare e unificare anche le provvidenze della legge n. 18 del 1980 nel Fondo nazionale per la non autosufficienza e di pensare ad un maggiore raccordo di funzioni e risorse dello Stato, delle regioni e degli enti locali per rafforzare l'assistenza alla singola persona e realizzare così un programma di continuità di prestazioni sanitarie e socio-assistenziali integrate, valido e obbligatorio in tutto il territorio nazionale, per restituire dignità e sicurezza a chi combatte quotidianamente contro le malattie o le menomazioni che, al di là della forza d'animo, costringono a richiedere, sempre e comunque, l'aiuto della famiglia.
Proseguiamo ancora nella disamina dei contenuti di questa manovra.
Si procede alla soppressione e all'accorpamento di enti e organismi pubblici, alla soppressione e al trasferimento di funzioni di IPSEMA, ISPESL e INAIL e di altri enti e istituti, alcuni dei quali assolutamente incomprensibili e controproducenti. Che dire, ad esempio, delle disposizioni che prevedono l'assorbimento dell'ISPESL nell'INAIL, vista la diversità delle funzioni svolte dai due enti in materia di sicurezza sul lavoro? Si vuole cancellare un istituto di eccellenza nel panorama italiano, che svolge funzioni fondamentali nel campo della ricerca, della sperimentazione, del controllo e dell'assistenza tecnica per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, in particolare modo nella grande industria, nei trasporti, nelle costruzioni, nella verifica dell'impiantistica, ma anche nell'agricoltura, tra l'altro, senza una motivazione convincente.
Badate bene: forse non è chiaro abbastanza, ma la sua soppressione produce un risparmio irrisorio, di circa 426 mila euro, in confronto ad entrate proprie e ai 18 milioni di euro di fondi attratti dall'Unione europea. In compenso, però, tanti ricercatori, impegnati in rapporti di collaborazione a progetto, dovranno riprendere la strada della disoccupazione.
Si vuole poi procedere con l'annientamento - perché di questo si tratta - anche dell'Agenzia autonoma della gestione dell'albo dei segretari comunali, su cui abbiamo richiesto di fare ordine. Viene cancellata e si trasferiscono le funzioni e il controllo, nonché la gestione, per esempio, delle graduatorie o l'albo dei segretari comunali al Ministero dell'interno. Si ritorna agli anni Ottanta, in cui la figura del segretario comunale era sottoposta al controllo del prefetto, senza tener conto del dibattito e dell'elaborazione fatta in questi anni dalle autonomie locali in tema di autonomia statutaria amministrativa. Sarebbe totalmente incoerente con l'attuale assetto costituzionale ed istituzionale.
Noi siamo favorevoli a che l'Agenzia divenga oggetto - lo ripeto - di una seria e incisiva riforma che nel razionalizzarne le competenze semplifichi drasticamente la composizione dei consigli di amministrazione e contenga in modo significativo i costi. Ma per noi resta fondamentale che la figura del segretario comunale, posta al Pag. 66centro della vita amministrativa degli enti locali, resti nel sistema delle autonomie. A nostro avviso, tutte queste misure sono rivelatrici dello spirito accentratore dell'Esecutivo, che vanno anche in direzione opposta all'impostazione del federalismo di cui alla legge n. 42 del 2009, oggi in fase di attuazione e tanto reclamata in questi ultimi mesi.
Nell'ambito poi delle operazioni sul pubblico impiego appaiono del tutto inaccettabili le misure relative al blocco degli automatismi stipendiali del personale degli enti locali, della polizia, dei vigili del fuoco, dei militari, del comparto scuola, che era già stato sottoposto ad un drastico piano di riduzione della spesa e di tagli indiscriminati, soprattutto per quanto riguarda gli organici. In tal senso, il blocco del turnover impedisce il necessario ricambio dei lavoratori con l'immissione negli organici di giovani e nuove professionalità.
Siamo assolutamente contrari al blocco dei trattamenti economici dei pubblici dipendenti, che determina una perdita secca del potere di acquisto di questi lavoratori e delle loro famiglie. Siamo contrari alle norme che riducono del 50 per cento rispetto all'anno 2009 la spesa delle pubbliche amministrazioni per il personale a tempo determinato, quelli a convenzione o con contratti di collaborazione coordinata e continuativa. Significa ancora una volta mettere in ginocchio le attività degli enti, chiudere servizi fondamentali per i cittadini, gettare al vento professionalità acquisite, per metterli in una condizione di ansia e di ricerca affannosa di nuovo lavoro che non c'è. A ciò si aggiunge il fatto che perderanno, se non hanno la possibilità finanziaria per il riscatto, tutto il periodo di contribuzione previdenziale dovuto ed utile ai fini dell'unificazione contributiva per la maturazione di una pensione.
A questo proposito mi soffermo ancora brevemente sull'articolo 12-undecies del maxiemendamento, in cui si interviene in materia di ricongiunzione dei contributi pensionistici, dal momento che questa volta esso pone a carico del lavoratore l'onere stesso di tale operazione di riunificazione. L'articolo in questione, infatti, stabilisce l'immediata abrogazione della legge n. 322 del 1958, che prevedeva il passaggio dell'unificazione contributiva in modo gratuito. L'abolizione di questa norma rende oggi oneroso il trasferimento dei contributi dall'INPDAP all'INPS e viceversa. A nostro parere è un giochino per coprire anche inadempienze dello Stato e della pubblica amministrazione nei confronti dei lavoratori, per i quali da anni spesso risultano non essere stati versati i fondi previdenziali all'INPDAP, impedendo a questo, a sua volta, di riversare gli importi richiesti e dovuti agli altri enti, in particolare all'INPS, per riconoscere poi al lavoratore il diritto pieno di poter andare in pensione.
Mi dicono che in tutte le sedi INPDAP provinciali vi sono migliaia di pratiche accatastate, che da anni sono in attesa di essere esaminate, ma che non possono essere chiuse a causa del mancato versamento degli oneri previdenziali.
Si tratta di misure che hanno ricadute negative nei confronti di tutti quei lavoratori con contribuzione mista, come ad esempio INPDAP e INPS, ovvero con una sola contribuzione, che sono cessati dal servizio senza diritto alla pensione oppure con una contribuzione accreditata in fondi esclusivi, come Ipost, Ferrovie e così via, per i quali, fino ad ora, era consentito, ripeto, il trasferimento gratuito all'assicurazione generale obbligatoria dell'INPS, al fine di ottenere un'unica prestazione pensionistica.
Per molti lavoratori e lavoratrici sarà un ulteriore danno, perché costretti a lavorare qualche anno in più, pur avendo i requisiti, oppure chi ha perso il lavoro ed è troppo anziano per cercarne e trovarne un altro, e potrebbe recuperare le contribuzioni per andare in pensione subito e vivere serenamente, sarà costretto, per assicurare la propria sopravvivenza, a dare fondo ai propri risparmi o al TFR oppure, in estrema misura, a rivolgersi ai comuni per chiedere un sussidio.
È proprio di questo che stiamo parlando: il comma 12, che interviene sull'età Pag. 67pensionabile delle donne dipendenti pubbliche, prevedendo che il raggiungimento del requisito anagrafico dei 65 anni, ai fini del riconoscimento della pensione di vecchiaia, operi a regime a decorrere dal 1 gennaio 2012, e non più dal 2018, come era previsto dalla normativa. Si tratta, anche qui, di una decisione a nostro parere poco ragionata, drastica, insensata, assunta a seguito di una scorretta interpretazione di una sentenza della Corte di giustizia europea, per dar corso alla quale, a mio avviso, si sarebbe potuto seguire una strada maggiormente flessibile, come auspicato dal nostro gruppo, e suscettibile di consentire maggiori possibilità di scelta alle lavoratrici del pubblico impiego, riconoscendo loro il doppio carico del lavoro di cura e della maternità, come proposto dai nostri emendamenti.
È assolutamente assurdo, poi, che si utilizzino, così come promesso, i risparmi provenienti dal lavoro femminile per finanziare interventi diversi; infatti, accanto all'istituzione del fondo destinato a determinati tipi di obiettivi sociali, come quelli annunciati per gli asili nido e per il fondo per la non autosufficienza, la stessa manovra, poi, contiene tagli ai capitoli di spesa stabilmente diretti alle medesime finalità.
Non ci fidiamo, insomma, anche perché non troviamo alcuna misura a sostegno delle pari opportunità per favorire l'ingresso delle donne nel mercato del lavoro, nonostante la Commissione lavoro, di cui faccio parte, abbia impegnato l'Esecutivo ad intraprendere efficaci politiche di genere per sostenere l'occupazione femminile, con l'approvazione unanime anche di uno specifico atto di indirizzo, che, come denunciato dalle deputate, sembrerebbe essere stato totalmente ignorato nella definizione degli interventi.
Infatti, non ritroviamo alcun piano per l'occupazione giovanile femminile: non vi è un indirizzo e non ci si pone neppure un minimo di obiettivo per promuovere ed incentivare una maggiore responsabilità sociale delle imprese per investire in questo immenso capitale umano che sono le donne, tracciando modelli di organizzazione del lavoro negli onorari, nei servizi, nella formazione e nella retribuzione, secondo le indicazioni europee sulla flessibilità e sulla sicurezza.
Accennavo prima all'opportunità e al mezzo prescelto per le nuove misure sul pensionamento dei lavoratori. La necessità di aumentare l'età pensionabile è un fatto su cui anche la minoranza e le parti sociali non hanno rifiutato un confronto.
Ma ciò non giustifica un'operazione in regime di emergenza e con misure inique, che toccano solo alcuni lavoratori in procinto di pensionamento.
Il rischio che si corre è quello di spingere numerosi lavoratori ad anticipare la richiesta di pensionamento e di vanificare buona parte dei risparmi attesi, come è già accaduto in passato, quando si sono registrate forti impennate nel numero delle uscite dal lavoro per il pensionamento nei periodi immediatamente precedenti le riforme. In questo caso l'effetto congiunto del ritardo delle finestre e della rateizzazione del trattamento di fine rapporto saranno un forte incentivo ad andare in pensione, demotivando tutto il personale, a rischio dell'efficienza e dell'efficacia dei servizi da erogare ai cittadini.
L'introduzione di un tale sistema pensionistico, che alcuni miei colleghi hanno definito di «rigidità mobile», collegato alle aspettative di vita, che posticipa l'uscita dal lavoro, anche attraverso l'anomalo meccanismo di finestre scorrevoli, farà venir meno quell'elemento di flessibilità e di libertà di scelta del lavoratore, che nelle intenzioni dei legislatori, autori delle precedenti riforme, avrebbe dovuto controbilanciare l'introduzione del sistema contributivo previdenziale. Faccio notare che tale meccanismo penalizzerà soprattutto i lavoratori più deboli, i disoccupati, coloro che non percepiscono alcun reddito da diverso tempo, costretti ad attendere più del dovuto per il riconoscimento del trattamento pensionistico.
Insomma, con il provvedimento in discussione, oggi il Governo conferma per l'ennesima volta un atteggiamento di inoperosità e di indifferenza, ben lontano Pag. 68dalle scelte adottate dagli altri Paesi europei in analoghe situazioni (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Murer. Ne ha facoltà.

DELIA MURER. Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei ricordare un aspetto che molti colleghi hanno sottolineato, ma che mi pare particolarmente importante, ovvero il fatto che questa manovra non faccia assolutamente i conti con il carattere strutturale della crisi.
Questa manovra non sa affrontare la crisi: contiene misure inadeguate e socialmente inique, ma l'obiettivo della crescita del Paese non viene neanche minimamente posto. Siamo un Paese che perde competitività, abbiamo meno 5 punti, vi è un grave calo dell'occupazione, un grave attacco all'occupazione, il 29,5 per cento dei giovani risulta disoccupato e, come hanno ricordato molti colleghi, l'ISTAT ci dice che ci sono due milioni di giovani che non lavorano, non studiano e non cercano un lavoro.
Il nostro è quindi un Paese in fortissima difficoltà; impera il lavoro precario e l'ingresso nel lavoro per le giovani donne vede in Italia meno 19 punti. Laddove vi è un lavoro, c'è una grave difficoltà per le donne di conciliazione tra il lavoro e la vita familiare e questo porta a dati che, secondo me, sono sottovalutati: pesanti contrazioni occupazionali per le donne nelle famiglie che hanno due figli, ma anche grandi problemi per quelle famiglie con un solo figlio; un quarto delle donne con un lavoro, dopo aver fatto un figlio, lo lascia. L'Italia è quindi un Paese fanalino di coda sul tema dell'occupazione femminile, ben lontano da quello che l'Europa ci chiede.
Oltre a ciò è un Paese che vede tre milioni di residenti in più: la popolazione italiana invecchia, ma crescono i nuovi italiani. Si tratta di una rivoluzione demografica, che richiederebbe forti politiche di integrazione e un rafforzamento e riadeguamento del sistema di welfare.
Di fronte a questo quadro mi chiedo se i sacrifici sono equi e soprattutto se hanno un obiettivo. Non ci sono infatti misure volte alla crescita.
Si concentrano i sacrifici sui redditi bassi rispetto agli altri redditi che non vengono minimamente toccati, si concentrano sulle autonomie locali rispetto allo Stato. In questi anni le famiglie italiane hanno ammortizzato e sopperito alle difficoltà occupazionali dei figli, alle nuove difficoltà della popolazione anziana e le donne spesso hanno rinunciato al lavoro. Queste famiglie hanno retto, hanno cercato di tenere, mentre abbiamo visto dati che parlano di un forte impoverimento.
Vorrei ricordare anche in questo caso i dati dell'ISTAT che ci ricorda che abbiamo il 4,6 per cento di famiglie in povertà assoluta e un altro 4 per cento che supera di circa un 10 per cento la soglia di povertà: questo significa che abbiamo 2 milioni di famiglie che non sono povere solo perché hanno 50 euro oltre la soglia di povertà.
Credo che un Governo attento ed un Parlamento attento dovrebbero fare i conti con questi dati. Il 17 per cento delle famiglie ha difficoltà ad arrivare alla fine del mese e secondo l'ISTAT le famiglie hanno visto diminuire il loro reddito del 2,6 per cento nel 2009 e quindi, considerando l'aumento dei prezzi, possiamo dire che il loro potere d'acquisto è calato del 2,5 per cento. Il calo del reddito ha comportato un forte contenimento dei consumi. Vorrei chiedere a voi, e mi piacerebbe chiederlo ad un Parlamento che avesse voglia di svolgere la sua funzione di discussione e scelta: fino a quando queste famiglie potranno reggere? Cosa succederà quando finirà la cassa integrazione anche per i tanti uomini che magari sono gli unici ad avere un reddito all'interno delle famiglie? Che futuro potranno pensare di avere i figli? E le donne, torneranno o resteranno a casa per sopperire alla contrazione ulteriore del welfare?
Sappiamo che in altri Paesi la loro occupazione è stata occasione di crescita e non di penalizzazione del Paese. Occorrono politiche concrete a sostegno dell'occupazione femminile, a sostegno della Pag. 69scuola, dei figli; occorrono politiche che riguardino gli asili nido; occorre che esista un fondo per la non autosufficienza. Invece vorrei ricordare come vi siano provvedimenti che tagliano tutti i finanziamenti, come dicevano anche i colleghi, e proprio per questo avevamo predisposto emendamenti che invece andavano in una direzione diversa, così come vorrei sottoscrivere in qualche modo le valutazioni che svolgeva la collega Schirru sul tema delle pensioni.
Ma voi del Governo che cosa fate? Vi è il rischio concreto di lasciare il Paese allo sbando eppure concentrate i sacrifici oltre che sui ceti più bassi, sui lavoratori statali e su quasi tutti i lavoratori per quanto riguarda le pensioni, sul sistema delle autonomie locali rispetto allo Stato.
Il sistema delle autonomie locali contribuisce per oltre il 60 per cento ai risparmi di spesa. Nel biennio 2010-2011 le regioni vedranno ridotti i trasferimenti per 10 miliardi di euro (tolta la sanità, rappresentano il 14-15 per cento dei bilanci delle regioni). Ciò a me pare molto rilevante e molto grave: questo sarebbe il federalismo? Lo Stato contribuisce per 3-4 miliardi ma ai comuni si chiede un contributo di 4 miliardi: è questo il terremoto che si sta per abbattere sui cittadini italiani. E vorrei dire proprio questo: non si abbatte sugli enti, si abbatte sui cittadini un fortissimo attacco alle persone, ai cittadini, a quelle famiglie già in difficoltà e fragili di cui parlavo prima.
L'attacco a regioni e comuni è in realtà una penalizzazione dei cittadini, voi lo sapete e non fate niente per migliorare questo testo. La fiducia, la necessità di tenere in piedi per l'ennesima volta un Governo traballante è la vostra priorità: questa fiducia mette però il bavaglio anche ai parlamentari di maggioranza.
Vorrei ricordare che nel parere favorevole che è stato espresso dalla XII Commissione, di cui faccio parte, i parlamentari di maggioranza hanno richiesto due cose al Governo, e mi pare significativo richiamarlo. In un passaggio si propone l'opportunità che, in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano e di Conferenza Stato-città ed autonomie locali, il Governo si adoperi affinché la riduzione rispettivamente delle risorse spettanti alle regioni a statuto ordinario e dei trasferimenti erariali dovuti alle province ed ai comuni con popolazione superiore a 5 mila abitanti, di cui all'articolo 14, comma 2, non incida negativamente sui livelli dei servizi sociali e sanitari erogati dai detti enti. Ma come ho chiesto ai colleghi della Commissione, ai colleghi di maggioranza, non è questo il luogo per chiedere tale cambiamento? Era questa discussione, perché il testo di legge è questo, non è un altro, che noi andiamo ad auspicare per avere le risorse affinché i servizi non vengano tagliati.
E ancora, i colleghi di maggioranza hanno chiesto che vi sia l'opportunità che il Governo assuma iniziative, anche legislative, al fine di escludere dall'ambito dell'applicazione dell'articolo 9, comma 28, gli enti del Servizio sanitario nazionale, in particolare le strutture ed i settori in cui l'apporto dei lavoratori assunti con le forme del lavoro precario risulti essenziale per l'erogazione del servizio. Non si nega quindi quanto noi diciamo, che il blocco del turnover esiste, un dato che ha negato invece Tremonti: sappiamo che vi può registrare una diminuzione di 78 mila unità nel settore sanitario, e ciò può portare ad una difficoltà di tenuta del sistema sanitario. È questo quello con cui si troveranno a fare i conti i cittadini! Voi lo sapete, ma non fate nulla affinché in questo contesto si possa migliorare il provvedimento: la fiducia, la ragion di Stato viene prima degli interessi del Paese, delle risposte che il Paese deve ricevere; e si tratta di un paradosso, vorrei sottolinearlo.
Un cambiamento, dicevo, è necessario; ma i cittadini devono capire il senso dei sacrifici. Noi pensiamo che lo sappiano cogliere bene, e penso che i cittadini siano anche disposti ad un sacrificio, che sappiano percepire se questo sacrificio è finalizzato a costruire un futuro migliore, comprendere che tutto il Paese partecipa ad uno sforzo a partire da chi ha di più. Pag. 70Occorre muoversi per una lotta all'evasione fiscale, che porti risorse da investire; e questo è un altro punto importante della proposta che noi abbiamo avanzato come PD: che porti risorse, e che esse vengano reperite spostando il peso fiscale dalle imprese e dalle famiglie alle rendite. Occorre che questo, poi, divenga un insieme di risorse da finalizzare nei confronti di chi oggi paga, e paga tutto all'interno del nostro Paese.
Occorre tassare le rendite con gli altri Paesi europei. La proposta di innalzare al 20 per cento la tassazione delle rendite, con esclusione dei titoli di Stato, credo che sia una proposta molto importante; così come quella di prevedere una sovrattassa per i capitali «scudati». Occorre riequilibrare degli interventi che vengono realizzati nei confronti degli enti locali, delle regioni; occorre che vi siano risorse che ritornino ai cittadini, e credo che questo sia molto importante e che in tale ambito sia stato sottolineato il giudizio negativo che le regioni ed il sistema delle autonomie locali hanno espresso su questa manovra; ma non ci si rende neanche conto dell'impatto che essa avrà nei confronti dei territori e dei cittadini.
Vorrei anche ricordare alcune proposte ed alcuni emendamenti, proprio perché interveniamo in termini generali, ma anche con riferimenti ad emendamenti specifici. Vi è una forte disparità tra territori in quanto una seria omogeneità, nell'approccio ai problemi dei vari territori, non è stata tenuta in conto nella ridistribuzione delle risorse o nei confronti delle popolazioni colpite dal terremoto e delle popolazioni che, in questi ultimi giorni, anche nella mia regione, in Veneto, hanno avuto delle enormi difficoltà.
Anche gli emendamenti che riguardavano incassi e pagamenti derivanti dai contributi stanziati dalla legge speciale per la salvaguardia di Venezia non si sono voluti tenere in conto, nel senso di non farli concorrere a formare il saldo finanziario per il 2010. Perché? Perché avevamo bisogno che venissero sbloccati gli investimenti, già finanziati con fondi statali, per la salvaguardia, che giacciono presso la Tesoreria provinciale dello Stato a disposizione degli enti locali, ma che non sono utilizzabili per gli effetti impropri prodotti dal Patto di stabilità. Infatti, una città come Venezia, destinataria per legge nazionale, insieme alle altre città, come Chioggia e Cavallino, di fondi vincolati, non li può usare perché essi vengono conteggiati nel bilancio 2010 e, quindi, risorse a disposizione non possono venir spese. Anche questo emendamento, che veniva proposto dalla città di Venezia, ma pure dalla città di Chioggia - quindi colori politici diversissimi -, non è stato tenuto in nessun conto.
Vorrei ricordare anche che il Ministro Tremonti aveva detto che questa misura non poteva venire accettata se non con un cambiamento legislativo. Questa era la sede in cui questo cambiamento poteva venire realizzato e, invece, non si è voluto realizzare. Un'altra proposta importante era finalizzata a rendere disponibili, a tutti i comuni in cui possano essere istituite le città metropolitane, gli strumenti di manovra sulle entrate riservate al comune di Roma. Già il mio collega Naccarato ha sottolineato come vi sia una grande iniquità tra enti per quello che viene permesso a Roma e quello che non viene permesso alle altre città. Si rendeva necessario poter estendere tali emendamenti, ad esempio, a tutti i territori urbani in cui si può costituire la città metropolitana, in quanto il contributo alla manovra finanziaria richiesto ai comuni mette appunto a rischio la continuità dei finanziamenti e molte amministrazioni, in particolare quelle interessate da cospicui flussi turistici, devono comunque affrontare problematiche indotte su questo tema per quanto riguarda rifiuti, mobilità, sicurezza.
Ai costi, dunque, che la città di Venezia sostiene per il turismo, ma che sostengono anche la città di Firenze, o la stessa città di Roma, solo quest'ultima potrà farvi fronte, avendo delle risorse. Volevamo, quindi, che detti emendamenti potessero portare ad un'equiparazione tra città. Questo non è stato possibile e i nostri emendamenti non sono stati nemmeno Pag. 71presi in considerazione. Non appare sostenibile, in relazione ai criteri di ragionevolezza, equità e parità di trattamento tra amministrazioni e tra cittadini ed operatori economici, che un solo comune disponga di margini di manovra sulle entrate preclusi a tutti gli altri, e fonti di condizione di severa restrizione delle risorse rese disponibili all'intero sistema delle autonomie locali. Una sistematizzazione delle fonti di finanza proposte sarebbe poi potuta avvenire nell'ambito del processo di riassetto delle entrate locali previsto con l'attuazione del federalismo fiscale.
Questa poteva essere una norma transitoria, ma appunto all'agognato federalismo arriviamo mettendo in ginocchio le autonomie locali, costringendole a tagliare i servizi o ad aumentare le tariffe, un modo per liberare il Governo dal confronto diretto con i cittadini.
Con questa manovra si compie una scelta che non porta nessun risanamento, che non aiuta la crescita, che non sostiene il lavoro: una manovra sbagliata e ingiusta. È questo il motivo della nostra grande contrarietà.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Codurelli. Ne ha facoltà.

LUCIA CODURELLI. Signor Presidente e onorevoli colleghi (veramente pochi, perché credo che non interessi alla maggioranza, ancora una volta, discutere in Parlamento), come spesso è accaduto dall'inizio di questa legislatura, anche oggi ci troviamo a svolgere un dibattito che non si può definire tale, in quanto appunto la maggioranza e questo Governo sono sordi e chiusi alle nostre tante proposte che, con molto rispetto per il nostro ruolo, i deputati del PD hanno con serietà portato avanti, prima al Senato, nonostante l'ennesima fiducia allora, poi nelle Commissioni qui alla Camera, poi oggi in Aula, a fronte della trentaseiesima fiducia ed a fronte anche dell'arroganza di chi sa di aver fallito e sta facendo pagare questa crisi ai più deboli, ai giovani e alle donne. Sì, alle donne in particolare: tante sono le nostre proposte emendative in questo senso, perché da quando governate siete stati capaci di cassare le risorse messe a disposizione dal Governo Prodi per il sostegno al lavoro e alla formazione e per i servizi. Ricordo le risorse messe a disposizione per un piano straordinario per i nidi: dagli anni Settanta non avveniva più.
L'Italia è molto lontana dagli obiettivi stabiliti a Lisbona nel 2000 e oggi da Europa 2020: l'occupazione di oggi è ferma al 46,1 per cento contro il 60 per cento che avremmo dovuto raggiungere entro l'anno in corso. Siamo al novantaseiesimo posto al mondo per la partecipazione delle donne nell'economia e all'ottantottesimo posto per la presenza nel lavoro. È un dato inferiore a quello medio dell'Unione europea di circa 12 punti, una disparità enorme, dovuta soprattutto ancora all'idea per la quale assumere una donna significa incorrere nel pericolo della maternità. Questi sono i problemi che dovrebbe affrontare il Governo, non la caccia alle streghe sulla RU486 e sul resto (lo vorrei dire al sottosegretario Roccella, ma non solo a lei).
A fronte di una crisi così forte, occorrerebbero politiche attive per il lavoro, la promozione dell'impresa femminile, per la conciliazione, per la valorizzazione delle donne e lo sviluppo delle loro potenzialità, condizioni queste indispensabili, sostenute dai più lungimiranti, che pensano al futuro per uscire più forti dalla crisi in atto, crisi senza precedenti. Il Governo Prodi appunto, con la finanziaria 2007 aveva creato un Fondo, stanziando ben 727 milioni di euro in tre anni, di cui 446 dello Stato e 281 di cui dovevano essere compartecipi le regioni. Ad oggi, di fronte a tantissime richieste, non sappiamo che fine hanno fatto.
Con questa manovra assistiamo invece ad un taglio indiscriminato, orizzontale a comuni e regioni, e si risparmia sulla pelle delle donne. La difesa della Lega, sostenuta anche ieri in quest'Aula, è veramente incomprensibile e incoerente, per non dire altro: e poi dicono di essere federalisti! Federalisti di che? Come sulle pensioni oltre i quarant'anni, appropriandosi dei Pag. 72contributi versati in più: nulla di rivalutazione sulla propria pensione. Si tratta di una violazione senza precedenti, doppia violazione, sì, doppia discriminazione è questa, ancor più grave alla luce delle tante promesse al vento, promesse mai mantenute.
Non perdete occasione per affermare ipocritamente di essere per la famiglia. Ma quale famiglia? Quella dalla Gelmini? Quella del Ministro Bondi o di tanti altri Ministri? Sarebbe più corretto parlare al plurale, vista la realtà. Mai invece una scelta di sostegno vero alle famiglie italiane: le offendete e le lasciate sole a fronte dei tanti dati drammatici pubblicati anche in questi giorni sulla perdita del potere d'acquisto e sul conseguente calo dei consumi, compresi quelli alimentari.
È questo l'aiuto della Lega e del Popolo della Libertà, che non perdono occasione per dire che sono dalla parte delle famiglie? Non è stato previsto nessuno specifico intervento fiscale, nessun sostegno al reddito, nessuna deduzione sul carico familiare, nulla a sostegno del lavoro. Le nostre proposte emendative, presentate in tutte le occasioni, sostengono e propongono di intervenire, in questo senso, sui punti che ho citato. Non vi è alcuna continuità con gli interventi dell'allora Governo Prodi, che produsse un incremento nel numero dei lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato nelle regioni del sud, ma non solo. Credo che per ciascun lavoratore assunto allora siano state destinate delle risorse.
Questo Governo, invece, attraverso l'eliminazione di leggi e regole in essere, ha favorito, al contrario, il diffondersi di comportamenti sempre più scorretti da parte dei datori di lavoro nelle aziende e l'aumento delle discriminazioni nei confronti delle lavoratrici: l'allontanamento in seguito alla nascita di un figlio è aumentato moltissimo, e ciò è confermato dai dati dello stesso Governo. Le regole, ancora una volta, danno fastidio; siete allergici.
Non è abbastanza annunciare i tagli per il 2020, e il programma di azione ed inclusione delle donne nel mercato del lavoro presentato dal Governo. Certo, sono utili analisi che abbiamo detto di condividere ma, senza risorse, non si fa nulla; come dice il vecchio proverbio: «non si possono fare le nozze con i fichi secchi». Un lavoro veramente da oscar.
E le Ministre cosa dicono? Non le abbiamo proprio sentite. Purtroppo, invece, tempo fa, ne abbiamo sentita una: il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca ha avuto il coraggio di affermare che, dopo il parto, è un privilegio stare in congedo. È una vergogna, un insulto: la signora Gelmini dovrebbe chiedere scusa alle donne, a tante, a tutte le donne che sostengono, ogni giorno, carichi di lavoro che la Ministra, certamente, non ha mai provato.
In particolare, mi riferisco alla donne che lavorano in fabbrica e nei call center, che fanno tre turni, che vengono allontanate perché incinte, che non si vedono rinnovato il contratto di lavoro anche solo per il desiderio di maternità. Signor Ministro, certamente, loro non sono privilegiate come lei: non hanno il suo reddito da Ministro, che non verrà nemmeno decurtato con questa manovra; non possono avere a fianco la figlia con la tata: non hanno questo privilegio. È un privilegio che l'ha accecata e sarebbe bene che scendesse con i piedi per terra.
Basta con spot elettorali offensivi, a fronte di tanti casi drammatici, come quelli a cui abbiamo assistito negli ultimi giorni; drammi di omicidi e suicidi, a fronte della più frequente perdita del posto di lavoro. Non si regge più. Questa è l'insicurezza. Si sentono soli ed abbandonanti, a ragione, visti i tagli operati con questa manovra.
Vogliamo, oppure no, ragionare di questa drammatica realtà e di come vivono le famiglie? Per questo, abbiamo presentato delle proposte emendative che vanno in questa direzione, ma che sono state inascoltate. Prima di parlare, autoincensandosi, sentiamo sempre dire da questo Governo che tutto va bene, e Minzolini lo ripete ogni giorno come un disco rotto, violando ogni regola e codice di informazione; una vergogna. Pag. 73
Occorrerebbe riflettere e capire che la condizione del Presidente del Consiglio e dei suoi Ministri non è quella delle donne e delle famiglie normali, che grazie a questo Governo, hanno ogni giorno sempre di meno: dalla scuola, ai servizi, meno lavoro pagato e più lavoro gratuito, visto che ancora nulla è previsto per la conciliazione. Ciò, nonostante in Commissione lavoro - come ha ricordato testè la collega Schirru - sia stata votata all'unanimità, cioè da tutti, una risoluzione che impegnava il Governo proprio su questi temi, condivisi da tutti. Sono stati lettera morta, inascoltati.
Ecco perché abbiamo presentato diverse proposte emendative, ecco perché siamo qui oggi, nonostante la posizione della questione di fiducia, nuovamente, a sottolineare l'importanza non solo dell'articolo 12, ma anche dell'uscita flessibile dal lavoro, dell'abbuono di due anni per ogni figlio, al fine di un giusto riconoscimento a fronte di zero - lo ripeto, zero - azioni da parte del Governo. Si tratta di proposte emendative che non volete, e non avete voluto discutere nel merito, annientando, ancora una volta, il Parlamento e il Paese.
Abbiate il coraggio di dire che le vostre priorità sono altre, che sono le vostre e non quelle del Paese. Questo è il Governo più maschilista e più arretrato che abbia conosciuto: pensa che bastino solo gli spot, campagne patinate per la bella faccia dei Ministri, in barba alle difficoltà economiche del Paese. Inoltre, meritate un premio per il vostro concetto di parità e di pari opportunità: prendere alle donne, stante la situazione di disparità evidente, far passare per parità l'aumento pensionabile e scippare loro i risparmi per fare cassa.
Non è abbastanza avere nel Governo alcune ministre se poi stanno zitte. L'innalzamento dell'età pensionabile delle donne contenuto in questa manovra, scaricandone la responsabilità sull'Europa, è una beffa senza precedenti, penso personalmente che ci siano tutti gli estremi per ricorrere alla Corte europea; sì, in quanto sono le donne che sopportano l'80 per cento dei carichi familiari e invece si ritrovano con carriere bloccate, difficoltà nell'accesso al lavoro, salari più bassi, servizi a macchia di leopardo e in nome della parità si è provveduto ad aumentare ancora di più la disparità. Impossibile fare pari in parti diseguali.
Le divisioni interne al centrodestra, le profonde divisioni ancora una volta porteranno il Paese a pagare un duro prezzo per la crisi che sta vivendo. È già stato ricordato, ma lo voglio ribadire, ben 150 tavoli di crisi sono aperti presso il Ministero senza un Ministro dello sviluppo economico, e questo da mesi, ma dello sviluppo che ve ne frega? Proprio nulla. Infatti per la FIAT, incredibile, in questi giorni i nodi stanno venendo al pettine, e non bastano semplici appelli, sarebbe utile riflettere, se il Ministro Sacconi che guida un Ministero che io definisco il Ministero delle divisioni sindacali e oggi stiamo raccogliendo i frutti, drammaticamente i frutti. Quello che importa al Presidente del Consiglio e ai suoi collaboratori, sì, dico collaboratori, è ben altro: leggi ad personam per non essere inquisiti; da due anni in questo Parlamento tutto gira intorno a questo. Non ne possiamo più, è vergognoso, non è etico! Credo che anche i più restii, i più creduloni, i più affezionati alle reti di servizio al Premier o a quelle di Minzolini, e non solo oggi, spero riescano a capire che cosa può fare la «cricca» in questa azione.
Il Paese è allo stremo, in più oggi, questi sono dati non lo diciamo noi, i lavoratori e i pensionati pagano circa il 4 per cento in più di tasse locali rispetto al 2009: alla faccia della diminuzione! La Lega Nord cosa dice? Quanto ci troveremo a pagare poi, a fronte di questa manovra su tutti i servizi, sui trasporti per poter ancora usufruirne? La manovra è ingiusta, è inadeguata, dopo che questo Governo ha negato per mesi l'esistenza stessa della crisi, continua a non rendersi conto della gravità della situazione in cui versa il Paese. Intanto, ha alimentato la spesa pubblica, quella improduttiva e sono venute a galla le menzogne di Brunetta, è stata tagliata invece una voce importante come la scuola, la ricerca, l'innovazione. Pag. 74Ecco perché, le nostre proposte di risorse prese dagli evasori, prese da una tassazione delle rendite, vanno a sostenere questi comparti fondamentali. Proprio pochi giorni fa l'ISTAT ci ha ricordato che il tasso di disoccupazione in Italia è arrivato al 9 per cento mentre nel Mezzogiorno supera il 14 per cento. Ce lo vogliamo dire che finora ha tenuto la cassa integrazione guadagni ma nei prossimi mesi, quando la cassa integrazione sarà finita, dovremo fare i conti?
Ciò che è più grave è che il tasso di disoccupazione più elevato è quello giovanile, a maggio è salito addirittura al 29 e rotti per cento, si tratta del dato più elevato dall'inizio delle serie storiche dal 2004. Un dato enorme. I giovani rappresentano il futuro del Paese, sono la risorsa più importante su cui contare, un Governo responsabile e lungimirante avrebbe utilizzato la manovra proprio per guardare al futuro come ad un'occasione per garantire ai nostri ragazzi quelle opportunità che oggi non riescono a trovare.
Le nostre proposte emendative andavano a sostenere un'altra proposta in questo senso, invece nel testo mancano completamente politiche di sostegno alla crescita che accompagnino il Paese fuori della crisi. Non avete accettato, di discuterne seriamente. Proposte che propongono politiche in grado di promuovere occupazione stabile, in particolare per i giovani, per le donne, sostegno dei redditi dei lavoratori e pensionati, specie quelli più bassi, politiche che rimettano in moto la domanda interna, che aiutino le piccole imprese, l'ossatura del nostro Paese e che sono in difficoltà nel ricorso al credito, anche le più sane, che pianifichino scelte strategiche di politica di cui questo Paese ha un grande bisogno.
Politiche in grado di compiere quelle riforme necessarie per sostenere la competitività del nostro sistema produttivo. Penso, in particolare, alla riforma degli ammortizzatori sociali, prevista dall'accordo del welfare 2007, ma che il Ministro del lavoro si ostina ad impedire, ignorando che è proprio nei momenti di crisi che sono necessarie riforme profonde. No, occorre dividere invece di unire, questa è stata la scelta.
Il Ministro preferisce impegnare il Parlamento, e quest'Aula si troverà, di nuovo, a discutere disegni di legge come il famigerato collegato al lavoro, che rappresenta il fallimento: un progetto senza né capo né coda, che aumenterà ulteriormente le conflittualità nel mondo del lavoro.
Una politica miope, senza prospettive, di retroguardia, che guarda all'oggi senza considerare minimamente il domani. Una politica fatta di galleggiamenti, dispetti, mancanza di coraggio, favori a gruppi di interesse, annunci spot, rappresentativa di un'idea pubblicitaria del Governo che non ha a cuore i veri problemi degli italiani. Una politica che si accanisce contro i più deboli, proprio quando i più deboli andrebbero maggiormente aiutati e, ovviamente, si salvano invece i lor signori, a conferma della politica di questo Governo: dare a chi ha già.
I disabili sono stati umiliati, e poi, avete il coraggio di dire che siete per la vita? Non avete vergogna? Una persona non può essere umiliata ogni giorno per dover chiedere un favore invece di avere dei diritti, come quello che è successo sui disabili. Non è dignitoso e nemmeno coerente, si cancellano in questo modo anni di conquiste civili.
Una politica che prevede il 90 per cento dei tagli sui comuni non va da nessuna parte rispetto ai sostegni, rispetto a quello che occorre, e rispetto al tessuto del welfare del nostro Paese, che ha tenuto anche in questo momento di crisi. Una politica che renderà la vita infinitamente più complicata anche per chi, ogni giorno, utilizza il trasporto locale, gli asili nido comunali, l'assistenza domiciliare fornita dal comune, i servizi sanitari, e potrei continuare all'infinito.
Una politica che con i tagli alla previdenza rappresenta un vero e proprio ladrocinio ai danni di chi ha lavorato una vita intera, ladrocinio che si compie con il pieno consenso del Ministro del lavoro. Questo è esattamente, purtroppo, un altro segno dei tempi, e non mi riferisco alla Pag. 75beffa del famoso refuso che innalzava di tre mesi, nel 2015, anche il requisito dei 40 anni di contributi per andare in pensione. Altro che refuso! Meglio stendere un velo pietoso, alla spudoratezza non c'è limite.
L'onorevole Damiano, ieri, ha già illustrato ampiamente l'emendamento da noi proposto - e da me sottoscritto - presentato sull'innalzamento dell'età pensionabile, che la norma sui 40 anni di contributi è stata cancellata, come per i sessanta anni per le donne e i sessantacinque per gli uomini.
Dall'anno prossimo bisognerà lavorare in più, senza avere nessuna rivalutazione sulla propria pensione. È questa l'equità? E la Lega che dice ai lavoratori del nord? Potranno ringraziarla per aver mantenuto tutte le promesse elettorali. Ai lavoratori onesti un anno in più, per i prossimi anni, ma poi occorre dire che i quaranta anni sono spariti mentre agli evasori delle quote latte, per quelli - visto che qualcuno si è fatto eleggere in questo Parlamento -, per quelli vi è clemenza. Bravi! Un vero capolavoro. Il concetto di legalità della Lega è questo: forte con i deboli e debole con i forti.
Il ladrocinio si completa con il fatto, appunto, che quell'anno viene intascato dal Ministro Tremonti e non presso l'INPS come invece si è sempre fatto, e questo è addirittura anticostituzionale. Inoltre, il rispetto delle regole, non accettate dal Presidente del Consiglio, ma che servono a garantire la qualità della democrazia del nostro Paese e, nello specifico, di quelle che riguardano il rapporto fra Esecutivo e forze sociali. Mi riferisco all'accordo di luglio del 2007 sottoscritto dall'allora Governo Prodi, dai sindacati, e confermato da oltre cinque milioni di lavoratori con un referendum. Un accordo importante e condiviso, cancellato da voi solo con le deleghe, e ancora non ha visto luce tutto quello che doveva essere attuato in questi due anni.
Allo stesso modo, la manovra recepisce appunto criticamente l'innalzamento per le donne. Il Partito Democratico propone saggiamente di ritornare allo spirito della riforma Dini, introducendo una maggiore flessibilità nel sistema pensionistico per creare un sistema virtuoso capace di tener conto di esigenze diverse e i nostri emendamenti andavano in questo senso. La nostra era una proposta valida ma, purtroppo, non ci avete ascoltato.
Poi vi è il capitolo dei tagli nel pubblico impiego. La manovra di fatto blocca la contrattazione, violando così regole precise sulla sovranità delle parti nel negoziato. Ma, come dicevo, questi appunto sono lor signori. Si colpiscono i giovani con la reiterazione del blocco del turnover, la riduzione delle risorse e, come affermava prima la collega Murer, lo vedremo nei servizi essenziali e ne pagheremo la conseguenza perché quei servizi in moltissimi casi, nella sanità e non solo, sono retti da lavoratori precari e a tempo determinato.
Non è difficile, dunque, comprendere che per uscire dalla crisi e poter competere con i Paesi emergenti un Paese come il nostro ha bisogno di valorizzare il capitale umano che possiede e non cancellarlo. Per risparmiare, invece, qualche euro il Governo cancella, con un colpo di spugna, enti di eccellenza come l'ISAE, il cui torto non è certo quello di lavorare con grande professionalità, competenza e autonomia, bensì quello di aver fatto qualche previsione di politica economica non esattamente collimante con quelle del signore al Ministero dell'economia e delle finanze. Insomma, non si è ripiegato sul capo. Questo è quello che sta avvenendo.
Inoltre, si mettono delle zeppe in questa manovra, che pure sono passate abbastanza in secondo ordine, per le missioni sulle ispezioni per le direzioni provinciali del lavoro. Anche qui abbiamo presentato proposte emendative. In questo modo si completa il quadro di destrutturazione completa sui controlli e sulla sicurezza.
Si tratta dell'aumento dell'insicurezza, appunto, che per una politica sciagurata sta lasciando strascichi incredibili. Se non si interviene, il prossimo autunno sarà drammatico. La paura del futuro e la precarietà rappresentano ormai drammaticamente una condizione di vita e sono ormai, purtroppo, le caratteristiche più Pag. 76rappresentative di questo momento storico. Questa crisi avrebbe il merito, se così si può dire, di far capire a tutti noi che è arrivato il momento di cambiare, che questo modello di sviluppo non è più sostenibile e che questa finanza creativa, adottata in questi anni, è sciagurata. Il mercato, come soluzione a tutti i problemi, si è sciolto in un attimo al sole. Per questo la politica oggi ha il compito - o meglio, dovrebbe avere il compito - principale di non ripetere gli errori del passato. Purtroppo, tanti segni ci dicono che dopo le prime positive reazioni la finanza e l'economia sono tornate a farla da padrone, senza minimamente pensare ad una società più equa che poggi su fondamenta solide e sostenibili e che restituisca alle nostre future generazioni la speranza per il futuro. Tuttavia, per fare questo bisogna investire, come saggiamente fanno gli altri Paesi. Tagliare non basta, perché dalle scelte che facciamo oggi dipenderà il nostro domani. Ma sinceramente, onorevoli colleghi della maggioranza, non riesco a capire quale futuro il Governo abbia in mente. Forse semplicemente questa maggioranza non ha un'idea di futuro.
Il rischio è veramente grande. La delocalizzazione della FIAT diventa sempre più pericoloso che avvenga. Oggi è stata utilizzata per Pomigliano, ha funzionato come apripista e lo si è capito. Sappiamo, inoltre, che nelle imprese medie, in quelle piccole e soprattutto in quella ancora più piccole il sindacato è molto più debole che in quelle grandi. Il problema esiste, è grande e per questo va governato. Il problema, quindi, non è di disciplinare il sindacato, come qualcuno ha in testa, ma di pensare una proposta e una concertazione seria e importante. Stiamo andando verso un rapido azzeramento delle conquiste sindacali e dell'economia sociale e di mercato degli anni scorsi, per ritornare all'inizio di questo secolo.
Allora, se è per ragioni di efficienza sugli investimenti, di prezzo delle merci e delle condizioni di lavoro, ma seriamente si discuta di condizioni di lavoro per tutti, almeno qualcuno migliorerà. È incredibile come non si riesca ad avere una visione un po' più larga del proprio naso.
Ci si riempie la bocca di standard per il federalismo e poi non si ragiona su uno standard di benessere, di dignità e di diritti per tutti. Credo che questa possa e debba essere la sfida di fondo. Ma l'Italia - vogliamo dirlo oppure no? - è anche un Paese dove esistono sacche veramente di povertà evidente (non soltanto al sud), e il dislivello intollerabile della scala dei redditi e dei patrimoni individuali è, e continua ad essere, sempre maggiore.
Ecco allora perché dobbiamo tornare a ragionare. La manovra doveva essere un'occasione importante per uscire da questa crisi, per stabilire che il benessere prodotto sia veramente ridistribuito, perché in questi anni si è fermato questo circolo virtuoso, è regredito e l'arricchimento dei più ricchi è sempre stato maggiore, come l'impoverimento dei più poveri.
La manovra, come sentito ieri dall'onorevole Baldelli, è una scelta di politica importante (ha esordito così, alla faccia!). È una manovra a senso unico che non persegue il bene comune; anzi senza una riforma fiscale che blocchi il meccanismo e redistribuisca il benessere, non fa che aumentare le diseguaglianze.
Ecco perché i nostri emendamenti andavano in altra direzione. Invece, questa legislatura ha pensato a cancellare la concertazione che aveva funzionato bene in periodo di crisi dal 1993 al 2007. È tutto cancellato. Ecco perché questa manovra, così com'è, è ingiusta e ancor più aumenta le diseguaglianze e il nostro Paese continuerà a scendere la china.
Vogliamo combattere le ingiustizie sociali. Per uscire dalla crisi sono necessarie la concertazione e la coesione sociale, pena un peggioramento complessivo del «si salvi chi può». Non ci stiamo e voteremo convintamente «no» per questi motivi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Federico Testa. Ne ha facoltà.

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FEDERICO TESTA. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, i colleghi che mi hanno preceduto hanno illustrato ampiamente le questioni più generali relative alla manovra che stiamo esaminando e quindi questo mi consente di concentrare il mio intervento su tre questioni specifiche, e a mio modo di vedere emblematiche, in tema di energia che sono previste nella manovra, per poi passare, in conclusione, ad una considerazione più generale.
La prima questione è relativa all'articolo 7, comma 23, ove si prevede, che per garantire il pieno rispetto dei principi comunitari in materia nucleare, i commi 8 e 9 dell'articolo 27 della legge 23 luglio 2009, n. 99 sono abrogati, e, quindi, di conseguenza, entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione di questo decreto-legge, viene ricostituito il consiglio di amministrazione della Sogin Spa composto di cinque membri.
Ora, al di là del fatto per cui un anno dopo si abrogano i commi 8 e 9 della legge n. 99 del 2009 e si dice che lo si fa per garantire il pieno rispetto dei principi comunitari in materia nucleare, come se i principi comunitari in materia nucleare un anno fa non ci fossero o fossero diversi da quelli vigenti in questo momento, la cosa quantomeno curiosa è che - in Commissione X di questo avevamo ampiamente parlato per l'appunto in sede di esame della legge n. 99 del 2009 - con i commi 8 e 9 si decideva di commissariare, dall'oggi al domani, Sogin Spa, azzerando il consiglio di amministrazione nominato in precedenza, e sostituendolo, per l'appunto, con un commissario e due vicecommissari.
Il tutto nel momento in cui si diceva di avviare il ritorno del nostro Paese alla produzione di energia nucleare. Una delle motivazioni portate all'epoca era anche quella della necessità di ridurre costi inutili e, quindi, il passaggio ad un commissario e due vicecommissari consentiva - si diceva in Commissione - di produrre un risparmio delle spese sostenute dalla cosa pubblica.
Un anno dopo si ritorna ad un consiglio di amministrazione composto da cinque membri e non più da tre, quindi si amplia il consiglio di amministrazione e si dice che lo si fa per rispettare dei principi comunitari, ma ciò evidentemente può solo far sorridere. La considerazione da trarre è la seguente: la scelta di rientrare nella produzione di energia nucleare fatta da questo Governo è, a mio modo di vedere, assolutamente legittima, nel senso che un Governo ha il pieno diritto di porre dei temi al centro dell'attenzione e sviluppare intorno a questi la sua iniziativa politica.
Scelte come quelle relative alla Sogin, quindi ad uno dei pochi soggetti che in questi anni avevano competenze in tema di nucleare, o vanno ascritte semplicemente ad una logica di spoil system, e allora fare lo spoil system su una materia così delicata non è certamente una scelta lungimirante, oppure sono il segnale di un pressappochismo preoccupante nel momento in cui si va a chiedere al Paese di affrontare - lo ripeto - scelte legittime, ma della cui delicatezza siamo comunque tutti consapevoli, che non possono essere affrontate con una leggerezza ed una superficialità come, invece, il comma 23 dell'articolo 7 lascia presupporre.
La seconda questione riguarda l'articolo 15, dal comma 6 al comma 6-quinquies, in ordine all'aumento delle basi di calcolo dei sovracanoni e ad altre norme riguardanti le concessioni di grande derivazione d'acqua per uso idroelettrico. Nei primi commi si dice che si aumentano i sovracanoni a favore delle popolazioni coinvolte dagli impianti idroelettrici. Si tratta di una previsione - credo - assolutamente legittima che non suscita particolari problemi.
Innanzitutto, ciò viene fatto probabilmente con delle ricadute su quelli che saranno i costi finali dell'energia e, quindi, da questo punto di vista, non sarebbe stato male se il Governo avesse previsto anche come far fronte a questa necessità senza per tale motivo scaricare sui consumatori Pag. 78e, in particolar modo, sulle famiglie e le piccole imprese i maggiori costi della produzione di energia idroelettrica.
Tuttavia, il succo di questo articolo non sta nel titolo e nell'aumento dei sovracanoni, ma in due disposizioni che seguono. La prima è quella prevista al comma 6-bis, in cui si prevede che siano eliminate le parole «, e fino alla concorrenza di esso» quando si parla di sovracanoni. Cercherò di spiegare in termini semplici una questione che poi, alla fine, è banale. Le comunità interessate potevano, al posto di ricevere i canoni, chiedere di ricevere energia elettrica (quindi, se ho diritto a 100 di canone, mi dai 100 di energia elettrica).
Eliminando le parole «, e fino alla concorrenza di esso» vuol dire che si mette in atto un meccanismo per cui le comunità interessate hanno diritto di richiedere energia elettrica ai produttori non fino alla concorrenza del canone, ad esempio 100, ma evidentemente (non si capisce, ma il testo della norma lo lascerebbe presupporre) fino a quando ce n'è. Peraltro, non è chiaro se a prezzo di costo o a prezzo di mercato, però con questa norma si apre la strada per cui ogni singola comunità può trasformarsi in trader di energia e, tra l'altro, in trader di un'energia particolarmente complicata, come quella idroelettrica, perché è un'energia che, da un lato, ha costo zero nel momento in cui gli investimenti sono stati ripagati, e, dall'altro lato, è un'energia che serve per fare una cosa molto complicata che si chiama modulazione del sistema, cioè dare energia quando ci sono dei picchi di domanda. Come questa previsione, che parrebbe tutto sommato marginale, possa influire sulla modulazione del sistema elettrico, sugli assetti del sistema elettrico non è dato sapere, però la cosa non può essere trascurata né sottovalutata.
Sempre nell'articolo 15, al comma 8, si prevede che vi sia una proroga di ulteriori 7 anni di concessione a favore di quei soggetti esercenti impianti idroelettrici che conferiscano gli impianti in società pubbliche di proprietà degli enti locali. Attraverso questa disposizione, di fatto, si punta ad una ripubblicizzazione del sistema di produzione idroelettrica nel nostro Paese, scelta condivisibile, ma certamente in contrasto con tutte le dichiarazioni sulla necessità di privatizzare, di aprire al mercato e quant'altro. Ma la cosa divertente è che questa possibilità non viene estesa a tutto il territorio nazionale; viene prevista per le province confinanti con le province autonome di Trento e di Bolzano, per quelle confinanti con la Confederazione elvetica e per quelle nelle quali oltre il 60 per cento dei comuni ricade nella zona climatica F di cui al relativo provvedimento.
Quindi, si inserisce nella manovra una norma che assolutamente non ha un approccio complessivo di sistema, riguarda solo alcuni territori, prevede che vi siano proroghe nelle concessioni purché, di fatto, il sistema di produzione idroelettrica torni nelle mani del pubblico, senza gare, con affidamenti diretti, e lasciando quindi ai produttori idroelettrici, che fino ad oggi hanno operato sul mercato, la possibilità, se lo vorranno e se sarà loro concesso dai soci pubblici, di diventare soci di minoranza nelle società con cui sinora hanno operato nel mercato.
Lo ripeto: si tratta di una norma che segna una pericolosa involuzione per quello che riguarda la liberalizzazione del mercato elettrico, nel suo complesso solleva particolari preoccupazioni per quello che riguarda il governo del sistema idroelettrico che, come dicevo, è particolarmente delicato perché svolge una funzione che non è paragonabile a quella di altre forme di produzione.
Tutto ciò, evidentemente, stride con le declamate volontà liberalizzatrici del Governo, che si applicano in maniera quanto mai rigida in settori come quelli dell'acqua potabile. In tale settore, si spinge - con norme come quella che prevede la necessità della cessione delle quote da parte delle public utilities in tempi molto brevi - ad una possibile svendita, anche se, forse, questa è una parola grossa, ma comunque si creano certamente problemi (in termini di prezzi e di condizioni) di entrata dei privati nel settore dell'acqua Pag. 79potabile e, invece, guarda caso, nel settore della produzione idroelettrica, si fa assolutamente il contrario.
L'ultima questione che vorrei sollevare riguarda l'articolo 45, il quale prevedeva, originariamente, l'abolizione dell'obbligo di ritiro, da parte del Gestore dei servizi elettrici, dei certificati verdi in eccesso. La norma, nello specifico, è stata modificata dal Senato e quindi si è posto un rimedio - se pure parziale - alla previsione originaria. Tuttavia, vorrei sottolineare il fatto - e lo dico con grande convinzione, l'ho anche dichiarato in più occasioni - che, in tema di incentivi alle fonti rinnovabili, è necessario un ripensamento, che deve, da un lato, sempre di più, spingere a favore di fonti che non abbiano ricadute ambientali, ma, dall'altro, tener conto anche di una prospettiva di sostenibilità economica intrinseca di lungo periodo.
Occorre, quindi, che il sistema di incentivi delle fonti rinnovabili venga ripensato in modo tale da tener conto della riduzione dei costi di produzione e delle ricadute delle tecnologie sul sistema produttivo del nostro Paese. Infatti, ha più senso incentivare quelle fonti che consentono di produrre industria nel nostro Paese, cioè di dare un ruolo al nostro settore manifatturiero, piuttosto che altre fonti che vedono i contributi generosi che il nostro Stato eroga sovvenzionare, prevalentemente, i produttori di Paesi stranieri.
Quindi, non ho riserve particolari sullo spirito che, probabilmente, poteva animare l'estensore della norma, se era quello teso a ritrovare un approccio sistematico al tema delle fonti rinnovabili. Tuttavia, disposizioni come quelle dell'articolo 45, così come, non più di un anno fa, norme come quelle che hanno previsto, dall'oggi al domani, per il sistema elettrico, il passaggio dal system marginal price al pay as bid, non sono norme di destra, di sinistra o di centro, ma sono norme stupide, se mi è concessa questa espressione. Si tratta di norme che non si rendono conto di intervenire su assetti estremamente delicati di settori ad alta intensità di capitale. Mi spiego: tutto il settore della produzione energetica - elettrica in particolare - richiede elevati investimenti, con periodi di recupero estremamente lunghi. La logica dell'investimento è quella di un esborso di risorse oggi certo, nella speranza di un ritorno di risorse negli anni futuri e di un margine conseguente al ritorno.
Norme come quella dell'articolo 45, che dall'oggi al domani intervengono in un settore tra l'altro estremamente coinvolto anche da pratiche di finanziamento e di intervento degli istituti finanziari, rischiano di bloccare per anni gli investimenti nel nostro Paese, perché viene meno l'affidabilità del sistema Paese. Poi ci si può mettere una pezza - qui una pezza si è cercato di metterla e si è trovata, ma non entro nel merito della sua validità - però, per chi deve investire, trovarsi di fronte ad un potere politico che, dall'oggi al domani, cambia le regole del gioco su cui gli investitori hanno costituito progetti di investimento di durata quindicennale, ventennale o trentennale significa non rendersi conto che, in questo modo, gli investimenti di cui abbiamo tanto bisogno probabilmente verranno dirottati in altri Paesi ed in altre situazioni.
Signor Presidente, mi avvio alla conclusione. Il mio è quindi un appello al Governo, ma è anche una denuncia. Ci sono argomenti seri che vanno affrontati. Molti dei temi che riguardano l'energia sono argomenti che hanno una portata importante anche per lo sviluppo del Paese. Si tratta di tematiche e di scelte che vanno affrontare con serietà e rigore, perché senza serietà e rigore si fanno slogan e campagne mediatiche, ma non si fanno investimenti e non si cambiano le condizioni di base di un Paese. La mia impressione è che con questo modo di fare, che ho illustrato facendo riferimento a queste tre questioni specifiche in tema di energia previste nella manovra, credo che sarà certamente difficile far fare al nostro Paese quel salto di qualità di cui ha bisogno. Quindi, da questo punto di vista penso che sia giusto, proprio se questo salto di qualità lo vogliamo fare, chiedere al Governo un approccio diverso, più sistematico e meno figlio degli slogan e delle battute facili, che dia certezza alle imprese Pag. 80e agli investitori e che possa assicurare anche al nostro Paese di poter affrontare sfide delicate come quelle che abbiamo di fronte (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Calvisi. Ne ha facoltà.

GIULIO CALVISI. Signor Presidente, con poche parole vorrei intervenire su ciò che è successo questo pomeriggio. Noi non abbiamo rinunciato ad esprimere le nostre proposte alternative a quelle avanzate dal Governo. Abbiamo illustrato i nostri emendamenti pure in presenza della posizione della fiducia da parte del Governo e anche in presenza di una manifestazione importante che, come partito, stiamo tenendo in queste ore a L'Aquila. Non c'era nessuna volontà ostruzionistica da parte nostra. Abbiamo però voluto fare una scelta di rispetto innanzitutto verso l'istituzione che rappresentiamo e verso i cittadini, che guardano con fiducia e speranza a quello che fanno il Partito Democratico e il suo gruppo. Abbiamo voluto lasciare agli atti le nostre proposte emendative, le nostre controproposte ad una manovra che abbiamo giudicato negativamente sin da quando è stata presentata.
Occorre rispetto verso le istituzioni, verso i cittadini e verso noi stessi. La parola rispetto, invece, non viene più usata da questo Governo e da questa maggioranza. Prima hanno smesso di usarla nei confronti dell'opposizione, poi nei confronti dell'intero Parlamento.
Adesso vedo, leggendo i giornali, che non la si usa neanche al proprio interno. Signor Presidente, abbiamo espresso un giudizio molto chiaro e netto sulla manovra: abbiamo detto che non ci convince la linea e la politica dei tagli lineari. Abbiamo detto che è una politica di finanza pubblica sbagliata, perché, se può produrre effetti contingenti sul contenimento del deficit, non influisce minimamente sul macigno allo sviluppo e alla crescita del nostro Paese, cioè l'alto rapporto fra debito e PIL.
Abbiamo detto che queste misure rischiano di produrre lo stesso effetto che ha già prodotto la madre di tutte le manovre finanziarie di questo Governo, il decreto-legge n. 112 del 2008, cioè può addirittura produrre un aumento della spesa della pubblica amministrazione e non un contenimento della spesa, che sarebbe l'obiettivo di partenza da raggiungere.
Abbiamo detto che questa non è una manovra giusta, perché distribuisce il peso dei tagli in maniera sconsiderata, facendoli gravare soprattutto sugli enti locali, le regioni e i comuni, che, tra l'altro, in questi anni, come vi abbiamo detto in numerosi interventi, hanno dimostrato di essere più virtuosi dello Stato stesso.
Ma con riferimento a questi tagli, a queste cifre e a questi numeri, che vi abbiamo ripetuto in queste non tante ore di dibattito - ma comunque ve li abbiamo ripetuti e fatti conoscere - vorrei sottolineare che non abbiamo fatto solo un ragionamento contabile, perché dietro quel segno meno nei trasferimenti a comuni, province e regioni vi sono persone in carne ed ossa, meno servizi per i cittadini, meno politiche per la salute, meno asili nido, meno istruzione, meno sapere per i giovani, meno assistenza per i poveri, gli anziani e i non autosufficienti, meno investimenti e meno opere pubbliche.
Questa vostra finanziaria reca il segno meno e colpisce le persone più deboli. Come vi abbiamo detto durante la discussione sulle linee generali e l'illustrazione degli emendamenti, questa manovra non innesca processi di crescita. Avremmo potuto avviare un confronto con voi, anche serrato, se questa manovra avesse fatto dei tagli, anche consistenti, alla spesa pubblica e allo Stato sociale, ma avesse innescato processi di crescita, magari con la ricetta che ha funzionato negli anni Ottanta in altri Paesi, quella di una forte riduzione fiscale per le imprese e per le famiglie.
Questo non è accaduto: voi ci proponete soltanto una linea di tagli e noi abbiamo presentato le nostre proposte alternative. Vi abbiamo detto di agire sulla leva fiscale, vi abbiamo detto di agire sulla politica delle liberalizzazioni e vi abbiamo detto che non può esistere una crescita di questo Paese senza una scuola, una ri Pag. 81cerca, un'innovazione e un'università sulle quali il Paese punti con decisione, senza un rilancio della pubblica amministrazione e senza un'equità infragenerazionale nel sistema pensionistico e, più complessivamente, nel sistema di welfare.
Penso che alla fine di questa seduta, di questa lunga discussione, siano emerse con chiarezza due idee di politica economica e di finanza pubblica: da una parte c'è la vostra idea e dall'altra parte c'è la nostra; sono due idee radicalmente diverse e alternative.
Penso che questi due giorni di discussione siano stati importanti per noi, perché abbiamo fatto un altro passo in avanti per costruire una seria alternativa ad un Governo che è sempre meno credibile, perché litigioso e diviso al proprio interno, ma che è sempre meno credibile soprattutto nel rapporto con i cittadini. Infatti, tutti i sogni e tutte le promesse che avete fatto in campagna elettorale ormai stanno evaporando e penso che i cittadini di questo siano sempre più consapevoli (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. Sono così conclusi gli interventi per l'illustrazione degli emendamenti a norma dell'articolo 116, comma 2, del Regolamento. Il seguito dell'esame del provvedimento è rinviato alla seduta di domani.

Ordine del giorno della seduta di domani.

PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della seduta di domani.
Ricordo che il Parlamento in seduta comune è convocato domani alle ore 12,30 per l'elezione di otto componenti il Consiglio superiore della magistratura. La chiama avrà inizio dai deputati.

Mercoledì 28 luglio 2010, alle 15,30:

Seguito discussione del disegno di legge:
S. 2228 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, recante misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica (Approvato dal Senato) (C. 3638).
- Relatori: Gioacchino Alfano, per la maggioranza; Baretta e Borghesi, di minoranza.

La seduta termina alle 19,55.

TESTO INTEGRALE DELL'INTERVENTO DEL DEPUTATO FRANCO NARDUCCI IN SEDE DI DISCUSSIONE SULLE LINEE GENERALI DEL DISEGNO DI LEGGE DI CONVERSIONE N. 3638

FRANCO NARDUCCI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, molto è stato detto ieri dai colleghi che mi hanno preceduto sul provvedimento che stiamo esaminando, per cui vorrei sviluppare alcune considerazioni riservandomi di consegnare al resoconto stenografico, se lei lo consente, signor Presidente, il testo del mio intervento.
La manovra che stiamo discutendo, pur rappresentando un atto necessario in questa particolare situazione economico-finanziaria internazionale anche in ottemperanza al vincolo europeo circa la stabilizzazione della spesa pubblica, risulta iniqua nel suo complesso poiché i sacrifici richiesti non possono dirsi equamente distribuiti tra i più abbienti e i meno abbienti o per essere più chiari tra ricchi e poveri.
Non mettiamo in dubbio che si debbano fare dei sacrifici, ma abbiamo bisogno che i sacrifici siano condivisi da tutti e che si discuta, qui in Parlamento, apportando il contributo di ciascuno. Abbiamo bisogno che il Parlamento possa discutere liberamente senza imposizioni, senza minacce di ricorso al voto di fiducia, come ormai è prassi.
Proprio perché la crisi, alla quale cerchiamo di porre argine, è stata generata, in primis, da una profonda crisi morale e di regole è necessario che proprio da questo luogo della democrazia arrivi un Pag. 82segnale chiaro di attenzione a tutti i cittadini, ridando centralità ai valori etici in questa fase caratterizzata da ruberie e malcostume, puntando con attenzione al bene della coesione sociale secondo un modello di sviluppo economico e sociale nuovo e orientato al bene della comunità.
È certamente curioso notare che se la crisi ha un'origine essenzialmente centrata sulle regole e sulla dimensione morale, nel provvedimento al nostro esame si taglia la formazione del personale delle pubbliche amministrazioni. E ciò in un momento di transizione in cui lo strumento della formazione è un'arma essenziale per governare il cambiamento e ridefinire quindi le priorità. Nella società della conoscenza e della competitività si continua a penalizzare settori strategici per la formazione dei giovani che dovranno affrontare molte sfide nello scenario globale e cercare di costruire un futuro sostenibile.
Proprio nel momento in cui l'Unione europea lancia la strategia Europa 2020 al fine di uscire dalla crisi e preparare l'economia europea ad affrontare il prossimo decennio, il Governo, nel provvedimento in esame, perde di vista le prospettive indicate dall'Unione europea limitandosi ad una semplice operazione di bilancio, necessaria ma che non incide sullo sviluppo né sull'occupazione, con una pericolosa incidenza sulla tenuta della coesione sociale che rappresenta uno dei tre punti cardine della strategia europea, assieme alla promozione di una crescita intelligente basata sulla conoscenza e sull'innovazione ed allo sviluppo sostenibile.
Ma si favorisce la coesione sociale operando tagli lineari sulle attuali strutture retributive? O si determinano effetti regressivi che ricadono sui più deboli e sui più giovani? Come facciamo ad infondere fiducia ai giovani se si agisce in maniera iniqua, senza mostrare attenzione alla voglia di futuro che si legge negli occhi di chi da poco si è affacciato al mondo del lavoro, oppure cerca di inserirvisi dando, con entusiasmo, il proprio contributo per costruire un mondo migliore, come ridare fiducia alle famiglie quando a loro vengono preclusi l'accesso ai servizi diventati più cari? Spesse volte sono servizi che dovrebbero essere erogati dal sistema delle Autonomie locali (regioni, province e comuni) che sono colpite dai tagli per oltre il 60 per cento del totale e vedono azzerati i trasferimenti derivanti dalle riforme del centrosinistra, con uno schiaffo a quel federalismo tanto declamato quanto agognato dalla Lega Nord!
Purtroppo non vi è un nesso di proporzionalità nei tagli contenuti nel provvedimento che stiamo esaminando e quindi manca un senso profondo di giustizia che renderebbe più accettabili i sacrifici e più coesa la società. Non si costruisce il futuro senza un consenso etico di fondo in cui ogni cittadino si senta partecipe di un progetto di società e parte di una comunità, di quella comunità che l'anno prossimo vuole festeggiare i suoi 150 anni di storia.
In un Paese dove il tasso di disoccupazione è arrivato all'8,7 per cento, con punte del 14 per cento nel Mezzogiorno dove, secondo le recentissime stime del CNEL, se consideriamo anche gli inattivi si arriva a cifre del 24,8 per cento. Una tendenza che dimostra come il dibattito sul mercato del lavoro sia fortemente attuale e desta enormi preoccupazioni tra le famiglie poiché i tempi di ripresa non sembrano sufficienti a venire incontro alla domanda di lavoro, a volte inespressa per sfiducia, che è presente nella società. Una sfiducia che sta portando tanti giovani a scegliere, ancora una volta come avveniva in passato, la strada dell'emigrazione con gravi perdite per il nostro Paese in termini di know-how.
Ci aspettavamo che a questa domanda volesse rispondere il Governo, con politiche in grado di sostenere la stabilità dell'occupazione, aiutando le imprese a realizzarla, sostenendo i redditi delle famiglie in difficoltà e in condizioni di disagio. Ma è una risposta che non riusciamo a vedere.
Nei prossimi mesi il nostro Paese è chiamato a presentare all'UE, come del resto gli altri Stati membri, il primo programma nazionale di riforme per i prossimi dieci anni con particolare attenzione Pag. 83alle politiche economiche e sociali; forse si poteva cominciare già con questo provvedimento a venire incontro alla necessità di coesione sociale di cui abbiamo bisogno tutti in Europa. Infatti le politiche di austerity e di ridimensionamento dei disavanzi hanno efficacia residuale se non sono accompagnate da politiche proattive per la crescita.
Ben altri atteggiamenti si hanno in altri Paesi europei, come la Germania o la Francia, che pur attuando manovre di risanamento dei conti pubblici hanno deciso di destinare considerevoli risorse di bilancio allo stimolo e al rilancio dell'economia.
In un Paese come l'Italia, che ha bisogno di rilanciare le esportazioni con un protagonismo nuovo sui mercati internazionali oltre che competere in innovazione, i tagli lineari rappresentano una scelta miope, come sono senz'altro quelli al Ministero degli Affari esteri già gravemente provato da ripetuti ridimensionamenti effettuati negli anni precedenti.
Se vi è una riduzione lineare del 10 per cento delle dotazioni finanziarie di ciascun Ministero, per quanto riguarda gli Esteri essa ha effetti gravissimi poiché intacca la capacità di attività istituzionale del ministero stesso. Una attività ancor più essenziale in un periodo di crisi dove le imprese hanno bisogno di sbocchi internazionali per riattivare la produttività puntando anche strategicamente sul favore che il made in Italy incontra nel mondo. Un'attività istituzionale che assieme alla rete degli italiani nel mondo può offrire al nostro Paese una marcia in più. Ma si taglia senza riflettere e si tagliano anche i servizi verso le nostre comunità nel mondo, insomma si fa di tutto per scardinare quel Sistema Italia che invece, opportunamente riformato, potrebbe dare tanto al nostro Paese.
I continui tagli al bilancio del Ministero degli affari esteri hanno creato una situazione estrema di malumore ad ogni livello, sfociata nella manifestazione di protesta del personale amministrativo e diplomatico andata in scena ieri. Ma ci dica il Ministro Tremonti come può un ministero che rappresenta l'Italia nel mondo, che ha caratteristiche uniche di specificità professionali, svolgere seriamente i propri compiti istituzionali con risorse al di sotto di ogni limite di sopportabilità?
Fino ad ora la scure dei tagli al bilancio del MAE ha colpito abbondantemente la cooperazione allo sviluppo e tutto ciò che concerne gli italiani residenti all'estero, esclusi dall'esenzione dell'ICI sulla prima casa, nonostante i pertinenti riferimenti normativi e nonostante che il precedente Governo Prodi avesse loro riconosciuto l'ulteriore detrazione fino a 300 euro di tale imposta. Tutto ciò che riguarda milioni di cittadini italiani residenti all'estero è stato preso di mira: tagli all'assistenza sanitaria, smantellamento della rete consolare e chiusura degli uffici, una sforbiciata pesantissima alle risorse destinate alla promozione e alla diffusione della nostra lingua e del nostro patrimonio culturale che hanno subìto, già a partire dai primi provvedimenti di natura finanziaria attuati dal Governo nel 2008 e successivamente con la manovra finanziaria triennale 2009-2011, un ridimensionamento drastico che esprime una preoccupante rinuncia alla proiezione internazionale dell'Italia e al ruolo di accompagnamento al sistema economico italiano, in un contesto globalizzato, che la nostra lingua e la nostra cultura possono esercitare con il contributo attivo delle comunità italiane sparse nel mondo. Ed è in questa logica assolutamente inaccettabile, signor Presidente, che alla benemerita Società Dante Alighieri, che da oltre un secolo opera con grande beneficio per il nostro Paese in un numero impressionante di nazioni, si infligge, con un solo colpo, una riduzione del 53,5 per cento del contributo ministeriale, dopo averlo ridotto consistentemente già lo scorso anno.
Devo poi sottolineare il fatto che questo procedere a mezzo di tagli lineari, unitamente alle previsioni di potestà normativa secondaria da parte del Governo, va ad incidere sulla funzione di indirizzo e controllo esercitata dal Parlamento sulle voci di spesa. Infatti è previsto che il Governo possa successivamente rimodulare le voci Pag. 84di spesa andando ad incidere, senza che il Parlamento possa esprimere il suo voto in merito, sul finanziamento di una attività od un'altra.
I tagli al MAE, il cui bilancio è costituito essenzialmente da voci legate ad attività inerenti la proiezione internazionale del nostro Paese ed al rispetto degli impegni assunti in sede internazionale, sono poco comprensibili soprattutto se l'Italia vuole continuare ad essere un Paese attivo sullo scenario globale.
Per il Ministero degli Affari Esteri il taglio del 10 per cento significa una riduzione di 43.926.000 euro per il 2011, di 43.885.000 euro per il 2012 e di 43.015.000 per il 2013 che va ad aggiungersi agli oltre 89 milioni di euro tagliati in sede di finanziaria e bilancio e al taglio di ben 500 milioni di euro operato nel 2008.
Sono tagli che comunque nel presente provvedimento si aggiungono a quelli di cui all'articolo 6 sulla riduzione della spesa per la Pubblica amministrazione compresa la formazione e le missioni all'estero, che significa andare ad incidere sull'attività dell'istituto diplomatico Toscano per la formazione dei giovani diplomatici.
Un gesto poco accettabile in un contesto dove la situazione geopolitica internazionale è in continua evoluzione ed il nostro Paese ha bisogno di personale altamente qualificato sia per far fronte alle esigenze dell'Unione europea, soprattutto in fase di avvio del Servizio europeo di azione esterna, sia per esercitare un ruolo guida in un rinnovato sistema multilaterale.
Come fare, in un quadro siffatto, a mantenere fede agli impegni internazionali del nostro Paese ed assicurare la dovuta attenzione ai connazionali all'estero ed alle imprese italiane attraverso la rete diplomatico-consolare che si trova ridotta a lavorare dovendo fare i conti con l'essenziale? Come si fa a chiedere ancora sacrifici agli italiani all'estero e andare ad intaccare un ministero che incide solo dello 0,4 per cento sul bilancio dello Stato?
Vi sarà un ulteriore doloroso ridimensionamento della rete diplomatico-consolare senza aver avuto la possibilità di avviare un dibattito sereno sia in Parlamento sia tra le comunità italiane all'estero interessate cercando di mettere a punto un progetto di ristrutturazione ed ammodernamento condiviso ed efficace oltre che efficiente.
Ma qui si taglia senza tener conto delle esigenze reali dei cittadini italiani all'estero, che pur hanno contribuito al successo dell'Italia nel mondo, e senza tener conto degli impegni internazionali assunti a cominciare da quelli per il raggiungimento degli Obiettivi del millennio delle Nazioni Unite. Si avranno effetti sui contributi volontari che il nostro Paese eroga agli organismi internazionali operanti nell'area dei diritti umani, e come possiamo permetterlo?
L'Italia, il Paese che ha sempre difeso la dignità della persona sullo scenario internazionale, il Paese che ha condotto battaglie per l'abolizione della pena di morte, che si batte per la difesa della vita, si dimentica ora dei diritti umani! Non è un buon biglietto da visita, non è coerente con la nostra identità e il nostro ruolo nel mondo come non lo è il provvedimento che stiamo esaminando nel suo insieme e al quale non possiamo dare il nostro consenso.
Durante la campagna elettorale avevate promesso agli italiani meno tasse e più sviluppo, meno burocrazia e più efficienza, legalità e più sicurezza, avevate promesso di dare uno scossone alle strutture vecchie e ingombranti per proiettare il Paese nella modernità. E tuttavia, nonostante il popolo italiano vi abbia dato una maggioranza stratosferica come non si era mai vista nei due rami del Parlamento, tutte le vostre promesse sono rimaste nei cassetti. Al posto della modernizzazione del Paese e delle megainfrastrutture ci avete dato le cricche al potere con le loro bramosie e avidità, lo scandalo del G8 e quello della bonifica dello stretto della Maddalena, dell'eolico e della Protezione (in)civile.
Altro che più concorrenza: avete annullato le liberalizzazioni fate dall'allora Ministro Bersani, rese insignificanti le class action e avete aperto porte e portoni all'evasione fiscale, cresciuta a dismisura Pag. 85con la vostra compiacenza e con la vostra politica di condoni e perdoni fiscali di ogni genere, con uno scudo fiscale vergognoso che ha consentito di legalizzare nell'anonimato risorse sottratte al fisco e in tanti casi di dubbia provenienza. Cose mai viste nei paesi democratici europei che hanno un senso di rispetto per i loro cittadini e le buone pratiche amministrative. Con questa manovra, con alcuni provvedimenti in essa contenuta, di fronte ad una situazione economica diventata incontrollabile, avete fatto marcia indietro introducendo una parvenza di lotta all'evasione fiscale, quella lotta che dai banchi dell'opposizione abbiamo rivendicato con forza ad ogni provvedimento di carattere economico presentato dal Governo.
Il Governo, ancora una volta, ha perso un'importante occasione per mettere a punto un provvedimento di ampio respiro capace di guardare al futuro, offrendo all'Italia un assetto economico e finanziario più solido, con un fisco più giusto e difficile da evadere, in una prospettiva di crescita in cui il nostro Paese è proiettato proficuamente sullo scenario internazionale.
Concludo, signor Presidente, sottolineando che la prudenza economica, come ricordava un noto autore del passato, non può consistere semplicemente nel «guardarsi dalle spese» ma deve rintracciarsi nel «sapere spendere con vantaggio» e questa manovra non lo fa.

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ORGANIZZAZIONE DEI TEMPI DI ESAME DELLA MOZIONE N. 1-00418

Mozione n. 1-00418 - Iniziative per il rafforzamento dei controlli e delle tutele in materia di giochi e scommesse

Tempo complessivo, comprese le dichiarazioni di voto: 6 ore (*).

Governo 25 minuti
Richiami al Regolamento 10 minuti
Tempi tecnici 5 minuti
Interventi a titolo personale 58 minuti (con il limite massimo di 14 minuti per il complesso degli interventi di ciascun deputato)
Gruppi 4 ore 22 minuti
Popolo della Libertà 1 ora e 16 minuti
Partito Democratico 1 ora e 3 minuti
Lega Nord Padania 35 minuti
Unione di Centro 31 minuti
Italia dei Valori 28 minuti
Misto: 29 minuti
Alleanza per l'Italia 8 minuti
Noi Sud Libertà e Autonomia - Partito Liberale Italiano 6 minuti
Movimento per le Autonomie - Alleati per il Sud 5 minuti
Liberal Democratici - MAIE 4 minuti
Repubblicani, Regionalisti, Popolari 3 minuti
Minoranze linguistiche 3 minuti

(*) Al tempo sopra indicato si aggiungono 5 minuti per l'illustrazione della mozione.

VOTAZIONI QUALIFICATE
EFFETTUATE MEDIANTE PROCEDIMENTO ELETTRONICO

INDICE ELENCO N. 1 DI 1 (VOTAZIONI DAL N. 1 AL N. 2)
Votazione O G G E T T O Risultato Esito
Num Tipo Pres Vot Ast Magg Fav Contr Miss
1 Nom. ddl 3638 - chiusura discus. gen. 561 561 281 299 262 17 Appr.
2 Nom. ddl 3638 - quest. preg. nn. 1,2,3 563 563 282 259 304 14 Resp.

F = Voto favorevole (in votazione palese). - C = Voto contrario (in votazione palese). - V = Partecipazione al voto (in votazione segreta). - A = Astensione. - M = Deputato in missione. - T = Presidente di turno. - P = Partecipazione a votazione in cui è mancato il numero legale. - X = Non in carica.
Le votazioni annullate sono riportate senza alcun simbolo. Ogni singolo elenco contiene fino a 13 votazioni. Agli elenchi è premesso un indice che riporta il numero, il tipo, l'oggetto, il risultato e l'esito di ogni singola votazione.