XVI LEGISLATURA


Resoconto stenografico dell'Assemblea

Seduta n. 325 di giovedì 20 maggio 2010

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PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE ROCCO BUTTIGLIONE

La seduta comincia alle 9,35.

RENZO LUSETTI, Segretario, legge il processo verbale della seduta di ieri.
(È approvato).

Missioni.

PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati Alessandri, Cicchitto, Colucci, Cossiga, Crimi, Dozzo, Franceschini, Lo Monte, Malgieri, Martini, Mazzocchi, Melchiorre, Migliavacca, Ravetto, Reguzzoni, Rigoni, Sardelli, Stefani, Tabacci e Urso sono in missione a decorrere dalla seduta odierna.
Pertanto i deputati in missione sono complessivamente sessantanove, come risulta dall'elenco depositato presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell'allegato A al resoconto della seduta odierna.

Ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicate nell'allegato A al resoconto della seduta odierna.

In ricordo del professor Massimo D'Antona (ore 9,38).

CESARE DAMIANO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CESARE DAMIANO. Signor Presidente, oggi è il 20 maggio; undici anni fa veniva assassinato, dalle Brigate rosse, il professor massimo D'Antona.
D'Antona scriveva: «Ci sono dei diritti fondamentali del mercato del lavoro che debbono riguardare il lavoratore, non in quanto parte di un qualsiasi tipo di rapporto contrattuale, ma in quanto persona che sceglie il lavoro come programma di vita e si aspetta dal lavoro l'identità, il reddito, la sicurezza, cioè i fattori costitutivi della sua vita e della sua personalità».
D'Antona intendeva dire che l'attenzione deve spostarsi dalle masse al lavoratore, inteso come persona, e che i diritti, nell'era della globalizzazione che in quegli anni si andava imponendo, dovessero avere una base unitaria, indipendentemente dalla diversità delle condizioni di partenza dei singoli. Intendeva la necessità di dar vita a strumenti di tutela, e quindi di coesione sociale, adeguati ai mutamenti dei tempi e che si dovesse dar vita a un nuovo modello di relazioni sindacali più saldo.
Undici anni dopo, mentre con lo stesso cordoglio unanime ricordiamo il giurista, il docente, l'uomo di Governo - che nella veste di consigliere del Ministero del lavoro aveva scelto di stare in modo inequivocabile dalla parte dei lavoratori -, quelle tutele universali e quelle idee di riforma, oggi più necessarie di allora, restano un miraggio, un obiettivo che sembra farsi sempre più lontano.
Rappresenta una coincidenza singolare il fatto che sia di questi ultimi giorni il ritorno di una discussione su una formula odiosa: il licenziamento a voce, nemmeno il disturbo di prendere carta e penna, qualcosa di simile al licenziamento ad nutum, perfezionato con un solo cenno del capo senza nemmeno il disturbo della parola. Ciò è un salto indietro, al tempo degli schiavi, come hanno denunciato il Pag. 2Partito Democratico e l'Italia dei Valori, mentre, con l'arbitrato - che dopo il «no» della Camera il centrodestra ha voluto reintrodurre quale strumento di definizione anche per le controversie future - i diritti fondamentali dei lavoratori vengono minati alla base. È un modo originale ed eloquente per ricordare - da parte di chi pretende di accreditarsi come paladino dei deboli - con il professor D'Antona, anche i quarant'anni dello statuto dei lavoratori varato il 20 maggio del 1970. Quella legge, elaborata da Giacomo Brodolini e Gino Giugni, rappresentò l'approdo delle lotte e delle conquiste del 1968 e di quello che è passato alla storia del nostro Novecento come «autunno caldo».
La tutela dei lavoratori, dentro e fuori i luoghi di lavoro, la difesa della dignità e della libertà di opinione politica e sindacale, il riconoscimento del diritto di organizzazione sindacale in fabbrica e la difesa dei lavoratori - attraverso l'obbligo di riassunzione contro i licenziamenti senza giusta causa (punti essenziali della legge n. 300 del 1970) - sono stati per quarant'anni i capisaldi della nostra civiltà del lavoro che ora, a cominciare dall'articolo 18, vengono messi in discussione.
Togliere qualcosa ai padri per dare ai figli, è il refrain, ma la verità è però diversa: ho l'impressione che si tolga ai padri e che si tolga ai figli; non c'è nessuna idea di redistribuzione ma solo volontà di aggiungere flessibilità alla flessibilità, tutto e solo a vantaggio dell'impresa.
Sappiamo, come scriveva Massimo D'Antona, che in nessuna parte del mondo il modello storico del diritto del lavoro, come si è venuto strutturando nel corso del Novecento regge così com'è. Ciò che serve, però, è un nuovo modello di solidarietà e una nuova rete di tutele, non una riduzione di ciò che esiste, come vorrebbe la destra.
Onorare, oggi, D'Antona e ricordare i quarant'anni dello statuto significa questo: iniziare a disegnare il nuovo welfare del terzo millennio, che non esclude e non taglia, ma include e allarga le tutele, sia per il lavoro dipendente che per il lavoro autonomo, nell'ambito del dettato costituzionale che D'Antona ha sempre avuto come riferimento essenziale della sua opera di studioso.

PRESIDENTE. Onorevole Damiano, la ringrazio per questa iniziativa molto opportuna. Tutti noi ricordiamo il professor D'Antona insieme con tutte le altre vittime delle Brigate rosse cadute per la difesa della democrazia italiana davanti ad un attacco eversivo.
Credo di dover aggiungere che nel concetto della dignità del lavoratore, della persona umana che lavora, si congiungono le grandi tradizioni che stanno alla base della democrazia italiana: quella del movimento operaio di matrice socialista, quella cattolica e quella liberale. Il lavoro forse è una merce, esiste il mercato del lavoro, ma l'uomo non è una merce e la legislazione del lavoro deve fare in modo che trattando della «merce lavoro» non si finisca con il vendere e con il comprare la persona umana, la sua dignità, il suo diritto alla libertà e alla felicità.
La ringrazio ancora per averci ricordato sia l'anniversario dello statuto dei lavoratori, sia quello dell'assassinio del professor D'Antona. Mi permetto di aggiungere nel ricordo il nome di Carlo Donat Cattin che ha portato a termine, non senza grandi difficoltà e con un'importante battaglia politica e parlamentare, la legge che Brodolini aveva iniziato, ma che il destino non gli consentì di veder portata a compimento.

Svolgimento di interpellanze urgenti (ore 9,47).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di interpellanze urgenti.

(Orientamenti del Governo circa il ripristino dell'Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare e la conferma dell'indicazione di Foggia quale sede dell'Agenzia - n. 2-00704)

PRESIDENTE. L'onorevole Cera ha facoltà di illustrare l'interpellanza Bordo Pag. 3n. 2-00704, concernente orientamenti del Governo circa il ripristino dell'Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare e la conferma dell'indicazione di Foggia quale sede dell'Agenzia (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti), di cui è cofirmatario.

ANGELO CERA. Signor Presidente, mi rivolgo ai gentili rappresentanti del Governo, per ricordare che nella seduta n. 107 del 18 dicembre 2008, dedicata all'esame del decreto-legge sulla competitività del sistema agroalimentare, è stato approvato, per l'ennesima volta, un ordine del giorno con il quale l'Assemblea sovrana confermava Foggia quale sede dell'Agenzia per la sicurezza alimentare, e si è trattato, lo ripeto, di un'ennesima riconferma.
La storia è lunga, perché ad ottobre del 2005 è stato ultimato il trasferimento della sede dell'Authority per la sicurezza alimentare (EFSA) da Bruxelles a Parma, città individuata dal Consiglio europeo quale sede permanente dell'organismo scientifico destinato a fornire pareri scientifici indipendenti relativamente alle questioni inerenti alla sicurezza alimentare.
Il regolamento istitutivo, approvato il 28 gennaio 2002 dal Parlamento europeo e dal Consiglio, stabilisce i principi ed i requisiti di base del diritto alimentare ed assegna all'EFSA il compito di costruire e coordinare una rete in grado di realizzare una stretta collaborazione con le autorità nazionali che operano nello stesso campo.
Da ciò è discesa la necessità di attivare le procedure per la costituzione di un'Autorità per la sicurezza alimentare in Italia, organismo scientifico indipendente, sebbene funzionalmente collegato al Ministero della salute. Nei primi mesi del 2005 è stato costituito a Foggia il comitato tecnico-istituzionale per la strutturazione e il sostegno della candidatura del capoluogo della Capitanata a sede dell'Autorità stessa. Coordinati dalla provincia di Foggia, ne fanno parte o ne condividono l'operato: l'università degli studi di Foggia, la camera di commercio di Foggia, tutti gli enti locali, le associazioni di categoria, le organizzazioni sindacali e gli enti di ricerca che operano nel territorio foggiano.
La candidatura di Foggia a sede dell'Autorità nazionale per la sicurezza alimentare è fondata su alcuni pilastri: la rilevanza della produzione agricola e agroalimentare e la presenza di centri di formazione e di ricerca di eccellenza che operano nel settore agricolo e agroalimentare. La produzione agricola foggiana è pari a quella dell'intero Molise o dell'intera Basilicata. Sul fronte agroalimentare, Foggia ospita il più importante pastificio del gruppo Barilla, dopo quello storico di Parma, e si appresta ad ospitare il più grande impianto di trasformazione di pomodoro del sud Italia.
Lo sviluppo della filiera agricola è stato sollecitato e assecondato dai centri di ricerca, alcuni dei quali storici, presenti nel territorio provinciale: l'Istituto sperimentale per la cerealicoltura, l'Istituto per le colture foraggere, l'Istituto sperimentale per la zootecnia, l'Istituto zooprofilattico sperimentale di Puglia e Basilicata, il Lachimer (Laboratorio chimico merceologico della camera di commercio), l'Istituto per lo studio degli ecosistemi costieri del CNR di Lesina, il servizio igiene e prevenzione dell'ASL Foggia 3.
All'interno dell'università di Foggia, grazie anche alla presenza della facoltà di agraria, si sono, inoltre, sviluppate strutture di assoluto rilievo in campo scientifico: il Biopolo dauno e il centro di ricerca interdisciplinare Bioagromed. La regione Puglia ha individuato, pertanto, nella provincia di Foggia la sede ideale per il distretto agroalimentare regionale, destinato alla promozione dell'innovazione in agricoltura.
Il 13 settembre 2005 il comitato tecnico-istituzionale incaricato di strutturare la proposta del territorio al Governo ha ufficializzato la stessa nel corso di un incontro tra i rappresentanti delle istituzioni locali e l'allora Ministro delle politiche agricole e forestali, onorevole Gianni Alemanno. Con il decreto ministeriale del 26 luglio 2007, inoltre, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 231 del 4 ottobre 2007, l'allora Ministro della salute, Livia Turco, d'intesa con l'allora Ministro delle politiche Pag. 4agricole, alimentari e forestali, Paolo De Castro, ha istituito, presso il Ministero della salute, il Comitato nazionale per la sicurezza alimentare: organo tecnico consultivo, destinato ad agire in stretta collaborazione con l'Autorità europea per la sicurezza alimentare, cui è affidato il compito di offrire la propria consulenza tecnico-scientifica alle amministrazioni che si occupano di gestione del rischio in materia di sicurezza alimentare e di formulare pareri scientifici, su richiesta del comitato strategico di indirizzo, delle amministrazioni centrali e delle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano.
L'articolo 2, comma 356, della legge finanziaria per il 2008 prevede che il Comitato nazionale per la sicurezza alimentare assume la denominazione «Autorità nazionale per la sicurezza alimentare» e si avvale di una sede referente operante nella città di Foggia. Per lo svolgimento delle attività e il funzionamento della sede di Foggia, la stessa legge finanziaria autorizza lo stanziamento, a favore del Ministero della salute, di un contributo di 2,5 milioni di euro per ciascuno degli anni 2008 e 2009 e di 1,5 milioni di euro per l'anno 2010.
L'articolo 11 del decreto-legge 31 dicembre 2007, n. 248, rinvia ad un successivo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro della salute, di concerto con il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, la definizione delle norme per l'organizzazione, il funzionamento e l'amministrazione dell'Agenzia.
Signor sottosegretario Martini, ho voluto ricordare che l'iter si è concluso. Un iter concluso dovrebbe portare solo ad un decreto attuativo, per far sì che questa nostra Agenzia, che è di tutti - il Parlamento lo ha deciso, riconfermandolo qualche tempo fa - venga ripristinata ed attivata.
Non ci sta bene che questo Governo e questa maggioranza, scordandosi che le leggi non sono carta straccia, abbiano rimesso in gioco, attraverso dichiarazioni di esponenti della sua parte politica - mi consenta di dirlo, sottosegretario - una questione già definita e chiusa.
Vorrei ricordare le dichiarazioni dell'onorevole Rainieri e la presenza del Ministro Zaia in quella famosa seduta, nella quale, ancora una volta, in maniera inequivocabile fu proposta la sede di Foggia come sede unica per l'Authority. Allora ci chiediamo: è mai possibile che abbiano il sopravvento l'odio, la contrapposizione, il qualunquismo della mors tua, vita mea, che si evidenzia nell'ultimo atto irresponsabile che una parte del territorio continua a fare contro la parte più debole della nostra Nazione, cioè il sud?
Sono in gioco le politiche agricole ed agroalimentari, che sono in forte difficoltà, in questo periodo, più delle altre. I nostri agricoltori avanzano risposte dagli enti per la mancanza di attenzioni, e dallo Stato, per la sua insensibilità ai problemi agricoli. Questa volta la Lega non può sollevare il grido di «Roma ladrona»; questa volta questo provvedimento va verso categorie che, nel meridione, offrono il meglio che c'è alla nostra economia nazionale. L'agricoltura del sud si trova in grave difficoltà; occorre, in questa occasione, un atto responsabile, da parte della Lega per dimostrare che l'Italia è unita.
Secondo le dichiarazioni rese in quelle occasioni dall'onorevole Rainieri, dal Ministro Zaia e dal Ministro Calderoli questo è un ente inutile. Ma è inutile perché non conviene alla Lega o perché non conviene a questa maggioranza? Noi del Mezzogiorno cosa dobbiamo dire a chi ha fatto una battaglia per tanto tempo e ai nostri coltivatori, che questa maggioranza continua a mortificare e ad umiliare?
Ancora una volta quindi ci aspettiamo da questo Governo un atto di responsabilità, partendo dalla convinzione che l'Italia è unita e unica e si deve - in qualche modo - accettare non che sia il sud a vincere in questa occasione, ma ad avere quello che gli spetta, un sacrosanto diritto, in questo caso l'Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare.

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PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per la salute, Francesca Martini, ha facoltà di rispondere.

FRANCESCA MARTINI, Sottosegretario di Stato per la salute. Signor Presidente, onorevoli colleghi, risponderò con il rigore che attiene ai fatti e non porgerò il fianco a polemiche sterili e che non aiutano a portare avanti un dibattito serio su questi temi nel nostro Paese.
La normativa comunitaria in materia di sicurezza alimentare, in particolare il regolamento (CE) n. 178/2002, concernente i principi e i requisiti generali della legislazione alimentare e l'istituzione dell'Autorità europea per la sicurezza alimentare, ha imposto agli Stati membri l'individuazione di un punto di contatto rispetto all'Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), e non la creazione di agenzie o autorità nazionali in materia di sicurezza alimentare, come riportato nell'atto a cui rispondo.
L'Italia ha provveduto a tale obbligo istituendo il Segretariato nazionale della valutazione del rischio della catena alimentare, incardinato nel Dipartimento della sanità pubblica veterinaria e sicurezza alimentare del Ministero della salute, e organizzando le funzioni in materia di valutazione del rischio. Ricordo infatti che il decreto-legge 1 ottobre 2005, n. 202, convertito dalla legge 30 novembre 2005, n. 244 - in materia di misure urgenti per la prevenzione dell'influenza aviaria -, ha previsto, tra l'altro, l'istituzione, presso il Ministero della salute, del Comitato nazionale per la sicurezza alimentare (CNSA), organo tecnico consultivo che agisce in stretta collaborazione con l'EFSA e partecipa, attraverso un proprio rappresentante, al forum consultivo della stessa EFSA.
L'istituzione del predetto comitato presso il Ministero della salute è intervenuta successivamente con il decreto interministeriale a firma dei Ministri Turco e De Castro del 26 luglio 2007, con lo specifico compito di agire in stretta collaborazione con l'EFSA, per il coordinamento delle funzioni previste dal citato regolamento 28 gennaio 2002, n. 178.
Nel rispetto dell'articolo 2, comma 356, della legge n. 244 del 2007 (finanziaria per il 2008), il predetto comitato nazionale, in virtù dei particolari compiti ad esso affidati, ha assunto la denominazione di Autorità nazionale per la sicurezza alimentare, con la sede istituzionale presso il Ministero della salute e con la previsione di una sede referente operante presso la città di Foggia.
L'articolo 11 del decreto-legge 31 dicembre 2007, n. 248, convertito dalla legge 28 febbraio 2008, n. 31, modificando la legge finanziaria (articolo 2, comma 356), ha sostituito la denominazione di «Autorità nazionale per la sicurezza alimentare» con quella di «Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare», con unica sede in Foggia, posta sotto la vigilanza del Ministero della salute. Tale norma prevedeva, altresì, l'adozione di un successivo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri per la definizione dell'organizzazione, del funzionamento e dell'amministrazione dell'Agenzia medesima: il provvedimento non è mai stato adottato, in quanto anche il precedente Governo, successivamente all'approvazione della norma, non ha ritenuto opportuno attivare le procedure per la realizzazione di quanto previsto dalla legge finanziaria 2008.
Le restrizioni finanziarie imposte dalla crisi economica iniziata nel 2008 hanno comunque determinato un'azione generale di contenimento della spesa, che ha impedito l'attivazione di un organismo esterno all'amministrazione centrale, per il quale si sarebbe reso necessario assumere un impegno di spesa di parecchi milioni di euro, al fine di garantire la dotazione della sede, del personale e delle risorse strumentali.
L'ente in questione, ancorché mai costituito, è inevitabilmente rientrato tra gli enti soppressi, nel rispetto delle norme per il contenimento della spesa (articolo 26 del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito dalla legge n. 133 del 2008, cosiddetta legge Brunetta). A solo titolo informativo, Pag. 6ricordo che in base alla citata norma sono stati soppressi tutti gli enti pubblici non economici per i quali, alla scadenza del 31 ottobre 2009, non sono stati emanati i regolamenti di riordino, ai sensi del comma 634, dell'articolo 2, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, con conseguente comunicazione, nei successivi novanta giorni, da parte dei Ministri vigilanti ai Ministri per la pubblica amministrazione e l'innovazione e per la semplificazione normativa degli enti che risultano soppressi ai sensi dello stesso articolo.
Da quanto sopra riferito emerge che la sede di Foggia non si è mai concretizzata; pertanto, sembra assolutamente improprio parlare di «ripristino dell'Agenzia di Foggia». Si ritiene necessario tuttavia chiarire che la cosiddetta «soppressione» non ha comportato la cessazione delle funzioni dell'Autorità nazionale, quale punto di contatto rispetto all'EFSA.
Infatti, il comma 2 dell'articolo 26 del decreto-legge n. 112 del 2008, sopra citato, stabilisce che le funzioni esercitate dagli enti soppressi ai sensi del comma 1 sono attribuite all'amministrazione vigilante o a quella titolare delle maggiori competenze nella materia che ne è oggetto: detta amministrazione succede a titolo universale all'ente soppresso e ne acquisisce le eventuali risorse finanziarie, strumentali e di personale.
Ai sensi della normativa attualmente in vigore, le competenze dell'Agenzia restano attribuite al Ministero della salute, presso il quale è stata incardinata dalla legge n. 244 del 2005, che ha costantemente assicurato, in attuazione degli obblighi comunitari che impegnano il nostro Paese, il coordinamento delle funzioni in materia di valutazione del rischio della catena alimentare, nella consapevolezza, condivisa insieme al Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, che la sicurezza alimentare costituisce una delle priorità dell'azione della politica agricola nazionale e comunitaria.

PRESIDENTE. L'onorevole Bordo ha facoltà di replicare.

MICHELE BORDO. Signor Presidente, sono francamente sconcertato dal contenuto della risposta a questa interpellanza data dal sottosegretario Martini, non solo per quello che ha detto, ma anche per le cose false che ha raccontato. Voglio soltanto dire che, se il decreto attuativo non è stato emanato dal Governo Prodi, dopo che l'Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare fu istituita con il famoso decreto milleproroghe, ciò è accaduto soltanto perché, come lei ricorderà, vi furono lo scioglimento anticipato delle Camere e le elezioni anticipate.
È falso anche il fatto che non vi fossero le risorse necessarie per consentire all'Agenzia nazionale di funzionare: non solo perché quando essa fu istituita, il Governo individuò anche la relativa copertura finanziaria (2 milioni e mezzo di euro il primo anno, 1 milione e mezzo di euro per gli anni successivi), ma anche perché la città di Foggia aveva messo gratuitamente a disposizione dell'Agenzia nazionale la sede in cui avrebbe dovuto funzionare. Ciò dimostra che evidentemente lei ha raccontato la sua visione delle cose, non certamente la verità e quanto è accaduto negli anni scorsi.
Vorrei altresì aggiungere che la vicenda di cui stiamo parlando è francamente assurda: l'Agenzia è stata istituita, mancava solo il decreto attuativo, che, se non è stato emanato dall'attuale Governo, che ha vinto le elezioni nel 2008, è accaduto soltanto perché già durante la campagna elettorale del 2008 vi furono autorevoli esponenti della Lega che fecero delle dichiarazioni sull'inopportunità di individuare Foggia come sede dell'Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare, e che sarebbe stato invece meglio che la sede fosse individuata in un'altra località del nord: si parlava di Verona, ad esempio.
Se, dunque, all'Agenzia nazionale con sede a Foggia non è stata data la possibilità di funzionare è solo perché la vostra parte politica si è messa di traverso; siccome voi detenete la golden share di questa maggioranza e di questo Governo era evidente che sarebbe stato impossibile Pag. 7emanare un decreto attuativo che consentisse all'Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare con sede a Foggia di funzionare.
Ed è sicuramente così, perché - se lo ricorderà - lei stessa due anni fa, non appena cominciò la legislatura (e quindi prima della crisi, prima del provvedimento cosiddetto Brunetta), venne in Aula a dire che avreste dovuto valutare l'opportunità di confermare Foggia, ma comunque che era in atto una discussione nel Governo e che molto probabilmente la sede sarebbe cambiata. Ciò dimostra, anche rispetto a questa vicenda, che il Governo è nelle vostre mani, nelle mani della Lega, e che non ha in testa in alcun modo il Mezzogiorno.
Questa è una delle vicende che in proposito potremmo ricordare: vi sono anche i fondi FAS, la priorità delle infrastrutture, tutte concentrate al nord, le risorse destinate ai Fondi per le aree sottoutilizzate, che sono state addirittura utilizzate, ad esempio, per pagare le multe che hanno ricevuto gli allevatori del nord per aver prodotto più latte di quanto l'Unione europea consentisse.
Ma il paradosso più assurdo di tutta questa vicenda è che noi, qualche settimana fa, abbiamo addirittura assistito al fatto che alcuni esponenti della vostra parte politica, del vostro movimento, hanno affermato in modo assurdo che, se un ente come questo lo si fa al nord, diventa un ente utile, se lo si fa al sud diventa un ente inutile. Ciò è francamente inaccettabile! Vorrei che la smettessimo con questo modo di procedere, perché, come dimostra tale vicenda e il comitato che è stato creato a Foggia intorno all'Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare, al sud vi sono competenze eccellenti. L'Agenzia per la sicurezza alimentare si giustifica a Foggia per ciò che la Capitanata rappresenta per il mondo agricolo del nostro Paese, come d'altronde è stato già ribadito nel corso dell'illustrazione dell'interpellanza urgente in esame.
Soprattutto l'Agenzia non è inutile: in primo luogo, perché la stessa Agenzia è stata istituita in tutti gli altri Paesi europei, ed in secondo luogo perché noi riteniamo che sia assolutamente necessario e prioritario che sia un organo indipendente, non posto sotto il controllo del Ministero della salute, a verificare la salubrità di ciò che mangiamo quotidianamente.
Intendo comunque sottolineare che non è possibile considerare l'Agenzia nazionale tra gli enti che andavano soppressi e che quindi non si può considerare questo ente come un ente inutile senza che abbia mai funzionato. Non ha funzionato infatti in mancanza del decreto attuativo e - prima ancora che si potesse verificare ciò che questo ente sarebbe stato nelle condizioni di fare e che avrebbe prodotto sul piano del controllo sulla salubrità di ciò che mangiamo - voi avete stabilito, per ragioni politiche, che invece questo ente fosse inutile.
È evidente che lei oggi si è assunta in quest'Aula una responsabilità molto grave, perché questa mattina ha praticamente posto la parola definitiva e finale a questa storia, affermando che l'orientamento del Governo è quello di sopprimere l'Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare. Infatti, fino a prova contraria, poiché esiste una legge attraverso la quale quell'Agenzia è stata istituita, mi pare evidente che, nel momento in cui la legge entra in vigore, quell'Agenzia esiste a tutti gli effetti, e voi con una scelta successiva vi siete assunti la responsabilità di sopprimerla. Vorrei però che lei spiegasse questa sua posizione ad alcuni esponenti del Popolo della Libertà di quel territorio, che ancora continuano a credere alle favole e a fare demagogia sul territorio dicendo che si è verificato un errore tecnico e che alla situazione si porrà rimedio, a dimostrazione del fatto che sono arroganti sul territorio mentre invece qua non contano assolutamente nulla.
Ritengo, invece, che noi abbiamo dimostrato di contare quando - pur all'interno della maggioranza di centrosinistra - vi fu allora una discussione sul luogo in cui bisognava istituire la sede dell'Agenzia Pag. 8nazionale per la sicurezza alimentare e, pure nell'ambito di una discussione complicata e complessa, comunque passò la nostra tesi, quella della Puglia e della Capitanata.
Voi avete scelto invece di sopprimere l'Agenzia: questo è un atto gravissimo e contrario anche rispetto all'orientamento che più volte ha assunto questo Parlamento, non soltanto perché abbiamo votato la legge istitutiva dell'Agenzia nazionale, ma anche perché in più circostanze questo ramo del Parlamento (ma anche il Senato) ha approvato a grandissima maggioranza ordini del giorno con i quali si chiedeva al Governo di dare seguito all'istituzione di quell'Agenzia e a ciò che la legge prevedeva. Questo è l'ennesimo atto di arroganza che avete esercitato nei confronti del Parlamento, a dimostrazione del fatto che per voi il Parlamento non esiste!
Ritengo che, sulla base di tutto ciò, abbiate il dovere di ripristinare ciò che avete soppresso e che era previsto dalla legge, di consentire all'Agenzia di funzionare e di confermare la sede di Foggia. Noi ci aspettiamo atti concreti che confermino questo orientamento, in caso contrario la nostra opposizione sarà dura non solo qua dentro, ma anche nel nostro territorio, perché organizzeremo una mobilitazione, petizioni e forme di protesta molto, molto serie.

PRESIDENTE. Onorevole Bordo, la invito a concludere.

MICHELE BORDO. Per tale motivo - e concludo -, vi prego di riflettere bene su ciò che state facendo perché, in caso contrario, il vostro orientamento di sopprimere l'Agenzia rappresenterebbe l'ennesimo atto di arroganza contro il Mezzogiorno d'Italia, che in quella parte del Paese, specialmente nella Capitanata e nella Puglia, avrà ripercussioni politiche e a mio avviso elettorali anche molto, molto pesanti (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Unione di Centro).

(Intendimenti della soprintendenza di Lucca in merito alla rimozione della statua di Giuseppe Mazzini nel comune di Carrara - n. 2-00719)

PRESIDENTE. L'onorevole Evangelisti ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00719, concernente intendimenti della soprintendenza di Lucca in merito alla rimozione della statua di Giuseppe Mazzini nel comune di Carrara (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti).

FABIO EVANGELISTI. Signor Presidente, trovo persino imbarazzo a dover richiamare l'attenzione sua, dell'Aula e del Governo su una vicenda che probabilmente non meriterebbe tanta considerazione. Tuttavia, vi sono i fatti e sono i seguenti: l'amministrazione comunale di Carrara ha approvato la rimozione temporanea della statua di Giuseppe Mazzini per sostituirla con una di Bettino Craxi, al fine di consentire allo scultore Cattelan di realizzare un suo progetto artistico.
Per carità, abbiamo grande attenzione per l'arte contemporanea, così pure abbiamo attenzione, simpatia e rispetto verso i nuovi artisti; tuttavia, nella nostra interpellanza scriviamo che i monumenti non sono propriamente dei «soprammobili» - e spero che lei potrà convenirne con me - per cui chiediamo alla soprintendenza dei beni artistici di Lucca, competente anche per le province di Massa e Carrara, che venga svolta una verifica sulla fattibilità tecnica della rimozione della statua di Mazzini. Inoltre, dal momento che la competenza di questo organo ministeriale e di vigilanza non può esaurirsi in un mero accertamento, chiediamo che venga altresì garantita la piena tutela del bene culturale, anche in riferimento al suo contesto e al valore simbolico, che ne costituiscono parte integrante.
L'iniziativa in oggetto ha suscitato già sdegno e sconcerto in una parte dell'opinione pubblica (tra gli altri, se ne è fatta interprete l'associazione mazziniana italiana). Pag. 9
Voglio ricordare che la statua di Mazzini è collocata a Carrara da oltre un secolo, in una delle piazze storiche, e rappresenta una componente essenziale della memoria civica della città, della sua tradizione politica e identità morale. Potrei persino aggiungere che la coscienza politica dei lavoratori delle cave di marmo si è formata storicamente sulla base del pensiero mazziniano.
Tengo a ripetere che le ragioni della libertà e della creatività artistica sono fuori discussione, ma proprio queste sono state richiamate strumentalmente dall'amministrazione comunale, probabilmente al solo scopo di avere una cassa di risonanza mediatica.
Del resto lo scultore Cattelan non è nuovo a manifestazioni di questo tipo, di provocazione artistica, e gli va anche riconosciuto un merito, se è vero, come mi è capitato di leggere pochi giorni fa, che una sua scultura, un manichino di plastica che «sbuca» da un pavimento, è stata acquistata per la bellezza di 8 milioni di euro: complimenti all'artista, ma complimenti soprattutto all'acquirente.
Ricordo che Maurizio Cattelan qualche anno fa assurse a memoria delle cronache artistiche, e non soltanto, perché a Milano, ad esempio, in una sua provocazione artistica, aveva raffigurato dei manichini di bambini impiccati agli alberi di un parco. Bene, può benissimo impiccare Bettino Craxi in uno dei tanti alberi che ancora ci sono a Carrara.
Allora - e lo ripeto - il punto che noi poniamo è di stampo storico-culturale per la tutela di un bene artistico, ma anche di carattere politico. Anche se devo dire che oggi leggo sulle cronache locali - evidentemente i socialisti della sezione Nenni sono un pochino in difficoltà - che il dibattito deve essere solo artistico e che ha poco di politico. È difficile immaginare di realizzare una scultura e dedicare un monumento a una figura «controversa» - mi sia permessa questa espressione - come quella dell'onorevole Craxi, di cui abbiamo ricordato poche settimane fa il decennale della scomparsa, senza dire che questo non abbia una valenza politica.
Voglio ritornare a combinare valenza politica e artistica: metto anche in dubbio che questa sia la sede e che io ne abbia le competenze, ma, quanto a originalità artistica, Maurizio Cattelan viene ben dopo. Un nostro collega, che mi dispiace oggi non sia qui in Aula, l'onorevole Lucio Barani, qualche anno fa, in tempi più difficili, quando era sindaco di Aulla, ebbe almeno coraggio e ardire: propose, costruì e realizzò davanti al comune di Aulla una statua in onore di Bettino Craxi.
Quindi, non c'è neanche questo elemento di originalità. Ma siccome la storia - come sappiamo - a volte si presenta in forma di tragedia, e quando si ripropone spesso scade nella farsa, nel ridicolo, abbiamo anche assistito ieri ad una trasmissione televisiva, sulle reti Mediaset, su Canale 5, in cui il nuovo sindaco di Aulla - guarda l'ironia della sorte - propone oggi di sostituire la statua di Bettino Craxi con quella di Manuela Arcuri, che in un paese della Puglia alcune donne non vorrebbero. Si scende appunto nel ridicolo.
Ecco, evitiamo di cadere nel ridicolo perché di questo passo, tra qualche anno, potremmo essere qui a discutere di sostituire le statue di Cavour, di Garibaldi, di Savonarola, magari anche quella del Milite ignoto, per qualche eminente esponente di quella che oggi riconosciamo come una «cricca», che alcuni posteri potrebbero immaginare come un precursore di un nuovo modo di intendere i valori della patria.
Concludo con un riferimento all'imminenza della festa della Repubblica del 2 giugno, perché credo che sarebbe fatalmente offesa questa data se non si ponesse già la parola fine ad un'operazione maldestra e ingiustificabile sotto qualsiasi punto di vista.
Per questo insisto e chiedo al rappresentante del Governo di sapere quali siano gli intendimenti della soprintendenza di Lucca in ordine a quanto ho appena segnalato, anche ai fini della piena tutela della valenza storico-culturale del monumento a Giuseppe Mazzini, uno dei fondatori Pag. 10della nostra unità d'Italia, di cui ricorrerà presto il centocinquantesimo anniversario.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali, Francesco Maria Giro, ha facoltà di rispondere.

FRANCESCO MARIA GIRO, Sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali. Signor Presidente, in riferimento all'interpellanza relativa alla richiesta di elementi in ordine allo spostamento temporaneo della statua dedicata a Giuseppe Mazzini, faccio presente quanto segue.
Con lettera del 13 maggio 2010, l'amministrazione comunale di Carrara ha inviato alla soprintendenza per i beni architettonici di Lucca e Massa Carrara la richiesta di rimozione temporanea del monumento dedicato a Giuseppe Mazzini, in Carrara, allegando una relazione tecnica relativa allo smontaggio, rimozione e ricollocazione della statua.
Tale monumento è stato realizzato nel 1892 dallo scultore Alessandro Biggi, nativo di Carrara. In data 18 maggio ultimo scorso la soprintendenza ha trasmesso al comune di Carrara il proprio parere in merito. In tale parere è stato sottolineato il rischio di un eventuale danneggiamento che il manufatto artistico potrebbe subire a seguito delle operazioni di smontaggio, spostamento e ricollocazione della statua.
Peraltro, anche nella relazione tecnica relativa alla proposta di intervento, oltre all'elencazione di delicate e complesse operazioni necessarie allo smontaggio, è stata evidenziata la possibile difficoltà di riposizionamento della statua sul basamento, per la condizione di corrosione degli elementi metallici interni alla struttura, e di probabili fratturazioni in considerazione della vetustà del monumento e della mancata conoscenza di tecniche costruttive dello stesso.
In relazione a quanto sopra, la soprintendenza non ha autorizzato l'esecuzione del progetto in questione. Ciò in relazione alle prescrizioni del codice dei beni culturali che vietano ogni rimozione, anche temporanea, di un bene culturale e perché tale operazione non è giustificata da problemi conservativi del monumento.
Sottolineo, infine, che l'ufficio non ha espresso giudizi di merito nei confronti delle opere di Maurizio Cattelan, ma ha unicamente invitato l'amministrazione comunale di Carrara ad individuare uno spazio urbano, in alternativa a quello proposto, per la collocazione della sua opera.

PRESIDENTE. L'onorevole Evangelisti ha facoltà di replicare.

FABIO EVANGELISTI. Signor Presidente, ovviamente mi dichiaro soddisfatto della notizia resa ufficiale oggi dall'onorevole Giro per cui la soprintendenza per i beni artistici e culturali di Lucca non ha autorizzato la rimozione temporanea della statua di Mazzini.
Mi dispiace, però, che il sottosegretario abbia saputo mettere in campo soltanto elementi di natura tecnica. Ha detto che la sovrintendenza non ha dato il permesso perché ci sono problemi tecnici nell'eventuale ricollocazione della statua, che potrebbe essere rimossa soltanto per problemi conservativi, che in questo momento non ci sono.
Non ha espresso quella che, ad avviso di chi parla, era anche la valenza storico-culturale del monumento, perché, di fronte alla questione che abbiamo posto, oltre alla preoccupazione - lo ripeto - di un intervento e del rischio di danneggiare un monumento storico e artistico che - veniva ricordato - è stato realizzato nel 1892, il punto è che si è fatta immaginare, con questa operazione, una sorta di correlazione fra quella che è l'immagine di Bettino Craxi e quella che è l'immagine ed il giudizio storico su Giuseppe Mazzini.
Avremmo voluto sentire il sottosegretario fare un riferimento a questo, proprio perché non ci fosse nessuna correlazione, nessun parallelismo storico-politico - per noi inaccettabile -, persino in campo artistico, fra le due figure.
Per cui mi dispiace dover ricordare alcune vicende qui, in quest'Aula: prima Pag. 11mi sono limitato a parlare della figura controversa di Bettino Craxi, a cui rendo merito per il lavoro che ha svolto in qualità di leader politico, proiettato nell'innovazione e anche nella modernizzazione del Paese, e che ha saputo tenere testa agli Stati Uniti d'America, ad esempio nella vicenda di Sigonella, ma ora ricordo che ha responsabilità politiche enormi per quanto riguarda il disavanzo dello Stato e anche dal punto di vista personale e penale.
Craxi è stato, infatti, condannato, con sentenza passata in giudicato, a 5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo ENI-SAI il 12 novembre del 1996, a 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le mazzette della metropolitana milanese il 20 aprile del 1999. Per tutti gli altri processi in cui era imputato, alcuni dei quali in secondo e in terzo grado di giudizio, è stata pronunciata sentenza di estinzione del reato a causa del decesso dello stesso.
Fino a quel momento Craxi era stato condannato a 4 anni e ad una multa di 20 miliardi di lire, in primo grado, per il processo All-Iberian - che, forse, richiama alla memoria anche l'attuale Presidente del Consiglio - il 13 luglio del 1998 (pena poi prescritta in appello il 26 novembre del 1999); a 5 anni e 5 mesi, in primo grado, per le tangenti ENEL il 22 gennaio del 1999; a 5 anni e 9 mesi in appello per il Conto Protezione (sentenza poi annullata dalla Cassazione con rinvio il 15 giugno del 1999); a 3 anni in appello bis per il caso Enimont il 1 ottobre del 1999. Craxi fu anche rinviato a giudizio, il 25 marzo 1998, per i fondi neri Montedison e il 30 novembre del 1998 per i fondi neri dell'ENI.
Si capisce anche, quindi, l'imbarazzo del Governo per cui ci si rifugia soltanto dietro una motivazione tecnica e non si affronta il nodo storico-politico. È lo stesso imbarazzo per cui, oggi, una parte dei socialisti pensa di potersi rilanciare con qualche statua o l'intitolazione di una strada; non ho nulla contro l'intitolazione di una strada a Bettino Craxi, basta che sotto al suo nome si ricordi, oltre al suo ruolo politico ed istituzionale, anche il fatto che è stato condannato, con sentenza passata in giudicato, e che è morto all'estero non come esule, ma come latitante.

(Autorizzazione concessa dal Ministero dello sviluppo economico alla società San Leon energy per la ricerca di idrocarburi nel mare di Sciacca, Selinunte e Menfi - n. 2-00717)

PRESIDENTE. L'onorevole Marinello ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00717, concernente l'autorizzazione concessa dal Ministero dello sviluppo economico alla società San Leon energy per la ricerca di idrocarburi nel mare di Sciacca, Selinunte e Menfi (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti).

GIUSEPPE FRANCESCO MARIA MARINELLO. Signor Presidente, intervengo soltanto per alcuni minuti perché di fatto ribadisco interamente quanto già esposto nell'interpellanza urgente stessa.
Colgo l'occasione per rappresentare l'estrema inquietudine da parte delle popolazioni della zona sud-occidentale della Sicilia. Infatti, di fronte ad un'autorizzazione di ricerca di idrocarburi così estesa - 482 chilometri quadrati - e allocata in una zona di alto interesse ambientale, naturalistico, storico, archeologico e anche economico, cioè l'area che si estende dal fiume Verdura sino alla importantissima città archeologica di Selinunte e, quindi, tendente sino a Capo Granitola, cioè vicino a Mazara del Vallo, lei capirà, signor Presidente, che le inquietudini della popolazione sono assolutamente giustificate.
La zona è, infatti, interessata da riserve naturali, da banchi corallini, da zone di pesca importantissime che, tra l'altro, alimentano con le loro risorse le marinerie di Mazara del Vallo, la più importante d'Italia, e la marineria di Sciacca, anche questa importantissima.
È, inoltre, una zona a rischio perché interessata nel passato da terremoti e, peraltro, con aree vulcaniche che, in un Pag. 12certo qual modo, mostrano anche segni di attività: dall'isola Ferdinandea, con i fenomeni di bradisismo, al vulcano Empedocle.
Vale la pena di ricordare che quella è una zona che dal punto di vista turistico e alberghiero è estremamente importante, dove oggi esiste un insediamento tra i migliori, i più importanti d'Italia, cioè il Golf Resort Verdura del gruppo Rocco Forte.
Vale, inoltre, la pena di ricordare che questo importantissimo investimento da parte di operatori stranieri è stato ottenuto anche grazie ad un contratto di localizzazione che ha visto partecipare la regione, lo Stato, lo stesso Ministero dello sviluppo economico e, quindi, intensi finanziamenti pubblici. Ci sono gli insediamenti turistici del gruppo Aeroviaggi, ci sono in fieri una serie di investimenti da parte di Italia turismo, società pubblica partecipata da Invitalia e, quindi, anche in questo caso intensi capitali pubblici.
C'è la zona di Selinunte, zona archeologica di grande importanza. La invito a riflettere solo per un istante sull'immagine di una piattaforma petrolifera di fronte ai templi del quinto e sesto secolo. C'è la zona di Porto Palo interessata da un grosso investimento pubblico e privato per il porto turistico di grande importanza e, infine, tutta una serie di strutture alberghiere, anche queste peraltro beneficiarie di intervento pubblico. Mi riferisco al contratto di programma denominato consorzio turistico trapanese.
Ecco, per farla breve, signor Presidente, le popolazioni sono estremamente allarmate e ne hanno ben ragione. Proprio nella giornata di oggi si svolgeranno una serie di consigli comunali aperti nella città di Sciacca, di Menfi, credo pure a Castelvetrano e ritengo che l'attenzione sia massima.
Tale attenzione ha già messo in evidenza che la società richiedente queste autorizzazioni ha sede legale all'estero - credo in Islanda - e che il capitale sociale è assolutamente ridotto. Ci chiediamo come un'attività di tale portata possa essere posta in essere da società dal modesto capitale sociale, quali possano essere le garanzie per lo Stato, per le comunità locali, quali possano essere anche le garanzie di tipo assicurativo per le popolazioni interessate.
Ci chiediamo come sia stato possibile arrivare ad un regime autorizzatorio di questo tipo in un tempo assolutamente rapido, senza di fatto darne preventiva contezza alle popolazioni e agli enti locali interessati e, peraltro, concedendo, grazie ad una pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, soltanto 45 giorni di tempo per eventuali osservazioni da parte degli interessati.
Di fatto, oggi c'è la paura e il timore che si possa arrivare ad un esito positivo della pratica presso il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare in sede di valutazione di impatto ambientale in maniera seminascosta e, quindi, senza la giusta evidenza di un fenomeno di questo genere.
Quindi, signor Presidente, l'interpellanza urgente di oggi serve per avere risposte dal Governo e, soprattutto, serve per dare contezza ai rappresentanti degli enti locali del reale stato dell'arte, in maniera tale da mettere in condizione gli enti locali, cioè i comuni e le province, di potere agire in difesa del proprio territorio e della propria gente.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali, Francesco Maria Giro, ha facoltà di rispondere.

FRANCESCO MARIA GIRO, Sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali. Signor Presidente, riguardo alle richieste degli onorevoli interpellanti si riscontra quanto segue. La zona marina antistante le coste di Sciacca, Selinunte e Menfi è attualmente interessata solo da istanze, e non da autorizzazioni, di permesso di ricerca per idrocarburi presentate dalla società San Leon Energy e precisamente dalle istanze d 352 C.R.-SL, d 353 C.R.-SL e d 354 C.R.-SL.
Si fa presente che, prima dell'eventuale conferimento dell'autorizzazione, tutte le istanze di permesso di ricerca di idrocarburi Pag. 13sono sottoposte all'esame della commissione idrocarburi e risorse minerarie, organo consultivo del Ministero dello sviluppo economico, e che solo successivamente vengono inoltrate all'esame del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, cui è demandata la definitiva verifica di compatibilità ambientale.
Nel dettaglio, dette istanze sono state sottoposte all'esame della citata commissione che, nella seduta dell'11 dicembre 2009, ha espresso un parere favorevole all'accoglimento delle stesse. A seguito di tale parere, il Ministero dello sviluppo economico ha, comunque, invitato la società istante a presentare tutta la documentazione necessaria per la pronuncia di compatibilità ambientale presso il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare.
Quest'ultima amministrazione ha comunicato lo stato dell'iter procedurale che riguarda le richieste della San Leon confermando che le attività per le quali è stata presentata istanza di VIA o di esclusione dalla stessa, prevedono solo prospezioni geofisiche con la tecnica dell'air-gun.
La verifica di procedibilità delle istanze di cui sopra è ancora in corso presso il Ministero dell'ambiente che, una volta verificata la procedibilità delle stesse, provvederà ad inviare la relativa documentazione alla commissione tecnica di verifica dell'impatto ambientale VIA-VAS per l'avvio dell'istruttoria tecnica.
Pertanto si ribadisce che, allo stato attuale, in merito alle istanze della società San Leon non è stato ancora emanato un decreto di conferimento di permessi. La società San Leon non può quindi procedere alla perforazione di un pozzo, né all'allestimento di un qualunque impianto di estrazione, dal momento che l'esecuzione di tali operazioni sarà, eventualmente, possibile solo dopo aver ottenuto il conferimento del titolo e successivamente ai controlli di competenza del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e ad altre specifiche autorizzazioni dei competenti organi periferici dello stesso Ministero e delle altre amministrazioni interessate.
Al riguardo, si fa presente che, anche in caso di conferimento del permesso e dell'esito positivo della conseguente attività di ricerca da parte della Società San Leon, la successiva eventuale messa in produzione di idrocarburi non avverrà in maniera automatica, ma solo al termine di un iter istruttorio di conferimento di un titolo minerario diverso dal permesso di ricerca denominato «concessione di coltivazione». A maggior garanzia, l'attribuzione di detto titolo avverrebbe solo al termine di un nuovo procedimento istruttorio condotto da questo Ministero e dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare.
Infine, circa le capacità tecniche ed economiche della società San Leon, preme evidenziare che il Ministero dello sviluppo economico ha ultimamente provveduto, con decreto ministeriale del 26 aprile 2010 (disciplinare tecnico), ad emanare specifiche norme che fissano puntualmente i requisiti di idoneità tecnica ed economica cui devono rispondere le società che richiedono permessi di ricerca. Pertanto la società San Leon sarà, prima del rilascio dell'eventuale permesso di ricerca, assoggettata ad un ulteriore controllo specifico di conformità alle norme di detto decreto ministeriale.

PRESIDENTE. L'onorevole Marinello ha facoltà di replicare.

GIUSEPPE FRANCESCO MARIA MARINELLO. Signor Presidente, ringrazio il Governo, in particolare il sottosegretario per la risposta, perché in un certo qual modo mi tranquillizza, seppur parzialmente, allorquando fa riferimento ad istanze e non ad autorizzazioni. Tra l'altro, dalla relazione del sottosegretario emerge che comunque l'iter è piuttosto complesso e articolato nel tempo, dunque vi è tutta una serie di possibilità di verifiche e di accertamenti.
Quindi, tutto questo sarà sottoposto sicuramente a verifiche e ad accertamenti, Pag. 14non solo da parte del Ministero dell'ambiente e, ovviamente, del Ministero dello sviluppo economico, ma sarà anche alla base delle eventuali - anzi, delle sicure - azioni che i responsabili degli enti locali (cioè, dei comuni e delle province interessate) metteranno in atto per salvaguardare quei territori ed anche il loro sistema economico produttivo. Mi riferisco alla zona sud-occidentale della Sicilia, che, oggi, rappresenta una delle zone più sviluppate dell'intera regione e che quindi, non può assolutamente subire un vulnus di questo genere. Un'eventuale autorizzazione in ordine all'estrazione di idrocarburi in quelle zone arrecherebbe all'intera popolazione dei guasti non soltanto ambientali e paesaggistici, ma soprattutto economici.
Mi rendo conto che l'atto di sindacato ispettivo in oggetto è stato presentato attraverso la forma dell'interpellanza urgente e che, quindi, il Governo ha avuto poco tempo per preparare la risposta, tuttavia mi sarei aspettato una risposta ben più compiuta in merito ad una questione che avevo posto: mi riferisco alle maggiori informazioni che chiediamo in ordine alla solidità economica e alla capacità professionale della società San Leon energy. Ciò non toglie che avremo il tempo, il modo e la possibilità per accertare meglio questi aspetti. Soprattutto, mi conforta il fatto che un nuovo decreto ministeriale - quello del 26 aprile 2010, che contiene il disciplinare tecnico - di cui non avevo conoscenza, contribuirà a stabilire dei requisiti ancora più cogenti.
In ogni caso, posso qui preannunziare al Governo che questa è soltanto la prima iniziativa che pongo in essere personalmente, ma unitamente ad altri parlamentari. Non è un caso, infatti, che l'interpellanza urgente a mia prima firma, seppur presentata da parlamentari del gruppo del Popolo della Libertà al quale appartengo, porti anche la firma di un importante esponente del Partito Democratico e, quindi, del centrosinistra. Ebbene, vorrei annunziare che questa è la prima delle iniziative di controllo e di verifica che sarà posta in essere dai parlamentari siciliani, proprio per verificare l'iter procedurale e, soprattutto, per evitare che disastri ambientali, paesaggistici ed economici possano interessare il nostro territorio e il Mar Mediterraneo, che non appartiene soltanto al nostro territorio, ma è patrimonio comune dell'intero Paese e del bacino del Mediterraneo in genere.
Pertanto, signor Presidente, ringrazio lei e, in maniera particolare, il rappresentate del Governo: continueremo nel prosieguo della nostra azione politica. Comunque, già da stasera, porteremo a conoscenza ai consigli comunali, che si svolgeranno in Sicilia, la risposta del rappresentante del Governo: gli amministratori locali sapranno, quindi, quali azioni intraprendere per garantire al meglio le loro popolazioni.

(Chiarimenti in ordine alla posizione processuale del signor Massimo Ciancimino - n. 2-00718)

PRESIDENTE. L'onorevole Laboccetta ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00718, concernente chiarimenti in ordine alla posizione processuale del signor Massimo Ciancimino (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti).

AMEDEO LABOCCETTA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor sottosegretario, prima di passare all'illustrazione dell'interpellanza urgente della quale sono primo firmatario, mi sia consentito sottolineare, senza intenti polemici nei confronti di chicchessia, l'importanza che la funzione ispettiva riveste tra le attribuzioni del Parlamento e che, troppo spesso, artatamente, viene trascurata quando - e ciò avviene periodicamente - viene fatto il bilancio delle attività svolte da questa Camera.
Considero ingeneroso nei confronti di quanti come me, degli altri sottoscrittori dell'interpellanza urgente odierna e delle migliaia di altri atti di sindacato ispettivo, vivono il proprio impegno parlamentare in maniera oltremodo seria e, nel rispetto del dettato costituzionale, esercitano sì la primaria Pag. 15funzione legislativa, ma anche, in misura equivalente, i poteri e le attribuzioni che spettano al Parlamento riguardo all'attività dell'Esecutivo.
Molto vi sarebbe da dire sulla questione e, de iure condendo, sulla necessità che, nel mutato quadro istituzionale derivante dall'adesione del nostro Paese all'Unione europea, ai Parlamenti nazionali siano attribuiti maggiori poteri, come sancito dal Trattato di Lisbona, tra cui quello, ad esempio, di intervenire nella fase ascendente di formazione delle direttive comunitarie, che sono vere e proprie leggi che si applicano nei territori dell'Unione europea. Tuttavia, questo è un discorso che affronterò in un altro momento.
L'invito che, per il momento, mi permetto di rivolgere è di essere tutti più cauti nel fare dichiarazioni ed esprimere giudizi sulla qualità e sulla quantità di lavoro svolto da questo onorevole consesso.
Vengo ora al merito dell'atto di sindacato ispettivo. La questione posta all'attenzione del Governo, che a un lettore disattento potrebbe apparire unicamente rilevante per gli aspetti tecnicistici da operatori di diritto, è invece di sostanza e di stringente attualità.
I fatti a fondamento di questa interpellanza urgente sono noti e i mezzi di comunicazione, anche recentemente, hanno dato ampio risalto alle esternazioni del signor Massimo Ciancimino. È doveroso, seppur brevemente, ricordare, affinché ne rimanga traccia, che Massimo Ciancimino è uno dei figli di Vito Ciancimino. La figura di quest'ultimo è emblematica per comprendere, appieno e fino in fondo, la stagione, purtroppo lunga, durante la quale - ciò è stato accertato giudiziariamente - la mafia siciliana riuscì a piazzare un suo uomo sulla poltrona di sindaco di Palermo, segnando così la pagina più buia della storia, pure millenaria, della seconda capitale del Mezzogiorno. Furono quelli gli anni del sacco di Palermo, delle migliaia di licenze edilizie (allora si chiamavano così) rilasciate a tre prestanomi di Cosa Nostra, della immedesimazione della mafia con le istituzioni comunali.
Vito Ciancimino per quei fatti venne condannato in via definitiva a tredici anni di reclusione, per favoreggiamento e concorso esterno in associazione mafiosa, e obbligato a corrispondere al comune di Palermo un risarcimento monstre di 150 milioni di euro. Ciancimino prima della sua morte, avvenuta nel 2002 riuscì a versare solo sette di quei milioni; ne mancano quindi 143 milioni (la cosa potrà interessare il Ministro Tremonti).
Il processo penale ha consentito di accertare che lo scaltro figlio del barbiere di Corleone, trasferitosi in città, strumentalizzando il potere che gli derivava dall'appartenenza alla corrente «Primavera» della DC, era diventato lo stabile riferimento e lo snodo degli affari, specialmente edilizi, della mafia che si inurbava e che si stava facendo imprenditrice, perdendo la sua originaria connotazione agricola e rurale. Vito Ciancimino era «intraneo» alla mafia, in posizione apicale e manteneva strettissimi rapporti con i vertici di quell'organizzazione criminale.
Le dichiarazioni rese da Massimo Ciancimino, nel corso del processo davanti al tribunale di Palermo nel quale è giudicato il generale dei carabinieri Mario Mori, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, i suoi interventi durante popolari trasmissioni televisive, il contenuto del volume «Don Vito» di cui lo stesso è autore, hanno rivelato all'opinione pubblica, di prima mano, per bocca di un protagonista, fatti particolarmente gravi, aventi anche rilievo penale e risalenti al lungo periodo di dominio mafioso sulla Sicilia a partire dagli anni Settanta del secolo scorso e sino alla morte di Vito Ciancimino.
Vero è che la corte d'appello di Palermo non ha ritenuto di ammettere la testimonianza-audizione nel processo di secondo grado a carico del senatore Marcello Dell'Utri, giudicando le dichiarazioni rese sfornite del requisito dell'attendibilità e della non contraddittorietà, confermando così il giudizio di chi parla che si Pag. 16trattava delle ennesime chiacchiere che siffatti personaggi, con arte degna di diverso impiego, mettono in giro per compiacere taluni esponenti di determinate procure.
Il mio giudizio è confermato dalla recente apparizione del Ciancimino nella trasmissione di un ex europarlamentare (che abbiamo appreso ieri non sarà più foraggiato dal servizio pubblico con denaro dei cittadini). Trasmissione che, non è sfuggito a nessuno, altro non era se non un'udienza esterna del processo a carico di Marcello Dell'Utri, alla quale però lo stesso imputato non poteva partecipare ed il collegio che lo giudica era presente «in spirito». Ciò nulla toglie al fatto che dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino si evince chiaramente una sua responsabilità penale quanto meno a titolo di concorso esterno per la partecipazione ad associazione mafiosa.
Ho avuto modo in altre occasioni di esprimere tutte le mie perplessità circa l'abuso che a mio parere viene perpetrato da alcune determinate procure che contestano il concorso esterno in associazione mafiosa - reato non contemplato dal nostro codice penale - a esponenti politici, professionisti, uomini delle forze dell'ordine e privati cittadini, con devastanti effetti sulle loro esistenze. Certo non sconosco la posizione di alcuni tribunali e corti, che in forza di un abusato potere di creazione normativa, hanno ritenuto di poter affermare la sussumibilità di alcune condotte nell'ipotesi del concorso esterno.
Ma se volessimo applicare i principi del cosiddetto diritto vivente elaborati per pervenire ad alcune clamorose condanne - penso a quella di Calogero Mannino, Bruno Contrada, Ignazio D'Antone - poi, con alterno destino, smentite o confermate negli ulteriori gradi, allora dovrei affermare, senza tema di smentita, che Massimo Ciancimino è partecipe a pieno titolo o come concorrente esterno all'associazione di tipo mafioso. I fatti che Massimo Ciancimino ha raccontato dimostrano come egli fosse in rapporto di stabile e organica compenetrazione nel tessuto organizzativo della mafia perché a disposizione del padre e quindi della mafia per il perseguimento di fini criminosi. Ma anche a non volerlo ritenere stabilmente inserito nella struttura, è indubbio che egli fornisse ad essa un concreto, specifico, consapevole e volontario contributo che aveva certamente effettiva rilevanza per la conservazione o il rafforzamento delle capacità operative dell'associazione o del particolare settore a cui era addetto il padre.
Certamente Massimo Ciancimino era consapevole dei metodi e dei fini dell'associazione mafiosa e dell'efficacia causale della sua attività di sostegno, anche se oggi egli dichiara che non li condividesse o che addirittura li avversasse. Nessuno può negare che egli sapesse e volesse che il suo contributo fosse diretto alla realizzazione anche parziale del programma criminoso del mantenimento in vita della mafia.
Se questi sono i parametri, come detto, ai quali sono state agganciate le sentenze penali di condanna per concorso esterno, allora non si comprende perché - ed ecco il senso del quesito posto al Governo - Massimo Ciancimino sia stato sentito nelle vesti di testimone assistito ai sensi dell'articolo 197-bis del codice di procedura penale e non già nelle vesti di indagato ai sensi dell'articolo 210 dello stesso codice. La differenza, come ho detto all'inizio del mio intervento, è sostanziale. Se Massimo Ciancimino è stato sentito e continua ad essere sentito nelle forme di cui all'articolo 197-bis, allora egli, nonostante tutte le sue ammissioni che si atteggiano a vere e proprie confessioni, non è in alcun modo indagato per associazione mafiosa. Ciò non vuol dire, a mio parere, che tanti magistrati, in altre occasioni così solerti, non abbiamo sentito o non abbiano pienamente compreso il senso delle dichiarazioni del figlio di «Don Vito». A mio giudizio, e concludo, Massimo Ciancimino andava arrestato da tempo, ma evidentemente alcuni magistrati gli hanno riservato un trattamento privilegiato. È una storia opaca e inquietante rispetto alla quale chiedo risposte serie e chiarezza.

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PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Laura Ravetto, ha facoltà di rispondere.

LAURA RAVETTO, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, per rispondere all'interpellanza presentata dall'onorevole Laboccetta, riferisco i dati che sono stati trasmessi al riguardo dalla magistratura inquirente palermitana e dall'autorità giudiziaria procedente.
La deposizione di Massimo Ciancimino, secondo quanto comunicato dal presidente della IV sezione penale del tribunale di Palermo, è stata resa nell'ambito del procedimento penale n. 1760/08 a carico di Mario Mori e Mauro Obinu, attualmente pendente in fase dibattimentale.
Nelle udienze del 1 febbraio 2010, del 2 febbraio 2010, dell'8 febbraio 2010 e del 2 marzo 2010 il Ciancimino è stato esaminato, secondo l'iniziale indicazione della pubblica accusa, come imputato di reato probatoriamente collegato ai sensi dell'articolo 210 del codice di procedura penale. Successivamente, essendo emerso che nel corso dei pregressi interrogatori dinanzi all'ufficio del pubblico ministero al Ciancimino era stato rivolto l'avvertimento previsto a norma dell'articolo 64, comma 3, lettera e), del codice di procedura penale in materia di interrogatorio dell'indagato, allo stesso è stata attribuita la qualifica di teste assistito ai sensi dell'articolo 197-bis, comma 2, del codice di procedura penale.
Per quanto riguarda, invece, l'eventuale iscrizione di Massimo Ciancimino nel registro degli indagati per il reato di associazione mafiosa, quale partecipe alla associazione, ovvero come concorrente esterno della stessa, si rappresenta, come precisato dal procuratore capo del predetto ufficio requirente, che le iscrizioni esistenti nel registro notizie di reato della procura della Repubblica, secondo la normativa processuale vigente, non sono pubbliche e non sono in alcun modo propalabili o divulgabili.
Ai sensi dell'articolo 335 del codice di procedura penale è invece prevista la possibilità, su richiesta delle parti e dei loro difensori, di comunicazione delle iscrizioni, eccezion fatta per i delitti di cui all'articolo 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale e fatte salve le ipotesi derogatorie contemplate agli articoli 118 e 118-bis del codice di procedura penale.

PRESIDENTE. L'onorevole Laboccetta ha facoltà di replicare.

AMEDEO LABOCCETTA. Signor Presidente, signor sottosegretario, ringrazio il Ministro della giustizia Alfano, ma ringrazio lei in particolare e mi dichiaro soddisfatto, ma resto perplesso rispetto alla cripticità o surrettizietà delle informazioni rese dalla procura palermitana. Ritengo che le prerogative del Parlamento debbano essere adeguatamente salvaguardate e che non si possa adeguatamente rispondere al quesito legittimo posto da circa sessanta parlamentari con una nota dal contenuto burocratico.
Sono note a chi parla le attribuzioni di poteri che nel nostro sistema processual-penalistico sono riconosciute agli uffici delle procure della Repubblica e ai magistrati che hanno la responsabilità di ricoprirli. Fatti, però, della gravità di quelli - lo ribadisco - ammessi da Massimo Ciancimino meritavano e meritano di essere adeguatamente perseguiti. Speriamo che l'omissione dell'informazione, circa la sua iscrizione, sia dovuta al segreto investigativo.
Signor Presidente, signor sottosegretario, l'articolo 112 della Costituzione, con pregevole chiarezza - mai, forse, norma fu scritta in maniera più chiara - prevede che (mi piace citarlo): «il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale», sancendo, così, l'obbligatorietà dell'azione penale. Allora non si comprende come il signor Massimo Ciancimino non sia stato ancora arrestato per meglio accertare, giudiziariamente, i fatti che egli stesso ha ritenuto di dover ammettere nel corso di un processo penale e nel corso di trasmissioni televisive.
È amara la constatazione che, come George Orwell, devo fare: tutti gli animali Pag. 18sono uguali, ma vi sono animali più uguali degli altri; Massimo Ciancimino, evidentemente, è un animale più uguale degli altri.
Per molto meno gli inflessibili sostituti procuratori della Repubblica hanno inviato comunicazioni giudiziarie, o avvisi di garanzia, a tante persone con effetti anche sconvolgenti sui loro rapporti sociali, economici, professionali e umani, mentre a Massimo Ciancimino è consentito di non pagare pedaggio per le sue condotte che continuerò a considerare criminali.
Avrei voluto poter trarre dalla risposta la convinzione (in parte l'ho tratta), che il vero intento di Ciancimino non sia quello di porre in essere (ognuno ha un suo modo di vedere) manovre per salvare, attraverso una sua strumentale collaborazione con alcune procure, l'ingente patrimonio familiare che è profitto e frutto del malaffare, e potrebbe essere oggetto di sequestro e confisca ai sensi della vigente normativa antimafia.
Signor Presidente Buttiglione, non vorrei scomodare Giovanni Verga, ma ho forse la sensazione (e non utilizzo l'infelice espressione utilizzata da Ciancimino ad Anno zero) che qui si voglia innanzitutto salvare «la roba». Massimo Ciancimino, da novello mastro don Gesualdo, mi appare soltanto come moderno sacerdote della religione della «roba». Egli, come Gesualdo Motta, accumula ricchezze, danaro, si lancia in giochi di speculazioni tra appalti e concessioni pubbliche, e il processo, nel quale egli ha riportato una pesante condanna, ne è la conferma e la dimostrazione. Ma, come per il personaggio verghiano, «la roba» finirà per essere la sua maledizione e la sua condanna.

(Iniziative per garantire l'applicazione della sentenza della Corte di cassazione in ordine al riconoscimento dello status di cittadino italiano ai figli di donne che hanno perso la cittadinanza a seguito di matrimonio con cittadini stranieri avvenuto prima del 1 gennaio 1948 - n. 2-00699)

PRESIDENTE. L'onorevole Porta ha facoltà di illustrare l'interpellanza Bucchino n. 2-00699 concernente iniziative per garantire l'applicazione della sentenza della Corte di cassazione in ordine al riconoscimento dello status di cittadino italiano ai figli di donne che hanno perso la cittadinanza a seguito di matrimonio con cittadini stranieri avvenuto prima del 1 gennaio 1948 (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti), di cui è cofirmatario.

FABIO PORTA. Signor Presidente, signor sottosegretario, il tema che i numerosi firmatari - tra l'altro anche di diverso orientamento politico e culturale - hanno deciso di portare all'attenzione del Governo e dei colleghi riguarda le importanti e complesse conseguenze che la sentenza della Corte di cassazione n. 4466, del 25 febbraio 2009, può determinare sul terreno della trasmissione della cittadinanza italiana da parte delle donne che hanno sposato cittadini stranieri.
Non è la prima volta che discutiamo di questa sentenza in quest'Aula. Circa un anno fa, infatti, l'onorevole Bucchino - che è il primo firmatario di questa interpellanza - con me ed altri colleghi si era rivolto al Governo, più o meno negli stessi termini di oggi, per avere una prima valutazione di quanto potrebbe seguire a una sentenza che, in sostanza, abbatte una delle più resistenti barriere al pieno riconoscimento dei diritti della donna, anche in tema di trasmissione della cittadinanza.
In particolare, interpellammo un anno fa il Governo per sapere cosa i Ministeri competenti (ossia il Ministero dell'interno e il Ministero degli affari esteri) stessero preparando per consentire al cittadino discendente da donna, che aveva perduto la cittadinanza italiana per avere sposato uno straniero, di ottenere il riconoscimento del suo diritto senza ricorrere alle lunghe, e a volte costose, procedure di ordine giudiziario, insomma, per conoscere se questi cittadini potessero ricorrere alle più comode e accessibili procedure amministrative.
Mi sia consentito, prima di procedere oltre, di richiamare i presupposti essenziali di ordine normativo e alcune implicazioni di principio che in questa materia Pag. 19si manifestano con particolare evidenza. Solo a partire dalla data di entrata in vigore della nostra Costituzione, infatti, alle donne che avevano perduto la loro cittadinanza soltanto per il fatto di aver sposato un cittadino straniero, ai sensi della legge n. 555 del 1912, si era riconosciuta la facoltà di trasmettere la cittadinanza ai propri figli.
Questa situazione ha costituito, per oltre sessant'anni, un vulnus costante nel principio di parità tra i cittadini, e dal punto di vista delle situazioni personali e sociali che ne sono derivate ha provocato odiose contraddizioni e disparità addirittura tra i figli di una stessa madre, esclusi dalla cittadinanza italiana se nati prima del 1 gennaio 1948, ammessi se nati un giorno dopo. Chi come me ha una conoscenza delle nostre comunità all'estero sa bene quali reazioni, quali frustrazioni abbia provocato, e continui a provocare, una ingiustizia tanto palese e tanto diffusa.
Capisco bene che solo l'evocare il tema della cittadinanza possa far scattare polemiche e meccanismi di contrapposizione riguardanti anche la difficile transizione sociale che l'Italia sta attraversando ormai da diversi anni, ma proprio questo automatismo accresce il disagio di quanti vivono nelle nostre comunità di origine sparse per il mondo, i quali appena conoscono la storia dell'emigrazione italiana sentono di non potere e di non volere accettare che di queste cose si parli con un certo spirito di estraneità e di esclusione che milioni di italiani hanno dovuto subire nelle loro esperienze di migranti.
C'è, infatti, qualcuno che al di là delle legittime differenze politiche e culturali abbia qualcosa da eccepire sul fatto che una donna possa trasmettere la sua stessa cittadinanza ai figli, a tutti i suoi figli, a prescindere dalla loro data di nascita? C'è qualcuno che abbia da eccepire che una persona nata in Italia, costretta poi ad andare all'estero e a rinunciare per lavoro alla cittadinanza, la voglia riacquistare per ragioni sostanzialmente affettive, per offrire ai figli un'opportunità in più? Allora perché non affrontare subito almeno tali questioni con il più ampio consenso di forze?
Comunque, per tornare alla sentenza della Corte di cassazione della quale stiamo parlando, ormai abbiamo questo importante pronunciamento che riconosce nella cittadinanza uno status permanente e imprescindibile e pone le condizioni per rimuovere definitivamente gli effetti lesivi di una tradizione normativa ingiusta. Il percorso che si è dovuto compiere per giungere a questo traguardo è stato lungo, irto di difficoltà. La legge n. 555 del 1912, alla quale accennavo, sanciva la perdita della cittadinanza indipendentemente dalla sua volontà per la donna che avesse sposato un cittadino di un altro Stato. La stessa sorte naturalmente ricadeva sui figli per i quali la medesima legge non prevedeva il riacquisto della cittadinanza.
La nuova Carta costituzionale enfatizzava il carattere discriminatorio di queste norme e il loro contrasto con il principio della parità dei sessi e con quello dell'uguaglianza giuridica e morale tra i coniugi. Bisognava attendere, però, due sentenze della Corte costituzionale, la n. 87 del 1975 e la n. 30 del 1983, per attestare l'incostituzionalità sia della norma che prevedeva la perdita della cittadinanza da parte della donna, sia di quella che non prevedeva il riacquisto della stessa da parte dei figli. Tuttavia, agli effetti pratici, per poco meno di un secolo non si modificava la condizione di quanti avevano subito, più o meno consapevolmente, queste conseguenze.
Finalmente, questo pronunciamento della Cassazione ha sanato una ferita aperta nel corpo vivo della nostra emigrazione.
L'approfondimento da svolgere oggi, in realtà, è quello relativo alla possibilità di trasferire, sul piano amministrativo e, quindi, applicativo, l'esecuzione di una sentenza che finora rappresenta soltanto un precedente di carattere giurisdizionale. Non mi riferisco soltanto agli aspetti di ordine organizzativo ed operativo: già qualcuno, con cui ho scambiato opinioni su questa situazione nuova che si è venuta Pag. 20a determinare, ha tentato di mettere le mani avanti, affermando che la rete degli uffici consolari e le strutture amministrative che devono provvedere all'esame delle pratiche di cittadinanza sono già così indebolite e, allo stesso tempo, così oberate di lavoro che non è pensabile che possano farsi carico, nelle attuali condizioni, anche di questa ulteriore incombenza. Anche se non è espresso esplicitamente, si può leggere tra le righe il timore e, forse, anche l'ansia che possa estendersi la platea elettorale dei cittadini residenti all'estero, con conseguenze sugli equilibri del Paese.
Si tratta di un timore, francamente, infondato per due ordini di ragioni: la prima è che l'onda più alta di richieste di cittadinanza si è concentrata in America Latina ed è, in questi giorni, in attesa di risposte concrete, anche grazie a un'operazione specifica che sta dando i suoi risultati, anche se non in tutti i Paesi di quell'area; la seconda è che gli eletti all'estero nel nostro Parlamento, per modifica costituzionale, sono in numero definito e, quindi, non potrebbero ovviamente crescere al mutare di queste condizioni.
L'aspetto problematico, che non abbiamo taciuto l'anno scorso nella precedente nostra interpellanza urgente e sul quale non sorvoliamo oggi, riguarda, come è noto ai competenti uffici in materia, il requisito dell'esplicita dichiarazione di volontà richiesta dalla donna per il riacquisto della cittadinanza, ai sensi dell'articolo 219 della legge n. 151 del 1975. La stessa Cassazione, mentre afferma che la dichiarazione prevista dall'articolo 219 non è richiesta per il riconoscimento giurisdizionale della cittadinanza, essendo ormai acquisito il quadro del principio costituzionale, è più prudente quando sposta la materia sul piano amministrativo. Essa, infatti, tende a considerare persistente il vincolo procedimentale rappresentato dalla dichiarazione della donna, richiesta dal già citato articolo 219.
Sul piano concreto, è evidente che, per il passare del tempo, ormai soltanto un esiguo numero di donne è in grado di soddisfare l'adempimento e che, di converso, un grande numero di discendenti non può ottenere il riconoscimento di un sacrosanto diritto per un passaggio di tipo procedimentale.
Concludo, signor Presidente, signor sottosegretario, invitando ovviamente ad una risposta più precisa e, soprattutto, più operativa di quella dell'anno scorso, sottolineando come per gli italiani all'estero, come è a lei noto, signor Presidente, sono tempi assai difficili per quanto riguarda gli investimenti per le politiche migratorie e il riconoscimento delle loro rappresentanze democratiche. Dopo aver sottratto loro molte risorse e aver messo anche in discussione i loro istituti di autogoverno, non sottraiamo loro anche la chiarezza e la certezza del diritto.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Laura Ravetto, ha facoltà di rispondere.

LAURA RAVETTO, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli deputati, desidero innanzitutto ribadire quanto è già stato riferito in occasione della risposta fornita circa un anno fa all'interpellanza di analogo contenuto, presentata dallo stesso onorevole Bucchino, circa il convinto intendimento del Governo di individuare un'adeguata soluzione al problema del riconoscimento della cittadinanza italiana alle donne che l'avevano persa a seguito di matrimonio con un cittadino straniero e ai loro figli.
Il Governo è mosso, a tale proposito, dalla piena condivisione dei principi affermati dalla Corte suprema di cassazione con la sentenza n. 4466 del 25 febbraio 2009 e, ancor prima, dalle sentenze della Corte costituzionale n. 87 del 1975 e n. 30 del 1983 che, come è stato detto, attengono al fondamentale riconoscimento della parità tra uomo e donna costituzionalmente riconosciuto.
Il Governo ha sviluppato ogni possibile approfondimento per poter applicare, anche in via amministrativa, quanto stabilito Pag. 21dalla Corte di cassazione, con la citata sentenza, per ciò che riguarda il riconoscimento in sede giudiziale dello status di cittadino italiano alle donne che si trovano nella condizione citata.
L'esame a tal fine avviato, d'intesa con il Ministero degli affari esteri, ha fatto emergere alcuni limiti procedimentali imposti dalla legislazione vigente, dovuti alla necessità di acquisire la dichiarazione di volontà delle donne interessate, secondo quanto stabilito dall'articolo 219 della legge n. 151 del 1975, espressamente richiamato al secondo comma dell'articolo 17 della legge n. 91 del 1992.
Inoltre, la disposizione dell'articolo 15 della medesima legge n. 91 del 1992 - cui fa riferimento anche la sentenza della Corte di cassazione - stabilisce che l'acquisto o il riacquisto della cittadinanza può avere effetto solo dal giorno successivo a quello in cui si sono realizzate le condizioni richieste dalla legge.
Infine, ulteriore vincolo procedimentale - per l'applicazione in via amministrativa del principio stabilito dalla suddetta giurisprudenza costituzionale e di legittimità - deriva dal disposto dell'articolo 14 della già citata legge n. 91 del 1992, che stabilisce che solo i figli minori di chi acquista o riacquista la cittadinanza, se conviventi, acquistano automaticamente lo status civitatis.
Pertanto, acquisita la consapevolezza della necessità di un'iniziativa di carattere legislativo, finalizzata alla soluzione del problema, il Ministero dell'interno e il Ministero degli affari esteri avevano avviato un'ipotesi di intervento normativo volto, tra l'altro, a sopprimere innanzitutto il termine di scadenza per la presentazione della dichiarazione di riacquisto della cittadinanza, ai sensi dell'articolo 17 della legge n. 91 del 1992, e a riconoscerne il possesso ininterrotto per la donna che l'aveva persa dopo il 1 gennaio 1948, per effetto del matrimonio contratto con un cittadino straniero, ed ai suoi discendenti in linea retta.
Nella proposta si prevedeva, inoltre, la possibilità di presentare istanza di riconoscimento per nascita solo per i figli e i discendenti in linea retta non oltre il secondo grado del genitore o dell'avo dei quali è documentata la cittadinanza italiana.
La proposta era stata presentata, su iniziativa del Ministero degli affari esteri, in sede di predisposizione dello schema del decreto-legge n. 194 del 30 dicembre 2009, recante «Proroga di termini previsti da disposizioni legislative». In tale circostanza, per motivi esclusivamente tecnici, l'iniziativa non ha avuto buon fine poiché non era possibile recepirla nel testo del provvedimento.
Consapevole dell'importanza e della delicatezza delle aspettative di tanti connazionali di vedersi riconosciuto il legame mai interrotto con il loro Paese di origine, il Governo intende adottare un ulteriore, specifico intervento normativo che riproponga quello non accolto in precedenza. Al riguardo, sono in corso le concertazioni con gli altri ministeri interessati, al fine della presentazione di uno specifico emendamento all'atto Camera n. 3443, riguardante la conversione del decreto-legge 28 aprile 2010, n. 63, recante «Disposizioni urgenti in tema di immunità di Stati esteri dalla giurisdizione italiana e di elezioni degli organismi rappresentativi degli italiani all'estero».

PRESIDENTE. L'onorevole Porta ha facoltà di replicare.

FABIO PORTA. Signor Presidente, ringrazio il sottosegretario e il Governo per questa risposta, che però non mi soddisfa pienamente. Infatti, se da un lato riconosciamo e prendiamo atto del fatto che è stata portata avanti questa verifica da parte dei due Ministeri, mi sembra che la verifica abbia soltanto confermato e ribadito alcuni vincoli nei procedimenti e nelle procedure amministrative di applicazione della sentenza.
A questo proposito, voglio quindi ribadire come sia necessario intervenire, sperando ovviamente che queste ipotesi di tipo normativo abbiano poi seguito e soprattutto possano contare anche sul sostegno e sulla rapidità normativa, che Pag. 22spesso non è caratteristica di quest'Aula. Spero che questo problema, già affrontato, in effetti anche risolto dalla pronuncia della Corte di cassazione, non debba protrarsi nel tempo, confermando questo apparente disinteresse in relazione a problematiche vecchie, e anche nuove, delle nostre collettività residenti all'estero.
Non credo che si tratti soltanto di disattenzione. Siamo di fronte alla perdita, quasi irrecuperabile, di un rapporto organico con le nostre comunità degli italiani che vivono nel mondo, che passa anche attraverso la poca chiarezza, la poca sensibilità di carattere istituzionale, la poca rapidità nelle decisioni, la poca omogeneità delle procedure, delle sentenze, a volte anche delle norme contenute nella stessa legislazione.
Stiamo parlando in questo caso - voglio ribadirlo - di una palese discriminazione nei confronti di donne che, soltanto per avere sposato un cittadino straniero prima del 1948, hanno perso automaticamente il diritto alla cittadinanza italiana, a causa di quanto previsto dalla legge n. 555 del 1912. Questa condizione oggi continua a penalizzare tutti i figli e i nipoti di donne italiane nati prima della fatidica data del 1 gennaio 1948 di entrata in vigore della nostra nuova Carta costituzionale.
Rispetto a questa discriminazione sono state, peraltro, presentate anche delle specifiche proposte di legge, nella scorsa e in questa legislatura, che al momento sono ferme anche perché è ferma la discussione sulla riforma dell'intera legge sulla cittadinanza, che potrebbe, invece, non soltanto sanare queste contraddizioni, ma anche integrare in maniera moderna ed adeguata il principio dello ius sanguinis con il più moderno principio dello ius soli. Spero che quindi questa discussione possa ricominciare, perché forse potrebbe aiutarci a risolvere alcune questioni e a riprendere anche alcune delle considerazioni del sottosegretario, che si riferiva ad interventi di carattere normativo.
Devo comunque prendere atto che, a distanza di un anno dalla nostra precedente interpellanza, ad oltre un anno da una sentenza del febbraio 2009, nonostante un pronunciamento specifico e ben circoscritto, le persone che in Italia e nel mondo attendono una rapida esecuzione di tale sentenza continueranno a farlo; non credo che sia un segnale positivo da parte delle nostre istituzioni a vario titolo coinvolte nell'affrontare e nel risolvere tale problema.

(Elementi ed iniziative in merito ad alcuni arresti ed azioni di agenti di polizia posti in essere in occasione dello svolgimento della recente finale di Coppa Italia presso lo stadio Olimpico di Roma - n. 2-00716)

PRESIDENTE. L'onorevole Zamparutti ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00716, concernente elementi ed iniziative in merito ad alcuni arresti ed azioni di agenti di polizia, posti in essere in occasione dello svolgimento della recente finale di Coppa Italia presso lo stadio Olimpico di Roma (Vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti).

ELISABETTA ZAMPARUTTI. Signor Presidente, i fatti riportati nell'interpellanza - che ho potuto presentare grazie alle firme assolutamente trasversali di molti parlamentari che hanno, come me, avvertito l'urgenza di un chiarimento su questa vicenda - attengono ad un'operazione di polizia che ha tutti i connotati di un rastrellamento indiscriminato, compiuto nel dopo partita di coppa Italia tra Roma e Inter, lo scorso 5 maggio. Otto persone sono state arrestate.
Sono ragazzi che ho avuto modo di visitare nel carcere di Regina Coeli, constatando l'assurdità - ripeto - di un'operazione che, oltre a procurare gravi lesioni fisiche ad alcuni, è di tutta evidenza che ha colpito ragazzi che non hanno a che fare con comportamenti violenti.
Questa vicenda è stata strappata al silenzio e agli ulteriori esiti nefasti che ne sarebbero potuti conseguire grazie ai video dei pestaggi di Stefano Gugliotta, ragazzo che, peraltro, non era neppure stato alla Pag. 23partita, essendo questo facilmente verificabile, perché ormai i biglietti sono tutti nominativi, e grazie anche al video che testimonia l'inequivocabilità di quanto accaduto a Luca Daniele, che è stato investito deliberatamente da un'auto della Digos, fatto che gli ha procurato la frattura di una vertebra.
In questa vicenda è inquietante anche la compromissione del diritto di difesa di questi ragazzi, essendo mancata, per tre di loro, la comunicazione all'avvocato dell'avvenuta nomina, fatto che egli ha potuto apprendere quando si è recato in carcere per incontrare uno dei ragazzi che lo aveva incaricato; in tale circostanza, peraltro, l'avvocato ha anche appreso che, di lì ad un'ora e mezza, era stata fissata la prima udienza, trovandosi, quindi, in una sostanziale situazione di impossibilità a prepararsi adeguatamente per difendere tutti i ragazzi della cui difesa aveva avuto incarico.
Credo che questa vicenda provi, ancora una volta, le conseguenze di una politica della gestione emergenziale dei fenomeni sociali, all'interno dei quali includo anche quello che riguarda le tifoserie, con forme di degenerazione tali per cui anche solo trovarsi in prossimità di uno stadio, per ora solo in un giorno di partita, comporta il rischio di subire questo tipo di trattamenti.
Ora, a distanza di 15 giorni dai fatti avvenuti, mi risulta che ancora quattro persone sono detenute a Regina Coeli, Stefano Gugliotta è stato liberato e altri tre ragazzi sono agli arresti domiciliari. Se questa è la situazione relativa ai ragazzi, si tratta di capire ora a quali risultati abbia portato l'indagine nei confronti degli agenti, rispetto ai quali, come ha anche sottolineato il Consap, sarebbe interessante sapere se vi sia tra loro qualcuno che in passato si è reso già protagonista di episodi analoghi.
Si tratta di sapere anche quali informazioni siano state acquisite in merito alla mancata comunicazione all'avvocato da parte del commissariato che aveva arrestato alcuni di questi ragazzi.
Si tratta di sapere se sia vero che diverse ambulanze erano al seguito delle forze dell'ordine presenti alla finale di Coppa Italia del 5 maggio a Roma, e per quale motivo, e se sia vero che, in quella stessa occasione, sono avvenute altre cariche nei confronti di un gruppo di immigrati che abitualmente si ritrovano a piazza Mancini.
Soprattutto, credo sia importante sapere se si intenda fare fronte alla possibilità di identificare le forze dell'ordine e, in particolare, se si intenda rendere obbligatoria una forma di identificabilità ex post degli agenti antisommossa, come avviene, ad esempio, apponendo sul casco un numero, che corrisponde alla persona; questa misura sappiamo essere praticata in molti Paesi europei.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Laura Ravetto, ha facoltà di rispondere.

LAURA RAVETTO, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei innanzitutto esprimere, a nome di tutto il Governo, la più ferma condanna di ogni forma di violenza, da qualsiasi parte provenga.
In merito ai fatti che sono oggetto dell'interpellanza, sono in corso indagini giudiziarie e un'inchiesta interna disposta dal Capo della polizia per individuare ogni eventuale responsabilità, che verrà perseguita senza riserve. Il Governo auspica una rapida conclusione degli accertamenti; ma, tenuto conto che la responsabilità penale è personale, sono da evitare processi sommari e attacchi indiscriminati alle forze dell'ordine, che svolgono quotidianamente il difficile compito dalla gestione dell'ordine pubblico con professionalità e sacrificio.
Dalla ricostruzione dei fatti del prefetto di Roma viene riferito che, al termine dell'incontro di calcio Roma-Inter di mercoledì 5 maggio scorso, un folto gruppo di tifosi romanisti, all'uscita dallo stadio, ha dato luogo a disordini, attaccando ripetutamente Pag. 24le forze dell'ordine con lanci di oggetti contundenti, pietre, bottiglie di vetro e razzi illuminanti.
In una delle fasi dei disordini, in viale Pinturicchio, dove poco prima si erano radunati altri tifosi, venivano individuati due giovani che si stavano allontanando senza casco a bordo di un motorino. All'intimazione dell'alt, il giovane alla guida del motorino non si fermava, affermando che non c'entrava nulla e cercando di spingere l'operatore.
Sono in corso un'indagine giudiziaria e un'inchiesta interna per la ricostruzione dei fatti, ma il ragazzo veniva poi comunque accompagnato al posto di Polizia presso lo Stadio Olimpico, ove veniva visitato da un medico del 118. Al termine degli accertamenti di rito e delle cure mediche, il giovane veniva accompagnato presso il carcere di Regina Coeli, poiché, su richiesta del pubblico ministero di turno, il giudice per le indagini preliminari ne convalidava l'arresto.
Secondo le informazioni fornite dal procuratore della Repubblica di Roma al Ministero della giustizia, risulta che all'esito dei primi accertamenti l'ufficio requirente ha prospettato, nella competente sede giudiziaria, che si versi nell'ipotesi di reazione ad atto arbitrario del pubblico ufficiale, con conseguente iscrizione del reato di lesioni ai danni del giovane e con richiesta di scarcerazione del medesimo, accolta nella serata di mercoledì 12 maggio, non sussistendo più esigenze cautelari. Lo stesso procuratore ha, inoltre, precisato che le indagini proseguono per la più precisa ricostruzione dei fatti e l'accertamento delle responsabilità.
Al fine di chiarire esattamente le fasi dell'arresto e verificare ogni comportamento illecito, sono stati individuati tutti gli appartenenti alla Polizia di Stato che hanno partecipato alle varie fasi del fermo e le loro annotazioni sono state trasmesse all'autorità giudiziaria per le valutazioni di competenza. Qualora venissero accertate, al termine delle indagini, responsabilità penali nei confronti di uno o più appartenenti alle forze dell'ordine, il Ministero dell'interno si costituirà parte civile.
Anche per ciò che riguarda le altre persone arrestate in quanto coinvolte nei disordini verificatisi fuori dallo stadio, valgono le considerazioni già svolte circa la necessità che si attenda l'esito di tutti gli accertamenti che saranno effettuati dall'autorità giudiziaria e dall'inchiesta disposta dal Capo della Polizia per la ricostruzione dei fatti e per l'individuazione di ogni eventuale responsabilità. Attualmente, la misura cautelare della custodia in carcere risulta ancora applicata nei confronti di quattro degli indagati, mentre nei confronti degli altri tre indagati è stata invece applicata la misura degli arresti domiciliari.
Per quanto riguarda gli altri specifici quesiti posti dall'onorevole Zamparutti, il prefetto di Roma ha innanzitutto escluso in maniera assoluta la presenza di ambulanze al seguito dei reparti che si recavano allo stadio la sera del 5 maggio 2010. Da quanto dichiara il Ministero dell'interno, risulta che non siano avvenute cariche nei confronti di un gruppo di immigrati che abitualmente si ritrovano in piazza Mancini.
Per ciò che riguarda, inoltre, gli adempimenti posti in essere per garantire la difesa delle persone arrestate, il prefetto di Roma ha assicurato che, per tutti i fermati, gli uffici e i reparti che procedevano hanno acquisito le nomine dei legali di fiducia da parte degli interessati, provvedendo altresì a comunicare tali nomine ai rispettivi recapiti telefonici o di fax forniti dagli arrestati. Comunque, per tutti i fermati, sono stati tempestivamente informati il magistrato di turno ed i familiari indicati dagli stessi interessati.
Quanto all'ultimo quesito posto dagli onorevoli interpellanti, preciso che l'identificabilità ex post degli agenti che operano nei servizi di ordine pubblico è sempre assicurata dalle specifiche annotazioni contenute nelle relazioni di servizio che vengono redatte in tali circostanze e che, come nel caso di specie, vengono anche trasmesse all'autorità giudiziaria.

PRESIDENTE. L'onorevole Zamparutti ha facoltà di replicare.

Pag. 25

ELISABETTA ZAMPARUTTI. Signor Presidente, non mi dichiaro soddisfatta di questa risposta. Ho seguito infatti la settimana scorsa il question time che si è svolto sulla medesima vicenda ed anche le risposte che sono state fornite ad altri atti presentati: devo dire che, nel passare del tempo, non sono stati acquisiti ulteriori elementi rispetto al punto che si è posto e che attiene, più che alla ricostruzione dei fatti che hanno portato all'arresto dei ragazzi, all'indagine nei confronti degli agenti.
In particolare, per quanto riguarda la mancata comunicazione all'avvocato che era stato incaricato da alcuni di loro faccio presente che l'avvocato ha avuto il cellulare acceso ed è stato quindi assolutamente reperibile per tutta la notte. Quindi non si comprende come mai non sia stato raggiunto, come si evince sostanzialmente dalla risposta che è stata fornita.
Devo anche aggiungere che per quanto riguarda l'ultimo punto, quello della proposta di rendere identificabile l'agente - proprio perché come diceva il sottosegretario la responsabilità penale è personale - soprattutto per la persona che può subire il comportamento di un agente delle forze dell'ordine è necessario avere subito elementi da comunicare per arrivare poi all'identificazione.
Capisco che all'interno alle forze dell'ordine vi siano modalità tali per cui si sa chi fa parte di quella squadra o di quell'operazione, ma sarebbe una forma di garanzia per il cittadino poter avere uno strumento di identificazione dell'agente.
Da questa considerazione deriva appunto la proposta di apporre sul casco un numero in modo tale che possa essere memorizzato dal cittadino e di conseguenza accelerare le eventuali procedure o le indagini che dovessero riguardare quella persona. Forse la proposta non è stata compresa bene, ma su questo punto la risposta è stata sostanzialmente elusiva.

PRESIDENTE. È così esaurito lo svolgimento delle interpellanze urgenti all'ordine del giorno.

Sull'ordine dei lavori (ore 11,35).

ALESSANDRA MUSSOLINI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ALESSANDRA MUSSOLINI. Signor Presidente, intervengo anche come contribuente (poiché tutti noi paghiamo il canone RAI) per parlare del million dollar man Michele Santoro e dei 17 milioni di euro che percepirà in base allo schema di accordo con i dirigenti RAI.
Trovo un fatto del genere immorale in un momento in cui siamo in crisi e in cui - giustamente - si parla di tagli alle indennità per i parlamentari. Vorrei ricordare che se noi tagliamo del 10 per cento l'indennità parlamentare (che, tra l'altro, stabilirei su base volontaria, perché non deve essere una punizione, ma siamo noi che dobbiamo dare questo 10 per cento), tale somma dovrebbe essere vincolata a confluire in un fondo ben definito. Il risparmio sarebbe di circa 2 milioni e 400 mila euro. Ma noi cosa facciamo? Diamo soldi pubblici - 17 milioni di euro! - per docufiction a Michele Santoro!
E la Commissione di vigilanza sulla RAI che fa? Su cosa vigila? Cosa fa Zavoli? Anche questo è importante, visto che si tratta di un argomento che poi tocca tutti, perché sono soldi pubblici. Parliamo tanto della necessità di dover dare l'esempio e tutti noi dobbiamo darlo, ma non posso leggere che vi sono già stati casi analoghi. Allora cominciamo da adesso, ora che siamo in crisi. Si è detto che questa è una bozza di accordo sicuramente vantaggioso per la RAI: non so quanto per i contribuenti! Chiedo quindi a Zavoli - lo farò formalmente - una sospensione di questo schema di accordo per verificare a fronte di che cosa vengano dati questi 17 milioni di euro: è vergognoso ed immorale!

Sul calendario dei lavori dell'Assemblea.

PRESIDENTE. Comunico che, con lettera in data 19 maggio 2010, la Presidente Pag. 26della Commissione giustizia ha fatto presente che la Commissione non potrà concludere in tempo utile l'esame del disegno di legge n. 3290 recante il piano straordinario contro le mafie, nonché delega al Governo in materia di normativa antimafia, previsto nel vigente calendario dei lavori a partire da lunedì 24 maggio, ove concluso dalla Commissione, chiedendo al contempo di inserire il medesimo nel calendario a partire da mercoledì 26 maggio. L'esame di tale provvedimento sarà pertanto iscritto all'ordine del giorno in tale data.

Modifica nella composizione di una componente politica del gruppo parlamentare Misto.

PRESIDENTE. Comunico che, con lettera in data 19 maggio 2010, il deputato Francesco Pionati, iscritto al gruppo parlamentare Misto, ha chiesto di aderire alla componente politica Repubblicani, Regionalisti, Popolari.
Il rappresentate di tale componente, con lettera in pari data, ha comunicato di aver accolto tale richiesta.

Ordine del giorno della prossima seduta.

PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta.

Lunedì 24 maggio 2010, alle 15:

1. - Discussione del disegno di legge:
Conversione in legge del decreto-legge 28 aprile 2010, n. 63, recante disposizioni urgenti in tema di immunità di Stati esteri dalla giurisdizione italiana e di elezioni degli organismi rappresentativi degli italiani all'estero (C. 3443-A).
- Relatore: Stefani.

2. - Discussione della proposta di legge:
LETTA ed altri: Incentivi fiscali per il rientro dei lavoratori in Italia (C. 2079-A).
- Relatore: Mosca.

3. - Discussione della proposta di legge:
META ed altri: Concessione di un contributo per la realizzazione di un programma per il rinnovo del materiale rotabile della società Ferrovie dello Stato Spa e altre disposizioni in materia di trasporto ferroviario (C. 2128-A).
- Relatore: Meta.

La seduta termina alle 11,40.