XVII Legislatura

Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro

Resoconto stenografico



Seduta n. 138 di Martedì 13 giugno 2017

INDICE

Comunicazioni del presidente:
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 3 

Sulla pubblicità dei lavori:
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 4 

Audizione di Enrico Fenzi:
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 4 ,
Fenzi Enrico  ... 5 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 5 ,
Fenzi Enrico  ... 5 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 5 ,
Fenzi Enrico  ... 6 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 6 ,
Fenzi Enrico  ... 6 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 6 ,
Fenzi Enrico  ... 6 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 6 ,
Fenzi Enrico  ... 6 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 7 ,
Fenzi Enrico  ... 7 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 7 ,
Fenzi Enrico  ... 7 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 7 ,
Fenzi Enrico  ... 7 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 7 ,
Fenzi Enrico  ... 7 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 8 ,
Fenzi Enrico  ... 8 ,
Grassi Gero (PD)  ... 8 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 8 ,
Grassi Gero (PD)  ... 8 ,
Fenzi Enrico  ... 8 ,
Grassi Gero (PD)  ... 8 ,
Fenzi Enrico  ... 8 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 8 ,
Fenzi Enrico  ... 8 ,
Grassi Gero (PD)  ... 8 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 9 ,
Fenzi Enrico  ... 9 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 9 ,
Fenzi Enrico  ... 9 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 9 ,
Fenzi Enrico  ... 10 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 10 ,
Fenzi Enrico  ... 10 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 10 ,
Fenzi Enrico  ... 10 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 10 ,
Fenzi Enrico  ... 10 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 11 ,
Fenzi Enrico  ... 11 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 11 ,
Fenzi Enrico  ... 11 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 11 ,
Lavagno Fabio (PD)  ... 11 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 11 ,
Lavagno Fabio (PD)  ... 11 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 11 ,
Lavagno Fabio (PD)  ... 11 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 12 ,
Fenzi Enrico  ... 12 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 12 ,
Fenzi Enrico  ... 13 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 13 ,
Fenzi Enrico  ... 13 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 13 ,
Fenzi Enrico  ... 13 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 13 ,
Fenzi Enrico  ... 13 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 13 ,
Fenzi Enrico  ... 13 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 14 ,
Fenzi Enrico  ... 14 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 14 ,
Fenzi Enrico  ... 14 ,
Lavagno Fabio (PD)  ... 14 ,
Fenzi Enrico  ... 14 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 14 ,
Fenzi Enrico  ... 14 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 14 ,
Fenzi Enrico  ... 14 ,
Carra Marco (PD)  ... 15 ,
Fenzi Enrico  ... 15 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 15 ,
Carra Marco (PD)  ... 15 ,
Cervellini Massimo  ... 15 ,
Fenzi Enrico  ... 15 ,
Cervellini Massimo  ... 15 ,
Fenzi Enrico  ... 15 ,
Cervellini Massimo  ... 15 ,
Fenzi Enrico  ... 15 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 16 ,
Fenzi Enrico  ... 16 ,
Lavagno Fabio (PD)  ... 16 ,
Fenzi Enrico  ... 16 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 16 ,
Lavagno Fabio (PD)  ... 16 ,
Fenzi Enrico  ... 16 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 16 ,
Fenzi Enrico  ... 16 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 17 ,
Grassi Gero (PD)  ... 17 ,
Fenzi Enrico  ... 17 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 17 ,
Fenzi Enrico  ... 17 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 17 ,
Grassi Gero (PD)  ... 17 ,
Fenzi Enrico  ... 17 ,
Grassi Gero (PD)  ... 17 ,
Fenzi Enrico  ... 17 ,
Grassi Gero (PD)  ... 17 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 17 ,
Fenzi Enrico  ... 18 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 18 ,
Fenzi Enrico  ... 18 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 18 ,
Fenzi Enrico  ... 18 ,
Grassi Gero (PD)  ... 18 ,
Fenzi Enrico  ... 18 ,
Grassi Gero (PD)  ... 18 ,
Fenzi Enrico  ... 18 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 18 ,
Fenzi Enrico  ... 18 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 18 ,
Fenzi Enrico  ... 18 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 18 ,
Fenzi Enrico  ... 18 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 18 ,
Fenzi Enrico  ... 18 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 18 ,
Fenzi Enrico  ... 19 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 19 ,
Fenzi Enrico  ... 19 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 19 ,
Fenzi Enrico  ... 19 ,
Grassi Gero (PD)  ... 19 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 19 ,
Fenzi Enrico  ... 19 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 19 ,
Fenzi Enrico  ... 19 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 19 ,
Fenzi Enrico  ... 19 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 20 ,
Fenzi Enrico  ... 20 ,
Grassi Gero (PD)  ... 20 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 20 ,
Fenzi Enrico  ... 20 ,
Grassi Gero (PD)  ... 20 ,
Fenzi Enrico  ... 20 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 20 ,
Fenzi Enrico  ... 20 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 20 ,
Fenzi Enrico  ... 20 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 20 ,
Fenzi Enrico  ... 20 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 20 ,
Fornaro Federico  ... 20 ,
Fenzi Enrico  ... 20 ,
Fornaro Federico  ... 20 ,
Fenzi Enrico  ... 21 ,
Fornaro Federico  ... 21 ,
Fenzi Enrico  ... 21 ,
Fornaro Federico  ... 21 ,
Fenzi Enrico  ... 21 ,
Fornaro Federico  ... 21 ,
Fenzi Enrico  ... 21 ,
Fornaro Federico  ... 21 ,
Fenzi Enrico  ... 21 ,
Fornaro Federico  ... 21 ,
Fenzi Enrico  ... 21 ,
Fornaro Federico  ... 21 ,
Fenzi Enrico  ... 21 ,
Fornaro Federico  ... 21 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 21 ,
Fornaro Federico  ... 21 ,
Fenzi Enrico  ... 22 ,
Fornaro Federico  ... 22 ,
Fenzi Enrico  ... 22 ,
Fornaro Federico  ... 22 ,
Fenzi Enrico  ... 22 ,
Fornaro Federico  ... 22 ,
Fenzi Enrico  ... 22 ,
Fornaro Federico  ... 22 ,
Fenzi Enrico  ... 22 ,
Lavagno Fabio (PD)  ... 22 ,
Fenzi Enrico  ... 22 ,
Lavagno Fabio (PD)  ... 22 ,
Fenzi Enrico  ... 22 ,
Lavagno Fabio (PD)  ... 22 ,
Fenzi Enrico  ... 22 ,
Fornaro Federico  ... 23 ,
Fenzi Enrico  ... 23 ,
Fornaro Federico  ... 23 ,
Fenzi Enrico  ... 23 ,
Lavagno Fabio (PD)  ... 23 ,
Fenzi Enrico  ... 23 ,
Lavagno Fabio (PD)  ... 23 ,
Fenzi Enrico  ... 23 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 23 ,
Fenzi Enrico  ... 23 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 23 ,
Grassi Gero (PD)  ... 23 ,
Fenzi Enrico  ... 23 ,
Grassi Gero (PD)  ... 23 ,
Fenzi Enrico  ... 23 ,
Grassi Gero (PD)  ... 23 ,
Fenzi Enrico  ... 23 ,
Grassi Gero (PD)  ... 23 ,
Fenzi Enrico  ... 24 ,
Grassi Gero (PD)  ... 24 ,
Fenzi Enrico  ... 24 ,
Grassi Gero (PD)  ... 24 ,
Fenzi Enrico  ... 24 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 24 ,
Fenzi Enrico  ... 24 ,
Grassi Gero (PD)  ... 24 ,
Fenzi Enrico  ... 24 ,
Grassi Gero (PD)  ... 24 ,
Fenzi Enrico  ... 24 ,
Grassi Gero (PD)  ... 24 ,
Fenzi Enrico  ... 24 ,
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 24

Testo del resoconto stenografico

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE
GIUSEPPE FIORONI

  La seduta comincia alle 13.25.

Comunicazioni del presidente.

  PRESIDENTE. Comunico che, nel corso della riunione odierna, l'Ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, ha convenuto di:

   incaricare la dottoressa Tintisona e il generale Scriccia di approfondire il tema di possibili rapporti tra il maresciallo Oreste Leonardi e il colonnello Stefano Giovannone;

   incaricare la dottoressa Tintisona di acquisire sommarie informazioni testimoniali da una persona al corrente dei fatti;

   richiedere alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma di fornire informazioni sulla sorte dei due frammenti di fotografie fatti ritrovare da Toni Chichiarelli a Roma, in piazza Belli, nell'aprile del 1984;

   incaricare il colonnello Pinnelli e il capitano Di Prete di acquisire sommarie informazioni testimoniali da cinque persone al corrente dei fatti;

   incaricare il generale Scriccia, il colonnello Pinnelli e la dottoressa Tintisona di acquisire sommarie informazioni testimoniali da tre persone al corrente dei fatti;

   incaricare il dottor Donadio di acquisire sommarie informazioni testimoniali da una persona al corrente dei fatti;

   incaricare il generale Scriccia di raccogliere le dichiarazioni processuali rese da Fulvia Miglietta;

   incaricare il dottor Donadio e il colonnello Occhipinti di acquisire sommarie informazioni testimoniali da due persone al corrente dei fatti.

   Comunico, inoltre, che:

   il 1° giugno 2017 il dottor Salvini ha depositato una nota istruttoria, riservata, relativa ad approfondimenti sulla vicenda dei rapporti tra Brigate rosse e formazioni palestinesi;

   il 5 giugno 2017 la dottoressa Picardi, il generale Scriccia e la dottoressa Tintisona hanno depositato i verbali, riservati, di sommarie informazioni testimoniali rese da Paolo Passamonti, Carmine Dell'Anno e Antonio De Rosa;

   nella stessa data il dottor Salvini e la dottoressa Picardi hanno depositato il verbale, riservato, di sommarie informazioni testimoniali rese da Anna Turi;

   nella stessa data il generale Scriccia ha depositato una nota, riservata, con allegata documentazione, relativa alla latitanza di Alessio Casimirri;

   nella stessa data la dottoressa Tintisona ha depositato una raccolta di documentazione, riservata, originata dalla Questura di Genova, sulla vicenda della scoperta del covo brigatista di via Fracchia;

   il 6 giugno 2017 il Procuratore generale presso la Corte d'appello di Genova, Valeria Fazio, ha inviato una raccolta, riservata, di documentazione giudiziaria sulla scoperta del covo brigatista di via Fracchia, a Genova;

   il 7 giugno 2017 il dottor Donadio ha depositato una nota, riservata, relativa a un elicottero privo di segni distintivi che sarebbe Pag. 4 stato in volo su via Fani poco dopo la strage;

   nella stessa data il colonnello Pinnelli ha depositato una nota, riservata, relativa a una persona al corrente dei fatti;

   l'8 giugno 2017 il dottor Donadio ha depositato una nota, riservata, con allegata una relazione della dottoressa Paola Carucci, consulente della Procura generale presso la Corte di appello di Roma, relativa agli atti del procedimento 19986/91 R della Procura di Roma (contro Paolo Inzerilli e Fulvio Martini);

   nella stessa data il colonnello Pinnelli ha depositato una nota, riservata, con allegata documentazione dell'Arma dei carabinieri su Antonio Nirta;

   il giugno 2017 il generale Scriccia ha depositato una nota, riservata, relativa ad Alessio Casimirri;

   nella stessa data il dottor Donadio ha depositato due note, di libera consultazione, sulle tematiche oggetto dell'audizione di Enrico Fenzi;

   nella stessa data è stata acquisita una nota, di libera consultazione, del giornalista Paolo Cucchiarelli su possibili approfondimenti relativi a Giustino De Vuono.

Sulla pubblicità dei lavori.

  PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori sarà assicurata anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.

Audizione di Enrico Fenzi

  PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione del professor Enrico Fenzi, che ringraziamo per la sua presenza oggi e per avere rapidamente accettato il nostro invito.
  Enrico Fenzi ha avuto un percorso piuttosto peculiare nelle Brigate rosse genovesi e poi nazionali, alle quali ha aderito nel 1976, senza dismettere l'impegno universitario. Arrestato il 17 maggio 1979, sulla base delle dichiarazioni di Francesco Berardi, il 3 giugno 1980 è stato assolto. È poi entrato in clandestinità, assumendo un ruolo di spicco nel «partito armato». Il 4 aprile 1981 è stato arrestato a Milano, insieme a Mario Moretti, e ha successivamente intrapreso un percorso di dissociazione e di riflessione sull'esperienza della lotta armata.
  L'audizione di Enrico Fenzi è stata deliberata non solo per acquisire elementi specifici di interesse dell'inchiesta, ma anche valutazioni di tipo più generale sulla vicenda del terrorismo brigatista.
  Un primo gruppo di domande si riferisce direttamente al sequestro e all'omicidio di Aldo Moro, tema al quale lei ha più volte dichiarato di essere estraneo, o di cui ha detto di non essere a conoscenza. A meno che lei non ritenga, a distanza di anni, di integrare con elementi nuovi le sue precedenti dichiarazioni, mi limiterò a chiederle alcuni approfondimenti su punti specifici relativi a sue precedenti affermazioni o riflessioni.
  Ricordo, a titolo di inquadramento, che, quando fu rapito Aldo Moro, lei faceva parte delle Brigate rosse già da tempo e che pochi mesi prima della strage di via Fani lei aveva partecipato direttamente, armato di pistola e camuffato con una parrucca e con una barba e baffi finti, a un'azione delle BR. Infatti, lei, anche se non sparò, fece parte del gruppo di quattro brigatisti che il 17 novembre 1977 a Genova ferirono alle gambe l'ingegner Carlo Castellano, dirigente dell'Ansaldo.
  Lei ha precisato, tuttavia, nel dibattimento al primo processo Moro, nel novembre del 1982, che nel 1978 aveva rapporti estremamente saltuari con i brigatisti e che ciò che apprese in relazione al sequestro Moro lo seppe da colloqui successivi, anche nel corso della sua detenzione.
  Nelle sue deposizioni e nei suoi interventi pubblicistici lei ha detto che nel corso dei 55 giorni del sequestro non si confrontò su questo tema con i brigatisti a lei più vicini, come Rocco Micaletto o Luca Nicolotti. Sembrerebbe, tuttavia, ragionevole – sembrerebbe a noi, che, quindi, ci assumiamo tutta la fragilità dell'affermazione – Pag. 5che lei si sia posto il problema della direzione che stava prendendo il «partito armato», anche in relazione alla sua personale scelta di militanza. Le chiederei, perciò, se ricorda quali furono le sue valutazioni – quelle di allora – sul sequestro di Moro, sulla sua conduzione da parte dei vertici delle BR e sulla decisione di uccidere l'ostaggio. Le chiedo, inoltre, se le condivise con altri, anche non appartenenti in senso stretto alle BR, per esempio con Gianfranco Faina o Edoardo Arnaldi.

  ENRICO FENZI. Prima di tutto, confermo le dichiarazioni rese sin qui, attraverso gli anni. Quindi, confermo di non sapere nulla di preciso sul sequestro Moro. Un punto importante, per esempio, è che io non sono stato consultato sulla fine dell'onorevole Moro, mentre ho saputo che le varie colonne avevano dovuto dare il loro parere. Rispetto a questa dinamica io allora ero del tutto estraneo.
  È vero che ho partecipato all'attentato all'ingegner Castellano, ma ciò ha avuto tutto l'aspetto di un coinvolgimento voluto per – diciamo così – compromettermi definitivamente con l'organizzazione. Infatti, in seguito c'è stato un calo della mia partecipazione, anche perché io ero all'università, che aveva smesso da tempo di essere un centro nevralgico che potesse interessare alle Brigate rosse.
  Circa i rapporti con il professor Faina, questi si erano rotti da tempo e anche piuttosto male, perché era stato espulso dalle Brigate rosse per comportamenti – diciamo così – anarchici, che non corrispondevano alle rigide regole dell'organizzazione. Quindi, con Faina io non ho avuto modo di parlare di questo, né, in ogni caso, ne avrei parlato.
  Rispetto al resto le mie considerazioni...

  PRESIDENTE. Con Edoardo Arnaldi?

  ENRICO FENZI. Non lo ricordo, sinceramente. L'avvocato era molto malato e questa penso sia stata anche una delle ragioni poi della sua fine. Non ricordo di aver espresso particolari... se non quello che era il senso comune anche di sconcerto e di stupore, uno stupore – confesso tranquillamente – misto anche a una sorta di ammirazione o soggezione per un'azione così grave ed eclatante, che ci aveva stupito, ma niente di particolare.
  Non avendo più avuto contatti con nessuno, non si sono aggiunte considerazioni o notizie particolari su quanto credo già si sappia sul sequestro e l'uccisione dell'onorevole Moro. Io almeno non sono al corrente di niente di particolare.

  PRESIDENTE. Nel suo libro Armi e bagagli si ricorda che, durante i 55 giorni del sequestro Moro, a Genova le BR continuarono con le loro azioni. Il 7 aprile ferirono Felice Schiavetti, presidente degli industriali liguri, e il 4 maggio ferirono Alfredo Lamberti, funzionario dell'Italsider. Lei scrive in proposito: «La colonna genovese aveva la sua implacabile routine e non sembrava particolarmente scossa da quel che avveniva fuori, soprattutto dal sequestro e dall'uccisione di Aldo Moro». Può spiegare meglio questa sua osservazione? Ricordo che i contatti tra la colonna genovese e Moretti durante i 55 giorni dovevano essere stretti, dal momento che il 18 aprile nel covo di via Gradoli fu trovato il volantino di rivendicazione del ferimento di Schiavetti e che i comunicati di rivendicazione dei ferimenti e delle uccisioni compiuti a Genova tra aprile e luglio 1978 furono scritti con la stessa macchina da scrivere usata per il comunicato n. 2 delle BR fatto trovare il 25 marzo 1978 durante il sequestro Moro. Inoltre, il comitato esecutivo delle BR durante i 55 giorni, dopo essersi riunito dapprima alla periferia di Firenze, spostò le riunioni a Rapallo, anche perché, come ricorda Moretti nel suo libro-intervista Brigate Rosse. Una storia italiana, a pagina 141, «in Liguria siamo meglio organizzate», nel suo libro. Peraltro, anche la colonna romana perseguì le sue attività durante il sequestro Moro, ma non per questo rimase estranea al sequestro stesso.
  Riguardo alla partecipazione di brigatisti della colonna genovese all'agguato di via Fani, lei, interrogato nel corso del primo processo Moro, il 4 novembre 1982, rispose di non saperne nulla. Aggiunse, però: «Io sono convinto che in via Fani ci fossero Pag. 6Nicolotti e Dura, però, se lei mi chiede su che base, io non glielo saprei dire, perché queste cose non si dicono, si possono interpretare magari da un accenno o da un modo con cui uno sorride quando parla di queste cose».
  Le chiedo di esporre il più ampiamente possibile questa sua persuasione relativa alla presenza di Luca Nicolotti e Riccardo Dura a via Fani. Si trattò di allusioni dei due brigatisti o di altro? O ha qualcosa a che vedere anche con il contesto, che ho citato, delle riunioni a Rapallo e dei rapporti che comunque Moretti aveva con la colonna genovese, o con taluni di loro?

  ENRICO FENZI. Capisco che la cosa può sembrare curiosa, ma io non ho mai avuto a che fare, in quella stagione, con l'esecutivo. Non ho mai partecipato a nessuna riunione a Rapallo. Credo che, infatti, non risulti, perché non è mai avvenuto.
  Circa la continuità dell'azione della colonna genovese, questo credo fosse dovuto al fatto che era una colonna molto, molto compartimentata, molto concentrata sulle fabbriche genovesi e, quindi, si muoveva di fatto – poi certamente ci sarà stato un esecutivo che approvava od ordinava, questo non lo so – in una maniera largamente autonoma rispetto alle Brigate rosse nazionali, che si muovevano appunto a Roma sul piano nazionale. Genova aveva una sua routine, centrata soprattutto sui rapporti con le grandi fabbriche, che era il punto specifico. Ricordo che allora Genova era una capitale industriale molto importante, cosa che ha smesso di essere, e tutta l'attenzione era concentrata sull'Italsider e sull'Ansaldo, in particolare. Direi forse più sull'Ansaldo.
  Non saprei dire niente sul presidente degli industriali Schiavetti – ne ricordo il nome – o sull'altra persona che lei ha nominato, che non conosco. So che degli attentati genovesi esiste una cronaca. È tutto noto: chi c'era, chi non c'era, chi ha fatto una cosa e chi ha fatto l'altra. Paradossalmente, ripeto, io non ho mai saputo queste cose. Non è che ho taciuto particolari. Semplicemente li ignoravo e, diciamo, ero un po’...

  PRESIDENTE. Non le interessava saperlo.

  ENRICO FENZI. No. Non sono neanche mai stato molto curioso, e di questo non mi pento. Non ho mai cercato di sapere cose che non mi spettava di sapere. Ero, da questo punto di vista, veramente compartimentato.
  Avevo – questo sì – dei rapporti prima con Micaletto, che è stato, se così si può definire, il mio reclutatore. Poi, quando Micaletto credo sia andato a Torino – ma non ne sono sicuro – io ero sotto la tutela di Nicolotti. Non so, quindi, dei loro rapporti con l'esecutivo e chi decidesse le azioni.
  La cosa di cui si è discusso di più – ma se ne è discusso in tutti gli ambiti, in realtà; non mi riferisco, in particolare, ad ambiti vicini alle Brigate rosse – è stato l'omicidio del sindacalista, di Guido Rossa. Questa è stata una cosa di cui inevitabilmente si è parlato di più. Infatti, come poi credo sia stato accertato, il ruolo avuto nel caso da Dura e da Guagliardo è stato discusso ed è venuto fuori.
  In proposito, poi, in anni più recenti ho avuto anche modo di parlarne con la stessa figlia, Sabrina Rossa, con cui ho avuto qualche rapporto, perché era molto curiosa di sapere, ma, nello stesso tempo, avendo parlato con Guagliardo, era già anche lei a conoscenza di molti particolari di questa vicenda.
  Per gli altri, devo dire, non ne so proprio praticamente nulla.

  PRESIDENTE. Questa sua riflessione circa la presenza di Nicolotti e Dura a via Fani?

  ENRICO FENZI. Sto pensando. Sono due cose diverse. Probabilmente – ma dico davvero probabilmente – per Dura è nata dai discorsi su di lui in seguito alla sua uccisione a Genova. Se n'è parlato. Io allora ero nel carcere di Palmi, quando c'è stata la notizia di...

  PRESIDENTE. Di via Fracchia.

  ENRICO FENZI. Sì, di via Fracchia, esattamente. Certamente qualche cosa è Pag. 7venuta fuori allora, anche se ho potuto verificare direttamente che i brigatisti in carcere sapevano pochissimo. Questo è stato uno dei motivi principali della grossa rottura che c'è stata tra la parte di Curcio, Franceschini e altri, cioè la parte detenuta, e la parte fuori, guidata da Moretti. La grossa spaccatura che c'è stata è stata in parte anche determinata dal fatto che i detenuti dentro non sapevano quasi nulla ed erano tenuti all'oscuro di quanto fuori si decidesse.

  PRESIDENTE. Mi scusi se insisto, perché per noi è un punto molto importante, questo di Dura, più che di Nicolotti, ma ci interessa anche Nicolotti. L'idea che Dura fosse in via Fani in qualche modo è riferita ai ragionamenti fatti mentre lei era detenuto nel carcere di Palmi quando Dura è stato ucciso?

  ENRICO FENZI. Sì, quando si parlava di Dura e della sua personalità, di chi era eccetera. Era considerato, da un punto di vista dell'azione, una delle persone più dure e affidabili – diciamo così – delle Brigate rosse.

  PRESIDENTE. Invece, per quanto riguarda Nicolotti?

  ENRICO FENZI. Non ricordo. Questo è un particolare che non ricordo, sinceramente. Può darsi che sia venuto fuori...

  PRESIDENTE. Questa notizia su Dura, però, appresa nel carcere di Palmi per noi è una cosa importante, perché anche a noi, per una serie di elementi di contesto, di letture di documenti, è venuta l'idea che Dura fosse stato coinvolto in una delle fasi. Le risulta che Dura e Moretti avevano un rapporto stretto?

  ENRICO FENZI. Direi di sì, ma non ho elementi. Adesso è anche passato tanto tempo. Si tratta spesso di sensazioni e di parole. Penso di sì, anche se, dopo l'esecuzione del sindacalista, di Rossa, so che i rapporti con Dura si erano molto induriti ed erano entrati in grave crisi.

  PRESIDENTE. Nel corso del processo Moro uno, udienza del 2 novembre del 1982, le fu chiesto se sapesse chi aveva condotto l'interrogatorio a Moro e lei rispose: «No, non lo so. Penso che sia stato direttamente Moretti. Ne ho la certezza senza, però, alcuna prova. Penso sia stato direttamente Moretti a interrogare Moro da cenni, da piccole... Sono certo di questo, ma, se mi chiedesse la prova in base alla quale lo so, mi troverei in difficoltà, però sono certo che è stato Moretti».
  Anche in questo caso, può chiarire meglio? Si trattava di una persuasione o di qualcosa di più oggettivo? Moretti le disse mai qualcosa al riguardo?
  Aggiungerei, professor Fenzi: secondo lei Moretti – questo vale anche se gli interrogatori di Moro li ha condotti lui – era in grado da solo di avere le conoscenze, le competenze e la capacità per quel tipo di interrogatorio e per quello che si desume dai dattiloscritti? Poteva avere quelle competenze e quelle conoscenze, o doveva essere aiutato da qualcuno?

  ENRICO FENZI. Allora, per il primo punto ho questa certezza. Ripeto, non ho le prove, ma ne ho la certezza in base a piccoli particolari che Moretti si era... no, non si era lasciato sfuggire, ma diceva circa i comportamenti dell'onorevole Moro. Ne parlava come di una persona che avesse assistito e fosse stata lì nel momento in cui Moro era prigioniero.
  Per esempio, sul... insomma, questo devo dirlo. Moretti un giorno ha detto – in questo momento lo ricordo abbastanza bene – per esempio: «Durante tutti gli interrogatori, durante tutta la prigionia, abbiamo parlato molto, ma non ha mai manifestato né una domanda, né una parola, né un pensiero riferiti alla sua scorta». Questo fatto aveva colpito Moretti ed era una frase che significava che aveva seguito via via e che era presente al... Questa, per esempio, è una frase che ricordo, perché era una frase che Moretti diceva che era una cosa che l'aveva molto colpito.
  Questo per il primo aspetto. Ce ne sono forse altre che in questo momento non ricordo, ma...

Pag. 8

  PRESIDENTE. Cose di questo tipo.

  ENRICO FENZI. Cose di questo tipo sul comportamento estremamente lucido, determinato e anche calmo dell'onorevole Moro. Aveva su questo piano parole di grande apprezzamento. Non entrava nei particolari, ma testimoniava che era presente.
  Circa le competenze, lì bisognerebbe saperne di più anche sui dattiloscritti e su tutte queste cose, di cui io non so nulla. Non ho mai visto nulla e non sono mai stato particolarmente curioso di leggere nulla. Penso, in generale, che se c'era uno abbastanza intelligente, era Moretti, che esprimeva probabilmente il massimo di quello che le Brigate rosse potevano esprimere. Quindi, non credo avesse bisogno di altri. Non credo neppure che fosse perfettamente all'altezza delle conoscenze e di tutto ciò che si sarebbe dovuto sapere per gestire, o per capire, o per seguire un caso così complesso.
  Quindi, io penso che fosse Moretti, che Moretti esprimesse il meglio della capacità organizzativa delle Brigate rosse e che l'organizzazione, in generale, non avesse altri meglio di lui. Non saprei fare un altro nome, per dire la verità, a conoscenza della situazione politica e delle complicazioni o complessità relative a un caso come questo.

  GERO GRASSI. Presidente, chiedo scusa, su quello che ha detto il professor Fenzi...

  PRESIDENTE. Può intervenire. Se è su questo che ha detto sì.

  GERO GRASSI. Sì, sull'ultima frase.
  In un interrogatorio, Valerio Morucci, quando il magistrato gli chiede chi interrogava Moro, risponde: «Moretti». Il magistrato gli fa osservare che la statura culturale di Moro non era riconducibile alla cultura da perito industriale semplice, dice il magistrato, di Mario Moretti.
  Morucci, a quel punto, dice: «Fatevi dire da Moretti chi ha interrogato Moro». Il magistrato dice: «Faccia uno sforzo», e Morucci replica: «Probabilmente l'ha interrogato Moretti, ma le domande le faceva l'irregolare della casa di Firenze». Lei sa nulla?

  ENRICO FENZI. No, proprio no, assolutamente no. L'irregolare della casa di Firenze? No.

  GERO GRASSI. Né immagina chi possa essere l'irregolare della casa di Firenze?

  ENRICO FENZI. Guardi, immagino già che si pensi, o si possa pensare... Prevengo in qualche maniera la domanda...

  PRESIDENTE. È quella la domanda. Può rispondere come se pensassimo già a suo cognato.

  ENRICO FENZI. Esatto, a mio cognato. Che io sappia, non ha mai avuto a che fare con il caso Moro davvero e poi non era... Caratterialmente e anche dal punto di vista organizzativo credo che fosse un po’ un caso a parte. Ai tempi di Moro io non so neanche quale fosse il suo grado di coinvolgimento. Escluderei nella maniera più assoluta che abbia avuto a che fare in quegli anni. Forse ha avuto più a che fare in anni successivi, ma sempre in termini polemici, di rottura eccetera. Per il resto, non riesco a riportare a quella fase nessuna cosa che abbia a che fare con mio cognato.

  GERO GRASSI. Soltanto per sua conoscenza, è chiaro che Senzani è stato escluso dal caso Moro perché dimostrò che era entrato nelle Brigate rosse nel settembre del 1978, quindi dopo. Però, ci sono prove che dicono che Senzani già nel luglio del 1977 a Firenze, nella casa precedente quella di Borgo Ognissanti, quindi quella vicino al carcere di Sollicciano, ospitò due brigatisti quando ci fu un attentato esplosivo al carcere stesso. Per cui, se li ha ospitati a casa per due o tre giorni, mentre erano ricercati dalle forze dell'ordine ed erano pluriomicidi, se ne deduce che un qualche rapporto lo avesse.
  Detto questo, ma soltanto per la verità storica, prendo atto della sua risposta.

Pag. 9

  PRESIDENTE. Nelle udienze del 2 e del 4 novembre 1982 del primo processo Moro lei ha affermato: «Moro non ha detto nulla, perché, se avesse detto qualcosa di particolarmente importante, sarebbe senz'altro venuta fuori. Penso che ci fosse una sfasatura tra quello che Moro poteva dire e quello che le BR si aspettavano da lui. Moro, da quel che ho capito, poteva fare discorsi politici di impostazione generale, ma le BR volevano tutt'altre notizie, di scandali, di sotterfugi, di Servizi, con cui ricattare lo Stato e aprire contrattazioni. Tali cose Moro o non poteva dargliele, o non gliele ha date». Riferì, inoltre, che, secondo quanto le disse Moretti, «Moro si è comportato talmente dignitosamente da non dire nulla delle cose che loro volevano e che probabilmente non aveva neanche molto da dire».
  Alcuni anni dopo queste considerazioni, che erano in linea con la vulgata brigatista di allora, lei è tornato sul tema in un'intervista al periodico «Il Sabato» del 12 gennaio 1991. In questa occasione lei ha detto che, successivamente al sequestro, tutto ciò che riguardava Moro era stato completamente accantonato nell'organizzazione, però ha riconosciuto che le carte di Moro avevano qualche elemento di interesse e ha invitato Moretti a «raccontare come sono andate effettivamente le cose».
  Alla luce di quanto emerso nel corso degli anni, in particolar modo alla scoperta nel 1990 di parte del memoriale Moro nell'appartamento di via Monte Nevoso e della possibile scomparsa di parte del memoriale, ritiene ancora sostenibile la tesi che Moro non avesse detto nulla di rilevante e che i brigatisti non fossero sufficientemente attrezzati per condurre efficacemente gli interrogatori?

  ENRICO FENZI. Non lo so. Messa così, io direi che sono certo che Moro ha detto cose... anche se non le ho lette, penso che Moro abbia detto cose politicamente molto rilevanti, invece, ma che non erano quelle che le BR si aspettavano, o lungo la linea sulla quale si erano sintonizzate.
  La mia impressione è sempre stata poi, in realtà, non che le BR volessero far dire certe cose a Moro, perché non sapevano esse stesse che cosa volevano. Si attendevano delle rivelazioni che non conoscevano. Questo è stato anche il loro punto debole, immagino, perché da come sono andate le cose mi sembra evidente che andassero un po’ a casaccio, un po’ a tentoni, non avessero un'idea chiara di dove andare a parare. Quindi, aspettavano che Moro desse occasione a qualche cosa, o aprisse qualche via.
  Il discorso più delicato... Uno dei discorsi delicati certamente ha riguardato le possibilità della trattativa, però lì io non ho veramente nulla da dire. È un discorso molto fine, che Moro può benissimo aver fatto e che certamente non è stato colto, o le Brigate rosse non erano in grado di cogliere. È quello che lei diceva prima: non c'era una cultura politica tale per poter stare a quel livello, se vogliamo, di «astrazione politica». «Astrazione» è una parola un po’ buffa, vista la situazione, però certamente non c'era quel livello di finezza politica. Ci si aspettava qualche elemento sul quale basare poi una trattativa.
  L'obiettivo delle BR, paradossalmente, era, credo – almeno a me sembra chiaro – quello della trattativa in sé. Il fatto stesso di ottenere qualcosa ed eventualmente rilasciare l'onorevole Moro sarebbe stato evidentemente il più grosso dei successi. Era in un'ottica tutta interna – diciamo così – che poi le cose di fatto si sono svolte, mentre gli effetti o le ricadute politiche hanno riguardato, se hanno riguardato, sfere del tutto estranee alla portata delle Brigate rosse. Non dico che Moro è stato catturato per rilasciarlo, ma rende un po’ l'idea; per trattare con lo Stato e avere...

  PRESIDENTE. Per il riconoscimento conseguente.

  ENRICO FENZI. Per una forma, sì, che certamente avrebbe sancito la preminenza delle Brigate rosse rispetto a tutte le altre forze allora eversive in Italia. Avrebbe sancito un'autorevolezza maggiore e una capacità di propaganda incredibile, a quel punto, eccetera.

  PRESIDENTE. Lei era piuttosto vicino all'avvocato Edoardo Arnaldi. Come è noto, Pag. 10Spazzali e Arnaldi furono coinvolti nelle inchieste dalle dichiarazioni di Peci, che riferì che entrambi avevano svolto un ruolo di tramite con i brigatisti, anche in vicende di sangue, come l'assassino dell'avvocato Fulvio Croce. Al primo processo Moro lei ha raccontato che Arnaldi le disse che i suoi tentativi di stabilire un dialogo sulla sorte di Moro con Curcio, Franceschini e Ognibene si scontrarono con una netta chiusura. Franceschini alla Commissione stragi nel marzo del 1999 dichiarò: «Noi dentro eravamo appunto per la trattativa e proponemmo addirittura a Guiso che secondo noi era un possibile terreno di trattativa semplicemente la chiusura del carcere dell'Asinara, nemmeno la liberazione del prigioniero». Aggiunse: «Se ci danno anche solo un segnale dal punto di vista dello Stato politicamente significativo, tipo “chiuderemo l'Asinara”, noi prenderemo posizione pubblica, noi che stavamo dentro a favore della liberazione dell'ostaggio».
  Sulla base delle sue conoscenze e di quanto le dissero gli interessati, quale fu la posizione del nucleo storico nel corso del sequestro Moro?

  ENRICO FENZI. Coincide con quanto è stato appena letto. Coincide precisamente. Il nucleo storico era favorevole alla trattativa, ma si è trattato di una cosa del tutto separata dalla logica reale esterna. Questo ha segnato appunto la rottura di cui prima parlavo. Il gruppo storico non ha mai avuto voce in capitolo, neanche minimamente. A quanto mi risulta, nulla. Quindi, era una posizione, si discuteva, avranno discusso, ma era semplicemente un volenteroso tentativo di inserirsi in una realtà così eclatante esterna, ma senza riscontro.

  PRESIDENTE. Riguardo alla decisione di uccidere Moro lei, sempre al primo processo Moro, ha detto, citando confidenze di Peci, che c'era una maggiore divisione di quanto sia apparso. Questo tema è stato evocato anche da altri brigatisti, che hanno detto, in sostanza, che non ci fu alcuna vera consultazione, ma una sorta di affidamento ai vertici dell'organizzazione. Lei, quindi, conferma, come ci ha già detto prima, che non fu né consultato, né ha mai discusso di questi temi nel corso della sua militanza?

  ENRICO FENZI. No, mai.

  PRESIDENTE. Le risulta se fu una consultazione capillare e se ci fu una divisione vera ed estesa?

  ENRICO FENZI. Io ho sentito parlare del fatto che c'è stata una consultazione di tutti i capi colonna. Questo si diceva. Poi come sia avvenuta, se sia stata una vera consultazione, non pilotata, non predeterminata eccetera, questo non glielo so dire; ma che ci sia stata una consultazione con tutti i capi colonna era un dato comune.

  PRESIDENTE. Sempre nel corso del primo processo Moro, a proposito dell'uccisione di Moro lei affermò: «Le Brigate Rosse non potevano fare altro, non avevano segreti da vendere, una trattativa non c'era stata, non avevano un progetto politico di gestione più articolata rispetto alla liberazione. Cosa dovevano fare, se non dimostrare fino in fondo questo loro attacco?». Questo lei lo disse il 4 novembre del 1982. Ritiene ancora valida, come ha già detto alcuni minuti fa, questa sua interpretazione della scelta di uccidere Moro, anche alla luce di quanto emerse sulla trattativa che Morucci e Faranda tentarono tramite Piperno ed altri?
  Su Morucci lei disse, in un dibattimento il 2 novembre del 1982, di avere «la certezza morale che Morucci tenesse il piede in due scarpe, forse influenzato da persone interessate ad avere un piede e una possibilità di influenza sulle Brigate rosse. Ho questa certezza, come penso tutti». Si riferiva per caso a Piperno e Pace?
  Se ritiene che in alcuni momenti dobbiamo andare in seduta segreta, è sufficiente che me lo chieda.

  ENRICO FENZI. No.
  Penso ancora così. Non sono più tanto sicuro, perché con gli anni le valutazioni possono cambiare e si vedono meglio retrospettivamente le cose. Probabilmente la capacità o semplicemente l'intenzione di Pag. 11andare fino in fondo a una trattativa non c'erano, ma penso che le Brigate rosse avrebbero dovuto dare una direzione diversa all'azione. Quindi, sì, forse ho detto che in quel momento quelle Brigate rosse non potevano fare altro, ma è una forma di limitazione o di critica. Avrebbero dovuto fare altro anche a costo di forzature, anche a costo di non ottenere nulla. Secondo me, sarebbero dovute entrare in un gioco politico un po’ più complesso, che però, ricordo vagamente, era un gioco politico molto, ma molto complicato.
  Lo Stato aveva, per esempio mobilitato anche... aveva avuto dei contatti, credo tramite i Servizi, con settori malavitosi in carcere per avere notizie e informazioni. Era tutto un gioco complicato, in cui le trappole erano infinite. Non credo che le Brigate rosse avrebbero facilmente potuto fare qualcosa di diverso. Avrebbero certamente dovuto farlo, ma era veramente tutto troppo complicato, anche a livello politico, perché sulla trattativa – non è un settore di mia competenza – i partiti si sono lacerati ben bene tra loro. Questa storia io non la conosco, ma immagino che queste lacerazioni e queste tensioni anche all'interno dei partiti ci siano state. I partiti volevano – specialmente tramite Piperno, penso – in qualche maniera, sapere di più, entrare di più, avere informazioni maggiori e, quindi, avere anche un rapporto, non ufficiale evidentemente; però tutti erano alla ricerca di rapporti con le Brigate rosse, mica solo la DIGOS o i Carabinieri.

  PRESIDENTE. Il rapporto di Morucci con Piperno è stato un rapporto chiave?

  ENRICO FENZI. Penso di sì. Erano molto legati tramite le loro origini politiche comuni, che io non conosco, ma che c'erano state. Facevano parte un po’ della stessa area.

  PRESIDENTE. Nel capitolo che aggiunse nel 1998 al libro Armi e bagagli – la cui prima edizione risaliva a 1987 – si legge: «Della vicenda Moro mi pare si sappia quanto ragionevolmente si può pensare di sapere. I brigatisti coinvolti, a cominciare da Moretti, hanno detto tutto quello che a loro toccava di dire e i ricorrenti polveroni che vengono ancora sollevati sull'argomento hanno sempre più il carattere di pretestuosi tentativi di intorbidare le acque».
  Siccome abbiamo letto con attenzione, le chiedo: che cosa intendeva dire con le parole «i brigatisti coinvolti hanno detto tutto quello che a loro toccava di dire»? Ci ha colpito questa sua espressione, essendo persona estremamente accorta. Era più semplice scrivere «hanno detto tutto quello che sanno». E le parole «quanto ragionevolmente si può pensare di sapere» indicano che, a suo avviso, c'è un livello di conoscenza oltre il quale non si può andare?

  ENRICO FENZI. Sì.

  PRESIDENTE. Non mi dica solo «sì». Mi aiuti a capire. Lei è in grado di farmi capire quello...

  FABIO LAVAGNO. Presidente, solo per completezza, la frase nel libro di Fenzi prosegue: «Gli elementi ci sono tutti e il pallone di tutti i pretesi misteri è in realtà già scoppiato da un pezzo». Solo per correttezza; visto che si fa una citazione, facciamola in modo completo.

  PRESIDENTE. Io non ho fatto una citazione per ricordare tutto il brano. Non è un problema di contesto, è che scrivere «i brigatisti coinvolti hanno detto tutto quello che a loro toccava di dire» è sostanzialmente diverso dall'affermare «hanno detto tutto quello che sanno» e «mi pare si sappia quanto ragionevolmente si può pensare di sapere» con il «pallone scoppiato» non c'entra niente.

  FABIO LAVAGNO. Cambia il contesto.

  PRESIDENTE. Non è questione di contesto. Indica che ci sono altri livelli di conoscenza che qualcuno ritiene non si riesca a sapere.

  FABIO LAVAGNO. Dire che i tanti presunti misteri sono un pallone scoppiato è Pag. 12una frase altrettanto valida quanto quella che lei, in termini semantici, cerca di mettere in bocca al professore.

  PRESIDENTE. Facciamo, però, rispondere al professor Fenzi, che credo si ricordi la citazione e non ha bisogno degli avvocati della difesa.

  ENRICO FENZI. Sono contento di avere un lettore così acuto. Certe frasi si scrivono non perché si ragioni su tutto, ma così, anche d'istinto. Mi viene in mente che pensavo probabilmente a Moretti, che ha detto molto. È stato, per esempio, lui a dire: «A uccidere l'onorevole Moro sono stato io personalmente» eccetera.
  Non so bene, perché io non ho mai letto verbali, documenti e così via. Questo è forse un difetto mio, ma non ho mai cercato di studiare queste cose, tant'è vero che in casa non ho nulla sull'argomento. Ritengo, conoscendolo, che Moretti abbia detto ragionevolmente tutto quello che poteva pensare fosse utile dire e che ci siano dei limiti oltre i quali è difficile andare.
  Nello stesso tempo, la situazione, appunto, è complicata, perché personalmente – mi prendo la responsabilità di quello che dico – ho avuto spesso l'impressione che non si cercasse la verità, che però attraverso Morucci e Moretti poi è venuta fuori. Io ho letto un libro di Morucci in cui si descrive la via di fuga, il cancello, i chiavistelli. Ci sono tutti i minimi particolari della cosa, quindi le cose di fatto si sanno.
  Però la mia reazione... indignata non è la parola giusta, ma molto critica, c'è quando vedo queste ricorrenti cose, ad esempio che in via Fani c'era la ’ndrangheta, c'era quello lì, insomma delle cose che assolutissimamente mi sembrano manovre diversive, tentativi di confondere le acque, non so bene perché. Le Brigate rosse hanno fatto questa cosa, hanno pagato, hanno sbagliato, hanno commesso un crimine orrendo, ma le parti sono abbastanza chiare; mentre tante volte vengono fuori – adesso non mi ricordo – dicendo delle divise, o che c'erano i Servizi. Mi sembra che ci sia tutta una letteratura fasulla su questa cosa, il che non significa che si sa tutto e si può sapere tutto, ma ci si muove allora su un altro piano. Ci si muove sul fatto, di cui io non so nulla, non voglio dire nulla e non voglio neanche pensare nulla, di grandi forze politiche che potevano essere anche interessate al fatto che l'onorevole Moro non ci fosse più. Ci sono dei campi molto delicati che spettano agli addetti e certamente non a me.
  Quindi, da un lato, penso che quello che i brigatisti potevano dire per chiarire la dinamica dei fatti sia stato detto, che grandi misteri non sono venuti fuori e che quelli che sono venuti fuori appartengono, semmai, al lato dei Servizi, perché la questione del Lago della Duchessa, della Brink's Securmark, della famosa testina rotante, quelle lì sono storie piuttosto inquietanti, di cui non è che sia stata data una perfetta soluzione. Almeno io non lo so. Tutta la questione del Lago della Duchessa e di quei comunicati come si spiega, come nasce, come si è sviluppata? Io non dico affatto che si sa tutto. Dico che i brigatisti, per il loro lato, la loro parte l'hanno fatta, secondo me, e che le strade che si imboccano per dire «non si sa tutto» sono spesso chiaramente fasulle. Sono chiaramente depistanti e chiaramente non hanno nulla a che fare con la cosa in sé.
  Non so se sono riuscito a...

  PRESIDENTE. Chiarissimo.
  Le pongo poi alcune domande non riguardanti direttamente la vicenda del sequestro e dell'uccisione di Aldo Moro, ma altri aspetti di interesse per noi.
  Sua sorella Anna Fenzi era la moglie di Giovanni Senzani. Lei ha dichiarato al giudice istruttore Rosario Priore il 30 luglio 1982 di aver ritenuto dapprima che Senzani fosse «una specie di consulente esterno delle BR, in particolare perché viaggiava spesso all'estero e, quindi, non poteva avere rapporti stabili con l'organizzazione. Questi rapporti – l'ho saputo dopo – li aveva con i romani, in particolare con Gallinari e Seghetti, che conosceva bene e da tempo. Questi rapporti dovevano essere da esterno, cioè da fiancheggiatore».
  Può specificare a quando datavano, secondo lei, i rapporti di conoscenza tra Gallinari, Seghetti e Senzani? E può indicare se all'epoca del sequestro Moro suo Pag. 13cognato fosse già in contatto con questi signori che erano più o meno attivi a Roma? Può dirci qualcosa dei suoi rapporti con Senzani, non ovviamente di natura familiare, ma di presenza all'interno delle BR?

  ENRICO FENZI. Questo mi rendo conto che può essere un punto su cui posso sembrare poco credibile, ma, in realtà, ne so poco. Sono sempre stati un po’ curiosi i miei rapporti con Senzani. Io ho scoperto abbastanza tardi che era organico alle Brigate rosse, molto tardi, e non ho idea del suo coinvolgimento.
  Viaggiava spesso all'estero e si occupava di carceri, in particolare. Ha scritto anche dei libri e ha avuto anche qualche incarico – non so di che natura – in senso lato dal Ministero di grazia e giustizia. Per esempio, proprio in quegli anni è stato tanto in California, dove ha visitato tutte le carceri minorili. È stato in Inghilterra e in quegli anni mi aveva anche mandato un libro in regalo da lì.
  Quindi, conoscendolo, io non penso che avesse un rapporto forte e diretto. Penso più, appunto, a un rapporto che potrebbe essere definito da consulente, in quanto il sistema delle carceri era particolarmente all'attenzione delle Brigate rosse e la conoscenza del mondo giudiziario e dei suoi meccanismi credo interessassero altrettanto. Quindi, era la persona giusta, anche con una forte ideologia di sinistra estrema. Quindi, era la persona giusta per svolgere questo particolare tipo di consulenza.
  Quello che poi mi sembra che Senzani abbia fatto direttamente, in quanto Brigate rosse, l'ha sempre fatto in maniera, mi sembra, abbastanza autonoma, o come parte di un brigatismo «sudista» – diciamo così – e sempre in relazione con una sua creazione, che era il fronte carceri. Si chiamava così la struttura di cui era a capo. È in quanto tale che poi si è staccato definitivamente dall'organizzazione, creando di nuovo, come con la colonna Walter Alasia di Milano, una forte situazione di spaccatura.
  È sempre stato abbastanza autonomo, quindi non saprei dire i suoi rapporti con Moretti né con Gallinari. Gallinari era proprio il vero brigatista. Da questo punto di vista mi rendo conto che non ho ben chiaro il quadro dei primi rapporti e degli sviluppi.

  PRESIDENTE. Sapeva che era amico di Gallinari e Seghetti?

  ENRICO FENZI. No. Forse l'ho saputo dopo. Credo di averlo saputo dopo, perché, quando io ero a Palmi, è arrivato Gallinari, che era molto malato per il colpo in testa, e quindi qualcosa forse è venuta fuori. Sì, ho saputo che lo conosceva e stimava molto Gallinari, ma di un rapporto costruttivo, diretto e preciso non so nulla, mentre so che aveva rapporti più forti con i romani, non con l'organizzazione al Nord, dove credo non sia neanche mai stato.

  PRESIDENTE. Nell'audizione svoltasi il 26 aprile presso la nostra Commissione Michele Riccio, che era un ufficiale dei Carabinieri in servizio a Genova dall'autunno del 1978, ci ha comunicato che personale dei Servizi teneva già allora d'occhio una boutique di abbigliamento dove lavorava una persona vicina a lei, forse una sua figlia. Lei è mai stato a conoscenza che c'era quest'attenzione?

  ENRICO FENZI. Questo è non clamoroso, perché credo che non conti nulla, ma è chiaramente un errore. Mai avuto boutique.

  PRESIDENTE. Non sua. Ci lavorava una sua...

  ENRICO FENZI. Non io, ma neanche Isabella Ravazzi, con cui eravamo già compagni senza essere sposati; ci siamo sposati dopo in carcere a Cuneo. Questa della boutique è proprio una cosa assolutamente inverosimile. Non saprei proprio... È un errore, o una grossa confusione.

  PRESIDENTE. Di Riccio.

  ENRICO FENZI. Mia moglie ha fatto l'antiquaria, la restauratrice...

Pag. 14

  PRESIDENTE. Noi non avevamo capito se parlava di una figlia, adesso non mi ricordo.

  ENRICO FENZI. Figlie assolutamente no, proprio no. Lo escludo nella maniera più assoluta.

  PRESIDENTE. Lei ha conosciuto bene Mario Moretti: l'ha incontrato più volte a partire dall'estate del 1980, è stato catturato insieme a lui ad aprile del 1981 ed è stato più volte detenuto insieme a lui nelle stesse strutture carcerarie nel 1981-82. Quale descrizione e valutazione può darci della figura del Moretti – che alcuni, anche all'interno delle stesse BR, considerano ambigua – sotto vari profili, politico, militare, umano, di dirigente delle BR? In particolare, lei si è fatto un'idea delle capacità militari di Moretti? Sa se abbia mai partecipato attivamente, non solo in funzione di appoggio, a ferimenti o attacchi, salvo quello, dichiarato da lui, di Moro?

  ENRICO FENZI. No, perché sulle capacità «militari» di Moretti non ho mai avuto occasione... So, come sapevano tutti, che era tra i più seri e bravi organizzatori e che ha fatto molte cose, molte azioni, anche rapine, nei primi tempi, eccetera.
  Circa le ambiguità, lo so che si dicevano molte cattiverie. Qualcuno sosteneva anche tranquillamente che era un infiltrato. Io non ho mai pensato una cosa del genere, non ho mai avuto motivo di pensarla. Non ho mai neanche capito bene la forza di certi rancori profondissimi che lo dividevano da altri, o meglio che altri avevano contro di lui. Moretti ha sempre mantenuto un atteggiamento da leader, superiore alle parti. Non l'ho mai sentito...

  FABIO LAVAGNO. «Altri» tipo Franceschini?

  ENRICO FENZI. Tipo Franceschini. Forse anche Semeria. Non ho mai sentito Moretti polemizzare direttamente, ma altri. C'erano molti che trovavano sospetti tutti i casi in cui Moretti se l'era cavata.

  PRESIDENTE. Pinerolo...

  ENRICO FENZI. Sì, a partire da Pinerolo, da via San Gottardo a Milano, dalla cascina dove è rimasta uccisa Mara Cagol. Quello è un mistero, nel senso che lì come siano andate davvero le cose non si sa, ma ha costituito un po’ un nodo di... è nato un po’ un nodo...

  PRESIDENTE. Di singolari coincidenze.

  ENRICO FENZI. ...di vipere all'interno delle Brigate rosse, di contrasti. Anzi, non di contrasti, ma di vere e proprie diffidenze e rancori – che non sono mai, però, venuti chiaramente alla luce – forse anche legati alla figura, che io non ho mai conosciuto ma che sembra molto carismatica, di Mara Cagol. Lì c'è stato qualcosa che ha fondato e in cui si sono radicati degli odi molto profondi, che però non hanno mai, che io sappia, trovato riscontro. Davvero, per quanto si sia indagato, non mi pare che sia mai venuto fuori nulla.
  Anche lì, voglio ricordare – mi scuso con la Commissione – che certi casi sono anche emblematici. Quando è venuto un giudice da Roma a dirmi: «Ali Agca ha messo a verbale che lei gli ha dato la pistola e i documenti», io ovviamente ho fatto un salto sulla sedia. Dà anche l'idea di un clima in cui non tutto è sotto controllo e non sappiamo bene che cosa succede.
  Quindi, dire che non ci sono misteri è un po’ eccessivo, ma i giochi sono complicati, gli attori sono tanti e ognuno è responsabile per la sua parte.
  Per quanto riguarda strettamente i fatti, non mi pare sia mai venuta fuori una cosa con sospetti veramente fondati su Moretti, il quale si vantava del suo fiuto e della sua abilità nel capire che, a un certo punto, c'è una certa situazione («Non ci vado, perché...») Ecco, questo fiuto animale certamente l'aveva nel muoversi da clandestino in un'area metropolitana. Questo senz'altro. Era anche molto bravo e qualche volta avrà anche avuto fortuna. Tutte queste accuse contro di lui mi sono sempre sembrate falsissime e radicate in altri tipi di problemi.

Pag. 15

  MARCO CARRA. Quindi, lei pensa che quelle che, con una battuta, il presidente chiamava «circostanze fortuite» siano dovute prevalentemente al fiuto di Moretti? Cioè, aveva questo fiuto che gli lasciava intuire che in quel determinato momento...?

  ENRICO FENZI. I casi concreti non li conosco.

  PRESIDENTE. La domanda, così posta, è singolare, perché, se era legato al fiuto di Moretti, un fiuto non condiviso equivale a una coincidenza.

  MARCO CARRA. Un fiuto non condiviso equivale a una coincidenza. Capisco.

  MASSIMO CERVELLINI. Professore, vorrei capire il giudizio che dà, appunto, negli odi che si erano determinati, del comportamento da leader. A me non interessa la fortuna. Metto nelle caratteristiche di un leader che, quando ha queste intuizioni, ha il dovere di comunicarle, nella misura del possibile. Dall'altra parte gli odi li capisco perfettamente: si parla di persone care uccise e di persone che a volte non sono state uccise perché alcune intuizioni di Moretti non furono perseguite.
  Quindi, a me non interessa tanto l'aspetto della casistica. Il riscontro di determinati fatti che hanno lasciato dei segni tangibili e drammatici e non possono essere derubricati a un rapporto caratteriale; sono delle responsabilità in alcune fasi. Quindi, anche il taglio della comunicazione con gli «storici» in carcere, dopo, è una diretta conseguenza. È evidente. Anche lì, non è un caso che vengano estromessi. Avviene solo in un verso. Dall'altro verso ci sarebbe stata molta disponibilità a capire, a ragionare e ad essere coinvolti, lo ritengo sulla base degli atti.
  Da ultimo, sui palloni sgonfiati lei dice in un'intervista a «la Repubblica» che «la luce deve venire dall'alto». Adesso capisco che si riferisce ai Servizi, a cose non dette...

  ENRICO FENZI. Anche allo stesso Moretti.

  MASSIMO CERVELLINI. Ecco, perché chiaramente c'è sicuramente squadernato un ruolo importante dei Servizi, ma non si portano quattro tonnellate di armi senza che questo ruolo abbia altri riscontri a un livello che viene dall'alto.

  ENRICO FENZI. Certo.

  MASSIMO CERVELLINI. Non è una questione – così la leggo – di misteri scandalistici, insomma. Ognuno, giustamente, fa determinate ricostruzioni, che possono convincere, o possono convincere meno, però è evidente, insomma, che ci sono cose che ciascuno per una parte diversa non ha detto, o ha dato altre versioni. Secondo me, è così, ma vorrei chiedere se ho capito bene.

  ENRICO FENZI. Sì, ma le faccio un altro esempio. Il caso delle quattro tonnellate di armi è esemplare, ma anche lì ci sarebbe molto da dire. Non mi pare che in quella direzione si sia molto andati.
  Un altro caso veramente intricatissimo e sporchissimo è quello del sequestro Cirillo. Lì, dopo, ci sono anche i riscontri, i giudizi in tribunale. Quella è stata un'altra brutta storiaccia. Il coinvolgimento, non si capisce bene come, di Cutolo, che poi... forse ha tirato troppo la corda ed è finito tutto male. Gli stessi tentativi di mobilitare gente come Turatello, che è finito come è finito, e che diceva che aveva fatto trovare una macchina piena di armi e così via, cioè che si accreditava come possibile collaboratore dello Stato contro le Brigate rosse, però...
  Sono storie veramente... È facile anche costruire le storie alle spalle delle persone. Io non ho citato il caso di Agca così per citare semplicemente un aneddoto, ma per dire come è facile montare delle storie che poi hanno una loro vita, e recuperare tutti i fili, come nel caso appunto di Cirillo, diventa molto difficile.
  In questo senso dico che non tutto è stato chiarito. Il traffico delle armi dal Medio Oriente in Italia, perché io ricordo – non ho dati, non ho nulla di preciso – che un'enorme quantità di armi, quasi equivalente, è stata data anche a Prima Linea in Pag. 16Libia. Quindi, non c'erano solo le armi che venivano dalla Palestina, ma c'erano anche quelle della Libia. Queste armi in parte avrebbero dovuto essere conservate per conto di chi le aveva date. Quindi, c'erano parecchie cose molto complicate.
  Penso al caso Pisetta, in cui supposti agenti avrebbero dato alle Brigate rosse l'indirizzo per ammazzare Marco Pisetta in Svizzera. Anche lì è una storia non benissimo chiarita.
  Se ci mettiamo a vedere, ci sono tante cose che però si muovono su un piano relativamente diverso e, a parer mio, spesso per l'attività dei Servizi, che ha confuso un po’ le acque; molto meno, o niente del tutto per quanto io ne so, dalla parte delle Brigate rosse. Non mi sembra sia stata dimostrata una loro precisa intenzione o rapporti pericolosi. Moretti ne è uscito bene.

  PRESIDENTE. Moretti si è intrattenuto più volte con lei sul tema dei rapporti internazionali. Lei ha dichiarato al giudice Imposimato il 5 aprile 1982: «So che Moretti aveva il monopolio dei rapporti delle BR con strutture straniere» e nel successivo novembre al processo Moro ha detto: «Quando ho conosciuto Moretti, nell'estate del 1980, disse che per lui non ci voleva nulla ad andare a Parigi e a riprendere, quando fosse stato necessario, dei contatti. A me non risulta che Moretti sia andato all'estero nel periodo in cui l'ho conosciuto o che avesse una forte attività di collegamenti con l'estero. Mi ha fatto capire – si sapeva – che li aveva avuti». Parliamo del 1980, quindi li aveva avuti prima del 1980. «Mi ha fatto capire che li aveva avuti, però in quel momento mi sembra che non ci fossero. Mi ha parlato sia di rapporti che lui avrebbe potuto riattivare facilmente a Parigi, sia di un recapito preciso, che però non so quale sia, vicino al confine italiano».
  Per quanto le risulta Moretti, prima degli anni Ottanta, quando aveva questi rapporti, con chi aveva rapporti a Parigi? Erano anche preesistenti, molto probabilmente, e risalivano a prima del sequestro Moro? Sa su quale base si erano sviluppati?

  ENRICO FENZI. No, questa è una cosa che...

  FABIO LAVAGNO. Aggiungiamo anche se Fenzi l'ha mai accompagnato a Parigi.

  ENRICO FENZI. No. Moretti sosteneva ufficialmente che aveva avuto dei rapporti (non mi ha mai voluto dire con chi e in che termini), che li aveva lasciati, che non era il momento di riallacciare rapporti perché era troppo pericoloso e, al momento, inutile, che però erano in caldo e che esisteva per lui la possibilità di riallacciare dei rapporti.
  Per tutto il periodo che io l'ho conosciuto, che poi è stato molto breve, non mi risulta che sia mai andato all'estero e altri accenni più precisi non li ha fatti. Questo a Parigi. Direi non in Germania, di questo non mi ricordo. Sicuramente a Parigi, dove diceva che era andato.

  PRESIDENTE. Se dal 1980 in poi non ci è andato, è andato prima.

  FABIO LAVAGNO. Sappiamo chi l'ha accompagnato? Lei sa chi l'ha accompagnato a Parigi?

  ENRICO FENZI. No. Il giudice Mastelloni mi chiese: «Aveva qualche idea sul gruppo parigino cosiddetto dell'Hypérion?»

  PRESIDENTE. Sì, per noi è una cosa importante. Se Moretti dal 1980 non ci è andato, però le ha riferito che aveva questa priorità nei rapporti, ed essendo Parigi un centro in cui era facile organizzarsi, e avendo trovato noi un riscontro addirittura nelle carte di Giovannone del giugno del 1978, dove viene detto che Moretti aveva offerto ai palestinesi parti dell'interrogatorio di Moro per ricucire strappi avuti, allora evidentemente Moretti questi rapporti li aveva avuti in periodi precedenti. È un dato per noi rilevante. Poi con chi e come aveva quei rapporti lo vedremo e lo studieremo. Però, ecco, erano contatti precedenti al 1980.

  ENRICO FENZI. Una cosa che io non ho mai capito, perché era un po’ anche al di là Pag. 17della mia portata, riguarda questi contatti con il mondo palestinese, quando – a me pare, poi posso sbagliare – se c'era un politico italiano che aveva un occhio di riguardo per il mondo arabo, era precisamente l'onorevole Moro. Questo è un punto che mi sembra molto delicato.

  PRESIDENTE. Anche a noi.

  GERO GRASSI. Chiedo scusa. Condivido questo, però va ricordato che gli israeliani offrono armi e soldi a Moretti e ai brigatisti per destabilizzare l'Italia.

  ENRICO FENZI. Sì. È la vicenda di Pisetta, che ho citato non a caso. Si dice che agenti israeliani avrebbero contattato... Io ho sempre pensato che fossero agenti italiani. Non vedo perché... Intanto, gli agenti, se sono segreti, sono segreti. Chi ce lo dice che siano israeliani? Secondo, il caso Pisetta era, da un certo punto di vista, abbastanza semplice. A Marco Pisetta sono state fatte firmare settanta pagine di memoriale con nomi, cognomi, indirizzi eccetera, che erano frutto delle indagini. Gli è stato fatto firmare quel memoriale. Ha firmato e dopo ha detto: «No, mi avete obbligato a firmare, ma io di tutta questa roba non so niente. L'avete scritta voi, gli inquirenti», cioè i Servizi.
  Quindi, non lo so. Per dirla in maniera molto...

  PRESIDENTE. L'onorevole Grassi non fa riferimento a Pisetta. Fa riferimento a...

  ENRICO FENZI. In quel caso si è parlato degli israeliani.

  PRESIDENTE. No, l'onorevole Grassi fa riferimento a un nucleo prima di voi, quando c'erano Curcio e Franceschini. Alla nascita delle BR fu riferito che provarono ad avere contatti. Ce l'ha riferito qui...

  GERO GRASSI. Quello la prima volta. Poi una seconda volta a Moretti, mi sembra.

  ENRICO FENZI. Sì, si diceva, però, chi dice che fossero gli israeliani? Può essere, non lo so.

  GERO GRASSI. Professore, ho detto questa cosa perché condivido quello che dice lei, quando lei dice che, se c'era uno che aveva un occhio di riguardo per il mondo arabo era Moro, però lei capisce meglio di me che questa cosa lei la dice nel 2017. Se le Brigate rosse avessero capito chi era Moro e che cosa faceva Moro, non l'avrebbero rapito, lo avrebbero assecondato. Non so se lei condivide.

  ENRICO FENZI. Sì, capisco.

  GERO GRASSI. Però siccome noi ne stiamo parlando nel 2017, allora io cerco di contestualizzare a quarant'anni fa. Tutto qua.

  PRESIDENTE. Per quanto riguarda i rapporti con i palestinesi lei disse al giudice Ferdinando Imposimato, nel 1982: «C'era stata una fornitura di armi da parte di una frazione dell'OLP, armi che erano state trasportate con una barca. Mi fu detto che questa fornitura era avvenuta con il consenso di tutta l'organizzazione palestinese. In definitiva, la fornitura era stata effettuata da un gruppo palestinese con una sorta di copertura dell'intera organizzazione. Non ho mai saputo quale fosse la contropartita per l'OLP della fornitura delle armi». Aggiunse, inoltre, che subito dopo il distacco dalle BR della colonna milanese Walter Alasia Moretti le disse che quella colonna aveva trattenuto «tutte le armi, i soldi, i documenti eccetera delle BR a Milano e anche qualcosa che l'organizzazione avrebbe dovuto tenere a disposizione della frazione dell'OLP» che gliele aveva date.
  Le fu detto chiaramente che i rapporti erano, in sostanza, con tutta l'OLP, sia pure attraverso una sua frazione.
  Per dare una collocazione cronologica, per noi importante, a questi rapporti, quale potrebbe essere stata, a suo avviso, una contropartita plausibile e ha idea su quali cose le BR a Milano tenevano disponibili per le esigenze dell'OLP?

Pag. 18

  ENRICO FENZI. Ne so poco, però questo lo so. Pare che avessero anche alcuni missili, tubi di lancio, o cose del genere, tipo bazooka o simili. Chi sa o dovrebbe sapere tutto e ha curato credo anche la disposizione, che io non conosco, dei ricoveri per queste armi che andavano tenute per l'OLP è Savasta, in Veneto.

  PRESIDENTE. Il periodo del carico di armi è successivo al 1980?

  ENRICO FENZI. Sì. No. Ora mi mette in confusione. Non lo so. No, un po’ prima.

  PRESIDENTE. 1979?

  ENRICO FENZI. Sì, un po’ prima, perché io ne avevo sentito parlare come di cosa già fatta.

  GERO GRASSI. Professore, per capire: ci può dire lei in che periodo è stato in carcere?

  ENRICO FENZI. Io sono stato arrestato nella primavera del 1979 e sono uscito nel 1980. Sono entrato in clandestinità dopo due o tre mesi, nell'estate, alla fine dell'estate, e sono stato di nuovo arrestato nella primavera del 1981.

  GERO GRASSI. Poi quando è uscito?

  ENRICO FENZI. Sono uscito nel 1986.

  PRESIDENTE. Il 2 luglio 1981 nel carcere di Cuneo un detenuto comune, Salvador Farre Figueras, aggredì Mario Moretti, con l'apparente intenzione di ucciderlo, ma riuscì solo a ferirlo. Anche lei venne ferito nello stesso episodio. Figueras, quasi due anni prima, il 27 settembre 1979, aveva già ucciso nel carcere di Torino Salvatore Cinieri. Cinieri apparteneva ad Azione rivoluzionaria, come il suo amico Faina (oggi ci ha chiarito che era un ex amico) e fu ucciso, pare, perché accusato di delazione. Nel caso suo e di Moretti l'episodio rimase oscuro quanto alle motivazioni. Lei capisce benissimo che Cinieri l'hanno accusato di collaborazione. Lei che interpretazione ne ha dato nel vostro caso? Ritiene che possa esserci stata una responsabilità di qualcuno del nucleo storico, di qualche brigatista?

  ENRICO FENZI. Non credo che questo interessi la Commissione. Subito, io non mi sono dato nessuna spiegazione, salvo una riconducibile ai Servizi. In quel momento le Brigate rosse avevano in corso ben quattro sequestri, mi pare. Ora non li ricordo, però mi pare fossero quattro, tra cui quello del generale Dozier. Moretti che nei primissimi giorni, nel momento in cui entra in carcere, va al passeggio, va all'aria, viene colpito, poteva essere un forte messaggio: «Voi avete quattro prigionieri, ma noi anche». Quindi, stava in una logica, però era una cosa molto astratta, anche ideologica, secondo me. Per quanto poi ci abbiamo riflettuto, non siamo mai venuti a capo del perché.

  PRESIDENTE. Quindi, non un regolamento di conti interno.

  ENRICO FENZI. Io mi sono fatto un'idea addirittura diversa, che non c'entra nulla completamente, estranea a tutto. Esisteva nel carcere di Cuneo un giovane bellissimo, che era oggetto...

  PRESIDENTE. Dell'attenzione di molti.

  ENRICO FENZI. ...dell'attenzione di molti e di una bestia come Figueras in particolare. Quel giovane, come è arrivato Moretti, gli si è praticamente appiccicato, ma Moretti, per carità, si è sempre comportato bene. Si era creata una forte tensione di prestigio all'interno del carcere. Secondo me, è nata...

  PRESIDENTE. Da qualcosa più locale che altro.

  ENRICO FENZI. Sì, per quanto ho pensato, non è mai venuto fuori un discorso sensato.

  PRESIDENTE. Nelle dichiarazioni rese a Dalla Chiesa e all'autorità giudiziaria dal Pag. 191982-83 Michele Galati ha più volte sostenuto di aver raccolto sue confidenze sui tentativi di Senzani di stabilire un rapporto con Giacomo Mancini e con ambienti ’ndranghetisti. In questo quadro ha, inoltre, attribuito un ruolo non meglio precisato alla signora Isabella Ravazzi. Che ne pensa di questa dichiarazione di Galati?

  ENRICO FENZI. Galati è un personaggio, paradossalmente, che mi è sempre stato molto simpatico, però faceva il doppio gioco. Era un detenuto tra i più duri, tra i più attivi nel rimettere in piedi una colonna e, nello stesso tempo, faceva regolari rapporti ai Carabinieri, proprio in particolare a quelli dell'allora colonnello Ganzer. Quindi, che cosa Galati dicesse o non dicesse nessuno lo saprà mai. Questo discorso, che probabilmente sembrava promettente, dell'onorevole Mancini ha avuto origine dal fatto che mia moglie Isabella era stata incarcerata ed era stata a Potenza e aveva nominato un avvocato difensore di Cosenza, l'avvocato Sorrentino, che difendeva politici e anarchici calabresi arrestati. Una volta uscita, tramite l'avvocato Sorrentino, ha conosciuto l'onorevole Mancini. È stata anche ospite, una volta o due, dell'onorevole Mancini, che io non ho mai visto, di cui non so nulla e su cui sono stato anche già interrogato da una Commissione parlamentare, proprio qui.
  Su questa base c'era allora certamente una fortissima intenzione di una parte del Partito socialista di screditare l'onorevole Mancini con l'argomento delle sue vicinanze a Piperno e a certi gruppi, ma in particolare direi proprio a Piperno, che abitava anche lì vicino, e c'è stato un forte attacco all'onorevole Mancini in quanto amico dei mafiosi. È in quella circostanza che poi, che non c'entrava nulla con Mancini, che è venuta fuori la storia del senatore Pittella, che aveva la clinica a Lauria.

  PRESIDENTE. C'è una sentenza passata in giudicato.

  ENRICO FENZI. Esatto. Però diciamo che il senatore Pittella è stato un obiettivo preterintenzionale, perché, in realtà, l'attenzione era su Mancini, e era il giudice Imposimato che...

  PRESIDENTE. Ma è vero che Senzani voleva avere questo tipo di rapporti?

  ENRICO FENZI. Secondo me, no, non con Mancini. Mancini non c'entrava nulla. Li ha avuti direttamente con l'onorevole Pittella.

  GERO GRASSI. Ma Pittella è collegato a Mancini, perché Pittella era nella corrente di Mancini.

  PRESIDENTE. Sì, però vorrei capirlo, questo passaggio.
  Le ripeto, qui si dice che Senzani voleva mantenere rapporti con Mancini e aveva anche la finalità poi di conoscere l'ambiente della malavita. Lei dice che Senzani non ha avuto rapporti con Mancini direttamente, ma con Pittella.

  ENRICO FENZI. Sì.

  PRESIDENTE. E Pittella ha avuto rapporti anche per arrivare poi a questi... Senzani voleva arrivare ai malavitosi o no?

  ENRICO FENZI. Ma no, questa è una frase che si adatta in generale a quella che allora era la mentalità e la linea di Senzani, che era, in generale, favorevole a una visione eversiva che attirasse e politicizzasse anche qualche esponente...

  PRESIDENTE. Della delinquenza organizzata.

  ENRICO FENZI. Esatto. Quindi, non è direttamente riferibile a quel momento e, quel tipo di rapporti. In generale, Senzani ha avuto una visione molto aperta e «movimentista», che poi credo abbia anche abbandonato. L'onorevole Mancini è rimasto coinvolto, ma non è venuto fuori nulla; aveva addosso soprattutto il giudice Imposimato. Ricordo gli interrogatori del giudice Imposimato. Già che ci siamo e qui si sta chiacchierando, voglio dirlo: io ho anche ricevuto la visita notturna in carcere di Pag. 20due agenti, i quali mi hanno detto: «Stia tranquillo: se lei non ci dice entro domani che l'onorevole Mancini in qualcosa c'entra, troveranno anche lei con la testa tagliata, come il medico Semerari».

  PRESIDENTE. Avrà dormito sereno quella sera...

  ENRICO FENZI. Sì, io ho dormito sereno.

  GERO GRASSI. Questa cosa ce la deve spiegare meglio, però, professore.

  PRESIDENTE. Se ha avuto una minaccia, ha avuto una minaccia.

  ENRICO FENZI. Perché bisognava denunciare Mancini.

  GERO GRASSI. Ha avuto una visita notturna di due agenti. Agenti delle tasse?

  ENRICO FENZI. No, due agenti, di cui non voglio dire di più, che mi hanno minacciato perché c'era una fortissima pressione per mettere nei guai l'onorevole Mancini. Non ho mai capito bene il perché, ma era proprio forte, forte, forte, e partiva anche da settori importanti del suo partito. C'era proprio una guerra dichiarata all'onorevole Mancini.

  PRESIDENTE. Lei allora in quale carcere era?

  ENRICO FENZI. Paliano. Io mi ci sono trovato in mezzo senza sapere niente di tutto questo...

  PRESIDENTE. Nel 1982-83?

  ENRICO FENZI. Sì, esatto. C'è stata una Commissione che ha indagato su questo, e io sono anche stato interrogato.
  Al di là di questo io posso pensare tante cose, ma non so andare. Questa è stata una cosa breve, ma durissima a tutti i livelli, che non ha portato a risultati, salvo far saltar fuori Pittella, a cui immagino che nessuno avrebbe pensato.

  PRESIDENTE. Questi persuasori notturni, per capire, potevano essere dei Servizi o dell'Arma?

  ENRICO FENZI. No, dei Servizi. Direi dei Servizi.

  PRESIDENTE. Do la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

  FEDERICO FORNARO. La ringrazio per aver accettato l'invito della Commissione.
  Io vorrei tornare un attimo su una questione che è relativa all'odio di almeno una parte del nucleo storico nei confronti di Moretti. Lei a pagina 106 del suo libro, nella seconda edizione, racconta di Franceschini che dice: «Io non riesco più a considerarmi brigatista dal 1976. Lo sai che di Moro non abbiamo mai saputo niente e che sei mesi dopo che l'hanno ammazzato hanno chiesto a noi, a noi prigionieri, di scrivergli un documento che spiegasse perché l'avevano fatto... Loro ancora non lo sapevano! Glielo abbiamo dovuto dire noi. Lo sai che da tre anni non abbiamo avuto da fuori nemmeno un volantino?». Poi lei scrive – non è più virgolettato, ma è una sua affermazione – che «odiavano Moretti». In parte lei ha già risposto al collega Cervellini, però vorrei ritornarci, perché ovviamente questo per la Commissione può essere importante. Quest'odio nei confronti di Moretti era legato alla conduzione, alla gestione, al finale del rapimento e dell'uccisione dell'onorevole Moro, o è precedente?

  ENRICO FENZI. È precedente. Dico sinteticamente la mia opinione, per quello che vale. La radice concreta ho avuto l'impressione che stesse nell'episodio della cascina Spiotta, dove è morta Mara Cagol. Lì qualcosa non è andato per il verso giusto. Ci sono stati degli errori. Non so bene, però lì si è radicata una forte...

  FEDERICO FORNARO. Lei si riferisce al brigatista che non è mai stato individuato?

Pag. 21

  ENRICO FENZI. Esatto, che probabilmente, mi è stato detto... mi è stato fatto capire che era Moretti, di cui si elogiava la capacità, in quel caso, di fuggire attraverso il bosco, nascondersi, eccetera. Non so come sia andata, ovviamente, però lì si è radicata una spaccatura personale, che poi ha preso anche i colori, che per la sinistra sono sempre determinanti, di una scelta politica. Allora poi naturalmente si addebitava a Moretti una gestione burocratica, militarista, «organizzativista», che aveva dimenticato le masse, eccetera: le solite cose, riprodotte in chiave brigatista, che di solito dividono.

  FEDERICO FORNARO. L'ala militarista, insomma.

  ENRICO FENZI. Sì, è esatto.

  FEDERICO FORNARO. Legato a questo e legato anche a questa sua esperienza di rottura che Moretti fece...

  ENRICO FENZI. Che poi, scusi, ha avuto la punta estrema nella rottura con Senzani e con la colonna Walter Alasia, perché poi queste cose hanno avuto questo effetto. Non erano solo parole.

  FEDERICO FORNARO. Durante i suoi colloqui o qualche riflessione comune, Moretti le ha mai parlato di Corrado Simioni e dell'esperienza del Superclan?

  ENRICO FENZI. Sì, ma non in termini interessanti o particolarmente compromettenti. Avevano avuto qualcosa a che fare, sì. Quando sono stati i colonnelli in Grecia?

  FEDERICO FORNARO. 1974, 1972...

  ENRICO FENZI. Prima. È una cosa vecchia. Risale a quando è nato questo gruppo. Credo che siano un po’ nati assieme, ma era rimasta... Non mi aveva mai detto niente di particolare.

  FEDERICO FORNARO. Siccome Moretti ha sempre negato di essere appartenuto al Superclan, questa è una roba interessante...

  ENRICO FENZI. Non sono in grado di smentire. Probabilmente è vero, non lo so, però sapeva chi erano. Li conosceva, certo.

  FEDERICO FORNARO. Di Corrado Simioni, quindi, non le ha mai parlato?

  ENRICO FENZI. No. Io lì sono stato interrogato a lungo dal giudice Mastelloni, che aveva fatto una grossa inchiesta.

  FEDERICO FORNARO. Vorrei poi fare una domanda sulla vicenda di Farre Figueras e del tentato omicidio. Invito i colleghi a rileggere le due pagine che descrivono quella aggressione, che lei racconta nel suo libro con grande efficacia anche narrativa. È un libro di cui mi permetto di consigliare la lettura.

  PRESIDENTE. Ha scritto anche molto di meglio il professor Fenzi.

  FEDERICO FORNARO. Sicuramente.
  Vorrei chiedere ancora una cosa, richiamando quindi un po’ alla sua memoria la Genova di quegli anni. La vicenda di via Fracchia è, oggettivamente, insieme all'omicidio di Guido Rossa, una delle due date periodizzanti dell'esperienza del «partito armato» e del terrorismo genovese. Quindi, immagino che – al di là del fatto che, quando l'evento avvenne, come lei racconta nel libro, lei era in carcere e, quindi, non ne ebbe diretta testimonianza – successivamente, sia nella sua attività di irregolare e di clandestino e poi nei periodi passati in carcere, sulla vicenda di via Fracchia con altri lei sia tornato.
  La domanda che voglio farle non è tanto legata alla vicenda della dinamica dell'irruzione, con quello che poi ne consegue e che nella memoria brigatista è considerato sostanzialmente un'esecuzione, anzi nel suo libro lei dice che i Carabinieri «avevano pareggiato i conti», citando una serie di episodi. Il tema è un altro e la domanda è questa: lei ha mai sentito parlare del ritrovamento in via Fracchia, da parte del nucleo Pag. 22 dei Carabinieri, di documenti e, in particolare, di documenti legati al sequestro di Aldo Moro?

  ENRICO FENZI. No, ma so che si è abbastanza parlato... Si sono insinuate varie cose, perché l'aspetto abbastanza eclatante di questo episodio è che per due o tre giorni i Carabinieri non hanno permesso l'accesso alla magistratura e ciò, comunque sia, ha dato origine a varie voci del tutto incontrollate.

  FEDERICO FORNARO. Di uno scavo nel giardino di via Fracchia non ha mai sentito parlare?

  ENRICO FENZI. No, mai.

  FEDERICO FORNARO. E neppure, quindi, del ritrovamento di documenti legati a Moro?

  ENRICO FENZI. No, mai. Mai.

  FEDERICO FORNARO. E vicende, invece, legate al fatto della sicurezza con cui i Carabinieri arrivarono in via Fracchia? Cioè che ci fosse, all'interno del movimento, un delatore, o comunque una persona che avesse portato i Carabinieri in via Fracchia?

  ENRICO FENZI. Sì, Peci. Pare che sia il primo frutto...

  FEDERICO FORNARO. No, la domanda l'ho fatta non con riferimento a Peci, ma con riferimento ai brigatisti genovesi.

  ENRICO FENZI. No, non lo so. È sempre stata caricata sulle spalle di Peci questa cosa. Che a me risulti, no. Non so.

  FABIO LAVAGNO. Lei definisce suo cognato Senzani come un semiclandestino: «Era un po’ come me, un semiclandestino». Mi può piegare questo termine? Capisco che in italiano esistono locuzioni strane, come «severamente vietato», ma, o uno è clandestino, o non lo è. Giusto per capirlo meglio.

  ENRICO FENZI. È una mia deduzione, nel senso che a un certo punto era clandestino ed era a pieno titolo. Credo che prima abbia avuto un periodo un po’ come il mio. Io facevo il professore universitario, facevo lezione, riferivo dei movimenti che erano all'università. Ero, sì, quindi, un militante clandestino, ovviamente, un fiancheggiatore...

  FABIO LAVAGNO. Erano clandestine le attività.

  ENRICO FENZI. Sì, ma non tanto l'attività, tant'è vero che era nata un'associazione genovese sull'onda di un'associazione tedesca di avvocati, e collegata a questa, che si chiamava la Lega dei diritti dell'uomo, o qualcosa del genere, che era una specie di faccia legale che organizzava convegni. Abbiamo invitato gli avvocati della banda Baader-Meinhof, abbiamo preso varie iniziative anche su rivolte carcerarie e cose del genere. Quindi, era un'attività, sì, un po’ equivoca, che si collocava a mezza strada.

  FABIO LAVAGNO. Prima, rispondendo all'onorevole Grassi, ci ha fatto la sua cronologia carceraria. Ci può fare – per mancanza mia non l'ho capita – la cronologia rispetto alla sua introduzione nell'organizzazione delle BR, invece? Quando è passato da questa situazione di «semiclandestino» a regolare?

  ENRICO FENZI. Io sono stato reclutato esattamente la sera in cui è stato espulso malamente Faina. Mi ricordo che io sono andato a quell'appuntamento. Lì c'era probabilmente Moretti, ma non lo ricordo. Però io ero stato subito allontanato e c'è stata poi questa cosa. Non ricordo bene la data.
  Poi c'è stata nel 1977 questa specie di battesimo, che è stato l'attentato a Castellano, che chiaramente era strumentale. Era per farmi tagliare le vie di ritirata, diciamo così. Era la testimonianza di un impegno che ormai era diventato definitivo, a quel punto. Pag. 23
  Dopodiché, paradossalmente, c'è stato un calo, perché io non ho partecipato... C'erano tanti brigatisti a Genova. Io non li conoscevo. Ero all'Università, seguivo un po’ i movimenti, ma era andato molto calando. Paradossalmente, io, quando sono stato arrestato, ero un brigatista un po’ per modo di dire, se devo dire la verità, solo che sono finito in cella con Franceschini e Curcio. Era il momento della spaccatura. Poi c'è stato un coinvolgimento più profondo.
  Quindi, sì, ero, si può dire, un semiclandestino. Come ha detto lei, giustamente, certe cose erano clandestine e altre no.

  FEDERICO FORNARO. Mi perdoni, ritornando sempre a Moretti e al suo rapporto con la colonna genovese: è corretto dire che Moretti considerasse la colonna genovese la sua «colonna di riferimento»?

  ENRICO FENZI. Non l'ho mai vista in questi termini.

  FEDERICO FORNARO. Cioè che il rapporto che Moretti aveva con gli esponenti della colonna genovese fosse più forte e più stretto rispetto ad altre colonne?

  ENRICO FENZI. Aveva certamente un forte rapporto con Micaletto, che era un brigatista importante, era uno dei dirigenti. Micaletto è quello che ha aperto la situazione a Genova, dove le Brigate rosse – questo è sicuro, è stato accertato – non avevano nessuno, se non forse qualche debole fiancheggiatore, al tempo della prima azione, il sequestro Sossi. Si sono formate dopo tramite Micaletto.
  Poi ho saputo, con qualche sorpresa, sì, che anche la Balzerani veniva qualche volta a Genova, oltre a Moretti, ma l'ho saputo per caso dopo; ma era Micaletto la persona, in ogni caso.

  FABIO LAVAGNO. Visto che abbiamo introdotto la figura di Micaletto, lei ci racconta che, quando Micaletto venne arrestato, Franceschini fece addirittura i salti di gioia. Quindi, rispetto ai ragionamenti che abbiamo fatto prima, un certo rancore – mettiamola così – di chi stava dentro rispetto a chi stava fuori era generalizzato, non era solo riferito a Moretti.

  ENRICO FENZI. No, era riferito a un gruppo accusato di aver tradito l'ispirazione originaria delle Brigate rosse.

  FABIO LAVAGNO. Lei prima ci ha raccontato un episodio notturno piuttosto inquietante. Le posso chiedere se ci sono stati altri tipi di pressioni o se lei ha subìto altri tipi di pressione durante il suo periodo carcerario, prima e dopo la dissociazione?

  ENRICO FENZI. Sì, però non vorrei...

  PRESIDENTE. Se vuole, proseguiamo in forma segreta.

  ENRICO FENZI. Sì, va bene.

  PRESIDENTE. Passiamo in seduta segreta. Dispongo la disattivazione dell'impianto audiovisivo.

  (I lavori proseguono in seduta segreta, indi riprendono in seduta pubblica).

  GERO GRASSI. Se ho capito bene, lei ha detto che Dura sarebbe stato presente in via Fani.

  ENRICO FENZI. Sì, mi pare di aver capito questo.

  GERO GRASSI. Lei così ha detto. Io ho capito questo.

  ENRICO FENZI. Sì, ma questo non significa che sia vero.

  GERO GRASSI. A me risulta che Dura sia stato escluso da via Fani perché troppo violento.

  ENRICO FENZI. Non...

  GERO GRASSI. Niente. Va bene.
  Seconda cosa: sua sorella, durante la latitanza del professor Senzani, a seguito dei lavori edili a casa sua, a Borgo Ognissanti Pag. 24 a Firenze, scoprì un apparecchio autoalimentato, senza collegamenti né batteria, che era un registratore ricevente e trasmittente. Le ha mai parlato di questo episodio?

  ENRICO FENZI. Non me lo ricordo.

  GERO GRASSI. Sto parlando dell'inizio degli anni Ottanta.

  ENRICO FENZI. Penso che lo ricorderei. No, non me lo ricordo.

  GERO GRASSI. L'episodio è certo, nel senso che è giudiziariamente accertato.

  ENRICO FENZI. Non me lo ricordo.

  PRESIDENTE. Non si ricorda se la sorella gliene ha parlato. Erano gli anni Ottanta ed era anche il periodo in cui stava in carcere.

  ENRICO FENZI. No, non me lo ricordo.

  GERO GRASSI. A quali azioni delle BR lei ha partecipato direttamente?

  ENRICO FENZI. Questa contro l'ingegner Castellano.

  GERO GRASSI. E basta?

  ENRICO FENZI. E basta.

  GERO GRASSI. Solo in quella?

  ENRICO FENZI. Sì.

  PRESIDENTE. Ringrazio Enrico Fenzi e dichiaro conclusa l'audizione.

  La seduta termina alle 15.10.