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PDL 4079-A-bis

XVII LEGISLATURA

CAMERA DEI DEPUTATI

   N. 4079-A-bis



 

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DISEGNO DI LEGGE

presentato dal ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale
(GENTILONI SILVERI)

e dal ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare
(GALLETTI)

di concerto con il ministro dell'economia e delle finanze
(PADOAN)

con il ministro dello sviluppo economico
(CALENDA)

con il ministro delle politiche agricole alimentari e forestali
(MARTINA)

e con il ministro delle infrastrutture e dei trasporti
(DELRIO)

Ratifica ed esecuzione dell'Accordo di Parigi collegato alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, adottato a Parigi il 12 dicembre 2015

Presentato il 10 ottobre 2016

(Relatore di minoranza: GIANLUCA PINI)
 

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Onorevoli Colleghi! – Il disegno di legge al nostro esame reca l'autorizzazione alla ratifica e l'esecuzione dell'Accordo di Parigi collegato alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, risalente allo scorso 12 dicembre 2015.
      Si tratta certamente di un atto politico di grandissima rilevanza, anche perché frutto di un negoziato lungo e complesso, che si è rivelato oltremodo difficile da concludere a causa delle sue profonde implicazioni geopolitiche. L'inquinamento della biosfera e delle nostre città sarebbe in effetti già un motivo più che sufficiente ad indurre gli Stati ad assumere misure più efficaci su base nazionale per controllare e ridurre le emissioni nocive alla salute umana. Eppure le cose vanno diversamente, anche a causa del comportamento irresponsabile assunto da diversi Paesi emergenti, che negli scorsi decenni hanno accelerato il loro sviluppo spesso ricorrendo al dumping ecologico, cioè adottando tecniche di produzione che perseguivano la competitività dei prezzi risparmiando sui costi necessari a ridurre l'impatto ambientale delle attività industriali.
      Spostare l'attenzione sul tema degli agenti cosiddetti «climalteranti» e sulla protezione collettiva di un bene pubblico mondiale è lo stratagemma cui si è fatto ricorso per aggirare l'ostacolo rappresentato dalle resistenze nazionali e proporre alle maggiori potenze economiche mondiali una modalità di distribuzione dei sacrifici da affrontare per fermare il riscaldamento globale.
      Stante questa premessa, non è sorprendente che il confronto sulla definizione delle quote di anidride carbonica tollerate e dei parametri da rispettare per arrestare l'aumento della temperatura media del pianeta abbia richiesto trattative estenuanti, sfociando infine in una soluzione di compromesso comunque apprezzabile rispetto all'ipotesi di un fallimento simile a quello occorso in occasione della Conferenza di Copenhagen (COP 15), svoltasi nel novembre 2009.
      Potenze ancora in via di sviluppo, ma ormai politicamente importanti come la Cina, hanno visto nelle pressioni ambientaliste esercitate dall'area che definiremmo del G7 un tentativo deliberato e molto sofisticato di rallentarne la crescita economica, anche per meglio preservare gli esistenti equilibri politico-strategici globali, mentre altri Paesi più poveri hanno a loro volta cercato di conseguire compensazioni finanziarie per i danni subiti in conseguenza della maggiore erraticità del clima. Il controllo delle emissioni nocive ha avuto inoltre nemici anche in Occidente, perché non sempre l'imprenditoria europea e nordamericana ha compreso la natura superiore degli interessi che ci si proponeva di tutelare attraverso l'imposizione di rigidi e uniformi requisiti di eco-compatibilità.
      Con la presente relazione di minoranza non s'intende quindi affatto sminuire la portata dei risultati raggiunti, malgrado il peso dei compromessi al ribasso che è stato necessario accettare e che permetteranno ai grandi inquinatori di scegliere la velocità alla quale ridurre le emissioni nocive.
      Poco importa se, allo scopo di raggiungere un largo consenso internazionale, siano stati utilizzati anche i risultati di ricerche che in realtà non hanno convinto l'intera comunità accademica. Esistono scienziati del valore di Carlo Rubbia che, ad esempio, tuttora ritengono irrilevante o minimo l'impatto dell'azione umana sui cambiamenti climatici. Proprio negli scorsi giorni alcuni di loro, come Paul Dorian e Valentina Zharkov, hanno ripreso ad esprimere dubbi, in seguito alla pubblicazione da parte della NASA, l'ente spaziale americano, di fotografie che hanno evidenziato anomalie in atto nel ciclo delle macchie solari, spingendosi a prevedere per il 2019 o al più tardi per il 2030 l'entrata del nostro pianeta in una mini-glaciazione del
 

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genere sperimentato durante il XVI secolo dell'era cristiana.
      Pensiamo tuttavia che l'approccio a questo grande trattato internazionale debba essere meno ideologico e che, in tempi di ristrettezze economiche, si potrebbe anche cercare di essere meno generosi nel finanziamento della prima capitalizzazione del Green Climate Fund, alla quale il Governo ha previsto di concorrere con 50 milioni di euro all'anno nel periodo 2016-2018, anche in adempimento di impegni contratti con soggetti esteri senza che il Parlamento ne fosse informato.
      I fondi resi disponibili potrebbero essere almeno in parte utilizzati per mettere a disposizione risorse adeguate al sostegno delle imprese che dovranno affrontare ristrutturazioni per poter rispettare i nuovi parametri derivanti dall'attuazione dell'Accordo di Parigi.
      Auspichiamo quindi che il disegno di legge di ratifica ed esecuzione dell'Accordo di Parigi collegato alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, adottato a Parigi il 12 dicembre 2015, possa essere convenientemente migliorato in sede di esame in Assemblea, ferma restando l'opportunità della sua approvazione da parte del Parlamento.

Gianluca PINI,
Relatore di minoranza


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