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PDL 2613-C-quater

XVII LEGISLATURA

CAMERA DEI DEPUTATI

   N. 2613-C-quater



 

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RELAZIONE DELLA I COMMISSIONE PERMANENTE
(AFFARI COSTITUZIONALI, DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E INTERNI)

presentata alla Presidenza il 17 novembre 2015

(Relatore: INVERNIZZI, di minoranza)
sul

DISEGNO DI LEGGE COSTITUZIONALE

APPROVATO, IN PRIMA DELIBERAZIONE, DAL SENATO DELLA REPUBBLICA
l'8 agosto 2014 (v. stampato Camera n. 2613)

MODIFICATO, IN PRIMA DELIBERAZIONE, DALLA CAMERA DEI DEPUTATI
il 10 marzo 2015 (v. stampato Senato n. 1429-B)

MODIFICATO, IN PRIMA DELIBERAZIONE, DAL SENATO DELLA REPUBBLICA
il 13 ottobre 2015

presentato dal presidente del consiglio dei ministri
(RENZI)

e dal ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il parlamento
(BOSCHI)

Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione

Trasmesso dal Presidente del Senato della Repubblica il 14 ottobre 2015
 

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Onorevoli colleghi! Il testo approvato dalla maggioranza in Commissione non può ritenersi in alcun modo soddisfacente. Nulla, infatti, di questa riforma ha a che fare con il cambiamento del sistema Paese.
      Il passaggio al Senato è stato caratterizzato da una durissima opposizione da parte di tutti i gruppi parlamentari di opposizione. La Lega ha presentato circa 80 milioni di emendamenti per far comprendere come fosse necessario fermare la deriva autoritaria che si cela dietro questa riforma. Ma il Governo, con l'aiuto di una Presidenza partigiana supportata anche dagli uffici tecnici che invece di svolgere una funzione bipartisan si sono messi al servizio dell'ambizione di pochi, articolando trucchetti e stratagemmi finalizzati ad ostacolare in ogni modo l'attività parlamentare delle opposizioni, ha fatto sì che l'agenda dettata dal Presidente del Consiglio, al solo fine di mostrare all'opinione pubblica di essere l'uomo solo al comando, fosse rispettata.
      Le modifiche approvate dal Senato sono servite soltanto a mettere a tacere il dissenso interno allo stesso Partito Democratico. Le giuste rivendicazioni dei dissidenti si sono concretizzate in piccole e insignificanti novelle al testo, con l'obiettivo non di migliorarlo, ma di non mostrare all'opinione pubblica una resa così esplicita.
      La previsione in base alla quale l'elezione dei senatori da parte dei consigli regionali avviene in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo di tali organi, non restituisce dignità al diritto di scegliere i membri del Senato con elezioni dirette a suffragio universale.
      Questa riforma è necessaria soltanto ad ingannare i cittadini.
      Una riforma seria si poteva fare e non era neanche così difficile visto che oramai sono più di venti anni che in questo Paese è maturata l'idea di un cambiamento reale capace di ridurre i costi della politica, anche attraverso la riduzione del numero dei parlamentari; snellire le procedure di approvazione delle leggi con il superamento del bicameralismo perfetto; restituire sovranità nazionale al Paese arginando l'influenza estera nelle decisioni interne; potenziando gli strumenti di democrazia partecipata anche introducendo ad esempio il referendum propositivo o estendendo il volere popolare sulle decisioni prese a livello internazionale.
      Sono passati quasi venti anni da quando si iniziò ad avvertire l'esigenza di rinnovare e riformare il sistema paese attraverso le necessarie modifiche costituzionali. Un'esigenza largamente condivisa che trovava la sua forza ispiratrice dal basso. La società aveva iniziato a prendere consapevolezza che il nuovo assetto mondiale ed europeo presupponesse modifiche strutturali capaci di ridisegnare l'organizzazione dello Stato in modo più dinamico e funzionale. Questa necessità di cambiamento ha però, nei fatti, incontrato ostacoli insormontabili e si è dovuta scontrare con le posizioni ortodosse di chi sosteneva la teoria dell'intangibilità della Costituzione.
      Le suggestive motivazioni che vengono addotte a suffragio della sacralità della Carta costituzionale sono fondate giustamente sul rispetto del lavoro encomiabile che fu condotto dai padri costituenti nel dopoguerra, quale sintesi del pensiero delle diverse anime che avevano contribuito a far uscire il nostro Paese dalla dittatura fascista.
      Lungi da noi non comprendere l'importanza storica e non solo che incarna la Carta Fondamentale, in particolar modo, nei suoi primi dodici articoli che enunciano i principi fondamentali sui quali si fonda la nostra democrazia nelle sue declinazioni di rispetto dell'uguaglianza tra i cittadini e delle libertà personali inviolabili.
      Le posizioni ideologiche, conservatrici e di retroguardia, però, hanno prodotto negli
 

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anni uno spaventoso immobilismo che ha infettato pian piano tutte le strutture. Questo morbo diffuso ha indebolito il nostro Paese ponendolo al rischio di una irreversibile malattia.
      L'ipocrisia di questi atteggiamenti non ha permesso in tutti questi anni di addivenire ad una modifica sostanziale dell'assetto organizzativo di questo Stato, capace realmente di andare ad incidere in modo preponderante nel sistema, ridisegnandolo fin dalle sue fondamenta e rendendolo finalmente capace nella sua nuova struttura di affrontare i cambiamenti della società in modo tale da presentare, da protagonista, il nostro Paese nel nuovo contesto internazionale ed europeo.
      Siamo ben consapevoli che nella storia di un Paese qualora non si è capaci con lungimiranza di compiere nei tempi giusti le necessarie riforme, attraverso una programmazione di lungo periodo, intervengono degli eventi drammatici, dei fattori scatenanti, che sconvolgono gli assetti e che se non governati possono causare irrimediabilmente degli stravolgimenti tali che per la loro portata rischiano di non essere indolore.
      Gli atteggiamenti strumentali e gattopardiani degli ultimi venti anni non saranno più tollerati.
      Questa riforma ben presto si manifesterà per ciò che realmente è.
      Il Popolo capirà che si tratta soltanto di un trucco, come accadde con la finta riforma del Titolo V, approvata esclusivamente per attenuare l'energia prorompente della Lega Nord e la giudicherà negativamente al pari dei giochi di palazzo orchestrati ad arte per rallentare quelle vere riforme che andavano direttamente ad incidere sugli interessi degli stessi parlamentari.
      Il Popolo ha compreso, se pur dopo anni, la follia delle campagne ideologiche che erano state sostenute da alcune forze politiche per arrestare quelle riforme come la cosiddetta devolution, che dopo anni si era riusciti a far approvare e che non entrò mai in vigore perché bocciata da referendum.
      Una riforma che anticipava i tempi e i dibattiti di questi anni che prevedeva l'istituzione del Senato federale, la riduzione del numero dei parlamentari, modifiche al procedimento di formazione delle leggi e al sistema di Governo prevedendo maggiori poteri al Primo Ministro e interventi sull'ordinamento giurisdizionale.
      Una riforma che, ben dopo quattro passaggi parlamentari, fu definitivamente approvata il 16 novembre 2005. Ma, a dimostrazione che parlare di federalismo è cosa diversa dal volere il federalismo e dall'agire con convinzione e determinazione per cambiare il sistema Paese, questo disegno di riforma, la «Devoluzione», fu respinta, come già detto, con il referendum confermativo del 25 e 26 giugno 2006. E la campagna per votare «no» fu manovrata ad arte da quelle stesse forze politiche che, a parole, si dichiaravano a favore del federalismo.
      Noi della Lega Nord abbiamo nel nostro DNA le riforme costituzionali.
      Nessuno deve permettersi soltanto di pensare che la nostra opposizione a questo testo sia finalizzata ad evitare il cambiamento.
      È proprio grazie alla Lega Nord che in questo Paese è maturata la necessità di un cambiamento essenziale. Un cambiamento per modernizzare la Pubblica amministrazione, per adeguarla alle esigenze della società, per valorizzare le autonomie territoriali, per rispondere ai bisogni del mondo imprenditoriale e dei cittadini, per rendere competitivo il Paese, per semplificare gli adempimenti ed adeguare la nostra legislazione a quell'Europa a cui tanto si fa riferimento.
      Questa riforma non solo rappresenta l'ennesima occasione persa per cambiare questo fallimentare sistema Paese ma cela dietro falsi buoni propositi una vera e propria deriva autoritaria.
      Se letta, infatti, in combinato disposto con la legge elettorale approvata, farà sì che un partito del 25 per cento scelga il Presidente della Repubblica, i cinque membri della Corte costituzionale ad appannaggio del Parlamento e, attraverso il Presidente della Repubblica, anche gli altri
 

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cinque e, quindi, dieci su quindici; nomina le authority e il CSM. Un sistema per dirlo con un eufemismo certamente non equilibrato. Istituzioni deboli al loro interno, ma con un primo partito che diventa fortissimo, senza contrappesi.
      Non solo si elimina il Senato, ma anche le Regioni sono private di qualunque tipo di funzione sopprimendo la materia concorrente e mettendola in capo allo Stato.
      Per non parlare poi dell'effetto distorsivo della clausola di supremazia che prevede che la legge dello Stato può intervenire, su proposta del Governo, in materie non riservate alla legislazione esclusiva dello Stato quando lo richieda la tutela dell'unità giuridica o economica ovvero la tutela dell'interesse nazionale.
      Se si avesse avuto il coraggio di apportare alcune modifiche a questo testo ci troveremmo dinnanzi ad una buona riforma destinata a durare nel tempo.

      In sintesi

      Più federalismo: fine del bicameralismo perfetto e trasformazione in Stato federale che riconosce e promuove le diverse istanze territoriali attraverso l'istituzione del Senato delle Autonomie (con propria iniziativa e competenza legislativa sulle materie di interesse federale), un effettivo decentramento amministrativo e il potenziamento del principio di sussidiarietà orizzontale e verticale. Limitare la potestà legislativa esclusiva dello Stato alle sole materie necessarie a tutelare e garantire l'omogenea applicazione delle fondamentali funzioni dello Stato nazionale, delegando alle Regioni l'autonomia legislativa su tutte le altre materie. In nessun caso il gettito dei tributi e delle entrate proprie può essere assegnato allo Stato. Lo Stato, in materia di finanza pubblica e di tributi degli enti locali, dispone solo norme generali di principio. Il fondo perequativo statale deve essere parametrato sulla base di indicatori di riferimento che promuovono condizioni di efficienza.

      Sovranità Popolare: elezione diretta del Senato federale, elezione a suffragio universale del Presidente della Repubblica, abbassamento del numero di sottoscrizioni necessarie per referendum e leggi di iniziativa popolare, introduzione del referendum deliberativo sul modello svizzero.

      Meno spesa pubblica: riduzione anche del numero dei deputati.

      Ridimensionamento ingerenza Unione europea: possibilità di referendum sui trattati internazionali e comunitari e enti territoriali non vincolati dal patto di stabilità europeo.

Cristian INVERNIZZI,
Relatore di minoranza


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