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PDL 2121-A-bis

XVII LEGISLATURA

CAMERA DEI DEPUTATI

   N. 2121-A-bis



 

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DISEGNO DI LEGGE

APPROVATO DAL SENATO DELLA REPUBBLICA
il 20 febbraio 2014 (v. stampato Senato n. 1215)

presentato dal presidente del consiglio dei ministri
(LETTA)

e dal ministro dell'economia e delle finanze
(SACCOMANNI)

Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 30 dicembre 2013, n. 151, recante disposizioni di carattere finanziario indifferibili finalizzate a garantire la funzionalità di enti locali, la realizzazione di misure in tema di infrastrutture, trasporti ed opere pubbliche nonché a consentire interventi in favore di popolazioni colpite da calamità naturali

Trasmesso dal Presidente del Senato della Repubblica il 21 febbraio 2014

(Relatore: GUIDESI, di minoranza)
 

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Onorevoli Colleghi! – Come tutti sappiamo il decreto n. 151 del 2013 che oggi questa assemblea è chiamata a convertire in legge non è altro che la riproposizione, nel testo originariamente presentato alle Camere, nel decreto-legge 31 ottobre 2013, n. 126, recante «Misure finanziarie urgenti in favore di regioni ed enti locali ed interventi localizzati nel territorio», meglio conosciuto come decreto «Salva-Roma», ed infatti è stato subito ribattezzato «Salva-Roma-bis».
      E pensare che proprio i latini ci avevano insegnato che errare è umano, ma perseverare...
      Ad avviso della Lega Nord, la riproposizione della maggior parte degli articoli del decreto «Salva-Roma» non convertito è talmente palese da rendere incostituzionale questo stesso decreto, e non abbiamo mancato di segnalarlo con una pregiudiziale mirata che purtroppo non è stata valutata con il dovuto approfondimento da quest'Aula.
      Basta leggere il comma 2 dell'articolo 1 del disegno di legge di conversione di questo decreto, che fa salvi gli effetti di tutti gli atti, i provvedimenti, gli effetti ed i rapporti giuridici sorti in base alle norme del decreto-legge 31 ottobre 2013, n. 126. Non spetta al Governo fare salvi gli effetti di un decreto non convertito, ma solo, eventualmente, alle Camere, come afferma chiaramente l'ultimo comma dell'articolo 77 della Costituzione.
      Il decreto-legge 31 ottobre 2013, n. 126, come è noto, è stato ritirato dal Governo allora in carica, dopo che era già stato approvato dal Senato della Repubblica e dopo che, durante l'esame alla Camera dei deputati, il medesimo Governo aveva posto sulla conversione del decreto stesso la questione di fiducia, attribuendo dunque alle norme ivi contenute un valore discriminante ai fini della stessa permanenza in carica del Governo. Il decreto è stato poi ritirato dal Governo, che ha in questo modo sconfessato la valenza della questione di fiducia posta sul decreto, ma al tempo stesso, reiterando le misure del decreto, ha adottato un percorso schizofrenico ritirando un provvedimento che intendeva invece subito dopo riproporre.
      Il decreto nel suo complesso è davvero un cattivo esempio di esercizio del potere di decretazione del Governo; le «disposizioni a carattere finanziario indifferibili finalizzate a garantire la funzionalità di enti locali» non sono altro che «pezze» (costose) messe dal governo a carico del bilancio pubblico a tutti i buchi o alle voragini prodotti irresponsabilmente da amministrazioni di vario livello, dai comuni alle regioni, che non hanno bene amministrato e non hanno risparmiato e operato tagli come tutti gli altri, ed invece di essere per questo puniti, vengono premiati.
      Questo è il decreto «salva-dissestati», che copre con fondi della collettività i comportamenti dissennati di pochi, ma allo stesso tempo continua a permettere a zone del Paese di perpetrare condotte irresponsabili mentre il resto del Paese e dell'Europa si rende conto che la situazione economica e sociale generale impone un totale cambio di mentalità.
      Questo provvedimento, oltre che dannoso per i conti pubblici, è profondamente immorale.
      Questo è il decreto del cattivo esempio: un decreto per salvare il bilancio di una Capitale che si è data uno status speciale, definito per legge, interpretando quel titolo come diritto all'impunità e all'egoismo nei confronti del resto del Paese.
      Il debito di Roma, pari a circa 18 miliardi totali (stando a notizie di stampa, perché pare impossibile avere numeri ufficiali, visto che sono stati già fatti almeno
 

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tre piani di ricognizione del debito senza addivenire ad un dato definitivo) è al di fuori di qualunque congiuntura sfavorevole e di qualunque esigenza straordinaria: è un debito generato con colpa e incapacità.
      È un debito di cui tutti gli amministratori romani hanno una responsabilità grave e evidente, eppure nessuno viene chiamato a rispondere. Il succedersi di amministrazioni diverse che scaricano le colpe sulle amministrazioni che le hanno precedute diventa così la panacea assolutoria per tutti. Perché nessuno viene chiamato a rispondere di questi ammanchi? Con quale faccia mano a mano che si insediano personaggi nuovi fanno spallucce sul debito pregresso e chiedono nuovi finanziamenti?
      Analiziamo attentamente l'articolo 4, interamente dedicato a Roma. Analizziamolo a fondo perché è scritto in perfetto stile politichese burocratico al fine di celare la vera portata economica delle misure a favore di Roma, tanto che qualcuno, a dicembre, si è permesso di dire in quest'Aula che questo decreto non dà soldi alla Capitale.
      Come sappiamo, nel 2008, con una norma che rappresenta credo uno degli errori gravi di un Governo del quale ci assumiamo in parte la responsabilità, di fronte al debito plurimiliardario della Capitale fu adottata una norma di commissariamento; ma non un commissariamento uguale a quello che interviene per gli altri enti locali: nel solo caso della Capitale il concetto di «commissariamento» assume un significato del tutto diverso: non una gestione affidata ad un soggetto indipendente incaricato di rimettere in ordine i conti, applicando ai cittadini romani le maggiorazioni fiscali previste dalla legge, imponendo ristrutturazioni e tagli delle municipalizzate ed in generale applicando misure di austerità a carico di coloro che hanno determinato o beneficiato di politiche di bilancio troppo superficiali; nel caso di Roma gestione commissariale significa scorporare i passivi del comune, cancellarli con puro artificio contabile dal bilancio del Comune, creare una bad company, inserirli in una contabilità diversa e in sostanza rovesciarli sul bilancio dello Stato, cioè su tutto il resto del Paese.
      Nel 2008 (con l'articolo 78 del decreto-legge n. 112 del 2008), quasi 17 miliardi di debiti di Roma, accumulati dalle gestioni di Rutelli e di Veltroni, furono trasferiti in gestione commissariale. Da allora, e fino all'esaurimento del debito (non prevedibile ma finora stimata almeno fino al 2048), lo Stato deve sborsare ogni anno 500 milioni di euro; ma da allora Roma è riuscita già ad accumulare quasi un altro miliardo di debiti.
      Nel frattempo, a differenza di ciò che è stato imposto agli altri comuni, nessun sacrificio è stato richiesto ai romani: nessun pedaggio sul raccordo, nessun aumento dell'aliquota IRPEF, nessuna rivoluzione nella mala gestione dell'ATAC, nessuna dismissione di partecipate in perdita e nessun taglio agli stipendi dorati dei loro dirigenti. Per dare la dimensione della situazione: le società partecipate dal Comune di Roma occupano 37 mila dipendenti, che si sommano ai 25 mila impiegati dell'amministrazione comunale. La sola azienda di trasporto occupa una quantità di personale paragonabile a quello dell'Alitalia, e negli ultimi dieci anni ha accumulato perdite per 1,6 miliardi di euro. Le società comunali sono ben 26, ma a questo numero si deve sommare quello delle loro partecipate: quelle di Atac, Ama e Acea sono una cinquantina. E nello sterminato arcipelago comunale sono comparse sigle come «Risorse per Roma», una società con 565 persone e il compito di fare da consulente a un'amministrazione che paga 25 mila stipendi. Società che poi a sua volta ha creato un'agenzia battezzata Roma city investment «il cui scopo», si legge nell'ultimo bilancio, «è di promuovere la crescita del sistema informativo territoriale romano e l'attrazione degli investimenti necessari per la realizzazione dei progetti di rigenerazione urbana».
      Facciamo un esempio meno noto: le farmacie comunali di Roma sono le uniche in Italia che anziché fare utili fanno perdite. In totale hanno 362 dipendenti e
 

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il Campidoglio ha già tirato fuori 15 milioni per tappare i buchi pregressi. Ma per rimetterle in sesto ce ne vorranno altri 20. Dice tutto la verifica affidata alla Ernst & Young che si è resa necessaria per comprendere la reale situazione. Gli esperti hanno scoperto uno scostamento di 7,3 milioni nell'attivo rispetto ai dati scritti nel bilancio 2011. Quasi tre milioni solo la differenza fra le «rimanenze di magazzino» contabilizzate e quelle accertate: 9,1 milioni contro 6,2.
      Veniamo all'Ama, visto che questo decreto stanzia anche 20 milioni in tre anni per la «crisi della gestione dei rifiuti di Roma», perché tutto ciò che negli altri Comuni di Italia è una attività da organizzare e da gestire a Roma è sempre emergenza e problema.
      La società di gestione della discarica di Malagrotta ha avviato tutta una serie di arbitrati, alcuni dei quali già conclusi nel 2012 in primo grado con la condanna dell'azienda pubblica a pagare alla ditta ben 78,3 milioni di euro.
      L'AMA è indebitata con le banche per 670 milioni, somma paragonabile ai ricavi di un anno, ma ha assunto 1.518 persone fra il 2008 e il 2010.
      Anche le partecipate quotate in borsa, che questo decreto esclude da ogni ristrutturazione, non sono certo gestite con criteri di efficienza. Stando ai dati riportati dal Corriere della Sera il presidente di ACEA guadagna solo da questa poltrona (ne somma numerose altre) 408 mila euro l'anno; l'amministratore delegato un milione 318 mila euro più benefits; agli altri sette consiglieri, una media di 120 mila euro ciascuno. Tutto ciò in una società che negli ultimi cinque anni ha visto crescere i suoi debiti di circa un miliardo, toccando 2 miliardi e mezzo.
      Sostengono i tecnici che Roma Capitale ha un disavanzo strutturale di circa 1,2 miliardi l'anno, quindi il suo debito aumenterà sempre e comunque.
      Il decreto che oggi esaminiamo usa tante formule diverse per ottenere lo stesso risultato: salvare il bilancio del sindaco PD della Capitale dalla bancarotta certa: prima di tutto si trasferiscono altri 115 miliardi alla bad company, aumentandone il debito da ripianare. Si tratta ufficialmente di ulteriori debiti che risalirebbero a prima del 2008 e che erano sfuggiti a ben tre ricognizioni del debito.
      Si autorizza poi Roma a rientrare nella titolarità di crediti non quantificati e non precisati verso proprie partecipate, crediti di cui non si capisce l'origine, ma che permette a Roma di far figurare nei bilanci delle partecipate che stanno, con un piano decennale, ripianando i loro debiti, ma non capiamo dal provvedimento se ciò avverrà nella sostanza o solo nella contabilità.
      Ancora: il settimo periodo del comma 1, scritto in maniera talmente nebulosa che lo stesso dossier della Camera ne ammette l'incomprensibilità ed invita a chiedere chiarimenti, stabilisce che tutte le anticipazioni ricevute a vario titolo da Roma per il piano di rientro del debito dal 2008 in poi non sono più anticipazioni (da restituire) ma improvvisamente diventano regali che vengono anch'essi trasferiti alla bad company e pagati (dal 2048 fino a quando?) sempre dallo Stato. La cifra esatta non è quantificata, ma potrebbe trattarsi di un ammontare fino a 500 milioni annui!
      Come se ciò non bastasse, come un vero schiaffo a tutti i comuni virtuosi del resto del Paese, tutti gli importi liberati perché corrispondenti ai debiti spostati sulla bad company verranno usati da Roma per la spesa corrente ed esclusi dal Patto di stabilità!
      Nonostante i nostri emendamenti, nessun aggravio di addizionale IRPEF potrà essere chiesto ai cittadini, diversamente da quanto aveva stabilito il «Salva-Roma» prima versione. Non ci si nasconda dietro alla pressione fiscale: i cittadini devono rendersi conto della cattiva gestione dei propri amministratori e poter, con il proprio voto, punirli per la propria condotta.
      Naturalmente il cattivo esempio della Capitale è prontamente emulato da altri territori, che peraltro continuiamo a citare ripetutamente in quest'Aula. Non è accanimento il nostro, ma l'obbligo derivante dal fatto che in tutti i provvedimenti che
 

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esaminiamo ci sono fondi, eccezioni, regalie sempre per gli stessi territori. Va da se che ciò, in un bilancio magro e pieno di paletti comunitari e nazionali, può avvenire solo a discapito di altri.
      È il caso della Calabria, alle prese da anni con la assoluta incapacità di gestire, come fanno le altre regioni e seppure con gravi difficoltà, il proprio trasporto pubblico locale, un servizio importante ed essenziale per i cittadini. Il decreto in esame autorizza la regione ad usare ulteriori 20 milioni di euro annui per ciascuno degli anni dal 2007 al 2013. Non trovo invece alcun riferimento nel decreto alla assoluta necessità di applicare al più presto, anche nel TPL, i costi standard per evitare che i costi di servizio siano del tutto incongruente con la qualità del servizio reso, e affinché tutte le regioni gestiscano i servizi in maniera efficiente e a parità di condizioni.
      La gestione del trasporto regionale ferroviario della Campania è invece già commissariata, ma con questo decreto si è voluto precisare che il Commissario ad acta deve avere una struttura di supporto e che lui e la sua struttura devono essere spesati e remunerati, il che deve essere davvero la decisione più necessaria ed urgente che si potesse assumere per risolvere il problema della gestione del trasporto ferroviario della Campania.
      In conclusione, mi rivolgo al neo presidente del Consiglio, idealmente, anche se non presente in quest'Aula: so che questo decreto è un'eredità del Governo precedente, ma sarà comunque il primo provvedimento approvato dall'Aula nella neo iniziata era Renzi. Non si può certo dire che questo inauguri una nuova era basata sulla politica del merito, sulla buona gestione «da sindaci», non costituisce un taglio ma una riaffermazione della vecchia politica dell'irresponsabilità e del privilegio.
      La vera rivoluzione sarebbe stata, e può ancora essere, il ritiro di questo abominevole decreto. Ci dimostri che lei è davvero nuovo e diverso.

Guido GUIDESI, relatore di minoranza


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