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PDL 1670-A-bis

XVII LEGISLATURA

CAMERA DEI DEPUTATI

   N. 1670-A-bis



 

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DISEGNO DI LEGGE

presentato dal presidente del consiglio dei ministri
(LETTA)

dal ministro degli affari esteri
(BONINO)

dal ministro della difesa
(MAURO)

dal ministro dell'interno
(ALFANO)

di concerto con il ministro della giustizia
(CANCELLIERI)

e con il ministro dell'economia e delle finanze
(SACCOMANNI)

Conversione in legge del decreto-legge 10 ottobre 2013, n. 114, recante proroga delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia, iniziative di cooperazione allo sviluppo e sostegno ai processi di ricostruzione e partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione

Presentato il 10 ottobre 2013

(Relatore di minoranza: GIANLUCA PINI)
 

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Onorevoli Colleghi! – Il disegno di legge di conversione del decreto-legge 114/2013 recante l'ennesima proroga delle missioni internazionali delle Forze armate e di Polizia, iniziative di cooperazione allo sviluppo e sostegno ai processi di ricostruzione e partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione, pone alcuni problemi sui quali è opportuno promuovere una riflessione approfondita.
      Va innanzitutto stigmatizzata la circostanza che quest'anno si sia dovuto ricorrere a due successivi decreti-legge per assicurare la permanenza delle truppe del nostro Paese nei numerosi teatri in cui sono coinvolte, a dispetto del fatto che fosse noto sin dall'inizio del 2013 che gli interventi non sarebbero certamente cessati il 30 settembre scorso.
      Non vi era certezza in merito ai cespiti cui attingere per coprire tutte le spese e, si è detto, il Governo in carica non intendeva vincolare la libertà d'azione di quello che sarebbe nato dalle elezioni.
      Ma in questo modo di procedere si ravvisa un pericolo importante per i soldati dispiegati in aree a rischio operativo non di rado elevato. E si reputa opportuno sollevare la questione adesso, in occasione dell'esame dell'Atto Camera 1670, anche perché appare necessario tornare rapidamente ad una forma più organica di programmazione e gestione degli interventi oltremare delle Forze Armate. A quanto è dato di capire, invece, si starebbe adesso stabilendo un precedente anche in vista del prossimo esercizio finanziario, per il quale risulta si sarebbe in procinto di stanziare 765 milioni di euro, stando almeno alle disposizioni del disegno di legge di Stabilità all'esame del Senato: una cifra chiaramente insufficiente a fronteggiare le esigenze previste per il 2014.
      Programmazione e gestione più ordinata delle operazioni all'estero significano essenzialmente selezionare gli interventi secondo l'effettiva capacità finanziaria di sostenerli nell'arco dell'anno, tenendo ovviamente conto dell'importanza degli obiettivi perseguibili attraverso il loro svolgimento.
      Da tempo, del resto, si insiste in Parlamento sull'opportunità di una drastica selezione degli impegni, che ponga fine alla loro disordinata moltiplicazione e dispersione, che spesso si traducono in un'inutile parcellizzazione delle iniziative, che accresce le spese senza recare alcun dividendo politico. Non è purtroppo una novità, ma una costante ricorrente nel modo in cui il nostro ordinamento si rapporta all'uso del proprio strumento militare, non di rado ridotto alla stregua di una mera pedina impiegata per mostrar bandiera, senza eccessiva considerazione degli interessi effettivamente in gioco, della loro importanza relativa e del rapporto costo-benefici insito in ogni scelta di impegno.
      Il decreto-legge 114/2013 di cui è chiesta la conversione in quest'Aula non si distacca purtroppo da questa tradizione. È stata quindi persa una preziosa occasione per avviare una Spending Review anche in questo campo.
      L'insieme degli interventi rinnovati fino alla fine dell'anno è obiettivamente impressionante, anche se si osserva una riduzione degli uomini e delle donne inviati all'estero. Ci sono ancora militari in Africa, Asia ed Europa, nel Mediterraneo, nel Mar Rosso e nell'Oceano Indiano. Il quesito se non si stia per caso esagerando non è quindi fuori luogo.
      In taluni casi, si tratta di presidi pressoché insignificanti dal punto di vista tecnico-operativo: si pensi ai 16 uomini inviati sotto tre insegne differenti nei territori dell'Autorità Nazionale Palestinese o
 

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ai quattro osservatori attribuiti all'UNFICYP, la forza Onu in Cipro, o, ancora, ai quattro militari con i quali partecipiamo alla EUMM Georgia, avviata nel lontano 2008. Servono davvero? Cosa portano in termini concreti al Paese?
      Poi, ci sono le operazioni di maggior importanza. Si considerino, in particolare, l'ISAF e le missioni accessorie che vedono unità delle Forze Armate impegnate nel difficile compito di stabilizzare l'Afghanistan. All'origine, la loro partecipazione a questo sforzo rappresentava uno dei contributi più significativi dati alla grande campagna contro il terrorismo transnazionale di matrice jihadista avviata dopo i fatti dell'11 settembre 2001. Ma il senso della missione internazionale è nel frattempo mutato, insieme agli orientamenti generali dell'Amministrazione Obama, e merita chiedersi se davvero valga ancora la pena di mantenere sul suolo afghano migliaia di soldati – 2.900 attualmente, con una prospettiva di riduzione contenuta nel 2014 a 2.000 – mentre è in atto un ritiro che coinvolge molti importanti alleati, alcuni dei quali, come la Francia e i Paesi Bassi, hanno già lasciato il tormentato Paese centro-asiatico. L'interrogativo circa l'opportunità di andare avanti è reso adesso anche più urgente dalla circostanza che in Afghanistan non si tratta più di sconfiggere i Talebani, con cui anzi vuol ormai negoziare lo stesso Governo di Kabul, che sta addirittura chiedendo al Pakistan di liberarne i dirigenti catturati negli scorsi anni, ma soltanto di salvare le apparenze.
      L'opinione pubblica merita di sapere che nelle aree già restituite alla responsabilità delle Forze di Sicurezza Afghane la guerriglia la fa ormai da padrona: è accaduto sia a Bala Murghab che nel Gulistan, tenuti al prezzo di un pesante tributo di sangue del tutto vanificato, e non passa giorno senza che dalla regione occidentale afghana giungano cattive notizie sotto il punto di vista della sicurezza locale. Lo stesso Governatore di Herat, un tempo la città più sicura dell'intero Afghanistan, ha recentemente gettato la spugna, abbandonando il proprio incarico. Di tale triste situazione, una delegazione parlamentare ha potuto direttamente rendersi conto, visitando recentemente Herat proprio nel giorno in cui veniva attaccato il locale Consolato statunitense.
      Quanto al Libano, la partecipazione all'UNIFIL II si è di fatto trasformata in una vulnerabilità strategica, come è emerso in occasione dei recenti sviluppi della crisi siriana. Né la diplomazia italiana pare aver tratto finora particolare giovamento dalla presenza dei soldati schierati a sud del fiume Litani: al contrario, il Governo risulta esser stato escluso da recenti importanti incontri internazionali cui ha preso invece parte il generale Paolo Serra, in quanto attualmente alla testa dei caschi blu. C’è anche altro a suscitare perplessità: ad esempio, la circostanza che la scheda tecnica allegata dal Governo al provvedimento non contempli la presenza di una componente navale, mentre è noto che dal 10 ottobre l'Italia partecipa all'UNIFIL II anche con il cacciatorpediniere lanciamissili Andrea Doria, che ha un equipaggio di 195 uomini.
      Suscitano invece minori dubbi altri interventi, come la partecipazione alla lotta antipirateria, per quanto sia stata indirettamente all'origine dell'imbarazzante vicenda dei marò, che ci vede contrapposti all'India e, soprattutto, il complesso delle misure pensate per assistere la Libia nel difficile percorso verso la stabilizzazione ed il connesso ripristino di adeguate capacità locali di controllo dei flussi migratori.
      Sorprende peraltro che manchi nel complesso delle operazioni autorizzate dal decreto 114/2013 la missione MARE SICURO (o MARE NOSTRUM, come pare sia stata ridenominata, con scelta particolarmente infelice dal punto di vista della sensibilità storica), invece funzionale al fondamentale obiettivo di rafforzare la dissuasione dei flussi migratori clandestini che fanno solo la fortuna di imprenditori privi di scrupoli, armatori di vere e proprie flotte di imbarcazioni «a perdere», la cui fragilità è all'origine delle tragedie di cui è testimone l'isola di Lampedusa.
 

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      Dovrebbe conseguentemente essere considerata una distribuzione alternativa delle risorse militari che vengono attualmente impiegate fuori dai confini, per privilegiare gli interventi che paiono maggiormente in grado di soddisfare interessi più immediati e concreti, possibilmente insieme ai partners europei e magari valorizzando la cooperazione navale con il dispositivo comunitario noto come FRONTEX, cui potrebbe essere assicurato altresì un maggiore contributo.
      Dovrebbe essere ipotizzato anche il rafforzamento della nostra presenza in Libia, che è del resto sollecitata in vario modo anche dagli Stati Uniti ed è altresì utile anche sotto il profilo del soddisfacimento delle esigenze della politica energetica.
      I dispositivi già presenti sul suolo libico sono certamente un passo nella direzione giusta, ancorché timido: sia quello interamente nazionale che quello inserito nella EUBAM LIBYA. Sarebbe però da raccomandare uno sforzo maggiore, anche liberando risorse da interventi concorrenti che paiono molto meno indispensabili. Occorre ricordare a questo proposito come, nell'anno precedente alla guerra sfociata nella deposizione del regime del colonnello Gheddafi, l'accordo bilaterale stretto con Tripoli avesse portato ad una riduzione dell'88 per cento negli sbarchi sulle coste del nostro Paese e ad una del 98 per cento nel numero di quelli avvenuti a Lampedusa, Linosa e Lampione. Secondo altre fonti, sempre nel 2010, i morti accertati per annegamento nel Canale di Sicilia sarebbero inoltre scesi da 425 a 20, prima di risalire nel 2011, anno delle Primavere Arabe, a 1.822.
      Il controllo dei flussi migratori illegali tra le due sponde del Mediterraneo, pilastro essenziale di una politica che miri a salvaguardare l'inclusione della Repubblica nell'area Schengen, postula altresì la pratica di una politica della cooperazione allo sviluppo più generosa, altro elemento che dovrebbe indurre a ripensare in futuro l'allocazione delle nostre risorse tra i possibili impieghi alternativi disponibili.
      Infine, se pare necessario stanziare fondi al finanziamento delle iniziative imposte dal dovere di assistere i nostri connazionali in pericolo all'estero, sembra non meno indispensabile porre alcuni limiti alle modalità di utilizzarli, chiarendo ad esempio che in nessun caso potranno esser pagati riscatti per ottenere la liberazione di cittadini che venissero eventualmente catturati da gruppi terroristi o di criminali comuni.
      Di qui, e dal complesso di tutte le considerazioni che precedono, l'invito all'Assemblea a respingere l'approvazione del disegno di legge di conversione del decreto 114/2013.
      Non si intende con ciò in alcun modo delegittimare l'azione dei servitori dello Stato chiamati ogni giorno ad esporsi personalmente a causa di scelte politiche di Governo e Parlamento che dovrebbero esser considerate sempre rivedibili al mutare delle circostanze.
      Al contrario, si vuole invece promuovere una meditazione più profonda sul modo migliore di valorizzarne i sacrifici, in particolare accelerando il ripiegamento dall'Afghanistan, disponendo il ritiro dal Libano ed investendo di più negli interventi a più direttamente collegabili al perseguimento degli interessi ritenuti fondamentali dall'opinione pubblica.
      Per le ragioni sopraesposte, rimaniamo critici ed insoddisfatti sull'impostazione del decreto-legge all'esame. Tuttavia, auspichiamo un miglioramento del provvedimento con l'approvazione dei nostri emendamenti e, per questo motivo, non abbiamo ritenuto necessario presentare un testo alternativo.

      Gianluca PINI,
Relatore di minoranza


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