COMMISSIONE XI
LAVORO PUBBLICO E PRIVATO

Resoconto stenografico

INDAGINE CONOSCITIVA


Seduta di giovedý 22 gennaio 2009


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE STEFANO SAGLIA

La seduta comincia alle 10,40.

(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso.
(Così rimane stabilito).

Seguito dell'esame del documento conclusivo.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sull'assetto delle relazioni industriali e sulle prospettive di riforma della contrattazione collettiva, il seguito dell'esame del documento conclusivo.
Ricordo che abbiamo convenuto di proseguire il dibattito sulla proposta di documento conclusivo dell'indagine conoscitiva in titolo.
Come avete visto, il documento si compone di due parti, la prima delle quali ricostruisce il dibattito svoltosi in Commissione, mentre la seconda è propositiva, rispetto alla necessità di riformare la struttura della contrattazione, tenuto conto sia di quanto è emerso nel corso delle audizioni, sia dell'arricchimento derivante dall'avanzamento di nuove proposte.
Ovviamente non si tratta di un documento chiuso, essendoci anche già pervenute alcune osservazioni da parte dei soggetti auditi.
Do la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

IVANO MIGLIOLI. Signor presidente, siamo di fronte al secondo impegno rilevante di questa Commissione.
Il primo riguarda il disegno di legge C. 1441-quater, che abbiamo affrontato in sede referente e che abbiamo portato in Aula. Si tratta di un provvedimento «desaparecido», in quanto non so cosa stia accadendo al Senato; suppongo che su alcune questioni (penso ai lavori usuranti, a una serie di deleghe, agli ammortizzatori sociali), esso tornerà all'esame della Camera. Il secondo impegno è dato da quest'indagine conoscitiva.
A parte ciò, nel corso della presente legislatura, abbiamo svolto solo un'attività consultiva, ci siamo occupati di decreti e voti di fiducia (ci sarebbe anche il provvedimento del Ministro Brunetta, sul quale, però, auspichiamo che ci sia la possibilità di discutere).
Anche oggi, signor presidente, nell'introdurre questa nostra discussione - ma lo ha fatto anche in interviste concesse a diversi quotidiani - lei ha parlato di un testo aperto e ha auspicato che ci sia da parte della Commissione un contributo «per arrivare a una formulazione condivisa» (cito testualmente l'intervista da lei concessa, tra le tante, a Il Giornale).
Avremmo preferito che fin dalla predisposizione del testo fosse avvenuto un lavoro tale da coinvolgere tutta la Commissione: anche questo sarebbe stato di aiuto per arrivare a una formulazione condivisa.


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Scorro i resoconti di ieri: sono agli atti e oggi ci sono stati resi disponibili. Abbiamo discusso due provvedimenti. Sul primo, l'onorevole Barbara Saltamartini «nel ringraziare i componenti della Commissione per il contributo offerto nel corso dell'esame dei documenti comunitari, precisa che l'accoglimento nella proposta di relazione di alcuni suggerimenti provenienti dai gruppi di opposizione non costituisce un atto meramente formale, ma risponde ad una precisa convinzione politica della maggioranza (...)». Il presidente ringrazia i gruppi di maggioranza e opposizione; il rappresentante della Lega Nord, onorevole Fedriga, ringrazia i componenti della Commissione lavoro. Anche riguardo al secondo provvedimento esaminato nella seduta di ieri, si ringraziano i deputati di maggioranza e di opposizione.
Ebbene, non ci sottraiamo a questa funzione: abbiamo svolto un ruolo attivo in tutti questi mesi e continueremo a farlo, giacché - a dispetto di quello che si dice - siamo un'opposizione responsabile. Lo abbiamo dimostrato nei lavori di questa Commissione, riconoscendo anche il ruolo svolto dal presidente nell'adempiere al proprio ufficio.
Anche per questo motivo, giudico talora fuori luogo alcune affermazioni, fra le quali ne cito una: «Speranze deluse. Purtroppo, le esperienze dei primi mesi in Commissione lavoro della Camera hanno continuato a mandare in scena un continuismo inquietante, come se toccasse al PD e, segnatamente, alla componente ex diessina svolgere il ruolo lasciato scoperto dalla sinistra neocomunista. La componente della minoranza nella Commissione lavoro della Camera è molto agguerrita: ne fanno parte tre ex ministri del Governo Prodi, un presidente delle ACLI, si aggiunge poi una fitta schiera agguerrita di ex sindacalisti ed ex sindacaliste, quasi sempre della CGIL, indisponibili a qualunque forma di dialogo, come se per farlo dovessero violare una sorta di codice etico e superare il pregiudizio che nutrono nei confronti dei loro avversari. Diverso è l'atteggiamento di qualcun altro, a riprova dei fatti che la sinistra pensa solo al pubblico impiego e che il PD sta solo con la CGIL».
Ebbene, i fatti stanno a dimostrare una cosa diversa.
Avremmo preferito - lo ripeto - che sul documento, fin dalla sua elaborazione, ci fosse stato anche un nostro coinvolgimento: avremmo collaborato. Giudichiamo quel documento una base per il confronto, con spunti interessanti e parti che riteniamo condivisibili.
Mi riferisco innanzitutto alla prima parte, che fa riferimento al modo in cui si sono svolte le audizioni: abbiamo apprezzato che sia stato dedicato tempo a sufficienza per svolgere questo lavoro.
Ci sono, però, anche parti rilevanti su cui abbiamo valutazioni diverse, su cui esprimiamo dissensi e altre sulle quali riteniamo necessario un approfondimento. Anche per questo, abbiamo dichiarato la nostra disponibilità a lavorare, attraverso un Comitato ristretto, per accertare se esistono le condizioni per arrivare a una formulazione condivisa.
Voglio fare solo poche considerazioni; altre ne seguiranno da parte dei colleghi.
Credo che non si possa prescindere, in questa discussione e nelle nostre valutazioni, da due aspetti.
Il primo riguarda il contesto in cui collochiamo la discussione e che, notoriamente, è quello di una crisi economica, per alcuni versi, drammatica. Se ne fa cenno nella parte conclusiva ed espositiva del documento.
Naturalmente, affermando ciò non intendiamo minimamente evitare la discussione di merito, che però non può non partire dalla crisi. Infatti, così come abbiamo giudicato un errore discutere di incentivo agli straordinari, oggi sarebbe un errore non discutere delle conseguenze drammatiche della crisi e delle priorità che la stessa impone e che ci interessano direttamente, come Commissione.
Non voglio citare nuovamente i dati, né voglio enfatizzare: ho già detto altre volte che provengo da un territorio in cui, nonostante la forte presenza di attività economiche, assistiamo a un massiccio


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ricorso alla cassa integrazione, all'ipotesi - per alcuni settori - di un fortissimo ridimensionamento dei livelli di occupazione. La scorsa settimana ero davanti ad un'azienda che si chiama Iris Ceramica e che è il terzo gruppo ceramico nel mondo. In quel settore, metà dei lavoratori sono in cassa integrazione. Ho citato altre volte che cosa è successo nel settore metalmeccanico, in imprese prestigiose come Maserati e Ferrari, ma potrei continuare. Di fronte a tutto ciò, le misure sino ad ora adottate dal Governo sono largamente insufficienti. Oltre ad essere insufficienti dal punto di vista economico, esse coprono soltanto una parte dei lavoratori. Non possiamo non interrogarci sul fatto che metà dei lavoratori non risultano coperti dagli ammortizzatori sociali. Mi riferisco a tutte le aziende sotto i 15 dipendenti, a tutti i lavoratori precari, a tutti i lavoratori atipici. I dati che ha fornito recentemente la CGIA Mestre (Associazione Artigiani e Piccole Imprese Mestre) sono emblematici. La priorità va data a queste questioni.
Ricordo che abbiamo iniziato la discussione sul disegno di legge C. 1441-quater con una disponibilità finanziaria, sugli ammortizzatori sociali, di 440 milioni di euro. Discutemmo se portarla a 600 milioni di euro e adesso abbiamo messo nel decreto un miliardo di euro. Il ministro Tremonti, l'altro ieri, ha detto che avrebbe preso i soldi dal fondo sociale europeo e avrebbe portato la disponibilità a 8 miliardi di euro. Le regioni hanno già dichiarato che quei soldi non ci sono. Personalmente aggiungo che, se non ci sono, allora quei soldi devono essere trovati. Questa è la priorità e l'emergenza del Paese!
Certamente dobbiamo discutere di riforma dei modelli contrattuali, ma se non rispondiamo alle esigenze immediate della crisi, della cassa integrazione e dei disoccupati, non si fanno contratti: né aziendali, né territoriali, tantomeno nazionali.
Vengo a una seconda considerazione: siamo nel vivo di una discussione che attiene ai rapporti tra forze sociali e che vede le organizzazioni sindacali su posizioni diverse, pur essendo esse partite, a suo tempo, con una piattaforma di carattere unitario. Le notizie di oggi ci parlano dell'ennesimo ultimatum di Confindustria alle parti sociali, mentre mi risulta che queste ultime si ritrovino per discutere sui temi che illustravo all'inizio. È ovvio che noi commissari - lo dichiariamo nel documento - siamo rispettosi dell'autonomia fra le parti.
Pongo una domanda alla quale non si può rispondere in modo generico, come invece fa il documento, dedicandole una sola riga, a pagina 27. Vi chiedo se, rispetto ai problemi del Paese e rispetto allo stesso tema della modifica del modello contrattuale, un'ipotesi di accordo separato serva veramente al Paese, a modificare le relazioni industriali, ad aumentare la capacità della contrattazione collettiva, a realizzare contrattazione a livello decentrato per aumentare la produttività e legare la produttività ai risultati dell'impresa.
Ricordo a tutti noi che l'esperienza del «Patto per l'Italia», non fu positiva. La scelta, a suo tempo, di attaccare sull'articolo 18 non fu positiva.
Pertanto, ribadita l'autonomia delle parti sociali, chiedo se davanti a tutto ciò la Commissione lavoro della Camera debba rimanere indifferente. Vi chiedo se non si debba pensare che, il giorno seguente a un accordo separato, lo scontro sociale e politico in questo Paese aumenterà, invece di diminuire. Di fronte a quello che vediamo non abbiamo bisogno di divisioni, bensì di unità del Paese e noi abbiamo dato la nostra disponibilità ad affrontare tali questioni.
Il documento non può eludere questo punto, così come non può eludere il tema della rappresentanza, che guardiamo sempre dal versante dei lavoratori. Sebbene non se ne faccia alcun accenno, mi domando se non sussista un problema di rappresentanza anche nel mondo delle imprese.
Sono tra coloro che ritengono necessarie alcune modifiche, anche sostanziali, al modello contrattuale; che ritengono debba essere rivisto l'accordo del 1993 e che si debba ridurre il numero dei contratti


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nazionali; che pensano che occorra incentivare, sostenere e diffondere la contrattazione di secondo livello. Sono favorevole a legare la difesa del potere d'acquisto alla redditività, poiché è vero che il modello contrattuale vigente ha scontato una scarsa difesa del potere d'acquisto (o limitata solo ad alcune categorie) e non ha aumentato la produttività.
Tuttavia, tutto ciò può avvenire soltanto in un quadro condiviso. Non faccio una tale affermazione perché mi trovo qui - come ha scritto qualcuno, in quel testo che ho citato in precedenza - per difendere, da ex vetero sindacalista, una certa organizzazione sindacale. La faccio a prescindere da quell'organizzazione, alla quale sono certo legato, ma dalla quale dissento politicamente su alcuni aspetti, come credo di aver dimostrato in più occasioni, anche in questa sede.
Il nuovo modello contrattuale, nonché la legislazione a suo sostegno, comunque, non può prescindere da tutto ciò. Il Governo non può esimersi dall'assumersi le proprie responsabilità, anche (ma non solo per questo) perché è datore di lavoro per il settore pubblico. Anche questo aspetto dovrebbe essere ripreso nel documento; il Ministro Brunetta, in parte, lo fa e comunque in Commissione dobbiamo riprendere il tema. In questo momento non sono presenti i rappresentanti della Lega Nord, ma vi è un accenno al rapporto fra il datore di lavoro Governo (nel pubblico impiego) e il federalismo. Le misure a sostegno devono favorire e incentivare la contrattazione di secondo livello, ma non si fa alcun riferimento - l'ex Ministro Damiano qui presente e l'ex sottosegretario Santagata possono confermarlo - a quanto era previsto, in questa direzione, dall'accordo del 23 luglio 2007.
Quanto al tema della rappresentanza, sul quale possiamo intervenire, penso - è solo una mia opinione - che quanto vale per il settore pubblico si può oggettivamente ritenere possa essere sostenuto anche per il settore privato. Su questo punto sussistono diverse ipotesi in discussione e non mi sottraggo - a proposito di sfida al cambiamento e al riformismo - anche a soluzioni che vedano la partecipazione dei lavoratori. In proposito abbiamo alcune proposte di legge depositate al Senato. In sostanza, questi temi non mi sfuggono: vorrei soltanto contestualizzarli.
Da questo punto di vista, siamo disponibili a fornire il nostro contributo rispetto a quel documento e in quel gruppo di lavoro, cogliendone gli aspetti positivi, rilevando anche gli elementi di criticità, che ho citato, non sottraendoci al confronto.

PRESIDENTE. Mi sono permesso di presentare direttamente alla Commissione un testo che - senza cercare alibi di sorta - ho immaginato di mettere sul tavolo per aiutare a lavorare. È chiaro che - come dicevo prima - si tratta di una proposta che può essere modificata.
Non c'è, da parte mia, l'intento di modificare il corso degli avvenimenti, anche perché non credo che ne avremmo la forza. Stiamo conducendo un dibattito mentre sullo stesso tema è in corso nel Paese una discussione tra le parti. Quindi, il mio auspicio era quello di utilizzare la sospensione dei lavori parlamentari in occasione del Natale per costruire un testo. Non desidero imporre una soluzione, anche perché stiamo lavorando alla stesura non di un provvedimento di legge, bensì di un documento di indirizzo. Vi sono opinioni, indirizzi e linee guida che sicuramente non saranno condivisi, ma credo che rientri fra i doveri del Parlamento rappresentare un dibattito che nel Paese non risulta essere univoco.
La mia proposta prevede la costituzione di un gruppo di lavoro in cui siano rappresentate tutte le forze politiche, che possa lavorare anche informalmente e sia costituito dai componenti dell'ufficio di presidenza della Commissione nonché da un rappresentante per gruppo.

CESARE DAMIANO. Signor presidente, l'onorevole Miglioli ha già fornito un quadro che condivido. Le sue parole, signor presidente, mi rassicurano. A proposito del documento, sono rimasto qualche giorno fa un po' sorpreso dalla divulgazione


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di un testo ai media. Per carità, non c'è niente di male, visto che di questi tempi i media sono il nostro pane quotidiano. Tuttavia, quella divulgazione lasciava trapelare l'idea, che è stata enfatizzata, di un documento condiviso. Questo ci ha un po' preoccupati, non tanto perché pensiamo che non si possa condividere un testo non ancora discusso, ma per il modo con il quale l'argomento è stato trattato. Abbiamo dovuto, pertanto, fare qualche leggera precisazione, senza insistere troppo sull'argomento, avendo poi occasione - come facciamo oggi - di continuare la nostra discussione.
Vorrei riprendere alcuni argomenti. Il primo è il seguente: è utile, a mio avviso, discutere di modello contrattuale. È vero, come lei rilevava, signor presidente, che si tratta di un oggetto di forte attualità, che le parti sociali ne stanno discutendo e che anche il Governo è attore in questa discussione. Lo è a tal punto che, se non sbaglio, mentre siamo qui si sta svolgendo un incontro triangolare sull'argomento.
È altrettanto vero, però, che il tema del modello contrattuale richiama altri temi più generali, che già l'onorevole Miglioli ha citato. In primo luogo, il modello contrattuale funziona a certe condizioni, definite nel protocollo del 1993, che, per noi, è sempre un punto di riferimento da attualizzare.
Il modello contrattuale funziona se esso può agire all'interno di un contesto favorevole di sviluppo dell'economia o, nell'ambito della situazione in cui stiamo vivendo, se esso è circondato da un'azione legislativa, di Governo e di intesa con le parti sociali che affronti la crisi in modo adeguato. Diversamente - come sappiamo - il modello contrattuale diventa un esercizio sterile.
Faccio un esempio banale: l'azienda alla quale si propone l'accordo integrativo può chiaramente contrapporre l'argomento dell'incertezza sulla possibilità di mantenere tutti i dipendenti, sulla presenza di un problema di licenziamenti e di ricorso alla cassa integrazione. Quindi, il modello può risultare sterile, se non viene inserito in un quadro che contribuisca a far sì che si esca dalla crisi ricorrendo a terapie adeguate e tempestive.
Inoltre - questa è la mia esperienza trentennale di dirigente del sindacato, di cui mi vanto - un modello contrattuale funziona se è il risultato di un compromesso unitario. Se malauguratamente si dovesse, anche in questa situazione, arrivare ad una conclusione non condivisa da tutte le organizzazioni sindacali (non importa quale sia l'organizzazione che non condivide), sfido chiunque ad immaginare la possibilità di funzionamento di un modello contrattuale in assenza di regole condivise.
Faccio un esempio pratico che mi riporta ai lontanissimi anni Sessanta e all'inizio degli anni Settanta: le piattaforme separate per un contratto di lavoro e per un contratto aziendale. Quando non si condividono le regole, la prima reazione è la rincorsa corporativa e lo scavalco - la sinistra lo chiamerebbe «massimalista», ma potete definirlo come volete - delle rivendicazioni. È evidente, infatti, che nella divisione, in assenza di compromesso, una rivendicazione deve essere la più massimalista possibile per apparire appetitosa. In un'assemblea, di solito, ciò può avere una certa efficacia, sortendo tuttavia un effetto devastante ai fini del risultato che ci proponiamo di conseguire con la riforma del modello contrattuale.
Come giustamente ha rilevato il collega Miglioli, dovremmo - verrò fra poco alla questione del gruppo di lavoro - arrivare a una formulazione che, pur discutendo il modello contrattuale, lo collocasse in un contesto economico di crisi, sottolineando la necessità di evidenziare linee di sviluppo e terapie anticrisi. È vero quello che veniva poco fa notato: non posso esimermi dall'avanzare una critica molto aspra, nei confronti del Governo, di improvvisazione, di annunci che non hanno un risultato concreto. Il collega Miglioli ha citato la prima cifra: si trattava di 450 milioni di euro, cioè 20 milioni di euro in meno rispetto a quanto stanziato dal Governo Prodi nel 2007, quando la crisi ancora non c'era. Di fronte a una dichiarazione di


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quei ministri, a partire dal Ministro Sacconi, avevamo previsto quello che sarebbe capitato: si è passati progressivamente a 600 milioni, a 1 miliardo, poi a 4 miliardi di euro. Si è votato il decreto anticrisi, passando attraverso il voto di fiducia, e un quarto d'ora dopo il portavoce del Governo, l'onorevole Bonaiuti, ha dichiarato che il Governo avrebbe portato a 8 miliardi la cifra per gli ammortizzatori sociali. Francamente, mi sono sentito preso in giro. Mi domando perché non si sia voluto rispondere su questo terreno nel corso della discussione e perché si sia ricorsi al voto di fiducia.
Mi sconcerta la differenza sostanziale, direi politico-culturale, con l'impostazione del 1993, che fece della crisi e del baratro verso il quale eravamo incamminati - ricorderete quell'epoca - l'occasione per un grande patto sociale di concertazione che fu condiviso e che portò a un risultato comunque straordinario: l'inflazione dominante a due cifre fu portata ad una cifra sola; fu attuato l'ingresso in Europa e il risanamento del debito pubblico. Il tutto, attraverso una larga condivisione.
Abbiamo avanzato la proposta di rivedere per quella via, nell'attuale crisi, un patto di concertazione. Abbiamo offerto la possibilità di una discussione che, senza confondere il ruolo di Governo e opposizione, traesse spunto dalla profondità di questa crisi per avanzare proposte condivise, strutturali ed efficaci che, scontato il fatto che questo Paese ha di fronte a sé un paio d'anni - così dicono gli analisti - di sofferenza nella crisi, consentisse al Paese stesso di uscire da questa situazione. Poi le cose avrebbero ripreso il loro cammino e, sicuramente, le discussioni tra maggioranza e opposizione avrebbero continuato a svolgersi secondo le linee convenzionali. Tutto ciò l'abbiamo dichiarato, ma non è stato raccolto.
Ribadiamo la nostra convinzione che non soltanto la discussione debba avvenire in un contesto che abbia le caratteristiche che ho esposto, ma anche che un modello contrattuale sia tanto più efficace quanto più efficaci sono le tutele del lavoro. Oggi abbiamo evidenziato la drammaticità di un mercato del lavoro duale, che mette in evidenza, nella crisi, la disparità di trattamento per coloro che, disponendo di una protezione, si possono relativamente difendere. Non è certo un bel vivere, con 700-800 euro al mese, per chi fruisce della cassa integrazione. Ricordo a tutti che i tetti sono rimasti invariati e lei sa, signor presidente - essendo persona legata al mondo del lavoro, la sua terra esprime fortemente una vocazione di produzione operaia -, che cosa significa una decurtazione della retribuzione del lavoratore metalmeccanico e della siderurgia plafonata al tetto della cassa integrazione. Ciononostante, però, sussiste una protezione tradizionale.
I nostri figli, invece, che non godono di queste protezioni tradizionali, che hanno il lavoro precario e che vengono licenziati dalla pubblica amministrazione (il Ministro Brunetta ha voluto cancellare la norma anticrisi) subiscono, come si dice, una pressione assolutamente insostenibile. Non ci pare che le misure ideate dal Governo possano essere compensative. È chiaro, in definitiva, che dobbiamo affrontare questa discussione all'interno di un contesto di carattere particolare, che deve invocare un quadro espansivo e di tutela, di stimolo all'economia e di protezione.
Soprattutto, io credo, da questa Commissione dovrebbe levarsi una voce unitaria. Si concluda un patto sulla revisione del modello contrattuale, ricercando l'unità delle forze che lo sottoscrivono, in quanto risulterà ingestibile un modello contrattuale che non riscuota la convergenza di tutte le forze sociali.
Da questo punto di vista, il Governo può fare molto. Un Governo che mettesse a disposizione risorse fresche aggiuntive, ad esempio, per un miglioramento del potere di acquisto della retribuzione (una detassazione, oppure forme che si studieranno) potrebbe far pesare questa possibilità sul fronte di una conclusione che aiuti le parti sociali ad individuare le migliori soluzioni.
Per quanto riguarda il documento, mi limito, come sempre faccio, a pochissime osservazioni, per arrivare infine all'organizzazione


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dei nostri lavori. Giusto per utilizzare la scrittura che è stata fatta, osservo che con molta enfasi, a pagina 31 del documento, si cita la commissione Giugni del 1997 e le cosiddette «clausole di uscita». Ebbene, lo dichiaro con molta chiarezza, non concordo oggi e non concordavo con il mio amico Giugni, all'epoca, per un semplice motivo: per quel che mi riguarda - anche qui voglio essere diretto e senza infingimenti - è assolutamente necessario rivedere il modello contrattuale spostando l'equilibrio dal contratto nazionale al contratto decentrato. Lo dico, come vedete, senza giri di parole. Sono favorevole a tale spostamento e penso che il ruolo della contrattazione aziendale territoriale sia importantissimo, fermo restando che purtroppo si esercita poco. Tutte le statistiche ci dicono che, a parole, tutti lo vogliono fare. Le imprese, peraltro, sono abbastanza resistenti su questo punto e preferiscono alla fine seguire altre strade.
Condivido questa strada, tant'è che, al tempo del Governo Prodi, sono stato fra coloro che nel protocollo hanno definito una cifra importante - 650 milioni di euro - per aumentare gli incentivi alla contrattazione decentrata di produttività.
Credo profondamente in questo principio. Credo che, laddove si produce un risultato di produttività (senza ovviamente prescindere dal risultato), si debba distribuire una quota di quel risultato sia ai lavoratori, sia all'impresa. Se non questo risultato di produttività non viene conseguito, allora non avviene alcuna distribuzione. Desidero quindi puntualizzare che non sono favorevole a una distribuzione «a prescindere». Credo tuttavia che, se la legislazione di sostegno (ad esempio gli incentivi alla contrattazione aziendale e territoriale) è efficace, già con questo si ottiene uno spostamento di equilibrio.
Aggiungere a tutto ciò anche la logica delle «clausole d'uscita» non rappresenterebbe una revisione dell'equilibrio in grado di mantenere inalterata la funzione di solidarietà e uniformità che i contratti di lavoro nazionali esercitano ( sono anche favorevole alla semplificazione e riduzione del numero dei contratti), bensì significherebbe, in qualche modo, mettere in discussione la stessa funzione del contratto nazionale. Questo, per me, è un punto di principio molto importante.
Desidero inoltre svolgere un'osservazione riguardo alla rappresentatività, che distinguo dalla rappresentanza. Un conto, infatti, è la rappresentanza del sindacato e un conto è la sua rappresentatività. Mi riferisco al «peso» del negoziatore. Appartengo al novero di coloro che ritengono assolutamente sbagliata la creazione di sindacati di mestiere, corporativi, di sito, fondati sul posizionamento strategico degli addetti, che possono - proprio per tale posizionamento strategico, soprattutto nel settore dei trasporti - esercitare pressioni indebite sull'insieme della collettività (mi riferisco ai controllori di volo, ai macchinisti e quant'altro).
Sono favorevole al sindacato confederale, consapevole che quest'ultimo è uno dei modelli esistenti, ma che non è detto che dappertutto sia così. Basta andare in Inghilterra, in Giappone o negli Stati Uniti: i sindacati di mestiere, i sindacati di azienda e persino la confederalità in quei Paesi è un concetto sconosciuto (o, sicuramente, non enfatizzato come in Italia). L'argomento potrebbe farci discutere a lungo. Personalmente, sono per il sindacato confederale.
Allora il tema della rappresentatività è fondamentale. Nel documento è presente un collegamento improprio tra rappresentatività e Commissione per la regolazione degli scioperi: la questione della rappresentatività si pone in quanto tale. Credo che sia giusta l'osservazione dell'onorevole Miglioli: quando parliamo di rappresentatività, parliamo della rappresentatività delle parti sociali, del lavoro e dell'impresa.
Ci troviamo in una situazione di crisi politica molto violenta, che purtroppo il Governo tarda a valutare - secondo me - nella sua profondità. Ho visto ancora oggi, leggendo la prima pagina del quotidiano Il Sole 24 ore, che anche Confindustria e il suo presidente hanno usato parole molto forti su questo argomento.


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È chiaro che a questa crisi dell'economia si affianca anche una crisi delle istituzioni, una crisi della politica. La politica è lontana dai cittadini, ma anche il sindacato - diciamolo - ha delle difficoltà: il mercato del lavoro duale, la globalizzazione che sposta i centri di comando e dall'oggi al domani può chiudere una fabbrica, rendono più labile, meno precisa e cogente l'azione del sindacato. Anche da questo punto di vista sussiste un problema: la stessa Confindustria sta, in qualche modo, mettendo in evidenza come l'articolazione del sistema produttivo italiano fondata sulla piccola azienda veda una difficoltà di rappresentatività delle stesse grandi organizzazioni di impresa.
La crisi, in sostanza, è complessiva, per cui censire la rappresentatività diventa un elemento fondamentale. Insisterei molto su una legislazione di sostegno a tal riguardo. Sono un sostenitore del modello Bassanini del pubblico impiego, per quanto riguarda la rappresentatività.
Volevo a questo punto far notare che stiamo parlando di modello contrattuale e, contemporaneamente, stiamo discutendo sul provvedimento collegato del Ministro Brunetta. In quel collegato, personalmente vedo una radice avversa al nostro ragionamento. L'ho letto, l'ho studiato e vi dico che stiamo tornando alla legificazione contro la logica della privatizzazione del rapporto di lavoro, che ha segnato, per lungo tempo, la discussione riguardante tutto il sistema pubblico.
In ciò vedo una grande contraddizione. Se si pensa agli elementi che vogliamo enfatizzare e che vorrei veder riportati nel documento sono la produttività come regolatore anche di una quota crescente di retribuzione e, quindi, dell'efficienza del sistema, e che nel pubblico la convergenza con il modello privato consiste nella legificazione e, di nuovo, nella centralizzazione del modello di rapporto di lavoro, credo che si proceda in una direzione assolutamente sbagliata. Di fatto, con la legificazione, sarà illusorio puntare alla definizione di un modello che faccia della produttività il perno fondamentale anche nella pubblica amministrazione, giacché prevarranno tutti gli elementi di centralizzazione burocratica che abbiamo cercato per decenni di sconfiggere. Anche di questo, credo, avremo occasione di parlare.
Concludo dicendo che siamo favorevoli al gruppo di lavoro per esaminare, per scrivere un documento. Chiaramente, non siamo dell'opinione che le correzioni da apportare siano marginali e ci auguriamo che si trovino rapidamente i necessari elementi di convergenza, anche perché, se si fornisce un aiuto ad una certa situazione, ciò rappresenta un fatto sicuramente molto importante.
Tuttavia, bisogna che tutti questi elementi, di cui oggi abbiamo ripreso il filo del ragionamento, siano in qualche modo considerati. ç va sans dire: se formiamo un gruppo con le caratteristiche che lei ha ricordato, sarà il gruppo stesso a provvedere alla formulazione di un documento che sia - ovviamente nell'intenzione - capace di rappresentare l'opinione di tutti e di trovare gli elementi di convergenza.

GIULIANO CAZZOLA. Signor presidente, probabilmente questa discussione avremmo dovuto farla prima di tirare le sintesi sul documento. Vorrei solo ricordare che il testo è stato presentato come una proposta. Quando lei annunciò che dopo le feste, l'8 gennaio, ci sarebbe stata una proposta di sintesi dell'indagine, nessuno sollevò problemi di metodo, o chiese che si svolgesse una discussione preventiva (che comunque, a sentire il dibattito di oggi, forse sarebbe stata opportuna).
Credo che sia giusto formare questo gruppo di lavoro, che ci permetterà di approfondire le questioni. Ci daremo un metodo di lavoro. In una precedente occasione - in cui, tra l'altro, presiedevo la seduta - ho avuto modo di precisare che il documento si articola in due parti. La prima parte è ricognitiva, raccoglie (è un lavoro svolto in prevalenza dagli uffici) i risultati delle audizioni, rappresentando una sintesi delle diverse posizioni in modo il più possibile corrispondente rispetto a come le stesse sono state espresse. Credo che questa parte debba essere licenziata e


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discussa con criteri diversi, anche più solleciti, di quanto non possa avvenire per la parte riguardante le proposte.
Riguardo a quest'ultima, non c'è dubbio che il dibattito è importante e ritengo che si possano compiere una serie di passi verso ulteriori convergenze, certamente possibili, anche se credo che dovremmo darci un metodo.
L'onorevole Damiano è assolutamente legittimato a non concordare con la proposta della commissione Giugni. Una commissione - voglio ricordare - costituita da un Governo di centrosinistra (absit iniuria verbis), comprendente i migliori giuristi italiani, tra cui due uccisi dalle Br, che quindi rappresentano in qualche modo un simbolo, anche della cultura giuridica oltreché della cultura civile. Voglio ricordare che quanto previsto dalla commissione Giugni, per esempio, è normativa vigente per una categoria importante come quella dei chimici; che esistono «clausole in uscita» in parte della contrattazione collettiva europea di Paesi di profonde tradizioni sindacali e solide relazioni industriali. Voglio altresì ricordare che - riprendendo pedissequamente le indicazioni di quella commissione - si prevede una serie di garanzie per le parti sociali che non costituiscono uno scippo o una particolare negazione dei diritti dei lavoratori.
Se la discussione va avanti, pertanto, dovremo trovare il modo, ad esempio, per «sistemare» sia l'opinione diversa dell'onorevole Damiani, sia l'opinione di chi vi parla. Ritengo infatti che questo punto sia una delle poche cose veramente innovative e di cambiamento che possono essere introdotte in questa pantomima.
Ho avuto occasione di esprimere questa stessa opinione diverse volte nell'ambito della pantomima, invero assai poco innovativa, della trattativa sulla riforma della contrattazione. In qualche modo, quindi, dovremo vedere come sia possibile trovare delle convergenze, e, laddove esistano divergenze, come si possa evidenziarle eventualmente in termini problematici.
Non è detto che si debba andare per forza di cose a maggioranza. L'importante è che emergano posizioni favorevoli e, magari, anche contrarie. Credo comunque che sia giusto organizzare il metodo di approfondimento e di decisione.
Voglio ricordare che alcune parti del documento sono un poco troppo stringate. Il documento è nato come risultato di una indagine sull'assetto delle relazioni industriali; per ricorrere a un'immagine, si tira un filo di lana che va a disfare tutta la maglia. Tuttavia, non abbiamo svolto un'attività conoscitiva sulle parti sociali, sulla rappresentanza, perché abbiamo ritenuto di privilegiare un altro aspetto, che si trova al centro del confronto tra le parti sociali.
Se volete, quindi, piuttosto che trattare il tema in maniera superficiale o parziale, si potrebbe accantonare la stessa indagine, oppure, volendo, arricchirla affrontando anche aspetti che possono essere ritenuti importanti per una fase successiva. Non possiamo comunque, in un documento di questo genere, dare conto di tutto.
Visto che vogliamo in qualche modo muoverci in sintonia, se non in contemporaneità, con la discussione che sta avvenendo tra le parti sociali, bisogna anche tener conto che il tema della rappresentanza non è in discussione in questo negoziato interconfederale. Nel documento che Confindustria ha presentato alle organizzazioni sindacali c'erano dei puntini di sospensione sulla questione della rappresentanza e, se non vado errato, mi pare che la questione non fosse affrontata neppure nel documento delle organizzazioni sindacali.
Capisco che si tratta di un problema importante, ma anche il mondo è stato fatto in sei giorni e poi, il settimo giorno, Dio si è riposato. Propongo, quindi, di affrontare solo alcuni problemi e rimandare a momenti successivi la trattazione degli altri. In alternativa, se riteniamo che sia sbagliato affrontarli solo per alcuni aspetti e non per altri, si può decidere di non trattarli nella relazione. Credo sia una scelta verso cui, ragionevolmente, si può anche convergere.
Anche la questione della contrattazione, della relazione industriale e del federalismo è appena abbozzata, più che


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altro per dare organicità e per individuare un tema che, comunque, può trovarsi tra gli argomenti da affrontare. È evidente che nel documento ci sono parti più sviluppate e approfondite, rispetto ad altre appena accennate.
Vorrei chiedere ai colleghi se questo documento possa veramente caricarsi oltre certi limiti, a seguito di tutte i temi che sono emersi. Viviamo, indubbiamente, un confronto politico complesso e difficile tra maggioranza e opposizione, tra Governo e opposizione: possiamo dar conto nel documento - è giusto farlo - anche di questo confronto difficile e del fatto, per esempio, che la maggioranza ritiene di avere risposto adeguatamente ai problemi aperti nel Paese, mentre l'opposizione ritiene che ciò non sia vero; possiamo, se non ho capito male, affrontare anche altri temi che non sono stati oggetto del negoziato con le forze sociali.
È vero che esistono una serie di questioni che attengono al mercato del lavoro e sono decisive per il buon andamento delle relazioni industriali, come l'andamento delle economie, ma a me non risulta che le parti abbiano affrontato questo tema nel negoziato, o quello del precariato o della stabilizzazione del rapporto di lavoro.
Sinceramente, non vedo come si possa sovraccaricare il documento arbitrariamente, dal momento che la consultazione non ha affrontato questi temi: così facendo, come i ragni cercheremmo di tirar fuori da noi stessi tutti i nostri pensieri, quando in realtà l'obiettivo che ci eravamo posti all'inizio era molto più limitato.
Ciò detto, indubbiamente alcuni temi possono essere presi in considerazione, poiché il quadro è cambiato. Credo che questo documento possa essere accusato di tutto, fuorché di sposare una posizione in campo e di sollecitare una conclusione del negoziato in maniera separata.
Questo documento prende atto della situazione e si muove - tra l'altro, con qualche ambiguità - tra le diverse posizioni emerse. Mi riferisco, ad esempio, a come viene riferita la questione dell'inflazione: credo che su tale questione il documento abbia cercato di muoversi all'interno di un'ambiguità che è nelle cose, per cui diventava difficile compiere scelte diverse, che avrebbero finito per sposare una delle posizioni in campo. A tal proposito, credo si possa arrivare a una migliore articolazione e rappresentazione delle posizioni.
Allo stesso modo, non ho difficoltà a riconoscere che un accordo separato, indubbiamente, non avrebbe quell'efficacia che potrebbe avere un accordo su cui convergono tutte le parti sociali. Mi pare che questo aspetto abbiamo avuto occasione di ribadirlo anche nello spazio che ci siamo presi durante la consultazione.
Raccomandare e sottolineare un'esigenza di unità, credo non faccia paura a nessuno, fermo restando il nostro rispetto dell'autonomia delle parti. Dissentire o concordare su una vicenda, a conclusione di una trattativa, rappresenta un atto di autonomia delle parti.
È evidente che un accordo separato in una materia come questa - accordo che ho definito più volte «un'anatra zoppa» - non rappresenterebbe certo un evento di cui rallegrarsi e comunque avrebbe riflessi anche sul futuro. Tuttavia, affermare che gli accordi separati non ci debbano essere, secondo me, sarebbe un modo di ledere l'autonomia delle parti, cosa che non abbiamo voluto fare.
Ugualmente, penso che non ci possano essere difficoltà a ritenere, per esempio, che l'accordo del 1993 fu incardinato in un processo di concertazione positivo. Oggi si constata che questo processo di concertazione non esiste. Ognuno dirà che non esiste per colpa dei sindacati, o del Governo, o della CGIL, oppure di CGIL CISL e UIL assieme. Ognuno farà le proprie valutazioni nel ritenere che questo processo di concertazione non sussiste perché il Governo è cattivo e non lo vuole, oppure perché i sindacati sono pregiudizialmente condizionanti. In ogni caso, lamentare l'assenza di un processo di concertazione credo sia un elemento su cui si possa convergere.
Permettetemi due ultime considerazioni.


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Sostanzialmente, il problema della rappresentanza è tale per cui, o lo si affronta ripartendo con un'altra consultazione (o con un altro documento), oppure diventa difficile emanare giudizi definitivi. Anche io sono per il sindacato confederale, però in questa sede non posso che farmi carico e prendere atto del primo comma dell'articolo 39 della Costituzione, l'unico oggi applicato, secondo cui l'organizzazione sindacale è libera. Non abbiamo un modello, sul piano giuridico, a cui poter fare riferimento. Tra l'altro, sapete bene che siamo ancora molto lontani dall'essere un Paese che si misura su temi come questo.
In ultimo (avremo modo di parlarne nel dibattito con il Ministro Brunetta), voglio ricordare che i concetti di privatizzazione e di contrattualizzazione sono diversi. Abbiamo un lavoro privato che è fortemente legificato, non solo tradizionalmente, ma anche in termini di legislazione recente. Sia il lavoro dipendente che quello non dipendente sono stati fortemente rivisitati dal punto di vista legislativo. Io stesso, negli anni Novanta - in un'altra vita - ho sperato e investito molto nella possibilità di privatizzazione del rapporto pubblico, nella sottoposizione del lavoro pubblico al diritto comune, nell'apertura alla giurisdizione ordinaria e non più alla giurisdizione amministrativa. Credo, però, che se oggi almeno chi vi parla soffre una delusione nei confronti della situazione del rapporto di lavoro pubblico, ciò avviene perché quella riforma, a mio avviso, è fallita.
Credo pertanto che il ritorno a un processo di legificazione non significhi affatto mettere in discussione la privatizzazione. La legge disciplina anche il rapporto di lavoro privato: l'ha disciplinato nella storia giuridica di questo Paese e anche nelle scelte recenti. Dovremmo, allora, partire da una riflessione: siamo quelli che, sulla carta, hanno realizzato riforme importantissime del pubblico impiego, mentre - come ho ricordato prima - abbiamo una situazione nella pubblica amministrazione che dal mio punto di vista è peggiorata. Pertanto, ritengo che tornare a un processo di legificazione del pubblico impiego, che coincida con il mantenimento del rapporto giuridico di lavoro privato e che si integri con la contrattazione, sia una scelta necessaria.
Anche da questo punto di vista, peraltro, abbiamo un'altra sede per affrontare queste problematiche. È un tema, questo, che non abbiamo affrontato nella consultazione e di cui non abbiamo parlato con alcuna organizzazione sindacale. Quindi, non credo che si debba per forza recuperarlo in questa fase. Ci potrebbe bastare concludere in maniera sufficientemente concorde un percorso che avesse in qualche misura preso di mira un aspetto importante.
Oggi, nel contesto dell'attuale dibattito politico, è legittimo affermare che la riforma della contrattazione non sia più una priorità, ma tale opinione ci appare discutibile. Gran parte delle forze e degli interlocutori sociali, i quali hanno tutti gli stessi diritti, mi pare che non condividano tale affermazione, se è vero che il tema è aperto nel confronto di oggi e dei prossimi giorni.

ANTONINO FOTI. Signor presidente, ritengo appropriato, anche per rappresentare la posizione del nostro gruppo, quanto precisato da lei e dall'onorevole Cazzola riguardo alla presentazione di un documento di discussione preparato, approfittando della sospensione dell'attività parlamentare, per favorire la riflessione. Il documento non è stato predisposto per essere definitivo, quindi la proposta del gruppo di lavoro incaricato di approfondirne l'esame mi sembra al momento più che sensata.
Vorrei ribadire quanto dichiarato prima dal collega Miglioli, non solo sulla centralità della Commissione lavoro e sulla presentazione di questa proposta di documento, ma anche rispetto al provvedimento che, in un certo senso, si innesta argomento nella discussione che stiamo svolgendo. Alludo al provvedimento Brunetta, il cui esame è già stato avviato, che andrà in discussione la settimana prossima e che riguarda proprio molti aspetti di questa contrattazione.


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Naturalmente, il nuovo tipo di contrattazione cerca - come rilevava l'onorevole Cazzola - di superare il protocollo del 1993, che, per quanto utilissimo in quella fase storica (in riferimento alle relazioni industriali, era stato importante al punto di salvare l'Italia dal tracollo economico), ora è strutturalmente appare superato. Condivido pertanto la posizione dell'onorevole Cazzola nonché, mi pare, dell'onorevole Miglioli.
Questo provvedimento cerca di uniformare l'aspetto normativo ed economico, portando le varie contrattazioni a tre anni (in luogo dei quattro previsti nella normativa vigente) e a due anni per la parte economica.
Il cuore del problema, che naturalmente sarà approfondito in altro documento, riguarda la rivoluzione contrattuale derivante dal fatto che gli aumenti economici non saranno più legati a quanto previsto nella proposta di modifica della contrattazione nazionale collettiva, bensì a una contrattazione integrativa. Di questo penso, però, signor presidente, che potremo parlare nel merito dell'esame di alcuni articoli del disegno di legge passato al Senato.
Riepilogando, se già in questa fase possiamo rinviare all'attività di un gruppo di lavoro, penso che si possa approfondire ancora meglio questo provvedimento, anche sugli aspetti più peculiari che riguardano l'ultima nota dell'onorevole Cazzola sugli aspetti del contratto privato e del contratto pubblico, disciplinati rispettivamente dalla legge che riguarda gli aspetti di diritto amministrativo e dal codice civile. Si tratta di un aspetto importante, ma l'argomento non è all'ordine del giorno.

TERESIO DELFINO. Signor presidente, intervengo solo per sottolineare da parte dell'UdC una condivisione sul metodo.
Vogliamo dare atto che, in questa occasione, è stato dato un tempo adeguato alle consultazioni e alla definizione di una bozza, che vedo oggi rappresentata, come noi auspicavamo, sotto forma di un documento assolutamente aperto.
Riteniamo condivisibile - lo avevamo già detto in altre occasioni - l'iniziativa della formazione di un gruppo di lavoro, per cui riteniamo che oggi l'argomento che dovremmo puntualizzare in termini soprattutto di metodo è la necessità di non andare fuori tema, caro presidente.
È evidente che le nostre consultazioni e le nostre audizioni hanno portato ad affrontare un po' tutta la politica, non solo del lavoro, ma anche economica del Governo, in questi primi nove mesi del nuovo Esecutivo. Certamente, non possiamo ragionare su questo dato in modo asettico rispetto alla dinamica delle difficoltà dei lavoratori, delle famiglie e delle imprese. Il tema che avevamo davanti è molto forte, ma anche molto puntuale: relazioni industriali e riforma della contrattazione collettiva.
Su questa esigenza, che mi pare sia anche emersa nell'intervento del vicepresidente Cazzola, siamo abbastanza convinti di dover orientare la nostra attenzione, per poi discutere le ipotesi di conclusione che la bozza di documento qui presentata ha sintetizzato.
Ci auguriamo, nel corso dell'attività del gruppo di lavoro, di poter offrire un contributo, alcune proposte che a livello di gruppo UdC stiamo elaborando. In quella sede, faremo le valutazioni di merito più specifiche sui contenuti del documento finale, riguardo al quale esprimo un solo forte auspicio: non siamo il Governo, siamo la Commissione lavoro!
Con ciò mi unisco alle osservazioni sollevate dal collega Damiano: sono convinto che abbiamo un dovere da compiere e una possibilità in più per arrivare a un documento sostenuto da un'idea forte. In un momento normale, gli accordi separati non sono una tragedia, ma, in un momento di grave difficoltà economica, credo proprio che il ruolo del Parlamento, rispetto a una dialettica e a una dinamica che esiste tra le istituzioni, debba essere quello di ricercare un documento di sintesi che offra una base di partenza larga e unitaria.


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Questo è un contributo che, nella presente grandissima difficoltà, possiamo porre come elemento di azione dinamica, anche di confronto con il Governo.
Diversamente, se fin dal nostro documento esprimeremo posizioni separate, credo che, rispetto alle difficoltà presenti nel mondo del lavoro, non forniremo alcun contributo innovativo, utile a farci compiere un salto di qualità e a farci rendere conto di come sia oggi necessario puntare su una misura di grande consenso, per arrivare a definire gli interventi necessari - lo saranno sempre più, ci dicono gli istituti di indagine economica - rispetto alle difficoltà che sembra vadano ancora ad emergere maggiormente in questo mese del 2009.
Con questo nostro auspicio, condividiamo il percorso che è stato illustrato e vorremmo poter contribuire in questa direzione unitaria.

PRESIDENTE. Penso che il dibattito sia iniziato con il piede giusto. Tutte le posizioni sottolineate aiutano, preliminarmente, ad individuare i punti critici sui quali dobbiamo lavorare maggiormente.
Possiamo procedere alla costituzione del gruppo di lavoro informale, che si potrà riunire in qualsiasi momento e in qualsiasi sede. Si tratta di uno strumento flessibile, delle cui sedute non è previsto alcun resoconto, proprio per non condizionare le considerazioni espresse in quella sede e favorire la possibilità di incontro.
Rinvio il seguito dell'esame del documento conclusivo ad altra seduta.

La seduta termina alle 11,50.