COMMISSIONE XI
LAVORO PUBBLICO E PRIVATO

Resoconto stenografico

INDAGINE CONOSCITIVA


Seduta di mercoledý 23 luglio 2008


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE STEFANO SAGLIA

La seduta comincia alle 14,10.

(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso e la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati.

Seguito dell'audizione del Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, Maurizio Sacconi.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sull'assetto delle relazioni industriali e sulle prospettive di riforma della contrattazione collettiva, il seguito dell'audizione del Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, Maurizio Sacconi. Ricordo che nella seduta del 2 luglio scorso il Ministro ha svolto una relazione sul tema oggetto dell'audizione.
Do la parola ai colleghi che intendano porre domande o formulare osservazioni.

MASSIMILIANO FEDRIGA. Nel ringraziare il Ministro Sacconi, vorrei rimarcare la posizione che in questa indagine la Lega sta portando avanti, ovvero quella della contrattazione di secondo livello territoriale. Come Lega, crediamo che possa essere utile sia per valorizzare le realtà più produttive, laddove si mira anche a garantire e valorizzare la produttività delle nostre aziende, sia per tutelare i cittadini che vivono in zone del Paese con un maggior costo della vita.
Vorrei chiedere quindi quale posizione assuma il Governo, quale tipo di contrattazione prediligerebbe e come intenda favorirla. Altri ospiti hanno evidenziato in questa Commissione la necessità che la contrattazione di secondo livello sia valorizzata e quindi incentivata sia dalle aziende che dalla rappresentanza sindacale.

ENRICO LETTA. È molto importante l'indagine che lei ha promosso, presidente, e che la Commissione sta portando avanti. Desidero quindi approfondire un tema che considero determinante, sul quale il Ministro Sacconi potrà darci una sua valutazione.
Dal punto di vista culturale, nel nostro Paese c'è un consenso molto vasto da parte delle forze sociali e delle forze politiche sulla necessità di andare verso una riforma dell'assetto contrattuale. L'occasione è storica e deve quindi essere colta con tempismo e grande impegno.
La prima fase di discussione delle parti sociali è stata intensa e ha permesso di individuare subito un problema, su cui desidero chiedere il parere del Ministro. Il tema riguarda il dato dell'inflazione programmata, che ovviamente rappresenta uno degli elementi chiave.
Nell'andare verso una logica per cui il contratto nazionale si asciuga nella sua importanza e lascia la parte legata alla produttività al secondo livello contrattuale, la prima parte finisce per avere il fulcro nella questione dell'inflazione. Soprattutto nella fase in corso, questo punto sta quindi suscitando grandi discussioni.
Il Governo ha individuato nell'1,7 il dato di inflazione programmata, dato che


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ha acceso subito la discussione, perché molto lontano da quello dell'inflazione reale di giugno (3,8); infatti, lo scostamento tra l'inflazione programmata e quella reale ha raggiunto una forbice mai così larga in questi 15 anni.
Oltre a rilevare un'inquietudine, che riguarda però la discussione svolta in altra sede sulla prospettiva economica, vorrei chiederle se l'aver individuato questo 1,7 per cento, una cifra così bassa, non rappresenti un ostacolo al negoziato che le parti hanno avviato, giacché dall'inizio della contrattazione si è intuito che questo punto non è affatto secondario, e se non sarebbe invece un importante segnale di buona volontà da parte del Governo individuare la necessità di andare alla riforma dell'assetto contrattuale. L'impressione è che, se il Governo indica un'inflazione programmata pari all'1,7 per cento, compie una scelta che non agevola il percorso della riforma.
Riteniamo invece che stabilire un dato più realistico - non certo il 3,8, dal momento che uno scostamento che consenta di evitare una rincorsa e una spirale inflazione/prezzi deve esserci - rappresenterebbe sicuramente un segnale di buona volontà che aiuterebbe le parti a raggiungere un accordo.
Questo 1,7 per cento appare invece come un macigno che rischia di far deragliare il treno e di offrire alibi a chi non vuole che vada sui giusti binari; per cui sarebbe forse opportuno da parte del Governo rivedere questa cifra probabilmente individuata prima di un'impennata. Il Governo quindi non perderebbe la faccia, e non è nostra intenzione muoverci in una banale strumentalizzazione, ma, poiché consideriamo necessaria la riforma degli assetti contrattuali, riteniamo che l'indicazione dell'1,7 per cento possa diventare un ostacolo nel rapporto tra le parti.
Su questo tema, vorremmo conoscere l'avviso del Governo e del Ministro Sacconi.

CESARE DAMIANO. L'onorevole Letta ha illustrato un punto fondamentale, sul quale ritorno soltanto per formulare una domanda al Ministro. Alcuni esponenti del Governo considerano l'inflazione programmata all'1,7 per cento un'indicazione di carattere teorico, che in realtà nel rinnovo dei contratti non viene utilizzata.
Questa è una verità parziale, perché l'inflazione programmata viene utilizzata per il rinnovo dei contratti del settore pubblico, laddove tale cifra diventa un vincolo per questi rinnovi, mentre è stata diversamente trattata nei contratti dei settori privati, che hanno avuto una diversa elasticità.
A fronte dell'inflazione reale del 3,8 per cento, un'inflazione programmata inferiore di oltre 2 punti, se applicata a un salario medio della pubblica amministrazione, significa la programmazione di una perdita su base annua di circa 600 euro.
A tutto questo si accompagna il fatto che il Ministro Brunetta con le sue iniziative sul settore pubblico ha provveduto nella manovra a tagliare risorse, che vanno anche nella direzione di comprimere il cosiddetto «salario di secondo livello» o di produttività nella pubblica amministrazione
Vorrei chiederle se il Governo, nel momento in cui le parti sociali stanno negoziando la revisione del modello contrattuale, intenda omogeneizzare il modello contrattuale del settore privato, che sarà il risultato di questa concertazione, con quello del settore pubblico. Se si va a una triennalizzazione, le regole dovrebbero essere uguali.
Vorrei sapere inoltre se, qualora si mantenesse un riferimento come quello dell'inflazione programmata e le parti sociali dovessero arrivare a una diversa conclusione nell'individuazione dell'inflazione, alla quale far corrispondere gli aumenti contrattuali del contratto nazionale, il Governo sarebbe disposto a una revisione ex post che si allinei anche per il settore pubblico alla previsione delle parti sociali del settore privato.
Il Governo sa perfettamente che il risultato del potere di acquisto delle retribuzioni deriva da due iniziative che di solito viaggiano di comune accordo: la contrattazione e una diversa pressione del fisco sulle retribuzioni.


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Poiché l'argomento della pressione fiscale su retribuzioni e pensioni e quindi dell'adeguamento del potere d'acquisto delle famiglie è all'ordine del giorno della politica e delle parti sociali, come vedremo in questo autunno sicuramente non facile, vorrei sapere se il Governo intenda aiutare la conclusione del negoziato attraverso l'impegno esplicito, che noi condivideremmo, di una detassazione delle retribuzioni, al fine di rafforzare il risultato del potere di acquisto.

GIULIANO CAZZOLA. Signor Ministro, delle sue dichiarazioni ho apprezzato molto la parte in cui ha descritto il futuro delle relazioni industriali secondo il disegno che lei porta avanti con la sua azione di governo.
In particolar modo, esso riguarda la sussidiarietà sociale, che procede attraverso un forte sviluppo degli enti bilaterali, con la previsione di una delega sul piano politico agli avvisi comuni delle parti sociali.
Considero questo un terreno molto innovativo nel campo delle relazioni industriali. Lei affida a tali avvisi alcuni aspetti molto importanti, quali la gestione, l'individuazione dello sviluppo degli ammortizzatori sociali, nonché aspetti del welfare nel campo della previdenza e della sanità.
Vorrei chiederle con quali iniziative intenda sviluppare questo disegno, a partire dall'incontro annunciato con le parti sociali subito dopo la manovra, considerato il patto per la redistribuzione che lei ha annunciato di voler perseguire.

PRESIDENTE. Do ora la parola al Ministro Sacconi per la replica.

MAURIZIO SACCONI, Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali. Ringrazio il presidente e tutti coloro che sono intervenuti. Le osservazioni e le richieste che mi sono state rivolte di chiarimento della posizione del Governo sono anche di carattere contingente, ma hanno un contenuto che si riferisce alla prospettiva di un nuovo modello di relazioni industriali, ed è in questa chiave che desidero rispondere.
Possiamo largamente convenire circa la necessità di cambiare radicalmente il nostro modello di relazioni industriali, sentendoci così in una fase di transizione, tanto nel pubblico quanto nel privato, impegnati come dobbiamo essere a costruire un sistema più effettivamente utile tanto ai lavoratori quanto ai datori di lavoro, alle imprese e alle pubbliche amministrazioni.
Questo sistema si è nel tempo sedimentato apparendo ridondante e ineffettivo, come dimostrano i bassi salari, la bassa produttività del lavoro, la scarsa efficienza nelle amministrazioni pubbliche.
Le relazioni industriali hanno oggettivamente una responsabilità significativa, nel momento in cui riscontriamo questi esiti assolutamente insoddisfacenti. Avvertiamo tutti il bisogno di semplicità e di effettività per riscoprire anche nelle relazioni industriali la centralità della persona e ridare valore alla persona che lavora.
Per questo, mi sono permesso di descrivere un modello che il Governo auspica e al quale può concorrere con le proprie scelte, il cui baricentro è rappresentato inevitabilmente dal territorio e dall'azienda. Ciò perché abbiamo bisogno di un sistema di relazioni industriali, che favorisca un'equa distribuzione della ricchezza prodotta attraverso i salari. La funzione solidale del salario è molto limitata, mentre invece il salario deve essere funzione della produttività, dei risultati, in modo che il lavoratore non venga espropriato di ciò cui concorre largamente prestando la propria opera.
Il modello del 1993 ha prodotto questo esproprio e, portando a regime una rigidità e un forte governo centralizzato del sistema, caratteristiche maturate negli anni dell'emergenza dell'inflazione a due cifre, ha di fatto penalizzato il lavoro, la sua produttività ma anche la sua remunerazione e quindi indirettamente l'impresa. Abbiamo inteso favorire il baricentro dell'azienda con una disciplina che vuole essere la disciplina a regime del prelievo fiscale sui redditi da lavoro.
La sperimentazione è un ponte verso una nuova regolazione del prelievo fiscale


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sul lavoro dipendente, che interrompa la esasperata progressività del prelievo di fronte alle componenti meritocratiche del salario.
Nelle nostre intenzioni, questo tipo di disciplina fiscale dovrebbe favorire - la sperimentazione consentirà di verificarlo - quanto più la complicità tra impresa e lavoro, tra capitale e lavoro, soprattutto nella dimensione aziendale, perché dovrebbe incoraggiare un salario la cui struttura si caratterizza sempre più per componenti variabili ancorate ai risultati.
Faccio riferimento non solo alla produttività, ma anche al concetto degli utili. Ritengo che per una sua componente importante il salario debba collegarsi anche agli utili dell'impresa.
Credo che questa Commissione abbia voglia di esercitarsi intorno alle varie opzioni con le quali il salario può collegarsi agli utili di impresa, anche attraverso i piani finanziari partecipativi.
Questa è quindi la scelta di favore nei confronti della dimensione aziendale che abbiamo voluto compiere alla vigilia della contrattazione, in questo aiutando il rinnovo del modello contrattuale.
Siamo invece contrari a un intervento spalmato su tutti i salari in termini di detrazioni, sebbene l'orientamento di questo Governo e di questa coalizione rimanga sempre favorevole alla riduzione della pressione fiscale sul lavoro e quindi anche a un ridisegno strutturale delle aliquote, attraverso quindi un'impostazione che si muove nella direzione della riduzione della pressione fiscale.
Qui e ora, però, un intervento di questo tipo, che si porrebbe in alternativa a quello descritto se non altro per l'onerosità, avrebbe effetti completamente diversi.
Nel mio primo intervento, ho già detto che abbiamo anche simulato la spesa fiscale di 1 miliardo spalmata sugli stessi redditi da lavoro sotto i 30.000 euro del 1997 al netto di altre fonti, verificando come l'effetto sarebbe stato un vantaggio medio attorno ai 45 euro.
Tale operazione molto onerosa sarebbe stata impercettibile da parte dei singoli lavoratori, ineffettiva sull'incremento dei consumi, assolutamente inefficace sull'incremento della produttività del lavoro.
Siamo quindi contrari e riteniamo che anche questa leggera «droga» all'intesa tra le parti, che caricherebbe sul bilancio dello Stato una parte dell'onere contrattuale, avrebbe l'effetto non di stimolare un'intesa su nuove modalità di distribuzione della ricchezza, che si colleghino alla produttività, ma di consolidare un modo tradizionale di distribuire la ricchezza attraverso i salari. Incoraggerebbe il vecchio assetto, non stimolerebbe il nuovo.
Il Governo non può permettersi di entrare nel merito della dimensione territoriale dei contratti collettivi, che è materia delle parti, per cui il rispetto deve essere sovrano. Esiste già una contrattazione territoriale per le microimprese diffuse, riunite nell'artigianato, nell'edilizia o nell'agricoltura.
Discuteranno le parti se individuare una dimensione di questo tipo.
Certamente il territorio è la dimensione del governo del mercato del lavoro, per ragioni non solo istituzionali (la competenza della regione), ma soprattutto sostanziali. Il territorio è la dimensione di un governo del mercato del lavoro che credo debba essere sempre più in sussidiarietà affidato alle parti sociali.
Il territorio è certamente il luogo in cui le parti potrebbero gestire - e noi le vogliamo incoraggiare - ancor più diffusamente quei servizi che danno valore alla persona che lavora: salute e sicurezza nel lavoro, collocamento, formazione, sussidi aggiuntivi all'indennità di disoccupazione, sanità integrativa, previdenza integrativa.
Non tutti sono idonei alla dimensione territoriale, gli ultimi che ho citato in particolare richiedono massa critica, anche se proprio nella mia regione c'è un'esperienza territoriale per quanto riguarda la previdenza complementare, prodotta da CISL e UIL e datori di lavoro.
Si tratta soprattutto dei servizi che danno valore alla persona che lavora, tipici di quello che definiamo «workfare», il welfare to work: l'accompagnamento al lavoro, quindi collocamento, formazione, sussidi nell'articolazione di un'auspicabile


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logica nazionale di sussidi organizzati su base mutualistica, salute e sicurezza nel lavoro. Mi auguro che questo sviluppo degli organismi bilaterali possa essere uno degli esiti della riforma del modello contrattuale, che il Governo può favorire riconoscendo in sussidiarietà il valore di queste esperienze e facendo compiere un passo indietro allo Stato regolatore, in modo da riconoscere alle parti autonomia a questo riguardo.
L'esempio è la norma del provvedimento relativa al secondo canale di apprendistato. Ove le parti sono d'accordo, a fianco del canale pubblicistico regionale di regolazione dell'apprendistato c'è un canale di formazione aziendale. Per questo, la norma è assolutamente sostenibile in termini costituzionali, come dimostra anche la sentenza della Corte costituzionale sui ricorsi relativi alla legge Biagi.
Proprio perché è formazione in azienda e non finanziata dalla regione, le parti possono decidere di implementare il contratto di apprendistato, godendo dei benefici del contratto di apprendistato che sono statuali (decontribuzione e sottoinquadramento), con piena facoltà di autorganizzare tutte le modalità della formazione aziendale in apprendistato, quali certificazione e profili professionali.
Per quanto riguarda la salute e la sicurezza, ho già citato l'esempio di uno Stato che compie un passo indietro e dà valore alla bilateralità, perché essa può adattare meglio della norma lontana e indistinta, ad esempio la redazione del documento di valutazione del rischio.
L'adempimento formale messo nelle mani delle parti in una forma di collaborazione individuata nel territorio assume ragionevolmente contenuti più sostanziali.
In questo contesto, il tema dell'inflazione programmata è datato, perché da tempo le parti sono andate oltre. Non si tratta di una mia opinione, ma di una constatazione dei contratti collettivi, nel pubblico e nel privato.
Conosco bene l'accordo del 1993, che non ho mai amato e che già considerava l'inflazione programmata un termine di riferimento. Si legava sempre alla vecchia idea del gioco d'anticipo, prevedeva che il recupero sarebbe stato effettuato non sull'intera inflazione, ma sull'inflazione depurata della componente estera (ciò è stato inteso come un orientamento, non come un meccanismo rigido, anche se poi è stato rigidamente applicato).
L'inflazione con cui facciamo i conti è larghissimamente importata da costi più che da prezzi, per cui, se ci collocassimo nella logica vecchia, potremmo considerare poca parte di essa ai fini della dinamica salariale. L'inflazione programmata ha un valore per la politica di finanza pubblica, quale obiettivo, quale termine di riferimento per un generalizzato contenimento della dinamica della spesa pubblica.
Giustamente la Banca centrale europea sollecita che tutti i Paesi la individuino al di sotto del 2 per cento. Forse possiamo fare poco per contenere questa inflazione importata, ma molto per moltiplicarla attraverso comportamenti sbagliati.
Confindustria prevede che si giunga rapidamente all'8 per cento. Non voglio considerare certa quella previsione, ma è ragionevole pensare che la dinamica inflazionistica si innescherebbe, se una contrattazione collettiva determinasse una rincorsa dei salari sulla stessa dinamica inflazionistica, penalizzando così, come l'esperienza ci insegna, i redditi da lavoro dipendente. Ricorderete certamente gli effetti perversi dell'inflazione addirittura a due cifre nei primi anni '80 e della penalizzazione sui redditi soprattutto da lavoro dipendente, che l'hanno rincorsa ma mai raggiunta. Questo era l'effetto perverso della scala mobile. Oggi riproporre la scala mobile mi sembrerebbe davvero delittuoso, perché significherebbe perseverare in un errore già noto.
Le parti sono a cavallo di un nuovo modello contrattuale, vivono una stagione contrattuale che dovrebbe preludere al cambiamento. Credo che non faticheranno a trovare un'intesa nel settore privato intorno a un riferimento di inflazione depurata della componente internazionale, che contenga in sé anche un elemento di valutazione dell'andamento della produttività,


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anche se personalmente non amo l'idea di un concetto di produttività media nazionale, perché evoca molto Trilussa.
Le parti troveranno senza difficoltà un'intesa nel settore privato, come in questi anni hanno definito i contratti con Governi anche diversi non ancorandosi all'inflazione programmata, come verificatosi nel pubblico.
Non intravedo dunque difficoltà in questo senso, ma se qualcuno non vuole l'accordo, può anche spogliare l'ipotesi di intesa in tutti i suoi aspetti e trovarvi un appiglio che giustifichi la sua contrarietà.
Credo che le parti abbiano ogni possibilità e sono fiducioso che alla fine prevarrà il buon senso e troveranno un'intesa sull'insieme del modello contrattuale (oltre che sul tasso di crescita di riferimento). Tale intesa avrà influenze sul settore pubblico nella misura in cui il risultato verrà ritenuto compatibile con le caratteristiche del percorso in atto nel pubblico impiego e nelle pubbliche amministrazioni.
La risposta migliore deve essere formulata da Renato Brunetta, che a nome di tutto il Governo ha avviato un ambizioso programma di razionalizzazione delle amministrazioni pubbliche.
Anche la contrattazione collettiva nel pubblico vive quindi una sua specifica transizione, che giustamente il Ministro Brunetta indica innanzitutto verso la ricostruzione del buon datore di lavoro, che nella contrattazione non si è visto, soprattutto in quella di secondo livello (che in futuro spero chiameremo primo livello, ovvero quello dell'azienda).
Nel privato, questa contrattazione è di per sé virtuosa, perché le parti si incontrano tarandosi sulle concrete condizioni di quel contesto produttivo, mentre nel pubblico questa virtù non c'è: il livello decentrato è il livello del vizio, dello sfondamento delle previsioni del costo dei contratti.
Brunetta presenta un'elaborazione sugli andamenti contrattuali nel settore pubblico difficilmente contestabile, che spiega come tutti i contratti siano andati oltre gli andamenti, che pure erano stati programmati dalle parti, perché la contrattazione decentrata è una contrattazione non responsabile. Non sono sufficienti i meccanismi e le deterrenze che responsabilizzino e facciano il buon datore di lavoro. Nel pubblico ci sarà una specifica transizione, per arrivare nello stesso punto di approdo del privato, perché l'ambizione è organizzare amministrazioni pubbliche con le stesse caratteristiche di responsabilità e di confronto con il «mercato».
Il tema della seconda parte del contratto dovrebbe probabilmente collegarsi ai dividendi della razionalizzazione delle amministrazioni pubbliche, alla possibilità dei lavoratori di partecipare per una certa quota degli effetti positivi della razionalizzazione delle stesse amministrazioni pubbliche.
Questo permetterebbe di concorrere ai positivi dividendi in parte della comunità intera, attraverso il contenimento della spesa pubblica, in parte di loro stessi, che vi devono concorrere.
Con questi passaggi, dunque, si potrà arrivare a un'omogeneità del modello contrattuale.
Ai colleghi Letta e Damiano mi auguro di aver reso l'idea della nostra intenzione.
In merito alle considerazioni del collega Cazzola, confermo le intenzioni del Governo di incontrare le parti sociali. Fino al voto di fiducia sul provvedimento non era possibile convocarle, perché dovevamo offrire loro un quadro di riferimento certo del Governo e del Parlamento.
L'intenzione è riunire le parti sociali per due obiettivi. Premesso che vorremmo condividere con esse il futuro in generale, vorremmo condividere in particolare l'implementazione delle politiche che nella manovra sono state individuate per sostenere la crescita. Si tratta di politiche prodotte dal Governo e dal Parlamento nella loro autonoma responsabilità, che potranno essere giudicate più o meno sufficienti, ma tendenzialmente condivisibili dalle parti.
Mi riferisco a tutte le politiche orientate a sostenere la crescita, dalla spesa infrastrutturale al piano energetico, alla diffusione dei servizi a larga banda.


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Dall'altra parte, si persegue l'ipotesi di una condivisione a determinati step di incremento della ricchezza del modo in cui essa sarà equamente distribuita, per sostenere i redditi innanzitutto dei lavoratori, nella misura in cui partecipano degli incrementi di produttività e degli utili, delle famiglie, laddove si deve considerare con la dovuta attenzione la composizione del nucleo familiare dal punto di vista dell'uso della leva fiscale a fini di sostegno del reddito e soprattutto dei costi per il sostegno dei componenti non lavoratori del nucleo, dei titolari delle pensioni più basse, che non hanno modo, se non in misura molto contenuta, di proteggersi attraverso il lavoro. Abbiamo consentito il cumulo di lavoro e pensione, ma, soprattutto oltre una certa età, questo diventa difficile.
Si tratta quindi di un patto per condividere questo percorso, per prendere impegni da ora per quando ci saranno gli auspicati incrementi della ricchezza, così da creare un clima di coesione sociale e di condivisione.
C'è solo una parte per la quale ribadisco l'intenzione del Governo di intervenire e nei prossimi giorni saremo in grado di illustrare la strumentazione che stiamo approntando. Mi riferisco a coloro che si trovano in uno stato di bisogno assoluto. Rappresentano una minoranza, ma devono essere necessariamente identificati. Non sarà facile, ma si può lavorare all'interno degli ISEE.
Dobbiamo individuare soprattutto negli anziani indigenti e nei bambini in condizioni di disagio assoluto oggettivo i destinatari di quella carta che Paesi europei come l'Olanda e il Regno Unito utilizzano nello stesso modo, ovvero una carta magnetica anonima tanto per il più facile accesso a prestazioni sociali come la tariffa elettrica sociale, quanto per ottenere risorse aggiuntive soprattutto per l'acquisto di generi di prima necessità per la soddisfazione di bisogni primari.
Si tratta di circa 1 milione di persone, che non possono essere confuse con lo stato di impoverimento relativo di molti redditi da lavoro dipendente, che versano in una condizione di bisogno assoluto e sui quali si deve intervenire a prescindere dalle dinamiche che saranno oggetto del patto con le parti sociali.
Vi ringrazio.

PRESIDENTE. Ringrazio il Ministro, cui confermiamo la nostra volontà di esaminare al più presto le iniziative legislative che i diversi gruppi hanno proposto sul tema della partecipazione. Lo faremo insieme alla Commissione finanze per quanto riguarda i profili relativi ai fondi azionari.
Dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 14,45.