COMMISSIONE V
BILANCIO, TESORO E PROGRAMMAZIONE

Resoconto stenografico

INDAGINE CONOSCITIVA


Seduta di mercoledý 9 febbraio 2011


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE
GIANCARLO GIORGETTI

La seduta comincia alle 14,05.

(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso.
(Così rimane stabilito).

Audizione del Ministro per i rapporti con le regioni e per la coesione territoriale, Raffaele Fitto.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sull'efficacia della spesa e delle politiche di sostegno alle aree sottoutilizzate, l'audizione del Ministro per i rapporti con le regioni e per la coesione territoriale, Raffaele Fitto.
Ricordo che abbiamo già audito una folta schiera di soggetti, la cui testimonianza è agli atti.
Do la parola al Ministro Fitto, ringraziandolo per la presenza.

RAFFAELE FITTO, Ministro per i rapporti con le regioni e per la coesione territoriale. Signor presidente, ho accettato con piacere l'invito della Commissione non solamente per la competenza specifica che da alcuni mesi mi è stata attribuita relativamente al Dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica, ma anche per la rilevanza e l'attualità del tema sul quale stiamo interloquendo in questa audizione, anche alla luce del lavoro che si è svolto nei mesi scorsi e che si sta svolgendo in questi giorni.
Ho avuto modo, peraltro, di verificare i contenuti degli interventi di chi è già stato audito dalla Commissione su questi temi, dunque mi rendo conto della qualità e del livello del dibattito e del confronto che si focalizzano su un nodo fondamentale, vale a dire l'efficacia delle politiche per le aree sottoutilizzate. Penso che questo sia il tema di fondo e che preceda l'avvio di un dibattito che, spesso, nel nostro Paese è concentrato più sulla quantità delle risorse che sul merito, sulle modalità e sulla qualità della spesa e, di conseguenza, sull'efficacia delle stesse politiche.
Nei mesi scorsi, il Governo ha varato alcuni provvedimenti importanti in questa direzione e ha iniziato un percorso avviando un confronto preliminare a livello politico, istituzionale e tecnico con tutte le regioni, relativo alle due grandi voci di spesa che fanno parte del Quadro strategico nazionale, ossia il Fondo per le aree sottoutilizzate e le risorse comunitarie.
Durante la scorsa estate abbiamo svolto un confronto, avviando una verifica su diverse voci di spesa, con le regioni del Mezzogiorno - che sono maggiormente interessate a queste politiche - e con le altre regioni del Paese che, come è noto, dispongono sia di risorse comunitarie sia di quota parte di finanziamenti nell'ambito del Fondo per le aree sottoutilizzate. Da questo confronto è emerso in modo molto chiaro un quadro a dir poco preoccupante


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delle modalità di uso di queste risorse e, soprattutto, dell'efficacia del loro utilizzo.
Mi riferisco, in particolare, ai punti che noi abbiamo indicato come oggetto di questa verifica: il primo, relativo al Fondo per le aree sottoutilizzate della programmazione precedente, relativa al periodo 2000-2006; il secondo, relativo a una verifica dettagliata delle cosiddette «risorse liberate» nell'ambito della programmazione comunitaria 2000-2006; il terzo, relativo all'avanzamento dei programmi comunitari della programmazione 2007-2013; il quarto, relativo al tema della programmazione e alle risorse del Fondo per le aree sottoutilizzate per il periodo 2007-2013.
Il dibattito spesso si è concentrato e si concentra sulla quantità di risorse da assegnare, soprattutto in riferimento alla programmazione 2007-2013. Noi abbiamo voluto invertire questo ragionamento e abbiamo messo in campo, con una apposita delibera CIPE, un percorso ricognitivo che aveva delle date precise e delle indicazioni certe che sostanzialmente vengono rispettate.
La prima scadenza era quella del 31 gennaio di quest'anno, ed entro i prossimi due mesi provvederemo al completamento della verifica, che aveva l'obiettivo di verificare la quantità di risorse spese nell'ambito della programmazione precedente - sia per quanto riguarda le amministrazioni regionali sia per quanto riguarda le amministrazioni statali - e il livello di efficacia, adeguatezza e incisività delle politiche comunitarie, anche in riferimento allo stato di avanzamento della spesa.
Sappiamo che per la programmazione in corso abbiamo una serie di vincoli e di rischi noti a tutti, relativi alla revoca di importanti finanziamenti. Su questo punto farò, a conclusione del mio intervento, alcune considerazioni che sono frutto anche di confronti avuti in occasione di tre incontri bilaterali con il commissario europeo alla politica regionale, Johannes Hahn, con il quale ho potuto mantenere un dialogo costante sui punti indicati.
Il quadro che emerge è oggettivamente molto preoccupante, come è stato detto in più circostanze. Io non sono fra coloro che desiderano attivare una polemica di contrapposizione pregiudiziale, però è evidente che noi ci troviamo di fronte a un quadro nel quale emerge che la percentuale media dell'utilizzo delle risorse del Fondo per le aree sottoutilizzate, relative alla programmazione precedente, ad oggi è di poco superiore al 40 per cento.
Questo significa che ancor prima della programmazione relativa per il al periodo 2007-2013, la percentuale di spesa delle risorse del FAS era molto bassa. Riguardo a ciò, esiste una quota di risorse stanziate per interventi che hanno un livello di avanzamento, dopo molti anni, inferiore o di poco superiore al 10 per cento della spesa. In merito a questi interventi, insieme alle unità di monitoraggio UVER (Unità di verifica degli investimenti pubblici) e UVAL (Unità di valutazione degli investimenti pubblici) del Dipartimento, abbiamo attivato una verifica congiunta con le regioni, e i dati definitivi dovrebbero essere pronti nell'arco di un paio di mesi al massimo, per poter avere un quadro esaustivo e completo.
Inoltre, vi è una quota di risorse importante, che sarà definita da qui a pochi giorni, che è oggetto o di revoca del finanziamento - perché mai programmata e mai spesa - o di un definanziamento che, dopo la prima fase di confronto con le regioni, viene richiesto dalle stesse perché evidentemente le risorse non sono ancora state programmate oppure perché sono state assegnate per interventi che sostanzialmente non hanno avuto inizio o che le amministrazioni ritengono di non poter più iniziare.
Questo riguarda il Fondo per le aree sottoutilizzate fino al 2006. Abbiamo avviato un'altra verifica molto importante, relativa a un meccanismo, quello dell'utilizzo delle cosiddette «risorse liberate», non più consentito nella programmazione comunitaria 2007-2013, ma possibile nella precedente programmazione (non intendo muovere una critica di metodo perché era assolutamente possibile realizzarlo).


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Questo richiama, tuttavia, proprio sul tema dell'efficacia, una problematica assolutamente importante, quella dei cosiddetti «progetti sponda». Se, da una parte, questi hanno avuto l'obiettivo di consentire un rendiconto a livello europeo e, quindi, incamerare risorse con un vincolo settoriale e territoriale di spesa, dall'altra però ci portano di fronte a una realtà chiara: queste risorse devono essere riprogrammate, e questo vuol dire che non sono state spese. Si tratta di un monte risorse importante, che raggiunge una cifra che, fra le amministrazioni centrali e quelle regionali, si avvicina ai 10 miliardi di euro, salvo poi dover verificare quante e quali di queste risorse sono già state riprogrammate su altri interventi specifici.
La seconda parte della mia riflessione riguarda la programmazione in corso. Oltre al FAS, la seconda parte della programmazione è relativa alle risorse comunitarie. A tale proposito inserirò la considerazione che ho poc'anzi anticipato collegata agli incontri con il commissario Hahn.
Noi abbiamo - non lo dico per creare allarmismi né per immaginare contrapposizioni fra i diversi livelli istituzionali - un dato oggettivo: siamo oltre il primo triennio della programmazione 2007-2013, ma abbiamo ritardi evidenti. Tuttavia, si è potuto allontanare il rischio della perdita di risorse al 31 dicembre 2010 perché, grazie al meccanismo cosiddetto «n+2», la data della rendicontazione di importanti risorse comunitarie è stata posticipata al 31 dicembre 2011.
Il problema non è per niente risolto, ma è solo allontanato nel tempo e, data la quantità di risorse da rendicontare, è anche un po' aggravato rispetto alle questioni che dobbiamo affrontare. Riguardo a questo tema si è attivato un confronto abbastanza chiaro e aperto con la Commissione europea, in particolare con il commissario Hahn, e pensiamo di elaborare una soluzione che possa individuare anche meccanismi di spesa che ci consentano di scongiurare questo grave rischio di perdita di risorse nel 2011.
Rimane, poi, il tema relativo alle risorse del Fondo per le aree sottoutilizzate per il periodo 2007-2013, oggetto di tanti dibattiti parlamentari e di tante iniziative. In questi anni vi è stato un utilizzo di quota parte di queste risorse nazionali, ma, al momento, la programmazione regionale ha risentito esclusivamente del taglio del 10 per cento delle risorse stesse, relativamente ai contenuti del decreto-legge n. 78 del 2010, vale a dire la manovra varata lo scorso luglio. Inoltre, nella delibera che il CIPE ha approvato il 26 novembre 2010 - sulla quale la Conferenza Stato-regioni ha espresso parere favorevole e che verrà vagliata dalla Corte dei conti - è prevista la suddivisione di questo taglio.
In questa situazione - lo affermo senza tema di smentite e, comunque, siamo qui per confrontarci su questo - noi comprendiamo che il problema, ancor prima di riguardare la quantità delle risorse, riguarda, così come anche l'obiettivo di questa indagine ha correttamente individuato, l'efficacia delle politiche di sostegno e la necessità di intervenire in modo strutturale.
In questi mesi il Governo ha varato quattro provvedimenti. Il primo è una delibera CIPE con la quale sono stati inseriti criteri e modalità per modificare l'utilizzo delle risorse FAS e di quelle comunitarie e per attivare un percorso di confronto con la Commissione europea anche in merito alla riprogrammazione e rimodulazione delle risorse. Questa delibera CIPE, come ho già detto, ha ottenuto anche il parere favorevole della Conferenza Stato-regioni ed è stata trasmessa alla Corte dei conti.
Al secondo provvedimento annetto un'importanza notevole, perché si pone in relazione alle problematiche relative al quinto comma dell'articolo 119 della Costituzione, sempre citate e mai affrontate. Si tratta di un decreto ministeriale che affronta il tema della perequazione infrastrutturale, ovvero la verifica del livello di sperequazione esistente fra le due aree del Paese e l'identificazione, in un periodo di


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tempo determinato, delle infrastrutture necessarie per colmare questa sperequazione.
Il terzo provvedimento - tengo a sottolinearne l'importanza perché ne sono profondamente convinto - è uno schema di decreto legislativo in attuazione dell'articolo 16 della legge n. 42 del 2009 sul federalismo. Questo provvedimento consente, in sintesi, di rimodulare complessivamente il modello di governance che deve sottostare all'utilizzo delle risorse comunitarie e del Fondo FAS.
Nei prossimi giorni inizierà il confronto su questo schema di decreto legislativo presso la Commissione parlamentare per l'attuazione del federalismo fiscale; la sua funzione, secondo il mio punto di vista, è quella di affermare con chiarezza quanto siano fondamentali il principio della responsabilizzazione dei pubblici amministratori e la certezza dei tempi. Princìpi che si realizzano tanto nell'attuazione del federalismo fiscale quanto all'interno delle necessarie modifiche e interventi nell'ambito del Piano nazionale per il Sud.
Quest'ultimo è, appunto, il quarto provvedimento, che ha un obiettivo sostanziale: alla luce della diagnosi della situazione esistente, esso punta a indicare alcuni grandi obiettivi, che sono quelli che conoscete e che sono previsti all'interno del Piano. Anche su questi punti potremo confrontarci successivamente; non voglio dilungarmi con questa premessa, eventualmente su questo torneremo nel corso del dibattito.
Si indica in modo molto chiaro, sempre all'interno del Piano, un problema di fondo, che è alla base della difficoltà e dei risultati certamente non confortanti della precedente e dell'attuale programmazione. Il limite è quello del sistema di governance e della qualità della spesa. Il tema è quello della concentrazione delle risorse sugli interventi strategici, che nel Piano sono indicati in modo molto chiaro e che hanno bisogno di un'articolata composizione nel rapporto fra Governo centrale, regioni, istituzioni locali e grandi aziende di Stato. Se considero il tema delle infrastrutture, il pensiero non può che andare in modo molto chiaro a Ferrovie ed ANAS, in relazione alla necessità di stabilire queste come priorità nelle politiche del Mezzogiorno.
Questo è il quadro di riferimento. L'audizione di oggi coincide, peraltro, con un Consiglio dei ministri nel quale è stato approvato in via definitiva lo stato di attuazione del Piano per il Sud. Per evitare un tema di dibattito abbastanza particolare, ovvero la presenza di annunci ma non di fatti, ho personalmente avanzato al Consiglio dei ministri una proposta. Oggi, dunque, il Consiglio dei ministri ha approvato, su mia proposta, un provvedimento molto impegnativo. Come potrete verificare, vi sono indicate le date entro le quali bisogna completare l'attuazione degli interventi previsti. Di conseguenza, questa Commissione, il Parlamento e ognuno di voi potrà verificare se entro il 28 febbraio ovvero il 30 aprile - date indicate rispetto a uno scadenzario di attuazione del Piano per il Sud - i provvedimenti riferiti verranno adottati o meno. Penso che questo ci consenta di avere un quadro abbastanza ampio.
Concludo, presidente, con una riflessione collegata al confronto che abbiamo avuto in questo periodo con il commissario europeo Hahn. Come ho già detto, registriamo dei ritardi abbastanza importanti nella rendicontazione delle risorse. Abbiamo una difficoltà oggettiva rispetto a questo punto e siamo di fronte al rischio abbastanza serio - direi che in alcuni casi la situazione è in parte compromessa - di perdere risorse ingenti alla fine di quest'anno. È perciò importante cercare di imprimere un'accelerazione su questo versante.
L'impianto al quale ho fatto riferimento - decreto ministeriale, decreto legislativo, delibera CIPE e Piano nazionale per il Sud - confrontato e anche condiviso attraverso pubbliche dichiarazioni da parte del commissario Hahn, si inserisce perfettamente nel dibattito che si è avviato a livello europeo sul V Rapporto sulle politiche di coesione presentato dallo stesso commissario, sul quale i Governi e il sistema delle regioni a livello europeo si


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stanno confrontando. La logica è quella di evitare di inseguire le scelte europee dopo l'approvazione della nuova programmazione. L'idea è quella di provare ad anticipare o quantomeno di giungere al 2013 con strumenti già collaudati all'interno di questa programmazione.
La logica, dunque, non può che essere quella della concentrazione delle risorse e soprattutto non può che fare riferimento all'idea che nel confronto a livello europeo si possano superare alcuni paradossi.
Concludo con qualche provocazione. In primo luogo, appare paradossale che mentre il dibattito sembra riguardare il fatto che noi non vogliamo spendere risorse per il Mezzogiorno, ce ne siano invece in giacenza e a rischio di revoca quantità notevoli.
In secondo luogo, cito un esempio concreto per uscire dalla generalità dell'affermazione. Noi abbiamo alcuni programmi interregionali, affidati a diverse regioni, con alcune regioni capofila. Cito il POIN «Attrattori culturali, naturali e turismo», laddove è prevista una disponibilità finanziaria di 1 miliardo di euro per interventi nell'ambito del sistema dei beni culturali e del turismo, quindi per grandi interventi sul fronte degli attrattori culturali. Dopo oltre tre anni dall'avvio di questo programma, l'avanzamento dello stesso è pari a zero, tranne una piccola rendicontazione fatta alla scadenza del 31 dicembre 2010 e quindi a rischio di revoca.
Tutto questo avviene mentre noi ci infiammiamo in un dibattito, pur assolutamente legittimo, ad esempio sul crollo di Pompei o quant'altro. Intendo dire che le contraddizioni sono abbastanza forti e stridenti rispetto a quello che è necessario realizzare.
Concludo richiamando la necessità di aprire un confronto su questi temi e di farlo, per quanto è possibile, cercando di andare al cuore del problema e di individuare modalità che partano da una diagnosi circa l'avanzamento della spesa e l'efficacia delle politiche in questi anni, aspetto sicuramente quantomeno deludente. È necessario attivare, al riguardo, un meccanismo di profonda modifica, che i provvedimenti richiamati contengono, sebbene questi possano sicuramente trovare nel confronto elementi di miglioramento e integrazione.
In questo modo l'indagine conoscitiva può produrre dei risultati ai quali noi guardiamo con attenzione. Da parte nostra diamo la disponibilità - penso che l'aspetto più tecnico sia stato menzionato già nelle audizioni precedenti - di fornire i rapporti presentati annualmente e puntualmente dal Dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica, che insieme ad altri studi possono risultare utili per avere una fotografia esatta della situazione.
Tutto questo diventa decisivo, in questo momento, per il rilancio non solo delle aree sottoutilizzate del Mezzogiorno, ma dell'intero Paese.

PRESIDENTE. Ringrazio il Ministro Fitto.
Do la parola ai deputati che intendono intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

GIUSEPPE FRANCESCO MARIA MARINELLO. Ringrazio il Ministro Fitto per il suo intervento assolutamente esaustivo, nel quale ha posto una serie di questioni che, a dire il vero, in gran parte conoscevamo, ma lo ha fatto con sintesi e ordine.
Vorrei richiamare l'attenzione su due aspetti molto particolari. In primo luogo, come sappiamo - spesso, tra l'altro, il tema è stato oggetto di polemiche più o meno dure tra il Governo, e in particolare lei, signor Ministro, e i presidenti di alcune regioni, soprattutto meridionali - c'è non solo una lentezza nella materiale fruizione dei fondi strutturali e in genere delle risorse per le aree sottoutilizzate, quindi una lentezza della spesa, ma anche una notevole discrepanza di intendimenti sulla destinazione di tali risorse.
Alcuni presidenti di regione infatti tendono a un utilizzo che - ad avviso del Governo, di lei stesso, signor Ministro, e a dire il vero anche di chi vi parla - è assolutamente improprio, poiché non ha nulla a che vedere con le finalità dei fondi


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medesimi e tende sempre più a portare questi fondi verso la spesa corrente o, comunque, verso interventi apparentemente strutturali, che strutturali non sono e rappresentano invece interventi di natura corrente.
A tal proposito, così come per altre materie, ad esempio per la sanità, esistono normative che consentono allo Stato centrale di poter intervenire drasticamente in questi casi, talvolta addirittura attuando un commissariamento dei competenti organi della regione, mi chiedo non solo se non sia il caso di essere più incisivi e più determinati nel controllo dell'esatta fruizione e destinazione delle somme, ma anche se non si debba essere assolutamente più stringenti, arrivando alle estreme conseguenze, quindi a misure drastiche.
È evidente, infatti, che l'idea che i fondi appartengano alle regioni e che queste abbiano piena libertà di gestione degli stessi è oggi assolutamente balzana, soprattutto se consideriamo che la questione meridionale non è più una questione soltanto meridionale, ma nazionale, e, dunque, la ripresa dello sviluppo dell'intero sistema produttivo del nostro Paese è strettamente legata a quella delle regioni meridionali.
In secondo luogo - più che porre una domanda, in questo caso avanzo un suggerimento - nelle maglie larghe e talvolta confuse della gestione assolutamente centrale e burocratica del sistema Italia, c'è a mio avviso un ufficio che, sebbene di piccole dimensioni, è assolutamente virtuoso, ovvero la Gestione Commissariale ex Agensud. Come lei sa, questo ufficio si occupa prevalentemente della gestione dei fondi del Piano irriguo nazionale o, comunque, dei fondi destinati alle aree sottoutilizzate in materia di bonifica.
Si tratta di un ufficio che ha ereditato le competenze e le professionalità - parlo di quelle virtuose - della Cassa del Mezzogiorno e che ha dato prova, negli ultimi dieci anni, di grande efficienza non solo nella qualità della spesa, ma anche nella gestione dei processi e dei procedimenti, per quanto riguarda la programmazione, la progettazione delle opere e tutti gli adempimenti burocratico-amministrativi, fino al controllo minuzioso dell'esecuzione delle opere stesse e alla consegna ai diretti interessati.
Mi chiedo se lei sia in possesso di dati relativi a questa struttura e, qualora non li abbia, la invito, attraverso i suoi uffici, ad assumere informazioni su questo argomento per poter eventualmente valutare un ampliamento delle competenze di questa gestione commissariale che, in quanto assolutamente snella, riesce a produrre effetti virtuosi.
L'idea è quella di utilizzare strutture virtuose, come quella appena citata, per agevolare i processi di spesa finalizzati alla realizzazione degli interventi programmati.

ROBERTO OCCHIUTO. Rivolgerò solo qualche brevissima domanda al Ministro, che ringrazio per la disponibilità nei confronti della Commissione.
Vorrei evidenziare innanzitutto che il tema della quantità delle risorse, più volte riferito in termini problematici, non è agitato strumentalmente tanto dall'opposizione, ma evidenziato, quasi come un intervento mirabolante, straordinario, da parte del Governo. Mi riferisco al fatto che nel Piano nazionale per il Sud, per esempio, si parla di 100 miliardi di euro, mentre secondo la Svimez queste risorse ammonterebbero al massimo a 70-75 miliardi di euro.
Lei ha fatto riferimento prima alla quantità di risorse liberate per effetto del reimpiego delle somme rinvenienti dai progetti coerenti - chiamati anche progetti sponda - ma non ha quantificato il complesso delle risorse che secondo il Governo si potrebbero riallocare. Mi riferisco sia alle risorse del FAS relative alla programmazione 2000-2006, sia a quelle dei programmi operativi relativi allo stesso periodo 2000-2006, sia alle risorse della programmazione in corso sia a quelle del FAS per il periodo 2007-2013.
Può fornirci qualche dato più preciso in ordine alla quantità complessiva di queste risorse, in modo da fare chiarezza


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almeno sul fatto che questi 100 miliardi di euro non esistono, ma sono molti di meno?
L'onorevole Marinello prima faceva giustamente riferimento a un processo di dequalificazione nella spesa che a volte ha origine nei comportamenti delle regioni. Non ritiene il Ministro che ci sia, proprio in ordine all'impiego del FAS, un esempio straordinario di dequalificazione nella spesa che avviene per iniziativa del Governo? Mi riferisco alle risorse del FAS che le regioni hanno utilizzato, con l'autorizzazione del Governo, per esempio, per il ripiano dei debiti sanitari, così come a tanti altri interventi che disponevano la copertura di oneri di natura corrente con risorse del FAS.
Non voglio fare qui una polemica agitando una contrapposizione territoriale, ma mi sembra alquanto singolare che si riconoscano, giustamente, i limiti delle amministrazioni regionali sulla qualità della spesa pubblica, da un lato, mentre, dall'altro, il Governo consente alle amministrazioni regionali di perseverare. Vorrei ricordare che, quando fu data alle regioni la possibilità di ripianare il debito sanitario con le risorse del FAS, qualcuno di noi intervenne dicendo che si trattava di una scelta perniciosa, non virtuosa. Per la verità, furono proprio le regioni del Sud, quelle che avevano un debito sanitario più elevato, a invocare questo impiego come risolutivo. Non voglio, quindi, attribuire la responsabilità soltanto al Governo, però mi pare che esso in questa direzione non abbia proposto modelli virtuosi.
Infine, in ordine alla preoccupazione - che anche noi abbiamo - sulla possibilità che una grandissima parte di risorse sia oggetto di disimpegno alla fine del 2011, come lei ha detto, nel 2010, grazie alla regola «n+2», molte regioni hanno potuto evitare di produrre dei disimpegni, ma forse nel 2011 questo non sarà possibile. Tuttavia, questa preoccupazione non è risolta dal Piano nazionale per il Sud. Ho paura che proprio il fatto che ci sia una sorta di confusione di responsabilità in ordine alla velocizzazione nella spesa delle risorse comunitarie possa alla fine rallentarne l'utilizzo, determinando il disimpegno delle stesse.
Voi sostenete di aver avviato una procedura di confronto con la Commissione europea, ma sapete benissimo che i protagonisti nel rapporto tra il territorio e l'Unione europea sono le regioni; sono loro innanzitutto che debbono essere d'accordo a riallocare in maniera strategica, diversa, le risorse. Il fatto che si proponga un altro modello, mentre c'è questo rischio di disimpegno, non può alla fine generare una confusione in ordine alla responsabilità in merito al corretto utilizzo delle risorse, per cui al termine di quest'anno pagheremo un prezzo per una situazione di stallo che quanto avete proposto nel Piano nazionale per il Sud può determinare?
Per il resto, sulle dichiarazioni di intenti generali del Piano nazionale per il Sud ciascuno di noi può dirsi d'accordo perché, peraltro, sono le stesse contenute nel Quadro strategico nazionale 2007-2013.
Vorrei rivolgerle un'ultima domanda sugli investimenti per infrastrutture. Mi pare di aver letto da qualche parte che il complesso degli investimenti per infrastrutture che avete individuato nel Piano nazionale per il Sud assorbirebbe il complesso delle risorse che prevedete di impiegare nello stesso Piano. Vorrei avere dei chiarimenti in merito.

GIULIO CALVISI. Anch'io voglio ringraziare il Ministro per questa occasione di confronto.
Voglio rivolgere alcune domande, ritenendo che possiamo anche limitarci nella polemica politica e intendendo quest'incontro come utile a raccogliere informazioni che non abbiamo, fermo restando il giudizio che ha dato l'opposizione sull'intera gestione, da parte del Governo, delle risorse del FAS che, come sappiamo, è molto negativo.
Il Ministro oggi ci ha dato alcune notizie. La prima, nuova, che non era emersa nelle precedenti audizioni, è che il nostro Paese corre il rischio di perdere le risorse relative ai fondi strutturali. Questa


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è una notizia. Il Ministro ci ha detto che se il nostro Paese non dovesse fare una rendicontazione secondo la normativa europea entro il dicembre del 2011, rischia di perdere una quota importante dei fondi strutturali. Ribadisco che questo è un fatto nuovo, che sino adesso non era emerso nelle precedenti audizioni.
Voglio ricordare alcune cifre. Il Quadro strategico nazionale per il 2007-2013 ammonta a 122 miliardi di euro, di cui circa 100 miliardi destinati al sud. Di questi, 58 miliardi sono relativi ai fondi strutturali, costituiti più o meno in parti uguali da risorse comunitarie e dal cofinanziamento nazionale, e 64 miliardi sono relativi al Fondo per le aree sottoutilizzate. Il Ministro ci ha detto che una parte di questi 58 miliardi sono a rischio, quindi è a rischio una parte di finanziamento europeo, e io deduco che sia a rischio anche una parte di cofinanziamento nazionale. Le chiederei su questo un chiarimento.
Le risorse del Fondo per le aree sottoutilizzate ammontavano a 64 miliardi di euro nel 2007 e sono state ridotte a 52 miliardi nel primo anno del Governo Berlusconi; in precedenza, con la famosa delibera CIPE n. 166 del 2007, tali risorse sono state riprogrammate, e si è arrivati sostanzialmente a questa divisione: 27 miliardi erano state attribuite alle regioni, di cui 21 miliardi da destinare al sud e 6 miliardi al nord, tutto il resto erano risorse del FAS a regia nazionale, con le quali, in accordo con le regioni, si dovevano realizzare dei progetti.
Voglio invitare a una riflessione: secondo i dati che a novembre ci ha fornito il servizio studi della Camera dei deputati, quindi non dati distribuiti dall'opposizione, delle risorse del FAS a regia nazionale, pari a 25 miliardi di euro, dopo tutte le preallocazioni, dopo gli utilizzi distorti che sono stati effettuati ai fini della copertura di svariati interventi, quali quelli in materia di ICI, Alitalia, banda larga, quote latte e così via, in pratica non è rimasto quasi più niente: sono rimasti solo 2 miliardi.
Preciso che i fondi erano tre: nel Fondo sociale per l'occupazione e per la formazione è rimasto 1 miliardo di euro, nel Fondo per le infrastrutture qualche centinaio di milioni di euro, così come nel Fondo strategico per il Paese a sostegno dell'economica reale, per un totale di circa 2 miliardi di euro. Chiedo conferma al Ministro che questi dati forniti, ripeto, non dall'opposizione, ma dai competenti servizi della Camera dei deputati, corrispondano al vero.
A un certo punto avete impostato una determinata politica economica per cui, ad esempio, avete utilizzato per preallocazioni le risorse del FAS a regia ministeriale, dichiarando che le avreste reintegrate. Abbiamo anche presentato una serie di atti di indirizzo e di controllo per chiedere quando lo avreste fatto, ma della possibilità di ripristinare quelle risorse non si parla più. Le chiedo, allora, se è intenzione del Governo reintegrare, se non tutte, almeno parte di quelle risorse che sono state utilizzate per fini impropri, spesso per spesa corrente, come abbiamo denunciato e come si diceva anche prima.
In secondo luogo, avete sostenuto che le regioni non riescono a programmare risorse come dovrebbero e che la spesa viene destinata a interventi inutili. Il Ministro Tremonti, nel corso di un audizione, ci raccontò che a Bruxelles, quando si riuniscono nella stanza dei ministri per discutere dei fondi strutturali e di utilizzo delle risorse europee, ogni Paese ha un armadio nel quale sono conservati i plastici delle opere realizzate con i fondi europei: l'Italia ha solo scartoffie, perché nessuna opera è stata realizzata con i fondi europei.
Avete allora rilanciato sulla concentrazione delle risorse per realizzare grandi opere, come la Salerno-Reggio Calabria, la statale Olbia-Sassari, la Statale ionica e così via. Per un lungo periodo, chi si batteva per questi progetti chiedeva la delibera dei piani attuativi regionali, nei quali appunto sono contenute queste opere. Adesso avete detto che le riprogrammerete e che, in qualche modo, si darà il via a queste opere probabilmente con una delibera del CIPE che centralizzerà la decisione su questo punto. Peraltro,


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nell'Allegato infrastrutture alla Decisione di finanza pubblica venivano enucleate diciotto opere pubbliche di importanza strategica nazionale con un fabbisogno di 19 miliardi di euro, ma nello stesso allegato si diceva che, purtroppo, la cifra a disposizione era di 9 miliardi di euro.
Concretamente, sulla base di quello che lei ci ha detto anche in merito allo schema di decreto legislativo di cui parlava e che darà attuazione all'articolo 16 della legge n. 42 del 2009, e in virtù di quest'analisi che dovete effettuare sulla sperequazione infrastrutturale tra le diverse regioni, quando sarà possibile pensare che la Statale ionica, la Olbia-Sassari, una grande opera del Mezzogiorno sarà finanziata? Che tempi prevede al riguardo? Altro è, infatti, parlare di una settimana, dieci giorni, altro parlare di sei mesi, otto mesi o un anno. A me sembra che il percorso che avete delineato e che lei ha esposto oggi sia abbastanza tortuoso e passerà non meno di un anno.
Inoltre, se centralizzate questa decisione, i piani attuativi delle regioni del Mezzogiorno, che ammontano a 21 miliardi di euro, che peraltro avete tagliato - dovrete spalmare questa riduzione operata nel decreto-legge n. 78 del 2010 e anche nel Piano nazionale per il Sud c'è l'ipotesi di una riduzione sotto questo punto di vista - che fine faranno? Nei piani sono previsti interventi per piccole opere, interventi sul patrimonio artistico e culturale, interventi di risanamento ambientale, interventi per il decoro urbano e per i centri storici delle città del sud. Che fine fanno questi piani attuativi regionali? Volete finanziarli? Volete metterli in mora? Se non li finanziate, l'Italia non rischia forse di perdere anche quelle risorse?
Infine, quanto al rapporto tra FAS e fondi strutturali, sembra quasi - non voglio essere polemico, Ministro Fitto - che i fondi strutturali siano una questione che riguarda solo le regioni. Non è così. Voglio citarle un esempio di come tali fondi non vengono spesi non a causa di una negligenza delle regioni, ma di una negligenza del Governo. Ci sono 54 siti industriali da bonificare nel nostro Paese. Nel 2007 fu sottoscritto un accordo dal precedente Governo per bonificarli e furono messi a disposizione 2 miliardi di euro a valere sulle risorse del FAS a regia ministeriale, più 1 miliardo e 200 milioni di euro a valere sui fondi strutturali in accordo con le regioni. Nel frattempo il Governo ha utilizzato i fondi del FAS a regia ministeriale, quindi quei soldi non sono più disponibili per le bonifiche, ma naturalmente vengono meno anche i fondi strutturali impegnati per le regioni.
Il venir meno, quindi, di un impegno del Governo a utilizzare quei fondi del FAS a regia ministeriale - in realtà sono stati utilizzati per altro - ha fatto venire meno anche l'utilizzo delle risorse dei fondi strutturali.
Le chiedo se questo esempio, che lei conoscerà sicuramente benissimo, sia unico oppure, come io temo, ce ne siano anche altri di questa natura.

LUDOVICO VICO. Benvenuto, Ministro. Innanzitutto, lei sa bene che noi l'abbiamo seguita con attenzione fin da quando ha presentato il rapporto annuale del Dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica. Lo schema che ci ha presentato allora in qualche modo ci ha messo nella condizione di accettare quella che abbiamo chiamato la sfida del Governo e del dicastero che ella rappresenta.
In effetti, non sono passati molti lustri, ma solo due mesi, questo è vero, quindi in parte rinuncerò a verificare la contabilità, semmai le rivolgerò una domanda per avere chiarezza sui grandi numeri. Dunque, sono passati solo dei mesi, abbiamo letto che fino a ora il Governo pone il problema della crescita, che è un interesse comune, che però divergerà dagli obiettivi stabiliti se non ci saranno azioni e misure mirate che favoriscano la stessa crescita.
Lei sa bene che il ministero che guida ha una relazione diretta con tutto ciò che riguarda la politica dello sviluppo. Dirò, in fede, pur non condividendo, che il Fondo per le aree sottoutilizzate è ormai un bancomat nazionale, non solo per la parte che è stata già usata, ma immagino anche


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per quella che sarà la sua gestione futura.
Signor Ministro, in base alla parola d'ordine della crescita, oggi siamo alla vigilia del riordino degli incentivi industriali e della reindustrializzazione del territorio. Infatti, il Governo ha annunciato la trasmissione al Parlamento dello schema di decreto legislativo recante riordino della disciplina degli incentivi, adottato ai sensi dell'articolo 3, commi 2 e 4, della legge 23 luglio 2009, n. 99.
Devo dire che si tratta della delega di una legge non recentissima, che scade il 15 febbraio; dobbiamo metterci d'accordo, perché noi crediamo nella legge n. 99 del 2009, ma, come ho già detto, la delega scade il 15 di questo mese e non credo che si vorrà saltare il passaggio dell'esame dello schema da parte delle Commissioni parlamentari per attuare in maniera più significativa la delega concessa al Governo.
Dico questo perché i progetti di innovazione industriale, la legge n. 488 del 1992, i patti territoriali, i contratti di innovazione sono tutte misure che hanno una relazione con le risorse liberate e dunque non si può prescindere da questo legame. Mi riferisco a ciò cui lei ha accennato anche qui relativamente al Quadro comunitario di sostegno 2000-2006 e all'Obiettivo 1: parliamo di 10 miliardi di euro, ma fossero anche 7 o 5, il punto è che siamo fermi al palo per gli interventi che riguardano gli incentivi, lo sviluppo, la reindustrializzazione. Si tratta di temi che sono in relazione con il suo ministero, e di cui lei non ha la diretta responsabilità. È questo che vorrei provare a dire.
Lei sa quanto me, anzi sicuramente meglio di me, che alcuni interventi, quali il «PON Ricerca e Competitività» e il «POIN Energie rinnovabili e risparmio energetico» si sono salvati perché l'amministrazione centrale ha ricevuto la proroga da parte dell'Unione europea. Facciamo in modo di non perdere quei 3,5 miliardi di euro, non poca cosa. Sto mettendo insieme i temi per affermare un principio, ossia che le interrelazioni sono tantissime. Il punto è di non rimanere fermi al palo e lasciare che nulla si muova. Questo è un punto non secondario, poiché siamo su un terreno che blocca le imprese, il lavoro, e produce quegli effetti su tutto il Paese.
Passerei, ora, alle domande. Vorrei che si asserisse almeno un principio coerente alle enunciazioni. Mi sembra che sia un obiettivo serio, oltre alle enunciazioni, il fatto di prevedere che tutte le risorse concorrano alle infrastrutture di profilo nazionale, interregionale, e che questo avvenga senza limitare poteri e autorità del negoziato tra regioni e Unione europea. Parlo, ad esempio, dei Piani di azione regionali (PAR): anche questa deve essere materia negoziata senza violare comunque le regole fondamentali della negoziazione tra partner.
Detto ciò, venendo allo schema di delibera CIPE sulle infrastrutture, vi si stabilisce che l'85 per cento delle risorse è destinato al sud. Tuttavia, vanno modificati i criteri di selezione degli interventi, e si provi a dire che non è vero. La delibera prevede, come criteri, il livello di avanzamento progettuale, la continuità funzionale, l'utilizzo dei fondi della legge obiettivo, legati alle scadenze, l'attrazione di capitali privati, la presenza di particolari livelli di emergenza. Ora, se non si adotta, anche in via subordinata, il criterio della localizzazione degli interventi, è ovvio che quel principio rimane un'enunciazione senza riscontro. Io resto del parere che su quella materia, se la negoziazione è di profilo alto, si può trovare una soluzione.
Signor Ministro, al di là degli annunci del Governo e anche suoi, al di là delle scadenze, 28 febbraio e 30 aprile, e dopo il confronto che sicuramente lei avvierà con regioni, autonomie locali e Parlamento, si tratta di capire «quale è il catalogo», come direbbe Mozart. Il mio suggerimento è quello di inserire, in sede di delibera CIPE, un criterio esplicito che sia più o meno coerente con le asserzioni sin qui ascoltate.
Infine, si è parlato di 100 o 98 miliardi di euro, ma penso che - lo dico senza nessuna polemica - per il bene dei parlamentari, del rapporto tra Parlamento e Governo e anche con ella, si debba chiarire di quante risorse effettivamente si tratta. Noi ne contabilizziamo un po'


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meno - ma non vogliamo con questo asserire che noi abbiamo ragione e altri hanno torto -, poiché sottraiamo dagli originari 100 miliardi di euro quelli che hanno già avuto destinazione e la funzione di bancomat fino a qualche mese fa. Non dirò che i 100 milioni di euro che oggi si assegnano alla banda larga rientrano nell'utilizzo a mo' di bancomat; questi soldi sono destinati ad un utilizzo di rilevanza nazionale, dirò così in questa sede importante.
È anche opportuno che dal quadro ricognitivo, di cui abbiamo avuto, nello schema di delibera CIPE, il quadro generale, si evidenzi la quota di risorse residue. In questo caso, parlo ovviamente della quota di risorse del FAS, che è la più difficile a leggersi nel quadro effettivo delle disponibilità. Sui fondi strutturali, infatti, l'operazione è leggermente più semplice, anche se io rappresento la mia preoccupazione che la lentezza della spesa ha luogo prevalentemente nelle amministrazioni centrali. Non intendo dire che tutto il resto funziona, ma che nelle amministrazioni centrali, per effetto dei tagli lineari e del conseguente riaggiornamento delle risorse disponibili, sulle quote dei fondi europei si registrano ritardi molto gravi e preoccupanti.

CESARE MARINI. Dirò poche cose, Ministro. Dobbiamo essere tolleranti con il collega Calvisi - che ha fatto un bel comizietto, anche se ha detto cose giuste - perché nei prossimi mesi inizierà i corsi di retorica in una delle università sarde, quindi deve allenarsi.
Come hanno detto anche i colleghi, sull'impegno finanziario e sulla programmazione della spesa, nei prossimi anni, bisogna essere più precisi. Il problema del FAS ha bisogno di una puntualizzazione a monte: è un fondo che serve come spesa aggiuntiva o sostituisce e quindi interferisce con la spesa ordinaria? È una questione non di poco conto, perché su questo punto si sono articolati il dibattito e la polemica sull'intervento nel Mezzogiorno da quando è nata la Cassa per il Mezzogiorno.
Si ritiene comunemente che il FAS sia destinato a una spesa aggiuntiva e che sia, pertanto, finalizzata allo sviluppo, quindi al riequilibrio territoriale, e che per questo debba essere una spesa in conto capitale.
L'utilizzazione del FAS, con questo Governo e con la direzione economica di Tremonti, ha finanziato la spesa ordinaria. Quando, infatti, il FAS viene impiegato per rimuovere i rifiuti a Napoli o per sorreggere il comune di Catania o lo stesso comune di Napoli, il suo utilizzo diventa una spesa che sostituisce quella ordinaria. Gli interventi volti a dare soluzione all'emergenza rifiuti e quindi al problema ambientale - un problema gravissimo, senza dubbio, del quale il Governo lodevolmente si è interessato - dovevano rientrare, invece, nell'ambito della spesa ordinaria del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, non fra quelli finanziati con le risorse del FAS.
Signor Ministro, io ho fiducia in lei non solo perché è uomo del Mezzogiorno - che peraltro molte volte è stato tradito proprio dai suoi dirigenti - ma perché è stato amministratore di una regione importante del sud, se non la più importante, quindi conosce problematiche, situazioni e anche l'impegno necessario da garantire.
Aggiungo che, in questi due anni, il Governo Berlusconi si è mosso contro il Mezzogiorno, nonostante lì abbia preso il 20 per cento dei voti in più rispetto alle precedenti elezioni; direi, anzi, che questo Governo ha vinto le elezioni nel Mezzogiorno, ma ha condotto una politica antimeridionalista, con una sola eccezione, la delega assegnata a lei, che ha la mia fiducia.
Tuttavia, lei deve correggere questa situazione. L'utilizzazione del FAS in maniera indiscriminata anche per spese al di fuori del Mezzogiorno nasce con il DPEF del 2008, allorquando è stata centralizzata la spesa del FAS, cosa che col vecchio sistema della concertazione con le regioni non poteva avvenire. Con la centralizzazione, invece, risponde il Ministro dell'economia e delle finanze. A dire il vero, io denunciai la circostanza ma, siccome sono un umile peone, credo che quello che dico


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sia ascoltato sì e no da chi deve redigere il verbale. È stato quello, però, il punto di non ritorno del FAS e si è visto come è finita: il FAS è stato utilizzato per tutto fuorché per il riequilibrio territoriale.
Lei ha detto una cosa giusta, ossia che ci sono responsabilità degli amministratori locali. Ebbene, il Governo centrale sta a guardare? Il Governo centrale deve intervenire, dal momento che interviene su tante questioni, finanche stabilendo che i comuni devono avere tre consiglieri in meno. Oltretutto, non è affatto vero che così si riduce la spesa, perché ridurre il numero dei consiglieri di tre unità nei comuni al di sotto dei 5.000 abitanti significa diminuire la spesa di 100 euro all'anno appena, considerando che i consiglieri percepiscono 10 euro a seduta e che il consiglio comunale si riunisce una volta ogni tanto.
Insomma, si interviene sull'autonomia locale, si riducono spese solo di facciata, solo per dire che è stata ridotta la spesa del funzionamento della politica negli enti locali, e poi non si interviene proprio sulle inadempienze che riguardano somme ingenti. Come mai? La questione non riguarda solo lei e il suo Governo, ma per la verità anche i precedenti. Questa è una critica vecchia, che ho sempre fatto e ripeto.
Perché non proibite i progetti sponda? Lei sa che questo è uno scandalo. Si chiede ai grandi organismi dello Stato, come ANAS S.p.A. o Ferrovie dello Stato S.p.A., di effettuare investimenti ordinari che poi vengono qualificati come investimenti effettuati in esecuzione di politiche di coesione. I progetti sponda sono uno scandalo, vanno proibiti. Perché non lo fate attraverso un provvedimento? La regione che ricorre ai progetti sponda deve perdere i fondi e poi deve dare conto ai propri cittadini.
Vorrei che ci fossero delle iniziative da questo punto di vista. Non possiamo assistere allo sfascio di regioni senza che il Governo dica loro che non sanno amministrare e riferisca alle popolazioni amministrate qual è la situazione. Credo che questo sia necessario.
Quanto al disimpegno delle risorse, concordo con quello che hanno detto alcuni colleghi laddove hanno sottolineato che ci sono ritardi molto forti dell'amministrazione centrale. Se sono disponibili tutti questi fondi, infatti, come mai oggi non si realizzano programmi di investimento per la SS 106? Lei sa che la strada si è fermata al confine tra Basilicata e Calabria. Adesso sarà aperto un piccolo tratto all'altezza di Montegiordano, finanziato illo tempore - finanziamenti nuovi non ce ne sono - poi si tratta di realizzare il tratto che va da Sibari a Reggio Calabria, senza il quale la SS 106 non può funzionare. Essa, infatti, deve unire le aree economiche avanzate - rispetto alla Calabria, si intende - del tarantino, del brindisino, con tutta la Calabria, fino alla Calabria estrema che si congiunge alla Sicilia, altrimenti viene meno la sua funzione di grande asse. Addirittura l'ANAS non ha nemmeno i progetti esecutivi. Che fa l'ANAS?
Mi dispiace che il Ministro Matteoli, che molte volte ci ha riferito dei dati, poi smentiti, in contrasto col Presidente del Consiglio dei ministri, come è avvenuto in un dibattito alla Camera, non dica cosa fa l'ANAS. Un raccordo con le grandi agenzie è necessario.
Restano ancora due questioni, signor Ministro, e concludo. Abbiamo approvato una legge che riforma la legge n. 196 del 2009, per attuare il Patto di stabilità europeo. Purtroppo, in Europa l'unico problema ritenuto prioritario è la stabilità, e questa per alcuni Paesi, come l'Italia, significa non spendere. Come si concilia una politica di riequilibrio territoriale con un Patto di stabilità che blocca la spesa? Né si è potuto modificarlo con una legge, perché ci rendiamo conto che un accordo a livello europeo non può essere bocciato da un Parlamento nazionale; salterebbe l'intera Unione europea o si metterebbero in moto meccanismi che non aiuterebbero il proseguimento dell'Unione stessa, però esiste un problema serio.
A questo si aggiunge che il Ministro Tremonti ha condotto una politica di contenimento della spesa giusta per certi


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versi, ma molto negativa per quanto riguarda le politiche di crescita e di sviluppo. Se si mette al centro il problema della diminuzione del fabbisogno, che è stato un punto fermo della gestione Tremonti - salvo il federalismo, il Ministro Tremonti non ha speso per niente - e cioè della differenza tra entrate e spese, e si pensa quindi a ridurre l'indebitamento dello Stato per far fronte alle spese in attesa che si ricomponga nel momento in cui si incasseranno le entrate previste, come è possibile una politica di sviluppo?
Su questo deve esserci un indirizzo governativo unanime, non bastano il suo impegno e tutta la sua buona volontà. Ribadisco la mia fiducia in lei.

FRANCESCO BOCCIA. Dopo aver ascoltato i colleghi, concentrerò il mio intervento in alcune domande molto sintetiche al Ministro.
Faccio una premessa sul modello di programmazione. Ministro Fitto, è chiaro il framework che lei ha presentato, costituito da provvedimenti, decreti e delibere CIPE che hanno una loro logica. Tuttavia, c'è un tema che ci aspettiamo sia chiarito dal lavoro di queste settimane, in particolare dal confronto che si svolgerà nei prossimi due mesi su un altro tavolo. È un tema che non ho sentito citare nella sua relazione, né abbiamo incrociato al riguardo una riflessione del Governo, se non in alcune uscite estemporanee del Ministro Calderoli. Sottopongo alla sua attenzione una valutazione molto seria su un «buco» che riguarda il confronto che sta partendo - inizieremo con le audizioni la prossima settimana - presso la Commissione parlamentare per l'attuazione del federalismo fiscale in merito al federalismo regionale. Ora, se è possibile - questo è il punto di contatto - considerare coerente il quadro dei provvedimenti che lei ha tracciato, ammesso che però arrivino alcune risposte ai quesiti posti dai colleghi Calvisi, Vico e Marini, quello che non riusciamo a capire è come si fa a cancellare un modello di programmazione che, ci piaccia o no, ha vincolato in qualche modo tutte le nostre regioni, comprese quelle del nord e, in particolar modo, quelle del Mezzogiorno.
Per evitare diseconomie esterne, incertezze sui livelli di crescita, le regioni hanno definito dei modelli di valutazione sul territorio, hanno deciso con i corpi intermedi e con le parti sociali alcune priorità e, in alcuni casi bene, in altri male, hanno definito una griglia di priorità.
Ora, rispetto alla valutazione sulla precedente programmazione e sui livelli di spesa relativi alla programmazione 2007-2013, il Governo dirà entro qualche settimana alcune cose e noi siamo tutti molto curiosi di toccare con mano le contraddizioni, di conoscere gli eventuali errori e le eventuali responsabilità. C'è, però, un tema di fondo: quel modello di programmazione, al netto delle incapacità e degli errori degli amministratori locali, aveva una propria logica, quella di definire alcune priorità per evitare incertezze sui livelli di crescita di alcune regioni meridionali e, soprattutto, tentava di fornire una risposta a un tema che resta attuale e che abbiamo il dovere di affrontare proprio nello schema di decreto parallelo concernente il sistema fiscale regionale, su cui ci stiamo confrontando, cioè quello del coordinamento dei diversi livelli istituzionali sul piano fiscale e su quello della programmazione economica.
Alla base della programmazione 2007-2013 c'era proprio il tentativo di mettere insieme diversi livelli istituzionali, in una stagione nuova, con problematiche completamente nuove, come la necessità di valutare gli investimenti privati in via preventiva per capire se erano in grado di stimolare endogenamente l'economia, se facevano aumentare il PIL, se stimolavano altri investimenti privati, se impattavano sull'occupazione.
Certo, ci sarà una lista dei «cattivi» e degli irresponsabili, ma anche una lista dei «buoni». Ebbene, quei buoni in realtà hanno seguito semplicemente un modello di programmazione che lo Stato centrale ha dato loro. Non lo hanno inventato i presidenti delle regioni, gliel'ha dato lo Stato centrale, con norme chiare. Eppure molti dei «buoni» - uso questo termine


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per semplificare il discorso - si ritrovano con delle risorse in meno. Non ci sarà, dunque, una distinzione tra buoni e cattivi, ma ci sarà una diminuzione di risorse, in parte per le motivazioni a cui ha fatto riferimento lei nella relazione, in parte perché ci sono state decisioni assolutamente non raccordate con le stesse regioni.
Le pongo alcune domande rispetto alle quali le risposte possono essere «sì», «no» oppure «lo faremo», però c'è un tema generale. All'interno di questo ragionamento, il collega Calvisi ha toccato alcuni temi fondamentali, come la quantità delle risorse del FAS. Oggi c'è stata una conferenza stampa, quindi le notizie che abbiamo fanno riferimento alle cose dette a Palazzo Chigi, in parte dal Presidente del Consiglio dei ministri, in parte da alcuni ministri presenti, a partire dal Ministro Matteoli. Le pongo, dunque, alcuni quesiti che possono essere utili per questa nostra audizione.
Le chiedo, intanto, se ci conferma che le risorse residue sono pari a 98,3 miliardi di euro; se i 26 miliardi di euro sottratti non saranno più ripristinati - mi riferisco ai primi 26 miliardi, delle risorse del FAS nazionale -, e in tal caso è opportuno dirlo una volta per tutte; se i 23 miliardi di euro relativi ai PAR non ancora sbloccati sono oggetto della valutazione ulteriore che state facendo, e in quel caso è bene dire con certezza quali sono i tempi. Lo dico soprattutto per le imprese che hanno fatto programmi di investimento sui territori regionali; molti di questi progetti hanno un impatto che incide sull'economia stessa delle singole regioni.
Chiedo, inoltre, se i 15 miliardi di euro citati dal Ministro Matteoli oggi in conferenza stampa, interrotta bruscamente per altri motivi, fanno riferimento al Mezzogiorno e se rientrano in qualche modo nello schema che lei ha richiamato.
Rispetto alla verifica del 31 gennaio, lei ritiene che il Governo possa dare chiarimenti reali sulla Salerno-Reggio Calabria e sull'Alta velocità Napoli-Bari? Al di là degli investimenti che sono stati citati dai colleghi Marini e Calvisi - penso alla Olbia-Sassari - che attendono da tempo di essere inseriti in una delibera CIPE, richiamo i due grandi investimenti simbolo del Mezzogiorno: la Salerno-Reggio Calabria e la Napoli-Bari.
Chiedo, inoltre, notizie sul ponte sullo Stretto: noi del PD non ne sentiamo la mancanza, ma poiché se ne sono perse le tracce ci interessa semplicemente capire se le risorse ci sono o meno, non vogliamo conoscere le caratteristiche dell'opera che, come è noto, non vede il nostro sostegno. Tuttavia, poiché l'opera è scomparsa dai documenti del Governo, chiediamo notizie in merito.
Infine, condivido l'idea del collega Marini circa il suo ruolo, signor Ministro, come unico punto di riferimento del Mezzogiorno in questa compagine che non ha brillato, in questi tre anni, per la sua attenzione nei confronti del Mezzogiorno, quindi lei ha una responsabilità probabilmente non doppia, ma tripla. Io penso che, in questa fase, abbiamo un'unica strada molto stretta per provare a tenere insieme le cose, ed è quella di avere la certezza di tempi definiti sulle sue valutazioni e di legare gli effetti e le voragini che inevitabilmente ci saranno al lavoro parallelo che il Ministro Calderoli dovrà fare sul fisco regionale. Se, infatti, leghiamo le due vicende, forse riusciamo ancora a costruire un minimo di interlocuzione politica non solo tra nord e sud, ma anche tra maggioranza e opposizione. Se non riusciremo in questo sforzo, sarà inevitabile che nelle prossime settimane il tentativo si trasformerà in un dialogo tra sordi o, comunque, tra persone che parlano un linguaggio completamente diverso.
L'ultima osservazione riguarda la strategia italiana in Europa. Mentre sul completamento della programmazione 2000-2006 e sulla programmazione 2007-2013 avevamo ben chiaro quale fosse il percorso italiano in termini di strategia sullo schema di sviluppo territoriale europeo e quali fossero le nostre priorità - mi riferisco all'importanza della montagna nel nostro Paese, unica rispetto agli altri Paesi europei, o all'importanza del mare, che in qualche modo ci ha portato a fare battaglie


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in Europa sul riconoscimento della specificità del mare - su quello che accadrà dopo il 2013, invece, devo dire che il Parlamento non è molto aggiornato in merito alle strategie a cui il nostro Governo sta pensando. Non è presto, anzi, sotto alcuni aspetti, rispetto a quello che i francesi stanno tentando di fare e stanno decidendo, probabilmente siamo anche in ritardo.

SABRINA DE CAMILLIS. Innanzitutto, mi preme ringraziare il presidente della Commissione e il Ministro per l'occasione che ci è stata data oggi di confrontarci su un tema che ormai, come è chiaro a tutti, è al centro degli obiettivi nazionali, ossia quello di riuscire a comprendere come portare il Meridione d'Italia a superare quel gap infrastrutturale, ma non solo, per consentirci, in un momento delicato come questo, di passare alla fase dell'attuazione del federalismo fiscale. Questa è una sfida per il sud, ma diventa un'opportunità nel momento in cui il Meridione viene messo con pari dignità sul nastro di partenza rispetto ad altri territori d'Italia.
Tengo a evidenziare questo, signor Ministro, perché lei, che conosce i nostri territori ed è stato presidente di una regione grande e difficile come la Puglia, sa bene quali sono i radicamenti anche culturali che prevalgono nel Meridione d'Italia.
Per la prima volta sento che il Piano per il Mezzogiorno viene definito «Piano nazionale per il Sud». Non penso sia un caso, ma significa che ormai il Piano per il Sud diventa un elemento della strategia e della politica a livello nazionale. Accolgo con favore l'idea che possa esserci una road map, cioè uno scadenzario che stabilisca quando gli interventi contenuti all'interno del Piano nazionale per il Sud verranno realizzati, magari con un ulteriore approfondimento per capire se i tempi verranno rispettati.
Vorrei, però, rivolgerle alcune domande, signor Ministro. Questa bassa percentuale di spesa, soprattutto per quanto riguarda i vecchi fondi, è legata a fattori specifici per alcuni territori? Si tratta di progetti che si sono bloccati per ricorsi o che non sono partiti? Quali sono le motivazioni? Vorrei capire se alla base ci sono anche le difficoltà burocratiche nelle modalità di spesa di determinate risorse, come i fondi infrastrutturali, e se ci sono disomogeneità all'interno delle aree del Mezzogiorno anche rispetto alla percentuale di spesa, cioè se abbiamo anche nel sud diverse velocità nell'utilizzo dei fondi destinati alle regioni.
Riprendo una questione che è stata prima evidenziata da un altro collega. Leggendo alcuni rapporti di istituti accreditati, ho appreso che, nell'arco degli anni, i fondi strutturali e soprattutto le risorse del FAS, sono stati erogati quasi in sostituzione dei fondi ordinari. Se ciò è confermato, nel Piano nazionale per il Sud noi utilizziamo le risorse del Fondo per le aree sottoutilizzate, che possono essere utilizzate per progetti strategici, ma diamo copertura anche agli interventi che invece dovrebbero essere finanziati con i fondi ordinari.
L'occasione è ghiotta per porre un'ulteriore questione. Il dato dell'occupazione femminile, orribile a livello nazionale, è ancora più devastante per quanto riguarda il Meridione d'Italia. Da tutti i centri di studio viene messo in evidenza come se non lavoriamo in modo serio sul raggiungimento degli obiettivi che ci vengono posti a livello europeo per aumentare l'occupazione femminile, noi avremo non solo un'Italia che continua ad andare a diverse velocità, ma anche un'Italia che va sicuramente a rilento rispetto al resto dell'Europa.
Quello che le chiedo, signor Ministro, è un'ulteriore attenzione perché all'interno delle varie misure possano prevedersi iniziative strategiche per riuscire a incrementare l'occupazione femminile nelle aree meridionali.

ROBERTO MARIO SERGIO COMMERCIO. Sarò brevissimo, soprattutto perché i colleghi hanno già affrontato molti dei nodi e hanno posto al Ministro le domande che avrei posto anch'io.


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Non voglio fare nessuna polemica sulle risorse del FAS, sulla qualità e quantità della spesa, perché ritengo che ci saranno momenti per affrontare questi nodi. Tuttavia, signor Ministro, devo darle atto che in tutti questi mesi lei è stato assolutamente coerente con quanto ha riferito nella audizione odierna. Non soltanto a partire dal 29 settembre, allorché ha annunciato il Piano nazionale per il Sud, ma anche in tutte le risposte che ha fornito alle interrogazioni parlamentari che si sono susseguite in questi mesi, lei ha sempre sostenuto che avremmo avuto un momento - e pare che stia per arrivare - nel quale il Governo avrebbe messo in campo una serie di misure concrete.
C'è da dire, però, e non dobbiamo dimenticarlo, che un punto centrale del programma di governo - se non ricordo male, mi aiuti lei signor Ministro, il punto 5 - riguardava proprio il Sud e adesso si sta tentando di affrontare soltanto una piccola parte di quel programma. Tuttavia, il provvedimento licenziato oggi, da quello che emerge - almeno, stando a quanto ho letto dalle agenzie e a quanto lei ha esposto - non è altro che un ulteriore annuncio di scadenze e un'agenda di lavoro. Credo che, al momento, siamo di fronte a una bella scatola assolutamente vuota di contenuti; ci auguriamo che da qui a breve, come lei ha preannunciato, questi contenuti arriveranno.
La domanda che le pongo, per essere concreti - mi serve per conoscenza e credo sia utile anche alla Commissione - riguarda il 60 per cento delle risorse che non è stato ancora liberato ed è bloccato, non speso. Vorrei sapere quanto di questa percentuale si deve alla mancanza di progetti che dipendono dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, e mi riferisco ai problemi legati ad ANAS Spa, Ferrovie dello Stato Spa e alle grandi opere. Questo è un dato che fa giustizia anche del lavoro che si porta avanti nelle regioni del Mezzogiorno.
Desidero sapere se lei ha contezza di tutto questo e se può renderlo pubblico alla Commissione, perché probabilmente in base a questo dato alcuni ragionamenti di tipo politico che abbiamo svolto in questi mesi andrebbero rivisti e rivisitati.
Peraltro, signor Ministro, come Movimento per le Autonomie abbiamo presentato almeno una decina di interrogazioni a risposta immediata, a cui lei ha sempre garbatamente risposto che era in progress un'attività di governo e che sarebbero arrivati i provvedimenti. A questo proposito, siamo giunti al momento dell'adozione di questi provvedimenti e qui mi fermo, in attesa di una risposta.
Per richiamare l'intervento del collega Marinello che, se non ho capito male, chiedeva se non fosse eventualmente possibile un intervento sostitutivo in caso di palesi responsabilità a tutti livelli, mi chiedo se questo non sia possibile anche rispetto agli enti che ho citato, laddove esistono delle responsabilità.

PRESIDENTE. Do la parola al Ministro Fitto per la replica.

RAFFAELE FITTO, Ministro per i rapporti con le regioni e per la coesione territoriale. Grazie, presidente. Chiaramente affronterò le questioni in modo generale e cercherò rapidamente di dare delle risposte.
Come battuta iniziale, l'indagine conoscitiva, se ne ricordo bene il titolo, è relativa all'efficacia delle politiche per le aree sottoutilizzate. Lo faccio presente non per buttare la palla lunga, ma per dire che dobbiamo porci due questioni: una - e non eluderò la domanda ad essa relativa - collegata al problema della quantità delle risorse; l'altra, che mi sembra più propria, relativa all'efficacia della spesa fino a oggi.
Questo ci consente di evitare la logica in base alla quale si apre un fronte e si pone una montagna di risorse in quella direzione, senza porsi il problema del se e del come vengono spese, purché si comunichi che le risorse ci sono. Penso, invece, che il ragionamento debba essere invertito.
Ritengo che la strategia per il periodo successivo 2013 - lo chiedeva l'onorevole Boccia - che è il tema sul quale stiamo lavorando intensamente nel confronto con


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la Commissione europea, passi proprio da questo. Oggi abbiamo il tema di fondo della quantità di risorse da dedicare all'interno del bilancio dell'Unione europea alle politiche di coesione.
L'Italia e il commissario europeo Hahn conducono una battaglia comune, perché abbiamo un grosso interesse a una quantificazione adeguata, all'interno del bilancio futuro dell'Unione europea nell'ottica della strategia «Europa 2020», delle risorse da assegnare al nostro Paese, essendo noi uno dei principali Paesi beneficiari, ma anche uno dei maggiori Paesi contribuenti. Lo dico anche in relazione al modo in cui vengono assegnate le risorse e alla questione se esse siano o meno delle regioni: le risorse sono del sistema Paese. Non ci vengono regalate, ma le versiamo, essendo tra i maggiori contribuenti, e le prendiamo, essendo tra i maggiori beneficiari.
Nel nostro Paese abbiamo un'area - che è la più omogenea, in negativo, sotto questo punto di vista - che nel rapporto con il PIL a livello europeo e nel livello di avanzamento rispetto alle politiche di coesione accusa un deficit enorme. Questa è l'area, purtroppo, più estesa e più omogenea nel contesto europeo.
Certamente noi ci poniamo il problema del futuro, e su quello stiamo lavorando. Proprio il mese scorso a Liegi abbiamo avuto un primo importante incontro tra tutti i Governi e abbiamo iniziato il confronto, come accennavo, sul V Rapporto europeo sulla coesione. Siamo, quindi, in una fase avanzata. Troveremo il modo - probabilmente anche utilizzando la disponibilità della Commissione ad affrontare un ragionamento su questi punti, ed io do la mia disponibilità perché penso che sia utile farlo - di aprire il confronto parlamentare, cogliere questi segnali e interrogarsi su tutte le questioni alle quali si è fatto riferimento.
Tornando al tema centrale, il nostro obiettivo non è guadagnare titoli di giornale e polemizzare tra noi a livello politico. Attenzione, non lo dico all'opposizione, perché se guardiamo alle scorse legislature cambia poco: potremmo trovare molti interventi dell'opposizione di qualche anno fa che su questi temi richiamava in modo uguale e contrario politiche che utilizzavano il FAS su altri obiettivi. Si potrebbero citare diversi esempi.
Io penso che, a fronte dei dati, che non sono in discussione, che rivelano l'incapacità e l'inefficacia della spesa, ci si debba certamente porre il problema - tornerò su questo, perché non voglio eludere il problema - di quante risorse del FAS siano state utilizzate per altri interventi, in una fase peraltro di crisi economica, ma ritengo che sia più importante comprendere quali sono i motivi per i quali nella vecchia programmazione si sia speso solo il 40 per cento delle risorse, ci sia un'ingente quantità di risorse liberate, e ad oggi ci si trovi in un ritardo clamoroso rispetto alla rendicontazione al 31 dicembre 2011.
Circa le ragioni per le quali siamo in questa situazione, cito la governance, vale a dire come si utilizzano queste risorse, i tempi, le modalità e i rapporti burocratici tra i diversi livelli, ma anche l'idea che si possa continuare a fare una politica di eccessiva frammentazione nell'uso delle risorse, ossia mille interventi anziché dieci. Di questo stiamo parlando.
Su questo punto, allora, dobbiamo intenderci. Le risorse che oggi immaginiamo di riorganizzare nell'ambito dello schema che ho citato in premessa e che non voglio ripetere - e mi fa piacere che diversi colleghi ne abbiano apprezzato la coerenza rispetto ai tempi e a quanto è stato realizzato - ripropongono anche il tema della capacità che dobbiamo avere, mi auguro dialogando con tutte le regioni, di trovare una modalità che cambi profondamente i meccanismi di spesa. Le risorse non sono né dello Stato né delle regioni, sono destinate ad una politica di cui i cittadini di quelle regioni devono beneficiare, utilizzando un elemento fortemente correttivo rispetto a ciò che è accaduto fino a oggi.
Sbaglieremmo a dire che tutto è negativo. Poiché riscontriamo diverse realtà nel Mezzogiorno e tanti interventi positivi, sbaglieremmo a generalizzare. Se ci sono diversi sud, vuol dire che ci sono politiche


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e situazioni completamente differenti nell'ambito del Mezzogiorno, ma oserei dire che nella stessa regione ci sono differenze notevoli tra provincia e provincia. Questo significa che, oltre a ragioni storiche, culturali, locali ed economiche, ci sono anche ragioni collegate a una qualità del pubblico amministratore, che va riapprezzata.
Onorevole Boccia, a mio avviso, tutto quello di cui stiamo parlando è una faccia della stessa medaglia del federalismo. Il principio della responsabilizzazione, il principio del miglioramento della qualità della spesa, che sono gli obiettivi principali del federalismo e che io condivido pienamente, costituiscono il problema culturale sul quale dobbiamo confrontarci nel Mezzogiorno. Dico «culturale» perché ci sono elementi di differenza forte tra chi rivendica maggiori risorse per mantenere in piedi il sistema attuale, che magari ha una maggiore efficacia dal punto di vista elettorale nell'immediato, e chi invece deve assumersi con serenità, ma soprattutto con responsabilità, l'idea che si possa modificare tutto questo anche intervenendo in modo sostanziale su scelte che storicamente sono, purtroppo, radicate e consolidate in modo eccessivo. Da questo punto di vista il federalismo ci viene incontro.
Il tema trattato dallo schema di decreto legislativo sul sistema fiscale delle regioni e sui costi standard nel settore sanitario, che evidentemente su quel fronte mi vedrà, insieme con il collega Calderoli, seguire la fase di dibattito parlamentare, si affianca a un altro tema importante, quello trattato dal decreto relativo a premi e sanzioni, un'altra faccia del federalismo che si inserisce perfettamente sulle questioni che stiamo richiamando.
Sinceramente capisco - e adesso risponderò anche sui numeri - il dibattito sul FAS, ma vedo che noi ci concentriamo solo sul taglio delle risorse del FAS. Questo ragionamento, consentitemi, è parziale. È vero che c'è un taglio delle risorse del FAS, ma vogliamo porci il problema del perché non sono state spese tutte le risorse alle quali facciamo riferimento? Le risorse del Quadro strategico nazionale ammontano a 98,2 miliardi di euro - anche qui, evitiamo di andare dietro alle cifre per dimostrare che non sono 100 miliardi di euro, ma meno - e questa somma è ridotta per alcuni tagli del FAS e per alcuni avanzamenti (penso ai 3 miliardi di euro rendicontati, pena la revoca, al 31 dicembre del 2010). Tuttavia, l'importo può essere integrato, e lo stiamo verificando, dalle somme della precedente programmazione relative alle risorse del FAS e dalle risorse liberate comunitarie, che si aggiungono a queste somme perché non sono state spese.
Allora, possiamo anche fare una discussione ragionieristica - sono 100 o 90 miliardi di euro - ma io penso che sia utile e importante cercare di concentrarci su come si possa individuare una modalità di spesa di queste risorse e affrontare il problema attorno al quale giriamo da diversi anni.
Al riguardo, vorrei fare alcune valutazioni. In primo luogo, si è fatto riferimento al tema delle responsabilità. Ebbene, le responsabilità sono tanto nazionali quanto regionali, non ho difficoltà a riconoscerlo: anche in merito alla gestione delle risorse del FAS ci sono ritardi importanti, di diversi ministeri, che partono da molto lontano e che hanno contraddistinto questo lavoro. Non è un caso che con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, ANAS Spa e Ferrovie dello Stato Spa abbiamo già tenuto diverse importanti riunioni per giungere a un primo atto importante inserito all'interno del Piano nazionale per il Sud, quello relativo alle grandi infrastrutture.
Sono d'accordo sul principio che si debba capire chi deve fare che cosa e in che tempi. Uno degli elementi emersi nel confronto con le regioni è che queste sostengono che una parte degli interventi sono fermi per colpa di ANAS o di Ferrovie, mentre ANAS e Ferrovie sostengono il contrario. Il Governo ha costruito un percorso e dalla prossima settimana inizieranno gli incontri con regioni, ANAS e Ferrovie in modo che, mettendoci di fronte, tireremo fuori le carte e cercheremo di capire da chi dipende che cosa; quindi, usciremo dall'equivoco - questo


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rischia di passare attraverso i giornali - di uno scarico di responsabilità. Non è questo che mi interessa, poiché l'obiettivo è quello di capire perché non si realizza questo o quell'intervento.
Questo riguarda tutte le grandi infrastrutture, anche quelle medio-piccole che sono all'interno della programmazione regionale.
Un secondo punto molto importante che è stato sollevato è relativo al FAS, alla qualità della spesa e all'esempio della sanità. Alcune regioni si sono affrettate a manifestare l'intenzione di utilizzare quota parte delle risorse del FAS per estinguere il debito nel settore sanitario. Ricordo che, in base al primo accordo del 2001 sulla sanità - nel quale vigeva il principio che chi rompe paga - le regioni sapevano che, se avessero prodotto un deficit, avrebbero dovuto farsene carico con risorse proprie o con l'aumento della pressione fiscale. Ci sono regioni che usano questo meccanismo e altre che ne usano diversi. Si trattava di un elemento facoltativo e alcune regioni hanno accettato di utilizzare il FAS in quel modo: è una responsabilità politica
È bene cominciare a dare risposte chiare. Io sono per la chiarezza: se c'è un debito e qualcuno vuole risolverlo con queste modalità, si assume la responsabilità di togliere risorse allo sviluppo. L'idea - lo dico da meridionale convinto - che si possa continuare ad accumulare debito per finanziare le politiche in materia sanitaria, contando sul fatto che tanto alla fine c'è sempre qualcun altro che deve intervenire per ripianarlo, personalmente non mi convince e non mi convincerà mai, anzi, la mia è una posizione di assoluto contrasto su questo aspetto.
Sono assolutamente convinto, come altri colleghi di governo, che su tale aspetto la linea non può essere debole e dialogante, ma ferma e chiara, con un'assunzione di responsabilità rispetto alle competenze e, soprattutto, rispetto ai risultati che si producono.
Un'altra questione è stata sollevata sul tema dei provvedimenti collegati e del cofinanziamento nazionale. Il FAS ha una valenza nazionale - facciamo una considerazione ovvia, non si offenda nessuno - e non rischia alcun definanziamento, nel senso che può essere utilizzato per finanziare interventi diversi rispetto alle originarie finalità, ma sicuramente non determina alcun rischio rispetto alla disponibilità delle risorse europee. Le risorse europee, invece, oggi hanno di fronte una scadenza e un appuntamento importante: il 31 dicembre 2011 il sistema Paese dovrà rendicontare circa 6 miliardi di euro, una cifra impressionante, articolata tra amministrazioni centrali e regionali. Si tratta di una cifra notevole da spendere e bisognerà mettersi al lavoro con una intensità che, per quanto mi riguarda, non deve perdersi nella ricerca di responsabilità di questo o di quell'altro.
Dalla settimana prossima inizierò il secondo confronto con le regioni - alla presenza di ANAS e Ferrovie - per la chiusura della fase di verifica delle risorse del FAS relative alla programmazione 2000-2006, per la quantificazione definitiva delle risorse liberate e per le scelte precise rispetto alla nuova programmazione, in modo che si chiuda questo cerchio e che il dibattito politico non verta sulla ricerca delle colpe di uno o dell'altro. Dobbiamo giocare alla luce del sole per cercare di scoprire cosa non funziona in questo meccanismo che non fa bene al sistema Paese e, soprattutto, al Mezzogiorno d'Italia.
In questo senso, penso che sia importante chiarire alcune questioni. Sono state poste, ad esempio, delle domande che rivelano che si rischia di fare confusione. Oggi il Ministro Matteoli ha indicato un monte di interventi che il Governo ha realizzato sul fronte delle infrastrutture in questi due anni. Tra questi, ci sono numerosi interventi che riguardano il Mezzogiorno e che non c'entrano al momento - quegli interventi hanno già avuto un finanziamento - con l'utilizzo delle altre risorse di cui stiamo parlando.
Lo sblocco dei PAR e delle risorse del FAS di competenza regionale ci sarà, nei tempi che dirò alla fine, ma con l'aggiunta di una precisazione, ossia la coerenza con


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i contenuti del Piano nazionale per il Sud. L'idea che all'interno del PAR si possa fare di tutto e di più, in totale scollegamento con gli obiettivi strategici che stiamo condividendo con le regioni, non può essere accettata. Non possiamo pensare che un programma attuativo regionale, che è lo strumento applicativo della programmazione delle risorse del FAS di competenza regionale, venga utilizzato con una logica territoriale, con una visione localistica delle esigenze di una provincia, di un comune, di un territorio, e non con una visione strategica, che è invece la priorità.
Noi stiamo ponendo un problema di fondo, quello relativo alla visione interregionale. Se continueremo ad affrontare il problema del Sud guardando per compartimenti stagni ogni singola regione, andremo di nuovo a sbattere e il nostro sforzo risulterà inutile; se, invece, immagineremo che le grandi questioni possano essere affrontate in una visione interregionale, dal momento che si tratta di temi di carattere molto più ampio, potremo dare risposte che riguardano non solo la Bari-Napoli, ma anche l'alta capacità ferroviaria. Sono tre le linee di alta capacità sulle quali bisogna lavorare: la Salerno-Reggio Calabria, la Bari-Napoli e la Palermo-Catania.
Preciso che per l'autostrada Salerno-Reggio Calabria, fino ad oggi, sono in corso finanziamenti e interventi che riguardano la quasi totalità della strada, tranne gli ultimi 60 chilometri, che hanno un costo eccezionale per ragioni orografiche e di altro genere. Tuttavia, 340 chilometri circa sono già stati realizzati (oltre 200 sono fruibili) oppure sono in corso di realizzazione interventi regolarmente finanziati.
Dico senza polemica, però, che non possiamo pensare che con queste risorse si realizzino tanti altri interventi per qualche centinaio di migliaia di euro che con la strategicità e gli obiettivi di queste politiche hanno ben poco a che fare, se non proprio niente.
Dobbiamo avere la capacità di dirci come stanno le cose. Diversamente, proseguiremo una stagione negativa, soprattutto in un momento nel quale non c'è una grande disponibilità di risorse pubbliche.
Quanto al Patto di stabilità interno, come è noto è uno strumento che viene agitato in questo senso. Non che esso non rappresenti un problema - è chiaro che lo è rispetto ad alcune questioni - ma sappiamo che la parte di risorse europee, al netto del cofinanziamento, non impatta sul Patto di stabilità interno. È anche vero, però, che è possibile capire subito qual è la disponibilità e l'intenzione di una regione in merito al Patto di stabilità. Se, infatti, in un bilancio di previsione - anche qui mi viene in soccorso l'esperienza - si indica una cifra di cofinanziamento che attiva interventi per investimenti limitatissimi e dopo pochi mesi si copre per la quota di spese correnti del Patto di stabilità interno, dando sfogo alla spesa corrente, il problema non è il Patto di stabilità, ma la qualità della spesa pubblica.
All'interno di questa questione dobbiamo aprire il confronto, per cercare di immaginare i temi del Patto di stabilità regionale in un rapporto tra regioni, province e comuni, finalizzato però alle questioni di cui stiamo parlando, quindi alla necessità e/o alla possibilità di attivare queste risorse.
Concludo con alcune risposte rapide. L'onorevole Marinello richiamava l'ex Agensud, che dipende dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. È una struttura con la quale ci stiamo confrontando e penso che l'intervento al quale l'onorevole faceva riferimento sia utile. Il nome fa paura perché ci porta lontano nel tempo e ci fa capire quanto le questioni di cui parliamo traguardino le generazioni, però penso che sia importante cercare di condurre una riflessione seria. La riorganizzazione delle strutture che si dedicano a questi problemi è fondamentale. Colgo, quindi, positivamente il richiamo dell'onorevole Marinello.
Quanto alle risorse del FAS, negare che in questi due anni esse siano state utilizzate per altre emergenze sarebbe stupido poiché questo è di tutta evidenza. In primo luogo, alcuni interventi che sono stati


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realizzati segnalano un limite enorme nel Mezzogiorno. Con parti di queste risorse, infatti, si è finanziata, per esempio, la vicenda infinita dell'emergenza rifiuti di Napoli e della Campania.
Ci sono state alcune emergenze, di cui valuterei l'entità, come il terremoto dell'Abruzzo. Certo, in un momento drammatico, di crisi economica, il Governo si è trovato di fronte ai danni provocati dal terremoto e ha utilizzato le risorse del FAS.
Quanto alle quote latte, ammesso che la notizia sia vera - ma io ho dubbi in merito - essa riguarda una cifra così irrilevante che costituisce un fatto simbolico, sebbene legittimamente possa essere richiamato dal punto di vista politico. Ricordo, però, che l'utilizzo del FAS deve rispettare il vincolo della destinazione delle risorse per l'85 per cento al sud e per il 15 per cento al nord. Evidentemente, una piccola quota può essere finalizzata a queste finalità. Semmai, il tema è che nell'utilizzo di queste risorse, in una fase nella quale si è attivato questo percorso, c'è stato il venir meno di alcuni impegni programmatici che, diciamolo pure con chiarezza, risalivano a un'altra epoca.
Il Quadro strategico nazionale che prevedeva un'abbondanza di risorse relative al FAS, nazionale e regionale, infatti, è del 2006, laddove lo scenario era completamente differente. Pensare che tale quadro potesse essere mantenuto in un momento nel quale è accaduto e sta accadendo tutto quello che sappiamo - e non mi soffermo su questo - è opinabile. Di certo, abbiamo le nostre buone ragioni e sento il dovere di difendere le scelte che il Governo ha fatto in questo senso.
Vengo, infine, alle ultime considerazioni collegate ad alcuni temi che riguardano, ad esempio, l'occupazione femminile. È uno dei temi sul quale ci si sta confrontando ed è stato inserito anche all'interno dello schema di decreto legislativo di riordino degli incentivi.
Anche su altre questioni che sono state richiamate - qualcuna la salterò - c'è la possibilità di dare risposte precise. Sull'iter procedurale, ognuno metta la faccia e si discuta. A me fa piacere che diversi colleghi, anche dell'opposizione, abbiano riconosciuto la coerenza tra le cose dette negli ultimi mesi e le cose realizzate. Ora dobbiamo passare alla fase di attuazione.
Il testo che oggi il Consiglio dei ministri ha approvato reca infatti «Attuazione del Piano nazionale per il Sud». Posso riferire alcune date: revisione dei programmi comunitari e regionali a partire da febbraio; presentazione al CIPE della ricognizione delle risorse del FAS relative al 2006 e liberate entro marzo 2011; confronto istituzionale con i ministeri per sviluppare le proposte di intervento da concludersi entro questo mese, vale a dire il 28 febbraio; concertazione istituzionale con le regioni da concludersi entro questo mese, per la revisione e il finanziamento, all'interno del PAR, dei progetti strategici; delibera CIPE di approvazione degli interventi strategici nazionali e di programmazione dei PAR dal 1o marzo al 30 aprile; sottoscrizione del contratto istituzionale di sviluppo, che è lo strumento che sintetizza tutto questo, a partire dal mese di aprile.
Per carità, non voglio convincere né obbligare alcuno a credere a quanto sto dicendo, però quanto meno bisogna riconoscere che, rispetto a quello che abbiamo detto a luglio scorso, c'è stata una consequenzialità nelle approvazioni entro l'anno degli atti ai quali ho fatto riferimento. Penso di poter affermare tranquillamente che i tempi indicati saranno rispettati da parte del Governo, quindi daremo tutte le risposte - non entro nel merito - sugli interventi strategici nazionali e specifici regionali, anche con lo sblocco dei PAR.
Poiché non stiamo parlando di 2012 e 2013, ma di aprile, senza alcun problema e con grande piacere, signor presidente, do la mia disponibilità per una verifica, nel corso dei prossimi giorni e dei prossimi mesi, della fase di attuazione dell'intervento previsto all'interno del Piano nazionale per il Sud.
Ritengo che questo sia il modo migliore per continuare a confrontarci, ma anche per verificare se gli interventi che vengono riferiti possono essere realmente realizzati. Io penso che ci siano tutte le condizioni


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per poterli realizzare e che su questo - sfido il momento politico in un modo anche impertinente - sarebbe necessario un atteggiamento bipartisan.
Io penso - qualcuno lo ricorderà, poiché ne abbiamo discusso altre volte - che una sana valutazione complessiva su queste questioni, pur nel rispetto delle sensibilità politiche, sarebbe utile nell'interesse del lavoro che stiamo cercando di portare avanti.
A questa Commissione, anche per la qualità degli interventi che ho ascoltato, assicuro la mia piena disponibilità a confrontarci non solo in questa sede, ma anche, nel corso dell'iter indicato, in altre sedi parlamentari, con le modalità che voi riterrete opportune.

PRESIDENTE. Ringrazio il Ministro Fitto per il tempo che ci ha dedicato e per la disponibilità che ha mostrato - non è frequentissima - nel rispondere a tutti i colleghi che sono intervenuti.
Prendiamo, peraltro, per buona la sua disponibilità a ulteriori approfondimenti su questo tema, che ovviamente è di grandissimo interesse per tutti. Credo che ci rivedremo tra non molto, sempre in questa Commissione.
Dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 15,50.