ATTI DI CONTROLLO E DI INDIRIZZO

Seduta n. 565 di martedì 9 febbraio 2016

INDICE


ATTI DI INDIRIZZO:

Mozioni:
  Baldassarre  1-01143  33797
  Parisi  1-01144  33800
  Paglia  1-01145  33801
  Sberna  1-01146  33804
  Duranti  1-01147  33807

Risoluzione in Commissione:
 XI Commissione:
  Rizzetto  7-00912  33809

ATTI DI CONTROLLO:

Presidenza del Consiglio dei ministri.

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):
  Rampelli  2-01267  33812

Interrogazioni a risposta scritta:
  Guidesi  4-12007  33813
  Scotto  4-12019  33813

Affari esteri e cooperazione internazionale.

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):
  Benedetti  2-01268  33815

Ambiente e tutela del territorio e del mare.

Interrogazioni a risposta immediata:
  Latronico  3-01994  33816
  Zaratti  3-01995  33817
  Braga  3-01996  33818
  De Girolamo  3-01997  33819

Interrogazioni a risposta scritta:
  Sarti  4-12010  33819
  D'Incà  4-12020  33822

Beni e attività culturali e turismo.

Interrogazioni a risposta immediata:
  Vignali  3-01998  33823
  Di Battista  3-01999  33824

Economia e finanze.

Interrogazione a risposta scritta:
  Caparini  4-12009  33825

Giustizia.

Interrogazioni a risposta immediata:
  Gigli  3-02000  33826
  Monchiero  3-02001  33828
  Taglialatela  3-02002  33829

Interno.

Interpellanze urgenti (ex articolo 138-bis del regolamento):
  Molea  2-01265  33830
  Monchiero  2-01269  33831

Interrogazione a risposta immediata:
  Fedriga  3-02003  33833

Interrogazioni a risposta scritta:
  Simonetti  4-12005  33833
  Bergamini  4-12006  33834
  Pastorelli  4-12013  33835
  Maestri Andrea  4-12021  33836

Istruzione, università e ricerca.

Interrogazioni a risposta scritta:
  D'Incà  4-12008  33841
  Carfagna  4-12011  33841
  Brignone  4-12018  33843

Politiche agricole alimentari e forestali.

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):
  Segoni  2-01266  33844

Interrogazione a risposta in Commissione:
  Simonetti  5-07703  33845

Interrogazione a risposta scritta:
  Maestri Andrea  4-12012  33846

Salute.

Interpellanza:
  Carnevali  2-01263  33849

Interrogazioni a risposta in Commissione:
  Gregori  5-07704  33852
  Nicchi  5-07705  33852
  Brignone  5-07706  33853
  Brignone  5-07707  33854

Interrogazioni a risposta scritta:
  Carfagna  4-12014  33855
  Terzoni  4-12017  33856

Sviluppo economico.

Interpellanza:
  Baldelli  2-01264  33857

Interrogazione a risposta in Commissione:
  Fregolent  5-07702  33858

Interrogazioni a risposta scritta:
  Maestri Andrea  4-12015  33859
  Bordo Franco  4-12016  33861

Apposizione di firme ad una mozione  33862

Apposizione di firme ad una mozione e indicazione dell'ordine dei firmatari  33862

Apposizione di firme ad interrogazioni  33862

Pubblicazione di un testo riformulato  33862

Interrogazione a risposta scritta:
  D'Incà  4-11970  33863

Ritiro di documenti del sindacato ispettivo  33866

ERRATA CORRIGE  33866

Interrogazioni per le quali è pervenuta risposta scritta alla Presidenza:
  Baldassarre  4-10972  I
  Corda  4-11199  III
  D'Arienzo  4-10667  IV
  Fedriga  4-08907  VI
  Fraccaro  4-09094  VII
  Marcon  4-09775  X
  Mura  4-11067  XIII
  Palazzotto  4-11204  XV
  Sberna  4-11327  XVII
  Scotto  4-10973  XIX
  

ATTI DI INDIRIZZO

Mozioni:

   La Camera,
   premesso che:
    il 6 gennaio 2016 la Corea del Nord ha annunciato di aver effettuato con successo un test nucleare con l'impiego di una bomba all'idrogeno (bomba H) miniaturizzata;
    sul fatto che si sia trattato effettivamente di un ordigno termonucleare vi sono numerosi dubbi, tra cui quello relativo all'energia sprigionata dall'esplosione che pare troppo esigua per essere stata provocata da un processo di fusione nucleare; nondimeno è dubbio che si sia realmente trattato dell'esplosione di una bomba H, di una «normale» bomba A, o, più probabilmente, di un test non perfettamente riuscito (la detonazione di una bomba all'idrogeno è attivata da un ordigno atomico a fissione, e potrebbe essersi trattato di un tentativo fallito di innescare la fusione nucleare); non c’è dubbio che il progredire del programma di armamento strategico nordcoreano non possa essere sottovalutato;
    l'esplosione del 6 gennaio, infatti, rappresenta il quarto test nucleare condotto dalla Corea del Nord, dopo quelli effettuati nel 2006, 2009 e 2013;
    il 7 febbraio la Corea del Nord ha annunciato di aver effettuato il lancio del satellite per osservazione terrestre Kwangmyongsong-4 impiegando un razzo vettore a tre stadi Unha;
    il lancio è avvenuto in anticipo rispetto a quanto comunicato da Pyongyang alla International Telecommunication Union (ITU), quando fu annunciato che la finestra di lancio sarebbe stata compresa tra l'8 e il 25 febbraio;
    l'Unha è una versione modificata del missile balistico intercontinentale Taepo Dong-2, in fase di sviluppo e accreditato di un raggio d'azione di 8.000 chilometri, e perciò in grado di raggiungere anche il Nord America;
    il lancio dell'Unha è dunque considerato dalla comunità internazionale come un altro test del programma missilistico della Corea del Nord, anche in considerazione del fatto che possedere un razzo capace di porre in orbita terrestre un oggetto è fattore abilitante per lo sviluppo di missili balistici intercontinentali eventualmente armabili anche con testate nucleari;
    il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ha commentato il lancio dichiarando, tramite il suo portavoce, che «si tratta di una violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza sul bando a carico di Pyongyang dell'uso di tecnologie balistiche» e ha sollecitato lo stop immediato «delle azioni provocatorie» osservando che la mossa della Corea del Nord è maturata «nonostante la richiesta della comunità internazionale per evitare un atto del genere»;
    le Nazioni Unite, su richiesta di Washington, Tokyo e Seul, hanno convocato una riunione d'urgenza del Consiglio di sicurezza, il quale ha condannato «nei termini più forti» il lancio del missile e ha annunciato di lavorare a una nuova risoluzione che includa ulteriori sanzioni;
    nonostante le pesanti sanzioni in vigore nei confronti della Corea del Nord, i programmi di armamento nucleare e missilistico nordcoreani continuano a progredire rapidamente;
    a questo proposito, all'indomani dell'ultimo lancio del missile Unha, l'agenzia di stampa di Stato cinese Xinhua, ha paventato il rischio di «risvolti negativi» per le azioni nordcoreane e ha parlato apertamente del «rischio di una guerra» se non verrà posto un freno deciso «all’escalation senza fine»;
    negli ultimi anni l'impegno di Pechino verso Pyongyang non è andato, tuttavia, oltre le note diplomatiche e le esortazioni
a rispettare gli impegni assunti per la denuclearizzazione e a non prendere iniziative che potrebbero peggiorare la sua situazione a livello internazionale e nella penisola coreana;
    le reazioni dei principali attori regionali sono state pressoché le stesse di quelle all'indomani del test nucleare di gennaio: la Corea del Sud si è posta alla guida di un'iniziativa di forte condanna, cercando di riunire i 5 Paesi che componevano il principale tavolo di dialogo con Pyongyang – i cosiddetti Six Party Talks – a eccezione della Corea del Nord stessa e l'iniziativa ha subito ottenuto l'appoggio di Stati Uniti e Giappone, molto meno interessati alla questione rispetto al passato e piuttosto inclini a delegare la guida della questione a Seoul; Cina e Russia si sono dette contrarie, in quanto ravvisano nella «proposta a 5» un controproducente tentativo ulteriore di isolare la Corea del Nord;
    se in passato sia Seoul che Washington sono state protagoniste dei negoziati sul nucleare nordcoreano, in questo caso sembra che l'unico attore in grado di indirizzare il percorso in un senso o nell'altro sia la Cina;
    storicamente molto cauta quando si tratta di relazionarsi con il regime di Pyongyang, Pechino ha più volte richiamato tutte le parti alla calma e alla necessità di dirimere la questione attraverso il dialogo, possibilmente un dialogo gestito dalla stessa, come avveniva per il Six Party Talks;
    in un rapporto diffuso dalla Corea del Sud nel 2013 relativo all'analisi dei detriti di un analogo razzo lanciato nel 2012 effettuata allo scopo di risalire all'origine dei singoli pezzi del vettore, si evidenzia come tutte le parti fondamentali dell'Unha siano state progettate e realizzate in Corea del Nord, con l'eccezione di alcune parti minori, come sensori di temperatura e cavi elettrici, che sono risultate provenire dalla Cina e da alcuni Paesi europei e che, comunque, non rientrano tra i materiali regolamentati dal Missile Technology Control Regime (MTCR);
    la Cina è considerata lo storico alleato del regime nordcoreano ed è il suo fondamentale fornitore di energia elettrica e petrolio e irrinunciabile collegamento con il resto del mondo;
    secondo le stime del Council on Foreign Relations, la Corea del Nord importa dalla Repubblica Popolare Cinese il 90 per cento dell'energia, l'80 per cento dei beni di consumo e il 45 per cento dei prodotti alimentari;
    la Repubblica Popolare Cinese rappresenta, dunque, l'attore internazionale con la maggiore capacità d'influenza sul regime di Pyongyang;
    Pechino ha condannato i test nucleari, nonché i recenti test missilistici condotti dalla Corea del Nord che stanno spingendo Corea del Sud e Giappone al riarmo, con il rischio di innescare nella regione una pericolosa corsa agli armamenti;
    con ogni probabilità questa nuova «sfida» nordcoreana non porterà a cambiamenti significativi nell'atteggiamento cinese o a un suo avvicinamento alle posizioni intransigenti della Corea del Sud, tanto più che proprio in queste settimane è tornata di grande attualità la possibilità di dispiegare il sistema antimissile americano Thaad (Terminal High Altitude Area Defense) proprio sulla parte meridionale della penisola, creando momenti di tensione fra Seoul e Pechino;
    la situazione sembra quindi bloccata nel solito stallo fra intransigenza e dialogo delle parti in causa, con l'incognita di un peggioramento della situazione vista la doverosa severità del Consiglio di sicurezza;
    la «creatività di approcci» invocata dalla presidente sudcoreana Park Geun-hye per uscire dall’impasse e risolvere la questione è sicuramente un'idea accattivante, ma attualmente non sembra che alcuna delle parti in causa, tutte ancorate saldamente alle solite posizioni, abbia la volontà o l'interesse ad agire in maniera creativa;

    il segretario generale Ban Ki-moon, un sudcoreano, è stato perentorio affermando che: «il nuovo test è profondamente preoccupante, destabilizzante per la sicurezza della regione, e costituisce una seria minaccia per la comunità internazionale» e chiedendo a Pyongyang di «rispettare i suoi obblighi sulla denuclearizzazione» nonché «l'immediata sospensione di ogni attività» capace di «destabilizzare in profondità la regione» su cui, al contrario, il riavvio di un faticoso dialogo tra Nord e Sud Corea aveva fatto sperare in meglio sul futuro della penisola;
    il Consiglio di sicurezza dell'Onu, che ha definito il nuovo test una «chiara violazione» delle sue risoluzioni, ha assicurato che inizierà a lavorare immediatamente su ulteriori misure restrittive con una nuova risoluzione: l'ultima di una lunga serie che però non è servita a frenare la corsa al nucleare militare della Corea del Nord;
    il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ha ammonito che ogni test nucleare è una «provocazione inaccettabile e irresponsabile» e una «flagrante violazione» delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu, condanna espressa subito dopo il colloquio del Pentagono con il segretario alla difesa Usa Ash Carter e il suo collega sudcoreano Han Min-koo, che hanno concordato sull'opportunità di «conseguenze»;
    come era prevedibile, le prime reazioni alle minacce di Kim Jong Un da parte di Corea del Sud e Stati Uniti non si sono fatte attendere. Seoul ha deciso di limitare l'ingresso esclusivamente agli impiegati al polo industriale condiviso di Kaesong, gestito congiuntamente dalle due Coree dove lavorano 120 imprese sudcoreane che danno lavoro a 53.000 dipendenti nordcoreani;
    la notte del primo esperimento nucleare, aerei di ricognizione americani hanno preso il volo dalle basi aeree sull'isola di Okinawa, nel sud del Giappone. Dalla base di Kadena sono decollati tre aerei-spia, fra cui un Rc-135, impiegati in missioni per la raccolta di dati da siti di esplosioni e per la verifica del rispetto dei trattati sugli armamenti;
    proprio nella giornata dell'8 febbraio 2016 tuttavia una nuova provocazione nordocoreana si è materializzata in un tentativo di intrusione di una motovedetta in acque territoriali del Sud: i sudcoreani hanno sparato cinque colpi di avvertimento e l'incidente non ha avuto seguito;
    la tensione resta alta e il Consiglio di sicurezza dell'Onu, riunito d'urgenza, ha già condannato il lancio di un razzo a lungo raggio effettuato dalla Corea del Nord ventilando nuove sanzioni internazionali, che peraltro erano già in discussione dopo che un mese fa Pyongyang aveva effettuato il suo quarto test nucleare;
    anche se la Corea del Nord sottolinea che si è trattato del lancio in orbita di un satellite, il Consiglio di sicurezza dell'Onu concorda sul fatto che questo contribuisca allo sviluppo di sistemi di lancio di ordigni nucleari;
    il rafforzamento e soprattutto l'efficacia delle sanzioni, però, dipendono molto dall'atteggiamento della Cina, che si trova in una posizione delicata. I Governi di Seul e Washington hanno subito annunciato l'avvio di trattative per il dispiegamento di un avanzato sistema antimissilistico Thaad in territorio sudcoreano. Il che ha già suscitato le proteste di Pechino, che ha convocato l'ambasciatore sudcoreano per fare rimostranze: non crede che una sorta di «scudo spaziale» ai suoi confini possa essere esclusivamente focalizzato sulla Corea del Nord, come è stato sottolineato dai due partner che intendono attuarlo;
    l'aggressività di Pyongyang, insomma, rischia anche di alzare le tensioni tra Cina e Stati Uniti dal momento che la riluttanza di Pechino a fare pressioni efficaci su Pyongyang (in quanto non interessata a un crollo del regime) finisce per creare una situazione in cui diventa inevitabile
il rialzo del profilo della presenza militare americana ai suoi confini. Inoltre, Seul ha già annunciato che quest'anno le manovre militari congiunte con le forze armate statunitensi saranno imponenti,

impegna il Governo

ad adottare iniziative politico-diplomatiche nei confronti del Governo della Repubblica Popolare Cinese affinché assuma tutte le iniziative necessarie, inclusa eventualmente l'adozione di stringenti sanzioni, al fine di spingere la Corea del Nord ad abbandonare i propri programmi di riarmo nucleare e missilistico.
(1-01143) «
Baldassarre, Artini, Bechis, Segoni, Turco, Brignone, Civati, Andrea Maestri, Matarrelli, Pastorino».

   La Camera,
   premesso che:
    a seguito del terremoto avvenuto il 6 gennaio 2016 in Corea del Nord è stato confermato dal regime di Pyongyang, l'effettuazione di un test attraverso una bomba all'idrogeno; nonostante alcuni esperti abbiano mostrato dubbi sull'uso effettivo dell'idrogeno, sono da ritenersi certi tre precedenti test con bombe atomiche a flessione: nel 2006, nel 2009 e nel 2013;
    a seguito di ciò le Nazioni Unite hanno imposto sanzioni internazionali alla Corea del Nord dichiarando che quegli atti hanno comportato una violazione grave del trattato sul bando dei test nucleari;
    recentemente il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato «con fermezza» il lancio di un razzo effettuato dalla Corea del Nord. In una dichiarazione adottata all'unanimità, i Quindici sottolineano che il lancio «è una seria violazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite». Il Consiglio ha dunque annunciato che adotterà presto ulteriori sanzioni «in risposta a queste pericolose e serie violazioni»;
    il regime di Pyongyang ha dato il via a un'altra operazione missilistica quando – alle ore 1.31 italiane di domenica 7 febbraio 2016 – ha lanciato un razzo verso l'area di Okinawa violando ulteriormente la normativa internazionale sul lancio verso territori stranieri come sottolineato dal Premier Giapponese, Shinzo Abe;
    Usa, Giappone e Corea Sud hanno chiesto la convocazione d'urgenza del Consiglio di sicurezza dell'Onu, che si è riunito rapidamente. Il segretario generale dell'Onu, Ban ki-Moon, ha sollecitato la Corea del Nord a porre fine «immediatamente alle azioni provocatorie»;
    la scelta di lanciarlo l'ultimo giorno dell'anno cinese, proprio in coincidenza dell'apertura del periodo di vacanze più lungo in Cina e in molti Paesi orientali è stata letta come un'ulteriore provocazione. Motohide Yoshikawa, ambasciatore giapponese all'Onu, ha affermato in conferenza stampa che il missile ha sorvolato il Giappone ed è caduto nelle vicinanze delle Filippine denunciando che è stata «una chiara minaccia alla vita di molte persone»;
    il segretario generale dell'ONU Ban ki-Moon attraverso un suo portavoce ha fatto sapere che il lancio del razzo/satellite è una violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza sul bando a carico di Pyongyang dell'uso di tecnologie balistiche e che tuttavia la mossa della Corea del Nord è maturata «nonostante la richiesta della comunità internazionale per evitare un atto del genere»;
    il segretario generale della Nato, Jeris Stoltenberg, ha condannato il lancio del razzo, puntando il dito contro «una diretta violazione di cinque risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazionali Unite». L'Onu, ha precisato il capo dell'Alleanza Atlantica in una nota, «ha ripetutamente chiesto alla Corea del Nord di sospendere tutte le sue attività legate al programma di sviluppo di missili balistici, di ripristinare gli impegni pre-esistenti di una moratoria sul lancio di missili e di non effettuare altri test nucleari o altri lanci con l'utilizzo di tecnologia balistica»;
    il Consiglio Onu dei diritti umani attraverso una risoluzione del 28 marzo 2014 ha condannato la Corea del Nord per le sistematiche, massicce e gravi violazioni dei diritti umani – crimini contro l'umanità compresi – che continuano a essere commesse nel Paese;
    la Corea del Nord ha sottoscritto importanti convenzioni internazionali, tra le quali il Patto internazionale sui diritti civili e politici e la Convenzione sul diritti del fanciullo,

impegna il Governo:

   ad attivarsi in tutte le sedi istituzionali nazionali ed internazionali, al fine di contrastare e limitare la pericolosa progressione di atti militari in una zona del mondo già resa delicata da dispute territoriali;
   a sostenere per quanto di competenza, l'azione della Corea del Sud nel comunicare ai cittadini della regione confinante quanto sta avvenendo in questi giorni;
   ad adoperarsi nel condannare fermamente le violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime di Pyongyang e a intervenire, per quanto di competenza, presso il Governo della Repubblica popolare di Corea affinché si interrompa quanto prima l’escalation delle violazioni dei diritti umani perpetrate sulla popolazione.
(1-01144) «
Parisi, Galati, Andrea Maestri, Merlo, Borghese, Abrignani, D'Alessandro, Faenzi, Mottola, Francesco Saverio Romano».

   La Camera,
   premesso che:
    lo Stato italiano, al fine di disciplinare il trattamento fiscale di quei lavoratori che per raggiungere il proprio luogo di lavoro devono quotidianamente attraversare una frontiera (e perciò detti «frontalieri»), ha sottoscritto in passato altrettante convenzioni bilaterali contro la doppia imposizione quante sono le zone di frontiera, la più datata delle quali è quella firmata con la Svizzera, ratificata con la legge n. 943 del 23 dicembre 1978; seguono poi quella con l'Austria, ratificata con la legge n. 762 del 18 ottobre 1984, quella con la Francia, ratificata con la legge n. 20 del 7 gennaio 1992, quella con la Slovenia ratificata con la legge del 29 maggio 2009 n. 76) e quella, ultima in ordine di tempo con San Marino ratificata con la legge n. 88 del 19 luglio 2013). Nulla è stato sottoscritto con l'altro paese limitrofo, il Principato di Monaco, né con lo Stato Vaticano;
    tutte le suddette convenzioni impongono di risiedere e lavorare in una zona frontaliera in senso stretto, definita da ciascuna di esse, in modo variabile;
    nell'ambito dell'accordo storico sottoscritto il 23 febbraio 2015 che di fatto ha posto fine al segreto bancario, la Confederazione svizzera e l'Italia, modificando la convenzione contro le doppie imposizioni ratificata, con legge, nel 1978, si sono accordati per uno scambio di informazioni in materia fiscale che, al termine di una road map, diverrà automatico dal 2018;
    in particolare, l'accordo parafato sia a Roma che a Berna il 22 gennaio 2016, inciderà sulla precedente convenzione che ruotava attorno al principi della podestà impositiva esclusiva del Paese in cui i redditi sono prodotti e che prevedeva la cosiddetta «fascia di frontiera», ovvero quella fascia di 20 chilometri che comprende i comuni situati, per l'Italia, nelle province di Como, Varese, Lecco e del Verbano Cusio Ossola, mentre per il versante svizzero, quella ricadente nell'intero territorio comprendente il Cantone Ticino, il Cantone Vallese ed il Cantone dei Grigioni, ed entro cui doveva risiedere il frontaliero al fine di versare le imposte al solo fisco svizzero ed essere, di conseguenza, esentato dall'effettuare la dichiarazione dei redditi in Italia. In un secondo momento la Svizzera ristornava ai comuni italiani di frontiera il 38,8 per cento dell'imposta da lui versata;
    successivamente ed in seguito all'entrata in vigore dell'Accordo sulla libera circolazione delle persone, nonostante il relativo abbattimento delle zone di frontiera con la Svizzera avvenuto a partire dal 1o giugno 2007 abbia inciso sulla mobilità geografica dei frontalieri e sulla loro capacità di esercitare un'attività economica sul territorio dello Stato che li occupa, il trattamento fiscale dei redditi di lavoro dipendente prestato dai frontalieri ha continuato ad essere disciplinato nei limiti e nei termini di cui al citato accordo bilaterale del 3 ottobre 1974, prevedendo, invece, che a quei frontalieri italiani residenti oltre la suddetta fascia di confine sia applicabile la disciplina fiscale italiana, previa l'applicazione di una franchigia di 7.500 euro;
    il nuovo accordo, in particolare, si perfezionerà attraverso quattro fasi temporali nel corso delle quali, grazie ad un sistema di splitting fiscale, il livello di tassazione sul frontaliere residente entro la fascia dei 20 chilometri aumenterà gradualmente fino ad essere equiparato a quello dei frontalieri residenti fuori dalla stessa e di tutti gli altri frontalieri italiani (ovvero quelli che lavorano in Francia, Slovenia, nella Repubblica di San Marino e nello Stato Vaticano). Nel corso della prima fase, che terminerà entro il 2017, il regime si tassazione rimarrà invariato. A partire dall'inizio del 2018, inizio della seconda fase, il lavoratore frontaliere verserà al fisco svizzero il 70 per cento dell'imposta risultante dall'applicazione delle imposte ordinarie sui redditi delle persone fisiche, mentre la restante parte di reddito, pari al 30 per cento, sarà assoggettato, in Italia, ad IRPEF, ragione per cui in un primo momento (ma non si sa per quanto), al fine di mantenere inalterata rispetto a quella attuale la pressione fiscale del frontaliere, il fisco italiano gli applicherà le aliquote speciali. Con la terza fase, nell'arco temporale di dieci anni, verrà avviato un progressivo innalzamento delle aliquote elvetiche, fino a quando le stesse raggiungeranno complessivamente quelle del livello impositivo italiano. A questo punto sarà scomparsa del tutto la cosiddetta fascia di frontiera, e si avvierà la quarta ed ultima fase nella quale tutti i lavoratori frontalieri pagheranno l'imposta sul reddito da lavoro alla fonte ed effettueranno la dichiarazione dei redditi in Italia, previa l'applicazione di una franchigia pari a 7.500 euro, ed in quella sede vedersi riconosciute tutte le detrazioni fiscali previste (spese mediche, interessi del mutuo e altro);
    nei prossimi mesi, con l'obiettivo di trovare una soluzione entro l'estate di quest'anno, i negoziati proseguiranno su ulteriori aspetti come quello relativo allo scambio di informazioni sui redditi da lavoro dipendente dei frontalieri, quello relativo ad un rimborso forfetario, e quello relativo alla previsione di un contingente limitato ad valorem di merci tracciabile non assoggettato a imposizione indiretta (iva, accise e diritti doganali prelevati dalla dogana);
    la Svizzera, situata nel cuore dell'Europa, intrattiene con i 28 Stati membri dell'Unione europea strette relazioni, non solo per ragioni storiche e geografiche ma anche per l'importanza degli scambi economici e culturali, condividendo con essa anche importanti valori politici, da promuovere congiuntamente anche a livello internazionale, come la democrazia, lo Stato di diritto ed il rispetto dei diritti umani. Del resto, sul fronte economico l'Unione europea è il partner commerciale più importante della Svizzera, basti pensare che circa l'80 per cento delle importazioni svizzere proviene dall'Unione europea e che il 60 per cento delle esportazioni svizzere è destinato all'Europa;

    alla stregua di tutti gli altri lavoratori migranti, i lavoratori frontalieri residenti ed occupati nell'Unione europea godono del principio di non discriminazione e della parità di trattamento previsti per i lavoratori che si spostano sul territorio dell'Unione. Più in particolare, il regolamento n. 1612/68 sulla libera circolazione dei lavoratori all'interno dell'Unione europea prevede all'articolo 7 la parità di trattamento per tutte le condizioni di occupazione e di lavoro, in particolare in materia di retribuzione, licenziamento, reintegrazione professionale o rioccupazione, se il lavoratore è disoccupato. In materia di diritto del lavoro, il frontaliere è soggetto, come il migrante, alla legislazione del Paese in cui è occupato. In virtù dell'articolo 7, paragrafo 2, del medesimo regolamento, egli beneficia degli stessi vantaggi sociali e fiscali di cui godono i cittadini di tale Paese;
    secondo l'ultimo rapporto dell'Osservatorio sull'Accordo sulla libera circolazione delle persone, pubblicato nel giugno del 2015, nel 2012 il divario salariale tra i lavoratori frontalieri italiani e quelli domiciliati nel Canton Ticino era pari al 12 per cento, divario che secondo il Governo elvetico non sarebbe riconducibile a fattori decisivi per la determinazione dei salari, come il livello formativo, la professione, il settore economico, l'esperienza professionale e altro, ma piuttosto al fatto che i frontalieri che lavorano in Ticino sono generalmente disposti ad accettare salari inferiori rispetto ai domiciliati con le loro stesse caratteristiche. Inoltre, tale scarto sarebbe solo in parte spiegabile con l'onere fiscale più basso per i frontalieri rispetto ai residenti in Ticino e l'incremento progressivo dell'onere fiscale per i lavoratori frontalieri derivante dall'accordo potrebbe, in linea di principio, contribuire indirettamente a ridurre l'attrattiva di determinate forme di occupazione elvetiche, anche se non è possibile quantificare con precisione su quanti di essi produrrebbe effetti negativi, né stimare quanti di essi sarebbero indotti a trasferirsi in Svizzera per evitare il previsto e progressivo assoggettamento al fisco italiano;
    riassumendo, attualmente l'imposizione fiscale sui frontalieri è operata direttamente dal Cantone elvetico nel quale svolgono l'attività lavorativa con aliquote inferiori a quelle italiane; lo stesso Cantone trattiene il 61,2 per cento del relativo gettito per riversare poi il restante 38,8 per cento, come da precedente accordo con lo Stato italiano, ai comuni di frontiera;
    si stima che il nuovo regime fiscale comporterà per circa 60.000 frontalieri italiani un graduale e progressivo inasprimento della pressione fiscale del 10 per cento annuo, che garantirà all'Erario italiano un extragettito di circa 200 milioni di euro ai quali dover aggiungere i 15 milioni di euro da versare alla Confederazione elvetica, con una media di oltre 3.000 euro all'anno in più per ogni contribuente;
    anche i comuni di frontiera hanno espresso la loro perplessità, poiché si vedono minacciati dall'assenza all'interno del nuovo accordo della clausola del ristorno, cioè di quella quota di gettito pari al 38,8 per cento prelevato ai frontalieri e che annualmente la Svizzera stornava loro, e che dal 1974 ha garantito ai medesimi un continuo flusso di risorse, pari a circa 60 milioni di euro all'anno, da destinare ai servizi essenziali per la collettività,

impegna il Governo:

   ad assumere iniziative volte ad escludere che il nuovo regime fiscale derivante dal perfezionamento dei negoziati con la Confederazione elvetica incida in maniera sensibile sull'attuale livello di tassazione dei lavoratori frontalieri;
   ad assumere iniziative volte a rassicurare i comuni di frontiera prevedendo espressamente che nell'ambito dei futuri negoziati con la Confederazione elvetica non venga alterato il meccanismo dei ristorni finanziari che ha operato, fino ad oggi, in loro favore.
(1-01145) «
Paglia, Franco Bordo, Scotto, Fassina».

   La Camera,
   premesso che:
    la Costituzione italiana dedica alla famiglia una serie di importanti disposizioni comprese negli articoli 29-31 e 37, che evidenziano chiaramente la rilevanza di questa struttura sociale, vera istituzione cardine del nostro assetto istituzionale sottolineandone la specifica rilevanza valoriale;
    la famiglia è una realtà originaria e antecedente lo stesso Stato, il quale, come recita l'articolo 31 della Costituzione «agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi con particolare riguardo alle famiglie numerose»;
    possono definirsi autentiche politiche familiari conformi ai ricordati articoli della Costituzione dedicati alla famiglia, solo quelle politiche pensate e organizzate sul territorio a partire dall'esperienza delle famiglie, tenendo conto dei loro tempi, ritmi di vita e bisogni specifici, nell'ambito di un progetto organico di interventi specifici a sostegno dell'istituto familiare;
    solo in questo modo, infatti, dette politiche risulterebbero conformi a quella peculiare attenzione, al tempo stesso rispettosa della sua autonomia e garante della sua tutela, riservata dalla Costituzione a questo fondamentale nucleo sociale;
    la situazione attuale del nostro Paese è tuttavia caratterizzata da una troppo timida attenzione alle famiglie e alle criticità che esse oggi si trovano ad attraversare;
    risulta dal rapporto ISTAT che l'Italia occupa la penultima posizione tra i Paesi europei per le risorse dedicate alle famiglie, per le quali lo stanziamento, che si mantiene sostanzialmente stabile dal 2008, ammonta al 4,8 per cento della spesa, sotto forma di benefici finalizzati al sostegno del reddito a tutela della maternità e della paternità, di assegni familiari e di altri trasferimenti erogati a supporto di alcune tipologie familiari, asili nido, strutture residenziali per le famiglie con minori e assistenza domiciliare per famiglie numerose;
    si osserva, inoltre, che: il rapporto tra prestazioni fornite dall'INPS per quel che riguarda gli assegni familiari e l'ammontare del prodotto interno lordo italiano, dopo essere cresciuto dal 15,03 per cento del 1975 al 3 per cento del 1994, è precipitato nel 2012 allo 0,3 per cento;
    l'Italia è il Paese dell'Unione europea con gli assegni familiari più bassi, mentre la somma dei contributi incassati dalla Cassa unica assegni familiari è superiore del 40 per cento in media rispetto a quella effettivamente erogata;
    la situazione della famiglia è oggi aggravata dalla compressione del welfare e dalla mancanza di lavoro, mentre le criticità da affrontare sono molteplici e relative al reddito della famiglia, al costo dei figli, ai limiti di un sistema fiscale non adeguatamente commisurato alle esigenze delle famiglie con figli, alla difficoltà di conciliazione tra vita lavorativa e vita affettiva e familiare, al costo e alla reperibilità delle abitazioni, ai carichi delle responsabilità che gravano sulla famiglia – in particolare sulla donna – che deve occuparsi «autonomamente» e senza ausili della cura e dell'assistenza dei propri componenti più deboli;
    inoltre, il sistema fiscale italiano tiene conto solo dell'equità verticale, ma non di quella orizzontale, come dimostra il fatto che, in qualunque provvedimento in materia fiscale o sanitaria, si valuta quasi sempre il reddito familiare tout court, senza tenere in debito conto il numero dei componenti del nucleo stesso;
    nel nostro Paese le reti di aiuto informale hanno svolto e svolgono un ruolo molto importante nel sostenere le persone nei momenti della vita caratterizzati da maggiore vulnerabilità: i giovani che non hanno un lavoro, le madri lavoratrici con figli piccoli, gli anziani non autosufficienti, le persone disabili;

    però, per un malinteso senso della sussidiarietà le famiglie si sono trovate – in modo particolare negli ultimi anni segnati da una profonda crisi economica – a rappresentare un vero e proprio ammortizzatore sociale;
    la forte prevalenza dei cosiddetti aiuti informali quale quello della famiglia sopra ricordato, sarà messa sempre più a dura prova a causa delle trasformazioni demografiche e sociali caratterizzate dall'accelerazione del processo di invecchiamento della popolazione, dalla modificazione delle reti relazionali e dai mutamenti della struttura delle famiglie;
    i dati relativi al tasso di occupazione femminile, alle nascite, alle dimissioni delle madri nel primo anno di vita del figlio, alla copertura di servizi per l'infanzia e alle spese investite dallo Stato per il sistema sociale suggeriscono che non bastano soluzioni volontaristiche;
    diritti fondamentali quali quello al lavoro e alla famiglia, alla maternità e alla paternità non possono essere affidati alla sensibilità o alla volontà di amministrazioni locali, aziende, associazioni;
    già nel breve periodo, infatti, le dinamiche demografiche condizionano un sistema economico: non c’è bisogno di aspettare decenni per verificare gli effetti dell'assenza di figli sull'economia nazionale;
    gli studi di Amlan Roy, responsabile delle ricerche demografiche per il Crédit Suisse, dimostrano che l'invecchiamento demografico rallenta il prodotto interno lordo, gonfia il debito pubblico, fa calare gli investimenti e indebolisce l'efficacia delle politiche monetarie delle banche centrali;
    questo quadro si sta già evidenziando ora nel nostro Paese rivelando così che la questione va affrontata rapidamente per evitare che il Paese muoia di vecchiaia e di povertà;
    si tratta di uno scenario drammatico prospettato dagli studi demografici e che mette in luce un malessere profondo, una crisi dove la rinuncia endemica alla maternità di moltissime coppie giovani, che ripiegano, spesso tardivamente, sul figlio unico, si somma a una nuova dinamica dei flussi migratori;
    da una parte ci sono i mancati arrivi degli immigrati, che arricchivano il nostro tasso di fecondità. Dall'altro la fuga degli italiani stessi. Si calcola che ogni anno oltre 130 mila abitanti si cancellino dalle anagrafi italiane per fissare la propria residenza altrove;
    dati recenti – rapporto Istat 2015 – evidenziano che in Italia il tasso di fecondità è pari a 1,37 contrariamente a quanto accade nel nord Europa, dove oscilla tra 2 e 1,8 figli per donna. In Italia aumenta la disoccupazione femminile e diminuiscono le nascite, in particolare nel Mezzogiorno nonostante il desiderio del 60 per cento delle italiane di avere almeno due figli senza rinunciare a lavorare;
    gli anni di crisi economica che il Paese ha attraversato – e attraversa – hanno evidenziato come la famiglia rappresenti ancora il pilastro su cui si fondano le comunità locali, il sistema educativo, le strutture di produzione di reddito, il contenimento delle forme di disagio sociale. Eppure ancora se ne sottovaluta l'importanza e non se ne considera sufficientemente il valore;
    è necessario, allora, mettere in campo nuovi strumenti a sostegno delle responsabilità della famiglia e soprattutto misure che ne definiscano in modo coerente il carattere di soggetto attivo, titolare di diritti e di doveri, garantendo il diritto di ogni persona a formare una famiglia o a essere inserita in una comunità familiare. Deve, inoltre, essere sostenuto il diritto delle famiglie al libero svolgimento delle loro funzioni sociali, riconoscendone la fondamentale rilevanza sociale e personale della maternità e della paternità. È anche necessario sostenere in modo più adeguato la corresponsabilità dei genitori
negli impegni di cura e di educazione dei figli, promuovendo e valorizzando la famiglia come struttura sociale primaria di fondamentale interesse pubblico;
    è necessario, inoltre, individuare misure che possano favorire la crescita della natalità nel nostro Paese. Molti studi mettono in luce, infatti, che uno dei principali fattori deterrenti per la costituzione di una nuova famiglia e per la genitorialità è la mancanza di risorse economiche;
    sempre secondo l'Istat, infatti, la nascita di un primo figlio fa aumentare di poco, rispetto alle coppie senza figli, il rischio di finire in povertà, mentre la nascita del secondo figlio fa quasi raddoppiare il citato rischio, che si triplica alla eventuale nascita di un terzo figlio. Inoltre, gli stessi dati rilevano che avere figli raddoppia il rischio di contrarre debiti per mutuo, affitti, bollette o altro rispetto alle coppie senza figli;
    occorre allora riconsiderare il sistema di welfare perché sia maggiormente orientato al sostegno della famiglia, perché investire nelle politiche familiari significa investire sulla qualità della struttura sociale e, di conseguenza, sul futuro stesso della nostra società;
    non sono sufficienti interventi puntuali neanche quando hanno natura di sostegno economico, anche se sono sicuramente segnali positivi l'istituzione della Carta famiglia, l'attribuzione del « bonus bebè», le previsioni per favorire la conciliazione lavoro-famiglia. Ma non è sufficiente. Si potrebbe e dovrebbe dare vita ad un sistema organico che valorizzi il ruolo di soggetto attivo della famiglia mettendola nelle condizioni di poter scegliere di essere generativa e di armonizzare i diversi compiti e funzioni che è chiamata a svolgere,

impegna il Governo:

   ad assumere iniziative volte a rispondere alla crisi demografica in atto, anche attraverso l'individuazione di misure concrete di sostegno alla genitorialità e alla formazione di nuove famiglie;
   a riconoscere come priorità la valorizzazione dell'istituto familiare anche promuovendo una revisione del sistema fiscale che tenga maggiormente conto della famiglia come soggetto e che riordini le obbligazioni tributarie a carico dei membri della famiglia;
   ad assumere iniziative per prevedere l'introduzione di forme di detassazione dei costi destinati obbligatoriamente per legge all'acquisto di beni e servizi a favore dei membri della famiglia, applicando anche dei coefficienti familiari per la determinazione del carico fiscale complessivo;
   a promuovere una politica alloggiativa che sostenga le giovani famiglie favorendone l'accesso alla casa in affitto o in proprietà;
   a valutare l'opportunità di intraprendere iniziative di tipo normativo in materia previdenziale, volte a superare la discriminazione tra le donne che hanno messo al mondo e allevato figli e donne che non lo hanno fatto, anche attraverso la previsione dell'attribuzione di contributi figurativi per ogni figlio anche adottato, in linea con quanto disposto al riguardo in diversi ordinamenti europei;
   a istituire un tavolo di consultazione con la società civile e, in particolare, con le associazioni familiari per l'individuazione di misure idonee a sostenere la famiglia;
   a dare vita a nuove e strutturate politiche per la famiglia, considerando anche l'impatto sulle stesse famiglie delle leggi in via di approvazione;
   ad assumere le iniziative di competenza per prevedere che il 15 maggio 2016 sia celebrata anche in Italia la Giornata internazionale della famiglia stabilita dalle Nazioni Unite già del 1995.
(1-01146) «
Sberna, Gigli, Dellai, Capelli, Fauttilli».

   La Camera,
   premesso che:
    il 20 novembre 1989 è stata approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite la Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza «Convention on the Rights of the Child – CRC», principale strumento normativo internazionale a tutela dei diritti dei minori;
    durante la Conferenza dal titolo «Liberiamo i bambini dalla guerra» organizzata a Parigi nel 2007 dall'UNICEF e dal Governo della Repubblica francese, sono state fornite cifre secondo le quali dai 250.000 ai 300.000 bambini sarebbero stati impiegati in conflitti bellici;
    in base a quanto riportato nel «rapporto delle Nazioni Unite del 2014», soltanto nel 2013 sono stati certificati più di 4.000 casi di «bambino soldato» vittime di reclutamento, addestramento, utilizzo e prigionia durante i conflitti armati, mentre si ipotizzano migliaia di episodi analoghi a quelli certificati;
    stimare realmente il fenomeno risulta quindi alquanto arduo, dato che per «bambino soldato» si intende ogni minore appartenente ad un gruppo armato a prescindere da genere e ruolo esercitato;
    i «bambini soldato», nello specifico, oltre ad essere impiegati direttamente nei conflitti armati sono anche esposti a violenze sessuali, somministrazione di stupefacenti e malattie letali, nonché ad avere gravidanze precoci;
    dai rapporti delle Nazioni Unite si evince come siano oltre 23 i Paesi segnalati in cui vi è impiego dei bambini nei conflitti armati, fra cui Afghanistan, Repubblica Centroafricana, Repubblica Democratica del Congo, Sudan del Sud, Iraq, Mali, Myanmar, Somalia, Siria, Yemen, Nigeria, Filippine;
    il 6 marzo del 2014 l'ONU ha lanciato la campagna «Children, not soldiers» al fine di porre fine alla pratica dei «bambini soldato» da parte dei governi entro il 2016. Tale obiettivo risulta ancora più arduo data la situazione di perenne conflitto che interessa il Medioriente;
    in merito alla sopracitata «Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza sono stati emanati tre «protocolli opzionali»: il «protocollo opzionale alla convenzione dei diritti del fanciullo concernente il coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati» (Opional Protocol on the involvement of children in Armed Conflict – OPAC); il protocollo opzionale sulla vendita di bambini, la prostituzione minorile e la pornografia rappresentante minori (Optional Protocol on the Sale of Children, child prostitution and child pornography – OPSC)»; il terzo protocollo opzionale sulla «procedura di presentazione di comunicazioni»;
    nello specifico, i primi due protocolli (OPAC e OPSC) sono stati approvati dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 25 maggio 2000 ed entrati in vigore il 18 gennaio 2002 il secondo, il 12 febbraio il primo. Il terzo protocollo invece è stato approvato dall'Assemblea generale il 19 dicembre 2011 ed è entrato in vigore il 14 gennaio 2014. Lo stesso, per la prima volta prevede dei rimedi contro le violazioni dei diritti fondamentali dei minori riconosciuti dal «CRC» e consentirà la difesa dei diritti dei minorenni, attraverso lo strumento delle segnalazioni o delle denunce al Comitato dell'ONU su diritti dell'infanzia e dell'adolescenza;
    l'Italia ha ratificato i primi due protocolli con la legge n. 46 del 2002. Il terzo protocollo invece è stato firmato il 28 febbraio 2012 e ratificato con legge n. 199 del 16 novembre 2015; come si evince anche dall'ottavo Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza in Italia 2014-2015 del gruppo «CRC», il Comitato riscontra da parte dell'Italia – in riferimento all'ultimo rapporto prodotto, risalente al 2011 – la mancata applicazione delle raccomandazioni precedentemente fatte con particolare riferimento a quanto previsto dal
«Protocollo opzionale alla convenzione dei diritti del fanciullo concernente il coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati» (Opional Protocol on the involvement of children in Armed Conflict – OPAC);
    fra le mancate applicazioni risultano degne di menzione quelle riguardanti:
     a) la mancata definizione del concetto di «partecipazione diretta» da parte delle leggi nazionali in linea con quanto previsto dagli articoli 1 e 4 del «protocollo opzionale concernente il coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati»;
     b) la mancata applicazione dell'introduzione del divieto della vendita di armi leggere e di piccolo calibro ai Paesi in cui i minori siano parte coinvolta dei conflitti armati;
     c) la mancanza, nel rapporto elaborato dall'Italia, delle informazioni inerenti la riabilitazione e la reintegrazione sociale dei minori vittime dei crimini oggetto del Protocollo opzionale;
     d) l'assenza, nei programmi delle quattro scuole militari operanti in Italia, di materie specifiche, curriculari e non opzionali, che abbiano come oggetto i Diritti Umani con riferimento alla Convenzione ed al Protocollo Opzionale «OPAC»;
    oltre ad Amnesty International, diverse associazioni si sono occupate negli anni del fenomeno dei «bambini soldato» producendo diversi dossier studio e di valutazione sulle predette applicazioni del protocollo opzionale, fra cui in particolare l’«Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo»;
    l'Italia fornisce aiuti militari – oltre che addestramento alle forze di polizia – ai Paesi in cui si riscontrano arruolamento ed utilizzo dei minori nei conflitti armati. Fra questi casi si ricordano le diverse missioni che si sono succedute negli ultimi anni in Afghanistan (fra cui l'ultima, «Resolute Support» tutt'ora in corso) e la missione «EUTM Somalia»;
    quest'ultima missione ha come scopo la costituzione ed il rafforzamento delle forze armate somale mediante la formazione del personale ed è attualmente a guida italiana. Secondo quanto si apprende dal rapporto militare del Segretario generale dell'ONU «Le sortes des enfant en temps de conflit armé» del 2015, risultano almeno 197 casi di bambini soldato impiegati dalle forze armate di Mogadiscio, oltre a 70 casi di violenze sessuali su ragazze operate dalle stesse forze armate o da milizie ad esse affiliate. Analogamente, secondo quanto espresso dal «apporto 2014/2015 di Amnesty International, il Governo di Mogadiscio sarebbe responsabile di gravi violazioni dei diritti umani. Nonostante ciò, nel novembre del 2015 il Senato ha approvato – trasmettendolo alla Camera dei deputati – il disegno di «Ratifica ed esecuzione dell'accordo tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo federale della Repubblica di Somalia in materia di cooperazione nel settore della difesa», finalizzato anche a favorire lo scambio ed il commercio di armamenti con la Somalia;
    le armi leggere e di piccolo calibro (come ad esempio pistole, fucili oltre che loro parti ed accessori) sono in gran parte considerate «armi civili», di conseguenza regolamentate dalla legge n. 110 del 1975 (e successive modifiche). Risulta in tal modo alquanto difficile un monitoraggio del commercio delle stesse verso Paesi in cui sono impiegati minori nei conflitti armati, considerato che suddette armi – leggere e di piccolo calibro – risultano essere quelle più impiegate (per «facilità» e «comodità» di utilizzo) dai bambini soldato;
    il rifinanziamento delle Missioni internazionali avviene ormai per prassi con decretazione «omnibus» di urgenza, che ricomprende anche i fondi per la cooperazione e lo sviluppo, nonostante l'approvazione della legge n. 125 del 2014 circa appunto la «disciplina generale sulla cooperazione internazionale per lo sviluppo»,

impegna il Governo:

   ad assumere iniziative per vietare ogni forma di aiuto militare e l'esportazione delle anni – comprese quelle leggere e di piccolo calibro – ai Paesi che utilizzano i minori nei conflitti armati;
   ad assumere iniziative per includere il reclutamento e l'utilizzo dei minori in conflitti armati tra i motivi previsti dalla legislazione nazionale per la concessione dello status di rifugiato;
   ad espungere dalle iniziative normative di rifinanziamento delle missioni internazionali il capitolo concernente il rifinanziamento dei progetti di cooperazione e sviluppo, in conformità ai principi di cui alla legge n. 125 del 2014;
   a produrre informative – da sottoporre all'attenzione del Parlamento circa i progetti già avviati di cooperazione e sviluppo, con particolare riferimento a quelli avviati in Stati in cui potrebbero essere impiegati minori nei conflitti armati;
   a promuovere, nell'ambito della cooperazione internazionale, progetti diretti esplicitamente al recupero ed al reinserimento degli ex bambini soldato nella società civile;
   ad assumere iniziative per definire, nella normativa nazionale, il concetto di «partecipazione diretta» così come indicato agli articoli 1 e 4 del «Protocollo opzionale OPAC»;
   ad adottare iniziative per introdurre nei programmi delle scuole militari materie – curriculari e non opzionali – riguardanti il diritto internazionale ed i diritti umani con riferimento anche alla Convenzione ed al protocollo OPAC.
(1-01147) «
Duranti, Scotto, Marcon, Piras, Ricciatti, Franco Bordo, Sannicandro, Melilla, Costantino, D'Attorre, Nicchi, Pannarale, Pellegrino, Zaratti».

Risoluzione in Commissione:

   L'XI Commissione,
   premesso che:
    i fondi paritetici interprofessionali nazionali per la formazione continua sono disciplinati dall'articolo 118 della legge 23 dicembre 2000, n. 388. Si tratta di organismi associativi, gestiti dalle parti sociali, quali sindacati e associazioni di imprese maggiormente rappresentative sul piano nazionale, per finanziare piani formativi aziendali; a tale scopo le risorse utilizzate provengono dalle imprese iscritte al fondo, attraverso l'importo pari allo 0,30 per cento trattenuto dagli stipendi dei loro dipendenti e versato all'INPS mensilmente, che la legge n. 388 del 2000 destina obbligatoriamente alla formazione;
    vi è un grave problema di trasparenza nel sistema che governa i fondi interprofessionali, poiché il denaro pubblico in questione, gestito e utilizzato dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori, di fatto, non è idoneamente rendicontato né sottoposto a controllo. Ciò è una diretta conseguenza della fragilità e opacità del vigente sistema che regola il finanziamento dei piani formativi aziendali, che, in assenza di specifici criteri, lascia ampi margini ad eventuali condotte arbitrarie e illegittime, anche per la mancanza di contratti che regolino il rapporto con gli interlocutori dei fondi (imprese, enti formativi e altri). Inoltre, risultano assenti approfonditi ed efficaci controlli nella gestione delle risorse, nonché verifiche che escludano conflitti di interessi nei rapporti tra fondi e terzi, ad esempio gli enti formativi che con questi collaborano;
    i fondi sono 22 con mediamente 500.000 iscritti; si stima che il business sia di circa 800 milioni di euro l'anno, ma potrebbe essere di un importo di gran lunga superiore, tenuto conto delle risorse trattenute ma non dichiarate, dato che i capitolati tra INPS e fondi non sono pubblici; sebbene al Ministero del lavoro e delle politiche sociali sia riconosciuta un'attività di vigilanza e monitoraggio nella gestione dei fondi, non vengono svolte delle idonee procedure di controllo. Si è, dunque, generato un sistema formativo dequalificato, totalmente autoreferenziale, in cui, le aziende non hanno neppure il diritto di accedere direttamente ai propri dati di cumulato lordo presso l'Inps poiché la procedura informatica, «Fondi Reports», che consentirebbe tale verifica, oggi è attirabile solo per il tramite dei fondi, sebbene possa essere estesa anche alle aziende;
    pertanto, nella gestione dei fondi sussistono una serie di meccanismi devianti che potrebbero essere corretti solo con l'adozione di interventi normativi che prevedano, in particolare, un adeguato sistema di controllo, che non si limiti ad una generica indagine a livello macro e stabilisca la possibilità di accesso ai dati a tutti gli attori coinvolti, aziende comprese;
    si consideri che attualmente la legge in materia prevede che le risorse economiche del fondo non utilizzate nel biennio dalle aziende per il progetti formativi, debbano essere messe a bando dal fondo di riferimento o restituite all'INPS entro un triennio. Tuttavia, in base ad una serie di circolari ministeriali di dubbia interpretazione, di fatto, la restituzione avviene da parte dei fondi in modo secondo i firmatari del presente atto arbitrario, sia rispetto alle tempistiche che al quantum. Alcuni fondi restituiscono il denaro all'INPS addirittura dopo un quinquennio; inoltre, non può essere escluso che vi siano casi in cui il denaro inutilizzato non sia stato restituito e possa essere ancora interamente giacente presso i fondi, data l'assenza, si ribadisce, di idonei controlli;
    si ritiene che le logiche che governano tali fondi potrebbero far venire meno l'interesse ad impiegare il denaro raccolto in attività formative, inducendo a raccogliere iscrizioni dalle aziende con l'esclusivo obiettivo di procurare risorse alle casse dei fondi. Ciò è inammissibile e rende improrogabili dei provvedimenti che stabiliscano procedure di vigilanza efficaci e un idoneo soggetto che funga da arbitro tra gli attori del sistema, soprattutto considerando la natura pubblica delle risorse gestiste dai fondi come hanno confermato il parere n. 2957 del 30 giugno 2004, reso al Ministero del lavoro e delle politiche sociale dalla sezione seconda del Consiglio di Stato, nonché la recente sentenza n. 4304 del 15 settembre 2015, del Consiglio di Stato, nella quale si evidenzia che il fatto che i contributi in questione rappresentino una prestazione patrimoniale imposta ai sensi dell'articolo 23 della Costituzione è «elemento idoneo ad avvalorare la natura pubblicistica dei contributi che affluiscono ai fondi»;
    le criticità che caratterizzano l'apparato dei fondi sono ormai fatto notorio, posto che sono state più volte denunciate dalla stampa, che ha anche definito le somme accumulate dai fondi: «una mole di denaro non rendicontato e non sottoposto ad alcun controllo»; in materia sono stati, inoltre, presentati molteplici atti di sindacato ispettivo, come l'interrogazione a risposta immediata in Assemblea 3-01600 presentata il 7 luglio 2015, che diede luogo ad un riscontro secondo i firmatari del presente atto insoddisfacente da parte del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, Giuliano Poletti, poiché lo stesso non ha manifestato la volontà di adottare iniziative per modificare l'attuale regime dei fondi per la formazione professionale, sebbene ne sia evidente l'assenza di trasparenza. Non è di certo sufficiente disporre il commissariamento dei fondi laddove si riscontrino evidenti vizi di operatività degli stessi, poiché, è la stessa disciplina del sistema che regola tali enti ad essere gravemente carente tanto da determinare delle condotte negligenti ed illegittime;
    nel mese di ottobre 2014 è stato presentato un esposto all'Antitrust dal primo firmatario del presente atto, con richiesta di compiere tutti gli approfondimenti opportuni sulla gestione dei fondi e, alla luce del potere di advocacy dell'Autorità, la stessa è stata, esortata a sollecitare gli organi competenti, per l'adozione dei dovuti provvedimenti allo scopo di colmare le lacune normative che possono essere lesive della concorrenza nell'ambito del mercato dell'intermediazione dei corsi
di formazione dello specifico settore, soprattutto in merito alla contrattualistica a terzi (enti e imprese) Si è evidenziata inoltre la necessità di una normazione dei prelievi forzosi per la cassa integrazione guadagni, effettuati dall'INPS sui fondi, su ordine del Ministero, con rivalse che appaiono arbitrarie sui conti privatistici delle imprese e conseguenti ricadute sul fatturato degli enti formativi collegati;
    ed ancora, l'ANAC ha avviato un'indagine sulla gestione dei fondi interprofessionali per la formazione ed ha proceduto a richiedere chiarimenti, ai sensi dell'articolo 6, comma 9 e 11, del decreto legislativo n. 163 del 2006, al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, all'INPS ed ai fondi interprofessionali. Ebbene, il 15 gennaio 2016, il presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, ha inviato al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, Giuliano Poletti, una comunicazione per informarlo delle conclusioni a cui è giunto il consiglio dell'Autorità in merito alla disciplina normativa che devono applicare fondi interprofessionali in materia di appalti. L'ANAC ha chiarito che trattandosi di organismi di diritto pubblico, sussiste l'obbligo per i fondi di applicare la normativa comunitaria e nazionale in materia di appalti pubblici, con gli obblighi di gara e vigilanza della stessa Autorità anticorruzione. Pertanto, i fondi, in base alla loro qualificazione giuridica di organismi di diritto pubblico, sono tenuti ad applicare le procedure di aggiudicazione previste dal codice dei contratti pubblici e devono essere sottoposti alla vigilanza dell'ANAC, sia quando selezionano soggetti prestatori di beni e servizi, necessari per la loro organizzazione e per il loro funzionamento, sia quando procedono all'affidamento di contratti di formazione professionale che si possa configurare giuridicamente, come affidamento di appalto pubblico di servizi, ai sensi dell'articolo 3, commi 6 e 10, del codice dei contratti pubblici;
    pertanto, anche alla luce del recente intervento dell'ANAC, è necessario ed urgente intervenire per modificare ed integrare la normativa che vige nella gestione dei fondi in questione, per garantire un sistema trasparente e sottoposto ad un'effettiva vigilanza, dove sia esclusa qualunque ipotesi di negligente o illegittima gestione di risorse pubbliche destinate alla formazione. Ciò anche a sostegno di specifici attori del settore che stanno ricevendo gravi danni, come enti formativi ed imprese, e che ormai da tempo denunciano la mancanza di tutela delle loro posizioni, soprattutto contrattuali, oltre ai soprusi a cui sono spesso sottoposti che ne pregiudicano l'operatività, in assenza di ragionevoli regole e di un soggetto che svolga concretamente il ruolo di arbitro nel sistema, per escludere abusi,

impegna il Governo

ad adottare immediate iniziative normative al fine di stabilire: criteri specifici e trasparenti per la gestione delle risorse finanziarie dei fondi e rigorosi controlli sul corretto utilizzo di tali risorse pubbliche destinate alla formazione professionale; l'effettiva sottoposizione dei fondi alla normativa comunitaria e nazionale in materia di appalti pubblici, con i conseguenti obblighi di gara e vigilanza della stessa Autorità anticorruzione; la stipula di contratti che regolino, il rapporto con gli interlocutori dei fondi (imprese, enti formativi e altri); l'estensione dell'attivazione della procedura «fondi reports» direttamente alle aziende, affinché queste possano, senza il tramite dei fondi, accedere direttamente ai dati relativi all'importo cumulato lordo presso l'Inps; l'obbligatorietà della firma del legale rappresentante per le iscrizioni ai fondi; una normativa che preveda dei ragionevoli criteri per disporre i prelievi forzosi per la cassa integrazione guadagni.
(7-00912) «
Rizzetto, Prodani, Barbanti, Baldassarre».

ATTI DI CONTROLLO

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):

   I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, per sapere – premesso che:
   il fondamento costituzionale dell'autonomia tributaria e finanziaria per le regioni a statuto speciale viene ricondotto all'articolo 119 della Costituzione e trova specificazione in apposite norme degli Statuti speciali, che hanno rango costituzionale;
   per quanto differenziati tra loro per le modalità e il livello delle compartecipazioni ai tributi erariali, l'autonomia e il sistema finanziario delle regioni a statuto speciale corrispondono, in ciascuno degli statuti, a caratteristiche unitarie che ricalcano in gran parte l'autonomia e il sistema finanziario delle regioni a statuto ordinario;
   ciascuna regione e provincia autonoma può istituire tributi propri entro limiti di autonomia impositiva definiti dal rispettivo statuto, tra i quali vengono considerate anche le quote di compartecipazione ai tributi erariali previste dagli statuti speciali, quali il gettito dell'IRAP e dell'addizionale regionale all'IRPEF, tuttavia, le compartecipazioni sono considerate tributi regionali solo ai fini della destinazione del gettito;
   ciascuno statuto elenca le imposte erariali delle quali una quota percentuale è attribuita alla regione, le aliquote eventualmente differenziate per ciascun tipo di imposta, la base di computo, le modalità di attribuzione;
   in ambito regionale, l'IRAP, istituita a decorrere dal 1998, è l'imposta che finanzia la spesa sanitaria e, data la possibilità di differenziare le aliquote per settori di attività e per categorie di soggetti, quella che le regioni hanno maggiormente utilizzato – e stanno utilizzando – come strumento di politica fiscale – pur nei limiti della legislazione statale;
   il consiglio regionale della Sardegna ha approvato la legge regionale 23 dicembre 2015, n. 34, recante «Disposizioni urgenti in materia fiscale», con la quale è disposto l'aumento dell'addizionale regionale sull'lrpef e l'Imposta regionale sulle attività produttive al fine di ripianare il disavanzo di gestione del settore sanitario;
   la predetta legge ha sensibilmente aumentato l'addizionale regionale dell'imposta sul reddito delle persone fisiche per scaglioni di reddito, secondo il seguente schema: a) 0,95 per cento per i redditi fino a euro 15.000; b) 1,20 per cento per i redditi oltre euro 15.000 e fino a euro 28.000; c) 2,70 per cento per i redditi oltre euro 28.000 e fino a euro 55.000; d) 3,20 per cento per i redditi oltre euro 55.000 e fino a euro 75.000; e) 3,33 per cento per i redditi oltre euro 75.000;
   con la legge 28 dicembre 2015, n. 208, legge di stabilità 2016, il Parlamento ha stabilito che per l'anno 2016 è sospesa l'efficacia delle leggi regionali e delle deliberazioni degli enti locali nella parte in cui prevedono aumenti dei tributi e delle addizionali attribuiti alle regioni e agli enti locali con legge dello Stato rispetto ai livelli di aliquote o tariffe applicabili per l'anno 2015;
   l'articolo 10 dello statuto della Sardegna stabilisce che «La Regione, al fine di favorire lo sviluppo economico dell'isola, può disporre, nei limiti della propria competenza tributaria, esenzioni e agevolazioni fiscali per nuove imprese»;
   nelle more della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, tra gli atti di promovimento delle questioni di legittimità la Commissione tributaria del Molise ha sollevato l'incostituzionalità della normativa statale in materia fiscale, ritenendo fondato
il concetto che non è ragionevole e rispettoso dell'articolo 53 della Costituzione ancorare l'aumento delle addizionali alla gestione del debito del servizio sanitario, in tal modo costringendo i cittadini a pagare un maggior tributo per la colpa o il dolo dei soggetti che la amministrano, cittadini già penalizzati dalle deficienze del servizio e il maggior costo per esso;
   l'aumento del disavanzo del sistema sanitario sardo, ad avviso degli interpellanti, è dovuto maggiormente al mancato controllo della spesa effettuata a oggi su autorizzazione dei manager o Commissari delle strutture sanitarie presenti nell'isola, confermati, a fine anno, dall'attuale esecutivo regionale;
   non è equo far ricadere sui cittadini, peraltro chiamati a subire un livello di tassazioni tra i più alti d'Europa, un nuovo aumento delle imposte locali, provocando un impoverimento generale che aumenta la depressione economica di un'isola già martoriata dalla crisi;
   in base alla giurisprudenza della Corte costituzionale nell'imposizione di tributi le regioni devono comunque rispettare il «limite dell'armonia con i principi del sistema tributario statale» –:
   se il Governo non ritenga di valutare se sussistano i presupposti per impugnare la legge regionale di cui in premessa.
(2-01267) «
Rampelli, Cirielli, Maietta, Taglialatela, Giorgia Meloni, La Russa, Nastri, Totaro».

Interrogazioni a risposta scritta:

   GUIDESI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   sul sito di informazione PiacenzaSera.it del 22 gennaio, il sindaco di Caorso, nel rinnovare l'indisponibilità di tutta la regione Emilia Romagna di accogliere il deposito nazionale, lamenta la mancanza di risposte e garanzie scritte da parte della Sogin s.p.a. sul potenziamento della scuola di radioprotezione di Caorso;
   infatti, da quanto riferisce il sindaco, in più di un incontro si è parlato dell'attuazione di un progetto di potenziamento della scuola di radioprotezione, che suscita interesse anche a livello internazionale da parte della comunità scientifica, poiché sarebbe inserito in un impianto nucleare che già ha attuato alcuni passi verso la dismissione;
   sarebbe un gravissimo errore perdere questa occasione e questa opportunità di sviluppo per Caorso;
   secondo quanto riportato dal sito di informazione, la mancanza di fatti concreti sul potenziamento della scuola di radioprotezione di Caorso, nonostante i tanti proclami della Sogin s.p.a. dimostrerebbe un comportamento incoerente da parte della società e mancanza di buonsenso –:
   se le voci che hanno allarmato il sindaco di Caorso corrispondano a verità e quali siano le intenzioni del Governo, per quanto di propria competenza, sulla possibilità del potenziamento della scuola di radioprotezione di Caorso. (4-12007)

   SCOTTO, ZARATTI, MELILLA, FASSINA, MARCON, QUARANTA, COSTANTINO, D'ATTORRE, FRANCO BORDO, AIRAUDO, FAVA, PLACIDO, GREGORI, RICCIATTI, FERRARA, DURANTI, CARLO GALLI, PIRAS, FOLINO, FRATOIANNI, ZACCAGNINI, DANIELE FARINA, GIANCARLO GIORDANO, KRONBICHLER, NICCHI, PAGLIA, PALAZZOTTO, PANNARALE, PELLEGRINO e SANNICANDRO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   in numerosi articoli di stampa nazionale degli ultimi giorni si parla dell'ormai famoso Airbus A340 che premetterà al Presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi, di fare lunghi voli senza necessità di scalo;
   a seguito dell'atterraggio dell'aeromobile in Italia, avvenuto solo qualche giorno fa, per quanto risulta gli interroganti, la Presidenza del Consiglio dei ministri avrebbe lasciato intendere di aver acquisito il velivolo in leasing dalla compagnia aerea Etihad, proprietaria dell'apparecchio e azionista al 49 per cento di Alitalia;
   ad oggi non è dato sapere quanto pesi sul bilancio pubblico dello Stato il costo del contratto di leasing del citato Airbus. Secondo i calcoli degli esperti riportati dalla stampa nazionale si stima un costo annuale tra i 2,7 milioni e i 3,8 milioni, al netto del costo del carburante, visto che un'ora di volo costerebbe circa 20.000 euro;
   sul punto è pure intervenuta di recente l'Aeronautica militare affermando che per quanto riguarda l'Airbus A340, la compagnia aerea Etihad ha concesso il leasing ad Alitalia che si occupa anche della manutenzione, mentre l'operatore esercente, tramite il Ministero della difesa, è l'Aeronautica militare;
   alla luce di quanto precede, inizialmente, sembrava potersi dedurre che fosse stata Alitalia ad aver preso in leasing l'Airbus A340 da Etihad, peraltro azionista di controllo della stessa ex compagnia di bandiera. E sempre su Alitalia sarebbero gravate le spese di manutenzione del velivolo;
   ma sempre in questi giorni, all'improvviso, quando ormai nessuno sperava di poter avere un quadro più chiaro, ecco arrivare una comunicazione dell'ufficio stampa di Palazzo Chigi nel quale si legge che «il rapporto di leasing relativo all'Airbus è tra il governo e l'Alitalia». Il che significherebbe che è l'Esecutivo a pagare i canoni di leasing, non a Etihad (come veicolato in un primo momento), bensì ad Alitalia. Ma se così fosse, non si comprende quale sia stato il passaggio che ha portato l'Airbus da Etihad ad Alitalia e quanto gravi sul bilancio dello Stato il leasing che a questo punto impegnerebbe il Governo con Alitalia;
   ma arriva a questo punto un altro strano colpo di scena, con la tardiva presa di posizione della compagnia aerea presieduta da Luca Cordero di Montezemolo che comunica alla stampa nazionale: «Alitalia tiene a precisare che l'aeromobile, nella disponibilità di Alitalia in base ad un accordo con il proprio partner industriale, sarà destinato al servizio dei voli di Stato in conseguenza di un contratto di leasing – stipulato alle usuali condizioni di mercato – tra Alitalia e il ministero della Difesa. Alitalia si è impegnata a garantire la manutenzione ordinaria nell'ambito del contratto di leasing. L'intera operazione non comporta alcun costo per Alitalia»;
   alla fine della «fiera», dunque, la situazione a cui ci si trova di fronte potrebbe essere quella relativa a due contratti. Un primo accordo commerciale (forse un leasing, ma Alitalia non lo chiarisce) con cui Etihad ha messo il suo Airbus A340 a disposizione della partecipata Alitalia;
   poi un secondo contratto, sicuramente di leasing, con cui il Ministero della difesa prende in consegna l'aeromobile da Alitalia corrispondendo a quest'ultima un canone periodico. Insomma un ginepraio di passaggi di cui non si comprende il motivo;
   si rileva infine che, per quanto risulta agli interroganti, l'Aeronautica militare disponga già adesso di una flotta di Stato composta da 13 velivoli: 3 Airbus A319, 3 Falcon 900EX, 3 Falcon 900 Easy, 2 elicotteri AW 139 e 2 Falcon 50 che costano complessivamente 20 milioni di euro l'anno e non si capiscono le ragioni per le quali si sia dovuto procedere a questo ulteriore acquisto in leasing di un quattordicesimo aereo –:
   se il Governo non ritenga doveroso chiarire quali siano gli effettivi costi diretti ed indiretti di tutta la complessa operazione contrattuale di leasing descritta
in premessa finalizzata all'acquisto dell'Airbus A340, specificando quali fondi della Presidenza del Consiglio siano utilizzati per sostenere tale acquisto, se all'uopo siano stati recentemente definanziati o rimodulati altri capitoli di spesa di altri Ministeri e, infine, se siano state valutate delle alternative più economiche, comprese le possibili sinergie con gli aerei già in dotazione presso l'Aeronautica militare. (4-12019)

AFFARI ESTERI E COOPERAZIONE INTERNAZIONALE

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):

   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, per sapere – premesso che:
   in data 13 gennaio 2016 il peschereccio italiano «Mina» veniva sequestrato dalle autorità giudiziarie francesi mentre era impegnato nella pesca al gambero rosso al confine tra Francia e Italia, con la motivazione di aver sconfinato nelle acque territoriali d'Oltralpe; le autorità francesi giustificavano il sequestro sulla base dei nuovi confini stabiliti con l'accordo bilaterale tra Italia e Francia il 21 marzo 2015;
   Italia e Francia non avevano mai stabilito confini ufficiali in mare; unico elemento in materia è una nota scritta del 1892 che regolava la pesca. Dalla fine del ventesimo secolo, con l'aumentare degli interessi economici in mare, per turismo, pesca e ambiente, l'Italia fu la prima, nel 2011, a creare una zona economica esclusiva (di seguito ZEE) i cui confini sono stati stabiliti temporaneamente, in attesa di un accordo definitivo con la Francia;
   nel 2012, anche la Francia stabilì una ZEE; a questo punto, si ritenne di dover stabilire un accordo per i confini dei due Stati in mare, usando i criteri della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos) del 1982. La Unclos, recependo gli indirizzi derivanti dalla giurisprudenza della Corte e dalla prassi pattizia degli Stati, prevede il principio per cui la delimitazione della piattaforma continentale e della ZEE deve farsi per mezzo di accordo in modo da raggiungere una soluzione equa, senza doversi attenere ad alcun metodo prefissato, ma avendo di mira unicamente il risultato della trattativa;
   durante le negoziazioni, durate sei anni e portate avanti in segreto dai precedenti Governi Prodi, Berlusconi e Monti, l'Italia sembrerebbe aver acconsentito ad uno scambio: la cessione di un'area del Mar Ligure, inclusa la «fossa del cimitero», nota zona di pesca di gamberi rossi, in Cambio dell'area del Mar Tirreno, inclusa tra le isole Capraia, Elba e Corsiva. Contemporaneamente, la marineria di Sanremo perde le zone di pesca sulle rotte del pesce spada;
   tale accordo è stato firmato il 21 marzo 2015, senza alcuna comunicazione né da fonti ufficiali dei Ministeri italiani, né da fonti di stampa. La firma veniva apposta, presso l'Abbaye aux Dames Caen, da Laurent Fabius, Ministro degli affari esteri e sviluppo internazionale francese e il suo omologo italiano, Paolo Gentiloni, accompagnato dalla Ministra della difesa Roberta Pinotti. Durante questa visita sono stati affrontati anche argomenti di attualità internazionale, come i conflitti, le relazioni con la Tunisia, l'Iran, l'Ucraina; sembrerebbe che l'accordo, sebbene considerato già valido dal Governo francese, secondo la controparte italiana debba essere ratificato dal Parlamento italiano e che quindi non sia ancora effettivo e possa essere modificato –:
   se non si intenda fornire ogni utile elemento circa il contenuto di tale accordo e chiarire se sia effettivamente applicabile oppure no;

   se non si intendano rendere pubbliche le valutazione in base alle quali è stato concluso tale accordo, incluse le valutazione inerenti ai dati delle marinerie italiane che ne verrebbero a guadagnare o a perdere;
   se non si intendano assumere iniziative per rivedere con la controparte francese il contenuto di tale accordo, poiché non ancora ratificato dal Parlamento italiano, e quindi ancora modificabile a maggior vantaggio delle marinerie italiane.
(2-01268) «
Benedetti, Basilio, Massimiliano Bernini, Grande, Simone Valente, Del Grosso, Grillo, L'Abbate, Liuzzi, Lombardi, Lorefice, Lupo, Mannino, Mantero, Micillo, Nesci, Nuti, Parentela, Pesco, Petraroli, Pisano, Rizzo, Paolo Nicolò Romano, Ruocco, Sarti, Scagliusi, Sorial, Spadoni, Spessotto, Terzoni, Tofalo, Toninelli, Tripiedi, Vignaroli, Villarosa, Zolezzi».

AMBIENTE E TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE

Interrogazioni a risposta immediata:

   LATRONICO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   il Governo italiano non ha ancora comunicato alla Commissione europea né il programma nazionale in materia di gestione del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi ai sensi della direttiva 2011/70/Euratom, né la relazione nazionale sull'applicazione di tale direttiva che si era impegnato a definire entro dicembre del 2014;
   la Commissione europea è pronta ad inviare all'Italia una nuova lettera di messa in mora, atto che apre formalmente la procedura di infrazione per non essersi ancora dotata di un programma nazionale di gestione in sicurezza delle scorie dalla loro generazione fino allo smaltimento finale;
   da parecchi mesi trapelano dagli organi di stampa una serie di indiscrezioni sull'individuazione di possibili siti su cui costruire il futuro deposito nazionale, inseriti nella Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi), che dovrà essere approvata dai Ministeri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e dello sviluppo economico e la cui pubblicazione, prevista per il settembre 2015, è slittata a data da destinarsi;
   sulla definizione prevista per legge del deposito unico nazionale si registra un preoccupante silenzio del Governo e delle strutture collegate a partire dalla Sogin che dopo una costosissima campagna pubblicitaria continua a negare l'elenco dei siti. Sono circa 30 mila i metri cubi di scorie stoccati temporaneamente da nord a sud della Penisola, in attesa di un programma di smaltimento definitivo e in attesa della realizzazione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi;
   l'Italia è l'unico paese dell'Unione europea, con Portogallo e Grecia, che ancora non si è dotato di un deposito nazionale per le scorie nucleari e radioattive che ogni giorno vengono prodotte da ospedali e fabbriche. Secondo quanto riportato da organi di informazione, i territori potenzialmente idonei a ospitare il deposito nazionale delle scorie nucleari si trovano nel Sud della Puglia, in alcune aree della Basilicata ionica e del Molise, in qualche zona costiera della Campania, del Lazio e della Toscana, mentre sono escluse per ragioni economiche Sardegna e Sicilia e altre tre regioni come Marche, Umbria ed Emilia Romagna a causa del rischio sismico;
   sono trascorsi 12 anni da quando nel novembre 2003 uno «Studio per la localizzazione di un sito per il deposito nazionale centralizzato per i rifiuti radioattivi» realizzato dalla Sogin, individuò come territorio idoneo ad ospitare tale deposito il sito di Scanzano Ionico in Basilicata. Per il sito di Scanzano Ionico ci furono tali proteste che il progetto venne prima abbandonato e poi rinviato a data da destinarsi e la critica maggiore che fu rivolta allora ai decisori pubblici fu quella di aver deciso senza il coinvolgimento della popolazione locale;
   il Governo deve dire con chiarezza e trasparenza quello che intende fare e non può continuare a sfuggire e delegare su una vicenda delicata. La Basilicata e i comuni dell'Alta Murgia pugliese sono contrari a qualsiasi ipotesi di deposito unico nucleare e la designazione di Matera a Capitale della cultura europea 2019 deve puntare alla valorizzazione del suo paesaggio, delle produzioni agroalimentari e del territorio;
   nonostante la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) e i relativi studi sulle aree potenzialmente idonee effettuati dalla Sogin siano ancora coperti da segreto di Stato e la popolazione lucana sia allarmata sulla base solo di indiscrezioni trapelate tramite organi di stampa, molti comuni dei territori interessati si sono dichiarati comuni denuclearizzati –:
   se il Ministro interrogato non ritenga, quanto prima, di rendere pubblica la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) e quali chiarimenti intenda fornire sui tempi di realizzazione del deposito per tranquillizzare le popolazioni lucane e pugliese e gli amministratori locali. (3-01994)

   ZARATTI, FASSINA, ZACCAGNINI, PELLEGRINO, RICCIATTI, FERRARA, SCOTTO, PANNARALE e DURANTI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   il decreto-legge n. 133 del 2014, cosiddetto «Sblocca Italia», ha previsto all'articolo 35, comma 1, l'emanazione di un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri per l'individuazione a livello nazionale della capacità complessiva di trattamento di rifiuti urbani e assimilati, degli impianti di incenerimento in esercizio o autorizzati, e l'individuazione di ulteriori impianti di incenerimento da realizzare per coprire il fabbisogno residuo del territorio nazionale;
   il citato decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, passato dalla conferenza Stato-regioni con parere favorevole delle regioni ad esclusione di Lombardia e Campania, prevede la realizzazione di 8 inceneritori, e tutti situati nelle regioni del Centro-Sud: Marche, Umbria, Lazio, Campania, Abruzzo, Sardegna, Sicilia (2 impianti). A questi si aggiunge la previsione per la Puglia di un potenziamento dell'impianto di incenerimento esistente;
   la decisione del Governo di realizzare nuovi inceneritori, ad avviso degli interroganti, scavalca ancora una volta gli enti territoriali e le comunità interessate, e finisce con l'affossare definitivamente gli sforzi che le regioni stanno facendo, e che dovranno fare, per una programmazione virtuosa della gestione dei rifiuti e per la crescita della raccolta differenziata, del riciclaggio e del recupero dei rifiuti stessi;
   il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri ribadendo la necessità di nuovi impianti di incenerimento, conferma una politica ambientale che, ad avviso degli interroganti, non trova fondamento in alcuna direttiva europea e, anzi, si pone in netto contrasto con la strategia dell'Unione europea di volta a puntare con decisione sull'economia circolare;
   si ricorda che la normativa comunitaria relativa alla questione dei rifiuti e principalmente la direttiva 2008/98/CE prevede alcuni criteri di priorità nella gestione degli stessi, attraverso la fissazione di una gerarchia che parte dalla prevenzione, seguita da: preparazione per il loro utilizzo, riciclaggio, recupero di altro tipo (ad esempio a fini energetici) e, infine, smaltimento;
   riguardo alla regione Lazio e alla decisione di realizzare un impianto di incenerimento, è di questi giorni la notizia diffusa dall'avvocato Saioni, presidente del consorzio Colari di Manlio Cerroni, sulla possibile riaccensione dell'inceneritore di Malagrotta;
   il territorio di Valle Galeria, devastato per troppi anni sotto l'aspetto ambientale e sanitario dalla presenza della discarica di Malagrotta, la più grande d'Europa chiusa dall'ex sindaco Marino nel 2013, ha urgenza di essere bonificato e riqualificato e non può sopportare un altro impatto ambientale pesantissimo che deriverebbe dall'avvio di un impianto di incenerimento;
   dopo la chiusura della discarica, si è ancora in attesa del piano di bonifica e il monitoraggio ambientale. La Commissione Magva, istituita dall'ex provincia di Roma e finanziata con 3,5 milioni di euro, che avrebbe dovuto verificare lo stato di salute delle matrici ambientali di Valle Galeria, è ferma da anni –:
   se non ritenga indispensabile attivarsi, per quanto di competenza, al fine di escludere la realizzazione di un impianto di incenerimento nel territorio laziale di Valle Galeria e Malagrotta, in quanto area a elevato rischio ambientale e sanitario e in attesa di importanti interventi di bonifica e risanamento ambientale. (3-01995)

   BRAGA, BORGHI, REALACCI, BERGONZI, STELLA BIANCHI, BRATTI, CARRESCIA, COMINELLI, COVELLO, DE MENECH, GADDA, GINOBLE, TINO IANNUZZI, MANFREDI, MARIANI, MARRONI, MASSA, MAZZOLI, MORASSUT, GIOVANNA SANNA, VALIANTE, ZARDINI, MARTELLA, CINZIA MARIA FONTANA e BINI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   sempre più spesso si verificano in Italia situazioni anomale connesse all'alternarsi di eventi meteorologici estremi di grande intensità e violenza con periodi di forte siccità. Tali eventi sono senza dubbio legati ai cambiamenti climatici in corso e sollecitano politiche più efficaci e credibili sia sul fronte della mitigazione che sul fronte dell'adattamento agli stessi, conformemente agli impegni presi in sede internazionale e comunitaria dal nostro Paese;
   come emerso anche nelle relazioni scientifiche conclusive alla COP21 di Parigi, non più tardi di due mesi fa, si assiste ad un costante incremento di eventi meteorologici estremi come pioggia, «monostagionalità» e tropicalizzazione con alternate siccità, neve, inondazioni e violente tempeste;
   il riscaldamento globale, inoltre, mette seriamente a rischio la salute pubblica: le ondate di calore come quelle della scorsa estate hanno impatti sulla fascia più anziana della popolazione, che è sempre in aumento. Di fronte a un anno particolarmente caldo, come il 2015 con una temperatura di 1.42 gradi centrigradi in più rispetto alla media, è perciò seriamente critica la situazione che si è verificata in molte parti d'Italia relativamente alla preziosa disponibilità di acqua anche durante i recenti mesi di dicembre e gennaio, sia per uso potabile che per uso agricolo;
   come riportato dai quotidiani nazionali e dalle relazioni mensili delle principali Agenzie regionali per la protezione ambientale, il mese di dicembre 2015 si è chiuso con un calo del 91 per cento delle precipitazioni e spetta a gennaio 2016 il record di siccità. Il primo mese del 2016, infatti, è paragonabile – per pioggia caduta – a un caldo agosto. Evidenti, quindi, gli effetti in città per lo smog, con l'innalzamento dei livelli di polveri sottili, e nelle campagne, dove la natura è interessata da un inverno mai cominciato e che pare piuttosto una primavera inoltrata;
   secondo l'Istituto per la protezione e la ricerca ambientale, a causa della mancanza di precipitazioni, già nella prima metà del 2015 sono state 18 le grandi aree urbane ad aver oltrepassato i limiti di legge (soprattutto nell'area padana), e in altre 27 i giorni di sforamento sono stati tra i 10 e i 35;
   a preoccupare sempre di più sono conseguentemente i livelli di laghi e fiumi, pericolosamente al di sotto della media stagionale. Il Po ha una portata d'acqua che di solito viene registrata in estate, almeno due metri al di sotto rispetto a gennaio 2015. È altresì grave anche nei laghi, che a fine gennaio si trovano prossimi ai minimi storici del periodo con il lago Maggiore che è al 17 per cento della sua capacità e il lago di Como che è addirittura sceso al 12 per cento, mentre quello di Garda al 33 per cento; sotto gli occhi di tutti l'insolito panorama delle montagne prive di neve con gravi danni all'industria del turismo invernale. Sui prati montani l'attività vegetativa dei fiori non si è quasi mai interrotta;
   la ravvicinata ciclicità del fenomeno è significativa e preoccupante: 2003-2007-2012-2015 sono anni in cui la Penisola è stata coinvolta da penuria di precipitazioni con danni che si stimano superiori ai 14 miliardi di euro –:
   quali iniziative il Ministro interrogato, per quanto di competenza e di concerto con gli altri Dicasteri competenti, intenda mettere in campo per affrontare la citata emergenza siccità, con particolare attenzione ai consumi d'acqua potabile e a quelli agricoli, correlandola alla concomitante emergenza smog delle nostre città. (3-01996)

   DE GIROLAMO, OCCHIUTO e RUSSO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   il 15 ottobre 2015 la città di Benevento e tutto il territorio del Sannio sono stati colpiti da una grave alluvione in cui sono morte due persone e che ha causato l'esondazione del fiume Calore straripato in città, con pesanti conseguenze che hanno interessato tantissimi comuni delle Valli Vitulanese, Telesina, del Tammaro e del Fortore;
   l'alluvione con la forza devastatrice di acqua e fango ha prodotto una mole enorme di rifiuti;
   i rifiuti creati dall'alluvione hanno generato delle vere e proprie discariche abusive;
   le modalità di smaltimento e trattamento dei rifiuti lasciati dal fango e dalle acque esondate costituisce un peso economico importante per le casse dei comuni;
   è necessaria l'equiparazione dei rifiuti o detriti della calamità naturale a «rifiuti solidi urbani» per attuare le modalità di trattamento e smaltimento degli stessi a quelle ordinarie;
   sarebbe stato necessario dichiarare lo stato d'emergenza nazionale, prevedendo quindi le medesime procedure utilizzate nel caso dell'alluvione che ha colpito i territori di Parma, Piacenza e relative province nel settembre 2015 –:
   quali iniziative intende intraprendere il Ministro interrogato per provvedere a raccolta, trasporto, cernita, selezione, stoccaggio e destinazione finale, garantendo una reale tracciabilità, dei rifiuti generati dall'alluvione, con particolare attenzione a quelli con il carattere della pericolosità, al fine di assicurare una piena tutela della salute e dell'ambiente. (3-01997)

Interrogazioni a risposta scritta:

   SARTI, SPADONI, FERRARESI, DELL'ORCO, DALL'OSSO, PAOLO BERNINI, TERZONI, MANNINO, BUSTO, DAGA, DE ROSA, MICILLO, ZOLEZZI e VIGNAROLI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   dal 30 gennaio 2016 è stata posizionata, immediatamente davanti alla costa di Cesenatico (a circa 4 chilometri dalla riva su un fondale di 10 metri di profondità), la piattaforma galleggiante GSF «Key Manhattan» (tecnicamente un impianto Jack-Up Drilling Unit di circa 600 tonnellate, con tre torri alte circa 150 metri) della società Transocean, nei pressi del pozzo Morena 1 di: Eni S.p.A., appartenente alla concessione di coltivazione «A.0 28 EA»;
   la concessione di coltivazione, per l'estrazione di gas, del pozzo Morena 1, perforato nel 1994, prorogato nel 1997, ed in produzione fino al 2008, scade fra meno di un anno, il 1o gennaio 2017, ma è stata presentata, in data 2 marzo 2012, istanza di proroga decennale della concessione di coltivazione «A.0 28.EA» della Società Eni S.p.a. pubblicata sul Bollettino ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse (BUIG) Anno LVI – n. 6 del 30 giugno 2012;
   non risulta nessuna attività preventiva di informazione e partecipazione rivolta alla cittadinanza, né tanto meno, di valutazione dei possibili impatti ambientali (ma anche economici);
   Eni ha già fatto sapere che l'attività prevista rientra nelle «normali attività di manutenzione di un pozzo... finalizzata all'adeguamento tecnologico necessario al miglioramento continuo della sicurezza degli impianti, attraverso l'inserimento nel pozzo di una tecnologia avanzata denominata Sand Control che limita il trasporto in superficie della sabbia, consentendo così la produzione selettiva del solo gas metano»;
   la stessa Eni descrive diversamente, nei suoi documenti, la tecnologia di « Sand Control»: «le tecniche di Sand Control previste sono quelle in foro tubato (lnside Casing Gravel Pack) e, in particolare, l’High Rate Water Pack ed il Frac Pack. Nell’High Rate Water Pack, la sabbia viene trasportata mediante brine, con pressioni di trattamento ben inferiori alla pressione di fratturazione e con elevate portate. Nel Frac Pack, invece, vengono realizzate delle vere a proprie fratture che vengono riempite di proppant a granulometria controllata per mantenerle aperte nel tempo e consentire di avere una produttività del livello più elevata. Le tipologie di «Sand Control» da adottare vengono scelte di volta in volta sulla base delle caratteristiche della formazione, distanza dalla tavola d'acqua, numero di livelli produttivi presenti, distanza tra gli stessi, presenza di livelli di argille o strati impermeabili» (citazione dallo Studio di Impatto Ambientale del progetto Clara NW di ENI, anno 2012);
   sulla rivista AB Oil così viene descritta la stessa tecnologia: «Eliminare le infiltrazioni di sabbia è stata una delle sfide più ardue mai affrontate dagli ingegneri sin dall'inizio delle attività gas-petrolifere in mare». Le tecnologie di controllo della sabbia si sono evolute negli anni, prima di tutto con il processo di completamento gravel pack, che funge da filtro nel pozzo al livello di formazione produttiva per impedire le infiltrazioni di sabbia. Quando gli operatori si sono resi conto che più grande e spesso era il filtro, migliori erano le prestazioni del pozzo, hanno combinato la tecnologia di fatturazione idraulica con il completamento gravel pack, dando vita a quello che oggi è chiamato processo Frac Pack e migliorando così l'efficienza operativa e il recupero del petrolio e del gas»;
   appare chiaro secondo gli interroganti come nulla c'entri la sicurezza del pozzo in questione quanto, piuttosto, la volontà di aumentare dei profitti, tornando a sfruttare un pozzo giudicato in precedenza esaurito;
   allo stesso modo appare difficile credere a giudizio degli interroganti anche per gli ingenti costi connessi, che questa operazione sia destinata a rimettere in produzione un singolo pozzo per un intervallo temporale di poco più di 8 mesi;
   le operazioni sopra descritte sono più simili ad una nuova perforazione che alla manutenzione ordinaria di un pozzo già esistente;
   nel decreto di attribuzione ad Eni S.p.A., emesso in data 18 giugno 1998,
della concessione «A.C. 28 EA» per venti anni, fino al 1o gennaio 2017, oltre a prevedere «la sola prosecuzione dell'attività con il pozzo e gli impianti esistenti e con il trattamento del gas presso la Centrale «Rubicone», erano previsti «lavori di ulteriore ricerca» riguardo ai due prospetti denominato «Cesenatico Mare Nord» e «Cesenatico Mare Est» consistenti: nella interpretazione del rilievo 3D Adria, nella perforazione, entro 6 anni dall'attribuzione, di un sondaggio esplorativo della profondità di 2500 metri, per l'accertamento dei prospetti individuati e, subordinatamente ai risultati del suddetto sondaggio, nella perforazione di un ulteriore pozzo esplorativo»;
   il rischio idrogeologico, con subsidenza di oltre 5 centimetri all'anno, erosione delle spiagge, pericolo di ingressione anche nelle acque di falda, rischio di allagamenti nella zona di Cesenatico, è già abbastanza elevato senza la ripresa di un'estrazione di metano a pochi chilometri dalla riva;
   dalla metà del ’900 la subsidenza della fascia costiera emiliano-romagnola ha subito un forte incremento per ragioni strettamente dipendenti dalle attività umane. In questo caso la cause sono: la bonifica di vaste aree paludose nell'area ravennate e ferrarese, l'estrazione di acqua dalle falde mediante migliaia di pozzi e la coltivazione di decine di giacimenti di metano a terra e in mare nell'area compresa tra Cesenatico e Porto Garibaldi; queste attività hanno decuplicato la velocità di abbassamento del suolo, a Cesenatico, nella seconda metà degli anni ’80, la subsidenza ha raggiunto picchi di 5 centimetri/anno, tra il 1950 e il 2000, Rimini si è abbassata di circa 63 centimetri e l'intero territorio costiero a nord di Cesenatico ha perso 1 metro di quota rispetto al medio mare;
   poiché gli abbassamenti non si limitano alla terraferma, ma interessano anche la spiaggia sommersa, si stima in circa 100 milioni di metri cubi la quantità di sedimento necessaria per riportare il profilo di spiaggia e del fondale alle condizioni dei primi anni ’50; infatti, la perdita in 50 anni di un metro di quota rispetto al medio mare di una fascia costiera, già di per sé poco elevata, ha aumentato moltissimo il grado di vulnerabilità di terre e abitati;
   è possibile fare delle stime fondate sui costi del ripascimento causato dalla subsidenza; infatti, l'abbassamento di un centimetro all'anno comporta, nello stesso periodo, una perdita di un milione di metri cubi di sabbia sui circa 100 chilometri di costa regionale ed assegnando alla sabbia il costo di 13 euro al metro cubo, ogni anno andrebbero spesi 13 milioni di euro per rimpiazzare la sabbia persa, quindi poiché nella fascia costiera, tra il 1950 e il 2005, per via dell'abbassamento di circa 1 metro, sono andati perduti circa 100.000.000 di metri cubi di sabbia, si potrebbe così stimare un danno di 1,3 miliardi di euro –:
   se la società Eni S.p.A. o una società terza da essa incaricata abbia presentato richieste autorizzatorie per i lavori in corso o di prossima esecuzione;
   se i lavori in corso si muovano nell'ambito del decreto di attribuzione ad Eni S.p.A., emesso in data 18 giugno 1998 della concessione di coltivazione «A.C 28 EA» ed, in particolare, se pur essendo scaduti i termini dei lavori di ulteriore ricerca (sei anni) le operazioni di questi giorni facciano riferimento a quelle possibilità;
   se risulti accordata la proroga richiesta da Eni S.p.A. per la concessione di coltivazione «A.C 28 EA» dal 1o gennaio 2017 al 1o gennaio 2027;
   se il Governo disponga di elementi circa il prolungamento della vita utile, oltre il 2016, del suddetto pozzo, oltreché riguardo ad analoghi lavori in altri pozzi in zone adiacenti;
   se il Governo non ritenga necessario assumere iniziative di competenza per la formalizzazione di una procedura di impatto ambientale, con le necessarie garanzie
per cittadini e l'ambiente e, in mancanza di questa, come pensi di tutelare entrambi;
   se il Governo abbia proceduto ad una stima sia dei danni diretti (ripascimento, rischio allagamenti), sia indiretti (presenze turistiche, appetibilità della zona per i tour operator) che una simile attività potrebbe comportare;
   se il Governo abbia avuto una qualche forma di consultazione da parte del proponente Eni S.p.A. prima dell'inizio dei lavori;
   se il Governo non ritenga necessario assumere informazioni dettagliate su quanto stia avvenendo nel mare di Cesenatico, in particolare sul tipo di tecnologia di controllo delle sabbie utilizzata da Eni S.p.A, al fine di verificare se si stia adoperando una tecnologia di Frac Pack e quali garanzie Eni S.p.A. sia disposta a fornire sull'impatto di queste operazioni (gestione dei fanghi, reflui e rifiuti).
(4-12010)

   D'INCÀ e BRUGNEROTTO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ha pubblicato in data 8 maggio 2015 sul proprio sito l'avviso pubblico per l'acquisizione di disponibilità alla nomina dei componenti della commissione tecnica di verifica dell'impatto ambientale VIA-VAS, cui compete il compito di esprimere pareri sulla compatibilità ambientale dei progetti delle opere di rilievo nazionale;
   l'avviso, scaduto il 28 maggio, serviva ad individuare i componenti della commissione, che sono stati ridotti da 50 a 40 con il decreto-legge «competitività», fissando criteri di nomina, professionalità, requisiti e incompatibilità;
   per quanto riguarda gli eventuali conflitti di interesse, si prevede che nei tre anni successivi alla cessazione dell'incarico il componente si impegni a non assumere rapporti di dipendenza, collaborazione o consulenza con imprese beneficiarie di atti autorizzativi da parte della commissione. È prevista la decadenza dall'incarico in caso di conflitto di interesse «attuale o potenziale», «tale da compromettere l'imparzialità e l'obiettività richiesta ai componenti della commissione»;
   si indica inoltre che costituisce ipotesi di conflitto di interesse rilevante l'aver intrattenuto nei due anni precedenti alla nomina, o intrattenere in costanza di incarico, rapporti di collaborazione e consulenza, anche a titolo gratuito, con imprese beneficiarie di atti autorizzativi emanati a seguito di provvedimenti di valutazione ambientali della commissione o con enti che su tali imprese esercitino attività di vigilanza o controllo;
   nonostante risulti chiusa la fase di selezione, ad oggi è ancora operativa la vecchia commissione, la cui composizione è visibile sul sito del Ministero;
   il 20 marzo 2015 l'onorevole Daga presentava ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e dell'interno una interrogazione a risposta orale (3-01379), da cui emergevano fatti gravissimi: due membri sono stati sostituiti nel 2014 dopo il loro arresto per appalti sulle bonifiche (Luigi Pelaggi, già capo della segreteria tecnica del Ministro) e per gli appalti dell'alta velocità (Gualtiero Bellomo); da ben 10 anni siede nella commissione il commercialista Vincenzo Ruggiero, già assessore al comune di Gioia Tauro sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2008 e che la prefettura di Reggio Calabria definiva come individuo «fortemente sospettato di essere asservito alla cosca Piromalli-Molè-Stillitano...»; un altro membro, Vincenzo Sacco, amico del politico Marcello Dell'Utri condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, risulta essere stato indagato per corruzione; da anni siede nella Commissione VIA l'ingegnere Antonio Castelgrande, che oggi ha 85 anni, e risultava essere nell'elenco della Loggia P2 con tessera n. 956; eclatanti poi sono i casi di conflitto di interesse di altri membri, legati ai proponenti dei progetti sottoposti alla valutazione della commissione VIA-VAS;
   a seguito dell'analisi i curriculum di tutti i partecipanti alla Commissione Via nazionale, è stato presentato dal MoVimento Cinque Stelle un lungo esposto alle procura di mezza Italia e alla procura antimafia affinché fosse verificata la sussistenza di profili di irregolarità connessi a potenziali conflitti di interesse e se le situazioni emerse avessero avvantaggiato, «anche indirettamente», la criminalità organizzata o gruppi economici interessati alla realizzazione delle opere;
   la commissione VIA-VAS nazionale ha il compito di analizzare, avallare, bocciare e proporre prescrizioni migliorative a tutte le grandi opere e i piani di rilevante interesse che vengono proposti dallo Stato o da privati in Italia, per un valore complessivo di diverse decine di miliardi di euro ogni anno;
   lo stesso Ministero ha ammesso che ad oltre 13 anni di distanza su 1.694 prescrizioni complessivamente impartite, ne risultano ottemperate con certezza solo 539 –:
   se sia stata già nominata la nuova commissione VIA-VAS e quando si insedierà oppure, quali siano i motivi che stanno determinando il ritardo dell'insediamento e quali iniziative di competenza intendano adottare per velocizzare tale iter, attesa l'importanza che riveste tale organismo responsabile dell'espressione dei pareri sulla compatibilità ambientale dei progetti delle opere e dei piani di rilievo nazionale;
   se si intenda pubblicare immediatamente l'elenco dei candidati disponibili alla nomina in Commissione, dal momento che la procedura di acquisizione si è chiusa a maggio 2015;
   quali iniziative stia intraprendendo il Governo, alla luce dei nuovi criteri di nomina e delle nuove norme in materia di professionalità, requisiti e incompatibilità (in cui è prevista la decadenza dall'incarico in caso di conflitto di interesse «attuale o potenziale», tale da compromettere l'imparzialità e l'obiettività richiesta ai componenti della commissione), nei confronti dei membri della vecchia commissione attualmente ancora attiva – con profili ad avviso degli interroganti di dubbia regolarità connessi a potenziali conflitti di interesse;
   se si intendano riesaminare tutti i pareri emessi dalla vecchia commissione e verificare se sussistano i presupposti per rivedere quelli che riguardano opere e piani che vedono possibile conflitto di interessi anche di un solo membro della commissione stessa. (4-12020)

BENI E ATTIVITÀ CULTURALI E TURISMO

Interrogazioni a risposta immediata:

   VIGNALI. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
   le edizioni nazionali rispondono alla funzione di valorizzazione del patrimonio di pensiero e di arte comune alla tradizione culturale della nostra nazione;
   a partire dalla fine del 1870 lo Stato Unitario, per iniziativa dell'allora Ministro della pubblica istruzione Francesco De Sanctis, promosse con fondi pubblici la pubblicazione delle opere latine di Giordano Bruno, a cui seguirono le edizioni delle opere di Galileo Galilei e il progetto degli scritti di Machiavelli;
   con la legge 1o dicembre 1997, n. 420 si è inteso ricondurre ad unità l'intervento statale a favore di comitati nazionali per lo svolgimento di edizioni nazionali;
   a tal fine la legge richiamata ha previsto l'istituzione presso il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo della Consulta dei comitati nazionali e delle edizioni nazionali;
   la consulta dei comitati nazionali e delle edizioni nazionali, di ultima nomina (17 marzo 2015), ha ripartito le risorse disponibili per l'anno finanziario 2015 e per il triennio 2015-2018;
   le risorse economiche ripartite sono di troppo modesto valore considerata l'importante funzione che le edizioni nazionali rivestono nel nostro paese, rispondendo esse «alla fondamentale esigenza scientifica di garantire la tutela, la valorizzazione e la fruizione del patrimonio letterario e di pensiero costituito dei nostri autori...», così come riportato dallo stesso sito Internet del il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, direzione generale biblioteche e istituti culturali;
   peraltro, a fronte di tale esiguo o nullo finanziamento, permangono a carico dei proponenti, obblighi di legge eccessivamente onerosi –:
   se il Ministro interrogato abbia intenzione di assumere iniziative volte a incrementare il finanziamento per le edizioni nazionali, anche alla luce delle maggiori risorse derivanti dalla legge di stabilità, legge 28 dicembre 2015, n. 208, ed in particolare dal comma 335 dell'articolo 1. (3-01998)

   DI BATTISTA, VACCA, SIMONE VALENTE, DI BENEDETTO, LUIGI GALLO, MARZANA, BRESCIA e D'UVA. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
   il Maxxi, Museo nazionale delle arti del XXI secolo, nasce con la legge istitutiva 12 luglio 1999 n. 237, articolo 1, come «Centro per la documentazione e la valorizzazione delle arti contemporanee» del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, sotto la direzione della Direzione generale per l'arte e l'architettura contemporanee;
   nel 2009 viene trasformata in una Fondazione di diritto privato; la fondazione si dota di uno statuto e svolge i compiti attraverso la realizzazione, la gestione e la promozione dei musei Maxxi Arte e Maxxi Architettura;
   il 13 aprile 2012 la fondazione viene commissariata per un deficit di 11 milioni di euro nella previsione di conto economico 2012/2014, deficit causato dalla mancata erogazione del finanziamento dello stesso Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo che rispetto al 2010 era stato decurtato del 43 per cento;
   dopo soli 5 mesi di lavoro e un contributo aggiuntivo di 1 milione di euro da parte del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, il commissario presenta una relazione in cui i conti del Maxxi risultano risanati: ricavi per 8.561.962,00 euro a fronte di 5.517.274,00 euro previsti da Baldi e costi per 8.560.551,42 euro contro 8.310.000 euro con un guadagno di 1.410,58 euro complessivi;
   terminato il commissariamento, il 12 ottobre 2012 il Ministro pro tempore Ornaghi nomina presidente della fondazione Maxxi Giovanna Melandri e rifinanziare il Maxxi con 6 milioni di euro;
   la nomina, nonostante polemiche bipartisan, viene confermata. Tra gli altri critici meritano di essere citati: l'allora sindaco di Firenze, Matteo Renzi, si dichiarò contrario alla nomina di Melandri dichiarando «Della serie facciamoci del male, io non l'avrei fatto. C’è una vita fuori dalla politica – ha aggiunto – c’è un mondo, la bellezza delle relazioni, mettersi in gioco nel privato, come è possibile che ci sia ancora una via d'uscita come il Maxxi quando esci dal Parlamento?». «Il Ministro Ornaghi e la Melandri – sottolineò Renzi – hanno sbagliato, dopodiché ognuno farà quello che gli pare. Non credo si sia fatto un favore al Maxxi».E l'allora responsabile cultura del PD, Matteo Orfini, dichiarò «Il MAXXI non ha bisogno né di un commissario né di un nuovo direttore, semmai di un ministero che si impegni a sostenerne seriamente il lavoro»;
   la Melandri accettò, dichiarando «accolgo questa proposta in puro spirito di servizio» e aggiunse «credo che il compenso che percepirò saranno 90 euro, e qualcosa di più all'anno»;
   dal novembre 2012, dopo l'insediamento di Giovanna Melandri, il consiglio d'amministrazione nomina segretario generale del Maxxi, Francesco Spano, già collaboratore parlamentare della stessa Melandri;
   nel 2013 la fondazione, entrando a far parte degli enti di ricerca, riesce ad aggirare il divieto di retribuzione del presidente. Il consiglio d'amministrazione della Fondazione, di cui Melandri è presidente, approva quindi il 6 novembre 2013, una delibera che concede al presidente uno stipendio fisso di 91.500 euro lordi e un premio di produzione variabile;
   nella stessa delibera del consiglio d'amministrazione, presieduto da Melandri (che si astenne), si è previsto un ulteriore ammontare quale componente variabile (premio) da determinarsi in «misura fissa»;
   il bonus in questo caso è al netto delle tasse ed è in funzione dell'incremento «rispetto al precedente esercizio della sommatoria delle voci di proventi quali: I) biglietteria; II) Contributi di gestione; III) sponsorizzazioni; IV) altri ricavi e proventi»;
   se l'incremento va dal 5 al 15 per cento, il premio è di 12 mila euro (netti), se raggiunge la forchetta 15-20 arriva a 18mila euro; se si pone tra il 25 e il 30 per cento il presidente prende un premio di 24 mila euro netti. Solo se l'incremento delle quattro voci avesse superato 30 per cento, il premio sarebbe stato «quanto deliberato dal Cda»;
   poiché la delibera portava la data del 6 novembre 2013, l'eventuale premio sarebbe dovuto scattare dall'anno 2014, il bonus, al contrario, è stato erogato, prendendo in considerazione gli incrementi dal 2012 al 2013, ed inspiegabilmente è stato quantificato in 24 mila euro, somma prevista per un incremento dal 25 al 30 per cento nonostante dai bilanci emerga un incremento del 14 per cento;
   dalla lettura del bilancio emerge, inoltre, che nello stesso periodo considerato, a fronte di una diminuzione degli incassi della biglietteria vi è un considerevole incremento dei fondi pubblici (di 4 milioni e 286 mila euro dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e 500.000 euro dalla regione Lazio);
   in merito, a Il Fatto Quotidiano la Melandri replicò: «Il premio approvato dal Cda è collegato unicamente agli incrementi di risorse private che siamo stati capaci di raccogliere, quali sponsorizzazioni, cena di fund raising, il programma di individual and corporate friends»;
   da notizie di stampa risulta, inoltre, che la citata delibera che incluse la fondazione tra gli enti di ricerca è stata, dapprima, annullata sulla base di un parere negativo del ragioniere generale dello Stato Daniele Franco, provvedimento poi ritirato in autotutela sulla base di un ulteriore parere espresso dal capo dell'ufficio legislativo del Ministro, sostenuto da un parere favorevole sullo status di ente di ricerca di Emanuele Fidora, direttore generale della ricerca del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca –:
   se il Ministro interrogato, alla luce di quanto esposto in premessa, non ritenga opportuno sostituire Giovanna Melandri alla presidenza della Fondazione Maxxi. (3-01999)

ECONOMIA E FINANZE

Interrogazione a risposta scritta:

   CAPARINI e FEDRIGA. — Al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   la legge di stabilità per il 2016 ha introdotto una nuova presunzione di possesso dell'apparecchio televisivo legata alla presenza di un contratto di fornitura di energia elettrica «nel luogo in cui il soggetto ha la sua residenza anagrafica»;
   dall'interpretazione del testo di legge, sembra che il requisito della residenza anagrafica sia indispensabile per la presunzione di possesso dell'apparecchio televisivo e, quindi, per il pagamento del canone di abbonamento alla concessionaria radiotelevisiva;
   per deduzione, quindi, chi non ha la residenza anagrafica in un'abitazione, non è tenuto al pagamento del canone. Di conseguenza, anche i residenti all'estero non dovrebbero esserlo;
   viste le inevitabili difficoltà per chi vive all'estero ed ha un'abitazione in Italia di presentare la dichiarazione di esonero postuma alla fattura maggiorata, sarebbe auspicabile che fosse preliminarmente verificata la corrispondenza fra la residenza anagrafica e l'intestatario dell'utenza e si evitasse così di inviare la maggiorazione in bolletta;
   la dubbia legittimità della norma che addebita automaticamente il canone anche a chi non ha una televisione è per gli interroganti palese, e appare ingiusto che sia compito dell'utente presentare all'Agenzia delle entrate un'autocertificazione per essere esonerati dal pagamento del canone per l'anno in corso. Per di più perché l'anno successivo, il consumatore (di servizio pubblico elettrico ma non di quello televisivo), dovrà ripetere la stessa operazione e così ogni anno. E questa stessa annosa pratica dovrà essere ripetuta annualmente anche da coloro che sono attualmente esenti e che hanno già comunicato le proprie motivazioni alla concessionaria televisiva –:
   se il Governo non ritenga opportuno assumere iniziative, se del caso anche attraverso una circolare esplicativa, per chiarire inequivocabilmente che il canone di abbonamento alla concessionaria radio-televisiva è dovuto esclusivamente sull'apparecchio sito nell'abitazione in cui si ha la residenza anagrafica e che pertanto, i residenti all'estero sono esenti. (4-12009)

GIUSTIZIA

Interrogazioni a risposta immediata:

   GIGLI e SBERNA. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   con sentenza n. 229 del 2015, la Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 13 comma 3, lettera b), che vieta ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni e dei gameti ovvero interventi che, attraverso tecniche di selezione, di manipolazione o comunque tramite procedimenti artificiali, siano diretti ad alterare il patrimonio genetico dell'embrione o del gamete ovvero a predeterminarne caratteristiche genetiche, ad eccezione degli interventi aventi finalità diagnostiche e terapeutiche e comma 4, che prevede reclusione fino a sei mesi e multe fino a 150 mila euro per chi viola le norme;
   nella citata sentenza giudici della Suprema Corte hanno dichiarato, invece, non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 14, che contempla i limiti all'applicazione delle tecniche sugli embrioni, nella parte in cui vieta la crioconservazione e la soppressione di embrioni e prevede la reclusione fino a sei mesi e multe fin a 150 mila euro per chi commette reato;
   per i giudici della Consulta, infatti, «la malformazione degli embrioni non ne giustifica, e solo per questo, un trattamento deteriore rispetto a quello degli embrioni sani creati in numero superiore a quello strettamente necessario ad un unico e contemporaneo impianto» e si prospetta quindi «l'esigenza di tutelare la dignità dell'embrione, alla quale non può parimenti darsi, allo stato, altra risposta che quella della procedura di crioconservazione». «L'embrione, infatti – scrivono i Giudici della Corte costituzionale – quale che ne sia il più o meno ampio, riconoscibile grado di soggettività correlato alla genesi della vita, non è certamente riducibile a mero materiale biologico»;
   in precedenza con la sentenza n.162 del 9 aprile 2014, depositata il 10 giugno, la Corte costituzionale aveva dichiarato costituzionalmente illegittimo l'articolo 4, comma 3, della legge n. 40/2004, nella parte in cui stabilisce il divieto del ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo, qualora sia stata diagnosticata una patologia che sia causa di sterilità o infertilità assolute ed irreversibili, abbattendo anche quello che per molti era l'ultimo pilastro della normativa italiana sulla fecondazione assistita, ovvero il divieto di utilizzare gameti di soggetti estranei alla coppia richiedente il trattamento (ovvero il divieto alla feconda eterologa);
   non vi è dubbio che si stia assistendo ad uno «smantellamento» dei capisaldi della legge n. 40 del 2004 attraverso le pronunce dei giudici di qualsiasi grado;
   riguardo alla fecondazione eterologa, la onerosità e la pericolosità delle procedure di prelievo stanno creando difficoltà nel reperimento di gameti femminili attraverso vere donazioni, tali da aver indotto alcune regioni, tra cui Toscana e Friuli Venezia Giulia ad acquistare gameti all'estero;
   il reperimento di gameti in banche estere è oneroso per le finanze pubblica (circa 4.000 euro a gamete, per un intervento che spesso deve essere ripetuto) e pone seri dubbi sullo sfruttamento di condizioni di povertà delle donne che si sottopongono al prelievo di ovuli, aggirando la legislazione italiana che vieta il commercio di qualunque materiale biologico, compresi sangue, tessuti e organi;
   le sollecitazioni indirizzate al Legislatore dalla Corte costituzionale al fine di introdurre apposite disposizioni in materia, non hanno prodotto gli interventi richiesti ed auspicati;
   l'emanazione il 1o luglio 2015 da parte del Ministero della salute del decreto di aggiornamento delle «Linee guida contenenti le indicazioni delle procedure e delle tecniche di procreazione medicalmente assistita», pubblicate nella Gazzetta Ufficiale n. 161 del 14 luglio 2015, non ha contribuito a chiarire la materia;
   le nuove opportunità oggi offerte alle coppie di accedere ad ulteriori applicazioni di fecondazione assistita, proprio a seguito dei numerosi interventi giurisprudenziali qui richiamati, dovrebbe, per coerenza ed armonia di sistema, condurre a rimuovere taluni persistenti impedimenti ancora contenuti nella legge n. 40;
   è il caso dell'indeterminatezza della condizione degli embrioni soprannumerari;
   in conseguenza della sentenza n. 151 del 2009 Corte costituzionale che ha aperto alla produzione degli embrioni soprannumerari e al loro congelamento, in Italia sono circa 60 mila soprannumerari gli embrioni crioconservati e il loro numero è in continuo aumento;
   per tremila embrioni non impiantati e congelati è stato dichiarato lo stato di «abbandono» nei vari centri di procreazione medicalmente assistita;
   l'inevitabile spreco degli embrioni soprannumerari, derivanti da un impianto parziale di quelli in precedenza prodotti per avviare una fecondazione omologa o anche eterologa, cui si aggiungono quelli in precedenza selezionati per essere affetti da gravi patologie genetiche, pone l'ulteriore questione, su cui parimenti la legge n. 40 tace, relativa ad un loro successivo impiego per fini adottivi, a beneficio di altre coppie (sterili/infertili o anche fertili) diverse da quelle che li abbiano generati;
   l'opportunità di favorire l'adozione per la nascita degli embrioni eccedentari, che richiederebbe un appropriato intervento normativo, è stata pure sollecitata dal Comitato nazionale per la bioetica (Cnb) potendo, sia pure parzialmente, «risolvere il problema bioetico degli embrioni
residuali» e offrire anche una valida alternativa alla stessa fecondazione eterologa, ancora vietata al tempo (eravamo nel 2005) della manifestazione di questo parere;
   nella prospettiva di una inevitabile dissoluzione degli embrioni soprannumerari, a seguito del loro abbandono da parte delle coppie legittimate, la possibilità offerta agli stessi di poter continuare ad esistere all'esito di una loro adozione (nonostante la non corrispondenza genetica con la donna che sarebbe disposta ad accoglierli nel proprio grembo) finisce per rendere del tutto irragionevole il persistente silenzio serbato dalla legge n. 40 al riguardo;
   la disponibilità di embrioni a seguito di una esplicita dichiarazione di abbandono da parte della coppia legittimata ad impiegarli, ovvero del superamento di un determinato limite temporale, potrebbe realizzare le condizioni per una loro «donazione per l'adozione», finalizzata ad un loro «impianto» ovvero «accoglienza» per consentirne la maturazione fino alla nascita da parte di altre coppie interessate;
   nel rispetto ovviamente di tutte le opportune garanzie, dirette ad assicurare la regolarità della procedura di donazione, che potrebbe prevedere ad esempio il previo intervento del Tribunale dei minorenni, l'auspicio di evitare lo spreco e il successivo abbandono degli embrioni crioconservati potrebbe pure giustificare la possibilità di estendere l'impianto alle donne single, a somiglianza della pratica di adozione monogenitoriale oggi consentita dall'articolo 44 della legge sull'adozione n. 184 del 1983, sia pure, in quest'ultimo caso, in presenza di particolari condizioni;
   la possibilità di accesso a embrioni resi disponibili per l'adozione, permetterebbe tra l'altro di risolvere il problema della disponibilità di gameti e di evitare il commercio di essi e lo sfruttamento del corpo di donne povere che lo rende possibile, sia pure residenti all'estero –:
   quali siano gli intendimenti del Governo in relazione alla sorte degli embrioni sopranumerari, con particolare riguardo all'assunzione di iniziative concernenti la loro adottabilità e l'applicazione della vigente disciplina recata dalla citata legge 4 maggio 1983, n. 184 in tale materia. (3-02000)

   MONCHIERO e RABINO. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   il 7 gennaio 2016 sono iniziate le operazioni che hanno portato allo sgombero completo dei detenuti e del personale del carcere «Giuseppe Montalto» di Alba, per consentire la bonifica dell'impianto idrico, delle condotte e dell'impianto di condizionamento dei locali, in seguito all'accertamento – dalla fine del 2015 – di tre casi di legionella: un trasferimento deciso e organizzato dal Provveditorato regionale, che riguarda 122 reclusi (22 dei quali collaboratori di giustizia e 112 agenti di polizia penitenziaria);
   si tratta del primo caso in Italia per cui si è reso necessario lo sgombero di tutta una struttura per prevenire il pericolo di contrarre una malattia infettiva;
   i primi 15 detenuti sono stati trasportati nella casa di reclusione di Fossano; gli altri sono stati trasferiti nelle strutture di Saluzzo, Alessandria San Michele, Vercelli e Cuneo; per quanto riguarda i collaboratori di giustizia, invece, il piano è ancora in via di definizione, dal momento che questi fanno parte di un circuito detentivo gestito direttamente dal Dipartimento di amministrazione penitenziaria;
   la legionella è un batterio che si sviluppa nei condizionatori d'aria e soprattutto nell'acqua a determinate temperature, più facilmente in condutture obsolete, che presentano svariate criticità;
   non è la prima volta che si registrano casi del genere nell'istituto albese, una costruzione recentissima e tuttavia profondamente segnata dal tempo e da un utilizzo che supera la capacità prevista in progetto (circa 100 ospiti): già in passato a contrarre il batterio erano stati un altro detenuto e un agente. I sindacati della polizia penitenziaria hanno più volte sollecitato l'amministrazione penitenziaria a provvedere alle verifiche della struttura, senza mai ottenere risposte concrete e, conseguentemente, misure efficaci;
   appare singolare che in una costruzione realizzata 30 anni fa non sia possibile effettuare lo shock termico nelle tubature dell'acqua per eliminare le colonie di legionella, tanto più che la struttura carceraria è stata recentemente oggetto di un importante intervento di ristrutturazione, al fine di dare adeguata accoglienza ai detenuti collaboratori di giustizia;
   la situazione non è più sostenibile e richiede una soluzione radicale: la tutela della salute rappresenta infatti uno dei diritti fondamentali (per le persone recluse, per gli agenti di polizia penitenziaria, ma anche per tutti coloro che a vario titolo, educatori e volontari, interagiscono con la struttura), cui le istituzioni devono porre la massima attenzione;
   sono davvero preoccupanti le condizioni igienico – sanitarie in cui versano in generale le carceri italiane: secondo una recente indagine, almeno una patologia infettiva è presente nel 60-80 per cento dei detenuti presenti nei nostri penitenziari (questo significa che almeno due persone su tre sono malate);
   ciò fa comprendere in quali «polveriere» lavorino le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria, spesso senza alcuna tutela sanitaria;
   l'evacuazione del carcere di Alba ha fatto sorgere il dubbio tra gli operatori addetti e le comunità locali che l'amministrazione intenda abbandonare definitivamente la struttura: soluzione assurda per una costruzione così recente –:
   come intenda garantire la tempestività e la definitività dei provvedimenti per la bonifica e messa in sicurezza dei locali suddetti, al fine di consegnare quanto prima alla collettività un carcere risanato. (3-02001)

   TAGLIALATELA, RAMPELLI, CIRIELLI, LA RUSSA, MAIETTA, GIORGIA MELONI, NASTRI e TOTARO. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 1, comma 610, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, legge di stabilità per il 2016, prevede che i giudici onorari di tribunale e i vice procuratori onorari il cui mandato scada il 31 dicembre 2015, nonché i giudici di pace il cui mandato scada il 31 maggio 2016, possano proseguire nell'esercizio delle loro funzioni fino alla riforma organica della magistratura onoraria e non oltre il 31 maggio 2016;
   la norma, in particolare, riguarda quei magistrati appartenenti alle citate categorie per i quali non siano consentite ulteriori conferme in base alla legislazione vigente;
   in merito, l'articolo 42-quinquies, primo comma, dell'ordinamento giudiziario, di cui al regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12, dispone che l'incarico di giudice onorario di tribunale abbia la durata di tre anni e che il suo titolare possa essere confermato una sola volta, mentre la legge 21 novembre 1991, n. 374, in materia di giudici di pace prevede che il magistrato onorario che esercita le funzioni di giudice di pace duri in carica quattro anni e possa essere confermato per due ulteriori mandati, ciascuno di quattro anni, «salva comunque la cessazione dall'esercizio delle funzioni al compimento del settantacinquesimo anno di età»;
   in sede di applicazione del citato comma 610 si è riscontrato un problema relativo alla esatta individuazione della platea dei soggetti destinatari della proroga, posto che i recenti interventi legislativi sull'età pensionabile dei magistrati sono stati oggetto di differenti interpretazioni da parte del Consiglio di Stato e del Consiglio superiore della magistratura;
   di conseguenza non è chiaro se la proroga possa essere applicata anche a coloro i quali abbiano già superato il settantaduesimo anno di età o meno, in ossequio alla norma contenuta nel decreto-legge n. 83 del 2015 che, tuttavia, non ha modificato la disposizione originaria in ordine alla cessazione del mandato al compimento del settantacinquesimo anno;
   è evidente che una interpretazione restrittiva dell'applicabilità della proroga ridurrà ulteriormente il numero dei giudici di pace in servizio, fissato dalla legge n. 374 del 1991 in 5100 unità e che, invece, allo stato si compone di appena 1700 soggetti, aggravando e rallentando ulteriormente il lavoro degli uffici;
   appare indispensabile sanare tale incertezza interpretativa al fine di consentire l'effettività della proroga disposta dall'articolo 1, comma 610, della legge di stabilità per l'anno 2016 –:
   se non ritenga di promuovere l'adozione di una norma di interpretazione autentica, al fine di chiarire l'effettiva platea di destinatari della norma di cui in premessa. (3-02002)

INTERNO

Interpellanze urgenti (ex articolo 138-bis del regolamento):

   Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro dell'interno, per sapere – premesso che:
   il prefetto di Forlì-Cesena, Fulvio Rocco De Marinis, ha comunicato al primo cittadino, Rosaria Tassinari, la decisione (che si concretizzerebbe a fine anno) del dipartimento di pubblica sicurezza del Ministero dell'interno di chiudere il distaccamento della polizia stradale di Rocca San Casciano;
   la scelta operata rappresenta una grave mortificazione dei territori dell'intera vallata, gratuita ed incomprensibile, alla luce della disponibilità che l'amministrazione ha formalmente fornito alla prefettura, mettendo a disposizione per le esigenze del presidio i locali dell'attuale caserma dei vigili del fuoco, accollandosi i relativi oneri di ristrutturazione ad un costo per lo Stato di poco più di mille euro al mese (con un risparmio di un terzo di quanto oggi la prefettura paga ad un privato);
   il distaccamento della polizia stradale di Rocca San Casciano è un reparto completamente operativo su strada e notevolmente produttivo in termini di prevenzione sicurezza stradale dei cittadini (pur con un organico ridotto), rappresentando infatti il presidio più numeroso di tutta la vallata del Montone;
   è notorio che il distaccamento di Rocca San Casciano è conosciuto in tutta la provincia (ed anche fuori) per lo zelo e la professionalità con la quale opera; due terzi delle patenti per guida in stato di ebbrezza ritirate sono opera degli uomini del distaccamento di Rocca, così come le tante vite salvate nel periodo invernale nei soccorsi agli automobilisti di giorno e soprattutto di notte, lungo la strada statale 67 Tosco-Romagnola;
   a questo proposito, la prefettura nel 2010 stilò un protocollo di intesa con le forze di polizia e le amministrazioni locali per la sicurezza della suddetta strada statale, dopo i numerosi motociclisti (provenienti da tutta Italia e da tanti Paesi esteri) morti mentre raggiungevano il Muraglione (che in estate diventa una sorta di «santuario» degli appassionati di motociclismo);
   il coordinamento fu affidato proprio alla polizia stradale, che in questi anni ha potuto operare grazie al distaccamento di
Rocca San Casciano, con il risultato di azzerare i morti e diminuire gli incidenti in modo significativo;
   più specificatamente, nel solo anno 2015, gli agenti della Polizia del distaccamento ubicato nella valle del Montone hanno compiuto 692 soccorsi (di cui la metà sulla ss 67), il ritiro di 180 patenti, 45 carte di circolazione, 63 veicoli sequestrati o sottoposti a fermo. A questi numeri, sempre relativamente all'anno 2015, si aggiungono 103 persone denunciate (1 arresto), 109 incidenti rilevati di cui 3 mortali (nessuno sulla strada statale 67), 125 automobilisti colti in stato di ebbrezza e 11 drogati;
   inoltre, gli stessi agenti nel corso del 2015 hanno controllato 22 esercizi pubblici (molti nei luoghi montani), di cui 12 sanzionati perché non in regola e hanno svolto funzioni di pattugliamento e controllo su tutto il territorio dell'Unione dei comuni della Romagna forlivese (15 comuni);
   da notizie apprese informalmente, pare che la direzione centrale delle specialità della polizia di Stato abbia in corso un progetto di più ampia portata di revisione della struttura organizzativa della polizia stradale che ancora non è stato portato a conoscenza degli organismi preposti, tanto che della preannunciata chiusura del distaccamento di Rocca San Casciano i vertici del Viminale non avrebbero saputo nulla;
   non si comprende su quale progetto si basi il «provvedimento» che segnala la chiusura entro il 2016 di questo presidio, firmato dalla direzione centrale della polizia stradale. Qualora si ravvisasse l'esigenza di una riorganizzazione, questa dovrebbe riguardare tutte le forze di polizia, quindi decisa al «tavolo di coordinamento» a livello centrale;
   è importante rilevare il sostegno compatto di tutto il territorio e di tutte le istituzioni sull'obiettivo di mantenere un presidio di polizia che serve l'intera comunità locale;
   i residenti dei comuni collinari non devono scontare scelte basate su presunti risparmi economici: imprenditori e abitanti dell'area costituiscono una risorsa preziosa perché mantengono vive le comunità locali, sempre più a rischio di spopolamento a vantaggio di zone meglio servite –:
   se non intenda adottare con tempestività le opportune iniziative per scongiurare tale sciagurata chiusura, affinché il distaccamento continui a salvaguardare la sicurezza di cittadini e automobilisti che vivono ed attraversano il territorio (tanto più che nella provincia di Forlì-Cesena il numero dei morti sulle strade nel 2015 è tornato a crescere);
   se non intenda attivarsi per una sollecita conclusione dei lavori di realizzazione della nuova sede dei vigili del fuoco, considerando la disponibilità del comune ad ospitare gli agenti nel locale attualmente in uso ai pompieri.
(2-01265) «
Molea, Monchiero».

   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell'interno, il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, per sapere – premesso che:
   su 574 immobili di proprietà del comune di Roma il 18,5 per cento ha un regolare contratto, il 15,7 per cento ha i requisiti, ma è in attesa di firmare un accordo, il 16,2 per cento è un abusivo accertato, mentre il 49,6 per cento degli affittuari si colloca in un'ampia zona grigia tra titoli scaduti, procedure di sfratto in corso e situazioni non ancora accertate, per le quali è in corso la verifica dei requisiti: è quanto emerge, secondo quanto riportato dagli organi di stampa, dai primi risultati dell'indagine avviata dal commissario straordinario, Francesco Paolo Tronca, sulla verifica puntuale del patrimonio immobiliare della capitale, in merito al caso delle abitazioni nel centro storico affittate a canoni irrisori rispetto ai reali valori di mercato, con contratti tramandati per generazioni, spesso a inquilini tutt'altro che indigenti;
   tra i casi più eclatanti già emersi ci sarebbero un alloggio a Borgo Pio (a pochi passi da san Pietro) affittato a poco più di 10 euro al mese, un altro situato nel centralissimo corso Vittorio Emanuele, per cui l'inquilino paga 24 euro, ma anche un appartamento con vista sui Fori Imperiali e una casa in via del Colosseo, a ridosso dell'Anfiteatro Flavio, concessi per una cifra poco superiore ai 20 euro;
   il ventaglio della scelta immobiliare è ampio: si passa da piccoli edifici di fine Ottocento a basse palazzine perfettamente ristrutturate negli anni Novanta, fino allo splendido ex monastero medievale che sorge nel Foro di Augusto e ospita il Corpo di soccorso dei Cavalieri dell'ordine di Malta per soli 15 euro al mese;
   non esistendo un censimento puntuale e dettagliato del patrimonio di Roma Capitale, è stato avviato con delle squadre (esperte soprattutto in informatica e analisi) questo monitoraggio capillare che è iniziato dal I Municipio e continuerà su tutti gli altri, allo scopo di analizzare posizione per posizione, capire quando è partito il singolo affitto, come e da chi e se sono subentrati dei subaffittuari;
   non solo il canone di affitto è bassissimo, ma neppure verrebbe pagato. Tanti i casi di morosità: un inquilino di una casa in piazza Trilussa deve al comune 112 mila euro e un altro, vicino largo Argentina è moroso per 97 mila euro; al contrario, in alcune occasioni, paradossalmente, sembra che siano stati proprio gli occupanti illegali a decidere quanto sborsare al comune che, nel 2013, incassava all'incirca per ogni appartamento 52 euro e 46 centesimi al mese, e ne spendeva quasi 269 fra manutenzioni e aggio della ditta privata che gestiva gli immobili (con una perdita secca di 111,8 milioni);
   inoltre, sempre secondo quanto riportato dagli organi di stampa, per le 4.801 abitazioni che il comune prende in locazione da privati per far fronte all'emergenza abitativa (non bastavano più di 43 mila case di proprietà) si spendevano 21,3 milioni di euro: mediamente 370 euro al mese per ognuna di esse, sette volte quello che incassava per i propri alloggi. E per i centri di assistenza temporanea, cioé l'emergenza dell'emergenza, il Campidoglio arrivava a pagare anche pigioni mensili di 2.700 euro;
   nel luglio 2014 la giunta capitolina aveva già approvato una delibera sui canoni assolutamente fuori mercato, che necessitavano di essere urgentemente aggiornati. A causa dell'inerzia di alcuni uffici non si è proceduto e molti inquilini si sono rivolti agli avvocati, bloccando l’iter con azioni legali: uno scandalo nel quale si intrecciano clientele politiche, favoritismi e ricatti, all'ombra di una sconcertante indifferenza delle strutture amministrative, che non di rado sconfina nella complicità;
   considerando la gravità dei fatti, i dirigenti del comune che hanno ricoperto per anni ruoli apicali nella gestione del patrimonio edilizio di Roma, senza nemmeno un censimento delle proprietà e con affitti irregolari è scandalosi, si sono comportati secondo gli interroganti in maniera peggiore e ancora più indifendibile di quello dei «fannulloni» che timbrano il cartellino e abbandonano il posto di lavoro –:
   se intendano assumere iniziative per quanto di competenza, per accertare la situazione di illegalità sopra descritta, verificando che siano adottate iniziative volte a recuperare la disponibilità dei beni in capo all'amministrazione;
   quali iniziative ritengano opportuno adottare, per il tramite del commissario straordinario di Roma, per fare chiarezza sulle precise attribuzioni di responsabilità dei dirigenti che si sono succeduti nella gestione del patrimonio e che hanno stipulato i contratti ovvero hanno omesso l'aggiornamento dei canoni di locazione, posto che ciò servirebbe anche a ristabilire
la correttezza dei rapporti all'interno di una amministrazione decisamente «compromessa».
(2-01269) «
Monchiero, Rabino, Galgano, Oliaro, Palladino, Sottanelli».

Interrogazione a risposta immediata:

   FEDRIGA, ALLASIA, ATTAGUILE, BORGHESI, BOSSI, BUSIN, CAPARINI, GIANCARLO GIORGETTI, GRIMOLDI, GUIDESI, INVERNIZZI, MOLTENI, GIANLUCA PINI, RONDINI, SALTAMARTINI e SIMONETTI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   con nota inviata via pec il 14 gennaio 2016, il sindaco di Brugnera comunicava alla prefettura di Pordenone che il sig. Aboubacar Intagada non era stato ammesso a prestare il giuramento per la cittadinanza italiana, ai sensi dell'articolo 10 della legge n. 91/1992, in quanto, pur essendo in Italia da oltre vent'anni, l'interessato non conosce la lingua italiana e, dunque, non era in grado di comprendere e di pronunciare la relativa formula di rito;
   con lettera del 2 febbraio scorso, il prefetto di Pordenone invitava il sindaco a procedere celermente agli adempimenti di legge con l'acquisizione del giuramento del signor Aboubacar Intagada, precisando che «nel sistema delineato dal legislatore non è dato rinvenire norme che attribuiscano funzioni di accertamento al di fuori della fase istruttoria di competenza del Ministero (...)»;
   in altri termini secondo il prefetto, poiché a norma di legge il decreto di concessione della cittadinanza «viene emesso a conclusione di un procedimento in relazione al quale è attribuito al Ministero dell'interno il potere/dovere di valutare l'idoneità del richiedente ad entrare a far parte del novero dei cittadini italiani e la sussistenza di un interesse pubblico ad ammettervelo» non può un sindaco, pur soggetto che esercita funzioni statali nella qualità di ufficiale di governo, sollevare obiezioni di sorta, neanche evidenziare che l'interessato non è in grado di prestare giuramento di fedeltà alla repubblica e di osservanza alla Costituzione in lingua italiana;
   a norma di legge il giuramento deve essere prestato entro sei mesi dalla notifica del decreto, pertanto a parere degli interroganti è assurdo ed inconcepibile concedere la cittadinanza a chi, non solo abbia rifiutato di imparare la nostra lingua pur risiedendo da oltre dieci anni sul nostro territorio, ma addirittura non abbia imparato una frase di rito in un lasso di tempo di sei mesi;
   la vicenda, peraltro, non è neanche un caso isolato, perché già in precedenza altri sindaci – di diversi schieramenti politici – si son ritrovati in simili situazioni –:
   se non ritenga che il sindaco, quale ufficiale di Governo, possa opporsi al decreto di cittadinanza ovvero richiedere la sospensione dell’iter di concessione e/o il rinvio qualora accerti che l'interessato non conosca la lingua italiana, la frase di rito per prestare giuramento e tantomeno il significato intrinseco della medesima frase e, in caso di risposta negativa, se non convenga sull'opportunità di esonerare i sindaci da tale funzione atteso che il sindaco è considerato un mero esecutore di atti altrui, delegando all'uopo un commissario ad acta. (3-02003)

Interrogazioni a risposta scritta:

   SIMONETTI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   stando a quanto riportano gli organi di stampa, il Vercellese è interessato da un significativo incremento quantitativo e qualitativo delle attività criminali;
   proliferano, in particolare, furti e rapine, che talvolta sfociano anche in aggressioni fisiche, com’è successo ad un pensionato di Costanzana, preso recentemente a sprangate mentre rientrava per cena a casa;
   vengono colpiti negozi, magazzini e case vuote;
   l'apprezzamento per quanto fanno le forze dell'ordine presenti sul territorio è unanime, come lo è tuttavia anche la consapevolezza dell'inadeguatezza degli organici e dei mezzi di cui dispongono;
   l'aggravarsi della situazione ha indotto i sindaci e gli assessori rappresentativi di 27 mila abitanti del Vercellese a scrivere una lettera alla prefettura territorialmente competente, sollecitando interventi correttivi da parte dello Stato, in particolare sotto forma di ricorso allo schieramento di unità dell'Esercito in funzione di deterrenza anti-crimine e rassicurazione delle popolazioni;
   le popolazioni in effetti risultano esasperate e non a caso hanno già provveduto ad auto-promuovere gruppi di sorveglianza attraverso Whatsapp, mentre su Facebook sono aperti account che cercano ronde volontarie;
   la paura è massima tra gli anziani –:
   quali iniziative il Governo ritenga opportuno assumere per tutelare la legalità nel Vercellese e tranquillizzare la locale opinione pubblica e se, in particolare, non si consideri l'ipotesi di estendere a quell'area del Piemonte l'operazione «Strade Sicure». (4-12005)

   BERGAMINI. — Al Ministro dell'interno, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   nel 1988 l'Italia ha ratificato la Convenzione di Strasburgo del 1983 sul trasferimento delle persone condannate;
   la Convenzione ha quale scopo principale di favorire il reinserimento sociale delle persone condannate permettendo ad una straniero, privato della libertà in seguito a reato penale, di scontare la pena nel suo Paese d'origine;
   la Convenzione stabilisce, inoltre, che un trasferimento possa essere domandato sia dallo Stato nel quale la condanna è stata pronunciata (Stato di condanna) sia dallo Stato di cittadinanza del condannato (Stato dell'esecuzione) e che esso sia subordinato al consenso degli Stati interessati oltre che a quello del condannato;
   allo stesso modo il Trattato individua anche la procedura per l'esecuzione della condanna dopo il trasferimento in base alla quale, tra l'altro, una sanzione privativa della libertà non può mai essere convertita in una sanzione pecuniaria;
   le strutture carcerarie italiane sono caratterizzate da sovraffollamento cronico, carenza di organico degli agenti penitenziari e insufficiente presenza di psicologi e operatori per l'assistenza e il recupero sociale dei detenuti;
   la condizione carceraria appare troppo spesso distante dal dettato costituzionale e dagli impegni internazionali dell'Italia sulla funzione rieducativa della pena e sul rispetto dei diritti e delle dignità delle persone;
   l'Italia è stata più volte condannata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) per le condizioni inumane in cui vivono i detenuti nelle carceri;
   il trasferimento nel loro Paese di origine dei detenuti stranieri condannati in Italia, come previsto dalla Convenzione di Strasburgo, può contribuire a risolvere la questione del sovraffollamento carcerario;
   nell'anno 2015 in Italia si è registrato un numero di detenuti di circa 54.000 unità. Tra questi, i detenuti stranieri erano circa 17.500, ovvero circa il 32 per cento dell'intera popolazione carceraria;
   le nazionalità straniere maggiormente presenti nelle carceri italiane, con percentuali maggiori o uguali al 10 per cento del totale, secondo i dati del Ministero della giustizia sono quella marocchina, rumena, albanese e tunisina;
   stando ai dati dell'Osservatorio nazionale sulle condizioni di detenzione pubblicato dall'associazione Antigone, il costo per ogni singolo detenuto nelle carceri si attesta sui 150 euro al giorno. Si può dunque stimare in oltre 2,6 milioni di euro il costo relativo alla popolazione carceraria straniera detenuta in Italia nel solo 2015;
   né il Governo né i Ministeri competenti incentivano l'utilizzo delle procedure previste dalla Convenzione di Strasburgo al fine di diminuire la popolazione carceraria attraverso il trasferimento di detenuti stranieri nei loro paesi d'origine;
   il numero di trasferimenti di detenuti stranieri, infatti, è talmente irrilevante che questi non vengo neppure conteggiati nelle statistiche ufficiali dell'Istat e del Ministero della giustizia –:
   quali siano le iniziative adottate dai Ministri interrogati per dare attuazione alla Convenzione di Strasburgo del 1983, quanti e quali accordi bilaterali per il rimpatrio dei carcerati risultino firmati ad oggi dall'Italia e, infine, quanti e di quale nazionalità siano i carcerati stranieri rimpatriati nel loro Paese di origine, al fine di scontare una condanna definitiva ricevuta in Italia negli ultimi 5 anni. (4-12006)

   PASTORELLI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   lo statuto del comune di Venezia, approvato con deliberazione della giunta comunale il 25 marzo 2013, all'articolo 1, comma 2, individua il comune di Venezia come un comune metropolitano, specificando al successivo comma 4 che: «Il Comune di Venezia è costituito dalle comunità delle popolazioni insediate nel suo territorio, organizzate in municipalità ai sensi del presente statuto»;
   in attuazione di tale principio si prevede, al capo V, la disciplina delle articolazioni territoriali e vengono individuati gli organi delle municipalità;
   in tal senso, l'articolo 22, comma 1, stabilisce che le circoscrizioni del comune di Venezia siano costituite in municipalità per rappresentare le rispettive comunità, curarne gli interessi e promuoverne lo sviluppo nell'ambito del Comune di Venezia. Ad esse competono le funzioni amministrative del Comune: «da individuare nella piena esplicazione, sul piano locale, dei principi di differenziazione ed adeguatezza, propri della sussidiarietà. In sede di approvazione del bilancio di previsione il Consiglio comunale assegna alla Municipalità le risorse necessarie all'espletamento delle funzioni e attività individuate...»;
   il successivo articolo 23 individua le funzioni delle municipalità prevedendo che «le Municipalità esercitano le funzioni ad esse attribuite dallo statuto e dal regolamento» sovraintendono a tutti i servizi, le attività, i procedimenti a loro assegnati e le deleghe sono attribuite secondo il principio di sussidiarietà;
   dal combinato disposto, allora, delle disposizioni contenute nel Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267, «Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali», pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 28 settembre 2000, n. 227, S.O., delle disposizioni contenute nel Titolo V della Carta Costituzionale e di quanto previsto dallo statuto del comune di Venezia, in attuazione delle disposizioni primarie, emerge un ruolo fondamentale della municipalità nella nuova architettura territoriale come espressione della volontà popolare;
   di conseguenza, visto il chiaro quadro normativo, ogni intervento riguardante i compiti e le funzioni della municipalità deve tenere conto dell'assetto normativo e del principio di sovranità popolare per non incorrere in un'attività svolta in difetto di attribuzione;
   desta dunque preoccupazione la previsione, da parte dell'attuale amministrazione del comune di Venezia, di porre all'ordine del giorno dei prossimi consigli comunali, la discussione e, dunque, anche la deliberazione in ordine ad una serie di materie che, per le ragioni sopra esposte, competono anche alle municipalità;
   per fare alcuni esempi si ricorda l'abrogazione del «regolamento del sistema bibliotecario comunale», svuotando in tal modo di ogni competenza i municipi; la modifica del regolamento comunale del servizio trasporti scolastici all'articolo 15, commi 1 e 4, relativi alle competenze interne del procedimento, eliminando le competenze degli uffici dei consigli di municipalità in materia di esenzione dal pagamento del servizio di trasporto scolastico; la modifica del regolamento comunale del servizio refezioni scolastiche all'articolo 14, commi 1, 3 e 5, relativi alle competenze interne del procedimento eliminando le competenze degli uffici dei consigli di municipalità in materia di esenzione dal pagamento del servizio; la modifica al regolamento per la concessione di patrocini, sovvenzioni, contributi e altri vantaggi economici e dell'albo delle associazioni eliminando le competenze delle municipalità in materia; la modifica del regolamento per l'erogazione di interventi di natura economica di competenza delle municipalità; infine, ma non meno importante la previsione della modifica al «regolamento comunale delle municipalità» (articoli 4, 5, 34, 38-bis, 41, 42 e 44), con le quali vengono svuotate di poteri e funzioni, nei vari ambiti, le municipalità –:
   in linea generale, quali iniziative concrete, per quanto di competenza, il Ministro interrogato abbia intenzione di intraprendere, anche sul piano normativo, affinché siano assicurate all'organismo della municipalità le effettive funzioni.
(4-12013)

   ANDREA MAESTRI, BRIGNONE, CIVATI, MATARRELLI e PASTORINO. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   il Conapo, il sindacato autonomo dei vigili del fuoco, ha recentemente inviato alle istituzioni competenti le proprie osservazioni, in riferimento alla bozza di modifica del decreto legislativo n. 217 del 2005 e alla bozza di modifica del decreto legislativo n. 136 del 2006 (in attuazione della delega contenuta all'articolo 8 della legge n. 124 del 2015 – cosiddetta «legge Madia»), trasmesse loro rispettivamente il 21 e 22 gennaio 2016;
   il 26 gennaio 2016 si è tenuta una riunione presso il Ministero dell'interno, alla presenza del Sottosegretario Bocci, relativa alle modifiche da apportare ai testi dei decreti;
   il sindacato osserva che le bozze presentate mancano di una vera riforma delle carriere e dell'ordinamento che possa consentire risparmi da reinvestire nell'equiparazione retributiva e pensionistica dei vigili del fuoco con le forze di polizia;
   in particolare il Conapo chiede:
    provvedimenti di piena equiparazione retributiva e pensionistica dei vigili del fuoco con il corrispondente personale appartenente agli altri Corpi dello Stato ad ordinamento civile, primo fra tutti la Polizia di Stato. A tal fine, si chiede anche l'inserimento dei vigili del fuoco nel comparto sicurezza, attraverso i meccanismi di perequazione previsti dalla legge n. 121 del 1981;
    in caso di risorse finanziarie insufficienti alla piena equiparazione, in via prioritaria l'estensione ai vigili del fuoco dell'assegno funzionale pensionabile (articolo 6 del decreto-legge n. 387 del 1987 e successive modifiche e integrazioni), corrisposto al compimento dei 17, 27 e 32 anni a tutti i Corpi dello Stato sia civili che militari (tranne i vigili del fuoco);
    l'estensione ai vigili del fuoco degli aumenti di servizio (1 anno ogni 5) ai fini pensionistici (articolo 3, comma 5, della legge n. 284 del 1977 e articolo 17, comma 2, della legge n. 187 del 1976) cui beneficiano tutti i Corpi dello Stato sia civili che militari (tranne i vigili del fuoco);
    l'estensione ai vigili del fuoco dei 6 scatti retributivi (articolo 1, comma 15-bis, del decreto-legge n. 379 del 1987 e articolo 6-bis, comma 1, del decreto-legge n. 387 del 1987) all'atto del pensionamento (+15 per cento), cui beneficiano tutti i Corpi dello Stato sia civili che militari (tranne i vigili del fuoco);
    l'estensione al personale direttivo e dirigente del Corpo nazionale dei vigili del fuoco dei meccanismi di adeguamento retributivo alle qualifiche superiori al compimento dei 13 e 23 anni di servizio previsti per le forze di Polizia (stipendio qualifica superiore ai sensi dell'articolo 43, commi 22 e 23, della legge n. 121 del 1981) e al compimento dei 15 e 25 anni (intera retribuzione qualifica superiore, ai sensi dell'articolo 43-ter della legge n. 121 del 1981); misure che però non possono essere disgiunte dall'erogazione dell'assegno funzionale (17, 27 e 32) anni al personale dei vigili del fuoco in uniforme;
    l'estensione anche alle organizzazioni sindacali dei vigili del fuoco di quanto previsto dall'articolo 8-bis del decreto legislativo n. 195 del 1995 (Consultazione delle rappresentanze del personale), ove prevede che «Le organizzazioni sindacali e le sezioni del COCER di cui all'articolo 2 sono convocate presso la Presidenza del Consiglio dei ministri in occasione della predisposizione del documento di programmazione economico-finanziaria e prima della deliberazione del disegno di legge di bilancio per essere consultate». Questo per cercare di evitare che i vigili del fuoco vengano dimenticati nelle leggi e negli stanziamenti, come avvenuto in passato;
    l'istituzione del ruolo tecnico-logistico (in uniforme) e con la qualifica di Polizia giudiziaria a supporto della componente operativa, in cui far confluire anche il personale operativo non più idoneo alla piena operatività e cui garantire istituti retributivi e pensionistici di specificità correlati all'obbligo di mobilitazione a supporto delle necessità del settore operativo;
    l'istituzione di un unico servizio amministrativo contabile a supporto di tutte le componenti del Ministero dell'interno (amministrazione civile dell'Interno), cui destinare le nuove assunzioni, mediante unico concorso per tutto il Ministero dell'interno e il personale Sati (Settore amministrativo tecnico informatico) del Corpo nazionale dei vigili del fuoco che vi faccia domanda (pur continuando a prestare servizio nelle medesime sedi dei vigili del fuoco per chi lo desidera); diritto di opzione per il personale Sati attualmente in servizio di preferire l'inquadramento nell'amministrazione civile dell'interno (esentati da obblighi di mobilitazione) o restare sino al pensionamento nel Corpo nazionale dei vigili del fuoco, in ruolo Sati ad esaurimento o, solo per i tecnici-informatici, inquadrarsi nell'istituendo ruolo tecnico-logistico se in possesso dei requisiti psicofisici e dopo il superamento di apposito corso di formazione;
    la revisione di tutti i nomi delle qualifiche del personale tecnico-operativo del Corpo nazionale dei vigili del fuoco in modo da conformarli a quelli degli altri corpi dello Stato ad ordinamento civile (sovrintendente antincendi, sovrintendente capo antincendi, e altro), abrogando le attuali qualifiche, di origine aziendale (capo squadra, capo reparto), derivanti da precedenti inquadramenti del Corpo nei comparti delle fabbriche;
    la previsione che il capo del Corpo nazionale dei vigili del fuoco sia nominato dal prefetto obbligatoriamente proveniente dai dirigenti generali del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, analogamente a quanto avviene nella Polizia di Stato, ai sensi dell'articolo 5 della legge n. 121 del 1981, ed al fine di elevare di rango il capo del corpo nel Ministero dell'interno, cui affidare anche il coordinamento della direzione centrale per la difesa civile e le politiche di protezione civile;
    distinzione netta tra volontariato personale permanente nei vigili del fuoco. Il volontario non può avere (come oggi
avviene) attribuzioni di polizia, qualifiche e retribuzioni identiche a quelle del personale permanente. Le uniformi devono essere differenti così da permettere ai cittadini di riconoscere facilmente un volontario da un permanente del Corpo nazionale dei vigili del fuoco. Occorre prevedere la gratuità delle prestazioni ed affidare la completa gestione economica ed amministrativa del volontariato in capo alle regioni, anche ai fini di protezione civile: fermo restando il coordinamento da parte del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, al pari dell'Asl-118 che coordina i volontari del soccorso sanitario ed al pari di come il Corpo forestale dello Stato ha finora coordinato i volontari dell'antincendio boschivo. Il servizio di volontariato deve essere di ausilio e non sostitutivo del personale permanente. Deve garantire l'intervento di prossimità ma non l'esclusività dell'intervento;
    abrogazione del servizio discontinuo e istituzione di una sorta di ferma breve propedeutica all'assunzione, cui destinare riserve di posti nei concorsi di accesso;
    istituzione di nuclei di polizia amministrativa e giudiziaria in tutti i comandi provinciali;
    possibilità per il personale operativo permanente, con la qualifica di ufficiale o agente di Polizia giudiziaria e agente di pubblica sicurezza inserito nei nuclei di polizia giudiziaria e amministrativa, per lo svolgimento dei compiti istituzionali e delle funzioni attribuite, di accedere ai dati e alle informazioni del centro elaborazione dati, di cui al primo comma dell'articolo 9 della legge 1o aprile 1981, n. 121, nonché ai dati e alle informazioni contenute nello «schedario veicoli rubati» operante presso il medesimo centro elaborazione dati. Inoltre per l'espletamento dei propri compiti, le centrali operative ed i nuclei di polizia giudiziaria e amministrativa del Corpo nazionale dei vigili del fuoco devono accedere a titolo gratuito alle informazioni contenute nella banca dati della direzione generale della motorizzazione civile e dei trasporti in concessione, ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 28 settembre 1994, n. 634. Tutto questo al fine di non dover sempre ricorrere ad altri corpi per avere informazioni necessarie per l'espletamento delle proprie funzioni;
    previsione di percorsi di carriera interni adeguati, che consentano, al personale avente il previsto titolo di studio e la prevista capacità, di poter avanzare alle carriere superiori con precedenza di ruolo rispetto a coloro che provengono dall'esterno;
    aumento degli organici del personale ispettore da destinare alla funzione di capo turno provinciale (delicata funzione di coordinamento generale e rapporto con gli altri enti). In fase di prima applicazione, istituzione del ruolo speciale ad esaurimento degli ispettori cui inquadrare il personale avente la qualifica di capo reparto e capo reparto esperto in servizio alla data di entrata in vigore dell'istituzione del ruolo speciale ispettori ad esaurimento. Questo consentirebbe di allineare il Corpo nazionale agli altri Corpi dello Stato anche da questo importante punto di vista;
    le indennità specialistiche non devono subire decurtazioni in caso di assenze dovute a motivi di infortuni sul lavoro o cause di servizio, nonché in caso di frequentazione di corsi di formazione o invio in missione disposta dall'amministrazione;
    maggiore trasparenza sui criteri di valutazione relativi alle promozioni di dirigente e vice comandanti;
    creazione all'interno del Corpo nazionale dei vigili del fuoco di una propria e adeguata struttura di formazione della sicurezza, con regole e regolamenti chiari, che consti di formatori selezionati. Tutto ciò a garanzia della sicurezza e della qualità della formazione e affinché non si verifichi più ciò che oggi accade: personale (compresi alcuni dirigenti) che non conoscono
le funzioni (ed i limiti delle funzioni) del Corpo nazionale dei vigili del fuoco;
   tra le tante osservazioni fatte dal Conapo riguardo alla bozza di revisione del decreto legislativo n. 217 del 2005, si rilevano in particolare quelle relative ai seguenti articoli:
    con riguardo all'articolo 1 (Istituzione ruolo unico vigili-capi squadra-capi reparto), è specificato che non si comprende la motivazione del dover creare un ruolo unico se poi per il passaggio da vigile a capo squadra è comunque prevista una procedura concorsuale. Se non vi sono motivazioni particolari, si ritiene che si debba continuare ad avere divisione dei ruoli tra vigili da una parte e capi squadra e capi reparto dall'alta, in analogia agli altri Corpi dello Stato;
    con riguardo all'articolo 3 (qualifiche vigili del fuoco), è rilevato che la riduzione da 4 a 3 delle qualifiche di vigile del fuoco, accompagnata all'omissione di indicazioni degli anni necessari al conseguimento delle medesime, non consente valutazioni adeguate e appare mirata a conseguire risparmi di spesa a danno dei vigili del fuoco. Il Conapo, quindi, chiede che le qualifiche di vigile del fuoco restino 4 come previsto dal corrispondente personale degli altri Corpi dello Stato (sia civili che militari). Il Conapo contesta anche la denominazione «vigile del fuoco vice capo squadra» che appare mirata ad affidare a tale personale incombenze superiori pur in assenza di specifica formazione (anche sulla sicurezza sul lavoro), in assenza di qualifiche di ufficiale di polizia giudiziaria e soprattutto in assenza di adeguata remunerazione. Il Conapo chiede pertanto di abrogare la dicitura «vice capo squadra» per i vigili coordinatori;
    con riguardo all'articolo 3 (qualifiche capi reparto) è rilevato che risulta la volontà di abrogare lo scatto convenzionale ora previsto (articolo 18 del vigente decreto legislativo n. 217 del 2005) al personale capo reparto esperto che abbia compiuto 4 anni nella qualifica. Il Conapo è contrario a tale abrogazione penalizzante per il settore operativo e ne chiede il mantenimento in vigore in coerenza con quanto accade negli altri Corpi dello Stato;
    per quanto concerne l'articolo 19 (articolazione ruolo ispettori tecnici antincendi), che prevede la riduzione del nuovo ruolo di ispettore tecnico antincendi a 4 qualifiche a fronte delle 6 attualmente vigenti tra il ruolo ispettori e sostituti direttori e a fronte delle 5 qualifiche esistenti nel corrispondente personale degli altri Corpi dello Stato sia civili che militari, il Conapo chiede che il ruolo ispettori consti di n. 5 qualifiche;
   il Conapo si augura che la riduzione del numero delle qualifiche previste per i diversi ruoli non rappresenti un sistema per reperire risorse da destinare alla istituzione della dirigenza amministrativa;
   con riguardo all'articolo XX 1 (istituzione e articolazione dei ruoli professionali del personale aeronavigante), è rilevato che l'omissione di dati mediante punteggiatura, relativi al nuovo inquadramento di tale personale non consente di poter esprimere adeguate valutazioni in merito. Inoltre, nessun Corpo dello Stato ha qualifiche differenti del personale aeronavigante rispetto al restante personale in servizio (come da bozza) e tali qualifiche secondo il Conapo inducono solo confusione. Secondo tale sindacato non è assolutamente corretto dotare il personale che vola di qualifiche «nominativamente» diverse dal resto del personale, qualsiasi sia la qualifica. L'introduzione del ruolo di aeronavigante è assolutamente condivisa, ma le qualifiche e i relativi gradi devono restare gli stessi del resto del personale per non creare ulteriori confusioni. Inoltre, secondo il Conapo bisogna chiudere la forbice tra il personale che ha beneficiato delle riqualificazioni del settore aeronaviganti ante decreto legislativo n. 217 del 2005 e il personale entrato nella specializzazione dopo. Secondo il sindacato bisognerebbe inquadrare i vigili come vice ispettori, i capisquadra e i capi reparto come ispettori
capo, gli ispettori e i sostituti direttori antincendio (sda) come ispettori capo esperto e i sostituti direttori antincendio capo (sdac) come ispettori coordinatori. Inoltre, il Conapo chiede di premiare, tramite erogazione dell'indennità di funzione, coloro che all'interno dei nuclei ricoprono posti di responsabilità sanciti dalla norma interna;
   in merito a quanto previsto nelle modifiche del decreto legislativo n. 217 del 2005, l'inserimento nel ruolo aeronavigante per gli elisoccorritori, secondo il Conapo è la dimostrazione di quanto non sia stato compreso il valore aggiunto che questa figura professionale possiede, in confronto a quelle analoghe degli altri Corpi, e che evidentemente non è stata affatto analizzata. La rescissione di tutti i legami con il servizio operativo ordinario comporterà, secondo il suddetto sindacato, una profonda modificazione della capacità operativa degli elisoccorritori, i quali, in breve tempo, perderanno le caratteristiche che li differenziano, per maggiore capacità operativa, dai loro colleghi degli altri Corpi. Sarebbe stato possibile, a parere del Conapo, trovare una soluzione che preservasse le caratteristiche professionali degli elisoccorritori e, contemporaneamente, riconoscesse a questo personale tutto il dovuto. Piloti, specialisti ed elisoccorritori, lavoreranno tutti insieme a bordo dei velivoli del Corpo, ma avranno considerazione e trattamenti diversi, peraltro, non esiste ancora chiarezza e certezza su nessuno dei riconoscimenti, giuridici ed economici, che spetterebbero ai futuri elisoccorritori. È necessario prevedere che i futuri elisoccorritori del Corpo nazionale dei vigili del fuoco ricevano la stessa identica considerazione dell'altro personale aeronavigante, che il ruolo degli elisoccorritori venga organizzato in modo identico a quello dei piloti e degli specialisti, attraverso una completa parificazione di inquadramento e carriera, con relativo rilascio di «Licenza e Brevetto» e non, come invece è attualmente previsto di «Licenza o Brevetto»;
   inoltre, non si comprende per quale motivazione vengano istituiti ruoli del personale elicotterista, e non venga fatta la medesima cosa per il restante personale specialista nautico, sommozzatore e Tlc (esperto telecomunicazioni). Peraltro, se a tale personale si impongono procedure concorsuali separate dal personale generico, non si può poi affermare che fa parte del ruolo del personale generico;
   la bozza del decreto sopra richiamata contiene l'istituzione della dirigenza amministrativo contabile del Corpo nazionale dei vigili del fuoco. Per il Conapo, l'istituzione appare inutile e costosa dovendosi, a suo parere e come già sopra indicato, perseguire gli accorpamenti, ovvero costituire un unico settore amministrativo contabile a supporto di tutte le componenti del Ministero dell'interno, che, comunque, è già dotato di dirigenza amministrativo-contabile. In ogni casa il sindacato chiede che la dirigenza amministrativo-contabile sia istituita solo in seguito al riconoscimento delle dovute misure di equiparazione retributiva e pensionistica dei vigili del fuoco con gli altri Corpi dello Stato;
   con riguardo alla bozza di revisione del decreto legislativo n. 139 del 2006, le integrazioni del sindacato precisano tra i diversi temi trattati che:
    nell'articolo 18, comma 3 (servizi di vigilanza antincendi), occorre prevedere che i servizi di vigilanza antincendio nei locali di pubblico spettacolo ed intrattenimento vengano disposti dal comando dei vigili del fuoco competente per territorio e non più dalla commissione di vigilanza della Prefettura. Questa modifica non comporta alcun emendamento del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza e del decreto del Presidente della Repubblica n. 311 del 2001 (semplificazione autorizzazioni di P.S.), che non prevedono, tra i compiti delle commissioni di vigilanza, tale adempimento e che infatti è contemplato solo dall'articolo 4 del decreto ministeriale 22 febbraio 1996, n. 261 che regolamenta la vigilanza dei vigili del fuoco;

    il Canapo ritiene che la nuova formulazione, contemplata dall'articolo 24 (interventi di soccorso pubblico) sia ancora inadatta a risolvere i dubbi interpretativi e le diatribe sugli scenari di soccorso in merito al coordinamento dei soccorsi –:
   se il Governo, in virtù del fondamentale ruolo del Corpo nazionale dei vigili del fuoco e dei gravosi compiti che i vigili del fuoco quotidianamente svolgono mettendo a repentaglio la loro vita e alla luce dei contributi e delle integrazioni proposte al Governo dal sindacato Conapo, non ritenga opportuno assumere iniziative normative volte a riconoscere al personale in uniforme del Corpo nazionale dei vigili del fuoco pari dignità e pari trattamento rispetto agli apparenti agli altri Corpi dello Stato. (4-12021)

ISTRUZIONE, UNIVERSITÀ E RICERCA

Interrogazioni a risposta scritta:

   D'INCÀ. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   dopo lunghissime attese ed incertezze, sui tempi e sui requisiti di accesso, sembra imminente la pubblicazione «prevista per la prima settimana del mese di febbraio» del bando per il concorso scuola che si svolgerà nel 2016, il quale aprirà le porte ad una nuova fase di immissioni in ruolo;
   indiscrezioni giornalistiche, che si basano anche sulle dichiarazioni del sottosegretario di Stato per l'istruzione, l'università e la ricerca, Davide Faraone, riportano tra l'altro che le prove saranno basate sia su conoscenze nozionistiche che su competenze di tipo professionale;
   in particolare è indicato che la prima prova sarà « computer based», durerà 150 minuti e consterà di 8 domande a risposta aperta, riguardanti la trattazione di argomenti disciplinari, culturali e professionali;
   i quesiti saranno rivolti a verificare le conoscenze e le competenze sia didattiche che metodologiche in riferimento alle discipline oggetto di insegnamento e, riguardo sia ai posti comuni che a quelli di sostegno, degli 8 quesiti, 2 saranno in lingua straniera, allo scopo di verificare le competenze dei docenti a livello B2. Tra le lingue straniere che potranno essere scelte (al momento dell'iscrizione) figurano: inglese, francese, spagnolo e tedesco;
   a parere dell'interrogante, pur convenendo sull'importanza della conoscenza delle lingue, l'eventuale inserimento di 2 quesiti in lingua straniera, risulta eccessivo e non utile stabilire le effettive competenze didattiche dei vari aspiranti docenti, nella propria e disciplina; pertanto, non si contribuirebbe alla selezione dei migliori insegnanti. Inoltre risulterebbe una disparità di valutazione tra gli aspiranti docenti di lingua straniera, i cui studi sono stati svolti in più lingue, e quelli di altre discipline, per quali la conoscenza delle lingue straniere non era prevista nei piani di studi, per questi ultimi vi sarà così una situazione di svantaggio –:
   se trovino conferma le suindicate indiscrezioni e se non si intendano eventualmente rivedere i criteri di selezione. (4-12008)

   CARFAGNA. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro dell'interno, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   appare lunga la lista degli episodi che vedono bambini in età pre-scolare oggetto di episodi di maltrattamento da parte delle educatrici degli asili frequentati;
   in un asilo nido del Pisano una maestra di 58 anni maltrattava i bambini con insulti, schiaffi, sculacciate fino ad arrivare ad un piatto rotto in testa; alla fine sono risultati 9 i bambini che hanno subito i maltrattamenti;
   a Pavullo, in provincia di Modena, un'educatrice maltrattava con offese, botte, punizioni troppo dure e bestemmie, i suoi piccoli alunni;
   a Seriate, in provincia di Bergamo, l'asilo «Scatola magica» è stato posto sotto sequestro preventivo in seguito ad una indagine per maltrattamenti sui bambini che ha visto coinvolte ben quattro persone;
   nella Scuola per l'infanzia di Terracina due maestre trattavano i loro alunni, dai 3 ai 6 anni, con percosse, minacce e insulti, spintoni e strattonamenti;
   in un asilo di Collecchio, nella provincia di Parma, una maestra di 55 anni è stata arrestata per maltrattamenti sui bambini;
   gli episodi elencati sono solo esemplificativi di un problema che non è possibile ignorare, gli episodi in esame generano inquietudine, tanto più che avvengono su soggetti incapaci di esprimersi e manifestare disagio e di difendersi, e provocano nei genitori un sentimento di ansia che li porta a chiedere l'istallazione di telecamere negli asili nido per poter controllare la condizione dei propri figli;
   il Garante per la privacy, con provvedimento dell'8 maggio 2013, si è espresso in merito all'installazione di telecamere negli asili nido ritenendo che una tale ipotesi possa essere considerata legittima solo se rispetta i principi di necessità e proporzionalità previsti dal codice della privacy, in particolare, agli articoli 3 e 11, comma 1, lettera a) e d);
   nella dichiarazione citata il Garante ha anche riconosciuto che è doveroso adottare una serie di misure cautelari nell'eventuale adozione di una tale iniziativa che tengano conto della tutela della riservatezza del minore quale bene garantito costituzionalmente nel nostro ordinamento;
   nell'esprimersi in materia di uso di telecamere di sicurezza in aree scolastiche il Garante della privacy e la Commissione europea hanno precisato che l'adozione di detti sistemi di videosorveglianza finalizzati alla protezione e alla sicurezza dei bambini nei centri per l'infanzia e negli asili nido può costituire interesse legittimo a condizione che siano rispettati i principi della protezione dei dati, i principi stabiliti a livello nazionale ed europeo dell'effettiva necessità di intervento e di proporzionalità nell'adozione del rimedio;
   il tema della videosorveglianza nelle scuole è stato affrontato dal «Gruppo di lavoro articolo 29» che, nel riaffermare la preminenza dell'interesse generale del minore quale criterio informatore delle scelte che lo riguardano anche sotto il profilo della tutela dei dati personali, ha ammesso l'impiego di tali sistemi nei soli casi in cui l'installazione risulti effettivamente necessaria e proporzionata; si veda in materia il parere «WP 160» sulla «Protezione dei dati personali dei minori (Principi generali e caso specifico delle scuole», adottato 1'11 febbraio 2009 anche in aderenza alle iniziative promosse dalla Commissione europea con comunicazione del 4 luglio 2006 – «Verso una strategia dell'Unione europea sui diritti dei minori»;
   non da meno sono da considerare e da rispettare le norme di cui allo statuto dei lavoratori, anche alla luce della semplificazione delle procedure di rilascio dell'autorizzazione per l'istallazione di impianti di videosorveglianza intercorsa con rilettura ministeriale e giurisprudenziale delle norme previste dall'articolo 4 della legge n. 300 del 1970, che considera l'esigenza della tutela dell'incolumità dei lavoratori come motivo sufficiente ad avviare la procedura semplificata;
   non sfugge certamente ai Ministri interrogati che la sicurezza psicofisica dei bambini, la tutela della loro incolumità in quanto soggetti deboli e indifesi, così come il diritto dei genitori a usufruire di un servizio in condizioni di serenità e fiducia non possono non essere considerati alla
stregua del diritto alla riservatezza dei lavoratori;
   i giudici della Corte di cassazione penale si sono espressi in materia sostenendo che il consenso di tutti i lavoratori all'istallazione delle telecamere presuppone che non vi sia violazione del diritto alla riservatezza;
   l'installazione delle videocamere negli asili nido risponderebbe al principio di tutela della sicurezza dei bambini e dovrebbe essere di conseguenza rafforzato il concetto di divieto di utilizzo dei filmati per finalità, ad esempio, di controllo o disciplinari nei confronti del dipendenti –:
   se i Ministri interrogati non ritengano, nel riconoscimento della suprema tutela del minore, di dover adottare iniziative, anche in deroga alla normativa vigente in materia di rispetto della privacy, finalizzate all'introduzione di sistemi di videosorveglianza negli asili nido e nelle scuole materne, all'esclusivo fine di impedire che i bambini siano vittime di situazioni di violenza esercitata dagli educatori;
   se non ritengano i Ministri interrogati di dover assumere iniziative volte a prevedere periodici controlli finalizzati all'accertamento dello stato di stress e di equilibrio psicofisico degli operatori, esclusivamente per verificare la eventuale insorgenza o presenza di sindrome di burnout, tipica patologia dei processi stressogeni che colpisce le persone che esercitano le professioni d'aiuto. (4-12011)

   BRIGNONE, CIVATI, ANDREA MAESTRI, MATARRELLI e PASTORINO. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   nel 2013, l'insegnante Stefano Rho ottiene – dopo quattordici anni di precariato – il passaggio di ruolo;
   all'atto delle procedure concernenti l'immissione in ruolo, gli è chiesto, come da prassi, di dichiarare mediante autocertificazione di non avere mai riportato condanne penali;
   il docente appone la sua firma, colpevole di aver dimenticato un episodio occorso nell'anno 2005. Infatti, nel 2005, Stefano Rho, trovandosi per la strada e non essendoci bagni pubblici né locali aperti, insieme con un amico si mise a urinare su un cespuglio;
   un'auto dei carabinieri che passava in quel momento lo fermava e gli agenti registravano le sue generalità;
   il suo comportamento è stato punito con una multa di 200 euro da parte del giudice di pace;
   all'ingresso del professore Rho, il dirigente del liceo linguistico Giovanni Falcone esaminando la sua pratica si accorge che il docente era stato destinatario di un decreto penale passato in giudicato, cioè la multa di 200 euro inflittagli nel 2005 dal giudice di pace;
   il dirigente scolastico pur riconoscendo che l'episodio non era considerabile come una mera bagatella – anche perché la fedina penale del docente è pulita- si vede costretto – per via di una prescrizione della Corte dei conti, secondo la quale a un'autocertificazione non veritiera deve seguire il licenziamento – a licenziare il docente immesso in ruolo e assunto;
   la notizia è stata diffusa dalla stampa nazionale di questi giorni e contestualmente è nata una massiccia mobilitazione nazionale attraverso i social network a sostegno del docente Stefano Rho, oltre che una raccolta firme su Change.org per chiedere al Ministro dell'istruzione dell'università e della ricerca di salvare il posto di lavoro del professore;
   inoltre, il 6 febbraio 2016, a Bergamo, circa quattrocento persone tra studenti, genitori e docenti ha preso parte al corteo in solidarietà del docente Stefano Rho arrivando al palazzo della procura di Bergamo –:
   se il Governo sia a conoscenza del caso del docente Stefano Rho;
   se non ritenga di dover assumere ogni iniziativa di competenza affinché a Stefano Rho sia concesso il reintegro presso il liceo linguistico Giovanni Falcone di Bergamo e soprattutto se non si ritenga di dover assumere iniziative per modificare la normativa di riferimento, in modo tale che reati bagatellari non possano inficiare il diritto costituzionale al lavoro, considerato che, a giudizio degli interroganti, è sproporzionato il nesso causale esistente tra una sentenza passata in giudicato, senza che ne sia compromessa la fedina penale, e la sanzione ulteriore consistente nel licenziamento. (4-12018)

POLITICHE AGRICOLE ALIMENTARI E FORESTALI

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):

   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, il Ministro dell'economia e delle finanze, il Ministro dello sviluppo economico, per sapere – premesso che:
   la città di Vittoria è un comune di 62.000 abitanti sito nella provincia di Ragusa;
   l'economia del territorio si basa quasi esclusivamente sulla coltivazione di primizie di ortofrutta sotto serra;
   nel territorio di Vittoria esiste la cosiddetta «fascia trasformata» ovvero una estensione di terreno pari a circa 50.000.000 milioni di metri quadrati ove sono state costruite serre che danno lavoro a circa 30.000 persone;
   il sistema produttivo acquista per l'attività legata alle coltivazioni circa 500 milioni di euro mezzi tecnici;
   della filiera produttiva fanno parte soprattutto vivai, rivenditori di fitofarmaci, industrie di film plastico, ma sul territorio sorgono anche industrie per il montaggio di serre, sia in ferro che in legname, ovvero imprese che danno lavoro ad un indotto di migliaia di persone;
   il fatturato di questo sistema produttivo è pari a circa un miliardo di euro annui;
   in conseguenza della grande capacità produttiva, nella città di Vittoria sorge un grande mercato ortofrutticolo che è formato da 74 rappresentanti dei commercianti all'ingrosso e all'interno del quale lavorano 800 persone;
   il fatturato del solo mercato ortofrutticolo è pari a circa 4 miliardi di euro annui;
   si riporta il dettaglio delle derrate movimentate e commercializzate nel mercato nel quadriennio 2011-2014 per dare una misura esatta della sua importanza: nel 2011 sono stati movimentati 3.154.265,10 quintali di frutta e ortaggi, nel 2012 3.240.995,98, nel 2013 3.321.645,14, nel 2014 3.094.905,89, per un totale nel quadriennio pari a 12.811.810 quintali;
   la grande quantità di merce in partenza dal mercato di Vittoria è trasportata su automezzi gommati per giungere sino ai mercati e alle piattaforme del nord Italia;
   gli autotrasportatori che vivono di ciò sono pari a numerose migliaia a cui si devono aggiungere centri di condizionamento dislocati su tutto il territorio che producono un fatturato pari a circa 2 miliardi di euro, dando un'occupazione stabile ad ulteriori migliaia di lavoratori;
   a causa di accordi presi dal Governo centrale con stati del bacino Mediterraneo, l'intero comparto agroalimentare di Vittoria sta attraversando un momento di grave crisi economica e finanziaria; tutti gli
imprenditori della filiera descritta si vedono letteralmente costretti a vendere il prodotto ad un costo inferiore a quello di produzione, poiché la politica di prezzi molto bassi condotta dai paesi del nord Africa configura una sorta di concorrenza sleale, non consentendo alcuna redditività alle imprese siciliane;
   a motivo di questa importazione, gli agricoltori devono svendere il loro prodotto. Solo per fare un esempio, il costo di produzione di un chilogrammo di pomodoro ciliegino si aggira attorno agli 0,80 centesimi di euro al chilogrammo, prezzo al quale non può essere rivenduto a causa della politica di dumping sui prezzi adottata dai Paesi esportatori costringendo gli agricoltori siciliani a vendere sotto il costo di produzione la merce, nel caso di specie al costo 0,30 centesimi di euro il chilogrammo, con una perdita secca pari a 0,50 centesimi ogni chilogrammo di pomodorini prodotti;
   a causa del fenomeno descritto ormai quasi tutte le aziende del settore si sono indebitate o sono in procinto di subire la medesima sorte; esse sono in grave stato di crisi con il rischio effettivo di chiusura, di perdita di posti di lavoro, di perdita di prodotto interno lordo e di gettito fiscale e conseguente effettivo rischio di povertà per migliaia di lavoratori;
   nell'eventualità in cui non si adottino al più presto iniziative volte alla sospensione e alla dilazione del pagamento dei prossimi tributi, imposte e tasse e senza la previsione di sgravi fiscali per le famiglie e le imprese attraverso certi e subitanei finanziamenti, la maggior parte delle imprese sarà inevitabilmente destinata al fallimento, poiché, già ora, numerose di esse hanno dovuto prendere prestiti per anticipare i costi sostenuti per la produzione e mantenere i posti di lavoro esistenti e chiedere finanziamenti anche per pagare le imposte, le tasse e i contributi –:
   se i fatti narrati in premessa corrispondano al vero, se il Governo ne sia a conoscenza e, nell'eventualità positiva, quali iniziative urgenti intenda assumere al fine di arrestare la crisi in atto e attuare misure in grado di dare nuova vitalità ad un settore produttivo molto importante per non depauperare un patrimonio imprenditoriale prezioso e migliaia di posti di lavoro ancor più necessari perché a rischio di perdita in una regione già martoriata, ben più delle altre, dalla crisi economica ancora in atto;
   in particolare, considerate le innumerevoli difficoltà economiche che incolpevolmente questi imprenditori e lavoratori si sono trovati ad affrontare, se il Governo ritenga opportuno assumere iniziative urgenti contenenti sgravi e contributi fiscali finalizzati ad una eccezionale e temporanea detassazione e sospensione dei tributi al fine di scongiurare il pericolo descritto.
(2-01266) «
Segoni, Artini, Baldassarre, Bechis, Turco, Pisicchio».

Interrogazione a risposta in Commissione:

   SIMONETTI. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   negli ultimi tre mesi la regione Piemonte subisce un periodo di siccità a causa di scarse precipitazioni sia nevose che piovose;
   sono, infatti, passati quasi 100 giorni senza che si registrino precipitazioni di rilievo, — i fiumi e i laghi sono quasi in secca — e questo ha destato allarme soprattutto negli agricoltori piemontesi;
   il mese di dicembre 2015 è stato il meno piovoso degli ultimi 215 anni, ed il mese di gennaio 2016 ha registrato il record negativo della media delle precipitazioni (-65 per cento);
   le alte temperature di questo periodo, sono un fenomeno anomalo, che sta causando danni alle coltivazioni, soprattutto di quelle foraggere, che non stanno beneficiando dell'apporto idrico necessario per il loro sviluppo, derivante soprattutto dalle precipitazioni nevose;
   a preoccupare non è solo la situazione attuale, ma, soprattutto, le ricadute per il futuro. Se le condizioni meteo migliorassero, con un febbraio e un marzo nella norma, in particolare per quanto riguarda le precipitazioni nevose, queste determinerebbero accumuli di neve destinati a sciogliersi rapidamente in primavera con conseguenti deficit idrici per l'inizio dell'estate. Verrebbe, così, impedito lo stoccaggio di acqua, portando gli invasi ad essere semivuoti e quindi rendere impossibile il rilascio dei flussi, importanti sia per l'agricoltura che per l'uso di acqua potabile da parte della popolazione. Se persisterà lo stato delle cose, in alcune zone della regione Piemonte potrebbe essere addirittura ridotta la fornitura idrica;
   questo inverno «anomalo» ha portato ad una fioritura anticipata delle piante, quali il nocciolo, soprattutto nelle zone del basso Albese e dell'Alta Langa. Il problema è che se le condizioni meteorologiche dovessero cambiare con l'arrivo di improvvise gelate, le gemme e i raccolti che hanno già iniziato il loro ciclo vegetale, potrebbero andare distrutti con ingenti danni alle coltivazioni;
   le colture che da questa situazione sicuramente soffriranno sono quella del riso, la quale dovrà essere irrigata già a partire dal prossimo mese di marzo, e quella del mais. Colture queste che hanno bisogno di un importante apporto idrico. In Piemonte le province di Vercelli, Biella e Novara, con Pavia, da sole, producono il 92 per cento del riso nazionale e la superficie coltivata è di 70 mila ettari con oltre mille le aziende sul territorio. La produzione complessiva è di oltre 5 milioni di quintali e quella lorda vendibile ammonta a 200 milioni di euro;
   esistono anche altri problemi a seguito di questo sconvolgimento climatico, che potrebbero portare ad un aggravio della situazione già molto critica. Infatti, la processionaria, un bruco che si nutre di aghi di pino, sta invadendo le conifere; la diffusione della varroa, un acaro parassita che attacca gli alveari delle api, con conseguente danneggiamento, se non addirittura distruzione degli stessi, che si va ad aggiungere, però indipendente dal caldo anomalo di questo periodo, a quello già presente della vespa velutina, un calabrone asiatico, che si nutre di api in prossimità degli alveari, che crea danno al danno. Nella zona della provincia di Cuneo sono presenti circa 30 mila alveari con una produzione annuale di circa 1.500 tonnellate di miele –:
   quali iniziative intendano adottare, per quanto di competenza, anche di tipo economico-finanziario, al fine di sostenere le aziende agricole piemontesi che sono state colpite, negli ultimi mesi, dal fenomeno della siccità, dando, così, impulso ad un settore già fortemente in crisi;
   se non ritengano di dover attivare con urgenza un tavolo tecnico di coordinamento con quelli attivati a livello regionale, per condividere le scelte concernenti la risoluzione delle criticità e monitorare la situazione delle riserve idriche delle regioni. (5-07703)

Interrogazione a risposta scritta:

   ANDREA MAESTRI. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   in Italia sono 130 le razze animali a rischio di estinzione tra mucche, cavalli, asini, pecore e capre. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti in merito all'allarme lanciato dalla Fao sul fatto che il 17 per cento delle razze nel mondo è a pericolo scomparsa, mentre un altro 60 per cento è in stato di rischio sconosciuto per mancanza di dati sulla dimensione e la struttura della popolazione;
   nel dossier della Coldiretti «L'Italia in fattoria», presentato il 3 febbraio 2016 alla Fieragricola di Verona, l'attenzione si è focalizzata sulla crisi che coinvolge gli allevamenti italiani. Nel documento viene espressa una seria preoccupazione per la scomparsa di ben 2 milioni di animali tra mucche, pecore e maiali e la chiusura di oltre mille stalle solo nel 2015. Il rischio reale è quello di perdere il primato dell'enogastronomia «made in Italy», settore che potrebbe dipendere sempre più dall'estero, nell'importazione di carne, salumi, latte e formaggi già oggi vicina al 40 per cento;
   l'allevamento italiano alimenta un comparto economico che vale 17,3 miliardi di euro e rappresenta il 35 per cento dell'intero agroalimentare nazionale, con un impatto rilevante anche dal punto di vista occupazionale, con circa 800 mila persone al lavoro;
   a questo proposito, è bene ricordare che, per la realizzazione delle priorità della strategia «Europa 2020», nel quadro dell'accordo di partenariato tra lo Stato italiano e l'Unione europea, i principali strumenti di programmazione per lo sviluppo rurale regionale sono costituiti dai piani di sviluppo regionali che, per gli anni 2014-2020, la Commissione europea ha approvato per tutte le regioni italiane;
   nell'ambito della nuova programmazione, i piani di sviluppo rurali regionali destinano rilevanti risorse finanziarie per la salvaguardia delle risorse genetiche e delle razze autoctone a rischio estinzione. La tutela dell'agrobiodiversità è, infatti, una delle priorità delle politiche di sviluppo rurale;
   infatti, per quanto concerne l'allevamento di razze animali locali in via di estinzione, è previsto uno specifico sostegno a favore delle imprese agricole che decidono di allevare in purezza i capi per i quali è stato riconosciuto l'aiuto mentre, in relazione alla coltivazione di varietà locali autoctone minacciate di erosione genetica, è previsto il pagamento di aiuti per gli agricoltori che si impegnano alla coltivazione e alla conservazione degli ecotipi locali. Le regioni che più hanno investito in tali azioni sono il Piemonte, l'Emilia Romagna, la Toscana, il Lazio, la Campania, la Puglia e la Sicilia, che hanno stabilito il tetto più alto di sostegno in assoluto: dai 15 ai 30 milioni di euro;
   dai dati raccolti dai piani di sviluppo rurale della programmazione 2007-2013 risulta che, tra le 130 razze allevate a rischio estinzione, sono presenti ben 38 razze di pecore, 24 di bovini, 22 di capre, 19 di equini, 10 di maiali, 10 di avicoli e 7 di asini. Ma in pericolo sono anche pezzi pregiati dell'enogastronomia nazionale che può contare sul primato mondiale con 49 formaggi a denominazione di origine protetta (Dop) riconosciuti dall'Unione europea addirittura davanti alla Francia che ne possiede 45: ma a rischio ci sono anche i prelibati prodotti della norcineria nazionale, dal culatello di Zibello alla coppa piacentina, dal prosciutto di San Daniele a quello di Parma per un totale di 40 salumi made in Italy tutelati in Europa;
   è però fondamentale che tutte le istituzioni, con le rispettive competenze, si attivino per preservare la biodiversità sui territori, le antiche razze e il nostro patrimonio enogastronomico;
   custodi della biodiversità in grado di salvaguardare dall'estinzione razze pregiate come il vitellone di bovina romagnola e la mora romagnola si sono dimostrati gli allevatori della provincia di Ravenna, protagonisti di un fondamentale opera di tutela e recupero delle antiche razze di suini e bovini, come ricorda il presidente della Coldiretti Ravenna il quale evidenzia che: «da anni si lavora per tutelare la Mora romagnola, ridotta nella seconda metà del ’900 a 18 esemplari concentrati in un solo allevamento. Con l'intervento delle istituzioni è stato avviato un piano di recupero della razza che ha permesso di arrivare oggi a diverse decine di allevamenti iscritti all'albo degli allevamenti di razza Mora Romagnola». Così come per il vitellone bianco dell'Appennino centrale (meglio conosciuto come razza romagnola) in merito al quale è rilevato «che è uno dei sedici prodotti certificati di origine animale che vanta la regione Emilia Romagna, su 42 esistenti. La razza Romagnola è, assieme alle sue sorelle Chianina
e Marchigiana, l'unica carne fresca che può fregiarsi della certificazione di Indicazione geografica protetta (Igp) a livello nazionale». Un'azione di recupero importante di queste razze antiche si deve ai nuovi sbocchi commerciali creati dai mercati degli agricoltori e dalle fattorie, attraverso il progetto di Coldiretti «Campagna Amica», attivi in tutte le regioni e che «hanno offerto opportunità economiche agli allevatori e ai coltivatori di varietà e razze a rischio di estinzione che altrimenti non sarebbero mai sopravvissute alle regole delle moderne forme di distribuzione»;
   dal presidente della Coldiretti è inoltre fortemente criticata la normativa comunitaria, che ancora consente l'imbroglio di vendere, come made in Italy, prodotti agricoli e alimentari importati dall'estero per la mancanza di norme chiare e trasparenti sull'etichettatura di origine. La mancanza di trasparenza in etichetta sulla reale origine dei prodotti colpisce formaggi e salumi, ma anche il latte a lunga conservazione o la carne di coniglio. «Sugli scaffali, i finti “made in Italy” riguardano 2 prosciutti su 3, venduti come italiani, ma provenienti da maiali allevati all'estero, ma anche 3 cartoni di latte a lunga conservazione su 4, che sono stranieri senza indicazione in etichetta, come pure la metà delle mozzarelle», denuncia il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo. Infatti la dicitura « made in Italy», posta su un prodotto alimentare, non indica necessariamente che il prodotto è realizzato con materie prime di provenienza nazionale;
   secondo la Coldiretti, le ragioni della scomparsa dell'allevamento italiano vanno inoltre ricercate, oltre che nelle norme europee, nelle distorsioni di mercato, dalla stalla allo scaffale, che fanno lievitare i prezzi dei prodotti, come per il caso del latte fresco, denunciato dalla confederazione nel 2015, il cui prezzo in Italia per il consumatore è più alto del 317 per cento rispetto alla cifra che si mettono in tasca gli allevatori: 1,5 euro al litro sullo scaffale, contro una media di 0,36 centesimi al litro. Solo nel 2015, hanno chiuso circa mille stalle da latte, oltre il 60 per cento, delle quali si trovava in montagna, con «effetti irreversibili sull'occupazione, sull'economia, sull'ambiente con il venir meno di una attività di presidio indispensabile contro il degrado»;
   nel corso della XVI Legislatura, la commissione agricoltura della Camera, tra le prime iniziative assunte, deliberò lo svolgimento di una indagine conoscitiva sull'andamento dei prezzi nel settore agroalimentare, approvando un documento conclusivo nel quale si sottolineava come l'incremento dei prezzi di vendita dei prodotti agroalimentari abbia «creato una ricchezza che si è dissipata nella filiera produttiva senza arrivare al primo anello della catena, ovvero al produttore». Tra i fattori di ordine interno che determinano nel nostro Paese l'aumento dei prezzi dei prodotti agroalimentari sono risultati particolarmente incidenti «i comportamenti speculativi e monopolistici messi in atto da alcuni operatori dell'intermediazione e della grande distribuzione commerciale». Veniva rilevata inoltre la mancanza di «efficaci meccanismi di monitoraggio e controllo dei prezzi ed appare fragile l'apparato ispettivo e sanzionatorio, mentre in alcune aree caratterizzate da elevata densità mafiosa le organizzazioni criminali hanno assunto un ruolo centrale nel controllo dei mercati, con la possibilità di incidere nella fissazione dei prezzi dei prodotti e promuovere condotte monopolistiche» –:
   se il Governo non ritenga opportuno assumere iniziative, per quanto di competenza, eventualmente anche di natura normativa, per sostenere le aziende che tutelano l'allevamento di razze animali in via di estinzione, e per contrastare ulteriormente l'aumento dei prezzi dei prodotti dal produttore al consumatore, ed in quale modo intenda procedere;
   se abbia presentato eventuali nuove richieste all'Unione europea per introdurre nelle etichette anche l'obbligo di indicare l'origine delle materie prime sui prodotti. (4-12012)

SALUTE

Interpellanza:

   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro della salute, per sapere – premesso che:
   il moyamoya è una rara malattia cerebrovascolare caratterizzata dalla progressiva occlusione delle arterie più importanti che portano sangue al cervello. In particolare, nei pazienti con moyamoya si assiste ad una chiusura progressiva del tratto distale della carotide intracranica e dei suoi rami principali. Il cervello e le arterie reagiscono alla progressiva riduzione del flusso sanguigno che ne deriva cercando di formare nuovi circoli collaterali di compenso. Alcuni di questi, i più caratteristici, assumono l'aspetto di una «nuvoletta di fumo che volteggia nell'aria». L'aspetto di queste arterie di compenso è caratteristico e da esse deriva il nome della malattia. Il nome moyamoya è infatti il termine giapponese che significa «nuvoletta di fumo» ed è stato coniato nel 1969 da Suzuki e Takaku, membri di un team giapponese dedito allo studio delle malattie cerebrovascolari. Poiché i compensi naturali non sempre sono sufficienti e le arterie neoformate sono spesso fragili, il paziente è a rischio sia di eventi ischemici che emorragici. I sintomi più frequenti con cui la malattia si presenta sono gli attacchi ischemici transitori, la cefalea, le crisi epilettiche. Le complicanze acute più gravi sono l’ictus cerebri e l'emorragia cerebrale. La malattia può colpire sia gli adulti che i bambini;
   i dati epidemiologici riguardanti l'incidenza e la prevalenza della malattia nella popolazione europea sono limitati, poiché non sono stati fatti studi su larga scala come in Giappone e in Corea. I valori di prevalenza ed incidenza sono condizionati dal: (I) referral specifico di alcuni centri, (II) potenza statistica dello studio, (III) potenzialità diagnostica. Quest'ultimo è un fattore fondamentale perché la prevalenza ed incidenza aumentano in proporzione alle capacità diagnostiche e alla consapevolezza. Valutando infatti l'epidemiologia americana e giapponese nel tempo, si è notato un progressivo incremento dei casi; questo è verosimile conseguenza di una maggiore consapevolezza dell'esistenza della diagnosi moyamoya e della capacità di diagnostica non invasiva. A supporto di quest'ipotesi, anche l'incidenza di moyamoya asintomatico, cioè di malattia diagnosticata prima di un'estrinsecazione clinica, è in aumento. Poiché l'accesso alla diagnostica non invasiva è in aumento, anche l'incidenza della malattia aumenterà;
   se quanto detto è vero per ogni patologia, il peso relativo dei suddetti fattori di confondimento sul dato epidemiologico finale diventa più rilevante nel contesto di una malattia «rara» in cui la potenza statistica degli studi è limitata. I dati epidemiologici di una malattia rara sono quindi un costante work-in-progress e i prossimi anni potrebbero rivelare valori di incidenza, prevalenza e storia naturale diversi da quelli attuali. In linea di massima, considerando la letteratura, si può definire una prevalenza di 0.1/100,000 nella popolazione europea con un'incidenza annuale che varia da 0.02 a 0.03 per 100,000, che corrisponde a circa 20 nuovi casi per anno in Italia. I dati attuali sono pertanto conformi ai criteri diagnostici di malattia rara;
   la gestione del paziente con moyamoya necessita, in genere, di periodici controlli neuroradiologici. Non esistono linee guida basate su studi randomizzati circa il regime e le modalità di monitoraggio. Questo porta ad eterogeneità gestionali tra le diverse nazioni e tra i diversi centri nella stessa nazione. Poiché la clinica non è sufficientemente sensibile, tendenzialmente, il paziente sarà periodicamente (6 mesi inizialmente e poi annualmente) sottoposto a controlli neuroradiologici. Gli esami svolti con maggiore frequenza sono la risonanza magne a nucleare (RM) e li studi perfusionali. Questi ultimi possono essere fatti tramite Tac
(TC perfusion), Rm (Rm perfusion) o medicina nucleare Specto Pet;
   allo stato attuale non vi sono farmaci o terapie mediche efficaci per il trattamento del moyamoya. L'unico approccio terapeutico che si è dimostrato realmente efficace nella prevenzione delle complicanze ischemiche e, quindi, nel miglioramento della qualità e aspettativa di vita, è chirurgico. La chirurgia consiste nel creare una connessione (bypass) tra le arterie extracraniche e le arterie cerebrali in modo da superare l'ostacolo causato dalla chiusura dell'arteria carotide e i suoi rami;
   le malattie rare (MR) sono state identificate dall'Unione europea come uno dei settori della sanità pubblica per i quali è fondamentale la collaborazione tra gli Stati membri e fin dal 1999, con la decisione n. 1295, sono state oggetto di raccomandazioni comunitarie che hanno portato ad a are una serie di programmi con obiettivi ampiamente condivisi. Ai sensi del regolamento emanato dalla Comunità europea n. 141 del 2000 – sono considerate rare quelle patologie «la cui prevalenza non è superiore a 5 su 10.000 abitanti». Il programma d'azione comunitario sulle malattie rare 1999-2003 usa gli stessi parametri e fissa questa soglia allo 0,05 per cento della popolazione, ossia 1 caso su 2.000 abitanti. In Italia si calcola una stima approssimativa di circa 2 milioni di malati, moltissimi dei quali in età pediatrica;
   le patologie cosiddette rare rappresentano una vera e propria frontiera di civiltà nell'erogazione di prestazioni di assistenza di qualità perché impegnano il sistema sanitario a garantire un appropriato sistema d'aiuto a pazienti «difficili», sia nel primo, corretto inquadramento diagnostico, che nel successivo trattamento terapeutico;
   le patologie rare rappresentano anche una sfida di sostenibilità economica per il nostro sistema di welfare, in quanto richiedono specificità di approccio, spesso basata su casi esigui e verifica delle capacità di integrazione dei sistemi sanitari regionali italiani, poiché spingono verso una strutturazione dei sistemi di risposta ramificati e a rete, che abbiano punti di riferimento che vanno ben oltre i tradizionali bacini di utenza regionali;
   le patologie rare rappresentano, inoltre, una scommessa che può aiutare a disegnare i primi passi di un sistema di welfare sanitario di dimensione europea. Le più recenti direttive dell'Unione europea sulla mobilità sanitaria transfrontaliera e sulla libera circolazione del paziente in ambito europeo accelerano, infatti, l'esigenza di un nuovo confronto tra le diverse risposte sanitarie dei Paesi dell'Unione europea e suggeriscono forme di collaborazione immediata che consentano la concertazione di una soluzione sanitaria europea, adeguata a patologie che hanno numeri e frequenze che rendono assai difficile la strutturazione di centri di eccellenza di dimensione nazionale;
   l'aggiornamento dell'elenco delle malattie rare è uno degli step più attesi ed impegnativi delle azioni di innovazione in programma presso il Ministero della salute. La XII commissione (affari sociali) della Camera dei deputati, nei mesi precedenti all'estate 2015, ha svolto un'indagine conoscitiva sulle malattie rare, compendiata da un'ampia fase di audizioni. La stessa commissione ha successivamente approvato una risoluzione finalizzata ad ottenere il massimo impegno del Governo, il decollo delle attività dei network europei di riferimento per le malattie rare (Ern);
   la rete nazionale delle malattie rare, istituita in Italia nel 2001, prevede il registro nazionale delle malattie rare (Rnmr) e regolamenta l'esenzione da una serie di costi, per le patologie inserite in una determinata lista, stabilita dal decreto ministeriale n. 279 del 2001. Nell'elenco sono comprese le malattie che hanno accesso ai livelli essenziali di assistenza (Lea), in cui vorrebbero inserire almeno altre 110 patologie. Le attività, i servizi e le prestazioni destinate alle persone affette da malattie rare sono parte integrante dei (Lea) che lo Stato – attraverso il Ssn – è tenuto ad erogare alle persone che ne sono
affette. I Lea, come è noto, sono forniti a tutti i cittadini attraverso i sistemi regionali, nel rispetto dei criteri di efficacia, qualità ed appropriatezza, sulla base dei principi di equità, universalità di accesso e solidarietà. La lista da allora non è stata più aggiornata;
   il provvedimento che definisce i Lea è il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 29 novembre 2001, che richiama e conferma il decreto ministeriale 18 maggio 2001, n. 279 recante «Regolamento di istituzione delle malattie rare e di esenzione dalla partecipazione al osto delle relative prestazioni sanitarie, ai sensi dell'articolo 5, comma 1, lettera b) del decreto legislativo 29 aprile 1998, n. 124». Al decreto ministeriale è allegato l'elenco delle malattie rare per le quali è prevista l'esenzione, individuate in base ai criteri indicati dalla normativa: limite di prevalenza <5/10.000 abitanti, stabilito a livello europeo come criterio di rarità, gravità clinica, grado di invalidità e onerosità della quota di partecipazione derivante dal costo dell'intervento assistenziale. A causa della varietà e della complessità dei sintomi clinici delle malattie rare, la norma non definisce puntualmente le prestazioni erogabili in esenzione, ma prevede, per quelle presenti nell'elenco allegato al decreto ministeriale, il diritto all'esenzione per tutte le prestazioni incluse nei Lea, necessarie a confermare la diagnosi, appropriate per il monitoraggio della malattia e per a prevenzione degli ulteriori aggravamenti. L'ambito di applicazione del decreto ministeriale n. 279 del 2001 non riguarda l'assistenza farmaceutica, né l'assistenza protesica e integrativa, che sono regolamentate da altre norme specifiche, anche per gli esenti. Tuttavia, molte delle regioni la cui condizione economico-finanziaria consenta l'introduzione di livelli di assistenza ulteriori hanno autonomamente disposto l'erogazione gratuita dei farmaci di fascia C e di altri prodotti non classificati come farmaci, ai cittadini affetti dalle malattie rare residenti nel proprio territorio. La riconduzione della disciplina delle malattie rare ai Lea implica che lo strumento giuridico e la procedura per l'aggiornamento siano quelli definiti dalla legge per la modifica dei livelli essenziali, ovvero un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con il Ministro dell'economia e finanze, d'intesa con la Conferenza Stato-regioni;
   in occasione dell'aggiornamento dei velli essenziali di assistenza dovrà essere dedicata particolare attenzione alle necessità assistenziali delle persone affette da malattie rare per la salvaguardia del principio di equità tra i cittadini e per assicurare una maggiore omogeneità nella disponibilità di trattamenti tra le diverse regioni;
   per un paziente affetto da una malattia rara, come quella denominata moyamoya, rientrare o meno tra i Lea può significare un cambio di prospettiva molto importante non solo sotto il profilo della qualità e delle agevolazioni dell'assistenza, ma anche sotto il profilo strettamente economico, dal momento che comporta l'esenzione dal costo delle prestazioni sanitarie, ai sensi dell'articolo 5, comma 1, del decreto legislativo n. 124 del 1998;
   la malattia moyamoya non è inserita nell'elenco delle malattie rare, allegato al decreto del Ministero della salute 18 maggio 2001, n. 279, recante «Regolamento di istituzione della rete nazionale delle malattie rare e di esenzione dalla partecipazione al costo delle relative prestazioni sanitarie, ai sensi dell'articolo 5, comma 1, lettera b), del decreto legislativo 29 aprile 1998, n. 124»; l'inserimento di una malattia in tale elenco implica il diritto del paziente – una volta certificata la malattia – all'esenzione totale dal ticket per le prestazioni di assistenza sanitaria incluse nei livelli essenziali di assistenza (Lea) ritenute efficaci ed appropriate per il trattamento e il monitoraggio della malattia e per prevenire ulteriori aggravamenti; in considerazione dell'onerosità e della complessità dell’iter diagnostico per le malattie rare, l'esenzione è estesa alle indagini volte all'accertamento delle malattie stesse ed alle indagini genetiche sui familiari dell'assistito eventualmente necessarie per la diagnosi di malattia rara di origine genetica;
i malati di Moyamoya non hanno bisogno di farmaci perché al momento non esistono cure che consentano di arrestare o far regredire la malattie –:
   quali tempestive iniziative normative intenda assumere – nell'ambito delle proprie competenze e nel rispetto di quelle attribuite alle regioni in materia sanitaria dalla normativa vigente – al fine di garantire ai malati di moyamoya l'effettivo godimento del diritto all'esenzione dalla partecipazione alla spesa per tutte le prestazioni sanitarie incluse nei livelli essenziali di assistenza (Lea), efficaci ed appropriati per la diagnosi, il trattamento e il monitoraggio dell'evoluzione della malattia, comprese le prestazioni riabilitative, nonché l'acquisto dei trattamenti considerati non farmacologici;
   se non ritenga necessario e non ulteriormente procrastinabile assumere iniziative per l'aggiornamento del nomenclatore tariffario, anche al fine di tutelare il diritto dei malati di moyamoya ad una vita autonoma, così come previsto dalla legge 5 febbraio 1992, n. 104, recante «legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone ha handicappate».
(2-01263) «
Carnevali, Amato, Giuditta Pini, Patriarca, Paola Boldrini, Piccione, Casati, D'Incecco, Miotto».

Interrogazioni a risposta in Commissione:

   GREGORI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   la vicenda di giustizia amministrativa che riguarda il mantenimento in vita delle unità operative di ginecologia e pediatria presso l'ospedale di Colleferro mette a repentaglio il diritto alla salute della popolazione interessata;
   la chiusura dei reparti indicati in un ospedale sito in un'area, come quella di Colleferro e della Valle del fiume Sacco, sottoposta da oltre cento anni ad un prolungato e gravissimo inquinamento industriale, ha ripercussioni particolarmente gravi sulla popolazione colleferrina e dei comuni limitrofi. L'inquinamento è stato tanto grave da determinare sulla popolazione residente, purtroppo, problemi alla salute e segnatamente, per quanto qui interessa, all'apparato riproduttivo ed alla fertilità;
   la popolazione di Colleferro e dei comuni limitrofi si trova, suo malgrado, ad essere oggetto di studi pionieristici sugli effetti della contaminazione da beta esacolorocicloesano (derivato del lindano, potente disinfestante vietato al commercio) sulla salute umana. Inoltre, il comune di Colleferro, nonostante la sua esigua grandezza, figura tra i primi comuni, a livello nazionale, per asma pediatrico;
   la chiusura dei reparti di pediatria e ginecologia dell'ospedale di Colleferro non era minimamente contenuta nel programma operativo approvato dalla regione Lazio e dalle autorità sanitarie competenti;
   non si conosce su quale base, su qua i dati e su quali motivazioni l'Asl) Roma G abbia effettuato la scelta di eliminare tali reparti dall'ospedale di Colleferro, senza minimamente considerare nemmeno i problemi sanitari-ambientali della città e dei comuni limitrofi –:
   se il Ministro interrogato intenda avviare le iniziative di competenza, anche per il tramite del commissario ad acta per l'attuazione del piano di rientro dai disavanzi sanitari ed eventualmente sul piano normativo, per garantire il diritto alla salute e alle cure per la popolazione dell'area di cui in premessa e, in particolare, al fine di scongiurare la chiusura dei citati reparti sanitari di pediatria e ginecologia verificando se la stessa risponda effettivamente alle esigenze dei piani strategici nazionali, nel rispetto delle garanzie partecipative in ambito sanitario del comune di Colleferro. (5-07704)

   NICCHI, SCOTTO e GREGORI. – Al Ministro della salute. – Per sapere – premesso che:
   si apprende da fonti giornalistiche (Corriere del Mezzogiorno del 2 febbraio 2016) che il primario anestesista dell'ospedale San Paolo, l'unica struttura dell'asl Napoli 1 dove si praticano interruzioni di gravidanza, ha comunicato che non potrà garantire la presenza degli anestesisti dal mese di marzo 2016;
   finora gli anestesisti riuscivano a garantire la loro presenza e il loro intervento grazie a turni straordinari che, con le nuove e più rigide norme sugli orari di lavoro, non possono più essere sostenuti;
   il centro che ha sei posti letto e che, per oltre un ventennio, è stato l'unico punto di riferimento di tutta l'asl Napoli 1, sarà costretto a chiudere;
   chiudere il centro per le interruzioni volontarie di gravidanza dell'ospedale San Paolo significherebbe spingere altre sei donne al giorno verso l'aborto clandestino, che, stando alle statistiche dell'istituto super e di sanità, coinvolge circa 20.000 donne ogni anno, soprattutto nel Sud dove si registra il 90 per cento delle interruzioni di gravidanza fatte in ambulatori senza alcuna sicurezza;
   se ciò avvenisse si sarebbe di fronte a quella che gli interroganti ritengono un'interruzione di pubblico servizio e della fruizione di un diritto tutelato dalla Costituzione -:
   non ritenga di avviare, anche per il tramite del commissario ad acta per l'attuazione del piano di rientro dei disavanzi sanitari, una verifica sulle condizioni del centro interruzioni di gravidanza dell'ospedale San Paolo di Napoli, e quali iniziative di competenza intenda adottare per far garantire il pieno rispetto della legge n. 194 del 1978. (5-07705)

   BRIGNONE, ANDREA MAESTRI, CIVATI, PASTORINO e MATARRELLI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   nel mese di agosto 2015, si sono registrati due decessi in provincia di Macerata e Ancona che potrebbero essere collegati al batterio killer Listeria monocytogenes;
   tale batterio è stato identificato nella coppa di testa del Salumificio Monsano S.r.l., sito in Monsano (Ancona) che da decenni produce insaccati;
   l'ipotesi che il batterio Listeria monocytogenes abbia contaminato il prodotto alimentare è derivata da una segnalazione di una persona colpita da Listeria, ancora in vita, che ha dichiarato di aver acquistato il prodotto del Salumificio Monsano S.r.l.;
   in seguito a controlli effettuati su campioni di prodotto acquistato, essi sono risultati infettati dal batterio Listeria monocytogenes;
   il 5 febbraio 2015, il Ministero della salute con una nota avvisava i consumatori che «...in relazione a casi di Listeriosi umana avvenuti nelle Regioni Marche e Umbria, causati dallo stesso ceppo di Listeria monocytogenes riscontrata su un successivo campione di alimento sospetto, che il prodotto denominato “Coppa di Testa” lotto n. 51209 con scadenza 9 gennaio 2016, della ditta Salumificio Monsano S.r.l., sito in via Toscana n. 27, Monsano (Ancona) (CE IT 1523 L) è risultato contaminato»;
   la nota ministeriale suggeriva inoltre di non consumare tutte le tipologie di prodotti della ditta Salumificio di Monsano a scopo precauzionale;
   alla luce della nota ministeriale, la regione Marche il giorno 5 febbraio 2016, diramava il seguente comunicato: «I due decessi registrati nei mesi scorsi (agosto 2015, in provincia di Macerata e Ancona,) non sono collegati al consumo dell'alimento contaminato (la coppa suina,) che è stato identificato dalle autorità sanitarie nel gennaio 2016»;
   l'azienda in seguito a suddetta nota del Ministero dichiarava che: «un'eventuale contaminazione con tutta probabilità non può che provenire dalla materia prima, che nel caso della nostra coppa per il 50 per cento è locale, per il resto viene dagli allevamenti del Nord Italia»;
   nel Salumificio Monsano S.r.l. che esporta anche fuori regione, l'attività momentaneamente è sospesa, compresa la commercializzazione dei prodotti a scopo precauzionale –:
   di quali elementi disponga il Ministro interrogato circa le procedure atte alla sanificazione dei locali del «Salumificio Monsano» e il risultato delle analisi effettuate;
   se, qualora i campioni esaminati diano esito negativo e attestino che né i due decessi in questione né altri sono in alcun modo collegati alla coppa suina, come intenda, procedere per identificare il batterio Listeria monocytogenes che è ancora pericolosamente presente nelle zone di Ancona e Macerata. (5-07706)

   BRIGNONE, ANDREA MAESTRI, CIVATI, PASTORINO e MATARRELLI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   i carabinieri del Nas di Roma, insieme ai militari del gruppo di Frascati, hanno eseguito 10 ordinanze di custodia cautelare emesse dalla procura di Velletri, a carico di altrettante persone accusate dei reati di maltrattamento e sequestro di persona di giovani pazienti affetti da patologie neuropsichiatriche, ospiti del centro di riabilitazione «Villaggio Eugenio Litta, dei padri Camilliani» di Grottaferrata;
   tale struttura che è convenzionata con il Ministero della salute dal 1974, è stata autorizzata dalla regione Lazio nel 1985, ha poi ricevuto l'accreditamento istituzionale definitivo dalla regione Lazio (decreto n. 000309 del 4 luglio 2013) e risponde alle esigenze e agli indirizzi riabilitativi stabiliti dalla regione con la deliberazione n. 583 del 10 maggio 2002;
   le vittime sono 16 ragazzi tra gli otto e i venti anni, affetti da malattie neuropsichiatriche e motorie che sono stati picchiati, seviziati, maltrattati, strattonati dall'educatore del centro e dagli assistenti. Tra gli ospiti del centro, ricoverati stabilmente, risultano esserci cinque quattordicenni, con patologie neuropsichiatriche e disabilità psichica;
   grazie all'uso di telecamere le autorità sono venute a conoscenza dei reati commessi dall'educatore e dagli assistenti che prestano il loro servizio presso il «Centro di riabilitazione» Villaggio Eugenio Litta, dei padri Camilliani di Grottaferrata;
   sul caso, il Ministro interrogato ha dichiarato alla stampa che è necessario inasprire le pene per chi commette tali reati, chiedendo anche l'aggravante per chi commette reati all'interno delle strutture socio sanitarie, così come riporta il disegno di legge depositato dal Governo in Senato da tempo;
   secondo gli interrogati rappresenta «un abuso dei poteri di assistenza» quello inflitto troppo spesso ai disabili da parte degli operatori delle strutture che li accolgono –:
   se il Ministro interrogato non ritenga urgente e necessario – anche alla luce dei casi, che balzano alla cronaca quasi quotidianamente – adottare con urgenza idonee iniziative di competenza che possano contrastare la profusione di tali atroci pratiche messe in atto dai dipendenti delle strutture nei confronti degli ospiti disabili;
   se non ritenga opportuno valutare se ricorrano i presupposti per assumere iniziative volte a dotare – i centri di accoglienza e le case di cura che ospitano disabili e anziani – di telecamere a circuito interno al fine di evitare il perdurare i atroci azioni messe in atto dagli operatori nei confronti dei più deboli, con la certezza che tale strumentazione può funzionare anche da deterrente. (5-07707)

Interrogazioni a risposta scritta:

   CARFAGNA. — Al Ministro della salute, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   l'8 febbraio 2016 i carabinieri del NAS di Roma, insieme al gruppo carabinieri di Frascati, hanno dato esecuzione a dieci ordinanze di custodia cautelare emesse dalla procura della Repubblica di Velletri a carico di operatori e assistenti socio-sanitari ritenuti responsabili dei reati di maltrattamento e sequestro di persona di giovani pazienti affetti da patologie neuropsichiatriche, ospiti del Centro di riabilitazione neuropsichiatrico «Eugenio Litta» con sede nel comune di Grottaferrata (Roma), nella zona dei Castelli Romani;
   l'indagine ha avuto inizio da alcune denunce, presentate nei primi mesi del 2015, dai vertici della società gestore della struttura relative a sospetti episodi di coercizione e lesione accaduti all'interno di un reparto, dove erano ricoverati stabilmente 16 ragazzi di età compresa tra gli 8 e i 20 anni, tra i quali 5 minori di 14 anni, sulla base di un quadro clinico contrassegnato da ritardo mentale, epilessia e sindromi genetiche;
   le attività investigative, protrattesi per circa tre mesi e supportate anche da intercettazioni audio/video, hanno consentito di individuare significativi e reiterati episodi di rilevanza penale. In particolare, dalle riprese si evince il frequente ricorso, da parte degli operatori, a strattonamenti, percosse ed insulti, utilizzati come illecito strumento di disciplina e vigilanza sui giovani pazienti che, peraltro, venivano costretti ad alimentarsi celermente con rischio di soffocamento, determinando la vanificazione dell'attività riabilitativa;
   un educatore ed un assistente sociosanitario con funzioni educative, principali figure coinvolte nella vicenda, si sono distinti per atteggiamenti particolarmente autoritari e violenti, tanto da creare un sistematico e diffuso clima di terrore nei giovani ospiti. Proprio uno di essi è il soggetto destinatario della misura restrittiva in carcere, poiché ritenuto responsabile anche del reato di sequestro di persona, per aver segregato tre pazienti disabili nelle rispettive stanze di degenza, impedendogli la possibilità di movimento;
   a completare il quadro sopra descritto, nel corso delle indagini sono stati documentati diversi episodi di maltrattamenti commessi dagli altri operatori che, sebbene con ruoli minori, sottoponevano i ragazzi a soprusi e violenza fisica e verbale, quasi da ipotizzare una consuetudine repressiva adottata dal personale addetto a quel reparto;
   i fatti riportati, come in tantissimi altri episodi di questo genere, rappresentano solo la punta dell’iceberg del fenomeno, considerato il clima di omertà che generalmente circonda tali situazioni di abuso;
   una ricerca condotta dal National Incidence and Prevalence of Child Maltreatment ha evidenziato che 35,5 bambini disabili su 1000 hanno subìto almeno un'esperienza di maltrattamento contro i 21,3 su 1000 dei bambini senza handicap. Inoltre, Nora J. Baladerian psicologo americano e direttore del progetto di recupero « Disability e Abuse Project» sostiene che il tasso di abuso fra la popolazione dei soggetti portatori di disabilità è da 4 a 10 volte maggiore che nella popolazione di bambini senza handicap;
   a confermare i dati sopra riportati, i ricercatori della John Moores University di Liverpool, al termine di uno studio commissionato dal Dipartimento «Prevenzione della violenza e disabilità» dell'Organizzazione mondiale della sanità che negli ultimi venti anni ha coinvolto circa 21 mila adulti con disabilità di diversi Paesi del mondo, sono giunti alla conclusione che i portatori di handicap sono più a rischio di subire violenza;
   la preoccupante recrudescenza di episodi di tale gravità apre seri interrogativi sulla qualità dell'assistenza sanitaria in tali particolari strutture e sulla capacità del sistema sanitario e sociosanitario nazionale di prevenire comportamenti e condizioni inaccettabili per il rispetto della dignità dei pazienti –:
   quali iniziative di competenza il Governo intenda intraprendere al fine di rafforzare il contrasto del fenomeno degli abusi sui disabili nelle strutture sanitarie promuovendo strategie finalizzate a denunciare e combattere senza eccezioni alcuna tali illeciti;
   quali iniziative il Governo intenda assumere, per quanto di competenza e d'intesa con le regioni, per garantire un'attenta e puntuale verifica preventiva circa le reali condizioni in cui è assicurata l'assistenza e la cura delle persone affette da disabilità presso le strutture sanitarie e di ricovero adibite all'assistenza e alla cura di tale categoria di pazienti. (4-12014)

   TERZONI, GALLINELLA, CECCONI, AGOSTINELLI e CIPRINI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   il 5 febbraio 2016 si è appreso dalla stampa che, a partire da maggio 2015, i sistemi di sorveglianza delle malattie infettive hanno registrato, nella regione Marche, almeno 13 casi di infezione listeria, di cui almeno due mortali;
   l'agenzia regionale sanitaria, i dipartimenti di prevenzione dell'Asur e gli istituti zooprofilattici Sperimentali Umbria-Marche e Abruzzo-Molise stanno ricercando le cause delle infezioni;
   le indagini hanno permesso di evidenziare che l'aumento dei casi è stato causato da uno specifico ceppo di listeria isolato, sino a oggi, in 13 pazienti, che hanno un'età media di 72 anni, 12 dei quali erano affetti da patologie o condizioni debilitanti o erano in terapia con farmaci che riducono la risposta immunitaria. Tra questi pazienti già debilitati si sono registrati, nei mesi scorsi, due decessi;
   il Ministero della salute ha pubblicato questo avviso sul suo sito istituzionale: «In relazione a casi di Listeriosi umana avvenuti nelle Regioni Marche e Umbria, causati dallo stesso ceppo di Listeria Monocytogenes, riscontrata su un successivo campione di alimento sospetto, si avvisano i consumatori che il prodotto denominato Coppa di Testa, lotto n. 51209 con scadenza 09 gennaio 2016, della ditta Salumificio Monsano srl sito in via Toscana n. 27, Monsano (Ancona) (CE IT 1523 L) è risultato contaminato. Le Autorità competenti della Regione Marche, dopo un sopralluogo effettuato presso la ditta Salumificio Monsano srl, hanno sospeso l'attività produttiva dello stabilimento e la vendita di tutte le tipologie di alimenti, in quanto Listeria monocytogenes è un germe che contamina l'ambiente e, pertanto, anche gli altri prodotti dello stesso stabilimento potrebbero essere a rischio. A scopo precauzionale, si avvisano i consumatori di non consumare tutte le tipologie di prodotti della ditta Salumificio Monsano srl di Monsano (Ancona) (CE IT 1523 L), via Toscana n. 27 eventualmente in loro possesso»;
   di fronte a due decessi provocati dalla listeria, ci sono voluti sei mesi per fare un collegamento tra il ceppo che ha provocato la morte delle due persone avvenuta nel mese di agosto 2015 e quello individuato nella coppa di testa del salumificio Monsano. Per gli altri casi di contagio la corrispondenza deve ancora essere accertata;
   i casi di listeriosi nell'Unione europea sono stati 2161 nel 2014, registrando un +16 per cento rispetto all'anno precedente. Anche se la cifra è relativamente bassa, l'aumento dei casi riferiti di listeriosi è preoccupante, poiché la sorveglianza riguarda le forme gravi, con tassi di mortalità più elevati rispetto ad altre tossinfezioni alimentari (Fonte a Infezioni da Campylobacter e Listeria ancora in aumento nell'Unione europea, Efsa ed Ecdc) –:
   se il Ministro interrogato intenda chiarire in maniera dettagliata la situazione delle infezioni da listeria nelle regioni Marche e Umbria, in modo particolare in merito al numero dei contagi, all'andamento rispetto gli anni precedenti e all'efficacia dei sistemi di monitoraggio e di individuazione delle fonti di contaminazione;
   se il Ministro interrogato non ritenga necessario, per quanto di competenza, avviare una verifica per individuare le cause del ritardo con il quale è stata individuata la fonte di contagio, anche alla luce del fatto che per gli altri casi di infezione la corrispondenza non è stata ancora certificata;
   come il Ministro interrogato intenda continuare a seguire l'evolversi della situazione riportata in premessa. (4-12017)

SVILUPPO ECONOMICO

Interpellanza:

   Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro dello sviluppo economico, per sapere – premesso che:
   il 6 ottobre 2015 la Camera ha approvato all'unanimità la mozione, a prima firma del proponente del presente atto di sindacato ispettivo, recante iniziative per la tutela dei diritti dei consumatori nei confronti degli operatori del mercato dell'energia elettrica e del gas, protagonisti di comportamenti presumibilmente scorretti e attualmente oggetto di indagini, come l'emissione di maxibollette frutto di conguagli pluriennali, fatturazioni incongrue, basate su conteggi di consumi stimati, ma non effettivi, errori di valutazione, e mancate considerazioni delle autoletture;
   il testo del dispositivo approvato con un voto unanime dell'Assemblea e con il parere favorevole del Governo, impegnava il Governo stesso ad «intervenire nell'ambito delle proprie competenze, affinché fosse assicurata dagli operatori del settore una moratoria sulle recenti maxibollette derivanti da conguagli superiori a due anni, finché le autorità non abbiano completato gli accertamenti circa eventuali violazioni del codice del consumo»;
   per analoghe irregolarità, in data 25 gennaio 2016, l'Autorità garante della concorrenza e del mercato ha condannato diverse società del settore idrico al pagamento di oltre due milioni di euro;
   nel frattempo, gli utenti interessati da tali «maxibollette e mega-conguagli» continuano a pagare, i più fortunati a rate, questi importi che pesano spesso come macigni sulle economie domestiche dei soggetti interessati;
   già una volta, successivamente all'approvazione della mozione di cui sopra, la mancata applicazione della moratoria è stata fatta oggetto di un question time in X Commissione, e il Governo, in quella circostanza, rassicurò gli interroganti circa la volontà di mantenere l'impegno in tempi relativamente brevi;
   la senatrice Simona Vicari, sottosegretario di Stato per lo sviluppo economico a cui era stata assegnata la delega sulle materie di competenza della «Direzione generale per mercato, la concorrenza, il consumatore, la vigilanza e la normativa tecnica», che aveva seguito questo dossier e che il 7 gennaio 2016 aveva auspicato «entro gennaio obblighi stringenti a favore dei consumatori vittime dei maxicoguagli», è passata ad un altro dicastero, nell'ambito del recente «mini-rimpasto» e, attualmente, la delega risulta essere tornata in capo al Ministro dello sviluppo economico Federica Guidi –:
   quanto tempo ancora gli utenti destinatari di «maxibollette e mega-conguaglio» dovranno aspettare, pagando nel frattempo gli importi richiesti, prima che il Governo intervenga in modo finalmente risolutivo per mantenere l'impegno e far sì che gli operatori stessi «assicurino» al più presto la suddetta moratoria.
(2-01264) «
Baldelli».

Interrogazione a risposta in Commissione:

   FREGOLENT. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
   l'arte vetraia di Murano (isola della Laguna Veneta, situata a nord-est di Venezia) rappresenta da secoli una produzione d'eccellenza a livello mondiale; un volano straordinario per la valorizzazione della varietà creativa, l'artigianalità italiana nella realizzazione del vetro;
   le prime tracce di fornaci dedicate alla produzione del vetro nella laguna veneta sono state scoperte nell'isola di Torcello e risalgono al VII secolo d.C;
   tale attività è documentata ufficialmente, fin dal XIII secolo, da uno statuto che ne regolava la corporazione; successivamente nel 1441 tale statuto venne riformato, redatto in volgare e denominato «Mariegola dell'Arte dei verieri de Muran». Nella «Mariegola» (o Matricola) erano riportate precise disposizioni riguardanti la disciplina della corporazione in tutte le fasi della sua attività, dalla fabbricazione alla vendita del prodotto, dal pagamento delle tasse alle relazioni tra padroni della fabbrica, i maestri e gli altri lavoratori;
   la produzione vetraria a Murano vanta quindi una tradizione produttiva millenaria: per secoli, grazie alla creatività e all'abilità manuale di generazioni di famiglie di maestri vetrai, Murano è stata la culla mondiale del vetro artistico e oggi la lavorazione del suo vetro costituisce una delle forme più raffinate di artigianato artistico nel mondo, profondamente legato alle sue radici e tradizioni storiche;
   il vetro artistico di Murano ha sviluppato, nel corso degli anni, una ricchissima articolazione produttiva che spazia in tutte le forme del vetro. I vetri muranesi, seppure diversificati sia qualitativamente che funzionalmente, hanno una comune matrice nell'orientamento verso un prodotto che abbia sempre e comunque un contenuto artistico ed una fattura artigianale;
   negli ultimi anni è stata più volte rilanciata l'idea, da parte delle associazioni di settore e degli enti locali competenti, di candidare la produzione vetraria di Murano a patrimonio culturale immateriale dell'Unesco;
   per quanto riguarda gli aspetti legislativi il vetro artistico di Murano è salvaguardato dalla legge regionale 23 dicembre 1994, n. 70 del Veneto. L'articolo 1 del provvedimento sancisce: «La Regione Veneto, nel più ampio contesto della tutela e valorizzazione della produzione e commercializzazione dei prodotti tipici e tradizionali veneti, tutela e promuove la denominazione d'origine dei manufatti artistici in vetro realizzati nell'isola di Murano, in quanto patrimonio della storia e della cultura secolare di Venezia». La legge istituisce inoltre il marchio collettivo «vetro artistico di Murano» e il Consorzio per la promozione del marchio vetro artistico di Murano, stanziando appositi finanziamenti;
   il distretto del vetro artistico di Murano è formato dalle imprese vetrarie, dalle associazioni di categoria degli imprenditori industriali e artigiani, dagli enti pubblici e dai maggiori enti privati direttamente interessati allo sviluppo della realtà territoriale;
   attualmente le imprese del vetro artistico di Murano attive sono circa 150 ed occupano poco meno di 1.100 addetti: si tratta del 25 per cento di tutte le imprese italiane del comparto, una concentrazione non riscontrabile in nessun altro settore produttivo;
   dei circa 165 milioni di euro di fatturato della produzione vetraria muranese nel 2013 ben il 40 per cento (circa 66 milioni di euro) derivano da vendite nei mercati internazionali; il vetro di Murano è quindi un formidabile biglietto da visita del « made in Italy»;
   va specificato, in questo contesto, che da tempo il settore del vetro artistico di Murano registra gravi difficoltà. Negli ultimi anni infatti, nonostante il numero delle imprese sia rimasto sostanzialmente invariato, gli occupati sono quasi dimezzati;
   nonostante il comparto del vetro di Murano continui a rappresentare un brand dall'elevata appetibilità anche e soprattutto sui mercati internazionali, le trasformazioni dell'economia e della società stanno però influendo profondamente sul mutamento della tipologia e della struttura delle aziende e delle loro performance;
   il settore infatti, traendo prestigio comunque da una tradizione artistica secolare, presenta da sempre la difficoltà di continuare ad esistere in una dimensione soprattutto artigianale. La struttura media delle imprese presenti è di circa 4 dipendenti e registra indubbie difficoltà nel ricambio del personale;
   risulta all'interrogante che sia in corso, soprattutto negli ultimi mesi, un progressivo ed evidente mutamento di destinazione d'uso che sta interessando alcune fabbriche di vetro nell'isola di Murano, al cui posto vendono edificati appartamenti o edifici destinati ad attività ristorative o ricettive;
   questa situazione, favorita anche dalle problematiche sopracitate che stanno interessando l'intero settore di carattere produttivo, economico ed occupazionale, potrebbe causare, in breve tempo, un gravissimo ed irrimediabile depauperamento del complesso di fabbriche, imprese e di scuole-laboratorio e, conseguentemente, la perdita progressiva di una produzione raffinata dalla tradizione secolare –:
   se sia attualmente in atto un mutamento di destinazione d'uso che sta interessando gli edifici del distretto del vetro artistico di Murano e se la dimensione di tale fenomeno possa comprometterne la continuità produttiva, in particolar modo per ciò che concerne le sue caratteristiche artistiche ed artigianali;
   se i Ministri interrogati ritengano necessario intraprendere iniziative urgenti ed efficaci per contrastare la crisi che sta interessando da anni il distretto del vetro artistico di Murano;
   se i Ministri interrogati ritengano utile promuovere e sostenere il progetto di candidatura per l'inserimento della «vetro artistico di Murano» nella lista rappresentativa del patrimonio culturale materiale dell'umanità dell'Unesco, al fine di assegnare un riconoscimento prestigioso ad una produzione dalla tradizione secolare e salvaguardarne le attività esistenti. (5-07702)

Interrogazioni a risposta scritta:

   ANDREA MAESTRI, BRIGNONE, CIVATI, MATARRELLI e PASTORINO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   il 3 febbraio 2016, mentre in vari capoluoghi d'Italia si svolgevano manifestazioni di lavoratori in opposizione alla riforma delle camere di commercio italiane, il solo quotidiano romano Il Tempo dava la notizia del rinvio della riforma;
   la notizia riportava la seguente informazione: «Il Governo rinvia il riordino delle Camere di Commercio (passare dalle attuali 105 a 60) uscito dal pacchetto Madia e rinviato a dopo la riforma della Pubblica Amministrazione»;
   la fonte della notizia parrebbe quella del vice-presidente nazionale di PMITALIA (piccole e grandi imprese) Roberto Biscotto, secondo il quale ciò rappresenterebbe: «Un segnale perché lascia sperare in una nuova discussione sul decreto di riforma che tanto allarme sta creando non solo all'interno degli enti coinvolti ma anche nel mondo delle piccole e medie imprese»;
   il problema, secondo Biscotto, è capire cosa si vuole realmente fare e quale identità futura dare alle camere di commercio al di là di quelli che saranno gli accorpamenti ancora oggi tanto discussi in alcuni territori. «Occorre evitare che il riordino possa trasformarsi in uno smantellamento senza ordine con gravi ripercussioni per il tessuto economico ed in particolare per le piccole e medie imprese che rappresentano oltre il 90 per cento del tessuto produttivo del nostro Paese. Grazie alla professionalità dei dipendenti, i piccoli imprenditori hanno sempre trovato nel sistema delle Camere di Commercio supporto, sostegno e consulenza sin dalla fase di avvio della propria attività in modo particolare nell'accesso al credito e nel settore dell'internazionalizzazione»;
   nella stessa giornata in cui il quotidiano unico tra tutti, anticipava la notizia del rinvio il presidente della camera di commercio di Ravenna, Natalino Gigante, dichiarava che la riforma così come è stata annunciata «ridimensionerebbe pesantemente il ruolo degli enti camerali, eliminando tutte quelle funzioni finalizzate allo sviluppo delle imprese e del territorio che fino ad ora le Camere hanno svolto gratuitamente e senza gravare sul bilancio dello Stato»;
   è necessario ricordare che la camera di commercio di Ravenna ha contribuito in «maniera sostanziale alla nascita e allo sviluppo del porto, della SAPIR, del Terminal Crociere, di OMC (conferenza internazionale sull'offshore), ed è nell'interesse di tutte le imprese che la Camera di Commercio ha messo a disposizione dei Consorzi Fidi quasi 6 milioni di euro negli ultimi cinque anni per favorire l'accesso al credito e quindi la tenuta del sistema imprenditoriale in un momento di forte crisi. Tutto ciò è stato possibile anche grazie alla professionalità del personale camerale, competente e con un forte senso di identità, la cui dispersione non porterebbe alcun vantaggio»;
   secondo fonti di stampa e le relative bozze reperibili in rete, il decreto rideterminerebbe le dotazioni organiche del personale delle camere di commercio in tutto il Paese, con riduzioni del 15 per cento, che potrebbe arrivare sino a tagli del 25 per cento derivanti da accorpamento. La riorganizzazione prevedrebbe la razionalizzazione degli uffici che svolgono funzioni di supporto e andrebbe addirittura a privare le camere di commercio di tutte quelle funzioni di sostegno alle imprese;
   fonti di stampa ipotizzano la messa in mobilità, con successivo possibile rischio di licenziamento, di numerosi lavoratori che si sono sempre distinti per gli alti livelli di efficienza e professionalità raggiunti, rendendo il sistema camerale una delle eccellenze della pubblica amministrazione italiana. Quindi, non si tiene affatto conto del fatto che le camere di commercio sono enti già altamente informatizzati ed in grado di poter concorrere all'ammodernamento della pubblica amministrazione perché ormai da diversi anni hanno sviluppato una spiccata vocazione all'innovazione e alla digitalizzazione dei loro servizi, oramai tutti telematici, e attraverso le loro strumentazioni e professionalità possono contribuire in modo fattivo agli obiettivi di innovazione del Paese;
   inoltre, i costi del personale, attualmente non a carico del bilancio dello Stato a causa degli esuberi e dell'eventuale collocamento in enti finanziati dallo Stato, comporterebbero al contrario un aggravio di spesa per i cittadini;
   ad avviso degli interroganti, prima dell'adozione dello schema di decreto legislativo, sarebbe opportuno e necessario che le autorità competenti svolgessero una completa, approfondita ed organica ricognizione in tutti i territori su: gli effetti derivanti, alle imprese ed alle economie locali, dalla riduzione dei servizi e delle attività camerali, con particolare riferimento alle competenze promozionali e gli effetti sui livelli occupazionali derivanti dalla riduzione, disposta con decreto-legge n. 90 del 2014, convertito dalla legge n. 114 del 2014, al 50 per cento del diritto annuale e dalla conseguente possibile contrazione delle anzidette attività;
   a giudizio degli interroganti, in ragione delle risultanze di quanto sopra
esposto, il Governo potrebbe eventualmente considerare la possibilità di rivedere in più contenute percentuali la riduzione del predetto diritto annuale –:
   se i fatti di cui in premessa corrispondano al vero, se il Governo non ritenga opportuno, in seguito alle forti manifestazioni di dissenso nell'intero territorio italiano riguardo al riordino delle camere di commercio, sospendere l’iter di approvazione di questo specifico decreto, attivandosi per il rilancio e la valorizzazione delle funzioni delle camere di commercio e per il conseguente mantenimento dei posti di lavoro. (4-12015)

   FRANCO BORDO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   nel territorio del comune di Cornegliano Laudense (LO) la Ital Gas Storage srl, società riferibile a Whysol Investment, intende realizzare la conversione a stoccaggio dell'ex giacimento a gas di Eni denominato Cornegliano, esaurito nel 1997, dopo 45 anni di coltivazione;
   i proponenti stimano una capacità di stoccaggio, a regime, di 2,2 miliardi di standard metri cubi di gas, sulla base di un progetto il cui iter è stato avviato fin dal 2001;
   tale progetto prevede il riutilizzo delle vecchie infrastrutture Eni, legate alla produzione primaria, dove sarà ubicata la centrale di compressione; la perforazione di 14 sondaggi in due cluster separati di 7 pozzi ciascuno; i due siti saranno in connessione tra loro grazie alla realizzazione un gasdotto a pressione di collegamento. I due cluster saranno realizzati presso la cascina Sesmones e presso la cascina Bossa, a poche centinaia di metri dal centro abitato di Cornegliano Laudense. La linea di collegamento sarà interrata lungo l'asse viario della provinciale 186 che divide il paese di Cornegliano Laudense dalla zona artigianale/commerciale;
   il contesto energetico e dei consumi di gas è oggi molto diverso da quello esistente al momento in cui è stata valutata la necessità dell'impianto di stoccaggio;
   i consumi di gas sono da alcuni anni in contrazione nel mercato italiano e ulteriori riduzioni sono previste in futuro; inoltre, i consumi invernali di gas iniziano a risentire delle politiche di efficienza energetica degli edifici, decise dalle direttive europee e implementate anche in Italia;
   la tendenza alla riduzione dei consumi di gas, a fini di riscaldamento, è legata anche all'andamento delle temperature invernali, che risulta evidente dall'analisi dei dati registrati in Italia, in particolare nel nord-Italia; tendenza che secondo le proiezioni dell'IPCC è destinata a persistere in futuro, accompagnata alla diminuzione della durata e della frequenza degli eventi meteorologici con temperature rigide;
   nell’iter autorizzativo del progetto, per quanto consta all'interrogante, si riscontrerebbero evidenti carenze dal punto di vista delle analisi preliminari richieste dalle buone pratiche correnti del settore: non sarebbe stata fatta una ricostruzione adeguata della geometria del giacimento, ossia non sarebbero state effettuate le doverose, necessarie e preliminari indagini sismiche 3D con eventuale inversione del dato che costituiscono la «best practice» ormai in uso da tanti anni dalle aziende che in Italia eserciscono campi di stoccaggio Stogit e Edison Stoccaggio;
   secondo quanto risulta all'interrogante, l'effettuazione di un «rilievo sismico 3D» era prevista nel programma di lavori indicato nel decreto di conferimento della concessione di stoccaggio «Cornegliano Stoccaggio» (Gazzetta Ufficiale, parte seconda n. 54 del 12 maggio 2011, articolo 3 – programma dei lavori e caratteristiche tecniche, punto 1), programma lavori che non è stato rispettato;
   la mancanza di questa indagine secondo l'interrogante pregiudica fortemente la possibilità di valutare effettivamente l'estensione del giacimento, la sua volumetria e conseguentemente la sua capacità di ospitare i 2,2 miliardi di Smc di gas previsti; questo procedere, secondo l'interrogante, scriteriato, potrebbe, in corso d'opera, costringere i proponenti ad un forzoso ridimensionamento del progetto, avendo già realizzato costosissimi ed inutili investimenti infrastrutturali di superficie che graveranno comunque sulle bollette del gas dei cittadini consumatori;
   la popolazione residente e varie amministrazioni locali esprimono forti preoccupazioni e contrarietà alla realizzazione di tale impianto, senza peraltro essere mai state interpellate e adeguatamente informate così come si sarebbe dovuto fare –:
   ai fini del fabbisogno energetico nazionale, quali iniziative, anche normative, di competenza i Ministri interrogati intendano assumere in merito alla necessità di verificare l'effettiva utilità dello stoccaggio, nell'attuale contesto energetico e climatico, tenendo conto della tendenza alla riduzione dei consumi di gas invernale e all'aumento delle temperature invernali, contesto molto diverso da quello esistente al momento di iniziale progettazione dell'intervento;
   quali iniziative di competenza s'intendano assumere per valutare l'effettiva fattibilità dello stoccaggio, verificando se le misure adottare per caratterizzare il sito siano corrispondenti alle migliori tecniche di indagine oggi disponibili, con particolare riferimento alla sicurezza e alla salute delle popolazioni coinvolte, nonché alla trasparenza e partecipazione, dei cittadini e delle amministrazioni locali coinvolte. (4-12016)

Apposizione di firme ad una mozione.

  La mozione Borghi e altri n. 1-00952, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 17 luglio 2015, deve intendersi sottoscritta anche dai deputati: Monchiero, Palladino.

Apposizione di firme a una mozione e indicazione dell'ordine dei firmatari.

  La mozione Nicoletti e altri n. 1-00966, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 31 luglio 2015, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato Monchiero e, conseguentemente, l'ordine dei firmatari si intende così modificato: Nicoletti, Bergamini, Alli, Locatelli, Monchiero, Carrozza, Dell'Aringa, Misiani, Patriarca, Schirò, Zampa, Stella Bianchi, Centemero, Sereni, Quartapelle Procopio.

Apposizione di firme ad interrogazioni.

  L'interrogazione a risposta in Commissione De Menech n. 5-06687, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 16 ottobre 2015, deve intendersi sottoscritta anche dai deputati: Malisani, Narduolo.

  L'interrogazione a risposta in Commissione Cenni n. 5-07500, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 26 gennaio 2016, deve intendersi sottoscritta anche dai deputati: Rocchi, Albini, Beni, Dallai, Carrozza, Fossati.

  L'interrogazione a risposta scritta Borghesi n. 4-11915, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 3 febbraio 2016, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato Grimoldi.

  L'interrogazione a risposta scritta Sibilia e altri n. 4-11990, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 5 febbraio 2016, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato Micillo.

Pubblicazione di un testo riformulato.

  Si pubblica il testo riformulato della interrogazione a risposta scritta D'Incà n. 4-11970, già pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta n. 562 del 4 febbraio 2016.

   D'INCÀ e BRUGNEROTTO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   con decreto ministeriale 16 maggio 2014, il Ministero dell'economia e delle finanze ha stabilito l'alienazione di una quota delle partecipazioni in Poste Italiane Spa, mantenendo almeno il 60 per cento delle quote;
   in una nota del 25 giugno 2015, il Consiglio dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha definito le due istruttorie avviate a seguito delle proposte presentate da Poste Italiane: una sulle nuove modalità di recapito degli invii postali a giorni alterni, l'altra sulle tariffe e gli standard di qualità del servizio postale universale di corrispondenza, sulla base di quanto previsto dalla legge di stabilità 2015. L'obiettivo è ridurre (modalità di recapito) o coprire (prezzo dei servizi) i costi del servizio universale, in modo coerente con i mutati bisogni dei cittadini e dei consumatori; nel contempo, consentire maggiore flessibilità nel modulare offerte alla clientela, per testare nuove formule che diano risposta alla minore domanda dei servizi tradizionali di corrispondenza e possano invertire la tendenza di forte calo nei volumi;
   l'attuazione del recapito a giorni alterni (secondo lo schema bisettimanale, lunedì-mercoledì-venerdì-martedì-giovedì) avverrà in tre fasi successive che saranno avviate rispettivamente il 1o ottobre 2015, il 1o aprile 2016 e non prima del mese di febbraio 2017. La prima fase coinvolgerà una ristretta fascia di popolazione (pari allo 0,6 per cento della popolazione nazionale) fino al massimo del 25 per cento nella fase conclusiva. Dopo la prima fase, nel caso in cui si verifichino criticità, l'autorità ha il potere di intervenire inibendo l'ulteriore prosecuzione del recapito a giorni alterni o stabilendo particolari condizioni volte a salvaguardare la regolarità del servizio o la realizzazione degli obiettivi previsti di contenimento dei costi;
   il 20 gennaio 2016 il Fatto Quotidiano ha pubblicato un'inchiesta «Poste, l'imbroglio sui tempi di consegna delle lettere test: partono i primi licenziamenti», in cui emerge un sistema consolidato per alterare la qualità del servizio di consegna, che ha portato le stesse Poste Italiane a prendere provvedimenti con decine di licenziamenti e la sospensione di migliaia di persone, accusate di comportamento illecito e di aver fatto «risultare una qualità del servizio divergente da quella reale». L'unità antifrode di Poste Italiane ha scandagliato le e-mail aziendali di migliaia di dipendenti: nella corrispondenza intercorsa tra una quarantina di dirigenti e i loro sottoposti si legge che i dipendenti creavano una corsia preferenziale per consegnare le «lettere test» nei tempi prestabiliti. E dimostrare così che il coefficiente di qualità, previsto dal contratto tra Poste Italiane e lo Stato, veniva rispettato;
   a partire dalla certificazione di qualità, il Governo affida a Poste Italiane il servizio di posta universale, che lo Stato paga in media circa 300 milioni di euro l'anno. Poste Italiane può essere costretta a pagare fino a 500 mila euro l'anno di sanzione se non rispetta i parametri prefissati. A monitorare e certificare il servizio di qualità, fino pochi mesi fa, è stata la Izi srl, che sceglieva circa 8 mila persone che spediscono lettere tra loro. E tutte annotano in quanto tempo la corrispondenza – in gergo, si chiamano «lettere civetta» – viene inviata e recapitata. Il punto è che Poste Italiane ha conosciuto, per anni, molti nominativi dei controllori scelti da Izi. In altre parole: il controllato conosceva i suoi controllori. Ed è grazie alla conoscenza di questi nominativi che riusciva a creare una corsia preferenziale per consegnare le «lettere civetta» nei tempi previsti. Le e-mail analizzate dall'unità anti frode di Poste Italiane dimostrano che questa prassi è stata adottata dal 2003 al 2014;
   il 5 febbraio 2016 il Fatto Quotidiano riporta che l'ex responsabile nazionale del servizio qualità di Poste Italiane, Gennaro Celotto, rischia il licenziamento per quello che appare un imbroglio sui tempi di consegna, accusato dall'azienda mediante
contestazione di addebito di aver «avuto piena consapevolezza e conoscenza di una articolata condotta finalizzata a far risultare una qualità del servizio di recapito divergente da quella reale». Un gigantesco imbroglio che secondo le informazioni ufficiali di fonte aziendale per ora coinvolge circa 200 dirigenti. In tutta Italia, da quanto è trapelato, sarebbero decine i licenziamenti in corso e migliaia i dipendenti sospesi;
   le accuse mosse dai vertici di Poste e dirigenti e funzionari oggetto dei provvedimenti disciplinari, oltre al comportamento illecito, sono di aver creato una realtà fittizia della qualità di servizio, non corrispondente a quella reale dei cittadini nella vita di ogni giorno sarebbero stati completamente truccati risultati e parametri, sia sul piano dei tempi di consegna, che sul piano della qualità complessiva del servizio. E c’è un'altra ipotesi inquietante, che non trova conferma per ora di fronte al muro eretto da Poste: sarebbero stati alterati anche i parametri legati alla produttività aziendale, e dai quali dipendono i benefit per dirigenti e funzionari;
   il piano di ristrutturazione di Poste italiane 2015-2019 della funzione Posta, comunicazione, logistica (Pcl) prevede l'avvio del recapito a giorni alterni, approvato da Governo ed Agcom nelle zone regolate, e l'introduzione di diversi sistemi di recapito per zone commercialmente diverse. È partita la sperimentazione con un primo step che copre il 6 per cento del territorio nazionale (Nord Italia), con l'obiettivo per Poste Italiane di arrivare alla copertura della consegna a giorni alterni per circa il 25 per cento della popolazione nel 2017, mentre sembra che il modello di consegna consueto (tutti i giorni) verrà mantenuto in sole 8 città in tutta Italia;
   in particolare nel bellunese è partito il bacino di Feltre, Agordino, Cadore e parti alte della provincia, mentre al momento sono esclusi Belluno, Limana, Sedico e Ponte nelle Alpi, che partiranno con la sperimentazione ad aprile 2016. Il servizio di consegna avviene a giorni alterni, mentre è prevista la «linea plus» per la consegna giornaliera di raccomandate, 1 gg, atti urgenti e abbonamento di quotidiani;
   Agcom con delibera 342/14/CONS, ha introdotto specifiche garanzie a tutela degli utenti, in particolare per coloro che si avvalgono degli uffici postali ubicati in comunità montane e nelle isole minori. Si prevede inoltre che «Poste Italiane, nella logica del potenziamento e di una maggiore efficienza dei servizi, dovrà valutare il rapporto costi-ricavi non sulla base del singolo ufficio postale ma in un ambito territoriale più ampio fino anche, ad esempio, a coprire una scala regionale. La società poste Italiane dovrà valutare, prioritariamente alla decisione di rimodulazione e razionalizzazione, iniziative proposte da enti e istituzioni territoriali in grado di aumentare la redditività della rete degli uffici postali in un ambito territoriale. Tali proposte dovranno pervenire, a regime, entro il 30 settembre di ogni anno. Per l'anno 2015, tale termine è posticipato al 31 marzo 2016. La Società è tenuta a trasmettere il suddetto Piano all'Autorità entro il 1o luglio 2016»;
   nel Nord Italia, dove il piano di ristrutturazione del servizio di consegna è già partito, si parla di una manciata di licenziamenti, di decine di provvedimenti disciplinari in itinere e di moltissime posizioni a rischio di funzionari e responsabili di strutture, di sospensione cautelative dal servizio per lo scandalo delle consegne e della qualità del servizio;
   in particolare, un articolo del Corriere delle Alpi del 4 febbraio 2016 riporta: «Un capoarea licenziato, anche se prossimo alla pensione: Vincenzo Girardi, responsabile recapiti dell'area Nordest. Il responsabile del recapito per le zone di Treviso e Belluno, Paolo Tronchin, sospeso da giorni, e invitato dall'azienda a presentare le controdeduzioni rispetto al provvedimento disciplinare avviato nei suoi confronti: rischia anch'egli il licenziamento. Altri funzionari nel mirino, e alte posizioni direttive al vaglio: fra cui uno dei
sottoposti di Tronchin, un altro funzionario, e la responsabile del centro meccanizzato di Castagnole, cuore del recapito nella Marca Trevigiana»;
   nel bellunese – dove il responsabile del servizio è Paolo Tronchin, ora sospeso – già in fase di avvio del servizio di recapito a giorni alterni, sono emerse forti criticità, segnalate sia dagli operatori del servizio, che dai sindacati: la «linea plus» non è operativa e la consegna giornaliera dei quotidiani non è stata avviata. La risposta di Poste Italiane alle lamentele per il disservizio è stata semplicemente quella di comunicare che si sarebbe occupata del problema, senza specificare come, con che tempi o se il servizio verrà esternalizzato;
   laddove la consegna giornaliera viene effettuata, questa avviene con gravi ritardi: i quotidiani vengono consegnati nel tardo pomeriggio, spesso dopo le 17;
   una forte criticità segnalata riguarda la consegna di atti urgenti agli enti pubblici (ad esempio municipi): spesso questi non vengono recapitati in tempo, prima della chiusura della sede, e quindi la consegna avviene con 2 giorni di ritardo perché il servizio funziona a giorni alterni;
   un altro problema è quello del posticipo dell'orario di consegna della posta: l'inizio del turno di lavoro è stato spostato di 30 minuti o 1 ora (dalle 7.30 alle 8.30 circa), aumentando così i ritardi nelle consegne e facendo accumulare la posta in giacenza, che verrà quindi recapitata dopo due giorni;
   si segnala inoltre una continua carenza di personale operativo, anche se sulla carta il personale risulta al completo +10,6 per cento di scorta: in realtà non vengono conteggiate la lunga degenza (infortuni o malattia) e le maternità, che di fatto riducono il numero del personale effettivamente disponibile, costringendolo a continui cambi nei percorsi e delle aree di competenza, per coprire le zone lasciate scoperte dai colleghi in malattia o maternità;
   il 20 gennaio 2016, a Mestre, è avvenuto un incontro tra Poste Italiane e le rappresentanze sindacali dei lavoratori per analizzare le criticità emerse nella partenza della sperimentazione nel bellunese: nell'accordo contrattuale sono previsti monitoraggi cadenzati per evidenziare criticità ed eventuali messe a punto del sistema, mentre, nell'incontro, l'azienda ha negato l'esistenza di problematiche affermando che procederà come stabilito dal piano di ristrutturazione; gli standard di sicurezza e di qualità del lavoro, che, nella realtà, non esistono. Nel Bellunese i mezzi in dotazione ai postini non sono a sufficienza e, di questi il 95 per cento sono pluriincidentati e non a regola (luci dei fari e delle frecce mancanti, parafanghi e specchietti fermati con lo scotch, freni a mano rotti, impianti elettronici in tilt –:
   se i Ministri interrogati siano a conoscenza dei fatti di cui in premessa e quali iniziative normative intendano adottare, nell'ambito delle proprie competenze, al fine di garantire l'efficienza e la qualità del servizio pubblico postale;
   se si intendano mettere in atto iniziative di verifica nei confronti di Poste Italiane, tese ad accertare se i fatti accaduti dal 2003 al 2014 abbiano causato un disservizio alla collettività e provocato anche un danno economico allo Stato, che paga, in media, circa 300 milioni di euro l'anno per l'affidamento del servizio di posta universale, basato sulla certificazione di qualità del servizio;
   se intendano assumere iniziative, per quanto di competenza, per verificare se Poste Italiane ha rispettato effettivamente i parametri prefissati per il servizio e, in caso negativo, se si intenda procedere al recupero delle penali (50 mila euro per ogni mezzo punto percentuale sforato, con il rischio che Poste italiane sia costretta a pagare fino a 500 mila euro l'anno di sanzione se non rispetta i parametri prefissati);
   se si intendano valutare, per quanto di competenza i dati forniti da Poste Italiane ad Agcom, per il piano di ristrutturazione della funzione Posta comunicazione logistica, sui tempi di consegna della
corrispondenza e sulla disponibilità di personale effettivamente operativo, anche alla luce di quanto emerso dalle indagini in corso;
   se si intenda applicare immediatamente, alla fine del primo step, la clausola di revoca della ristrutturazione, se il piano non dovesse rispondere agli esiti preventivati e non abbia risolto le forti criticità finora segnalate. (4-11970)

Ritiro di documenti del sindacato ispettivo.

  I seguenti documenti sono stati ritirati dai presentatori:
   interrogazione a risposta in Commissione Latronico n. 5-07548 del 27 gennaio 2016;
   interrogazione a risposta orale Benedetti n. 3-01968 del 28 gennaio 2016;
   interrogazione a risposta in Commissione Vignali n. 5-07633 del 3 febbraio 2016;
   interrogazione a risposta scritta Pannarale n. 4-11963 del 4 febbraio 2016.

ERRATA CORRIGE

  Interpellanza Grillo e altri n. 2-01261 pubblicata nell'Allegato B ai resoconti della seduta n. 563 del 5 febbraio 2016. Alla pagina 33755, prima colonna, alla riga ventiduesima, deve leggersi: «con riguardo ai valori per ognuno dei servizi», e non come stampato.

INTERROGAZIONI PER LE QUALI È PERVENUTA RISPOSTA SCRITTA ALLA PRESIDENZA

   BALDASSARRE. — Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:
   sulla Gazzetta Ufficiale è stato bandito il concorso, scaduto il 14 settembre 2015 per il Direttore dell'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo;
   il direttore prenderà le redini dell'Agenzia che dovrebbe entrare in piena funzione il prossimo 1° gennaio 2016;
   la lista dei 131 candidati è stata prontamente pubblicata il 16 settembre 2015;
   l'Italia è andata controcorrente rispetto ad altri Paesi come l'Australia e il Canada. Questi Paesi hanno smantellato le proprie agenzie bilaterali di cooperazione allo sviluppo e i loro Governi hanno attribuito nuovamente le funzioni al Ministero degli affari esteri. L'Italia ha creato un'agenzia per l'implementazione dei programmi di sviluppo, separata dalla Farnesina che, però, mantiene le direttive della politica di cooperazione;
   la nuova agenzia sarà un'istituzione con personale tecnico che si occuperà dei programmi di cooperazione bilaterale. Si tratta dell'innovazione più rilevante introdotta dalle nuova legge sulla cooperazione n. 125 approvata l'11 agosto 2014 e di un'opportunità per rilanciare la cooperazione italiana, fanalino di coda tra i Paesi del G7 per il contributo all'aiuto pubblico allo sviluppo (0,16 per cento del prodotto interno lordo nel 2014, il Regno Unito ha raggiunto lo 0,7 per cento);
   ci sono dunque grandi aspettative sull'operato del direttore della nuova Agenzia per la cooperazione internazionale;
   il bando di concorso delinea alcuni requisiti minimi che il direttore deve possedere, dall'esperienza nel settore (3 anni nella cooperazione allo sviluppo e 5 di incarichi manageriali) al possesso di titoli di laurea e conoscenza delle lingue straniere;
   dal sito euractive.it all'articolo «Cooperazione allo sviluppo – Una lista di desideri per il direttore della nuova agenzia italiana» si legge: «Ma se fossi un membro della commissione giudicatrice quali sarebbero i criteri che applicherei per scegliere il nuovo direttore ? Ne ho individuati almeno tre. Primo, essere quello che gli inglesi definiscono un “development practitioner”, ovvero qualcuno che ha speso anni nella cooperazione, nei paesi in via di sviluppo, nelle loro aree rurali e nei loro ministeri, nelle organizzazioni internazionali. Un leader che conosca e comprenda le difficoltà di gestire un progetto sul campo, di negoziarlo con i finanziatori e i governi dei paesi partner (e spesso con la loro instabilità) e di coordinare le proprie attività con altri donatori. Queste esperienze sono una condizione necessaria – ma non sufficiente – per una gestione efficiente ed efficace delle risorse. E spesso ciò richiede ben oltre i tre anni di esperienza nella cooperazione indicati tra i requisiti minimi nel bando; Secondo, essere riconosciuto come un esperto nella cooperazione a livello internazionale. Questo significa essere una voce autorevole non solo in Italia ma anche all'estero, aver contribuito al dibattito nazionale ed internazionale anche attraverso analisi e pubblicazioni sulla cooperazione allo sviluppo. Aiuterà l'Italia ad incrementare la propria voce, visibilità e credibilità nelle arene di discussione e di dialogo politico internazionali; Terzo, essere indipendente dai partiti politici e dalla politica. Significherà che la cooperazione deve essere super partes ed indipendente dalle ideologie politiche e dalle fluttuazioni delle vicende della politica»;
   alla luce delle suddette considerazioni, il ruolo di direttore delle nuova Agenzia non deve essere considerato, a giudizio dell'interrogante, una nuova «poltrona» che aspetta solo di essere occupata; inoltre, soprattutto, il direttore dovrà essere selezionato, prescindendo dalle consuete logiche di natura «politica» bensì privilegiando l'esperienza e la professionalità;
   scorrendo i nomi apparsi nella lista del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale colpisce, rispetto alle attese, l'esiguo numero di candidati provenienti dalla società civile nonché la presenza di varie candidature che, a dispetto dei requisiti del bando, appaiono tutt'altro che indipendenti dalla politica;
   stupisce, inoltre, il fatto che gli organi di stampa diano già il nome dei favoriti o del favorito proprio per il peso politico rappresentato, in quest'ultimo caso, dall'essere stato il braccio destro di figure politiche di rilievo del recente passato;
   il direttore della nuova Agenzia deve conoscere bene la cooperazione allo sviluppo e gli interventi umanitari, i relativi contesti, gli organismi e i meccanismi internazionali, avere forti capacità manageriali e di relazioni umane, capacità di attrarre nuove risorse, voglia di impegnarsi a fondo per una qualificata cooperazione italiana in una fase storica in cui essa è divenuta molto più importante che nel passato –:
   se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti su esposti e quali siano, nello specifico, i meccanismi attraverso i quali la Commissione selezionatrice, assicurerà che nella nuova nomina sia rispettato il requisito di indipendenza del candidato dalla politica, assicurando alla cooperazione la più assoluta indipendenza posto che, sin d'ora, gli organi di stampa, fanno trapelare l'indicazione di nominativi di candidati più forti di altri, soltanto ed esclusivamente per la loro affiliazione a personaggi del recente passato che hanno rivestito cariche di rilievo. (4-10972)

  Risposta. — Il 23 novembre 2015 il Presidente del Consiglio Renzi, su proposta del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, ha ufficialmente nominato la dottoressa Laura Frigenti quale direttore dell'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo.
  La dottoressa Frigenti è stata designata all'interno di una rosa di cinque nominativi che includevano candidati ritenuti «persone di particolare e comprovata qualificazione professionale e in possesso di documentata esperienza in materia di cooperazione allo sviluppo», come previsto dall'articolo 17, comma 5 della nuova legge sulla cooperazione n. 125 del 2014).
  La dottoressa Frigenti vanta un'esperienza pluridecennale nel settore della cooperazione allo sviluppo, avendo tra l'altro rivestito ruoli di primo piano all'interno della Banca mondiale ed essendo stata, da ultimo, presidente di un'associazione di organizzazioni non governative statunitensi attive in campo internazionale nel settore degli aiuti umanitari e della cooperazione allo sviluppo. Grazie alla sua elevata professionalità ed esperienza, la nuova direttrice potrà pertanto contribuire significativamente all'azione di rilancio della cooperazione allo sviluppo avviata dal Governo, completando la struttura della nuova agenzia
italiana e avviandone l'attività, in stretta collaborazione con questo Ministero.
  Si ricorda che la scelta della direttrice Frigenti è avvenuta tramite una procedura di selezione pubblica, il cui avviso è stato pubblicato sul sito web istituzionale della direzione generale per la cooperazione allo sviluppo della Farnesina in data 15 settembre 2015, e, per estratto, sulla Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana – IV Serie speciale – Concorsi ed esami – n. 60 del 7 agosto 2015. La commissione per la valutazione delle candidature è stata invece nominata con decreto ministeriale in data 25 settembre 2015, anch'esso tempestivamente pubblicato sul sito internet della direzione generale per la cooperazione allo sviluppo della Farnesina.
  In tale contesto, si ribadisce che la commissione ha valutato tutte le candidature pervenute entro il termine perentorio stabilito dall'avviso (14 settembre 2015), accertandone l'idoneità in conformità con i requisiti ed i criteri stabiliti nel bando e sulla base della sola documentazione presentata a corredo della domanda.
  Al termine della valutazione dei titoli, è stato redatto un elenco di candidati ammessi ai colloqui, svoltisi in seduta pubblica, nel corso dei quali la commissione ha provveduto ad accertare le competenze dei candidati in relazione allo svolgimento dell'incarico, senza attribuzione di punteggi né elaborazione di una graduatoria di merito, come previsto dal citato avviso. Tutti i criteri adottati dalla commissione ai fini della valutazione sono comunque stati dettagliatamente esposti nei verbali relativi ai lavori.
  La commissione ha concluso i lavori, stilando una rosa di cinque nominativi altamente qualificati, che sono stati pubblicati sul sito internet della direzione generale per la cooperazione allo sviluppo della Farnesina in data 4 novembre 2015.
  Si ribadisce che l'intera procedura di selezione è avvenuta nel pieno rispetto di quanto stabilito nel bando e a tutte le fasi è stata garantita la massima pubblicità attraverso la pubblicazione sul sito web istituzionale della direzione cooperazione allo sviluppo del Ministero degli affari esteri, in ottemperanza al principio di trasparenza. Tutti i documenti relativi alla procedura di selezione sono peraltro disponibili per l'accesso agli atti ai sensi della legge 7 agosto 1990, n. 241.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale
Benedetto Della Vedova.

   CORDA, BASILIO, FRUSONE, RIZZO e TOFALO. — Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   nella località di Domusnovas ha la sua sede operativa dal 2010 lo stabilimento della Rwm Italia munitions Srl, costola della Rheinmetall Defence, colosso tedesco degli armamenti;
   stando alle autorizzazioni rilasciate dalla provincia di Carbonia-Iglesias e dalla regione, la «Rwm munitions Italia srl» è subentrata nel 2010 alla «Società esplosivi industriali spa», che dal 2001, dopo aver prodotto per anni esplosivi da cava e per altri usi civili, era stata convertita a fabbrica per ordigni militari;
   in merito alle attività della Rwm munitions Italia srl, il 9 luglio 2015 è apparso su diversi siti giornalistici sardi un articolo alquanto sconcertante. Nello specifico viene rivelato che nella località sarda di Domusnovas vengono fabbricati ordigni destinati allo Yemen con l'utilizzo di materiale radioattivo. Si parla addirittura di uso di uranio impoverito per la fabbricazione delle bombe;
   un carico da Genova, trasportato dalla nave Jolly Cobalto, ha viaggiato a maggio 2015. Ordigni italiani esportati in Arabia Saudita. Ora in Yemen i sauditi stanno utilizzando le stesse tipologie di ordigni, compresi quelli all'uranio impoverito (che come è noto libera particelle fortemente cancerogene);
   le bombe, secondo un'inchiesta del sito Reported.ly (tradotta in italiano da ilPost.it) sono arrivate via Genova in Arabia Saudita proprio dalla fabbrica sarda. Da settimane vengono usate dall'esercito degli Emirati Arabi Uniti per radere al suolo San'a, capitale dello Yemen;
   come sarebbero finiti gli ordigni prodotti dalla Rwm munitions sugli aerei degli Emirati Arabi è un mistero per tutti. Ad acquistarle sarebbe stata una società di Abu Dhabi che assembla le bombe e le rivende agli eserciti della penisola araba. Ma non è dato sapere null'altro con certezza poiché si incontrano reticenze ovunque;
   la Rwm ha dal 2013 l'autorizzazione per esportare bombe Blu-109, che contengono uranio impoverito. Un esplosivo «insensibile» alle temperature e alle detonazioni accidentali. Proprio quello in cui sono specializzati nella fabbrica di Domusnovas. Impossibile sapere se nello stabilimento vengano prodotti i componenti per questo tipo di bombe –:
   se il Governo sia a conoscenza di questo report e se abbia disposto tutte le verifiche per andare a fondo della questione, considerata la gravità di un operato del genere e soprattutto se le bombe utilizzate adesso in Yemen siano le bombe italiane e perché l'Italia esporti questo tipo di materiale bellico verso un Paese in guerra. (4-11199)

  Risposta. — In relazione all'interrogazione parlamentare in oggetto, si segnala che questo Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale non ha autorizzato la movimentazione di ordigni e materiali bellici all'uranio impoverito che sarebbero stati utilizzati in Arabia Saudita.
  Si precisa, altresì, che la legislazione nazionale di settore (legge n. 185 del 1990 e successive modificazioni) prevede che sistematiche e ponderate valutazioni caso per caso vengano effettuate ogniqualvolta le esportazioni di materiali d'armamento riguardino destinazioni sensibili, imponendo di acquisire tutte le necessarie informazioni e garanzie circa l'impiego finale delle forniture, alla luce della tipologia dei materiali in oggetto.
  La normativa italiana relativa alle autorizzazioni dei materiali di armamento – prevedendo un sistema assai articolato di criteri, procedure e adempimenti – si caratterizza per essere, a livello sia europeo che internazionale, una delle legislazioni più rigorose in materia.
  Alla luce di quanto sopra esposto, il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale non ha autorizzato, di fronte al deteriorarsi della situazione in Yemen, alcun tipo di esportazione verso tale Paese. L'Italia non solo si conforma così all'embargo stabilito dalla risoluzione Onu n. 2216, ma anzi ha sospeso da anni le esportazioni di materiali di armamento verso lo Yemen.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale
Benedetto Della Vedova.

   D'ARIENZO. — Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   si ha notizia che fino a poco tempo fa l'Arabia Saudita risultava essere il maggiore destinatario extraeuropeo dell'esportazione di armamenti italiani con circa il 14 per cento delle commesse;
   dalle notizie pubblicate dalla stampa risulterebbero provenienti da privati cittadini residenti in Arabia Saudita, Qatar e Kuwait i maggiori contributi di armamenti riservati al sedicente. Stato Islamico e ad Al Qaeda, anche a causa della normativa presente in questi Stati;
   pare che la Germania abbia recentemente sospeso la fornitura di armi all'Arabia Saudita per motivi precauzionali, a causa dell'eccessiva instabilità della regi il decreto legislativo 22 giugno 2012, n. 105, che ha modificato la legge n. 185 del 1990 sul controllo dell'esportazione dei materiali di armamento, in attuazione e a direttiva 2009/43/CE, vieta l'esportazione di armi quando mancano adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei prodotti per la difesa (è prevista anche l'eventuale sospensione o revoca di autorizzazioni già concesse per gravi motivi nel frattempo subentrati –:
   se l'Arabia Saudita risulti essere ancora il maggiore destinatario dell'esportazione di armamenti italiani e in che misura;
   se in base alle informazioni in possesso del Governo, risulti che in Arabia Saudita, Qatar e Kuwait risiedano i cittadini che maggiormente riforniscono di armi il sedicente Stato Islamico e Al Qaeda, grazie ad una normativa eccessivamente «morbida» al riguardo in quei Paesi ed al conseguente trasferimento di armi a privati;
   se trovi conferma che la Germania abbia sospeso le forniture di armi all'Arabia Saudita per i motivi citati;
   se siano state svolte le operazioni di controllo sulle esportazioni di cui al decreto legislativo 22 giugno 2012, n. 10 che ha modificato la legge n. 185 del 1990, e quali siano stati gli esiti, oppure, nel caso non siano stati finora fatti controlli, se il Governo non ritenga di disporne.
(4-10667)

  Risposta. — Si segnala, in via preliminare, che la legislazione nazionale di settore (legge n. 185 del 1990 e successive modifiche) prevede che sistematiche e ponderate valutazioni caso per caso vengano effettuate ogniqualvolta le esportazioni di materiali d'armamento riguardino destinazioni sensibili, imponendo di acquisire tutte le necessarie informazioni e garanzie circa l'impiego finale delle forniture, alla luce della tipologia dei materiali in oggetto. La normativa italiana relativa alle autorizzazioni dei materiali di armamento – prevedendo un sistema assai articolato di criteri, procedure e adempimenti – si caratterizza per essere, a livello sia europeo che internazionale, una delle legislazioni più rigorose in materia. Alla luce di queste premesse, il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale non ha autorizzato, di fronte al deteriorarsi della situazione in Yemen, alcun tipo di esportazione verso tale Paese. L'Italia non solo si conforma così all'embargo stabilito dalla risoluzione Onu n. 2216, ma anzi ha sospeso da anni le esportazioni di materiali di armamento verso lo Yemen.
  Il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale esamina con rigorosi criteri «caso per caso», in linea con altri Paesi dell'Unione europea e di concerto con le altre Amministrazioni coinvolte, le istanze di autorizzazione all'esportazione di materiali di armamento verso la regione. Nella valutazione rientrano anche altri fattori, quali il contributo di un Paese alla lotta al terrorismo internazionale. Come anche ricordato dal Ministro Gentiloni nel question time in aula alla Camera del 26 novembre 2015, l'Arabia Saudita fa parte della coalizione anti-Daesh. Inoltre, a livello internazionale nessun embargo è stato imposto su Riad, né da parte dell'Unione europea sono state adottate misure restrittive verso tale Paese e la coalizione da esso guidata. Dalle consultazioni con gli altri Stati membri risulta anzi che quasi tutti i partner dell'Unione europea continuino ad autorizzare – nell'ambito di una valutazione «caso per caso» – l'esportazione di materiali, in tutte le categorie della lista militare comune europea, verso i Paesi impegnati nell'intervento. Gran Bretagna e Stati Uniti offrono apertamente sostegno logistico all'Arabia Saudita nell'intervento guidato da Riad a seguito di esplicita richiesta del Governo yemenita di Hadi, riconosciuto come legittimo anche dalla suddetta risoluzione n. 2216.
  Si segnala inoltre che, come emerge dalla relazione al Parlamento annuale 2014, l'Arabia Saudita non risulta essere la principale destinazione delle esportazioni italiane di materiali di armamento.

Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionaleBenedetto Della Vedova.

   FEDRIGA. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell'interno, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:
   in alcuni Stati della Unione europea i così detti «parcheggi rosa», riservati a donne in gravidanza o con prole in tenera età, sono stati regolamentati e rientrano a tutti gli effetti nelle disposizioni stradali;
   in altri Paesi, compresa l'Italia, si tratta, invece, di iniziative lasciate alla mera cortesia degli utenti, con la conseguenza pratica che quasi mai gli stalli in parola risultano effettivamente liberi per le persone interessate;
   consta che nemmeno la Commissione europea abbia ancora emanato (o intenda farlo a breve) una direttiva per uniformare le disposizioni stradali in materia;
   se non ritengano di attivarsi per addivinire al riconoscimento giuridico dei «parcheggi rosa», regolamentando gli stalli riservati a donne incinte o con bambini piccoli –:
   se non ritengano di dover assumere iniziative per un intervento di uniformazione da parte delle competenti autorità comunitarie, consentendo all'Italia di essere il primo Paese a farsi garante di un diritto che investe anche questioni di salute, oltre che di profondo senso civico.
(4-08907)

  Risposta. — Con riferimento a quanto richiesto con l'atto di sindacato ispettivo in esame, pur riconoscendo l'alto valore sociale dell'iniziativa «parcheggi rosa», occorre segnalare che il codice della strada e la normativa internazionale sulla segnaletica stradale, a cui lo stesso codice risponde, nulla dispone in merito.
  In ambito nazionale, infatti, l'articolo 7, comma 1, lettera d), del citato codice stabilisce che i comuni possono riservare limitati spazi alla sosta dei veicoli degli organi di polizia stradale di cui all'articolo 12, dei Vigili del fuoco, dei servizi di soccorso, nonché di quelli adibiti al servizio di persone con limitata o impedita capacità motoria, munite del contrassegno speciale, ovvero a servizi di linea per lo stazionamento ai capolinea. Non sono previste ulteriori categorie di utenti a cui riservare gli stalli di sosta.
  Peraltro, la segnaletica orizzontale di colore rosa, utilizzata per la delimitazione di questi stalli di sosta, non risulta coerente con quanto previsto della normativa. Infatti, l'articolo 137, comma 5, del regolamento di esecuzione del codice della strada, indica i colori previsti per la segnaletica orizzontale per la delimitazione degli stalli di sosta: bianco, giallo, azzurro e giallo alternato con il nero, mentre la norma europea EN 1436, sempre per la segnaletica orizzontale, fa riferimento al bianco e al giallo.
  Al riguardo, il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale segnala che la direttiva 2004/113/CE sulla parità di trattamento tra uomini e donne, pur disponendo la parità di accesso a beni e servizi, non impone agli Stati membri di adottare disposizioni in materia di parcheggi riservati a donne incinte o con bambini piccoli.
  La Commissione europea ha già avuto modo di esprimersi sulla materia il 31 ottobre 2014, nelle parole dell'allora commissario europeo per i trasporti Siim Kallas: l'Unione europea è competente a regolamentare la protezione delle donne in stato di gravidanza in ambito lavorativo e occupazionale, ma non all'infuori di detto contesto.
  Alla luce del quadro internazionale consolidato sancito dalla convenzione Onu-Ece di Vienna sulla circolazione stradale, non risulterebbe, pertanto, necessaria un'azione legislativa per armonizzare le norme in materia di parcheggi a livello dell'Unione europea. Pur attuando le misure di sicurezza stradale, conformemente agli obiettivi dei suoi orientamenti politici nel settore per il periodo 2011-2020, il commissario Kallas ribadì che non sarebbe stata prevista un'azione specifica riguardante i parcheggi, non ritenendo questo aspetto connesso alla sicurezza del traffico stradale.
  Tuttavia, si ritiene auspicabile che i comuni assumano ogni iniziativa utile per istituire aree «di cortesia» riservate alle donne in gravidanza e alle neomamme.
  In ogni caso, questo Dicastero terrà conto dell'iniziativa in occasione dei futuri interventi sul codice della strada per valutare l'opportunità di proporre una modifica nel senso auspicato.
Il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti
Graziano Delrio.

   FRACCARO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 3 del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011, disciplina i voli di Stato, prevedendo, tra le autorità che ne possono usufruire, il Presidente della Repubblica, i Presidenti di Camera e Senato, il Presidente del Consiglio dei ministri e il Presidente della Corte costituzionale;
   la direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri del 23 settembre 2011 all'articolo 1, che regolamenta il trasporto aereo di Stato, dettando specifici limiti, prevede che «In conformità all'articolo 3 del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, in seguito “decreto-legge”; il trasporto aereo di Stato fornisce supporto all'espletamento delle funzioni istituzionali delle più elevate autorità (...). Nei confronti dei soggetti di cui all'articolo 3, comma 1, del decreto-legge, il trasporto aereo di Stato è sempre disposto in relazione alla finalità di conferire certezza nei tempi e celerità nei trasferimenti per attendere più efficacemente allo svolgimento dei compiti istituzionali e per garantire il livello di sicurezza o il trattamento protocollare connesso al rango della carica rivestita»; l'utilizzo del volo di Stato, quindi, anche per le più elevate autorità è chiaramente legato allo svolgimento delle funzioni istituzionali del soggetto che può usufruirne;
   la stessa direttiva prevede inoltre che l'utilizzo del trasporto aereo di Stato da parte delle altre cariche dello Stato debba essere debitamente autorizzato e sia improntato a criteri di economicità, opportunità e di impiego razionale delle risorse, nonché subordinato ad una rigorosa valutazione dell'impossibilità, dell'inopportunità o della non convenienza dell'impiego di differenti modalità di trasporto, ovvero alla verifica delle specifiche esigenze di alta rappresentanza connesse alla natura della missione istituzionale supportata; si tratta di limitazioni, rispetto alle quali, nessun soggetto che rivesta una carica pubblica dovrebbe essere legibus solutus e che dovrebbero potersi applicare a tutte le cariche istituzionali in quanto l'utilizzo di risorse pubbliche non può mai prescindere dal vaglio di razionalità ed effettiva necessità del loro impiego;
   all'interrogante risulta che il Presidente del Consiglio dei ministri, per il suo tour di propaganda elettorale in Trentino-Alto Adige, in vista delle prossime elezioni amministrative, avrebbe utilizzato due aerei di Stato, uno per sé e cinque parlamentari del partito democratico e uno per il suo staff, tra cui 5 cameraman, 1 fotografo, due accompagnatori e il Capo del cerimoniale di Palazzo Chigi, trasportando in tutto quindici persone. Inoltre, sarebbe stato utilizzato anche un elicottero per i trasferimenti da una zona all'altra della campagna elettorale, fra Rovereto, Bolzano e Trenta, nonché un aereo dei Carabinieri con cinque alti ufficiali per la cerimonia di accoglienza del Presidente del Consiglio;
   nella fattispecie indicata, l'utilizzo da parte del Presidente del Consiglio dei ministri del trasporto aereo di Stato per recarsi in Trentino — Alto Adige, oltre che essere del tutto inopportuno, non appare rispondente alle prescrizioni indicate in materia dal citato decreto-legge n. 98 del 2011 e dalla predetta circolare del 23 settembre del 2011, in quanto non connesso allo svolgimento della funzione istituzionale del Presidente del Consiglio. Tale non può essere, infatti, quella legata alla propaganda del partito in vista delle elezioni amministrative. Né ragioni di sicurezza possono giustificare un uso impropria delle prerogative legate alla carica rivestita mediante un indebito utilizzo di risorse pubbliche;
   inoltre, nel caso di specie, gli aerei di Stato sono stati utilizzati non soltanto per il Presidente del Consiglio dei ministri, ma anche per altri parlamentari del partito democratico nello svolgimento della campagna elettorale, oltre che per accompagnatori e cameraman, non solo in evidente violazione della normativa in materia, che prevede che debbano essere specificamente autorizzati i soggetti che non rivestano alte cariche dello Stato, ma anche in spregio di qualsiasi criterio di economicità e razionalità nella gestione delle risorse pubbliche;
   l'episodio riferito non rappresenta il primo caso di utilizzo improprio di voli di Stato da parte del Presidente del Consiglio dei ministri, che già 11 30 dicembre scorso aveva adoperato il Falcon 900 dell'Aeronautica militare per recarsi a sciare a Courmayeur. In relazione a tale episodio è già stata presentata una denuncia alla Procura regionale del Lazio della Corte dei conti per danno erariale;
   secondo quanto appreso dalla stampa, il costo operativo di un elicottero sarebbe pari a 8.400 euro l'ora, mentre quello di ciascun aereo di Stato sarebbe di 9.000 euro l'ora. Senza considerare l'impiego delle risorse umane, il costo complessivo potrebbe quindi aggirarsi intorno 26 mila euro l'ora solo per gli spostamenti, con conseguente aggravio indebito per le casse dell'erario –:
   quali siano state, nel caso di specie, le ragioni che abbiano potuto giustificare l'utilizzo del trasporto aereo di Stato ad avviso dell'interrogante in violazione delle prescrizioni normative summenzionate, nonché quali siano stati i soggetti trasportati e i costi sostenuti, non solo per gli spostamenti, ma anche a livello di impiego di risorse umane e strumentali;
   ai fini della verifica del rigoroso rispetto dei limiti previsti in materia di trasporto aereo di Stato, in quali circostanze e verso quali destinazioni, sino ad oggi, siano stati utilizzati i voli di Stato da parte del Presidente del Consiglio dei ministri in carica, nonché quali siano state le ragioni per cui, in tali fattispecie, non sia stato possibile utilizzare mezzi di trasporto alternativi o voli di linea;
   se il Governo non ritenga opportuno assumere iniziative per procedere ad una regolamentazione più stringente, che disciplini in maniera più rigorosa il trasporto aereo di Stato anche per le cariche più elevate, ponendo le stesse limitazioni previste per le altre cariche dello Stato. (4-09094)

  Risposta. — In riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, si trasmettono i seguenti elementi informativi.
  In primo luogo, si reputa necessario svolgere alcune considerazioni in ordine al quadro normativo di riferimento che regolamenta le modalità e i limiti del ricorso al trasporto aereo di Stato; ciò allo scopo di sgombrare il campo da possibili equivoci, atteso che l'interrogazione appare trarre origine anche dall'erronea convinzione che l'utilizzo del trasporto aereo di Stato per la missione svolta dal Presidente Renzi in Trentino Alto Adige il 5 maggio 2015 sia avvenuto in violazione della normativa di settore, come sembrerebbe evincersi dalla richiesta di esplicitare le ragioni che non avevano consentito di impiegare mezzi di trasporto diversi.
  A tale riguardo, si osserva come dal combinato disposto di cui ai commi 1 e 2 dell'articolo 3, del decreto-legge n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011, norma peraltro richiamata dallo stesso interrogante, discenda che i voli di Stato sono disposti per le più elevate cariche dello Stato – vale a dire il Presidente della Repubblica, i Presidenti di Camera e Senato, il Presidente del Consiglio dei ministri ed il Presidente della Corte costituzionale – senza che risulti necessario svolgere alcuna valutazione di carattere
tecnico-amministrativo finalizzata al rilascio di una autorizzazione; quest'ultima, invece, è prevista in tutti gli altri casi di utilizzo di voli di Stato dal comma 2 del medesimo articolo 3. In sostanza, il legislatore ha ritenuto che per le citate più alte cariche dello Stato si dovessero ritenere sempre sussistenti i presupposti per l'utilizzo del trasporto aereo di Stato. Tali presupposti sono stati, successivamente, espressamente individuati dall'articolo 1, comma 2, della direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri 23 dicembre 2011 – recante la revisione della disciplina di settore proprio a seguito della citata modifica di carattere legislativo – nella necessità di conferire certezza nei tempi e celerità nei trasferimenti delle autorità, per attendere più efficacemente allo svolgimento dei propri compiti istituzionali, ovvero nell'esigenza di assicurare il necessario livello di sicurezza od ancora il trattamento protocollare adeguato alla carica rivestita. In concreto, tale direttiva ha chiarito come l'attribuzione alle più alte cariche dello Stato della possibilità di avvalersi del trasporto aereo di Stato si fondi sul presupposto che per tali incarichi ricorrono sempre tutti o anche solo alcuni dei richiamati requisiti da ritenersi comunque sufficienti, anche disgiuntamente, a rendere opportuno se non necessario il ricorso al trasporto aereo di Stato.
  Proprio per tali ragioni, il citato comma 2, dell'articolo 3, del decreto-legge n. 98 del 2011 prevede obblighi di pubblicazione sul sito istituzionale della Presidenza del Consiglio dei ministri esclusivamente per i casi di utilizzo del trasporto aereo di Stato da parte di soggetti non titolari delle menzionate alte cariche dello Stato e per i quali si è reso necessario rilasciare, ai sensi della medesima norma, specifica autorizzazione, in deroga rispetto alla regola che, in via ordinaria, li esclude dalla possibilità di ricorrere al citato trasporto.
  Nel medesimo senso, infatti, la citata direttiva, proprio con riguardo a tali soggetti, detta, all'articolo 2, commi 2 e 3, una disciplina diversificata, prevedendo in questi casi una procedura di autorizzazione che richiede la preventiva verifica tecnico-amministrativa sulla sussistenza, congiunta, dei seguenti requisiti:
   a) comprovate, imprevedibili e urgenti esigenze di trasferimento, connesse all'efficace esercizio delle funzioni istituzionali e l'impossibilità di provvedere ai trasferimenti con i voli di linea;
   b) accertata indisponibilità di altre modalità di trasporto compatibili con lo svolgimento delle citate funzioni.

  Da quanto sopra esposto, emerge come l'asserita violazione, nel caso in esame, delle norme che regolano l'utilizzo del trasporto aereo di Stato, sembri fondarsi sull'erroneo presupposto che per l'attività del Presidente del Consiglio dei ministri valgano le stesse disposizioni e procedure da applicare per i restanti componenti della compagine governativa, mentre, come anzidetto, il legislatore ha ritenuto che per tale alta carica dello Stato siano sempre sussistenti, nel senso indicato dalla citata direttiva, i presupposti per poter disporre del trasporto aereo di Stato.
  Nello specifico caso, si rileva come l'impiego dei velivoli della flotta aerea di Stato non possa che essere posto in correlazione con una attività di carattere pubblico svolta da parte del Presidente del Consiglio dei ministri, nel suo ruolo di Capo del Governo, in disparte ogni ulteriore considerazione per quanto riguarda le stringenti e prevalenti esigenze di tutela e protezione che sottendono le attività del Presidente del Consiglio dei ministri e che di per sé giustificano, per le ragioni sopra esposte, il ricorso al trasporto di aereo di Stato. Fatta tale opportuna premessa, sul piano normativo, si forniscono i seguenti elementi di informazione in ordine ai fatti.
  L'attività svolta dal Presidente del Consiglio dei ministri e dalla delegazione al suo seguito, il 5 maggio 2015, prima a Bolzano, con trasporto assicurato attraverso un velivolo Falcon 900 ed un P180, e successivamente, a Mollaro e Trento, con trasporto mediante un elicottero VH139, ha indubbiamente rivestito carattere istituzionale, inquadrandosi nei rapporti tenuti ordinariamente tra il Governo e le realtà locali del
Paese, ai fini del conseguimento dei comuni obiettivi dello sviluppo delle attività economiche e della ricerca, nonché della crescita culturale. In tale ottica si pone infatti l'intera visita, che ha riguardato importanti realtà dell'economia locale che hanno saputo affermarsi anche sul mercato internazionale, come l'industria «Stahlbau Pichler» di Bolzano, specializzata nella costruzione di strutture in acciaio, il consorzio Melinda, con le sue celle ipogee, unico magazzino al mondo per la frigo-conservazione delle mele in atmosfera controllata, costruito sotto terra e dotato di un data center sempre incavernato, ovvero della ricerca e della cultura, come l'istituto di ricerca della fondazione «Bruno Kessler» ed il Museo d'arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto. Tali visite, rivestenti carattere pubblico e carattere istituzionale, tanto che il Presidente del Consiglio dei ministri è stato assistito da una delegazione ritenuta adeguata in relazione alle finalità della missione e che comprendeva componenti del suo staff con competenza sugli adempimenti del cerimoniale, si sono svolte, secondo l'ordinaria prassi, alla presenza delle competenti autorità locali.
  Per quel che riguarda la presenza di un aereo dei Carabinieri, si fa presente che essa non si poneva in alcun modo in correlazione con la missione del Presidente del Consiglio dei ministri, risultando quindi del tutto casuale.
  Dai chiarimenti forniti in ordine al quadro normativo di riferimento e al carattere pubblico e istituzionale della visita effettuata dal Presidente del Consiglio dei ministri, nonché dalle specifiche esigenze di sicurezza che connotano gli spostamenti dei titolari di tale carica, discende la piena legittimità dell'utilizzo del trasporto aereo di Stato nel caso di specie, circostanza questa che si ritiene sostanzialmente assorbente rispetto alle ulteriori richieste di dati e informazioni avanzate dall'interrogante, mentre per quel che riguarda l'indicazione, peraltro generalizzata, «delle circostanze e delle destinazioni, fino ad oggi, in cui siano stati utilizzati i voli di Stato da parte del Presidente del Consiglio dei ministri», si evidenzia come tale richiesta contrasti con le citate preminenti esigenze di riservatezza e tutela correlate a tale carica.
  In ultimo, circa la richiesta rivolta al Governo di valutare l'opportunità di modificare la disciplina di settore, al fine di assoggettare anche le più alte cariche dello Stato alle stesse limitazioni previste per le altre cariche pubbliche, si rileva come una simile indifferenziata omogeneizzazione di trattamento non appaia giustificata, tenuto conto della oggettiva diversa posizione che assumono le più alte cariche dello Stato, attualmente ricomprese nel campo di applicazione dell'articolo 3, comma 1, del decreto-legge n. 98 del 2011, convertito dalla legge n. 111 del 2011, sotto i menzionati profili della certezza nei tempi e celerità nei trasferimenti e soprattutto della sicurezza e del trattamento protocollare. Potrà, comunque, valutarsi l'opportunità di una revisione complessiva della normativa di riferimento, in senso generale, al fine di rendere maggiormente chiari i presupposti e le modalità per l'utilizzo del trasporto aereo di Stato da parte delle autorità pubbliche, ivi inclusi gli aspetti riferiti all'ammissione di delegazioni funzionali allo svolgimento delle missioni.
Il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri
Claudio De Vincenti.

   MARCON, DURANTI, PIRAS e PALAZZOTTO. — Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:
   dal 26 marzo del 2015, da quando è stata lanciata operazione «Tempesta di fermezza» dall'Arabia Saudita e da Egitto, Giordania, Emirati arabi uniti, Kuwait, Qatar, Bahrain, Marocco e Sudan e appoggiati logisticamente da USA, GB e Francia, si stanno conducendo pesanti bombardamenti su città e villaggi yemeniti;
   l'operazione militare è stata avviata senza alcuna autorizzazione da parte dell'ONU e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, successivamente riunitosi per discutere in merito il 14 aprile, con la risoluzione n. 2216, non avvalla l'intervento militare ma si limita a condannare l'azione dei ribelli Houti e impone loro un embargo sulle armi;
   i bombardamenti sono stati in questi mesi indiscriminati, colpendo anche obiettivi civili: interi quartieri e campi profughi non vengono risparmiati dall'operazione militare a guida saudita causando centinaia di morti tra i civili soltanto nelle ultime settimane;
   reported.ly è un sito di giornalismo che esiste dal dicembre 2014 ed è formato da un gruppo di giornalisti che lavorano da diversi Paesi che realizzano anche inchieste giornalistiche molto approfondite;
   in una delle inchieste più recenti, scritta dal giornalista Malachy Browne, reported.ly si è occupato della guerra che si sta combattendo in Yemen e delle bombe che vengono usate dalla coalizione guidata dall'Arabia Saudita per colpire i ribelli Houthi e si è occupato in particolare di alcuni componenti di armi prodotti in Italia e usati poi per assemblare armi che hanno bombardato lo Yemen;
   l'inchiesta ha ricostruito e documentato la costruzione e la spedizione dei componenti di alcune bombe prodotte da costruttori europei e destinate agli Emirati Arabi Uniti, uno degli stati che fanno parte della coalizione che sta bombardando lo Yemen. L'inchiesta ha scoperto che le bombe costruite con questi componenti sono state usate in Yemen, dove potrebbero anche essere stati compiuti attacchi contrari alle norme del diritto internazionale;
   i componenti sono stati prodotti da Rheinmetall AG, una società tedesca che ha avuto tra i suoi principali azionisti alcune società finanziarie statunitensi – come per esempio il fondo pensionistico dello stato di New York e altri fondi assicurativi e d'investimento – e il fondo pensionistico sovrano, della Norvegia. Attraverso i loro investimenti in Rheinmetall, queste organizzazioni stanno generando profitti;
   un gruppo di hacker che si fa chiamare «Yemen Cyber Army» ha sottratto diversi documenti e comunicazioni diplomatiche che provano la spedizione di componenti di bombe dal territorio della UE alla penisola arabica. Lo Yemen Cyber Army ha poi mandato il materiale a Reported.ly: i documenti mostrano come alcuni componenti siano partiti dal porto di Genova e siano arrivati a Gedda, in Arabia Saudita. Da lì sono stati trasferiti a Jebel Ali, a Dubai, e poi via terra a un centro di produzione di armi di Abu Dhabi, la capitale degli Emirati Arabi Uniti;
   i componenti delle bombe – che sono bombe di tipo MK82 e MK84 – sono partiti da Genova perché sono realizzati in Sardegna dalla RWM Italia s.p.a., una società sussidiaria della Rheinmetall. I componenti sono poi assemblati dall'azienda Burkan Munitions Systems per le forze armate degli Emirati Arabi Uniti;
   tra i documenti in possesso di Reported.ly c’è anche una lettera del 21 aprile 2015 spedita da Burkan Munitions. La lettera chiede all'esercito degli Emirati Arabi Uniti di concedere un permesso di transito per una spedizione per maggio attraverso il porto di Gedda, in Arabia Saudita. La lettera è stata trasmessa dal quartiere generale dell'esercito all'ambasciata degli Emirati Arabi Uniti di Riyad, in Arabia Saudita. L'ambasciata ha chiesto «un permesso diplomatico per facilitare le procedure d'ingresso [al porto di Gedda, ndr] per la nave Jolly Cobalt, noleggiata dalle forze armate degli Emirati Arabi Uniti». Il comunicato è stato contrassegnato come «molto urgente» ed è stato spedito dal Ministero degli affari esteri dell'Arabia Saudita a molti altri Ministeri: e anche al re Salman, al principe Abdullah e al ministro dei Trasporti, che ha anche la funzione di presidente dell'autorità portuale dell'Arabia Saudita;
   la nave in questione, la Jolly Cobalto, è il traghetto porta container più grande del mondo. I dati di MarineTraffic.com e i documenti di spedizione del Gruppo Messina – la società italiana che possiede
la nave – dicono che è partita da Genova il 12 maggio ed è arrivata a Dubai il 5 giugno. Le informazioni sul contenuto del carico parlano di sei container da 12 metri con all'interno componenti delle bombe MK82 e MK84 prodotte da RWM Italia. Il comunicato stampa dice che il carico conteneva componenti per bombe, e non ordigni veri e propri;
   di queste bombe MK82 e MK84 prodotte da RWM Italia non c’è traccia nelle autorizzazioni rilasciate dal Governo italiano nel 2014 (export 2014). Per cui si ipotizza che la spedizione si stata autorizzata nel 2015 dal Governo;
   andando a ritroso, nella relazione inviata alle Camere nel 2013 (esportazioni autorizzate per l'anno 2012) ci sono licenze per l'export alla RWM Italia nei confronti dell'Arabia Saudita di bombe MK82 e MK84 e componentistica accessoria per 8,5 milioni di euro (precisamente per 1.000 bombe 500LB MK82 INERTE e 300 bomber 2000LB MK84 INERTE);
   fermo restando le bombe spedite a maggio 2015 agli Emirati Arabi Uniti, un ulteriore ipotesi potrebbe essere quella che le bombe che vengono usate dalla coalizione guidata dall'Arabia Saudita siano appartenenti a questa partita di export;
   nella relazione del 2013 risultano ulteriori esportazioni di 500LB MK82 INERTE, le quali però risultano irrintracciabili, con destinazione sconosciuta;
   altrettanto sconosciuta risulta essere nella relazione presentata alle Camere nel 2014 (relativa all'export del 2013), l'autorizzazione all'esportazione rilasciata a RWM Italia per più di 62 milioni di euro per 3.650 bombe 1000LB MK83 ATTIVA e per 300 bombe 1000LB MK83 INERTE per un valore di 120 mila euro;
   appare opportuno per cui un chiarimento sulle autorizzazioni per l'export concesse a RWM Italia –:
   se il Ministro abbia intenzione di chiarire la procedura seguita per l'invio di componenti di bombe dello scorso maggio;
   se il Governo abbia autorizzato l'esportazione di bombe MK82 o MK84 verso gli Emirati Arabi Uniti o l'Arabia Saudita nel 2015;
   se il Governo non intenda fornire i dettagli delle esportazioni effettuate dalla RWM Italia per cui risultano sconosciute le destinazioni per le bombe MK82, MK84 e MK83. (4-09775)

  Risposta. — Si segnala, in via preliminare, che la legislazione nazionale di settore (legge n. 185 del 1990 e successive modifiche) prevede che sistematiche e ponderate valutazioni caso per caso vengano effettuate ogniqualvolta le esportazioni di materiali d'armamento riguardino destinazioni sensibili, imponendo di acquisire tutte le necessarie informazioni e garanzie circa l'impiego finale delle forniture, alla luce della tipologia dei materiali in oggetto. La normativa italiana relativa alle autorizzazioni dei materiali di armamento – prevedendo un sistema assai articolato di criteri, procedure e adempimenti – si caratterizza per essere, a livello sia europeo che internazionale, una delle legislazioni più rigorose in materia. Alla luce di queste premesse, il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, non ha autorizzato, di fronte al deteriorarsi della situazione in Yemen, alcun tipo di esportazione verso tale Paese. L'Italia non solo si conforma così all'embargo stabilito dalla risoluzione Onu n. 2216, ma anzi ha sospeso da anni le esportazioni di materiali di armamento verso lo Yemen.
  Il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale esamina con rigorosi criteri «caso per caso», in linea con altri Paesi dell'Unione europea e di concerto con le altre amministrazioni coinvolte, le istanze di autorizzazione all'esportazione di materiali di armamento verso la regione. Nella valutazione rientrano anche altri fattori, quali il contributo di un Paese alla lotta al terrorismo internazionale. Come ricordato dal Ministro Gentiloni nel question time in Aula Camera del 26 novembre 2015 l'Arabia Saudita fa parte della coalizione anti-Daesh. Inoltre, a livello
internazionale nessun embargo è stato imposto su Riad, né da parte dell'Unione europea sono state adottate misure restrittive verso tale Paese e la coalizione da esso guidata. Dalle consultazioni con gli altri Stati membri risulta anzi che quasi tutti i partner continuino ad autorizzare – nell'ambito di una valutazione «caso per caso» – l'esportazione di materiali, in tutte le categorie della lista militare comune europea, verso i Paesi impegnati nell'intervento. Gran Bretagna e Stati Uniti offrono apertamente sostegno logistico all'Arabia Saudita nell'intervento guidato da Riad a seguito di esplicita richiesta del Governo yemenita di Hadi, riconosciuto come legittimo anche dalla suddetta risoluzione n. 2216.
  In tale contesto, appare opportuno sottolineare che sin dall'insorgere del conflitto in Yemen, il Governo italiano, pur riconoscendo le esigenze di sicurezza che hanno mosso l'intervento della coalizione a guida saudita, ha posto al centro della sua attenzione le drammatiche conseguenze del conflitto sulla popolazione civile.
  Allo stato attuale, appare quanto mai urgente trovare una risposta efficace all'emergenza umanitaria e prevenire l'affermazione di organizzazioni jihadiste, quali Daesh e AQAP, che cercano di sfruttare il vuoto di potere per imporsi con il terrore alla popolazione civile. L'Italia continua pertanto a sostenere con convinzione gli sforzi delle Nazioni Unite per porre fine alle ostilità attraverso un accordo tra le parti in conflitto in grado di stabilizzare la situazione e riprendere il processo di transizione.
  Da ultimo, in occasione di una riunione sullo Yemen convocata a margine della recente Assemblea generale delle nazioni unite a New York, il Governo italiano ha confermato la fiducia nei confronti dell'inviato Onu Cheikh Amhed. In tale occasione, è stato rivolto un appello al legittimo Governo yemenita e ai Paesi della coalizione per l'immediata apertura dei porti sul mar Rosso al fine di far giungere gli aiuti umanitari alla popolazione civile. Gli aiuti umanitari verso lo Yemen hanno da sempre costituito un settore prioritario di intervento per l'Italia. Il nostro Paese ha finora erogato 1,5 milioni di euro a favore del Cicr (Comitato internazionale della Croce Rossa) per attività di protezione delle fasce più vulnerabili della popolazione. Ulteriori iniziative, per circa 2,3 milioni di euro a valere sulle risorse del decreto missioni, saranno realizzate nel 2016 in collaborazione con le agenzie dell'ONU e della famiglia della Croce rossa internazionale.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale
Benedetto Della Vedova.

   MURA. – Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. – Per sapere – premesso che:
   l'associazione AltraItalia di Barcellona, che nel 2012 riuscì a far istituire un processo contro i piloti dei caccia italiani che nel 1938 fecero strage di civili – almeno 5000 i morti – durante i bombardamenti su Barcellona ordinati da Benito Mussolini, ha reso noto che l'ambasciata italiana a Madrid ha concesso il patrocinio al tour che i reduci aderenti all'Associazione nazionale combattenti in Spagna (l'Ancis) hanno realizzato in Spagna in occasione del 4 novembre, festa delle Forze Armate;
   scopo del viaggio è quello di partecipare all'omaggio che le associazioni fasciste Fondazione Francisco Franco e Falange (così si chiamava il partito unico fascista del dittatore spagnolo Francisco Franco) organizzano durante la prima settimana di novembre ai caduti del corpo di volontari che Mussolini inviò a Madrid nel 1937 per schiacciare la resistenza della Repubblica che si difendeva dal colpo di stato dei fascisti spagnoli già aiutati dai nazisti tedeschi;
   secondo quanto si apprende dalle stesse «associazioni» fasciste spagnole e da un comunicato diffuso dall'Ancia, il viaggio in Spagna dei reduci del CTV (corpo truppe volontarie) prevedeva una tappa nei due principali memoriali franchisti presenti nello Stato Spagnolo: il Valle de los Caidos, alle porte di Madrid, e la Cripta di Sant'Antonio, a Saragozza (tra l'altro questa di proprietà del Governo italiano);
   i reduci italiani hanno poi visitato l'Alcazar di Toledo per rendere omaggio «agli eroici difensori e al Generale Moscardó»;
   infine, come ultimo appuntamento, si è svolta un'iniziativa al consolato italiano a Madrid, in Calle Agustin de Betancour numero 3, per «assistere alla celebrazione per la giornata delle Forze armate italiane e al 97esimo anniversario della Vittoria nella Prima Guerra Mondiale»;
   il programma dei reduci è stato ripreso da alcuni video pubblicati su youtube che documentano la celebrazione dei «caduti italiani e spagnoli» nel refettorio della Chiesa-Mausoleo di «San Antonio de los Italianos», a Saragozza. L'autore del video, che si firma «Legionario Legy», ricorda che molti dei fascisti italiani caduti durante la guerra civile spagnola sono sepolti proprio nel mausoleo fatto costruire a Saragozza da Benito Mussolini –:
   se sia a conoscenza di questa visita dei reduci in Spagna;
   se sia a conoscenza del patrocinio che l'ambasciata italiana avrebbe concesso per un'iniziativa che all'interrogante sembra avere caratteri di apologia del fascismo;
   se non ritenga grave il comportamento dell'ambasciata italiana a Madrid che sembrerebbe aver concesso, come negli anni precedenti, il patrocino per le commemorazioni annuali indette dall'A.N.C.I.S. rinnovando una tradizione di apologia del fascismo presso le più alte rappresentanze della Repubblica Italiana in Spagna;
   quali iniziative intenda adottare affinché questa situazione non abbia più a ripetersi. (4-11067)

  Risposta. — Si ritiene opportuno precisare, in primo luogo, che l'ambasciata d'Italia a Madrid non patrocina, né ha mai patrocinato, i «pellegrinaggi» e le commemorazioni dei defunti organizzate in Spagna a titolo privato dall'Associazione nazionale ex combattenti Ancis o da altre associazioni.
  Risulta, peraltro, che tali «pellegrinaggi», che hanno luogo da molti anni, toccano non solo siti spagnoli della memoria franchista, quali in particolare la Valle de los Caìdos, ma anche luoghi dove si trovano caduti italiani, quali la Torre Ossario di S. Antonio in Saragozza, sacrario militare italiano. Inaugurato il 13 giugno 1945, il sacrario è dedicato a tutti gli italiani caduti nel corso della guerra civile spagnola, appartenenti sia ai sostenitori di Franco, sia alle brigate internazionali, e al suo interno si conservano le spoglie di oltre 3.000 connazionali. Sopra l'arco principale del sacrario si trova una lapide: «L'Italia a tutti i suoi caduti in Spagna», mentre un'altra lapide indica che «in questa Torre Ossario sono ricordati i 4.183 italiani caduti in terra di Spagna nella guerra 1936-1939». Tra questi, secondo alcuni storici spagnoli, sarebbero compresi anche 526 italiani caduti combattendo nelle fila delle brigate internazionali. Il sacrario, accanto al quale vi sono una chiesa concessa in usufrutto dall'Italia ai padri cappuccini ed il convento degli stessi frati, è peraltro oggetto di frequenti visite da parte di familiari dei caduti, turisti e scolaresche. Oltre al sacrario, in Spagna vi sono altri due cimiteri nei quali si conservano i resti di caduti di nazionalità italiana: quello di Mahon a Minorca e quello di Palma di Mallorca.
  Presso i tre cimiteri si celebra ogni anno, nella ricorrenza del 2 novembre, una cerimonia in ricordo dei caduti italiani di tutte le guerre, alla cui organizzazione provvede, in collaborazione con l'addettanza militare presso l'ambasciata a Madrid, per Mahon e Palma di Mallorca, il comando militare spagnolo e per Saragozza il vice console onorario italiano. Nel corso delle tre cerimonie viene deposta una corona in memoria di tutti i caduti italiani e per quanto concerne in particolare Saragozza, viene celebrata, a cura dei frati cappuccini che custodiscono il sacrario, una funzione religiosa
in ricordo dei caduti, alla quale assistono associazioni di ex combattenti di entrambe le parti coinvolte nella guerra civile e parenti dei caduti. Sulla base di una tradizione consolidatasi negli anni, l'ambasciatore d'Italia o un suo rappresentante, insieme all'addetto militare, partecipano a queste cerimonie di commemorazione dei caduti, garantendo una rotazione tra i tre siti (quest'anno hanno preso parte a quella di Mahon).
  Si ribadisce, quindi, che non vi è alcun patrocinio offerto dall'ambasciata d'Italia a Madrid ad eventuali manifestazioni collaterali organizzate da Associazioni di ex combattenti, né esistono o sono esistite collaborazioni tra questa ambasciata e tali associazioni.
  Per quanto riguarda l'evento del 4 novembre 2015 svoltosi presso la cancelleria consolare dell'ambasciata, appare opportuno sottolineare che, in sintonia con le manifestazioni organizzate nel nostro Paese e in analogia a quanto avviene in tutta la rete diplomatica, anche l'addettanza militare presso l'ambasciata d'Italia a Madrid celebra tradizionalmente in tale data la festa delle Forze armate, allestendo una cerimonia presso la cancelleria consolare, dove peraltro ha la propria sede. Tale cerimonia, a cui sono invitate le autorità militari spagnole e gli addetti militari dei Paesi accreditati in Spagna, è sempre stata aperta alla collettività italiana, che vi prende parte a titolo esclusivamente personale, senza che ciò ovviamente implichi alcuna forma di accreditamento, riconoscimento, o patrocinio da parte dell'Ambasciata nei confronti di associazioni o formazioni cui eventualmente i singoli partecipanti dovessero appartenere. Alla cerimonia non sono peraltro ammesse insegne o stendardi, né altre forme di manifestazione di affiliazione o appartenenza a gruppi politici.
  Si segnala, infine, che l'ambasciata d'Italia a Madrid ha chiarito tali circostanze, e in particolare la netta distinzione tra le manifestazioni dell'Ancis e le celebrazioni istituzionali in omaggio ai caduti di tutte le guerre, con una nota informativa pubblicata sul proprio sito web.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale
Benedetto Della Vedova.

   PALAZZOTTO, MARCON, DURANTI, PIRAS, FAVA, CARLO GALLI e SCOTTO. — Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   il giorno 19 novembre 2015, poco prima delle 19 è atterrato in Arabia Saudita un cargo carico di bombe MK-80, fabbricate in Sardegna e partito dall'aeroporto di Cagliari. È la seconda spedizione nel giro di tre settimane, da un aeroporto civile e che avviene secondo gli interroganti in modo non conforme a quanto disposto dalla legge n. 185 del 1990 sull’export di armi. Queste armi sono probabilmente destinate a finire in Yemen;
   dalla rotta (non si riesce a tracciare completamente la fase finale del percorso), sembra proprio che la destinazione sia Ta'if, città sede di una base militare saudita, esattamente come già successo il 29 ottobre 2015. Si tratta di ordigni prodotti a Domusnova dalla RWM Italia, inviati a un Paese che è evidentemente in guerra e viola i diritti civili e quindi, secondo quanto previsto dalla legge n. 185 del 1990 le armi all'Arabia Saudita non potrebbero essere vendute;
   secondo quanto risulta agli interroganti questa è la terza volta, dopo la spedizione via mare di maggio, su cui è stata presentata una interrogazione – la numero 4-09775 – che non ha ricevuto ancora nessuna risposta, e quella aerea, sempre dall'aeroporto civile di Cagliari, della notte del 29 ottobre 2015;
   le Nazioni Unite, da mesi riferiscono che in Yemen è in corso una «catastrofe umanitaria» senza precedenti, con oltre 6 mila morti di cui più della metà tra la popolazione civile, 21 milioni di persone, pari all'80 per cento della popolazione, che necessitano di aiuti umanitari e 6 milioni di persone bisognose di assistenza di primo soccorso immediata. Nelle zone abitate da civili in Yemen sono stati ritrovati ordigni inesplosi esportati proprio dalla RWM Italia e sganciati dalla Royal Saudi Air Force;
   in Yemen, è in corso un conflitto senza alcun mandato delle Nazioni Unite e proprio il 16 novembre 2015 il Consiglio europeo si è dichiarato estremamente preoccupato per l'impatto delle ostilità in corso, inclusi i bombardamenti e gli attacchi indiscriminati contro le infrastrutture civili, in particolar, le strutture sanitarie e le scuole;
   questo nuovo carico di bombe, dopo quello partito a fine ottobre 2015, dimostra l'urgenza dell'Arabia Saudita di ricevere forniture da impiegare prontamente in Yemen. Infatti se a maggio (si veda interrogazione 4/09775) gli ordigni potevano viaggiare per mare (con costi inferiori ma tempi maggiori), queste ultime due spedizioni estremamente ravvicinate sono state fatte via aereo, con costi maggiori ma una velocità di consegna estrema;
   la spedizione pare fosse in programma, già per alcuni giorni fa a sembra essere stata rinviata per non farla coincidere con il viaggio del Presidente del Consiglio dei ministri Matteo Renzi, in Arabia Saudita;
   il Governo era stato informato della spedizione in data 18 novembre 2015 durante il dibattito sulla conversione in legge del cosiddetto «decreto missioni» –:
   per quale ragione il Governo pur essendo a conoscenza della spedizione, non sia intervenuto su una spedizione di armi che a giudizio degli interroganti appare non conforme con le disposizioni della legge n. 185 del 1990;
   quali iniziative urgenti il Governo intenda approntare affinché si fermino immediatamente queste spedizioni di armi, soprattutto in relazione ai Paesi che violano i diritti umani e siano in conflitto, quindi che avvengano in modo non conforme a quanto disposto dalla legge n. 185 del 1990;
   se il Governo non intenda fornire dettagli riguardo a queste spedizioni e se sia a conoscenza delle regioni dove verranno realmente impiegate le armi.
(4-11204)

  Risposta. — Si segnala, in via preliminare, che la legislazione nazionale di settore (legge n. 185 del 1990 e successive modifiche) prevede che sistematiche e ponderate valutazioni caso per caso vengano effettuate ogniqualvolta le esportazioni di materiali d'armamento riguardino destinazioni sensibili, imponendo di acquisire tutte le necessarie informazioni e garanzie circa l'impiego finale delle forniture, alla luce della tipologia dei materiali in oggetto. La normativa italiana relativa alle autorizzazioni dei materiali di armamento – prevedendo un sistema assai articolato di criteri, procedure e adempimenti – si caratterizza per essere, a livello sia europeo che internazionale, una delle legislazioni più rigorose in materia. Alla luce di queste premesse, il Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale non ha autorizzato, di fronte al deteriorarsi della situazione in Yemen, alcun tipo di esportazione verso tale Paese. L'Italia non solo si conforma così all'embargo stabilito dalla risoluzione Onu n. 2216, ma anzi ha sospeso da anni le esportazioni di materiali di armamento verso lo Yemen.
  Il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale esamina con rigorosi criteri «caso per caso», in linea con altri Paesi dell'Unione europea di concerto con le altre amministrazioni coinvolte, le istanze di autorizzazione all'esportazione di materiali d'armamento verso la regione. Nella valutazione rientrano anche altri fattori, quali il contributo di un Paese alla lotta al terrorismo internazionale. Come ricordato dal Ministro Gentiloni nel question time in Aula Camera del 26 novembre 2015, l'Arabia Saudita fa parte della coalizione anti-Daesh. Inoltre, a livello
internazionale nessun embargo è stato imposto su Riad, né da parte dell'Unione europea sono state adottate misure restrittive verso tale Paese a la coalizione da esso guidata. Dalle consultazioni con gli altri Stati membri risulta anzi che quasi tutti i partner dell'Unione europea continuino ad autorizzare – nell'ambito di una valutazione «caso per caso» – l'esportazione di materiali, in tutte le categorie della lista militare comune europea, verso i Paesi impegnati nell'intervento. Gran Bretagna e Stati Uniti offrono apertamente sostegno logistico all'Arabia Saudita nell'intervento guidato da Riad a seguito di esplicita richiesta del Governo yemenita di Hadi, riconosciuto come legittimo anche dalla suddetta risoluzione n. 2216.
  In tale contesto, appare opportuno sottolineare che sin dall'insorgere del conflitto in Yemen, il Governo italiano, pur riconoscendo le esigenze di sicurezza che hanno mosso l'intervento della coalizione a guida saudita, ha posto al centro della sua attenzione le drammatiche conseguenze del conflitto sulla popolazione civile.
  Allo stato attuale, appare quanto mai urgente trovare una risposta efficace all'emergenza umanitaria e prevenire l'affermazione di organizzazioni jihadiste, quali Daesh e AQAP, che cercano di sfruttare il vuoto di potere per imporsi con il terrore sulla popolazione civile. L'Italia continua pertanto a sostenere con convinzione gli sforzi delle Nazioni unite per porre fine alle ostilità attraverso un accordo tra le parti in conflitto in grado di stabilizzare la situazione e riprendere il processo di transizione.
  Da ultimo, in occasione di una riunione sullo Yemen convocata a margine della recente Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, il Governo italiano ha confermato la fiducia nei confronti dell'inviato Cheikh Amhed. In tale occasione, è stato rivolto un appello al legittimo Governo yemenita e ai Paesi della Coalizione per l'immediata apertura dei porti sul mar Rosso al fine di far giungere gli aiuti umanitari alla popolazione civile. Gli aiuti umanitari verso lo Yemen hanno da sempre costituito un settore prioritario di intervento per l'Italia. Il nostro Paese ha finora erogato 1,5 milioni di euro a favore del Cicr (Comitato internazionale della Croce rossa) per attività di protezione delle fasce più vulnerabili della popolazione. Ulteriori iniziative, per circa 2,3 milioni di euro a valere sulle risorse del Decreto Missioni, saranno realizzate nel 2016 in collaborazione con le agenzie dell'Onu e della famiglia della Croce rossa internazionale.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale
Benedetto Della Vedova.

   SBERNA. — Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, al Ministro della difesa, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   secondo alcuni organi stampa e trasmissioni televisive, negli ultimi cinque anni, l’export italiano di armi verso Medio Oriente e Nord Africa è cresciuto del 30 per cento; non da ultimo il cargo 4K-SW888 Boeing 747 della compagnia aerea Silk Way Airlines, decollato da Cagliari il 30 ottobre 2015 carico, secondo le organizzazioni non governative, di diverse tonnellate di bombe della RWM Italia destinate all'Arabia Saudita/paese guida della coalizione che – senza mandato internazionale – sta bombardando lo Yemen;
   in Yemen è in corso un conflitto che ha già causato più di 5.700 morti di cui almeno 830 tra donne e bambini e 20 mila feriti. Una vera e propria «catastrofe umanitaria», con oltre un milione di sfollati e 21 milioni di persone che necessitano di urgenti aiuti. Sui molteplici attacchi indiscriminati contro le infrastrutture civili, in particolare quelle sanitarie e le scuole ha espresso una grande preoccupazione anche il Consiglio, Europeo. Sotto le bombe a Sa'dah, il 26 ottobre 2015 è infatti finito anche un ospedale di Medici senza frontiere;
   la Rete italiana per il disarmo, Amnesty International Italia e l'Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di difesa e sicurezza (OPAL) di Brescia hanno chiesto al Governo di sospendere l'invio di bombe e armamenti nei Paesi militarmente impegnati nel conflitto in Yemen, anche in osservanza della legge n. 185 del 1990 che vieta espressamente l'esportazione di armamenti «verso i Paesi in stato di conflitto armato;
   secondo l'Osservatorio Opal di Brescia, nell'ultimo quinquennio, le autorizzazioni all’export di armi da guerra a Paesi non dell'Unità europea, né della Nato sono salite al 62,9 per cento, e tra i primi 20 destinatari, solo 7 sono «democrazie complete» secondo la classifica del Democracy Index stilato dall'Economist. Amnesty International, inoltre, denuncia le incoerenze della comunità internazionale rispetto al tema delle violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita. Da un lato, infatti, essa si mobilita contro il rischio che venga messo a morte un attivista minorenne e premia un blogger dissidente. Dall'altro, tace sui crimini di guerra commessi in Yemen e, anzi, li alimenta con trasferimenti irresponsabili di armi;
   assicurare la trasparenza in casi come questi, significa, secondo l'interrogante, specificare, ad esempio, il genere di «velivoli» utilizzati (se elicotteri per la ricerca di dispersi o Mangusta da attacco), i destinatari e il dettaglio delle operazioni bancarie (non si conosce, ad avviso dell'interrogante, la banca che gestisce le transazioni tra RWM e Arabia Saudita); in particolare, specificare se si tratti di esportazioni che rispondono a nuove e recenti autorizzazioni, oppure a quelle rilasciate negli anni scorsi, è assolutamente necessario in momenti come quello attuale in cui è elevato lo stato di preoccupazione a causa degli attacchi terroristici;
   non si può trascurare il fatto che, secondo un'analisi dell’Institute for economics and peace di Sidney, l'80 per cento delle vittime del terrorismo si verifica in Pakistan, Afghanistan, Irak, Siria e Nigeria. E, secondo molti analisti, l'Arabia Saudita ospita i finanziatori della guerra del Daesh contro Assad –:
   quali iniziative di competenza intendano promuovere per assicurare la trasparenza e una maggiore chiarezza in merito alla situazione descritta in premessa ed eventualmente, per bloccare la vendita di armi alla coalizione guidata dall'Arabia Saudita. (4-11327)

  Risposta. — Si segnala preliminarmente che la legge 9 luglio 1990 n. 185, come modificata dal decreto legislativo 22 giugno 2012, n. 105, prevede all'articolo 5, comma 1, che il Governo presenti annualmente alle Camere una relazione relativa all'esportazione, importazione e transito dei materiali d'armamento. Tale relazione si presenta come un documento articolato, costituito dai contributi di cinque diverse amministrazioni il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, il Ministero dell'interno, il Ministero della difesa, il Ministero dell'economia e delle finanze, il Ministero dello sviluppo economico) e rappresenta la sintesi e la descrizione delle attività realizzate dai diversi dicasteri in ottemperanza alle linee decise dal Governo per il settore. Il documento della relazione annuale (circa 400 pagine) riepiloga in maniera dettagliata e scrupolosa le movimentazioni di materiali di armamento che avvengono nel nostro Paese. Si segnala che l'impegno alla trasparenza del Governo italiano non si esplica solo a livello nazionale ma anche internazionale, dal momento che il nostro Paese riporta in sede ONU (ed in particolare all’United Nations Register on Conventional Arms – Unroca), a livello di Unione europea e Osce nell'ambito del Wassenaar Arrangement (Accordo per il controllo del commercio internazionale delle armi) e del trattato internazionale per il commercio delle armi (ATT).
  Quanto all'Arabia Saudita, a livello internazionale nessun embargo è stato imposto su Riad e che da parte dell'Unione europea non sono state adottate misure restrittive verso tale Paese e la coalizione da esso guidata. Dalle consultazioni con gli altri Stati membri risulta anzi che quasi tutti i partner dell'Unione europea continuino ad autorizzare, nell'ambito di un approccio «caso per caso», l'esportazione di materiali, in tutte le categorie della lista
militare comune europea, verso i Paesi della regione impegnati nell'intervento.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale
Benedetto Della Vedova.

   SCOTTO e PALAZZOTTO. — Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:
   l'Associazione nazionale combattenti in Spagna (Ancis) anche quest'anno farà il suo «pellegrinaggio» in Spagna in occasione della festa delle forze armate il 4 novembre;
   tutti gli anni ripetono questo vero e proprio rito per «rendere omaggio ai caduti del Ctv», il corpo truppe volontarie mandato da Mussolini nel 1935 a combattere a fianco del generale Franco contro il Governo della Seconda Repubblica spagnola;
   il pellegrinaggio prevede una tappa nei due memoriali franchisti: quello della Valle de los Caidos, e quello nella Cripta di Sant'Antonio, a Saragozza, proprietà dello Stato italiano. Secondo le due associazioni fasciste «Fondazione Francisco Franco» e «Falange» che annunciano la commemorazione, l'ambasciata italiana a Madrid «patrocina» l'atto di omaggio. E domani ospiterà l'Ancis che, con «atteggiamento marziale e disciplinato», vi celebrerà la festa delle forze armate. Fonti di stampa affermano che non sia stato possibile ottenere conferma dell'ambasciata. Ma gli «omaggi» si ripetono almeno dal 2008 e in almeno due occasioni hanno visto la presenza dell'ex ambasciatore e del vice-ambasciatore;
   a denunciare l'apologia del fascismo della rappresentanza italiana è l'associazione Altraitalia di Barcellona. La stessa che fece aprire nel 2012 per la prima volta un processo contro gli aviatori italiani che bombardarono Barcellona nel 1938, causando 5000 morti. Fu il primo caso di bombardamenti a tappeto su una grande città per terrorizzare i civili –:
   se il Ministro interrogato non ritenga di far sì che l'ambasciatore italiano Pietro Sebastiani si dissoci da ogni contiguità con le associazioni di nostalgici fascisti.
(4-10973)

  Risposta. — Si ritiene opportuno precisare, in primo luogo, che l'ambasciata d'Italia a Madrid non patrocina, né ha mai patrocinato, i «pellegrinaggi» e le commemorazioni dei defunti organizzate in Spagna a titolo privato dall'Associazione nazionale ex combattenti (Ancis) o da altre associazioni.
  Risulta peraltro che tali «pellegrinaggi», che hanno luogo da molti anni, toccano non solo siti spagnoli della memoria franchista, quali in particolare la Valle de los Caìdos, ma anche luoghi dove si trovano caduti italiani, quali la Torre Ossario di S. Antonio in Saragozza, sacrario militare italiano. Inaugurato il 13 giugno 1945, il sacrario è dedicato a tutti gli italiani caduti nel corso della guerra civile spagnola, appartenenti sia ai sostenitori di Franco, sia alle brigate internazionali, e al suo interno si conservano le spoglie di oltre 3.000 connazionali. Sopra l'arco principale del sacrario si trova una lapide: «L'Italia a tutti i suoi caduti in Spagna», mentre un'altra lapide indica che «In questa Torre Ossario sono ricordati i 4.183 italiani caduti in terra di Spagna nella guerra 1936-1939». Tra questi, secondo alcuni storici spagnoli, sarebbero compresi anche 526 italiani caduti combattendo nelle fila delle brigate internazionali. Il sacrario, accanto al quale vi sono una chiesa concessa in usufrutto dall'Italia ai padri cappuccini ed il convento degli stessi frati, è peraltro oggetto di frequenti visite da parte di familiari dei caduti, turisti e scolaresche. Oltre al sacrario, in Spagna vi sono altri due cimiteri nei quali si conservano i resti di caduti di nazionalità italiana: quello di Mahon a Minorca e quello di Palma di Mallorca.
  Presso i tre cimiteri si celebra ogni anno, nella ricorrenza del 2 novembre, una cerimonia in ricordo dei caduti italiani di tutte le guerre, alla cui organizzazione provvede, in collaborazione con l'addettanza militare presso l'ambasciata a Madrid, per Mahon e Palma di Mallorca il comando militare spagnolo e per Saragozza il vice console onorario italiano. Nel corso delle tre cerimonie viene deposta una corona in memoria di tutti i caduti italiani e, per quanto concerne in particolare Saragozza, viene celebrata, a cura dei frati cappuccini che custodiscono il sacrario, una funzione religiosa in ricordo dei caduti, alla quale assistono associazioni di ex combattenti di entrambe le parti coinvolte nella guerra civile e parenti dei caduti. Sulla base di una tradizione consolidatasi negli anni, l'ambasciatore d'Italia o un suo rappresentante, insieme all'addetto militare, partecipano a queste cerimonie di commemorazione dei caduti, garantendo una rotazione tra i tre siti (quest'anno hanno preso parte a quella di Mahon).
  Si ribadisce, quindi, che non vi è alcun patrocinio offerto dall'ambasciata d'Italia a Madrid ad eventuali manifestazioni collaterali organizzate da associazioni di ex combattenti, né esistono o sono esistite collaborazioni tra questa ambasciata e tali associazioni.
  Per quanto riguarda l'evento del 4 novembre 2015 svoltosi presso la cancelleria consolare dell'ambasciata, appare opportuno sottolineare che, in sintonia con le manifestazioni organizzate nel nostro Paese e in analogia a quanto avviene in tutta la rete diplomatica, anche l'addettanza militare presso l'ambasciata d'Italia a Madrid celebra tradizionalmente in tale data la festa delle Forze armate, allestendo una cerimonia presso la cancelleria consolare, dove peraltro ha la propria sede. Tale cerimonia, a cui sono invitate le autorità militari spagnole e gli addetti militari dei Paesi accreditati in Spagna, è sempre stata aperta alla collettività italiana, che vi prende parte a titolo esclusivamente personale, senza che ciò ovviamente implichi alcuna forma di accreditamento, riconoscimento, o patrocinio da parte dell'ambasciata nei confronti di associazioni o formazioni cui eventualmente i singoli partecipanti dovessero appartenere. Alla cerimonia non sono peraltro ammesse insegne o stendardi, né altre forme di manifestazione di affiliazione o appartenenza a gruppi politici.
  Si segnala, infine, che l'ambasciata d'Italia a Madrid ha chiarito tali circostanze, e in particolare la netta distinzione tra le manifestazioni dell'Ancis e le celebrazioni istituzionali in omaggio ai caduti di tutte le guerre, con una nota informativa pubblicata sul proprio sito
web.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale
Benedetto Della Vedova.


Appendice: ATTI MODIFICATI

   La Camera,
   premesso che:
    in questi mesi è in corso di definizione il negoziato tra il nostro Paese e la Confederazione elvetica, negoziato che disciplinerà, oltre ai rapporti fiscali tra i due Paesi, anche importanti competenze ad oggi soggette a precedenti accordi quali ad esempio quelle sul lavoro frontaliero;
    il quadro delle relazioni con la Confederazione elvetica risulta essere complesso a seguito delle prese di posizione dei massimi responsabili istituzionali del Canton Ticino, e all'assunzione di specifiche iniziative unilaterali lesive dei principi di libera circolazione delle persone, di libertà della concorrenza e di intrapresa e di uguaglianza di fronte alla legge;
    risultano essere infatti ormai quotidiane le dichiarazioni pubbliche di esponenti istituzionali del Canton Ticino tese a mettere in discussione sia i diritti dei numerosi cittadini italiani occupati regolarmente presso imprese e aziende ticinesi, sia lo stato delle relazioni Italia-Svizzera, concentrate oggi sui negoziati fiscali e sull'accordo per l'imposizione fiscale dei lavoratori frontalieri;
    ad oggi i lavoratori frontalieri in territorio elvetico provenienti dall'Italia risultano essere circa 60.000, e numerose sono le piccole e medie aziende dei territori di confine della Valle d'Aosta, del Piemonte, della Lombardia e della Provincia Autonoma di Bolzano ad essere interessate nei processi di fornitura e di assistenza nell'ambito del mercato elvetico;
    nei confronti dei lavoratori frontalieri si è assistito negli ultimi mesi, complice anche la campagna elettorale in territorio elvetico, ad un continuo ed ingiustificato attacco di natura discriminatoria e xenofoba;
    in particolare, hanno destato scalpore, a questo riguardo, la decisione del Canton Ticino tesa ad obbligare ogni cittadino italiano in via di occupazione in Svizzera a presentare il certificato dei carichi pendenti in allegato alla richiesta di assunzione;
    in questa direzione si è inserito anche l'avvio dell'elaborazione da parte del Consiglio di Stato del Ticino di una clausola fortemente restrittiva sul reddito dei cittadini italiani occupati in Ticino mediante una maggiorazione del trattamento fiscale sulla base della nazionalità italiana dei lavoratori, circostanze ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo in palese contrasto con l'accordo sulla libera circolazione delle persone sottoscritto tra Unione europea e Confederazione elvetica;
    è da sottolineare altresì la volontà di introdurre su base cantonale un limite restrittivo di quote dei frontalieri, smentendo in tal modo la competenza del Consiglio federale e ponendo di fatto un'azione di messa in mora dell'accordo sulla libera circolazione delle persone;
    a ciò si aggiunga il fatto che il 24 marzo 2015, con provvedimento n. 24 del 2015, il Gran Consiglio della Repubblica e Cantone Ticino ha approvato la legge sulle imprese artigianali per l'esercizio della professione di imprenditore nel settore artigianale, introducendo elementi che vanno nella direzione di ostacolare la libera circolazione delle imprese estere in Canton Ticino;
    nello specifico agli articoli 3 e 4 della legge si è decretata l'istituzione di un albo delle imprese artigianali, la cui iscrizione da parte delle stesse costituisce condito sine qua non per l'esercizio della professione, ed è subordinata al rispetto di determinati requisiti professionali, così come previsto dall'articolo 6 della legge stessa, la cui identificazione è rimandata all'approvazione di apposito regolamento pubblicato sul Bollettino Ufficiale delle leggi del Canton Ticino il 20 gennaio 2016;
    i contenuti del suddetto regolamento prevedono, tra le altre cose, il rispetto dei seguenti requisiti:
   diplomi e titoli di studio prevedendo il riconoscimento unilaterale dei diplomi e certificati esteri da parte della Segreteria di Stato Svizzera – SEFRI –;
   attestati e referenze concernenti l'attività pratica;
   certificato di solvibilità personale;
   dimostrazione di lavorare in Svizzera da almeno 5 anni;
   eventuali infrazioni saranno sanzionate con multe sino a 50.000 franchi;
    una disposizione che, così concepita, necessita di approfondimenti sia rispetto al percorso formativo abilitante e sia rispetto alla modalità per il riconoscimento dell'esperienza professionale;
    in merito all'omologazione dei titoli di specializzazione professionale degli artigiani italiani con quelli riconosciuti in Svizzera, come già emerso in passato, e ribadito in occasione nell'incontro tenutosi il 30 giugno 2015 presso il Ministero dello sviluppo economico – Divisione VI cooperazione economica bilaterale in merito alla professionalità degli elettricisti ed idraulici italiani, l'ostacolo è rappresentato dal diverso percorso formativo adottato nei due paesi; impedimento che non può essere superato, così come prospettato dalla Svizzera, con l'introduzione di obbligo di frequentazione da parte delle imprese italiane di idoneo corso professionale riconosciuto dal legislatore svizzero e successivo superamento di un esame di pratica;
    la disamina della questione dovrebbe tener conto anche di quanto previsto dalle direttive europee 2005/36/CE e 2013/55/UE, che nell'istituire un regime di riconoscimento delle qualifiche professionali nell'Unione Europea, estesa anche ad altri Paesi dello spazio economico europeo (SEE) e alla Svizzera, mira a rendere i mercati del lavoro più flessibili, a liberalizzare ulteriormente i servizi, a favorire il riconoscimento automatico delle qualifiche professionali e a semplificare le procedure amministrative;
    in tal senso sembra significativo quanto sancisce l'articolo 16 della direttiva 2005/36/EU che recita «Se in uno Stato membro l'accesso a una delle attività legate all'allegato IV o il suo esercizio è subordinato al possesso di conoscenze e competenze generali, commerciali o professionali, lo Stato membro riconosce come prova sufficiente di tali conoscenze e competenze l'aver esercitato l'attività considerata in un altro Stato membro»;
    in questa direzione va anche la Direttiva 2013/55/UE, applicabile dal 18 gennaio 2016 che nel prevedere la creazione di una tessera professionale europea consente ai cittadini di poter chiedere il riconoscimento delle proprie qualifiche professionali;
    si evidenzia altresì che esiste un apposito Accordo tra la Confederazione Svizzera, da una parte, e la Unione europea ed i suoi Stati membri, dall'altra, sulla libera circolazione delle persone i cui lavori si sono conclusi il 21 giugno 1999, approvato dall'Assemblea federale Svizzera l'8 ottobre 1991, ratificato con strumenti depositati il 16 ottobre 2000, entrato in vigore il 1o giugno 2002;
    il provvedimento adottato coinvolge 4.548 ditte artigiane individuali e 9.835 dipendenti di società, per un totale di 14.383 italiani che nel corso del 2015 hanno prestato, per un periodo di tempo inferiore ai 90 giorni anno, lavoro in Svizzera nel Canton Ticino. Questi lavoratori, imprenditori e loro dipendenti, sono per lo più di provenienza lombarda e piemontese, in particolare delle province di Varese, Como, Verbano Cusio Ossola, che, per il ruolo che giocano a supporto dell'economia cantonale, quale importante forma di collaborazione per lo sviluppo di alcuni comparti economici (in primis quelli legati alla filiera dell'abitare), sono sempre stati al centro del dibattito in Canton Ticino in quanto ingiustamente accusati di sottrarre opportunità di lavoro alle imprese locali;
    le richiamate gravi prese di posizione nei confronti dei cittadini italiani lavoratori frontalieri in Svizzera sono diventate pressoché quotidiane, creando una forte tensione nei rapporti con la Confederazione elvetica, per evitare la quale si ritiene indispensabile che quest'ultima in maniera esplicita smentisca formalmente con propri atti alcune iniziative condotte dalle autorità cantonali ticinesi a scapito dei principi della libera circolazione delle persone;
    mentre tutto ciò si è andato realizzando, in data 22 dicembre 2015 l'Italia e la Svizzera hanno parafato un accordo sull'imposizione fiscale dei lavoratori frontalieri, unitamente ad un protocollo che modifica le relative disposizioni della Convenzione contro le doppie imposizioni, al fine di concretizzare uno dei principali impegni assunti dai due Stati nella «road map», firmata nel febbraio 2015 in occasione dei procedimenti connessi con l'approvazione della «voluntary disclosure». Il nuovo accordo, chiamato a sostituire quello del 1974, allo stato non risulta essere stato ancora firmato da parte di entrambi i governi né tantomeno approvato da parte dei rispettivi Parlamenti, e i governi hanno annunciato che il testo sarà reso disponibile e pubblico al momento della firma;
    secondo quanto reso pubblico con un comunicato congiunto del Ministero dell'Economia e delle Finanze della Repubblica Italiana e dalla Segreteria di Stato per le Questioni Finanziarie Internazionali della Confederazione Elvetica, l'accordo comprende i seguenti principali elementi:
   si fonda sul principio di reciprocità;
   fornisce una definizione di aree di frontiera che, per quanto riguarda la Svizzera, sono i Cantoni dei Grigioni, del Ticino e del Vallese e, nel caso dell'Italia, le Regioni Lombardia, Piemonte, Valle d'Aosta e Provincia Autonoma di Bolzano;
   fornisce una definizione di lavoratori frontalieri al fine dell'applicazione dell'accordo e include i lavoratori frontalieri che vivono nei comuni i cui territori ricadono, per intero o parzialmente, in una fascia di 20 chilometri dal confine e che, in via di principio, ritornano quotidianamente nel proprio Stato di residenza;
   per quanto riguarda l'imposizione, lo Stato in cui viene svolta l'attività lavorativa imporrà sul reddito da lavoro dipendente al 70 per cento al massimo dell'imposta risultante dall'applicazione delle imposte ordinarie sui redditi delle persone fisiche. Lo Stato di residenza applicherà le proprie imposte sui redditi delle persone fisiche ed eliminerà la doppia imposizione;
    viene effettuato uno scambio di informazioni in formato elettronico relativo ai redditi da lavoro dipendente dei lavoratori frontalieri;
    l'accordo sarà sottoposto a riesame ogni cinque anni;
    il comparto del frontalierato risulta essere interessato, sul fronte interno, da un provvedimento relativo ad una controversa interpretazione normativa relativa al paventato rischio di pagamento da parte dei lavoratori frontalieri dell'assistenza sanitaria italiana, a seguito dell'emanazione di una Circolare del Ministero della Salute che, richiamando un accordo Stato-Regioni in data 20 dicembre 2012, lascerebbe supporre che per i lavoratori italiani occupati in Svizzera e per i titolari di pensione svizzera possa essere prevista l'iscrizione volontaria al servizio sanitario nazionale, mediante il pagamento alla ASL di residenza di un contributo fissato dal decreto ministeriale 8 ottobre 1986 e successive modificazioni e integrazioni, circostanza che sta aprendo numerosi dubbi e interrogativi circa la fondatezza giuridico-costituzionale del provvedimento a causa della sua onerosità, della lesione del principio di universalità sul quale si fonda il servizio sanitario nazionale e sulla circostanza che si renderebbe impossibile una pratica uniforme del provvedimento in assenza da parte dell'Italia dell'elenco anagrafico dei frontalieri;
    l'intera questione relativa allo stato delle relazioni tra Italia e Svizzera deve essere colta dal Governo nella sua globalità e complessità, e che le determinazioni da assumersi in merito non possono essere astratte rispetto al quadro complessivo delle situazioni in campo, ivi compresa la necessaria corrispondenza di risposte ufficiali da parte delle competenti istituzioni elvetiche in termini di positiva cooperazione e di effettiva disponibilità,

impegna il Governo:

   a richiedere un chiarimento formale alla Confederazione elvetica in merito alle decisioni discriminatorie assunte dal Canton Ticino in contrasto con gli accordi di libera circolazione delle persone;
   a rivalutare l'accordo tra Italia e Svizzera in materia fiscale in relazione alla formulazione, da parte delle competenti autorità federali e cantonali svizzere, di specifiche assicurazioni formali tendenti ad escludere la validità e l'applicazione di qualsivoglia iniziativa discriminatoria e lesiva dell'accordo di libera circolazione delle persone intercorrente tra Unione europea e Confederazione elvetica nei confronti di cittadini italiani occupati o occupabili in Svizzera e di aziende italiane potenzialmente interessate al mercato elvetico, nonché alla rimozione di ogni forma di discriminazione sin qui messa in campo, ivi compresa l'individuazione da parte della Svizzera di una soluzione euro-compatibile di adeguamento della propria legislazione al risultato del voto popolare sull'iniziativa del 9 febbraio 2014;
   a fare in modo che in ogni caso, modalità e tempistiche relative all'armonizzazione fiscale tra cittadini italiani frontalieri compresi entro la fascia dei 20 chilometri e cittadini italiani frontalieri fuori fascia siano disciplinate, per quanto di competenza del Governo italiano, nel disegno di legge di ratifica dell'accordo tra Repubblica italiana e Confederazione elvetica o in altre iniziative normative;
   ad operare affinché in tale contesto venga prevista l'introduzione della franchigia per i lavoratori frontalieri di cui alla legge di stabilità 2015 in termini di permanente agevolazione Irpef anche per i lavoratori frontalieri presenti all'interno della fascia di 20 chilometri dal confine italo-elvetico;
   ad assumere iniziative per garantire che nel nuovo quadro giuridico si provveda ad assicurare ai comuni di frontiera l'erogazione dell'equivalente dell'attuale ristorno delle imposte versate dai lavoratori frontalieri secondo l'accordo del 1974, mediante specifica disposizione legislativa italiana che commisuri la ripartizione fiscale spettante ai comuni di frontiera alla dinamica del monte salari complessivamente prodotto dal comparto transfrontaliero avendo come montante minimo di partenza il valore complessivo dei ristorni fiscali generato nell'ultimo anno fiscale di vigenza dell'accordo Italia-Svizzera del 1974;
   ad avviare, in conformità a specifiche mozioni già adottate dal Parlamento italiano, il percorso finalizzato alla realizzazione dello «statuto del frontaliere» come parte integrante e sostanziale del processo di ratifica del futuro accordo tra Italia e Svizzera;
   ad adoperarsi per un costante coinvolgimento delle istituzioni locali interessate (Regioni Valle d'Aosta, Piemonte e Lombardia, Provincia Autonoma di Bolzano, Province di Sondrio e del Verbano Cusio Ossola, in considerazione anche delle loro nuove competenze in materia di cooperazione frontaliera a seguito della legge 56 del 2014, Province di Como, Lecco e Varese) e dalle rappresentanze sindacali dei lavoratori frontalieri;
   ad analizzare i contenuti dei provvedimenti legislativi e regolamentari assunti dal Canton Ticino richiamati in premessa, e – qualora siano in contrasto con accordi bilaterali o con l'Unione europea – ad assumere iniziative presso le sedi opportune affinché venga modificato quanto disposto unilateralmente;
   ad intervenire per quanto di competenza sospendendo ogni iniziativa tendente ad introdurre un'impropria modalità di pagamento da parte di lavoratori italiani occupati in Svizzera e per i titolari di pensione svizzera ai fini dell'iscrizione volontaria al servizio sanitario nazionale;
   ad assumere iniziative per prevedere che le prestazioni corrisposte ai lavoratori frontalieri dalla previdenza professionale per la vecchiaia, i superstiti e l'invalidità Svizzera (LPP), in qualunque forma erogate, ivi comprese le prestazioni erogate dai diversi enti o istituti svizzeri di prepensionamento, vengano assoggettate, ai fini delle imposte dirette a una tassazione forfettaria in analogia alla normativa sulla collaborazione volontaria.
(1-00952) «Borghi, Braga, Marantelli, Tentori, Guerra, Fragomeli, Senaldi, Gadda, Baruffi, Realacci, Tacconi, Paolo Rossi, Plangger, Monchiero, Palladino».

   La Camera,
   premesso che:
    con una risoluzione del 28 marzo 2014, il Consiglio Onu dei diritti umani ha condannato la Corea del Nord per le sistematiche, massicce e gravi violazioni dei diritti umani – crimini contro l'umanità compresi – che continuano a essere commesse nel Paese;
    centinaia di migliaia di persone, come denunciato più volte da Amnesty international e confermato di recente dal rapporto della Commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite sulla Corea del Nord, sono detenuti in campi di prigionia politica e in altre strutture detentive del Paese. Molte di loro non hanno commesso alcun reato se non quello «associativo», dovuto al fatto di essere parenti di persone colpevoli di reati politici. Il testo del rapporto riporta testimonianze dirette e indirette che hanno fatto luce su un Paese definito «senza paragoni nel mondo contemporaneo» dal giudice australiano Michael Kirby che ha guidato il lavoro della Commissione d'inchiesta Onu. Le responsabilità, si sottolinea nel rapporto, sono molteplici ma alla fine riconducibili ai più alti livelli del Governo, che coscientemente pone in uno stato di sudditanza e paura estrema la popolazione, perseguendo duramente e senza alcun rispetto per trattati e convenzioni internazionali ogni forma di dissenso o comportamenti giudicati anormali o anche solo stravaganti;
    tali abusi sono stati ripetutamente segnalati anche da numerose organizzazioni internazionali e da testimoni come Shin Dong-Hyuk, esule nordcoreano fuggito dal campo di prigionia a 23 anni, il quale nell'aprile 2015 ha visitato l'Italia e raccontato la sua esperienza di prigionia fin dalla nascita. Queste testimonianze si aggiungono alla documentazione di numerosi organismi internazionali che hanno provato l'esistenza di almeno 6 campi di concentramento, con oltre 15.000 prigionieri politici ed altri detenuti per un totale di prigionieri stimabile intorno alle 200.000 unità;
    la Corea del Nord sta attraversando un nuovo periodo di carestia simile a quello dei primi anni ’90 che, assieme alla catastrofica politica economica, portò alla morte di milioni di cittadini nordcoreani. Nonostante la grave situazione alimentare del Paese, il Governo nordcoreano pone numerose limitazioni alle agenzie internazionali e alle organizzazioni non governative indipendenti che portano aiuti; inoltre, il sistema giudiziario della Repubblica democratica popolare di Corea non risulta essere libero e indipendente, la pena di morte è applicata per numerosi reati e il codice penale non risulta in linea con gli standard internazionali, così da legittimare abusi e decisioni arbitrarie. Le libertà di opinione, espressione e associazione sono gravemente compresse dalle autorità governative nonostante le garanzie costituzionali;
    la Corea del Nord ha sottoscritto importanti convenzioni internazionali, tra le quali il Patto internazionale sui diritti civili e politici e la Convenzione sul diritti del fanciullo;
    il Parlamento europeo ha approvato diverse risoluzioni mettendo in evidenza la criticità della situazione dei diritti umani nella Corea del Nord ed ha esortato le autorità del Paese a porre fine agli abusi perpetrati ai danni della popolazione, cessando le esecuzioni, le torture ed i lavori forzati e garantendo l'accesso all'assistenza alimentare;
    risulta chiaro che l'avvicendamento al potere di Kim Jong-un, succeduto al padre Kim Jong-il alla fine del 2011, non abbia apportato alcun miglioramento della situazione dei diritti umani nella Corea del Nord;
    numerose organizzazioni non governative internazionali per i diritti umani hanno esortato l'Unione europea ad occuparsi maggiormente della questione dei diritti umani nella Corea del Nord,

impegna il Governo:

   ad adoperarsi in tutte le sedi internazionali, in particolare l'Onu e l'Unione europea, affinché si continuino ad evidenziare e condannare le violazioni dei diritti umani perpetrate dalla Corea del Nord;
   ad assumere iniziative, per quanto di competenza, presso il Governo della Repubblica democratica popolare di Corea affinché possano cessare al più presto le gravi violazioni dei diritti umani, si possa mettere fine alle esecuzioni capitali e si possano chiudere i campi di prigionia e «rieducazione».
(1-00966) «Nicoletti, Bergamini, Alli, Locatelli, Monchiero, Carrozza, Dell'Aringa, Misiani, Patriarca, Schirò, Zampa, Stella Bianchi, Centemero, Sereni, Quartapelle Procopio».

   DE MENECH, MALISANI, NARDUOLO. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
   l'archivio di Stato di Belluno è stato istituito il 1o dicembre del 1973 in base alla normativa che prevedeva la presenza di un archivio di Stato in ogni capoluogo di provincia;
   situato in via Santa Maria dei Battuti, in pieno centro storico, all'interno di una sede prestigiosa, il cui corpo originale risale al 1330, l'archivio svolge un servizio a beneficio dell'intera comunità provinciale, oltre che cittadina;
   l'archivio conserva parte della documentazione pubblica che precede l'unità d'Italia ed assolve funzioni di raccolta e conservazione degli archivi prodotti nel territorio bellunese da enti pubblici e privati, di assistenza per chi consulta i documenti, di allestimenti culturali di mostre, di attività didattiche con le scuole;
   l'organico, che è allo stato attuale formato da sei persone con qualifica amministrativa, non basta a coprire le funzioni di un archivio, non conosce, tra l'altro, alcuna professionalità con la qualifica di «archivista», tranne la figura del direttore;
   attualmente la figura del direttore è ricoperta pro tempore, a scadenza da un dirigente che è direttore in pianta organica in una sede di archivio collocato in altra provincia;
   in seguito al terremoto dell'Aquila dell'aprile 2009, è arrivato temporaneamente all'archivio di Stato di Belluno anche l'archivio processuale del Vajont; le carte del processo del Vajont si trovavano all'archivio di Stato dell'Aquila e furono sepolte dalle macerie del sisma che distrussero anche il locale dell'archivio di Stato;
   l'archivio di Belluno costituisce un elemento unificante per molte iniziative che trovano riferimento nel progetto «Archivio diffuso del Vajont» ed è sentito dalla comunità bellunese anche come un polo di aggregazione, riconosciuto come sede naturale per accogliere molte altre manifestazioni legate al ricordo della tragedia;
   dal momento del suo trasferimento all'archivio bellunese, tutto il materiale inerente il processo del Vajont, circa 150.000 documenti contenuti in 256 faldoni, è stato completamente digitalizzato;
   proprio in questo momento, insieme al comune di Longarone e all'associazione Tina Merlin, l'archivio di Stato di Belluno sta lavorando per candidare l'archivio diffuso del Vajont nell'apposito Registro Memory of the World - Unesco;
   la conseguenza di un ridimensionamento o accorpamento dell'archivio di Stato di Belluno sarebbe il depauperamento della storia di Belluno e del suo interno territorio provincia, privato di un riferimento istituzionale fondamentale per la sua conoscenza e, sottratto, dei suoi documenti secolari, cioè le carte della storia, che verrebbero smembrate in diverse sedi;
   si metterebbe inoltre a rischio la permanenza a Belluno dell'archivio del Vajont; il trasferimento dei faldoni del processo in altra sede rappresenterebbe uno schiaffo alla comunità bellunese;
   il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo ha deciso di investire nella valorizzazione della memoria stanziando un finanziamento di 50 mila euro per il Museo del Vajont;
   se si intenda mantenere nel territorio bellunese l'archivio di Stato, evidenziando l'importanza che esso rappresenta per l'intera comunità;
   se si intenda proseguire nella valorizzazione della memoria, indicando nell'archivio di Stato di Belluno la sede naturale per la permanenza della documentazione del processo del Vajont, contenuto tangibile della memoria della catastrofe. (5-06687)

   CENNI, ROCCHI, ALBINI, BENI, DALLAI, CARROZZA, FOSSATI. — Al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 10 della legge n. 124 del 2015 disciplina il «Riordino delle funzioni e del finanziamento delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura» da attuare attraverso un decreto legislativo del Governo;
   oggetto di tale decreto attuativo sono anche «la definizione delle condizioni in presenza delle quali possono essere istituite le unioni regionali o interregionali» (come disposto dall'articolo 10, comma 1, lettera b) della legge n. 124 del 2015);
   tale decreto attuativo è «adottato su proposta del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro delegato per la semplificazione e la pubblica amministrazione e con il Ministro dell'economia e delle finanze, previa acquisizione del parere della Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e del parere del Consiglio di Stato»;
   le unioni regionali delle camere di commercio sono i referenti principali delle camere di commercio nei confronti delle regioni. La loro attività ha come fine:
    il coordinamento delle attività delle singole camere sul piano regionale e la loro rappresentanza verso le regioni e il sistema degli enti locali per la definizione di questioni di interesse comune;
    la promozione e la realizzazione di iniziative e servizi, strutture e infrastrutture per lo sviluppo dell'economia regionale in tutti i settori di competenza delle camere di commercio;
   per il conseguimento di questi scopi le unioni curano studi e ricerche; organizzano congressi e comitati; partecipano ad enti e consorzi assicurando, nel contempo, i collegamenti con i servizi delle camere associate;
   i dipendenti delle unioni regionali delle camere di commercio sono a livello nazionale circa 230;
   risulta all'interrogante che alcune associazioni sindacali abbiano segnalato che le attuali bozze dei decreti legislativi disposti dall'articolo 10, comma 1, lettera b) della legge n. 124 del 2015 prevedono per il personale delle unioni regionali delle camere di commercio anche l'applicazione delle disposizioni di mobilità e tutela relative alle società partecipate;
   qualora questa indiscrezione fosse confermata, tale disposizione apparirebbe in palese contrasto con le norme previste dal testo unico sul pubblico impiego (decreto legislativo n. 165 del 2001);
   le unioni regionali delle camere di commercio, infatti, oltre ad essere destinatarie di funzioni pubbliche delegate per legge (come disposto dalla legge n. 580 del 1993), nonché di finanziamenti pubblici, sono incluse nella pubblica amministrazione, così definita dal testo unico sul pubblico impiego, all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001, in posizione parificata alle stesse camere di commercio;
   sulla natura giuridica delle unioni regionali e sulla conferma di applicabilità al loro personale del testo unico sul pubblico impiego è intervenuto, in questa direzione, anche il Consiglio di Stato che, rispondendo al quesito proposto da Unioncamere Lazio sul «Parere in merito alla natura del rapporto di lavoro dei dipendenti dell'Unione regionale – Legittimità inquadramento all'interno del personale» (02614/2015 del 17 settembre 2015), si è così espresso: «Le Unioni Regionali, in quanto associazioni ex legge tra le camere di commercio (articolo 6 L. 9 dicembre 1993, n. 580 come sostituito dall'articolo 1 comma 8o del D.Lgs. 15 febbraio 2010, n. 23), sono quindi anch'esse soggette al regime di persone giuridiche pubbliche [...], il preannunciato riassetto del numero e dell'ordinamento delle unioni regionali delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura comporterà i trasferimenti del relativo personale sulla base delle regole stabilite per la mobilità all'interno dello stesso comparto del pubblico impiego, secondo le linee guida dettate dall'ARAN (cd. «mobilità imposta dall'amministrazione» intracomparto), con il passaggio dei dipendenti delle unioni regionali al CCNL pubblico impiego – Comparto Regioni e Autonomie locali» –:
   se le indiscrezioni di cui in premessa, riferite ai decreti attuativi, previsti dall'articolo 10 della legge n. 124 del 2015, sull'applicabilità delle disposizioni di mobilità e tutela relative alle società partecipate al personale delle unioni regionali delle camere di commercio corrispondano al vero e, conseguentemente, quali iniziative intendano assumere i ministri interrogati, nell'ambito delle loro competenze, al fine di assicurare ai dipendenti coinvolti il rispetto delle tutele sancite del decreto legislativo n. 165 del 2001 e dal Consiglio di Stato, come citato in premessa. (5-07500)

   BORGHESI, GRIMOLDI. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   il decreto ministeriale n. 850 del 27 ottobre 2015 è un provvedimento applicativo della legge 107 del 2015 della riforma della scuola, voluta da questo Governo;
   il provvedimento ministeriale include tra i destinatari del periodo di formazione del personale docente neo-assunto, anche i docenti che abbiano ottenuto il passaggio di ruolo, nonostante si tratti di insegnanti già titolari di contratto a tempo indeterminato, che hanno già effettuato l'anno di prova e formazione all'atto della loro originaria immissione in ruolo;
   inoltre la disciplina riguardante l a mobilità dei docenti, compresa quella professionale, è riservata per espressa previsione dei decreti legislativi n. 165 del 2001 e n. 297 del 2004 alla contrattazione collettiva e pertanto non può soggiacere a decisioni discrezionali dell'amministrazione;
   la stessa amministrazione, con la nota 3699 del 29 febbraio 2008, aveva peraltro precisato con chiarezza che «l'anno di formazione va effettuato una sola volta nel corso della carriera», riconoscendo come illogico e irragionevole richiedere a un docente che passa a un diverso ordine di scuola, avendo già maturato una consistente esperienza di servizio, la medesima formazione prevista per un docente neo-immesso in ruolo. A tutto ciò si aggiunge il fatto che al momento della presentazione delle domanda di passaggio di ruolo la legge n. 107 non era ancora legge dello Stato –:
   quali iniziative intenda adottare il Ministro e se intenda apportare le necessarie modifiche al decreto ministeriale n. 850 del 2015 alla luce di quelle che l'interrogante ritiene notevoli forzature e degli effetti retroattivi di dubbia legittimità descritti in premessa nonché della invasione delle competenze riservate alla contrattazione in materia di organizzazione del lavoro. (4-11915)

   SIBILIA, COLONNESE, TOFALO, PETRAROLI, CASTELLI, MICILLO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   in un articolo pubblicato il 28 gennaio 2016 sul sito online «Economia e Finanza» firma di Mauro Bottarelli ed intitolato «Banche, le "fregature" in arrivo per l'Italia» si fa riferimento al fenomeno della cosiddetta cannibalizzazione del sistema bancario italiano;
   nel suddetto articolo si cita il fatto che «negli Stati Uniti le cosiddette "Big Four" (JP Morgan Chase, Bank of America, Wells Fargo e Citigroup), le principali quattro banche del Paese, insieme detengono il 45 per cento di tutti i depositi del Paese, circa 4,6 triliardi di dollari. La quinta banca, US Bancorp, non si avvicina nemmeno (...): pur avendo 3151 filiali e 65 mila dipendenti, ha infatti depositi per soli 271 miliardi di dollari»;
   nel pezzo si legge ancora che «tra il 1990 e il 2010 negli Stati Uniti 37 banche siano state inglobate dalle Big Four, siano sparite: il trionfo dell'M&A (Merger&Acquisition, fusioni e acquisizioni) che tanto viene invocato da Matteo Renzi»;
   secondo l'articolista Bottarelli, la frequenza di questo processo di consolidamento del settore bancario Usa è stata maggiore durante la crisi finanziaria del 2008, quando le Big Four hanno acquisito piccoli competitor (Washington Mutual, Bear Stearns, Countrywide Financial, Merrill Lynch e Wachovia) alle prese con i prestiti sub prime, garantendosi così l'assenza di concorrenza a vita («visto che la creazione di nuove banche è scesa a zero esattamente come i tassi della Fed: tra il 2009 e il 2013 sono nate solo 7 nuove banche negli Usa»);
   inoltre, sulla base di uno studio della Fed del 2014, questo fenomeno di denatalità bancaria è dovuto all'aumento delle regolamentazioni legato proprio alla crisi finanziaria: secondo la George Mason University, «negli ultimi 15 anni il numero di piccole banche negli Usa – le nostre popolari o Bcc – è sceso del 28 per cento, mentre le grandi banche sono aumentate del 33 per cento dal 2000 a oggi»;
   anche a parere degli interroganti, le crisi bancarie, frutto di speculazioni finanziarie, servono soltanto a consolidare sistemi oligopolistici che cancellano la concorrenza e danneggiano i consumatori e ciò accade anche in Italia;
   in un articolo pubblicato il 23 gennaio 2016 sul sito online « Economia e Finanza»: a firma di Sergio Luciano ed intitolato «Da Monti a Renzi, i guai irrisolti (anche) dopo la "magia" di Draghi», «la colpa e di Monti se oggi le banche tremano, perché, grazie alla sua inutile e confusa patrimoniale sulla casa il valore degli immobili italiani è caduto di vari punti e si è come congelato su livelli che tuttora non risalgono». Detto in altre parole: «Quando sarà passato l'eco delle parole, con cui Mario Draghi ha nuovamente “sedato” i mercati, le banche italiane si ritroveranno nude di fronte al problema reale che le opprime, 350 miliardi di euro di “non performing loans”, cioè crediti deteriorati, di cui ben 200 di sofferenze, ovvero crediti i cui debitori da tempo non pagano più né i rimborsi di capitali, né le rate di interessi. Ebbene, col crollo del valore del mattone questa copertura di garanzia... garantisce effettivamente meno di quanto potrebbe e contiene appunto al 46 per cento la percentuale di rischio di perdita implicita, per il sistema bancario italiano, nelle sofferenze» con la conclusione che «se gli immobili finalmente, dopo otto anni di calo, vedessero ripartire al rialzo i loro prezzi, le banche respirerebbero»;
   nello stesso articolo si fa riferimento ad «altre due spiegazioni tecniche – poco ascoltate in questi giorni convulsi – per la crisi di rigetto da parte dei mercati che ha colpito le banche: sono la gestione maldestra della "risoluzione" di Banca Etruria e degli altri tre istituti decotti; e gli annunci incauti e prematuri sulla nascita della bad bank statale. Il sistema bancario italiano ha sostenuto un costo complessivo di 4,2 miliardi per gestire il fallimento delle quattro banche, svalutando addirittura dell'82 per cento i loro crediti in sofferenza: se questa stessa percentuale fosse applicata agli altri 200 miliardi di sofferenze in essere, come hanno arguito molti analisti finanziari stranieri, significherebbe per le banche ufficialmente sane essere a corto di capitali per circa 100 miliardi, uno sproposito ingestibile. Ma non è così, proprio perché sappiamo che un 46 per cento di quei 200 miliardi è coperto da buone garanzie e la percentuale di realizzo della parte restante (non garantita) – in caso di cessione a una bad bank – è nell'ordine del 20-25 per cento, il che riduce ad un 30 per cento il rischio di perdite ulteriori, una sessantina di miliardi. Tanti, ma più gestibili» –:
   alla luce di quanto affermato il 21 gennaio 2016 dal Presidente del Consiglio dei ministri, secondo cui «In Italia ci sono troppe banche» se il Governo disponga di elementi su quali e quante banche rischiano di chiudere i battenti e con quali modalità e, considerata l'introduzione del meccanismo detto « bail-in», quali siano gli strumenti di protezione degli azionisti, degli obbligazionisti e dei correntisti delle banche in via di chiusura e se siano state previste forme di tutela e di informazione per i suddetti soggetti. (4-11990)

   D'INCÀ e BRUGNEROTTO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   con decreto ministeriale 16 maggio 2014, il Ministero dell'economia e delle finanze ha stabilito l'alienazione di una quota delle partecipazioni in Poste Italiane Spa, mantenendo almeno il 60 per cento delle quote;
   in una nota del 25 giugno 2015, il Consiglio dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha definito le due istruttorie avviate a seguito delle proposte presentate da Poste Italiane: una sulle nuove modalità di recapito degli invii postali a giorni alterni, l'altra sulle tariffe e gli standard di qualità del servizio postale universale di corrispondenza, sulla base di quanto previsto dalla legge di stabilità 2015. L'obiettivo è ridurre (modalità di recapito) o coprire (prezzo dei servizi) i costi del servizio universale, in modo coerente con i mutati bisogni dei cittadini e dei consumatori; nel contempo, consentire maggiore flessibilità nel modulare offerte alla clientela, per testare nuove formule che diano risposta alla minore domanda dei servizi tradizionali di corrispondenza e possano invertire la tendenza di forte calo nei volumi;
   l'attuazione del recapito a giorni alterni (secondo lo schema bisettimanale, lunedì-mercoledì-venerdì-martedì-giovedì) avverrà in tre fasi successive che saranno avviate rispettivamente il 1o ottobre 2015, il 1o aprile 2016 e non prima del mese di febbraio 2017. La prima fase coinvolgerà una ristretta fascia di popolazione (pari allo 0,6 per cento della popolazione nazionale) fino al massimo del 25 per cento nella fase conclusiva. Dopo la prima fase, nel caso in cui si verifichino criticità, l'autorità ha il potere di intervenire inibendo l'ulteriore prosecuzione del recapito a giorni alterni o stabilendo particolari condizioni volte a salvaguardare la regolarità del servizio o la realizzazione degli obiettivi previsti di contenimento dei costi;
   il 20 gennaio 2016 il Fatto Quotidiano ha pubblicato un'inchiesta «Poste, l'imbroglio sui tempi di consegna delle lettere test: partono i primi licenziamenti», in cui emerge un sistema consolidato per alterare la qualità del servizio di consegna, che ha portato le stesse Poste Italiane a prendere provvedimenti con decine di licenziamenti e la sospensione di migliaia di persone, accusate di comportamento illecito e di aver fatto «risultare una qualità del servizio divergente da quella reale». L'unità antifrode di Poste Italiane ha scandagliato le e-mail aziendali di migliaia di dipendenti: nella corrispondenza intercorsa tra una quarantina di dirigenti e i loro sottoposti si legge che i dipendenti creavano una corsia preferenziale per consegnare le «lettere test» nei tempi prestabiliti. E dimostrare così che il coefficiente di qualità, previsto dal contratto tra Poste Italiane e lo Stato, veniva rispettato;
   a partire dalla certificazione di qualità, il Governo affida a Poste Italiane il servizio di posta universale, che lo Stato paga in media circa 300 milioni di euro l'anno. Poste Italiane può essere costretta a pagare fino a 500 mila euro l'anno di sanzione se non rispetta i parametri prefissati. A monitorare e certificare il servizio di qualità, fino pochi mesi fa, è stata la Izi srl, che sceglieva circa 8 mila persone che spediscono lettere tra loro. E tutte annotano in quanto tempo la corrispondenza – in gergo, si chiamano «lettere civetta» – viene inviata e recapitata. Il punto è che Poste Italiane ha conosciuto, per anni, molti nominativi dei controllori scelti da Izi. In altre parole: il controllato conosceva i suoi controllori. Ed è grazie alla conoscenza di questi nominativi che riusciva a creare una corsia preferenziale per consegnare le «lettere civetta» nei tempi previsti. Le e-mail analizzate dall'unità anti frode di Poste Italiane dimostrano che questa prassi è stata adottata dal 2003 al 2014;
   il 5 febbraio 2016 il Fatto Quotidiano riporta che l'ex responsabile nazionale del servizio qualità di Poste Italiane, Gennaro Celotto, rischia il licenziamento per quello che appare un imbroglio sui tempi di consegna, accusato dall'azienda mediante contestazione di addebito di aver «avuto piena consapevolezza e conoscenza di una articolata condotta finalizzata a far risultare una qualità del servizio di recapito divergente da quella reale». Un gigantesco imbroglio che secondo le informazioni ufficiali di fonte aziendale per ora coinvolge circa 200 dirigenti. In tutta Italia, da quanto è trapelato, sarebbero decine i licenziamenti in corso e migliaia i dipendenti sospesi;
   le accuse mosse dai vertici di Poste e dirigenti e funzionari oggetto dei provvedimenti disciplinari, oltre al comportamento illecito, sono di aver creato una realtà fittizia della qualità di servizio, non corrispondente a quella reale dei cittadini nella vita di ogni giorno sarebbero stati completamente truccati risultati e parametri, sia sul piano dei tempi di consegna, che sul piano della qualità complessiva del servizio. E c’è un'altra ipotesi inquietante, che non trova conferma per ora di fronte al muro eretto da Poste: sarebbero stati alterati anche i parametri legati alla produttività aziendale, e dai quali dipendono i benefit per dirigenti e funzionari;
   il piano di ristrutturazione di Poste italiane 2015-2019 della funzione Posta, comunicazione, logistica (Pcl) prevede l'avvio del recapito a giorni alterni, approvato da Governo ed Agcom nelle zone regolate, e l'introduzione di diversi sistemi di recapito per zone commercialmente diverse. È partita la sperimentazione con un primo step che copre il 6 per cento del territorio nazionale (Nord Italia), con l'obiettivo per Poste Italiane di arrivare alla copertura della consegna a giorni alterni per circa il 25 per cento della popolazione nel 2017, mentre sembra che il modello di consegna consueto (tutti i giorni) verrà mantenuto in sole 8 città in tutta Italia;
   in particolare nel bellunese è partito il bacino di Feltre, Agordino, Cadore e parti alte della provincia, mentre al momento sono esclusi Belluno, Limana, Sedico e Ponte nelle Alpi, che partiranno con la sperimentazione ad aprile 2016. Il servizio di consegna avviene a giorni alterni, mentre è prevista la «linea plus» per la consegna giornaliera di raccomandate, 1 gg, atti urgenti e abbonamento di quotidiani;
   Agcom con delibera 342/14/CONS, ha introdotto specifiche garanzie a tutela degli utenti, in particolare per coloro che si avvalgono degli uffici postali ubicati in comunità montane e nelle isole minori. Si prevede inoltre che «Poste Italiane, nella logica del potenziamento e di una maggiore efficienza dei servizi, dovrà valutare il rapporto costi-ricavi non sulla base del singolo ufficio postale ma in un ambito territoriale più ampio fino anche, ad esempio, a coprire una scala regionale. La società poste Italiane dovrà valutare, prioritariamente alla decisione di rimodulazione e razionalizzazione, iniziative proposte da enti e istituzioni territoriali in grado di aumentare la redditività della rete degli uffici postali in un ambito territoriale. Tali proposte dovranno pervenire, a regime, entro il 30 settembre di ogni anno. Per l'anno 2015, tale termine è posticipato al 31 marzo 2016. La Società è tenuta a trasmettere il suddetto Piano all'Autorità entro il 1o luglio 2016»;
   nel Nord Italia, dove il piano di ristrutturazione del servizio di consegna è già partito, si parla di una manciata di licenziamenti, di decine di provvedimenti disciplinari in itinere e di moltissime posizioni a rischio di funzionari e responsabili di strutture, di sospensione cautelative dal servizio per lo scandalo delle consegne e della qualità del servizio;
   in particolare, un articolo del Corriere delle Alpi del 4 febbraio 2016 riporta: «Un capoarea licenziato, anche se prossimo alla pensione: Vincenzo Girardi, responsabile recapiti dell'area Nordest. Il responsabile del recapito per le zone di Treviso e Belluno, Paolo Tronchin, sospeso da giorni, e invitato dall'azienda a presentare le controdeduzioni rispetto al provvedimento disciplinare avviato nei suoi confronti: rischia anch'egli il licenziamento. Altri funzionari nel mirino, e alte posizioni direttive al vaglio: fra cui uno dei sottoposti di Tronchin, un altro funzionario, e la responsabile del centro meccanizzato di Castagnole, cuore del recapito nella Marca Trevigiana»;
   nel bellunese – dove il responsabile del servizio è Paolo Tronchin, ora sospeso – già in fase di avvio del servizio di recapito a giorni alterni, sono emerse forti criticità, segnalate sia dagli operatori del servizio, che dai sindacati: la «linea plus» non è operativa e la consegna giornaliera dei quotidiani non è stata avviata. La risposta di Poste Italiane alle lamentele per il disservizio è stata semplicemente quella di comunicare che si sarebbe occupata del problema, senza specificare come, con che tempi o se il servizio verrà esternalizzato;
   laddove la consegna giornaliera viene effettuata, questa avviene con gravi ritardi: i quotidiani vengono consegnati nel tardo pomeriggio, spesso dopo le 17;
   una forte criticità segnalata riguarda la consegna di atti urgenti agli enti pubblici (ad esempio municipi): spesso questi non vengono recapitati in tempo, prima della chiusura della sede, e quindi la consegna avviene con 2 giorni di ritardo perché il servizio funziona a giorni alterni;
   un altro problema è quello del posticipo dell'orario di consegna della posta: l'inizio del turno di lavoro è stato spostato di 30 minuti o 1 ora (dalle 7.30 alle 8.30 circa), aumentando così i ritardi nelle consegne e facendo accumulare la posta in giacenza, che verrà quindi recapitata dopo due giorni;
   si segnala inoltre una continua carenza di personale operativo, anche se sulla carta il personale risulta al completo +10,6 per cento di scorta: in realtà non vengono conteggiate la lunga degenza (infortuni o malattia) e le maternità, che di fatto riducono il numero del personale effettivamente disponibile, costringendolo a continui cambi nei percorsi e delle aree di competenza, per coprire le zone lasciate scoperte dai colleghi in malattia o maternità;
   il 20 gennaio 2016, a Mestre, è avvenuto un incontro tra Poste Italiane e le rappresentanze sindacali dei lavoratori per analizzare le criticità emerse nella partenza della sperimentazione nel bellunese: nell'accordo contrattuale sono previsti monitoraggi cadenzati per evidenziare criticità ed eventuali messe a punto del sistema, mentre, nell'incontro, l'azienda ha negato l'esistenza di problematiche affermando che procederà come stabilito dal piano di ristrutturazione; gli standard di sicurezza e di qualità del lavoro, che, nella realtà, non esistono. Nel Bellunese i mezzi in dotazione ai postini non sono a sufficienza e, di questi il 95 per cento sono pluriincidentati e non a regola (luci dei fari e delle frecce mancanti, parafanghi e specchietti fermati con lo scotch, freni a mano rotti, impianti elettronici in tilt –:
   se i Ministri interrogati siano a conoscenza dei fatti di cui in premessa e quali iniziative normative intendano adottare, nell'ambito delle proprie competenze, al fine di garantire l'efficienza e la qualità del servizio pubblico postale;
   se si intendano mettere in atto iniziative di verifica nei confronti di Poste Italiane, tese ad accertare se i fatti accaduti dal 2003 al 2014 abbiano causato un disservizio alla collettività e provocato anche un danno economico allo Stato, che paga, in media, circa 300 milioni di euro l'anno per l'affidamento del servizio di posta universale, basato sulla certificazione di qualità del servizio;
   se intendano assumere iniziative, per quanto di competenza, per verificare se Poste Italiane ha rispettato effettivamente i parametri prefissati per il servizio e, in caso negativo, se si intenda procedere al recupero delle penali (50 mila euro per ogni mezzo punto percentuale sforato, con il rischio che Poste italiane sia costretta a pagare fino a 500 mila euro l'anno di sanzione se non rispetta i parametri prefissati);
   se si intendano valutare, per quanto di competenza i dati forniti da Poste Italiane ad Agcom, per il piano di ristrutturazione della funzione Posta comunicazione logistica, sui tempi di consegna della corrispondenza e sulla disponibilità di personale effettivamente operativo, anche alla luce di quanto emerso dalle indagini in corso;
   se si intenda applicare immediatamente, alla fine del primo step, la clausola di revoca della ristrutturazione, se il piano non dovesse rispondere agli esiti preventivati e non abbia risolto le forti criticità finora segnalate. (4-11970)

   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro della salute, per sapere – premesso che:
   il decreto legislativo n. 68 del 2011 prevede che, a decorrere dal 2013, le regioni devono convergere verso le percentuali di costo e fabbisogno indicate nella programmazione nazionale, suddividendo poi i risultati per i singoli livelli essenziali di assistenza, proporzionalmente, per i relativi sub-livelli assistenziali:
    prevenzione 5 per cento;
    distrettuale 51 per cento;
    ospedaliera 44 per cento;
   secondo l’Institute for Health Metrics and Evaluation (2013), in Europa, le malattie non trasmissibili, quali le patologie cardiovascolari, i tumori, i problemi di salute mentale, il diabete mellito, le malattie respiratorie croniche e le patologie muscolo-scheletriche, sono responsabili della stragrande maggioranza delle morti e della spesa sanitaria. Tra queste, le malattie cardiovascolari costituiscono la principale causa di decessi, e sono responsabili di circa la metà di tutte le morti in Europa. Le malattie del cuore e gli ictus rappresentano, altresì, la principale causa di morte nei 52, Stati membri dell'organizzazione nazionale della sanità. Secondo le ultime stime disponibili, dei 57 milioni di morti nel 2008, 36 milioni (65 per cento) erano dovute a malattie non trasmissibili, di cui circa la metà (17 milioni) per cause cardiovascolari e 7,6 milioni per malattie oncologiche. Inoltre, con riguardo al peso delle patologie croniche nell'Unione europea è riportato come:
    le malattie croniche sono correlate tra loro, hanno fattori di rischio comuni e sono in gran parte prevenibili;
    in Europa, 9 persone su 10 muoiono di una malattia cronica;
    le malattie croniche portano notevoli costi economici, sociali e umani (sofferenza umana, riduzione forza lavoro, esclusione sociale, disuguaglianze sanitarie, costi sanitari, e altro);
    il 70 per cento e l'80 per cento delle risorse finanziarie impiegate nel settore della sanità è utilizzato per far fronte alle malattie croniche. Ciò corrisponde a circa 700 miliardi di euro nella sola Unione europea;
    il 97 per cento delle spese sanitarie sono attualmente impiegate per le cure sanitarie e solo il 3 per cento è investito in prevenzione;
   con l'intesa tra il Governo le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano n. 156/CSR del 13 novembre 2014 è stato approvato il Piano nazionale della prevenzione 2014-2018;
   l'intesa sopra indicata ha previsto che le regioni ne recepissero le linee essenziali entro il 31 dicembre 2014 e, in particolare, e indicata «la scelta di fissare (pochi) obiettivi comuni a Stato e Regioni e lasciare alla programmazione, inserita nei vari contesti regionali, la definizione delle popolazioni target e la gestione delle azioni funzionali al raggiungimento di tali obiettivi». Allo stesso modo, si riporta che «un punto indiscutibile, rispetto al percorso fino a oggi portato avanti è il ruolo della valutazione, che rappresenta ancora una componente irrinunciabile del Piano, con la duplice funzione di misurazione dell'impatto che il Piano produce sia nei processi, sia negli esiti di salute, sia nel sistema, a livello centrale, regionale e locale e di verifica dell'adempimento LEA (certificazione)»;
   l'intesa tra il Governo regioni e le province autonome di Trento e Bolzano n. 82/CSR del 10 luglio 2014 concernente il nuovo patto della salute per gli anni 2014-2016, prevede:
    all'articolo 17, comma 1, la destinazione di 200 milioni di euro annui, oltre alle risorse individuate a valere sulla quota di finanziamento vincolato per la realizzazione degli obiettivi del piano sanitario nazionale, ai sensi dell'articolo 1, comma 34, della legge 27 dicembre 1996, n. 662 e successive integrazioni;
    all'articolo 17, comma 2, che il 5 per mille della quota vincolante per il piano nazionale della prevenzione venga destinato a una linea progettuale per lo svolgimento di attività di supporto al, piano nazionale della prevenzione medesimo da parte dei network regionali dell'osservatorio nazionale screening, evidence-based prevention, associazione italiana registri tumori;
    all'articolo 17 comma 3, che le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano si impegnano a mettere in atto ogni utile intervento per promuovere la salute in tutte le politiche ed attuare la promozione della salute attraverso politiche integrate e intersettoriali a sostegno del diritto di ciascun cittadino di realizzare il proprio progetto di vita in un disegno armonico di sviluppo del territorio e della comunità in cui vie ciascuno;
   il rapporto BES salute 2015, a cura dell'Istat, indica tra le altre cose come:
    non migliora la qualità della sopravvivenza e si registra, rispetto al 2005, un peggioramento del benessere psicologico;
    si riconferma la tendenza all'aumento della mortalità per demenze e malattie del sistema nervoso tra gli anziani, e soprattutto tra i grandi anziani;
    il rilevante carico assistenziale che queste patologie comportano sulle famiglie e sui servizi socio-sanitari si può rivelare di difficile sostenibilità sociale ed economica, riflettendosi negativamente sulla qualità della vita, non solo dei malati ma anche dei loro familiari;
    continuano ad essere diffusi sedentarietà, eccesso di peso e un non adeguato consumo di frutta e verdura;
   a riguardo al comma 3 dell'articolo 17 dell'Intesa tra il, Governo le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano n. 82/CSR del 10 luglio 2014 il rapporto OASI del CERGAS dell'università Bocconi, pubblicato il 22 ottobre 2015, riporta (capitolo 1) come: «anche i dipartimenti di prevenzione, dopo anni di ricercata autonomia e divisionalizzazione, sentono il bisogno di integrarsi con il resto dell'azienda. I loro processi produttivi appaiono però scarsamente integrati internamente e quindi di difficile coordinamento con il resto dell'azienda». Lo stesso documento dedica un intero capitolo (13) approfondendo i livelli di integrazione ed individuando come: «non sembra, tuttavia, che all'integrazione prevista dal modello istituzionale abbia, in generale, corrisposto un livello accettabile di integrazione funzionale, al punto che la situazione prevalente all'interno delle stesse aziende sembra meglio descrivibile in termini di giustapposizione tra due aree, attraversate da dinamiche differenti» –:
   se il Ministro interrogato sia a conoscenza delle valutazioni riportate all'interno del rapporto Cergas dell'università Bocconi e quali iniziative di competenza eventualmente intenda intraprendere in merito;
   se sia a conoscenza di quali siano le attività di prevenzione individuate dalle singole regioni (per gli anni 2013, 2014, 2015 e di previsione 2016), in particolare con riguardo ai valori per ognuno dei servizi previsti, al fine di verificare il rispetto del parametro del 5 per cento previsto nella normativa vigente;
   quali siano i dati di monitoraggio e di valutazione qualitativa, delle attività di prevenzione delle singole regioni rispetto all'adozione di quanto previsto dalle intese tra il Governo le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano indicate in premessa e, in particolare con riguardo a quanto previsto al comma 3 dell'articolo 17 del patto della salute 2014-2016.
(2-01261) «Grillo, Baroni, Colonnese, Di Vita, Silvia Giordano, Lorefice, Mantero».