III COMMISSIONE
AFFARI ESTERI E COMUNITARI

AUDIZIONE


Seduta di giovedý 12 luglio 2001


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La seduta comincia alle 15.40.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso.
(Così rimane stabilito).

Seguito dell'audizione del ministro degli affari esteri, Renato Ruggiero, sulle linee programmatiche del suo dicastero.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento, il seguito dell'audizione del ministro degli affari esteri, Renato Ruggiero, sulle linee programmatiche del suo dicastero. Ricordo che la precedente seduta si è svolta il 4 luglio scorso.
Il ministro dovrà lasciarci alle ore 17 per recarsi al Quirinale dove assisterà al colloquio tra il Presidente della Repubblica ed il Primo ministro di Israele, Sharon: ringrazio il ministro per la sua disponibilità perché, anche una giornata così impegnativa, non si sottrae ad un intenso dialogo con la nostra Commissione.
Do la parola all'onorevole Craxi.

BOBO CRAXI. Signor presidente, onorevoli colleghi, signor ministro, prendo volentieri la parola durante questo dibattito. Consentitemi di esprimere il mio apprezzamento per l'impostazione politica con la quale il ministro ha assunto la guida del Ministero degli affari esteri: in vista dell'appuntamento del G8, è stato un successo aver cercato di assumere le ragioni della protesta mondiale e più in generale quelle che nascono dalla sensibilità, che nel nostro paese pare essere più accentuata che altrove, sul tema della povertà e delle differenze sociali alla luce della necessaria interdipendenza tra i popoli e gli Stati (così come è stata giustamente definita dal ministro). È infatti necessario che i paesi più industrializzati nutrano un senso di responsabilità nei confronti di quelli più poveri. Penso non vi sia stata indulgenza né tanto meno subalternità nei confronti dei movimenti di protesta: in queste settimane la vicenda di Genova ha assunto vaste proporzioni, almeno nel nostro paese, e spesso si è tenuto in maggiore considerazione l'aspetto legato all'ordine pubblico che non le ragioni profonde, non tanto della protesta, quanto del disagio che inevitabilmente cresce nel mondo sviluppato rispetto alle differenze ed ai rischi - non solo alle possibilità - della globalizzazione.
Vorrei chiedere al ministro, a partire dal successo riscosso dall'esecutivo con l'invito rivolto ai Capi di Stato di paesi del terzo mondo, se vi sia da parte del Governo italiano un'attenzione nei confronti di alcuni paesi piuttosto che verso altri e se, ad esempio, la scelta di invitare il Presidente algerino risponda ad una criterio politico oppure ad una semplice disponibilità di Bouteflika.
Circa la questione del debito del terzo mondo, a cui si tenta di fornire risposte ad esempio tassando le transazioni finanziarie con la cosiddetta Tobin tax (soluzione che l'Italia rifiuta), vorrei domandarle,


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ministro (non pretendendo una risposta immediata) se l'Italia abbia una propria proposta specifica.
Lei nel pomeriggio incontrerà il Primo ministro israeliano: se non comprendo male, la richiesta di Sharon è addirittura quella di invitare l'autorità palestinese ad un totale cessate il fuoco, ben sapendo che spesso, in questi mesi, la ripresa dei conflitti armati è stata causata non da ordini militari ma da movimenti che sono fuori dal controllo dell'autorità palestinese. Non ritiene forse che questa sia, non dico una scusa, ma certamente una conditio sine qua non di fronte alla quale sia impossibile rispondere positivamente? Mi spiego meglio: penso che perseverare nel tentativo di stabilire se sia nato prima l'uovo della gallina sia un modo per prolungare uno status quo che inevitabilmente, se non avvantaggia, certamente rafforza l'autodeterminazione dello Stato di Israele ed allontana il processo di pace avviato qualche anno fa.
Vorrei inoltre sapere, avendo affrontato la discussione del caso Telekom Serbia che si intreccia con la politica estera, quale sia l'orientamento del nostro Governo rispetto alla questione balcanica. Signor ministro, l'Europa ha incoraggiato la pace nei Balcani e l'avvio di un processo democratico in Serbia e sostenuto il presidente Milosevic nell'indizione delle elezioni generali, che si sono svolte democraticamente: vorrei chiederle se tutto ciò non strida con l'orientamento successivo, assunto anche dall'ONU, di perseguire, chiamando di fronte al tribunale de L'Aia, il Presidente Milosevic. Lo stesso procedimento è stato seguito nei confronti del Presidente Milutinovic, che era non il capo dell'esercito jugoslavo ma il Presidente della Serbia. Lei non pensa, signor ministro, che il tribunale de L'Aia, che esercita la sua autorità per conto dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, rimuova le garanzie di difesa nei confronti dei criminali di guerra e di coloro che siano perseguibili per crimini efferati contro l'umanità, invece di giudicare come un tribunale di garanzia?
Vorrei conoscere, a proposito di interdipendenza, quale atteggiamento intenda assumere il Ministero degli affari esteri nei confronti dell'armonizzazione delle politiche dell'immigrazione e se non si ritenga che il Ministero stesso possa occuparsene, da momento che le politiche dell'immigrazione non possono prescindere dalle politiche comunitarie. Chiedo dunque se, riguardo tali tematiche, non vi sia da parte del Governo un tentativo di definire politiche di immigrazione che in realtà non tengono conto della necessaria armonizzazione concernente tutti i paesi aderenti al trattato di Schengen. Rivolgo, infine, i miei migliori auguri al ministro e confermo i miei sentimenti di stima.

UMBERTO RANIERI. Apprezzo la chiarezza con cui il ministro ha offerto un quadro che si è rivelato utile per la discussione e per i nostri approfondimenti, in particolare lo sforzo che egli ha compiuto nel corso di queste settimane per creare le condizioni affinché l'appuntamento di Genova possa svolgersi in modo utile e fecondo ai fini del raggiungimento di conclusioni positive sui vari temi dell'agenda politica.
Il tema di cui ha parlato il ministro è cruciale: la globalizzazione non è un incidente nelle nostre vite di sempre, ma è il cambiamento delle condizioni stesse della nostra esistenza ed è, come il ministro ha ricordato, nelle opportunità e nei rischi, un portato inevitabile delle straordinarie innovazioni tecnologiche, del progresso tecnico, della rivoluzione delle comunicazioni, che ha consentito di superare le barriere di tempo e di spazio che separavano i mercati. Qual è quindi il problema? Credo che il cuore della sfida che abbiamo dinanzi sia quello che Amartya Sen ha ricordato un mese fa a Palermo, nel corso di un'impegnata e bella discussione: la globalizzazione è un processo inarrestabile che può essere governato, indirizzato, finalizzato. Il problema etico, per citare Sen, è governare la globalizzazione.
Nel rapporto della fondazione Einaudi, curato da Deaglio e pubblicato nelle scorse settimane, vi è un efficace e suggestivo affresco, che ci indica che siamo di fronte


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ad una sorta di nuova formazione economico-sociale, un nuovo capitalismo, di cui occorre vedere contraddizioni e possibilità che si aprono: qualcuno ha descritto i problemi del capitalismo del nostro tempo come quelli di un pattinatore che si avvia su una pista, sfida il futuro ma intanto sa che ci sono anche problemi e rischi. Penso che non debbano essere sottovalutati i risultati positivi intervenuti con la trasformazione di questi anni, come la crescita di regioni che vivevano nell'emarginazione, spesso nell'isolamento.
Mi pare sia il caso di evitare due errori: da un lato sarebbe velleitario affrontare i problemi correlati alla globalizzazione optando per il protezionismo, per la costruzione di barriere, perché sarebbe una strategia sbagliata che accentuerebbe povertà e divario (l'apertura al commercio internazionale è uno dei cardini di tutti i programmi di riduzione della povertà). Da questo punto di vista sarebbe importante se gli Stati Uniti, il Giappone e il Canada si aprissero, come l'Unione europea, a questa prospettiva. Da un altro lato sarebbe sbagliato coltivare l'illusione che la libertà delle iniziative economiche di mercato e la rimozione dei vincoli sarebbero sufficienti, da soli, a determinare automaticamente un progresso della condizione umana: è indispensabile un ruolo delle istituzioni che devono definire le regole, per disciplinare le attività dei mercati economici e finanziari e svolgere un ruolo attivo per ridurre il divario che, lasciato a se stesso, tenderebbe ad ampliarsi. Il punto cruciale è compiere uno sforzo ulteriore, anche con un impegno che so convinto del ministro, a porre il tema dell'adeguamento delle istituzioni internazionali per un governo dei fenomeni globali del nostro tempo maggiormente consapevole: questo è il nodo. Su ciò, una Commissione delle Nazioni Unite ha lavorato da tempo, indicando anche percorsi per giungere ad un adeguamento di istituzioni internazionali cruciali come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale o anche per individuarne altre che potrebbero contribuire ad assolvere questo compito di governo dei fenomeni globali. Tuttavia vi è, a nostro parere - ma mi pare un tema sul quale il G8 non potrà non riflettere - un ritardo da superare lungo questa strada.
C'è poi un capitolo più delicato e molto complesso che riguarda la vulnerabilità dal punto di vista finanziario del sistema globale, nel senso che la libertà dei movimenti di capitali finanziari è positiva ma può produrre effetti negativi per l'economia reale, può alimentare circuiti speculativi. Signor ministro, conosco le sue obiezioni, che lei ha riassunto intervenendo alla Camera, e conosco le obiezioni di osservatori ed esperti della materia circa la cosiddetta Tobin tax: lo spostamento di flussi di capitali verso paradisi fiscali o verso strumenti finanziari non tassati, un accordo improbabile alla luce degli orientamenti prevalenti, il rischio di implicare problemi per gli stessi paesi in via di sviluppo.
Siffatte preoccupazioni, tuttavia, se appaiono fondate - sarebbe sciocco liquidarle quasi fossero l'argomento pretestuoso portato dai governi e dalle istituzioni finanziarie - non devono condurci a sottovalutare le dimensioni parossistiche raggiunte dalla globalizzazione finanziaria nonché la debolezza o addirittura l'inconsistenza dei meccanismi di controllo e neanche l'assenza di strumenti in grado di opporre un argine ai meccanismi speculativi: un tale straordinario aspetto non può non essere considerato.
Infine, richiamo l'attenzione su una circostanza molto, molto delicata, tra l'altro all'origine della diffidenza, del malessere e della vieppiù diffusa critica verso la globalizzazione decisa dall'alto: alludo al fatto che gli uomini e le donne del nostro tempo - come è stato scritto - avvertono un sentimento di impotenza, quasi la sensazione di essere tagliati fuori dinanzi ai fenomeni globali e al loro andamento, fenomeni che, invero, prescindono dal punto di vista dell'opinione pubblica.
In merito ad argomenti tanto consistenti, in parte il Governo, ed ella, signor ministro, hanno dimostrato una particolare sensibilità, disponendosi ad un dialogo con i settori critici verso la globalizzazione


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imposta dall'alto, in vista di una dialettica sui temi globali; dialettica senz'altro necessaria con chi pone questioni e problemi seri; non con chi, invece, pensa che si possa ricorrere alla violenza. Su detti argomenti, però, personalmente avverto che stiamo compiendo una corsa contro il tempo: infatti, o la comunità internazionale - e nel suo quadro l'Italia - riesce rapidamente a dare risposte più persuasive su alcune questioni, oppure si dovrà affrontare il rischio di incontrare poi difficoltà nel governo di una realtà caratterizzata dalle dimensioni del divario e dai caratteri eventualmente assunti dall'insoddisfazione. Quindi, è molto importante che Genova si concluda con alcuni risultati concreti: personalmente, ho sempre il terrore che siffatti vertici onnicomprensivi, platealmente spettacolari, poi non giungano a decisioni vincolanti e tangibili. Insomma, a Genova ciò non dovrebbe capitare; certamente, sarebbe auspicabile spingere in questa direzione. Del resto, voglio ricordare, signor ministro, che vi è stato uno sforzo, compiuto dal precedente Governo, teso a definire un'agenda convincente, ad istruire alcune materie ed anche ad individuare, circa il grande tema della cooperazione tra nord e sud del mondo, un percorso incisivo.
Vorrei ancora portare due argomenti: signor ministro, penso sia importante far presente alle autorità macedoni che riusciranno a lasciarsi alle spalle la loro crisi rovinosa a condizione che, insieme alla lotta contro il terrorismo, maturi una capacità di risposta ai problemi della comunità albanese del Kosovo: infatti, si tratta dello stesso problema postosi in Serbia, nella valle del Presevo. Se infatti le comunità albanesi sono abbandonate a condizioni di vita vergognose, prima o poi scatta il meccanismo dell'insurrezione e della violenza. Quindi, capire ciò è essenziale, negli interessi stessi della stabilità della Macedonia e delle autorità che reggono il paese.
Infine, desidererei accennare alla situazione del Medio Oriente: signor ministro, probabilmente lei conoscerà le puntuali considerazioni svolte dal Primo ministro Sharon; personalmente le ho apprese dai giornali e, se fossero davvero quali le riporta la stampa, francamente si dovrebbe restare sconcertati. Sharon sbaglia se afferma, come pare potersi inferire dalle dichiarazioni che avrebbe reso durante l'intervista, che il Governo italiano, in sostanza, se sarà più vicino agli Stati Uniti, avrà una posizione più bilanciata e positiva verso Israele. Sbaglia, perché l'Italia ha sempre considerato la sicurezza di Israele una condizione per la soluzione del conflitto in Medio Oriente, sia pure congiuntamente al riconoscimento di uno Stato per i palestinesi. Inoltre, non mi pare che il problema della politica estera italiana sia decidere circa la più o meno stretta relazione con gli Stati Uniti, visto che siamo alleati leali e partner sicuri, onde non compete certo a Sharon ingerirsi nella politica estera italiana. Poi come può sottovalutare il ruolo dell'Unione europea proprio quando tale organismo internazionale sta mirando ad avere un più incisivo ruolo nelle vicende di quei luoghi! Infine, avrei ancora da rivolgere alcune critiche circa le osservazioni storiche di Sharon sull'Europa - invero stravaganti, considerata l'epoca in cui viviamo -, sul nazismo e su quanti, non avendolo a suo tempo combattuto, ora cercherebbero di uscire dal ruolo di colpevoli accusando gli ebrei. Francamente, c'è un grado di informazione sulla cultura politica dell'Europa e dei paesi europei che lascia un po' sconcertati, sempre che sia veritiero l'articolo apparso sul Corriere della sera di giovedì 12 luglio 2001.
Sempre ai fini della soluzione delle questioni mediorientali, è il piano Mitchell la via sulla quale ritengo si debba lavorare; ma, certamente, in tale rapporto, il problema degli insediamenti viene posto in un modo diverso da come lo intende Sharon: infatti, quanto al riguardo sostenuto da Sharon - «la terra d'Israele è santa per ebrei, cristiani e musulmani, ma è stata promessa solo agli ebrei» - disvela argomenti che ci portano nell'abisso delle contraddizioni fanatiche. Certamente, nel piano Mitchell la questione degli insediamenti non viene posta in questi termini;


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anzi, viene riconosciuta la necessità di affrontarla con apertura, quale condizione, insieme alla fine della violenza, dei tremendi rischi di assalti terroristici, per procedere nei negoziati. Quindi, a Sharon occorrerebbero maggiore apertura, più coraggio e una migliore conoscenza delle vicende italiane ed europee.

PATRIZIA PAOLETTI TANGHERONI. Anch'io mi associo, signor ministro, alla soddisfazione da tutti espressa per il merito ed il metodo con cui ella ha voluto presentarsi alla Commissione. Molto è stato già detto, anche di quanto avrei voluto significarle, per cui mi concentrerò su due soli elementi; uno, di contenuto, è il seguente. Signor ministro, sono una neoeletta e quindi, non avendo mai avuto esperienze parlamentari, mi sono «tuffata» nella lettura dei documenti e dei dossier sulla cooperazione e lo sviluppo (veramente una montagna di carte), da cui emerge chiaramente che da tutte le varie parti politiche si ritiene inadeguata l'attuale normativa. Occupandomi da 25 anni di cooperazione, posso confermare, da fruitrice delle normative, che effettivamente la nostra legge per la cooperazione e lo sviluppo è inadeguata. Se finora (non solo nella scorsa legislatura ma anche nelle precedenti) non è stata approvata una legge generale, ciò a mio parere è ascrivibile alla mancanza, proprio da parte del Governo - al riguardo, gradirei un suo giudizio, signor ministro - di un'indicazione davvero chiara di indirizzi generali, di una filosofia (che lei un po' ha enunciato), di alcune priorità sulla cui base poi poter costruire un tipo di cooperazione. Dobbiamo apprestare una normativa che sia uno strumento adatto a valorizzare tutte le possibili principali finalità della cooperazione, con priorità anche tematiche e non intese soltanto in termini di area. Invero, dobbiamo chiarire come intervenire: se vogliamo fare della cooperazione uno strumento per regolarizzare i flussi migratori, accogliendoli oppure consentendo a quanti oggi emigrano di restare nei territori di origine, o se vogliamo perseguire politiche di peace keeping o di peace making; ad ogni modo, chiariamo l'indirizzo da assumere.
Sicuramente non può essere trascurato tutto quanto si è detto e fatto nella precedente legislatura: davvero un grosso lavoro che, però, forse non è stato portato a compimento proprio, a mio avviso, per i motivi indicati. Non si può trascurare che il tempo è passato, che oggi esiste il popolo di Seattle, che quest'ultimo non può essere sottovalutato e che esistono i fenomeni che lei molto bene ha riferito ad un concetto di interdipendenza che supera, a mio avviso, quello di globalizzazione. Quest'ultima è sempre esistita: come dice Friedman, la globalizzazione non la scopriamo oggi, è sempre esistita. Credo che tutto questo vada considerato.
Tralascio tutte le altre tematiche che poi, ovviamente, saranno materia di discussione in questa Commissione: vorrei invece porle una questione di metodologia. Anche a tale riguardo, occorrerebbe un'indicazione chiara di quella che dovrebbe essere la tattica della cooperazione (non più la filosofia, non più la strategia); bisognerebbe cioè sapere se voi intendiate privilegiare il «multilaterale», il «bilaterale» o quella intuizione felicissima dell'Italia che era il «multibilaterale», che sembrava un'assurdità italiana ma che invece risolveva molti problemi. Con ciò concludo il mio intervento e le rivolgo molti cari auguri, confortata dalla convinzione che questo metodo di confronto darà buonissimi risultati.

SAVERIO VERTONE. Signor ministro, le risparmio (anche per motivi di tempo) i ringraziamenti che sono, come dire, ovvi.
Vorrei svolgere due considerazioni: una sulle cause e sugli effetti stranissimi che la globalizzazione sta avendo nell'assetto anche psicologico del mondo, producendo una stranissima e globalizzata resistenza che in certi gruppi assume anche aspetti ciecamente violenti e disperati. L'altra considerazione concerne i riflessi culturali che la stessa globalizzazione sta proiettando sul mondo, ed in particolare in Italia, dove mi trovo ad operare ed a vivere la mia esperienza politica.


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Comincio dalla prima. Abbiamo già conosciuto cicloni della storia come quello che ci ha afferrato e che ci depositerà presso spiagge ignote: ad esempio l'industrializzazione, processo che ha aumentato a dismisura le capacità di sviluppo e di produzione della ricchezza nel mondo; però, ha prodotto anche le più grandi turbolenze della storia. Le due guerre mondiali, il nazismo, lo stesso comunismo sono tutti prodotti del processo di industrializzazione, prodotti che non hanno neutralizzato gli enormi benefici che ne sono derivati ma che certo hanno provocato anche grandi traumi e momenti gravissimi, vere e proprie sciagure.
Dunque, credo che siamo di fronte ad un ciclone, paragonabile per importanza e risultati complessivi a quello dell'industrializzazione. Sarebbe prudente evitare di considerare ottimisticamente il percorso ancora da compiere prima di essere depositati su quella spiaggia. Noto, peraltro, che nell'ultimo decennio - dalla caduta del muro in poi, caduta del muro che ha annientato una logora utopia - si è insinuata e fulmineamente si è diffusa in tutto il mondo una seconda utopia: la sicurezza, la convinzione che il mercato, cioè le forze economiche da sole possano risolvere tutti i problemi che il mondo produce nella difficilissima convivenza di sei miliardi di uomini. Vi sono persino teorie - le ho viste esposte in un articolo di Padoa Schioppa di qualche mese fa - in base alle quali non esisterebbero più diritti rappresentativi. Infatti - dato che i diritti rappresentativi sono collegati alla presenza degli Stati e gli Stati sono «cattivi» e conculcano i diritti individuali - esisterebbero soltanto diritti umani. Ciò mi insospettisce molto, come assetto teorico, perché vorrei sapere come potranno navigare nell'oceano del mercato sei miliardi di uomini «sfusi», cioè senza diritti rappresentativi, isolati l'uno dall'altro. Questo è uno dei problemi.
Ma questo stesso problema appare in realtà legato, probabilmente, alla reazione globale che sta producendo anche violenze cieche, disperate e qualche volta anche ottuse (però, anche se ottuse, vanno comprese). Mi chiedo, ad esempio, se non vi possa essere alla base anche il senso di vertigine, e quindi di agorafobia, che io stesso in certi momenti - constatando la caduta di tutte le garanzie istituzionali su cui è fondata la democrazia - ho provato. Può capitare di provare siffatte sensazioni, specie se si constata, oltretutto, che anche dal punto di vista teorico qualsiasi tentativo di riprodurre le condizioni in cui siamo abituati a vivere la democrazia (cioè le capacità della politica di imporre regole allo sviluppo economico, vera base del processo umano di sviluppo) viene meno perché qualsiasi obiezione o proposta si faccia viene negata secondo una rigorosa logica economica che lei stesso, signor ministro, ha giustamente ricordato quando ha negato l'efficacia della Tobin tax. La Tobin tax sarebbe una buona misura, ma non si può adottarla perché il capitale reagirebbe in modo tale da neutralizzarla e, anzi, in modo da creare danni superiori. Se un tale argomento invero è forse inconfutabile, tuttavia è anche preoccupante perché significa che nulla si può fare contro la logica inesorabile ed ormai unica dell'economia finanziaria che esercita una sua supremazia sull'economia economica...

DARIO RIVOLTA. È un sillogismo...

SAVERIO VERTONE. Non è un sillogismo, è un ragionamento. Non argomento per sillogismi io, mai.
Dicevo dunque che esercita un'egemonia sull'economia industriale, sull'economia materiale e non solo su queste due attività umane importantissime, ma su tutti gli altri aspetti della vita associata, religione, politica e cultura comprese. Difatti, oggi assistiamo a qualcosa di culturalmente molto singolare: entrando in una Commissione affari esteri o in un'aula di un Parlamento occidentale si ha la sensazione netta di trovarsi in un'opera pia. Infatti, vengono chiamati in causa ideali supremi, assoluti, cosmici, il bene di tutta l'umanità; sembra di essere un istituto di beneficenza, tutti vogliono il bene di tutti. Sono scomparsi gli interessi che sono, come dire, il nucleo, il nocciolo, la sostanza


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dell'attività politica, soprattutto in politica estera: sono scomparsi gli interessi sociali, di classe, tutti i tipi di interessi possibili che si scontrano e che nella politica dovrebbero trovare compensazione. La verità è che la compensazione tra ideali è difficilissima. Dunque, nutro molti sospetti (sospetti che non riesco a sedare) quando sento parlare di ideali che non siano innestati sugli interessi. Se non sento un'analisi degli interessi geopolitici, degli Stati (nazionali o meno), dei gruppi sociali, delle classi sociali, degli individui e non vedo come si compongono, mi insospettisco molto perché sotto la cupola dell'opera pia vi è sempre la bisca. La composizione nella politica, invece, è l'ideale politico che deve guidare, in una visione complessiva, equilibrata e razionale, questo gioco meccanico e comunque materiale degli interessi. Dunque, voglio vedere il rapporto tra gli ideali e gli interessi, altrimenti mi insospettisco.
Allora, le rivolgo due domande e chiudo così il mio brevissimo intervento. Tra le ragioni del disagio c'è la fine degli Stati nazionali, che sono fino ad ora l'unico contenitore conosciuto della sovranità e quindi della democrazia. Capisco che il loro declino sia inesorabile e capisco anche che si possa non rimpiangere gli Stati nazionali: ditemi, però, dove viene collocato il contenitore della democrazia. Poiché vi è un intervallo sicuramente ampio tra la perdita di questo contenitore e la costruzione di un nuovo contenitore, ditemi come riempiamo il periodo intermedio, perché altrimenti il disagio (per usare un'espressione che non mi piace), la vertigine e l'ottusa violenza si espanderanno sempre più. Bisogna trovare soluzioni intermedie e allora le domando quali siano gli interessi in gioco, come si possa identificare e costruire una visione che consenta di impiantare la bandiera degli ideali sul corpo degli interessi. È questa la morale politica, mentre oggi gli ideali hanno sostituito la morale: è molto più facile dire di amare tutti gli uomini, tutte le donne ed anche tutti gli elementi del cosmo - seguendo la scala di Mendeleev fino ad arrivare al piombo - invece di cercare di fare la spola quotidiana tra il giusto e l'ingiusto, il possibile e l'impossibile. Questa seconda situazione si colloca nell'ambito della morale, impegno molto più gravoso dell'ostentazione di ideali.
La seconda domanda è che cosa intenda fare il ministro per attenuare questo senso di vertigine (che è all'origine della violenza) nell'ambito delle potenzialità del paese, che sono sicuramente scarse.

MONICA STEFANIA BALDI. Signor presidente, poiché provengo dal Parlamento europeo sono abituata ad esprimere le mie idee e a formulare le domande in pochi minuti. Ringrazio il ministro per la sua presenza e gli porgo i miei migliori auguri di buon lavoro. Rivolgo anche gli auguri più calorosi allo sviluppo del processo di pace in Medio Oriente.
Mi vorrei soffermare su tre questioni; la prima riguarda la Presidenza del Consiglio dell'Unione europea. La Presidenza belga la scorsa settimana ha indicato le priorità di politica estera: il primo ministro ha ricordato principalmente l'azione di Xavier Solana, ma anche l'importanza dell'Unione europea nelle situazioni di crisi quali quella dei Balcani o del Medio Oriente, identificando con grande forza l'azione da intraprendere in Africa tramite la presentazione di un piano d'azione sulla regione - che il Belgio ha nel cuore - dell'Africa centrale (la regione dei Grandi Laghi dal Congo fino a Burundi e Ruanda). È vero che la situazione umanitaria è ben più grave rispetto ad altre che conosciamo bene, perché ci sono state tre milioni di vittime, un numero estremamente alto. Quali sono le priorità della politica italiana rispetto a questa area del mondo (che conosco particolarmente bene perché me ne occupavo presso l'Unione europea), in cui avvengono gravissime tragedie?
La scorsa settimana mi trovavo presso il Consiglio generale degli italiani all'estero, la cui assemblea plenaria si è tenuta alla Farnesina, proprio per conto della Commissione affari esteri; in quella sede sono state sollevate alcune questioni, tra le quali mi ha colpito la denuncia


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avanzata dal rappresentante dell'America latina, in ordine alla rete consolare italiana, alla rappresentanza diplomatica e alle risorse. La seconda domanda verte dunque sulla posizione della Farnesina riguardo al problema delle reti consolari e del significato che esse assumono per l'Italia, che si presenta nel mondo, fuori dalla nostra nazione, con una certa preparazione e con organici e funzionari pronti nelle sedi attualmente esistenti.
Ritorno brevemente sui temi della cooperazione allo sviluppo, perché la legge n. 49 del 1987 indicava strategie, piani di azione e priorità. Si ritiene che sia importante riformulare la legge oppure che sia necessario ripartire da zero? Come imposterete questo problema, che è non solo politico ma di grande strategia?

LAURA CIMA. Vorrei rivolgere un apprezzamento all'onorevole Vertone, mio capogruppo, che ha svolto una stimolante lezione di filosofia e di politica estera.
Il ministro, che ringrazio di essere qui ad illustrare la posizione del Governo sul vertice del G8 e sul problema macedone, ha disegnato alcuni scenari di politica estera ma, come è stato rilevato precedentemente, vorremmo conoscere maggiori elementi, anche se non vogliamo una lezione globale.
Il Presidente Berlusconi, assumendo come principale interlocutore gli Stati Uniti, è sembrato imprimere una virata alla politica europea ed estera italiana che invece individuava l'Europa come priorità politica: tale impostazione sembra ultimamente essere stata corretta, a partire anche dal problema, che mi sta cuore, dell'applicazione del protocollo di Kyoto, anche se la situazione è ancora molto vaga.
Vorrei conoscere le scelte del Governo italiano per quanto riguarda la riforma politica dell'Europa, questione sulla quale riconosco al ministro una grande sensibilità. Non nascondo, ma non credo di essere l'unica, di ritenere che il vertice di Nizza abbia deluso le aspettative.
Dopo la visita del ministro in Spagna mi è parso di scorgere un avvicinamento dell'Italia a quel paese: è un'opzione provocata dal colore politico dei governi oppure c'è una novità nella politica di alleanze - più mediterranee - dell'Italia? Credo che il nostro paese possa essere considerato un ponte tra il Mediterraneo e l'Europa e sarebbe interessante capire se si possa svolgere un serio ruolo di politica estera in questo senso: mi piacerebbe che il ministro approfondisse tali temi.
Sollecito naturalmente il Governo ad affrontare seriamente il problema della Tobin tax, posto in termini duri dall'opposizione al Senato: il piccolo gruppo dei Verdi, che ha creato un po' di scompiglio tra le righe dell'opposizione, ha fatto scuola al Senato, dove è stata assunta una posizione molto chiara. Vorrei capire quali altri strumenti possano raggiungere gli obiettivi individuati dalla Tobin tax: sicuramente devono essere riformati gli strumenti fondamentali della cooperazione allo sviluppo, perché ritengo che la globalizzazione non solo ponga problemi etici - come qualcuno ha detto prima di me - ma riguardi il modello di sviluppo economico. Se la situazione si manterrà come la conosciamo oggi, nessuno sarà più in grado di governarla, né il G8 né tantomeno i singoli governi nazionali, così come nessuno è in grado di interpretarla. Non si comprende bene cosa stia accadendo da questo punto di vista: se i cambiamenti climatici rispetteranno le previsioni fissate all'anno 2100, i nostri figli non troveranno più la spiaggia prima citata dall'onorevole Vertone. Nel famoso rapporto Brundtland, our common future, è stato formulato per la prima volta il concetto di sviluppo sostenibile, che forse bisognerebbe aggiornare. Occorrerebbe chiedere oltre alla riforma delle istituzioni europee, del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale, della NATO, anche un'analisi più approfondita di quel bellissimo rapporto, che purtroppo ha visto sconfitte molte delle speranze che allora sollevò.
Vorrei aggiungere un'ultima considerazione sul tema della cooperazione allo sviluppo che, mi auguro, avremo la capacità di affrontare rapidamente: sono preoccupata dall'informazione resa in sede di Commissione agricoltura, secondo cui


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parrebbe che 50 miliardi siano stornati dal fondo previsto per la cooperazione allo sviluppo, a favore della proroga dei termini dei provvedimenti concernenti la BSE. Vorrei capire se ciò risponda a verità e quale sia la ragione di tale scelta, che mi pare molto preoccupante.

RENATO RUGGIERO, Ministro degli affari esteri. Onorevole presidente, onorevoli deputati, devo confessare di avere un grande problema: ogni volta, ascoltando i singoli interventi, vorrei subito replicare alle domande appena udite; tuttavia, adesso che gli interventi si sono conclusi tutti, dovrei disporre di almeno diciotto-diciannove voci per rispondere «toccando» contemporaneamente i vari temi affrontati.
Vorrei esprimere il mio convincimento sull'importanza delle questioni da voi poste e, proprio a tale riguardo, considerato che non ho il tempo di rispondere a tutte le domande ed in alcuni casi non ho ancora acquisito la conoscenza necessaria per poterlo fare in maniera compiuta, mi permetterò di rivolgere la seguente richiesta al presidente. Alla fine del mio intervento, desidererei, sempre che ciò sia possibile, che egli selezionasse gli argomenti principali ai quali non avrò potuto rispondere, in modo che possa poi farlo in occasione di un nuovo incontro, dopo il vertice di Genova; infatti, sarei propenso a prendere in considerazione, in una nuova seduta, i temi rimasti in sospeso per esaminarli in modo approfondito. Non voglio sostituirmi in alcun modo al presidente nelle sue valutazioni, ma credo che quello da me indicato sia l'unico modo per riuscire ad avere un quadro compiuto. Diversamente, non riusciremmo a trattare tutti i temi toccati dagli interventi.

PRESIDENTE. Credo di interpretare, signor ministro, il pensiero dei colleghi, affermando che concordiamo sulla sua richiesta. La ringraziamo della sua disponibilità e aspettiamo, per decidere la data del successivo incontro, di conoscere le risposte che ella intanto ci avrà dato.

RENATO RUGGIERO, Ministro degli affari esteri. Come sapete, queste ultime dieci intense giornate, sono state particolarmente ricche di impegni parlamentari: il dibattito sulle mozioni presentate in aula alla Camera dei deputati sui temi connessi al vertice di Genova; la prima parte dell'audizione programmatica in questa sede; il dibattito sulle mozioni presentate al Senato; l'audizione programmatica presso la III Commissione del Senato; infine, questo nostro incontro di oggi. Tutto ciò si è svolto nel quadro delle molte consultazioni che ho avuto ed altre sono in corso come, per esempio, quelle con le forze sindacali, con alcune associazioni cattoliche e con altre organizzazioni non governative, in vista di un dialogo quanto più vasto possibile. Con il passare dei giorni, ho verificato che il dialogo con il Parlamento, nel complesso, era stato molto proficuo per due ragioni fondamentali. La prima è che ho sempre creduto, e tuttora credo, nell'innata generosità del popolo italiano. Sono stato un diplomatico italiano per quarant'anni e vi posso affermare che non mi sono mai trovato in imbarazzo con me stesso nel difendere le tesi dell'Italia che sono sempre di buonsenso. Infatti, noi cerchiamo non di prevaricare gli interessi degli altri paesi ma di difendere onestamente i nostri. Si è potuto averne un esempio anche in occasione del dibattito, molto costruttivo, che si è svolto alla Camera ed al Senato. Al riguardo osservo, ma non credo che ciò vi sorprenderà, che vi è sostanzialmente un unico filo conduttore in tutte le forze politiche italiane. Voi mi permetterete di parlarvi un po' fuori dalla formalità se vi domando qual è stato, alla fine di questi giorni, l'elemento di turbativa di un'armonia che peraltro si era costruita sul 95 per cento degli altri temi? La Tobin tax. Ebbene, permettetemi di leggervi una notizia che oggi è apparsa anche su vari giornali. James Tobin, sorpreso per l'interpretazione data del suo pensiero, ha dichiarato che la sua proposta è stata fraintesa ed è diventata la pietra miliare dell'antiglobalizzazione e che trent'anni fa la sua idea


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era quella di dare qualche potere in più alle banche centrali di fronte alla vastità degli interessi finanziari.
Sempre il premio Nobel ha dichiarato che alcune agenzie, taluni gruppi in Europa hanno usato la Tobin tax come tema per lanciare campagne più ampie per ragioni che vanno ben oltre la sua proposta. Ai microfoni di Radio popolare, l'economista ha detto: «Ciò che proposi nel 1971 ha a che fare con il mercato dei cambi e con il tentativo di ridurre la volatilità dei tassi di cambio»; per inciso, signor presidente, preciso che anch'io l'avevo fatto presente, ma poi deve essere un po' «sfuggito».
In realtà, l'aspetto più impressionante è che si è utilizzato l'argomento della Tobin tax perché non ve ne erano altri che dividessero maggioranza e opposizione. Questa convergenza, invero, ha significato una grande vittoria del Parlamento, del popolo italiano e delle forze politiche italiane; essa non doveva, perciò, costituire una evenienza dalla quale allontanarsi, ma, al contrario, un positivo fattore di unità da rafforzare, così come, almeno in buona parte, è accaduto alla Camera. Adesso, con questa dichiarazione del signor Tobin, si vede che neanche un siffatto argomento può distanziarci. Perciò, al Senato, avevo iniziato il mio intervento esponendo cos'è, o cosa vuole essere, secondo la vostra idea, la Tobin tax: un tentativo di aumentare le risorse. Se il problema fosse soltanto la necessità di reperire maggiori risorse, basterebbe che i Parlamenti nazionali rispettassero l'impegno preso di destinare alla cooperazione allo sviluppo lo 0,7 per cento del prodotto interno lordo, anziché lo 0,2. Si conseguirebbero proprio le stesse risorse ricavabili dall'applicazione della Tobin tax, misura, quest'ultima, che, implicherebbe, però, un procedimento molto più opaco, molto più confuso rispetto ad una reale volontà dei Parlamenti di onorare il loro impegno, passando gradualmente, come ho appena detto, dallo 0,2 allo 0,7.
Superata, dunque, l'obiezione incentrata sulla necessità di maggiori fondi, qual è ancora la difficoltà? La volatilità, gli effetti della liberalizzazione dei mercati finanziari, i paradisi fiscali? Ma il G7, nell'ultima settimana - non cinquant'anni fa, ma nell'ultima settimana - ha varato una serie misure che servono proprio ad intensificare i controlli sui paradisi fiscali. Questo significa che si possono raggiungere gli stessi risultati con metodi molto più chiari e molto meno opachi.
In conclusione, cosa voglio dirvi? Voglio ribadire che sono veramente orgoglioso di essere il ministro degli affari esteri della Repubblica italiana, perché ho dietro le spalle un paese generoso, sensibile ai problemi del mondo. Mi conforta sapere che le forze politiche italiane fanno di tutto per trovare terreni sui quali sono unite: è molto bello. Scusate, so che questa non è una dichiarazione consueta in politica; piuttosto, è la dichiarazione di un uomo che, come me, non proviene dalla politica (ma credo che la circostanza andasse comunque sottolineata).
L'ultima volta abbiamo chiarito i temi del vertice di Genova, relativi agli ultimi sviluppi in Macedonia. Vorrei adesso toccare alcuni tra i punti allora sollevati: innanzitutto, il presidente Selva aveva chiesto la mia opinione in merito alla possibilità di riavviare i negoziati con Croazia e Slovenia per l'indennizzo ai profughi di quei luoghi. Credo si tratti di uno dei punti prioritari: ne ho già parlato con i ministri degli esteri sia della Slovenia sia della Croazia; probabilmente vi sarà anche un incontro ad alto livello nei prossimi mesi. Ritengo che in quel frangente ci si debba impegnare a fondo per cercare di arrivare ad una soluzione globale e definitiva del problema: infatti, non dobbiamo più cercare sviluppi parziali, al contrario bisogna arrivare a soluzioni globali e definitive. Man mano che i negoziati andranno avanti, vi informerò sugli sviluppi.
L'onorevole Baldi era interessata a sapere se con l'insediamento del nuovo Governo sarebbe cambiato lo sherpa italiano: non è cambiato perché, normalmente, queste non sono questioni di politica interna, piuttosto, sono punti sui quali vi è una continuità nella politica del Governo


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italiano; di conseguenza, il presidente non ha sentito il bisogno di cambiare lo sherpa.
Di alcune questioni poste, come doni, credito d'aiuto, interventi alimentari, in tutta onestà, devo dirvi che sono costretto a rinviare la trattazione ad una successiva audizione. Tuttavia, voglio ancora soffermarmi su un argomento intrinsecamente legato al tema dello sviluppo. Si tratta delle strategie globali di aiuto, cioè quelle strategie che - come auspicato nel nostro precedente incontro dagli onorevoli Landi di Chiavenna e Mattarella - riescono ad andare al di là della mera cancellazione del debito. A questo riguardo vorrei ricordare un fatto sfuggito alla stampa italiana ed internazionale: l'ultima riunione dei ministri delle finanze del G7, tenutasi a Roma il 7 luglio, ha approvato un documento proposto dalla Presidenza italiana, denominato Beyond debt relieve (al di là dell'annullamento del debito), al quale ha molto contribuito un giovane economista italiano, Bini Smaghi, che ha lavorato con altri economisti, per delineare una strategia che andasse al di là del semplice problema dell'annullamento del debito, toccando molte questioni che l'onorevole Landi aveva sollevato durante la precedente audizione: dove sono destinati i fondi, che cosa succederà a questo denaro. È stato ad esempio definito che questi capitali dovrebbero servire per lo sviluppo sociale e per l'educazione: dovranno quindi avere destinazioni molto chiare e non dovranno assolutamente essere utilizzati per conflitti oppure per acquisto di armi. Credo però che la domanda dell'onorevole Landi sia molto importante e richieda un chiarimento ed uno sforzo successivo da parte della comunità internazionale: il cattivo utilizzo di queste risorse non è nel nostro interesse ma neanche in quello dei paesi meno avanzati; sarebbe un crimine contro la povertà. Il documento italiano sottolinea che esiste un problema di miglioramento di governance, e che il buongoverno deve creare le condizioni favorevoli agli investimenti ed attuare politiche economiche che ne consentano una buona utilizzazione.
L'onorevole Calzolaio è interessato a conoscere eventuali modalità di coinvolgimento del Parlamento nella preparazione del vertice mondiale sull'alimentazione, che dovrà tenersi a novembre. Posso confermare che il 3 novembre, cioè due giorni prima dell'apertura della conferenza, è previsto un incontro presso la sede del Senato, cui parteciperanno parlamentari di vari paesi per discutere i temi del vertice ed approvare un messaggio indirizzato ai Capi di Stato e di Governo presenti: l'organizzazione di tale evento è curato dal gruppo italiano dell'Unione interparlamentare e dalla FAO, con la collaborazione dell'Ipalmo. Mi fa piacere inoltre sottolineare che il Ministero degli affari esteri ha stanziato un incremento di 2 miliardi di lire del contributo volontario annuo alla FAO per facilitare la partecipazione a questo processo.
Mi limito ad un sintetico cenno su un altro complesso problema sollevato dall'onorevole Landi di Chiavenna, cioè la prospettiva di riforma delle istituzioni finanziarie internazionali e delle banche multilaterali di sviluppo ed il loro ruolo nel combattere le cause strutturali del sottosviluppo. Anche in questo caso vorrei evidenziare l'impegno italiano in sede di G7: siamo infatti stati in grado di proseguire, sotto la nostra Presidenza, l'esercizio di approfondimento stabilito lo scorso anno ad Okinawa e far approvare sabato scorso dai ministri finanziari, un rapporto, trasmesso ai Capi di Stato e di Governo, che riconosce che l'accelerazione della riduzione della povertà nei paesi in via di sviluppo deve essere l'obiettivo principale delle banche multilaterali di sviluppo e che tale problematica deve quindi ispirare ogni aspetto della loro attività, inclusi i programmi di riforma delle politiche, i progetti di investimento e la capacity building, cioè la capacità di costruire.
L'onorevole Landi di Chiavenna mi ha rivolto molte altre domande e vorrei sinceramente dire che le ho molto apprezzate, così come ho apprezzato lo spirito che mi sembra intravedere nei suoi quesiti ed in quelli dell'onorevole Cima. Non sono un uomo politico e non sono mai stato


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iscritto ad alcun partito politico proprio perché ho dedicato gran parte della mia vita al servizio dello Stato. Mi è sembrato importante che un parlamentare della Commissione mi rivolgesse domande per cercare di meglio individuare i miei orientamenti politici; si tratta di una prassi in vigore in alcuni parlamenti nazionali, come ad esempio il Congresso degli Stati Uniti. Non è arroganza se rispondo che la migliore testimonianza delle mie idee è nel mio curriculum professionale e nelle tappe che mi hanno visto negoziatore italiano, per il primo regolamento europeo sulla sicurezza sociale del lavoratori migranti che - il presidente Selva lo ricorderà - allora sembrava un compito straordinario. Sono stato negoziatore europeo per la creazione del Fondo di sviluppo regionale (ero allora direttore generale per la creazione di questo Fondo); ho ricoperto la carica di negoziatore del pacchetto mediterraneo per il riequilibrio agricolo a favore del Mezzogiorno; sono stato negoziatore europeo prima ed italiano dopo, per la creazione del Sistema monetario europeo; ho svolto l'incarico di ministro del commercio con l'estero, attuando la liberalizzazione dei movimenti di capitali in Italia; infine, ho esercitato la funzione di direttore generale della nuova Organizzazione mondiale per il commercio, ove ho messo in opera un sistema per la soluzione delle controversie internazionali basato sul diritto e non sui rapporti di forza. Non saprei come qualificare l'orientamento politico di queste tappe della mia vita professionale: dirò, con una frase che può apparire retorica, che la mia ambizione è stata e continua ad essere quella di servire il mio paese, la costruzione europea ed una globalizzazione dal volto umano. Non so se questa sia una risposta, ma credo molto onestamente che sia l'affermazione migliore che posso fare; oggi non vedo troppe differenze tra gli schieramenti politici: essi consistono maggiormente in ciò che si può aver concretamente fatto o per cui si è lottato.
Quanto al protocollo di Kyoto, citato dall'onorevole Calzolaio, vorrei in primo luogo dire che ho chiesto, in tutte le sedi possibili, l'inequivocabile impegno italiano alla sua ratifica: la competenza in merito all'applicazione dei meccanismi flessibili dello stesso protocollo e degli impegni sottoscritti a marzo a Trieste, nella cornice del G8, spetta naturalmente al Ministero dell'ambiente. Mi sembra tuttavia che l'impegno alla ratifica comporti quello ad applicarne il disposto e quindi anche le norme relative all'impiego dei meccanismi flessibili. Tutto ciò non toglie che sia già tempo di guardare oltre Kyoto, sia per la necessità di recuperare, sul tema del global warming, la cooperazione, non solo degli Stati Uniti ma anche del Giappone (senza i quali ogni sforzo, pur lodevole, della comunità internazionale rischia di risultare vano), sia per reperire percorsi negoziali in grado di offrire soluzioni durevoli rispetto alla responsabilità che oggi, in tema di riscaldamento globale, hanno paesi come la Cina o l'India.
Vi dirò con grande franchezza che non ho ancora avuto il tempo di dedicare la mia attenzione al grande problema della riforma della legge sulla cooperazione, sulla quale voglio lavorare molto ed essere sicuro che, quando tornerò in Commissione, risponderò all'affermazione dell'onorevole Cima in ordine alla necessità che il Governo chiarisca bene la sua filosofia e le azioni che vuole veramente intraprendere.
Credo che nel dialogo più aperto con le forze parlamentari risieda la chiave per superare le difficoltà ancora oggi riscontrate. Infatti, se nell'attuale fase di riforma della legge sulla cooperazione si pone la questione relativa a come debba atteggiarsi il rapporto Governo-Parlamento, tuttavia, sin da adesso, posso dirvi che rispetterò in pieno le prerogative del Parlamento, senza il cui avallo non posso immaginare di potere riaprire il cammino della cooperazione allo sviluppo.
Vorrei toccare alcuni punti molto importanti, trattati anche oggi: mi riferisco a quanto detto dall'onorevole Ranieri e anche dall'onorevole Vertone: globalizzazione inevitabile, problema della governabilità, riforma delle istituzioni internazionali, riflessioni sui flussi finanziari, mancanza


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di partecipazione, effetti violenti della globalizzazione, utopia-mercato, cioè la persuasione che il mercato possa risolvere tutto; disagio per la fine degli Stati nazionali; quali gli interessi in gioco; come attenuare il senso di voragine e così via.
Sono tutti quesiti di grandissima importanza per ciascuno dei quali le risposte possibili sono molte. Personalmente, vorrei rispondere in un solo modo: nessuno ha risposte chiare e precise per simili quesiti. Se le avessimo, i problemi, probabilmente, sarebbero stati già risolti. Inoltre, siamo in una nuova fase, una fase di cambiamento molto rapido, per cui, talvolta, conclusa un'analisi, ci troviamo innanzi ad una realtà già cambiata.
Credo che, in primo luogo, tali questioni vadano affrontate dall'Unione europea. Oggi assistiamo a due fenomeni più o meno analoghi: da un lato, come diceva Vertone, il senso di disagio (che, forse, è, ancor più, un senso di incertezza, di insicurezza) per la globalizzazione; dall'altro, vi è un certo raffreddamento dei sentimenti di favore, che, dopo la fine della seconda guerra mondiale, erano stati molto forti verso la costruzione europea. Perché questi due paralleli eventi? Per due ragioni diverse. Per quanto riguarda l'Europa, la mia generazione l'ha costruita e le ha dato valore sulla base del rifiuto delle guerre mondiali; noi, infatti, sentivamo che si doveva costruire l'Unione, non essendo più tollerabile che gli europei si uccidessero e le città fossero distrutte. Vi è stato, in un certo senso, il rifiuto della nostra storia, sentimento avvertito da tutti quanti coloro che, in un modo o nell'altro, erano stati coinvolti dalle guerre mondiali. Inoltre, alla base del processo di unificazione vi era una seconda ragione determinata dalla divisione dell'Europa in due: in questo quadro, appariva evidente la necessità di costruire l'Europa per garantire la nostra sicurezza. Oggi abbiamo vinto sul primo dei due fronti, perché è un dato di fatto acquisito che ormai vi sia la pace, tant'è che, in Europa, nessuno dei nostri figli immagina vi possa essere più una guerra tra Germania e Italia o tra Francia e Gran Bretagna. D'altro canto, non vi è più il muro di Berlino e, quindi, la nostra sensibilità non è più rivolta all'epoca passata o al presente, ma è rivolta al futuro: dobbiamo indicare alle nuove generazioni e all'opinione pubblica europea che vogliamo proseguire nella costruzione dell'Unione europea perché il futuro lo richiede. Infatti, i problemi sollevati dagli onorevoli Vertone e Ranieri non possono più essere risolti su base nazionale: possiamo affrontare da attori i problemi della governabilità, dell'interdipendenza e quindi della globalizzazione soltanto attraverso una dimensione che sia, adesso, quella dell'Unione europea; allo stesso modo, il mantenimento della pace, dello sviluppo e della democrazia in Europa non può essere garantito se non allarghiamo i confini - politici oltre che economici - dell'Europa agli altri paesi dell'Europa centrale o anche orientale.
Quando parliamo con i contestatori del G8, dobbiamo ricordarci che costoro esprimono spesso le medesime tendenze assunte da una parte del Parlamento italiano, nel senso che contestano senza sapere quale sia oggi la verità della loro contestazione e non si rendono conto di seguire la seguente logica. Sanno di volere la lotta contro la povertà e contestano che otto paesi si riuniscono per questa ragione: essi vorrebbero l'annullamento del debito e prendono atto che gli otto paesi, ancora una volta, si riuniscono in vista del medesimo obiettivo; vogliono l'apertura dei mercati, ma, anche in tal caso, gli otto paesi discutono al fine di perseguire siffatto risultato; vogliono che, ad un certo momento, si abbia finalmente, uno sviluppo sostenibile, ma si accorgono che gli otto paesi si confrontano per la stessa ragione. Allora la motivazione profonda della contestazione è proprio cercare l'occasione della divergenza per cui, non rimanendo altri motivi di dissenso, oltre alla Tobin tax, si contesta tutto in nome del mancato accordo sull'introduzione di questa misura. Ma è mai possibile affrontare tutta questa grande manifestazione contraria al G8 di Genova a causa della Tobin tax, peraltro smentita dal suo stesso autore? Questa è la verità. Oltretutto, ci


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troviamo di fronte ad un problema drammatico di comunicazione, perché sicuramente i mezzi di comunicazione saranno interessati non alle riunioni dei capi di Stato e neanche alle manifestazioni democratiche e calme che si svolgeranno, ma agli eventuali incidenti. Per esempio, si darà eco agli episodi in cui alcuni cercheranno di rompere una vetrina, la polizia dovrà intervenire per impedirlo, eccetera.
Alla fine, il messaggio che verrà raccolto dall'opinione pubblica non consisterà nella notizia che gli otto paesi stanno decidendo un piano contro la povertà del mondo; al contrario, sembrerà che i contestatori vogliono combattere la povertà nel mondo e la polizia controlla i manifestanti perché fanno una richiesta che i «grandi» della terra non vogliono accogliere: questo è il dramma...

VALDO SPINI. Signor ministro, vorrei conoscere la sua opinione in merito alla possibilità di far assistere Kofi Annan anche al vertice del G8.

RENATO RUGGIERO, Ministro degli affari esteri. Credo che sia tardi per una misura del genere, per molte ragioni; inoltre, ciò non risolverebbe il problema: infatti, anche prima si sottolineava la partecipazione dei soli paesi ricchi, abbiamo fatto intervenire Kofi Annan. Ma questi hanno continuato a dire che il vertice era riservato ai paesi ricchi, che peraltro non è vero. Vengono portati tutti argomenti che assolutamente non hanno senso. Quindi il problema è un altro.

BOBO CRAXI. Scusi, signor ministro, quando lei dice «questi», a chi si riferisce?

RENATO RUGGIERO, Ministro degli affari esteri. Se lei ascolta le dichiarazioni di Agnoletto...

BOBO CRAXI. Perché voi avete dato legittimazione a quelli che lei considera «questi»...

RENATO RUGGIERO, Ministro degli affari esteri. No, noi non abbiamo dato nessuna legittimazione; abbiamo compiuto un'operazione insieme a tutti gli altri governi, peraltro necessaria per la sicurezza; dobbiamo cercare infatti di garantire che la manifestazione possa svolgersi pacificamente, individuando le aree dove essa possa tenersi e controllare quelle nelle quali potrà, invece, esserci turbolenza. Ciò è un atto di responsabilità e si tratta, tra l'altro, di un'incombenza molto pesante; inoltre, è molto difficile operare in un contesto in cui vi sono «benedizioni» impartite da molto in alto rivolte agli stessi movimenti che formulano queste richieste. Anche gli altri paesi, ad esempio gli svedesi prima di noi, hanno parlato con i rappresentanti di tali movimenti per cercare di creare un clima diverso, poi sono arrivati...

BOBO CRAXI. Il Governo ha avuto la benedizione del popolo sovrano che, comunque, in democrazia vale più di qualsiasi altra cosa.

RENATO RUGGIERO, Ministro degli affari esteri. Certamente, infatti molte volte anch'io ho detto che non si pone un problema di delegittimità perché i parlamenti nazionali ed i nostri rappresentanti (anche se non io personalmente) sono eletti, a differenza dei contestatori. Tuttavia, il problema è che ci troviamo di fronte ad un fenomeno importante perché l'afflusso di centomila persone rappresenta una mobilitazione enorme che trova espressione anche attraverso la stampa, la televisione, eccetera. Il problema grave è che ancora oggi lei verificherà che i gruppi dei manifestanti - tra i quali ci sono organizzazioni cattoliche molto importanti (alle quali non possiamo opporre l'argomento della loro delegittimazione) - chiedono di assumere le stesse decisioni che fanno parte dell'agenda del vertice del G8. L'ho detto e lo ripeto: può esserci un elemento di insoddisfazione perché la quantità delle decisioni non è assolutamente all'altezza delle aspettative, ma tutto si può dire tranne che si tratti di un vertice delegittimato dei paesi ricchi, un


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vertice che, infine, non voglia produrre risultati.
Purtroppo, debbo concludere e mi dispiace moltissimo, perché gli argomenti sono appassionanti e richiederebbero un po' di «ping pong», cioè non soltanto la risposta del Governo, ma anche le vostre reazioni a quanto affermo. Ribadisco la mia disponibilità ad un altro incontro, subito dopo il vertice di Genova, in modo che, riferendo sul vertice, si possa anche riprendere la trattazione delle importanti questioni oggi sollevate.

PRESIDENTE. Ringrazio, anche a nome della Commissione, il ministro Ruggiero; resta, dunque, stabilito che dopo il vertice del G8 il ministro è disponibile ad un nuovo incontro.

SERGIO MATTARELLA. Dopo il vertice del G8 avremo perciò un incontro col ministro per una più completa ed organica esposizione delle linee politiche del suo ministero.

PRESIDENTE. Nel ringraziare nuovamente il ministro, formulo, anche a nome della Commissione, l'augurio di buon lavoro.
Dichiaro pertanto conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 17.